Istituzioni e Didattica

 Alberto Caracciolo

 

Sette anni di esperienza del dottorato in �storia urbana e rurale�

 

 

1. Un dottorato tematico e interdisciplinare

Il dottorato di cui parlo, e al quale hanno concorso le universit� di Ancona, Macerata, Perugia, Roma, Siena, Urbino, svolge i suoi �cicli� secondo una durata triennale: se qui parlo di sette anni � perch�, alla maniera degli altri corsi simili istituiti sulla base della legge n. 382 del 1980, la gestazione � stata in realt� molto lunga e per la sua lunga elaborazione la conclusione � stata prorogata a sua volta di diversi mesi. Si pensi che le prime riunioni costitutive furono del 1981 e il primo atto ufficiale porta la data del gennaio 1982. Carit� di patria (e forza di burocrazia) suggerisce comunque di non dilungarsi sulle difficolt� e le dilazioni via via intercorse: vorrei qui invece prendere in esame l'andamento complessivo di questa iniziativa, del quale si fece promotore un gruppo di docenti dell'Italia centrale che aveva me come �coordinatore� e l'universit� di Perugia come sede amministrativa. Specificando subito che non si trattava ‑ n� si tratta ‑ di un dottorato facente capo a un consorzio di dipartimenti, come sarebbe esplicitamente consentito dalla legge, bens� a un consorzio di facolt� salvo future innovazioni.

Una caratteristica da osservare subito � che il dottorato si configurava secondo una forte opzione tematica, diversamente dalla maggioranza degli organismi analoghi, generalmente riferiti a tagli epocali o tematici o geografici meno definiti. Veniva individuato un oggetto di specializzazione, come quello della storia di processi rurali e/o urbani e rispettivi nessi, praticamente a partire dal medioevo fino ai giorni nostri. A sua volta il corpo docente era fortemente interdisciplinare,comprendendo professori medievisti, modernisti, contemporaneisti, ma poi anche titolari di storia economica, geografia, demografia, d�­ritto.

Fino a che punto l'obiettivo scientifico che ci si era posti � stato ef­fettivamente raggiunto? Esprimendo un'opinione personale e provvi­soria (mentre scrivo � appena avvenuta la discussione degli elaborati finali dei dottorandi, presso la Commissione nazionale), direi che esso � stato raggiunto in parte; pi� compiutamente per quanto riguarda l'addestramento e l'arricchimento delle conoscenze, pi� problematica­mente per ci� che riguarda l'elaborazione delle ricerche individuali. Qui mi limiter� ad esporre in proposito alcuni dati, utili ad essere eventualmente confrontati con quelli che vanno emergendo da espe­rienze consimili, in altri corsi e altre sedi.

 

2. La fase di addestramento collegiale

 

 

Dal folto lotto di aspiranti la commissione per le ammissioni (professori Bertelli, Sbriccoli, Sori) oper�, attraverso la prova scritta e quella orale, alla scelta di quattro allievi in qualit� di borsisti e altri quattro in qualit� di �distaccati� da pubbliche amministrazioni. Pur­troppo due di questi allievi dovettero a met� strada interrompere la fre­quenza per ragioni personali, cosicch� sono sei quelli che hanno effettivamente portato a termine il corso.

Iniziato con una seduta di orientamento e con una prolusione di Lu­cio Gambi nel novembre del 1983, il ciclo didattico venne articolato nella prima annualit� intorno a sette seminari a carattere residenziale presso le diverse sedi consorziate, condotti con scadenza all'incirca mensile e ciascuno per la durata di una �settimana corta�. I temi ven­nero individuati come segue: determinanti geografiche, demografia, economia, tipologie di scala, diritto e istituzioni, ceti e gruppi sociali, cultura e immagine. Si assegnava in modo specifico a un docente o a un gruppo di docenti la responsabilit� della condotta e articolazione delle varie settimane. Agli allievi veniva distribuita con anticipo un'introduzione critico‑bibliografica e un calendario ragionato dei la­vori.

