Le «Annales» nella riflessione degli storici polacchi

di Andrzej Wierzbicki

I primi contatti dei polacchi con le «Annales» risalgono già al periodo tra le due guerre, allorché sulla rivista fondata da Lucien Febvre e Marc Bloch comparvero recensioni di opere nonché, relativamente pochi, articoli di storici polacchi1. Si afferma anche che le «Annales» costituirono una specie di modello per i «Roczniki Dziejów Spo}ecznych i Gospodarczych» («Annali di storia sociale ed economica») apparsi in Polonia nel 19312. Soltanto dopo la seconda guerra mondiale, e più esattamente dieci anni dopo la sua fine, tuttavia, in Polonia si comincerà a parlare con maggiore competenza dell'«ambiente delle "Annales"». Così esso assumerà un'influenza assai più palese sugli storici polacchi. La cosa non è strana se si considera che proprio in quel periodo la scuola delle «Annales» conobbe una vertiginosa ascesa anche su una scala internazionale più ampia.

Questo saggio tuttavia, non avrà come oggetto la questione dell'influenza di questa scuola sulla storiografia polacca, influenza a dir poco enorme, ma che nello stato attuale delle ricerche è difficile ricondurre ad un'analisi globale3. Se, infatti, si può cogliere con relativa facilità una consapevole sottomissione alle ispirazioni delle «Annales» rilevabile nelle dichiarazioni programmatiche dei singoli storici, assai più difficile è rilevare i casi di sottomissione inconsapevole (indichiarata) - e si può dire che questa sia stata la circostanza più frequente. Sarà, quindi, compito assai più realistico il tentativo di rispondere alla domanda di come gli storici polacchi hanno percepito e valutato, durante il trascorso cinquantennio, l'orientamento delle «Annales».

1. Il paesaggio dopo la battaglia, ovvero... la lotta continua

La fine della Seconda guerra mondiale sembrava annunciare il ritorno alla normalità in cui la lotta in vari modi intesa (per la Polonia libera, per la sopravvivenza ecc.) sarebbe diventata sempre più lontana e sarebbe emersa in primo piano la ricostruzione pacifica realizzata in un clima di assopimento dei conflitti politici e in un'atmosfera di ordine e di armonia sociale. La realtà polacca smentì ben presto queste illusioni. Mentre nel paese perdurava la lotta interna dei comunisti per consolidarsi al potere, su scala più ampia, internazionale, il conflitto militare venne sostituito dalla guerra fredda. Risultato: «la lotta continuava» e, anzi, non solo continuava, ma era come se si fosse intensificata, coinvolgendo anche quelle sfere che negli anni 1939-45 erano state oasi di una calma relativa.

Se un «linguista cognitivo» contemporaneo volesse cercare un'esemplificazione a conferma dell'asserzione che la metafora più frequentemente usata della vita è la «lotta», potrebbe trovare una straordinaria miniera di esempi nel linguaggio ideologico e politico dei paesi del blocco comunista della fine degli anni Quaranta e inizio degli anni Cinquanta. Un linguaggio che trasformava in una «neo-lingua» centinaia di «formule di lotta», la principale delle quali e cioè «la crescente lotta per la pace e la giustizia sociale» finiva per generare una schiera infinita di formule particolareggiate del tipo «lotta all'imperialismo», «lotta alla reazione sociale», «lotta per il progresso», «lotta per l'emancipazione delle classi oppresse», «lotta al movimento clandestino reazionario», «lotta all'economia sommersa», «lotta al Vaticano e al clero oscurantista», «lotta per la realizzazione dei piani per la ricostruzione e lo sviluppo del paese», «lotta all'americanizzazione della vita», «lotta alla borghesia internazionale e nostrana», «lotta ai signori di Wall Street», «lotta alla bomba atomica e a 'Truman criminale'», «lotta per un domani migliore», e così di questo passo...

«Lotta a», «lotta per», «lotta contro». Espressioni queste nelle quali veniva immesso quasi tutto ciò che era occidentale, anche se si trattava soltanto di Coca Cola o gomma da masticare.

Questi slogans che oggi risuonano tanto assurdi quanto inverosimili al lettore occidentale nonché alle giovani generazioni dei paesi post-comunisti, costituivano in quegli anni il più diffuso alimento spirituale di cui venivano nutrite le nazioni che «costruivano il socialismo». L'immagine del mondo indottrinata attraverso queste formule era intersecata dalle linee di numerosi «fronti», le cui retrovie non erano neanche loro immerse nella calma. In esse, infatti, imperava la «diversione nemica». Al rango di simbolo di tale diversione venne elevato persino il nocivo coleottero noto come dorifera della patate, che sarebbe stato sganciato dagli aerei nemici mentre in realtà pullulava sul continente europeo sin dalla seconda metà dell'Ottocento.

Placatasi alla fine del 1945 la tempesta bellica, in Europa sia questi fronti che la «diversione» vennero ad assumere un carattere principalmente ideologico. Allorché, a cavallo tra la fine degli anni Quaranta e i Cinquanta il potere comunista iniziò l'«offensiva» (non poteva essere altrimenti!) e, armato del marxismo-leninismo-stalinismo intraprese l'azione di «scientifizzazione» delle discipline umanistiche polacche, il canone della lotta in corso coinvolse anche la scienza storica, che, secondo la dottrina, doveva occupare il posto principale nei «ranghi del fronte ideologico». Con un'intensità sorprendente per oggi, ma niente affatto per allora, venne lanciato lo schema, tanto semplice quanto rozzo, della divisione della storiografia contemporanea in scienza storica marxista e scienza storica borghese. Alla prima venne assegnato il monopolio di mostrare la «verità oggettiva», alla seconda, al contrario, le intenzioni di celare questa verità in nome della difesa delle trincee del capitalismo e dell'imperialismo.

Nella relazione programmatica, presentata nella sottosezione di storia al Primo Congresso della Scienza Polacca, si poteva leggere:

Nella sua fuga dalla conoscenza scientifica, che nasconde il verdetto di morte del capitalismo, chiamata da esso ad esistere e i cui interessi difende, la scienza storica borghese, soprattutto quella del periodo dell'imperialismo, nega la possibilità stessa della conoscenza storico-scientifica, nega l'esistenza delle leggi dello sviluppo sociale, cancella la lotta di classe, evita lo studio della storia più recente e della tappa storica a noi contemporanea. Cerca, però, prima di tutto di immunizzare dal marxismo la coscienza delle masse4.

Simili affermazioni risuonarono a iosa nella Prima Conferenza metodologica degli Storici Polacchi, organizzata a Otwock tra il 1951 e il 1952, la quale, con la partecipazione degli storici sovietici, codificò in un certo senso i principi della «svolta» marxista nella storiografia polacca. Balza agli occhi che si tratta di un programma il quale proclamava non solo la diffidenza, ma persino l'ostilità, nei confronti della storiografia «borghese» (non-marxista). Questo odio doveva, per forza di cose, coinvolgere anche gli storici legati alle «Annales».

È pur vero che negli anni 1945-48 la storiografia polacca rimase ancora estranea a questa corrente di ideologizzazione marxista, godendo di una notevole autonomia5, ma la fine degli anni Quaranta e l'inizio dei Cinquanta cambiarono diametralmente la situazione. L'«Occidente borghese» divenne sinonimo di ogni male. È ovvio che anche lì venivano percepite, e persino puntualmente registrate, assai estese enclaves di marxismo (secondo la teoria della necessaria vittoriosa marcia nel mondo di un'unica «Weltanschauung scientifica»), ma il più vistoso segno distintivo dell'Occidente restava la sua «essenza borghese».

Rimase, però, in esistenza uno spiraglio che la dottrina di allora lasciò socchiuso alla scienza occidentale. Si ammetteva cioè che «in determinate condizioni storiche e in una tappa determinata l'ala sinistra della storiografia borghese può diventare alleata ideologica delle masse popolari in lotta per la loro liberazione e per quella di tutta la nazione dal giogo dello sfruttamento capitalista e dalla dipendenza imperialistica»6. In teoria permase la possibilità di un'apertura all'Occidente, ma essa restò in realtà infruttuosa in tutta la prima metà degli anni Cinquanta. Ciò derivò soprattutto dal timore di una «sbagliata» identificazione dell'eventuale alleato borghese di sinistra, «errore» che nelle condizioni di uno Stato totalitario sarebbe equivalso ad un anatema e ad una quasi certa rimozione dalla professione. Sebbene a quel tempo gli storici polacchi non ignorassero totalmente la storiografia occidentale, le «Annales» incluse, questa conoscenza veniva acquisita in gran misura al di fuori della corrente «ufficiale» della nostra storiografia. In particolar modo se si accompagnava alla fascinazione, all'incanto oppure soltanto ad un benevolo interesse7. A livello «ufficiale», invece, le «Annales» vennero considerate un orientamento borghese di destra, avvilluppato in contraddizioni metodologiche e sottoposto all'influenza dell'imperialismo americano8. Tale diagnosi era, tuttavia, destinata a mutare presto.

2. Gettare i ponti

Dopo la morte di Stalin e soprattutto dopo l'«Ottobre polacco» del 1956 nel corso della successiva liberalizzazione si schiuse il campo degli incontri intellettuali tra la Polonia e l'Occidente. La dicotomia ideologica che separava la storiografia in «scientifico-marxista» e «falso-borghese» cominciò a subire un sempre più evidente indebolimento. M.H. Serejski, commentando nel 1955 l'opera di Lucien Febvre, scriveva: «Costituirebbe una semplificazione asserire, come di solito accadeva ancora poco tempo fa, che tutto ciò che cambia nella scienza borghese nel periodo dell'imperialismo, è provocato dalla necessità di contrapporsi al marxismo, da una reazione conscia od inconscia contro di esso»9.

Questo «aprirsi all'Occidente», espressione che potrebbe essere colta nelle parole or ora citate, fu all'inizio un processo alquanto guardingo e timido. Si può dire che, prima che il cancello venisse più ampiamente schiuso, si guardò in quella direzione più che altro attraverso il buco della serratura. Indicativo è, tuttavia, che quel buco fosse proprio la scuola delle «Annales». Ciò lo si doveva alla sua stessa apertura, al fatto che non disprezzava il marxismo, anzi che qua e là sapeva riconoscere la positività delle aspirazioni provenienti da quella parte. Ovviamente le «Annales» continuavano a restare non marxiste e «borghesi» nella loro essenza, tuttavia questa sostanza «borghese» veniva assoggettata ad una particolare nobilitazione con l'aggiunta del significativo aggettivo «di sinistra». Nell'interpretazione di Serejski l'ammirazione di Febvre per l'opera di Michelet doveva confermare la supposizione che, alla pari di Berr e Bloch, anche nel suo caso «qualche filo lo legava alla sinistra borghese»10.

Per i fenomeni qui descritti non fu indifferente che il segnale di «apertura» arrivasse dalla stessa Unione Sovietica. Così almeno si può interpretare il fatto che nel 1955 su «Voprosy Istorii», la principale rivista degli storici sovietici, apparve un articolo dedicato a Marc Bloch nel quale gli veniva finalmente concesso l'appellativo di storico almeno in parte «progressista». E anche se gli autori sovietici rimanevano ancora nella sfera della convinzione ideologica dello stalinismo, non abbandonando per esempio il dogma secondo il quale «la borghesia imperialista teme la storia e cerca perciò di minare la fiducia in essa», Bloch veniva presentato come uno storico estraneo a tali preoccupazioni, estraneità testimoniata dal titolo stesso del suo libro Apologie pour l'histoire11. È fuor di dubbio che i primi storici polacchi i quali fecero il tentativo di presentare l'opera di Lucien Febvre e Marc Bloch - Marian Henryk Serejski e Witold Kula - erano lontani dalle parole d'ordine ideologiche caratterizzanti l'articolo su «Voprosy Istorii». È significativo, altresì, che nei loro testi essi non mancassero di registrare quel segnale proveniente dalla «patria del socialismo» il quale, nella realtà dei «fratelli minori» di allora, sottintendeva (lanciava il messaggio) semaforo se non verde acceso, almeno verde pallido, per le «Annales».

Se si guardano i testi di Serejski del 1955 o di Kula del 1960, colpisce che entrambi gli storici manifestassero una grande considerazione sia per i loro eroi (Febvre e Bloch) sia per l'orientamento intero delle «Annales». In quanto marxisti, rimanevano ovviamente critici laddove gli «annalisti» divergevano palesemente dalle loro opinioni teoriche e metodologiche. D'altra parte in quanto studiosi che sentivano il peso di quel periodo, in verità breve, ma assai acuto, di isolamento e di particolare xenofobia per le correnti della storiografia occidentale, in molte questioni essi assumevano l'atteggiamento degli apologeti, dimostrando che tra l'indirizzo delle «Annales» e il marxismo sussistevano molte significative convergenze.

Sarebbe difficile per noi oggi discernere con precisione ciò che nelle analisi e nelle valutazioni di cui essi rivestivano le «Annales», era espressione delle loro reali vedute e ciò che era riflesso di una tattica calcolata per infrangere i pregiudizi degli ambienti scientifici dalla «testa dura» (dogmaticamente marxisti) e la diffidenza delle autorità politiche. È indubbio, infatti, che impregnare di positivi riferimenti al marxismo - talvolta abbastanza forzati - la riflessione polacca di allora sulle «Annales» fosse una delle forme di legittimazione dell'apertura della storiografia polacca all'Occidente.

Malgrado il lento progredire della liberalizzazione, nelle condizioni in cui si trovava la Polonia nel 1955, bisognava essere dotati di un notevole coraggio per tentare di dimostrare, come fece Serejski, che l'orientamento delle «Annales» «nonostante le oscillazioni, spinge avanti il pensiero storico»12. Per coloro che continuavano a credere che soltanto il marxismo potesse «spingere avanti», l'autore del primo articolo polacco dedicato a Febvre aggiungeva che, sebbene lo storico francese fosse lontano dalla teoria del materialismo storico, questa non gli era «del tutto estranea ed ignota». Ciò era, a suo dire, provato dalle opinioni di Febvre, convergenti con i marxisti, circa il ruolo della programmazione nella scienza, la necessità di avversare ogni specializzazione ristretta nonché «il ruolo dell'ambiente materiale - e soprattutto della tecnica - nella formazione della psiche umana»13.

La tendenza ad attenuare le divergenze tra il marxismo e il pensiero storico di Febvre traluce anche là dove Serejski guarda alla di lui opera dall'ottica dei nodi cruciali della dottrina: la lotta di classe e la rivoluzione. La prima, secondo Serejski, è trattata da Febvre «debolmente», alla seconda egli rifiuta «quasi» una parte nelle grandi trasformazioni contemporanee: entrambe non sono, però, del tutto assenti dal campo visivo dello storico francese.

Avvicinando in questo modo Febvre al marxismo (a prescidere se ciò era più o meno giustificato), lo storico polacco poteva in effetti presentare il cofondatore delle «Annales» come uno studioso la cui opera «agisce in modo vivificante, fertile, sul pensiero»14, come il sostenitore di una storia che integra le altre discipline della scienza e le conquiste del tradizionale laboratorio storico, come il portavoce di una storia basata sulla teoria - ma non speculativa, di una storia sintetizzante, ma non staccata dal concreto. Tutto ciò finiva per portare alla significativa conclusione impregnata dello spirito di gettare i ponti verso l'Occidente, uscendo dall'isolamento intellettuale tipico del periodo staliniano: «Con il libro Combat pour l'histoire così come con tutta la sua attività scientifica, Lucien Febvre crea una vasta piattaforma per un confronto reciproco delle idee. Egli suggerisce di gettare vicendevolmente les regards chez les voisins ou frères qui s'ignorent al fine di cercare insieme le vie di una comprensione e di una rappresentazione del passato dell'umanità le quali possano corrispondere allo stato attuale della scienza ed ai bisogni essenziali della vita della nostra epoca»15. Indipendentemente dagli accenti critici, del tutto ammissibili in ogni recensione scientifica, il tono delle enunciazioni di Serejski, se lo paragoniamo allo stile con cui nel periodo staliniano si erano valutati gli storici «borghesi», annunciava senza dubbio una nuova qualità nella visione della storiografia occidentale.

Le «necessità della vita» nonché il mutamento dell'atmosfera politica dopo il 1956, fecero sì che agli storici polacchi si aprissero le porte dell'Occidente. La direzione principale delle loro peregrinazioni scientifiche divenne Parigi e qui la VI Sezione dell'Ecole Pratique des Hautes Etudes, diretta, dopo la morte di Febvre, da Fernand Braudel. Trasformata in seguito in autonoma sede scientifica, l'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales venne a costituire una delle forme istituzionali del movimento delle «Annales», rendendo fra l'altro possibili reciproci viaggi e soggiorni scientifici. Va ricordato, però, che sebbene nel bilancio dei contatti bilaterali fosse predominante la direzione verso Parigi, purtuttavia questo movimento non di rado procedeva in senso inverso: anche gli storici francesi cominciarono a giungere in Polonia16.

Forse una parte dei vertici governativi in Polonia auspicava che le «Annales» divenissero un veicolo di trasmissione del marxismo in Occidente, mentre, a loro volta, i vertici governativi in Francia scorgevano nell'infrangimento della barriera dell'isolamento un'opportunità di far penetrare nell'est-europeo il pensiero occidentale. Tali interrogativi devono, almeno per ora, rimanere aperti. A prescindere, tuttavia, dalla risposta che le ricerche future daranno su questo tema, è ovvio che per gli storici di entrambe le parti i reciproci contatti assumevano innanzi tutto un carattere intellettuale e non politico. George Duby, nel rammemorare il suo soggiorno a Varsavia nel 1960, ricorda:

Quel che mi colpì subito fu la libertà. Scoprii, da parte dei professori universitari che mi accoglievano, una libertà di parola sorprendente. Sento ancora, in un grande ristorante di Varsavia, Szczaniecki, grande professore di storia del diritto, che aveva lavorato sulle istituzioni feudali in Francia, e del quale conoscevo e ammiravo i lavori, ingiuriare il regime a viso aperto [...] Ma lo shock, come ripeto, fu la libertà degli intellettuali di fronte al potere17.

È difficile negare che questa osservazione non sia pertinente; essa, tuttavia, richiede qualche parola di commento. La «sorprendente libertà di parola» che aveva colpito Duby, riguardava infatti più la parola detta che quella scritta ed era, piuttosto, un tratto psicologico di certi ambienti che una caratteristica istituzionale della realtà polacca di allora.

È ovvio che rispetto al periodo dello stalinismo molte barriere erano state infrante anche nel campo della parola scritta, ma la censura continuava ad esistere e la scienza doveva in notevole misura adattarsi agli schemi di pensiero del «partito» come ad esempio quello della «superiorità del socialismo sul capitalismo» oppure del «marxismo rispetto a tutte le teorie borghesi». Di conseguenza la via della scuola delle «Annales» verso la Polonia era aperta nella misura in cui le «Annales» si dimostravano aperte al marxismo o, almeno, per usare la fraseologia di allora, non antagoniste ad esso. Questo commento sembra indispensabile per capire il modo in cui nel 1960 Witold Kula cercò di avvicinare al lettore l'opera di Marc Bloch, il primo tra gli storici della cerchia delle «Annales» a veder tradotto in lingua polacca un suo libro e precisamente l'Apologie pour l'histoire18.