A titolo di esempio descrivo come si svolse la seconda settimana, che era dedicata al tema �demografia e storia� e si appoggiava ai locali e all'alloggio settecentesco presso l'Universit� di Ancona. Il pro­gramma era affidato alla responsabilit� dei professori Ercole Sori, di storia economica, e Luigi Tittarelli, di demografia, mentre alla giomata conclusiva intervenne anche il coordinatore del dottorato. Ora ap­punto, nella prima giornata furono svolte le due relazioni di base su �La demografia storica� e � I metodi e le fonti�, su cui si ebbe nel po­meriggio una discussione generale. Nella mattinata successiva il tema era quello della mobilit� territoriale attraverso gli �stati delle anime� e nel pomeriggio quello sui fenomeni migratori e di urbanizzazione in et� contemporanea. Il terzo giorno venne dedicato a un approccio pi� diretto con le fonti, inclusa la visita a un archivio parrocchiale. Nel quarto giorno si affrontarono tre temi pi� propriamente monografici ‑modelli demografici di ancien r�gime, crisi di mortalit�, strategie ma­trimoniali ‑ intorno ai quali fu destinato anche uno spazio alla lettura individuale, condotta su materiali fomiti dalla direzione del corso. Quanto all'ultima giornata, per una parte fu dedicata ad ascoltare e a discutere la relazione di un esperto sui problemi dell'elaborazione automatica e nella parte finale diede luogo a una discussione generale sui risultati, limiti, problemi del lavoro svolto e sui suggerimenti che potevano derivarne per il futuro.

Questo tipo di seminario � apparso molto positivo per l'arricchimento documentario, metodologico e critico degli allievi ed � stato ripreso con alcune varianti nei diversi periodi seminariali. Il mar­cato carattere di collegialit� e lo spazio di discussione risult� essere l'elemento primario del buon esito: � da chiedersi se in corsi analoghi, nei quali il numero dei partecipanti non sia pi� di sette o otto ma della met�, come attualmente accade, manchi anche numericamente una condizione essenziale di variet� di apporti, di competizione, di stimolo all'impegno dei docenti medesimi.

Quando si giunse all'ultima settimana seminariale, svoltasi a Roma nel maggio del 1984, si constat� che il livello complessivo raggiunto dal corso si era fatto pi� alto ma ci si rese anche conto di come l'ampiezza dei temi trattati rischiasse di essere perfino eccessiva, se non si procedeva quanto prima ad avviare una fase di studio pi� individualizzato e pi� adatto a contribuire al lavoro monografico delle sin­gole ricerche. Oggetto stabilito era questa volta �Immagine, idea, cultura�, dove evidentemente si sottintendeva �dell'urbano e del rurale�.Si scelse il criterio di una grande variet� di relatori, che con la loro presenza potessero dar conto della complessit� e pluralit� delle ottiche attraverso cui possono accostarsi problemi critici di questo genere. S� ebbero cos� nella prima giornata relazioni di Bartoli Langeli, Galletti, Gallerano sull'idea di citt� in vari contesti storici e nella seconda quelle di Caracciolo, di Colombo, di Toscano sulla cultura, la letteratura, la iconografia dell'urbano e del rurale (con appoggio a testi e a diaposi­tive e con ampia discussione). Nella terza giornata si lavor� soprattutto in fonna di esercitazione, attraverso introduzioni svolte rispettivamente da Lodolini presso l'Archivio di stato e da Grohmann e Covino su base di carte e diapositive. La quarta giornata fu destinata ad ulter�ori approfondimenti: Grassi parl� sulla storia urbana come disciplina, Bevilacqua sul problema ecologico, Portelli su socialit� e ritualit� nello spazio. La quinta giornata fu dedicata alla consueta discussione conclusiva oltre che alla messa a fuoco delle proposte per le successive ricerche individuali. Nel complesso si constatava che l'anno accade­mico, malgrado momenti pi� felici alternati ad altri meno soddisfa­centi, aveva dato buoni frutti e consentiva non solo di �ammettere� tutti quanti gli allievi al secondo anno del ciclo, ma di pretendere da essi un maggior respiro culturale e metodologico nella preparazione dei rispettivi elaborati originali.

 

3. Osservazioni sulla fase collegiale del corso

 

 

Affermato il giudizio sostanzialmente positivo sull'esperienza della prima fase di questo corso di dottorato, pu� forse maggiormente inte­ressare la individuazione dei limiti e degli inconvenienti che si sono ri­scontrati. Ne parler� sulla base di riflessioni che con vari accenti e maggiore o minore ottimismo sono gi� emerse, in varie occasioni, presso il �collegio dei docenti� o in riunioni congiunte con gli allievi.

Al primo posto sta forse il problema stesso della molteplicit� di sedi, che nel nostro caso era molto grande (sei, poi cinque universit�),con un centro amministrativo collocato in modo da opporre anche to­pograficamente molti ostacoli a un coordinamento stretto. Per quanto si sia cercato di trovare una coerenza grazie al fatto che si trattava co­munque di regioni storicamente legate ai domini pontifici (pi� l'attigua area senese), questa dispersione geografica ha nuociuto tanto pi�, quanto pi� erano esigui o del tutto aleatori i mezzi su cui contare per gli spostamenti e i soggiorni di allievi e docenti. Un problema come questo andrebbe risolto o diminuendo il numero delle sedi coinvolte, oppure riuscendo a fruire meglio di strutture residenziali e di rimborsi spese. Un modo utile di alimentare le risorse sarebbe quello di colle­garsi organicamente, anzich� a una pluralit� di facolt�, a un diparti­mento, sia pure con il concorso di altri dipartimenti o altre facolt�, e dunque partecipando alla autonomia amministrativa di cui esso � do­tato.