Nel presentare la figura e l'opera scientifica di Bloch, Kula dava non soltanto del suo protagonista, ma di tutta la cerchia delle «Annales» una valutazione particolarmente elevata. Constatando che la storiografia del periodo tra le due guerre era stata caratterizzata da una generale stagnazione e, nonostante l'incremento quantitativo delle opere scientifiche, si era mossa su piste tracciate in precedenza, lo storico polacco scriveva:

In queste condizioni le definizioni di «pionerismo» e di «anticipazione» appartengono a pochi altri che non siano quelli dell'ambiente raccolto intorno alle «Annales» francesi. Dalla lotta per una nuova problematica, attraverso la ricerca di nuovi tipi di fonte e l'elaborazione di nuovi metodi, fino alle ricerche di nuove forme dell'organizzazione del lavoro di indagine, il gruppo delle «Annales» e, soprattutto, i loro fondatori e direttori - Lucien Febvre e Marc Bloch - sono pionieri che non accettano passivamente alcunché di quello che hanno trovato19.

Pur nella realtà liberalizzata dell'inizio degli anni Sessanta una così alta valutazione dell'indirizzo scientifico formatosi in Occidente non poteva rimanere priva di una argomentazione più precisa basata su una serie di riferimenti al marxismo. Naturalmente tali riferimenti si imponevano in modo «naturale» ad uno storico marxista (se pur non appartenente al partito); d'altro canto, però, dimostrare l'affinità del «nostro» pensare la storia con le idee teorico-metodologiche di uno storico occidentale, il cui libro Kula voleva indirizzare ad un vasto mercato di lettori, poteva celare una notevole tatticità nei confronti della cerchia politica decisionale. Nel testo di Kula entrambi questi elementi sembrano intrecciarsi: l'atteggiamento del recensore autentico si coniuga con quello del recensore «tattico». Cerchiamo di motivarlo meglio.

Secondo lo storico polacco, ciò che avvicinava Bloch al marxismo era il profondo storicismo che del resto caratterizzava l'intera scuola delle «Annales», la coscienza del continuo mutare, e «dell'infinita varietà di società umane, di istituzioni sociali, degli uomini stessi, incontrati nell'ambito del tempo e dello spazio»20. Non si trattava, tuttavia, di una similitudine completa. Secondo Kula, ed egli lo ripeteva seguendo gli storici sovietici21, l'autore dell'Apologie pour l'histoire «spinge il suo storicismo a dimensioni pericolose» non comprendendo il rapporto tra il generale e lo specifico. Il sintomo esterno di questi difetti sarebbe stata la riluttanza di Bloch ad impiegare categorie concettuali più generali come la borghesia o il feudalesimo e la sua contemporanea tendenza ad usare categorie più concrete tese a definire le varie borghesie e i diversi feudalesimi. Kula non mancava, tuttavia, di aggiungere che quella preferenza per il «plurale» e l'avversione per il «singolare» assumevano in Bloch soltanto il carattere di dichiarazione programmatica. In pratica lo storico francese nella sua opera «capitale» parlava, infatti, di una sola società feudale, riferendola all'«intero periodo feudale nel senso marxista del termine»22.

Il secondo elemento della concezione blochiana nel quale Kula scorgeva un'analogia con il marxismo, era «la profonda comprensione del ruolo del fattore economico nella vita sociale e nello sviluppo delle forze produttive, nella determinazione dei rapporti sociali». Ciò che in questo campo differenziava però lo studioso francese era «la decisa opposizione ad una qualsiasi gerarchizzazione degli elementi della vita sociale», il trattarli sì nella loro reciproca connessione, ma «in un certo senso sullo stesso piano»23.

Il terzo elemento convergente sarebbe consistito nella «trattazione classista delle società analizzate». Indipendentemente da una discutibile e non troppo chiara intelligenza della classe sociale, Bloch percepiva «gli antagonismi sociali intersecanti le società studiate» e attribui-

va grande importanza alla loro comprensione. Su questo sfondo a Kula sembrava sorprendente «il debole ruolo che nelle sue sintesi svolge la lotta sociale»24.

Coerenti con questi tre elementi di base dovevano essere gli altri tratti caratteristici dell'opera di Bloch, inclusi l'avversione verso il nazionalismo, «il timore di cancellare la specificità della storia nazionale» nonché l'ostilità verso le ingenue e politicamente strumentali modernizzazioni nella ricerca scientifica.

Le convergenze, come si vede, superavano nettamente le differenze. Su un punto, tuttavia, Kula era decisamente discordante dalle idee di Bloch e cioè laddove questi rifiutava allo storico il diritto di giudicare (valutare) gli eventi descritti. Condividendo le intenzioni dello studioso francese nelle quali scorgeva «una nobile passione contro la prostituzione della storia ad uso di una qualsiasi tesi politica attuale», ciò nondimeno constatava che «non consideriamo né giusto né attuabile» la sospensione del giudizio e rimandava il lettore alle sue precedenti riflessioni su questo tema contenute nel libro Rozwa¶nia o historii(Riflessioni sulla storia)25. È significativo che anche in questo caso allorché il disaccordo fra l'atteggiamento dello storico marxista e le idee di Bloch sembrava così evidente, egli applicasse la particolare tattica di attenuare le contrapposizioni. Egli concludeva, infatti, il passo sopra descritto con le parole seguenti:

Rimane, tuttavia, il fatto che il problema dell'utilizzazione politica dei giudizi si manifesta, ovviamente nel modo più acuto nella storia politica di cui Bloch non si occupa affatto. Laddove, invece, nella sua opera viene coinvolta tutta la passione civile, come nel diario del 1940 (e ricordiamo che egli, giustamente, lo considerava lavoro di uno storico), qui emerge in primo piano una severa valutazione fondata sull'analisi globale. Essa concerne le classi sociali, le istituzioni, gli uomini26.

Anche in questo caso, quindi, esistevano differenze ed anche abbastanza essenziali, ma... a guardarle nel profondo, è come se venissero sfumate. Ne conseguiva che secondo il giudizio più generale dato da Kula all'autore dell'Apologie pour l'histoire «Bloch non è un marxista, ma venera Marx in quanto storico»27.

Non vi è dubbio che Kula con uguale, se non con maggiore facilità, poteva dimostrare tutta una serie di divergenze cardinali tra i marxisti e gli «annalisti». Poteva, ma non voleva, preferiva costruire ponti anziché distruggerli. Nei suoi Rozdzia}i(Capitoletti), scritti «per il cassetto» e pubblicati or non è molto, intrisi di profonda riflessione accompagnata da squisita ironia, ritroviamo un frammento datato 24 maggio 1962, il quale illustra perfettamente proprio questo tipo di atteggiamento:

Braudel è stato eletto membro straniero dell'Accademia Polacca delle Scienze (PAN). Mi sembra che la proposta sia stata avanzata da Manteuffel e Schaff (ben quattro "f" in questi due cognomi!). Schaff che certo non conosce nulla del lavoro scientifico di Braudel e Manteuffel che lo tiene profondamente e sinceramente in poco conto come storico. Il loro modo di fare è stato del resto simpatico [...]. Ma io, tuttavia, sono contento di non essere membro della PAN. Se lo fossi stato, sarei stato costretto a sostenere la proposta a favore di Braudel. E se lo avessi sostenuto, dicendo ciò che veramente apprezzo e amo in Fernand, avrei evidentemente bocciato la proposta28.

Se per Kula l'unica divergenza sostanziale tra il pensiero storico di Bloch e il marxismo era il problema del giudizio sulla storia, Jerzy Topolski assumeva al riguardo una posizione del tutto diversa. Nella sua recensione all'Apologia della storia, pubblicata sul «Kwartalnik Historyczny» egli riteneva che «innanzi tutto la questione dei giudizi, che deve costituire il punto di divergenza fondamentale rispetto alla concezione marxista, a nostro giudizio, non è in contrasto con essa»29. Nelle idee metodologiche di Bloch Topolski percepiva soltanto la volontà di sottolineare la differenza tra lo stabilire e lo spiegare i fatti e le valutazioni espresse dagli storici nonché l'avvertimento a che la concentrazione sui giudizi non porti a rinunciare alle spiegazioni. Secondo lo storico polacco, Bloch aveva la piena consapevolezza che sia semplicemente impossibile eliminare i giudizi valutativi dalle scienze umane. Se, quindi, anche su questo punto non erano constatabili divergenze, allora Bloch era semplicemente... marxista? Niente affatto. Anche per Topolski Bloch in ultima analisi divergeva in modo sostanziale dal materialismo storico. Le divergenze non consistevano però nel problema dell'atteggiamento verso i giudizi valutativi, ma in sfere completamente diverse delle opinioni teorico-metodologiche dell'autore dell'Apologia della storia e cioè laddove 1) egli affermava che l'oggetto della storia era in definitiva la coscienza umana; 2) trattava i fatti storici come quelli psicologici; 3) non attribuiva particolare peso al fattore economico, accettando il principio del pluralismo causale.

Gli assai frequenti riferimenti delle «Annales» al marxismo che incontriamo nelle pubblicazioni polacche di allora, scaturivano non soltanto da un autentico bisogno di conoscenza e da analogie e differenze autenticamente percepite. Come si è già detto, anche dopo l'Ottobre polacco del 1956 non era facile esaltare o semplicemente indicare le conquiste di un orientamento che pur sempre rappresentava la storiografia dell'Europa occidentale. Se nella Polonia di quegli anni si voleva divulgare il patrimonio delle «Annales» era chiaro che bisognava mettere quella scuola di fronte al marxismo e con ciò era «opportuno» che la qualità e quantità delle convergenze percepite superasse ciò che divideva i due indirizzi.

Si cercava, tra l'altro, di sottolineare l'affinità fra il marxismo e le «Annales» indicando che si trattava di una corrente la quale aveva cominciato col riformare la storia economica, cioè quel settore della ricerca storica al quale il marxismo attribuiva particolare importanza30. Da tale constatazione non bisogna, tuttavia, dedurre che gli storici polacchi tentassero in qualche modo di inglobare il movimento delle «Annales» nella corrente marxista oppure di renderlo una sua «scheggia». Sin dall'inizio l'indirizzo delle «Annales» venne posto fuori dal marxismo, indipendentemente dalle affinità e dalle convergenze dimostrate, fossero esse autentiche o soltanto «tattiche». Con il passare degli anni e con l'allentarsi del dogmatismo ufficiale, con l'approfondirsi della libertà della parola scritta (il che non avveniva del resto senza regressioni), andò diminuendo nettamente il bisogno di ricorrere a diversi tipi di sotterfugi per spianare alle «Annales» la via verso la Polonia.

Quando nel 1963 Witold Kula delineò lo sviluppo degli studi di storia economica nel XX secolo, ritenne che due correnti avessero espresso le concezioni riformatrici più significative al di fuori del marxismo: quella che traeva origine da Max Weber e quella rappresentata dagli «annalisti» che si ispiravano a Pirenne e, nel valutare la portata della loro influenza, ne attribuiva il primato alla seconda. Secondo lo storico polacco la forza vivificante delle «Annales» stava nell'aver incluso le conquiste della sociologia nell'ambito della storia economica. Meno importante risultava il fatto che nel caso specifico si trattasse soprattutto della sociologia durkheimiana; il punto di svolta era che si trattava pur sempre di sociologia. «Soltanto la sociologia - oserei dire: qualsiasi indirizzo sociologico, se coscientemente accettato - poteva fornire alla storia economica la traccia per organizzare il suo ricchissimo materiale, soltanto essa poteva volgere a pieno profitto gli assunti del causalismo, soltanto essa poteva rendere possibile una valida sintesi»31. Vale la pena di richiamare l'attenzione su queste parole, poiché la formula «una sociologia qualsiasi» sottintendeva che non si dovesse trattare della sociologia marxista. Qui c'era un chiaro abbandono del canone, vigente fino a poco tempo prima, il quale affidava al marxismo il monopolio della sintesi scientifica. Ma i fondatori delle «Annales», armati della sociologia, potevano davvero vantarsi di opere sintetiche? Nel rispondere a questa domanda Kula distingueva tra Febvre e Bloch. In realtà da questo punto di vista soltanto il secondo presentava risultati importanti lasciando in eredità opere dedicate alla storia agraria francese e alla società feudale. Secondo Kula questo bilancio non troppo positivo non aveva in definitiva grande importanza giacché: «In tutti questi lavori, in effetti, non tanto appaiono importanti i singoli temi trattati, e nemmeno le conclusioni cui essi pervengono, quanto il metodo»32.

Proprio il metodo degli «annalisti» era quello che suscitava nello storico polacco un apprezzamento particolare. Mentre Weber tentava di racchiudere tutto nel quadro assai rigido della tipologia, gli storici francesi negavano consapevolmente tali procedure. Propensi ad estrarre la diversità e nello stesso tempo l'interdipendenza dei fenomeni economico-sociali, essi applicavano la gamma più estesa dei metodi scientifici (statistica storica, geografia storica, metrologia storica, ricerche sulle calamità naturali, demografia storica, ecc.).

Il carattere sociale e, allo stesso tempo storico dei fenomeni, la loro mutabilità nel tempo e nello spazio furono gli argomenti preferiti. I contatti interculturali; il trasferimento di motivi da una cultura ad un'altra; l'interdipendenza dialettica di tutti i settori della vita sociale: questi, secondo gli «annalisti», sono i passi obbligati attraverso i quali si snoda la via per giungere alla sintesi storica, sintesi a cui, come si è detto, si può pervenire analizzando anche un modesto fatto sociale33.

Si ricordi che Kula riferiva questa analisi soprattutto alle «Annales» del periodo del ventennio tra le due guerre e, quindi, a tempi in cui la problematica economica costituiva la pista principale degli interessi degli storici francesi. Eppure proprio tale analisi approdava, nello stesso tempo, alla constatazione, che egli formulava quasi con una certa sorpresa, e cioè, che nel suo ulteriore sviluppo la scuola delle «Annales» aveva cominciato ad allontanarsi dalla storia economica, la quale si spostava su un piano sempre più remoto «fin quasi a scomparire». Sintomo chiaro di questa tendenza era per Kula l'omissione da parte di Febvre nei Combats pour l'histoire (1953) dei suoi precedenti lavori di storia economica.

Se all'inizio degli anni Sessanta la storia economica poteva sembrare scomparsa dall'orizzonte degli interessi scientifici delle «Annales»34, un aspetto abbastanza spettacolare aveva assunto l'intensificarsi delle ricerche sulla storia delle mentalità. Già nel 1962 lo aveva registrato Bronislaw Geremek, uno dei primi storici polacchi al quale, in «epoca braudeliana» venne dato di adire direttamente all'ambiente degli storici francesi35. In un ampio articolo, pubblicato sul «Przegld Historyczny» egli analizzava le ricerche più recenti relative alla psicologia storica, trattando da un lato i postulati programmatici avanzati all'inizio degli anni Sessanta da G. Duby e A. Dupront e dall'altro i risultati concreti e i tentativi di ricerca fatti poco prima da storici come J. Dhont, A. Sapori, R. Romano, J. Le Goff, R. Mandrou. Esponendo in particolare evidenza i lavori degli storici della cerchia delle «Annales», Geremek li analizzava dall'ottica della continuità dell'indirizzo tracciato da Febvre. Scriveva dunque:

Le indagini di Febvre non hanno perso la loro attualità e gli ultimi anni hanno visto alcuni tentativi di delineare il profilo delle ricerche sulla mentalità e la psicologia collettiva nonché di metterle in pratica. Tali tentativi partono innanzi tutto dall'ambiente della storiografia francese. È vero che anche nelle discipline umanistiche anglosassoni vivi sono gli interessi per la psicologia collettiva (ovvero sociale); è tuttavia significativo che in Francia tali tentativi partano dagli storici e non dai sociologi o dagli storiosofi. La storia postulata da Braudel e dalle «Annales», con i suoi tempi e ritmi vari, con la sua dialettica di tendenze brevi e lunghe, non resta indifferente alla problematica della mentalità, nella quale il tempo storico si stratifica e le varie epoche vengono quasi a coesistere36.

Geremek apriva il dibattito con gli studiosi francesi su molte questioni particolari che non è possibile qui registrare. È importante, tuttavia, poter ridurre per sommi capi le perplessità dello storico polacco ad un postulato generale rivolto agli studiosi di storia della mentalità collettiva, e cioè quello di una più chiara definizione dei rapporti tra l'appartenenza alla classe e la mentalità dei gruppi sociali esaminati. Concludendo egli scriveva:

Occorre ancora una volta sottolineare l'importanza della definizione della classe, dell'appartenenza alla classe per la psiche collettiva, e più precisamente, per alcuni strati della mentalità.

Quest'ultima, infatti, doveva secondo lui essere definita sia dai «diversi generi di tempo» che dai «vari generi di raggruppamenti umani: gruppi, classi, società, civilizzazioni»37. In questo caso l'ottica dello storico marxista era abbastanza ovvia e apertamente dichiarata; l'importante era, tuttavia, che essa imprimeva all'insieme del testo il carattere di un discorso scientifico privo dei tratti della «lotta ideologica». Anzi, lo storico polacco non nascondeva di essere affascinato dalle ricerche sulla storia delle mentalità che si stavano sviluppando sul terreno nutritivo delle «Annales» e annunciava che esse dovevano entrare «nell'ambito degli interessi degli storici». Eppure, come affermò anni dopo:

Questa storia delle mentalità rappresentava, in rapporto alla maniera marxista di accostarsi alla storia, una vera e propria eresia. Era così diversa da ciò che la corretta dottrina insegnava, e così appassionante nello stesso tempo! Perché vi si trovava un vero e proprio armamentario che permetteva di giustapporre il sociale, l'economico e lo spirituale. Dunque questa storia delle mentalità rappresentava una grande scoperta, che cambiava problematiche e approcci storici38.

Nella storiografia polacca del dopoguerra l'articolo di Geremek del 1962 costituiva in un certo senso un passo in avanti che per quanto riguarda le «Annales» veniva definito dalle fasi di: 1) confronto, 2) discussione, e 3) una più o meno creativa imitazione e collaborazione. La successione di tali fasi era, ovviamente, relativa, significando ogni volta soltanto l'introduzione di nuove qualità nella riflessione sulle «Annales» e non un totale annullamento della fase precedente. Se partendo dalla prospettiva del mezzo secolo decorso si può, in realtà, parlare infatti della graduale scomparsa della riflessione ispirata dal confronto ideologico, ancora oggi rimangono naturalmente valide le linee del dibattito e dell'imitazione (nel senso della riproduzione del modello), costituendo il tratto immanente della vita scientifica.

Dalla «svolta metodologica» della fine degli anni Quaranta e inizio anni Cinquanta agli anni Ottanta la scuola storica «ufficiale» polacca39 si dichiarò scienza marxista. È ovvio che nel corso di questi decenni si verificassero significativi spostamenti; dal dogmatico modello stalinista, accettato o, piuttosto, imposto dai condizionamenti totalitari dello stalinismo fino a modelli più elastici che, sui fondamenti del marxismo, cercavano soluzioni erosive degli antichi schemi primitivi. È significativo che questi spostamenti si producessero sempre all'interno del marxismo «approfondito», «correttamente compreso» oppure «sempre vivo e in continuo sviluppo»40. C'è da aggiungere, però, che elasticizzando il modello stalinista per in realtà abbandonarlo, gli storici polacchi (il Centro di J. Topolski a Poznan) si ponevano alla testa degli storici degli «Stati fratelli»; il che, sia in Unione Sovietica che negli altri paesi socialisti, veniva frequentemente denunciato come peccato di «revisionismo». E siccome il «revisionismo» si stava aprendo sempre più alle correnti e alle ispirazioni provenienti dall'Occidente, il campo della riflessione sulle «Annales» diventava sempre più libero. I riferimenti al marxismo perdevano notevolmente il loro carattere tattico, divenendo un'esigenza più intellettuale che politica. Andava semplicemente scomparendo l'obbligo ideologico di applicare l'imperante metro di misura marxista. Questo tipo di riferimenti, e per di più usati nell'accezione di un'«ispirazione positiva», non erano del resto assenti dalle dichiarazioni dei principali «annalisti» di allora41.