In secondo luogo sembra importante considerare con attenzione il numero degli iscritti se si vuole conferire al dottorato compiti non di pura e semplice formazione di singoli studiosi o di esclusiva tutor‑ship da maestro ad allievo. Una �classe� che comprenda dai 6‑7 ai 12‑13 elementi sembrerebbe rappresentare la misura ottimale. Non scendere al di sotto � importante tanto pi� se il corso � ulteriormente articolato in curricula diversi. Gli organi centrali competenti farebbero bene a sug­gerire la concentrazione dei dottorati rispetto alla eccessiva prolifera­zione attualmente in atto, che � spesso dovuta pi� che altro a motivi �baronali� o di prestigio di sede e di scuola.

Una volta superati gli eccessi di sparpagliamento e meglio distri­buite e organizzate le risorse, si pu� sperare che i corsi di dottorati svolgano l'attivit� pi� propriamente collegiale e di acculturazione con maggiore efficienza. Ma sar� comunque opportuno rivedere anche un altro aspetto, che � quello dell'ambito tematico prescelto. Come � noto, attualmente ci si muove disordinatamente fra i due estremi di un'altissima specializzazione e di una totale genericit�: esistono per esempio anche dottorati in �storia� tout court, dove i tre o quattro partecipanti ad ogni ciclo di corso saranno magari suddivisi fra un grecista e un modernista, un politologo e uno storico d'arte figurativa. L'eterogeneit� eccessiva vanifica una didattica comune, sia pure in un quadro interdisciplinare, e per di pi� rende ambiguo il profilo istituzionale del futuro dottore. Purtroppo tutta questa materia � stata lasciata non tanto all'autonomia dei gruppi promotori, quanto alla casualit� e all'approssimazione. E i tentativi di intervento correttivo o propositivo sono stati affidati a loro volta all'iniziativa per cos� dire � privata� di gruppi di dottorati, o a circolari ministeriali ispirate soprattutto a esigenze di spesa e di simmetria esteriore.

 

4. La fase di ricerca e di approntamento delle dissertazioni

 

 

Quando il dottorato in storia urbana e rurale � entrato nel suo se­condo anno, si � studiato assieme agli allievi in che modo focalizzare via via meglio i temi monografici, che essi avrebbero presentato come tesi finale. A loro si � richiesto di presentare un primo progetto molto sommario, poi se ne � discusso in alcune riunioni collettive, e dopo qualche mese ciascuno era al lavoro sul proprio argomento. Ma presto si � constatato che in questa fase diventava sempre pi� difficile trovare momenti di discussione collegiale, sia pure riferita alle esposizioni sul proprio stato di avanzamento svolto da ciascun allievo pubblicamente.

Sembra consigliabile perci� per l'avvenire, che nell'ultima fase si trovino momenti unificanti non tanto discutendo assieme le singole ri­cerche, quanto partecipando a quegli incontri o convegni scientifici che possono riguardare le tematiche del dottorato: in Italia o all'estero, dunque, purch� vi sia una disponibilit� di mezzi decisamente superiore a quella propria del nostro dottorato e di molti altri.

Restavano comunque condizioni favorevoli, per gli allievi, a un la­voro di ricerca individuale intenso. Ed effettivamente si � avuto, nell'ultima fase, uno sforzo congiunto di docenti e allievi nella mi­gliore messa a fuoco dei problemi da indagine culminato generalmente in una riduzione di progetti inizialmente troppo vasti e nel pi� corretto rapporto con le fonti adottate. Cos�, pi� ci si avvicinava alle ultime battute del corso e alla rifinitura degli elaborati da consegnare, tanto pi� ci si accorgeva che il rapporto tutoriale con il docente o con alcuni docenti si distingueva poco da qualunque rapporto �privato� fra mae­stro e scolaro. Di specifico, in quanto dottorato, sussistevano solo la � borsa� per un verso, l'aspettativa di conseguire il titolo di dottore di ricerca per altro verso. Forse un po' poco? � da temere, ora che gi� si profilano per questi giovani ricercatori tutti quegli acuti problemi di un ingresso nella professionalit� scientifica, che si chiamano sovraf­follamento, concorrenza, dispersione, e, tutto quell'altro che purtroppo attende in Italia chi si avvia lungo questo cammino. Le prime espe­rienze del ciclo successivo, destinato a soli quattro allievi, fanno pen­sare che la formula dei dottorati piccoli e sedi plurime vada attenta­mente rivista.