È difficile evitare a questo punto l'assai banale constatazione che con il trascorrere degli anni si era prodotta una netta intensificazione dell'interesse per la scuola delle «Annales», mentre al lettore polacco arrivavano l'una dopo l'altra le traduzioni dei lavori di molti dei più importanti rappresentanti di questa scuola; traduzioni spesso accompagnate da analitiche introduzioni e postfazioni. Tra di loro opere di M. Bloch42, F. Braudel43, F. Furet44, R. Mandrou45, G. Duby46, J. Le Goff47, nonché traduzioni di testi minori di «annalisti» di primo piano. Queste pubblicazioni offrivano (almeno ai loro curatori e recensori) lo spunto per una riflessione più generale sulla scuola delle «Annales» pur, ovviamente, insistendo sui risultati individuali dei suoi rappresentanti.

Via via che si approfondivano i reciproci contatti diventò d'obbligo, nei resoconti dei soggiorni di studio in Francia, la domanda: «Che cosa c'è di nuovo da Braudel?» Gli storici polacchi attendevano con ansia le «novità» di vario genere provenienti dalla cerchia delle «Annales»48, recensivano i lavori degli storici francesi, seguivano i loro interventi sulla scena internazionale con il risultato di suscitare riflessioni più ampie e generalizzanti sul tema della «Nouvelle Histoire»49.

Con il passare del tempo l'indirizzo delle «Annales» rientrò nell'ambito degli interessi degli storici della scienza. Un posto particolare spetta nelle loro file ad Andrzej Feliks Grabski, il quale, grazie alla benevolenza di F. Braudel, ha potuto utilizzare tra le altre le carte di Marc Bloch50.

Dalla penna di Grabski è uscito un intero ciclo di intelligenti studi dedicati sia alle genesi della scuola delle «Annales» come ai suoi più illustri rappresentanti51. Basati su una perfetta conoscenza dell'opera degli «annalisti» e pervasi da profonde analisi teorico-metodologiche, tali studi i quali utilizzavano la sempre più vasta letteratura mondiale sull'argomento, hanno introdotto una nuova qualità nella riflessione polacca sulle «Annales».

Epressione dell'interesse degli storici della scienza polacchi per il fenomeno delle «Annales», sono in questi ultimi anni le opere di Wojciech Wrzosek52, le quali qualche mese fa hanno prodotto una specifica dissertazione. Un originale tentativo questo di descrizione e di valutazione del fenomeno annalista, tentativo il quale si richiama alla concezione delle trasformazioni che si producono nella sfera delle «metafore storiografiche»53. Sembra questa, e non soltanto su scala generale polacca, una delle più interessanti recenti proposte in quest'ambito.

3. I paradigmi percepiti

3.1. Le «Annales». Come definirle?

«Scuola», «indirizzo», «movimento», «ambiente», «corrente», «cerchia», «formazione intellettuale», «paradigma» o forse, come ha detto di recente B. Geremek «la famiglia di pensiero che si chiama scuola delle "Annales"»54? Domande rimaste fino ad oggi senza una risposta univoca poiché nella tradizione storiografica polacca le differenze concettuali sono al riguardo abbastanza sfumate e non svolgono forse un ruolo così essenziale come quello attribuito loro dagli stessi rappresentanti delle «Annales» i quali non ritenevano adeguata soprattutto la denominazione di «scuola» (tra gli altri M. Bloch, L. Febvre, F. Braudel, J. Le Goff). Eppure in alcune enunciazioni degli storici polacchi (e non soltanto polacchi) si percepisce un certo disagio scaturente da molteplici dubbi sulla scelta della parola chiamata a definire quel «qualcosa» di grande significato cui si dà il nome di «Annales».

Sulla rivista metodologica «Historyka» si sono da noi svolte tra l'altro discussioni sulla questione se le «Annales» siano una «scuola scientifica», ma, nonostante ci si richiamasse anche all'aiuto degli storici francesi, esse non hanno fruttato una conclusione concorde55. Anzi, proprio il caso delle «Annales» è stato richiamato come tipico esempio di quanto poco chiaro, se non addirittura amorfo, sia il concetto di scuola storica56. In effetti nel pensiero storico polacco regna al riguardo un grande arbitrio e ciò si verifica spesso all'interno della terminologia usata dallo stesso ricercatore. A.F. Grabski più coerentemente evita, a quanto sembra, il termine «scuola»; per lui, in questo caso, la definizione «indirizzo» possiede la connotazione più adeguata.

È ovvio, infatti, - egli scrive - che sia stata soprattutto la storiografia dei più giovani rappresentanti contemporanei dell'ambiente delle "Annales" ad allontanarsi da quel paradigma di storia per il quale hanno lottato L. Febvre e M. Bloch, ma anche a divergere notevolmente dalle concezioni sviluppate da F. Braudel57.

Malgrado l'assenza di ragioni convincenti che consentano di mettere in dubbio tale opinione, tra gli storici polacchi predomina tuttavia un gruppo di «indecisi» oppure di coloro che in ognuna delle varianti terminologiche percepiscono, oltre alle insufficienze, valori positivi diversi. Anche chi scrive appartiene a questo gruppo. Pur giustificando l'alternante uso di tutte le definizioni sopra indicate, egli desidera sottolineare che preferisce il termine «la grande famiglia di pensiero»; il lettore, quindi, voglia tener presente proprio questa formulazione ogniqualvolta un'altra gli sembri inadeguata.  

Altro è il come descrivere quel «qualcosa» che certamente non era e non è soltanto una rivista di storia. Tanto più che essa era programmaticamente non programmatica, teoricamente non teorica (nel senso di una macroteoria determinante l'oggetto e le procedure di ricerca) e, in più, ospitalmente aperta e assimilante tutto ciò che poteva servire ad una nuova storia e più generalmente alle nuove scienze umane. Inoltre, quel «qualcosa» durava, mutava e continua fino ad oggi a cambiare volto. Come descriverlo, quindi? A questo punto sembra giungere in soccorso l'approccio dato al problema nel presente saggio, il cui oggetto di analisi non è tanto la reale 'scuola' delle «Annales» quanto le «Annales» viste con gli occhi degli storici polacchi. Si tratterebbe, quindi, di un paradigma specifico o piuttosto di paradigmi «attribuiti» o percepiti.

Sul piano della teoria si può, forse, parlare di due tipi di tali paradigmi: il genetico e il sostanziale. Il primo addotta l'approccio cronologico; il secondo pone l'accento sulla descrizione dell'essenza, della «struttura» e del significato dell'indirizzo delle «Annales». Tali impostazioni, però, nella pratica si compenetrano reciprocamente. Nella successiva analisi, quindi, il volto polacco delle «Annales» sarà trattato proprio in tal senso, combinando entrambi i punti di vista, quello genetico e quello sostanziale.

3.2. Le «Annales» e il positivismo

Cominciando dai primi testi polacchi dedicati a Febvre e a Bloch, da noi si adottò l'opinione abbastanza concorde che il fenomeno delle «Annales» fosse originato dall'opposizione all'estremismo di due attitudini tipiche della formazione positivistica: la massimalistico-nomologica (la ricerca di leggi valide universalmente nella storia) e la minimalistico-idiografica, definita «storia degli eventi») (histoire événementielle).

Si cercò, quindi, di guardare alle «Annales» dal punto di vista del ruolo che questo indirizzo ha avuto nella «svolta antipositivistica» della storiografia. Secondo J. Topolski tale svolta sarebbe consistita nel: 1) rendere la storiografia più teorica; 2) introdurre, accanto alla già esistente ottica genetica, impostazioni strutturalistico-funzionalistiche; 3) «prendere in considerazione le peculiarità della ricerca umanistica, rifiutando, quindi, il naturalismo estremo»58. Nel processo di modernizzazione della storia, così inteso, l'indirizzo delle «Annales» , secondo lo storico polacco, trovava posto accanto ad altre correnti: 1) la New Economic History; 2) la psicostoria; 3) la «costruzione di teorie di medio raggio»; e 4) il marxismo.

Nel trattare i riferimenti della scuola delle «Annales» al positivismo, va sottolineato a questo punto che gli storici polacchi erano a conoscenza delle interessanti proposte di Ch.O. Carbonell il quale, riguardo alla tradizione lessicografica francese ha introdotto una netta delimitazione tra la storia positivistica e la storia «positiva»59. La prima - la massimalistico-nomologica - era rappresentata in realtà soltanto da «teorici» (tra gli altri, A. Comte, il «primo», filosofeggiante, H. Taine, L. Bourdeau); la seconda - la fattografica, l'«evenemenziale», la «storicizzante» - godeva sì di un folto gruppo di seguaci ma nello stesso tempo aveva poco in comune con il positivismo vero e proprio. Secondo Carbonell, la scuola delle «Annales», nel suo attacco alla storiografia fino ad allora esistente, aveva cancellato questa differenza e combinato con «altezzosa compassione» in un amalgama comune gli uni e gli altri, abbracciando tutti sotto il nome di positivisti. Per quanto gli storici polacchi siano lontani dal cancellare le differenze messe in luce da Carbonell, essi nondimeno trattano, per quanto riguarda i compiti posti alla scienza, la storia «positiva» come una variante minimalistica del positivismo e non come qualcosa del tutto diversa. Anzi, alcuni, come J. Topolski, proprio in essa ravvisano la sua forma più rappresentativa o «più forte».

Anche A.F. Grabski ha messo inizialmente in rilievo il carattere «antipositivistico» della nascita delle «Annales». Secondo lui, Febvre e Bloch erano uniti da un comune atteggiamento negativo sia verso il modello nomologico della scienza storica, basato sui principi del determinismo categorico, sia verso l'atteggiamento dei «positivisti delusi», i quali, avendo rinunciato alla ricerca delle leggi storiche, erano caduti nell'eccesso della storia degli eventi. Analizzando il contenuto e l'indirizzo del pensiero critico di Bloch, Grabski avanzava però una tesi che in qualche modo suonava in contraddizione con l'integralità del contesto, e cioè che la riflessione metodologica dello storico francese, «a prescindere da quanto fosse critica nei confronti della tradizione positivistica, si era sviluppata pur sempre nella sua orbita»60. Egli approfondì e generalizzò questo pensiero un po' più tardi nelle sue successive considerazioni che colpivano ormai nettamente le opinioni stereotipate sul carattere antipositivistico della corrente delle «Annales».

E qui arriviamo - scriveva egli nel 1986 - alla questione essenziale: e cioè che la genealogia intellettuale delle "Annales", e quindi anche quella della storiografia di F. Braudel non è, come spesso viene considerata e come sogliono dire i rappresentanti contemporanei di questo influente indirizzo, antipositivistica, ma, al contrario, prende origine e si riallaccia alla tradizione positivistica del pensiero storico, e cioè alla comprensione strutturale della realtà in esso presente in nuce61.

L'antipositivismo delle «Annales» era, quindi, in notevole misura antipositivismo «intenzionale» scaturente da un'erronea identificazione di «tutto» il positivismo con la storia degli eventi. Vi erano, tuttavia, sfere in cui esso si manifestava in modo reale (per esempio la lotta contro il linearismo positivistico inglobante il processo storico in uno schema di sviluppo o progresso inevitabili), ma accanto ad esse esisteva un vasto terreno di continuità, e cioè la comprensione strutturalistica della realtà.

Nell'impostazione «non standardizzata» del rapporto «Annales»-positivismo W. Wrzosek andò ancora oltre. Per lui, infatti, la storia della storiografia si divide in un'epoca che arriva fino alle «Annales» (la storiografia classica) e un'altra che parte dalle «Annales» (la storiografia non classica). Secondo questo studioso, la seconda ha portato con sé la corrente modernista in forma moderata (Braudel) e in forma estrema (i quantitativisti e la storia seriale; tra gli altri, P. Chaunu, il «primo» E. Le Roy Ladurie, F. Furet) nonché la corrente dell'antropologia storica (compresa la storia della mentalità, la psicostoria). Sebbene entrambe scaturiscano dall'ispirazione di Bloch e Febvre e siano attribuibili all'indirizzo delle «Annales», il quale attinge la sua vitalità dalla critica al positivismo, il loro rapporto con quest'ultimo è diverso.

Il modernismo - dice Wrzosek - è un positivismo moderno, ispirato dallo strutturalismo, dal funzionalismo, dal marxismo, dal positivismo delle scienze umane orientate in senso scientista, mentre invece l'antropologia storica rompe con il positivismo ritornando a precedenti motivi non positivistici62.

Ciò significherebbe, quindi, che la corrente modernista delle «Annales» non ha compiuto alcuna «svolta antipositivistica», ma, anzi, modernizzando la forma tradizionale del positivismo, ne prolungò in effetti la vita. Alla metà degli anni Ottanta la prospettiva dell'ottica sulla storia delle «Annales» era già tanto ampia da poter parlare di tre generazioni di storici legati a questo indirizzo. Così ha fatto A. Grabski, il quale seguendo le orme dello storico sovietico J. N. Afanas'ev, ha distinto: 1) il periodo legato ai nomi dei fondatori dell'indirizzo, L. Febvre e M. Bloch; 2) il periodo «braudeliano»; 3) il periodo che parte dalla fine degli anni Sessanta «quando cominciò ad emergere sempre più chiaramente in primo piano la generazione più giovane degli storici»63. Anche W. Wrzosek ha adottato una periodizzazione tricotomica «generazionale», sebbene nella sua impostazione questa assuma un carattere complementare, comparendo in un certo senso in secondo piano nella menzionata monografia. In tutti questi casi le «tre generazioni di annalisti» significano, ovviamente, non tanto il «cambio di guardia» biologico, quanto una essenziale trasformazione qualitativa comprendente la sfera della teoria e della prassi storiografiche. Sembra, quindi, giustificato riferire l'immagine polacca delle «Annales» proprio a questa classificazione.

3.3. Le «Annales»: la prima generazione, i due indirizzi ispiratori

Risalendo alle origini del movimento delle «Annales», gli storici polacchi non erano e probabilmente non sono originali allorché indicavano ed indicano i fermenti della fine del XIX secolo, il programma di sintesi storica di Henri Berr, la sociologia di Durkheim, l'ispirazione di Pirenne ed ancora la géographie humaine francese, soprattutto quella di Paul Vidal de la Blache. Prescindendo, tuttavia, dal fatto di quanto lontane nel tempo e nello spazio intellettuale si facessero risalire le parentele, nessuno ha mai messo in dubbio che i padri di questo indirizzo fossero L. Febvre e M. Bloch. Loro veniva attribuita la creazione del programma e i fondamenti del movimento, che postulava il trasferimento sul terreno della storia dei metodi della sociologia, dell'economia, della geografia, dell'etnologia, della demografia, della psicologia64; a loro si ricollegava anche l'impostazione antindividualistica dei fenomeni sociali come pure l'allargamento del campo di ricerca della scienza storica ad aree apparentemente così lontane come «da un lato la storia dei prezzi, dall'altro la storia dei miti»65. Un forte accento veniva anche posto sull'atteggiamento negativo di entrambi gli storici nei confronti della gerarchizzazione delle sfere della realtà sociale e dell'attribuzione di priorità ad un qualsiasi «fattore interpretativo», in particolar modo a quello economico. «Oggi questa affermazione sembra banale - scriveva nel 1986 Jacek Kochanowicz - ma lo è proprio grazie ai fondatori delle "Annales"»66.

È pur significativo che fino alla metà degli anni Ottanta sia mancata da noi un'approfondita analisi comparativa delle idee teoriche dei fondatori delle «Annales». Tale lacuna è stata colmata soltanto dal confronto avviato nel 1985 da A.F. Grabski in un suo saggio intitolato Koncepcja historii integralnej (La concezione della storia integrale).

Intraprendendo il tentativo di ricostruire le idee metodologiche e teoriche (ontologia, epistemologia) di Febvre e Bloch, lo storico polacco aveva coscienza di intaccare in questo modo un canone adottato dagli stessi padri fondatori, e cioè una programmatica fuga dal «filosofare nella storia». Questo intendimento non significava, tuttavia, secondo lui, una totale assenza di teoria nelle loro idee e tanto meno esentava lo storico della storiografia dal tentativo di una loro ricostruzione.

Nel cercare un denominatore comune al quale poter ricondurre le idee di Febvre e di Bloch, Grabski lo scoprì, tra l'altro, nel probabilismo (possibilismo), il quale esclude ogni determinismo positivistico e la fede nella possibilità di spiegare la realtà storica con univoche categorie causali, presumenti una costante successione di fenomeni. Sia Febvre che Bloch avevano evitato, secondo lui, una gerarchizzazione più netta delle singole sfere della vita sociale; se lo avevano talvolta fatto, ciò si era verificato soltanto in riferimento ad un ben definito frammento della realtà analizzata e non alla realtà storica in generale. A quest'ultima essi avevano teso ad imprimere un approccio strutturale (più Febvre che Bloch il quale collocava la diacronia in primo piano) e spiegarla funzionalmente. Entrambi erano contrari ai giudizi di valore enunciati dallo storico67. Sia questi che gli altri presupposti del pensiero teorico di Febvre e Bloch enucleati da Grabski implicavano la concezione della storia integrale comprendente la realtà studiata «nella totalità delle sue sfere e delle sue aree, in tutta la sua variegata dinamica». Storia integrale anche perché distruggeva le barriere che la separavano dagli altri campi delle scienze umanistiche e perchè «occupa il posto centrale fra tutte le scienze dell'uomo concordemente cooperanti tra loro»68.

La convinzione dell'enorme ruolo svolto dai fondatori delle «Annales» nell'ispirare lo sviluppo della storiografia moderna è stato più volte espressa in Polonia. Secondo W. Wrzosek, sotto gli auspici di Febvre e di Bloch, si è verificato il processo di «economizzazione della storia», particolarmente evidente nelle ricerche e nelle discussioni sulla storia dei prezzi. Furono questi anni di prosperità per la storia economico-sociale, la cui bandiera divenne però soltanto Il Mediterraneo di Braudel, e per di più nella versione della sua seconda edizione (1966). D'altro lato, gli storici polacchi hanno percepito e percepiscono che Febvre e Bloch hanno dato impulso anche allo sviluppo della corrente dell'antropologia storica con la storia delle mentalità al primo posto. Va ricordato almeno che già all'inizio degli anni Sessanta Kula constatava che il «tardo» Febvre si era completamente allontanato dalla storia economica. Jerzy Topolski è giunto addirittura ad attribuire all'opera di Febvre e di Bloch maggiore importanza per l'ispirazione data alla corrente della psicologia storica e della storia delle mentalità che non allo sviluppo della moderna storia economica quantitativa, la cui origine viene da lui collegata principalmente alle ispirazioni e agli studi di Simiand e di Labrousse69. A prescindere dalla differenza negli accenti, tuttavia, generalmente si concorda sul fatto che già sotto la prima generazione delle «Annales», la via in qualche modo si biforcava in successione portando, per citare la terminologia di W. Wrzosek, dapprima verso la storiografia modernistica e, poi, verso l'antropologia storica.

3.4. Le «Annales». La seconda generazione. La concezione della storia globale

Nel 1976 Mieczys}aw Por¥bski scriveva: «Secondo le idee della cerchia delle "Annales" la "nuova storia" è:

1) storia sistematizzante che non s'interessa a fatti singoli nuovi, ma a sistemi di fatti per essa nuovi;

2) storia seriale, interessata alla ripetibilità, alla serialità e non all'irripetibilità, all'eccezionalità dei fatti indagati;

3) storia quantificante che trae conclusioni dalla quantità dei fatti analizzati, senza limitarsi alla loro descrizione qualitativa;

4) storia integrante campi di ricerca diversi e finora separati;

5) storia sincronizzante fatti e sistemi, processi e sovrasistemi analizzati dal punto di vista e nell'ambito della contemporaneità intesa in più modi70».

Non è difficile notare che il paradigma così delineato si riferiva principalmente alla visione braudeliana della storia e, quindi, a quella storia divenuta il biglietto da visita della seconda generazione degli «annalisti». Ad esso possono, ovviamente, rimproverarsi difetti di vario genere, come la mancanza di un chiaro riferimento alla concezione poliritmica dei tempi storici, ma l'incompletezza e l'inadeguatezza è, a quanto sembra, un tratto «aprioristico» di tutti i paradigmi storiografici e, in particolare, di quelli attribuiti alle «Annales».

È fuor di dubbio che nella riflessione sulle «Annales» l'opera di Braudel veniva considerata la più rappresentativa per il periodo successivo alla guerra. Pertanto tra le molteplici correnti comparse nelle riflessioni degli storici polacchi sull'intero indirizzo andranno scelti a questo punto proprio i motivi «braudeliani» e, tra loro, quelli mancanti o non espressi in «modo esauriente» nel paradigma sopraindicato.

Già verso la fine degli anni Cinquanta e l'inizio degli anni Sessanta, B. Geremek parlava della storia scandita in «vari ritmi» postulata da Braudel e dalle «Annales»71. Ma una più ampia esplicitazione della concezione poliritmica dei tempi storici venne da lui data soltanto nella prefazione scritta con W. Kula all'edizione polacca di una raccolta di testi di Braudel Historia i trwanie (Histoire et durée) del 1970. La divisione in: 1) lunga durata (longue durée), 2) congiuntura e 3) eventi e sfere loro corrispondenti della realtà storica, divenne, da allora in poi, in Polonia quasi un'idea 'standard' della concezione dell'autore del Mediterraneo. Similmente avveniva per la «globalità» della sua impostazione della quale gli storici polacchi scrivevano:

Analizzando il suo oggetto secondo varie dimensioni temporali, secondo ritmi diversi del divenire, Braudel intende la storia del mondo mediterraneo in modo globale. Non scinde la storia economica dalla storia sociale e politica, non esalta una a spese dell'altra, ma pondera i fenomeni e i processi storici72.

È indicativo che in molte riflessioni polacche sul tema della diversificazione braudeliana del ritmo dei tempi storici all'interno dei diversi piani della realtà storica, alla triade: lunga durata (struttura)-congiuntura-eventi, venga attribuito il carattere di una teoria completa indicante l'ambito della storia globale. Su questo sfondo sembra particolarmente interessante l'interpretazione di A.F. Grabski il quale, nell'analizzare sia le enunciazioni teoriche di Braudel che la sua prassi storiografica, ha formulato una tesi che supera questo stereotipo. Citando le parole di Braudel sulla storia che si svolge su «dieci o cento piani» e in «dieci o cento dimensioni temporali», Grabski sottolinea che la triade adottata dallo studioso francese nel Mediterraneo

altro non è che il modello semplificato di una realtà assai più diversificata considerato dal ricercatore adeguato alla realtà da lui allora studiata. Il che non esclude che si debba adottare un modello diverso, non necessariamente tripartito, nei confronti di un'altra realtà. La concezione di Braudel diventa, quindi, non una teoria dei tre piani della realtà storica e dei tre ritmi della sua dinamica, ma una direttiva metodologica di una ricerca a più livelli di tale realtà e della diversificazione dei ritmi della sua dinamica. La storia strutturale - della lunga durata - da un lato, e dall'altro quella evenemenziale - del ritmo corto di variabilità - indicano l'ambito entro il quale trovano spazio molti 'piani' della storia globale73.

È pur vero che la triade compare nelle due opere maggiori dello storico francese: il Mediterraneo e la Civiltà materiale. Essa, però, nei due casi non è identica. È coincidente nei due primi piani (lunga durata e congiuntura), mentre nel terzo presenta una differenza sostanziale: lo strato evenemenziale del Mediterraneo è nella Civiltà materiale sostituito dal capitalismo inteso in senso braudeliano. La tripartizione può essere, quindi, considerata il modello di ricerca preferito da Braudel74, ma nello strato teorico delle sue idee non vengono posti limiti al numero dei «piani» e dei ritmi della storia.

Nell'impostazione grabskiana la concezione dei ritmi e dei «piani» diversificati non appare affatto un «deus ex machina» nel momento in cui esce il Mediterraneo. Il merito di Braudel sta, ovviamente, nell'averle dato una forma matura e averla realizzata nella prassi storiografica, ma l'itinerario intellettuale che ad essa portava era passato attraverso l'idea dei «tre ordini della realtà storica» di Henri Berr e la riflessione di Bloch sulla diversificazione della dinamica dei singoli campi della vita75.

Sulla triade metodologica braudeliana ha rivolto l'attenzione anche J. Topolski. Si tratta, tuttavia, secondo questo studioso, di una triade molto più ampia, compatibile soltanto in parte con la concezione della molteplicità dei tempi storici in quanto essa viene demarcata da: 1) la «struttura» intesa come frammento della realtà «visto in modo 'puro' con l'eliminazione del tempo breve»; 2) il «modello», cioè il costrutto metodologico costituente l'insieme di affermazioni sulla struttura o sulle strutture; 3) la "lunga durata" cioè il parametro temporale di base della struttura76.    

I principi di analisi del modello adottati da Braudel - come ha sottolineato Topolski - erano in sostanza compatibili con l'impostazione marxista. I modelli, intesi realisticamente dallo storico francese non avevano nulla in comune con quelli weberiani, in quanto partivano dalla realtà e, concretizzandosi, ritornavano ad essa. Affine al marxismo era anche lo strutturalismo di Braudel che, però, nello stesso tempo si diversificava da quello di Levi-Strauss. «La somiglianza tra le due concezioni si limita al comune interesse per la lunga durata, ma mentre in Braudel questa è una dimensione supplementare di indagine, che non elimina i tempi più brevi, nell'autore di Tristi tropici è una dimensione unica»77 Mentre, da un lato, la concezione della storia globale suscitava l'apprezzamento degli storici polacchi, dall'altro destava notevoli perplessità. Jacek Kochanovicz rilevava, tra l'altro, che coll'imporre di trattare l'oggetto della ricerca in «tutti gli aspetti possibili», essa entra in contraddizione con l'altra richiesta programmatica delle «Annales» e, precisamente con la storia «dei problemi» che ex definitione si concentra soltanto su aspetti selezionati. Secondo l'opinione dello storico polacco, ciò rappresenta una delle «antinomie» programmatiche delle «Annales»78. Questo non significa che qualche anno più tardi egli, in quanto autore della prefazione all'edizione polacca di Civiltà materiale, attenuasse nettamente tale valutazione scrivendo che la storia globale e la storia per problemi costituiscono due «vie fino ad un certo punto contrapposte».

Kochanovicz non attenuò, però, tutta una serie di ulteriori riserve suscitate in lui dalla storia globale. «Sorge innanzi tutto la domanda - egli scriveva - di quale dovrà essere l'oggetto di una storia così intesa e di come delimitarlo dal punto di vista tempo-spazio. Gli 'annalisti' rispondono che tale oggetto dovrebbero essere le strutture... Non ne forniscono, però, le definizioni e, inoltre, nella sostanza sono programmaticamente contrari alle definizioni, forse non a torto. In pratica, se si analizzano da vicino i singoli lavori - a cominciare dall'ineguagliabile Mediterraneo - si tratta di solito di territori ben deliminati geograficamente e con forti legami economici e culturali interni. La loro delimitazione nel tempo e nello spazio dal mondo circostante rappresenterà sempre un intervento in qualche misura arbitrario, come del resto analogamente la demarcazione delle unità di ricerca diversamente intese quali le nazioni, le formazioni, i regimi o gli Stati. A questo va aggiunto che gli 'annalisti' si occupano principalmente dell'epoca preindustriale alla quale la concezione dell'"histoire immobile" si applica meglio che non ai tempi posteriori»79. Kochanowicz era anche preoccupato della difficoltà di raggiungere quella polivalenza interdisciplinare («è impossibile intendersi di tutto, e di archivi e di economia e di psicologia e così via») che la storia globale richiede allo studioso; e tanto più se ne preoccupava in quanto «il problema della coesione teorica dell'approccio contemporaneo proprio delle varie discipline è lungi dall'essere risolto»80.

W. Wrzosek ha abbracciato la visione braudeliana della storia globale con un'ottica complessiva e nello stesso tempo altamente concettualizzata. Nel sottolineare che l'autore del Mediterraneo concepisce la realtà storica sotto forma di sistema sociale gobale, egli nel suo ambito differenziava due tipi di componenti: il primo comprende i sottosistemi come le «regioni del mondo», le «comunità culturali», i «tipi di attività economica», i «gruppi sociali», gli «Stati», le «città», le «guerre»; il secondo ingloba i sottosistemi-processi, soprattutto i processi di media e lunga durata. Sono questi ultimi a determinare l'identità del sistema, la sua durata, la sua evoluzione in quanto totalità. Una categoria braudeliana essenziale, la quale definisce l'identità del sistema globale, è, secondo Wrzosek, il rapporto possible-impossible. Esso si rivela nel fatto che la società di un sistema globale trova oppure «eredita» un certo livello di sviluppo storico e questo, a sua volta, definisce il quadro delle forme possibili di esistenza, in particolare il livello del «dialogo» dell'uomo con la natura. Un'altra caratteristica del sistema globale così inteso è, se non si tratta del sistema mondiale, l'«apertura» che si manifesta sotto forma di collegamenti con gli altri sistemi, collegamenti che si verificano sia a livello dei sottosistemi sia a livello delle totalità. «In effetti - conclude Wrzosek - del sistema globale braudeliano osserviamo le seguenti caratteristiche: esso è autodinamico, gerarchizzato, funzionalmente organizzato, aperto, non teleologico»81.

Nell'impostazione di Wrzosek l'«epoca di Braudel» rappresenta il periodo dei maggiori trionfi del modernismo nella storiografia. È vero che questa corrente ha iniziato la sua marcia già nel periodo tra le due guerre, ai tempi dell'«economizzazione della storia» e della «storicizzazione dell'economia» (François Simiand e, in particolare, Ernest Labrousse), ma il suo apogeo si situa ai tempi di quel «successo mondiale della scuola delle "Annales"», rappresentato dal Mediterraneo. Accanto a Braudel della corrente modernista fanno parte, tra gli altri, Pierre Vilar, Pierre Goubert ed anche, affascinati dalla storia quantitativa, Pierre Chaunu, François Furet e - nel primo periodo della sua opera - Emmanuel Le Roy Ladurie.

Wojciech Wrzosek che, nel suo libro di recente pubblicazione tenta di trasferire sul terreno della storia della storiografia le concezioni sviluppate nell'ambito della linguistica cognitiva e di altre discipline della scienza contemporanea, scorge nel modernismo addirittura una svolta nelle «metafore storiografiche» attraverso il cui prisma gli storici guardano la storia attribuendole, per lo più inconsciamente, caratteristiche e proprietà specifiche. Le classiche metafore della genesi e dello sviluppo vengono sostituite da nuove. Diventano inutilizzabili così i con cetti di sviluppo lineare e di rapporto causa-effetto. Al loro posto il modernismo ha introdotto impostazioni struttural-funzionalistiche che danno la preferenza al modo olistico (collettivistico) di vedere la società. «Invece degli eventi, degli atomi della storia tradizionale, oggetto di ricerca della nuova storia diventano i fenomeni sociali, i flussi e le serie di avvenimenti, i fenomeni ripetibili, i processi, le strutture durevoli. Tale ottica pone in ombra l'individuo come autore di eventi. L'uomo cessa di essere l'attore della storia, non esistendo il mondo di eventi che avrebbe potuto produrre. L'uomo, quindi, o scompare completamente dalla scena oppure viene espresso da astrazioni, da aspetti indicativi del suo essere nel mondo»82. Il modernismo così inteso costituisce una delle vie imboccate dalla moderna storiografia «non classica».

3.5. Le «Annales». La terza generazione. L'antropologia storica

La seconda via conduceva verso una direzione del tutto diversa. Gli storici della storiografia polacchi sono concordi nel sottolineare che gli anni Settanta hanno portato nella cerchia delle «Annales» una straordinaria crescita di interessi verso la psicologia storica la quale, sotto forma di storia della mentalità, occupa da allora in poi un posto primario nelle ricerche degli storici francesi. Non abbiamo dubbi che, anche in questo caso, l'impulso vivificatore sia provenuto da Febvre e da Bloch e che, in seguito, ancor prima della vera eruzione di studi sulla mentalité, i percorsi innovativi siano stati tracciati da R. Mandrou, G. Dubuy e J. Le Goff. Già nel 1962 lo scriveva, infatti, B. Geremek, il quale, d'altronde, è divenuto egli stesso uno dei significativi rappresentanti di tale corrente e, sul terreno polacco, il suo precursore. Ciò nondimeno tutto questo non muta la convinzione che la storia delle mentalità sia entrata in fase di fioritura soltanto negli anni Settanta allorché la terza generazione degli 'annalisti' ha cominciato a dare il tono al movimento intero.

In una delle sue ricerche A.F. Grabski ha attirato l'attenzione sul fatto che la storia delle mentalità scaturita dalla cerchia delle «Annales» costituisce un orientamento di opposizione nei confronti della psicologia storica nordamericana ad indirizzo psicoanalitico. L'apertura insita nel loro programma fece comunque sì che la psicostoria coltivata dagli «annalisti» non rimanesse affatto indifferente alle ispirazioni psicoanalitiche manifestate al massimo nelle opere di studiosi come Alain Besançon e Michel de Certeau. «Tale tendenza - scriveva Grabski - non è stata comunque capace finora di prevalere sulle ricerche psico-storiche dell'ambiente descritto»83. Rimane, quindi, tuttora predominante la storia delle mentalità intesa, per così dire, in modo tradizionale, sebbene il suo oggetto non abbia ottenuto finora (e probabilmente sulla base delle direttive del programma annalista, non otterrà) una definizione univoca.

Quali sono state le circostanze che segnarono l'abbandono di quella concezione della storia il cui simbolo è rappresentato dal nome di Fernand Braudel? Rispondendo a questa domanda W. Wrzosek indica le angosce che poteva suscitare la visione modernista dell'«uomo di massa», in gran misura impotente, più che artefice, prodotto della storia. Un tale modo di vedere il mondo, infatti, «è confederato con le Weltanschauungen e le ideologie dell'alienazione e dell'oppressione. Crea l'opportunità di propagare al di fuori della scienza un pensiero non immune dalla persuasione totalitaria od arriva persino a legittimare le mire totalitarie nella cultura»84. Perciò, quando queste angosce si sono fatte sentire nella torrida atmosfera della fine degli anni Sessanta, la storia «extra-umana» e «sovraumana» si è trovata chiaramente sulla difensiva, mentre il suo posto è stato occupato da «innumerevoli lavori sulla famiglia, sul bambino, sulla giovinezza, la morte, la vita sessuale, la vita quotidiana, la marginalità sociale, i sogni, le credenze, i costumi, il folclore, le feste, la vita d'oltretomba, il purgatorio, la religiosità, la cultura popolare, la paura, il riso e così via»85. Come sottolinea Wrzosek, nel corso delle indagini scientifiche di oggetti di ricerca così limitati e diversificati si andava operando un sempre più palese avvicinamento tra i termini di mentalité e cultura, indipendentemente se la cultura venisse intesa in senso materiale, spirituale oppure congiunto. Si andava così formando in modo sempre più palese la corrente dell'antropologia storica, i cui tratti essenziali venivano individuati dallo storico polacco nella preferenza attribuita da parte dei suoi rappresentanti agli ambiti di ricerca delimitati dal secondo elemento delle seguenti coppie (riferendosi il primo elemento ad impostazioni «tradizionali»):

1) cultura dell'individuo - cultura della collettività;

2) cultura di élite - cultura "media";

3) cultura ufficiale, (letteraria) - cultura orale, di massa;

4) ideologia di gruppo (di classe) - mentalità collettiva;

5) cultura scritta - cultura non scritta (cultura della "maggioranza silenziosa");

6) coscienza verbalizzata - coscienza non verbalizzata (detta anche implicita);

7) razionale, logico-irrazionale, paralogico, antinomico86.

A differenza del modernismo, legato soprattutto all'economia e alla sociologia ad indirizzo strutturalistico, l'antropologia storica trae la sua ispirazione dalla linguistica, dalla semiotica, dalla storia della letteratura, dalla storia dell'arte, dalla folcloristica, dalla psicologia. Nel metterlo in rilievo Wrzosek annovera tra i suoi maestri, se non i classici, studiosi come M. Bloch, L. Febvre, N. Elias, Ph. Ariès, G. Duby, J. Le Goff, E. Le Roy Ladurie, C. Ginzburg, A. Gureviß, N. Zehman-Davies. Appare evidente che si tratta di storici connessi più o meno strettamente con la cerchia delle «Annales».

Trovandosi di fronte ad una corrente viva, in sviluppo - e questo è proprio il caso della storia delle mentalità - non tutti gli storici polacchi sono inclini ad esprimere al proposito valutazioni generalizzanti. Sembra, tuttavia, che molti di loro non si opporrebbero alle parole di B. Geremek, il quale pensa che «la storia delle mentalità è diventata la grande scoperta della storiografia della seconda metà del nostro secolo, ed è legata alla scuola storica francese»87.

La scala di valutazione sulla base della quale in Polonia si giudica l'intero movimento trigenerazionale delle «Annales» è, invece più diversificata. Storici come J. Topolski, A. Wyczaski oppure J. Kochanowicz vi hanno hanno visto una delle correnti principali portanti alla modernizzazione della scienza storica contemporanea. In quest'ambito Witold Kula ha attribuito alle «Annales» «pionerismo e funzioni precursorie» e A.F. Grabski un ruolo «veramente grande». La massima valutazione è venuta, tuttavia, da W. Wrzosek, il quale nella conclusione della sua monografia ha scritto:

L'essenza del paradigma delle «Annales» nel senso letterale della parola, e non solo forse in questo, viene da noi vista nell'opposizione e nella inadeguatezza categoriale rispetto al modello di pensiero coltivato dalla storia classica. Quello che oggi è divenuto standard di non classicità, è in gran misura effetto della lunga rivoluzione storiografica realizzata dai fondatori e dai continuatori della scuola delle «Annales». Grazie ai loro sforzi di ricerca è sorta la storia non classica destinata ad emarginare coloro che continuano a fare "vecchia" storia88.

Altri storici condivideranno nel futuro una così elevata valutazione? A una tale domanda non è d'uopo dare risposta.

Varsavia, 30 maggio 1996

(traduzione dal polacco di Elzbteta Cywiak. Revisione di Clara Castelli)

Note

1. Già in precedenza Marc Bloch manteneva contatti scientifici con l'illustre storico polacco H. Rutkovski, al quale, sin dal luglio 1928, aveva annunciato i suoi propositi di fondare le «Annales d'Histoire Economique et Sociale», invitandolo a collaborare con il periodico. Nulla di sorprendente, quindi, che se già nel primo numero delle «Annales» (gennaio 1929) Bloch pubblicasse la recensione al libro di Rutkovski Histoire économique de la Pologne testé uscito in traduzione francese. Più tardi negli anni Trenta le «Annales» aprirono più volte le loro colonne a Rutkovski. Da parte sua Rutkovski recensiva di volta in volta sui periodici polacchi i lavori degli storici della cerchia delle «Annales». Su questo tema si veda più ampiamente J. Topolski, O nowy model historii. Jan Rutkovski (1886-1949)(Per un nuovo modello di storia. Jan Rutkovski [1886-1949]), Warszawa, 1986, pp. 96-100. Indipendentemente da ciò Bloch recensiva - di solito con estrema severità - lavori di storici polacchi quali M. Handelsman, Z. Wojciechovski, S. Inglot.

2. M. Herling-Bianco, Witold Kula et l'historiographie polonaise du XX Siècle, in «Les mésures et l'histoire. Cahiers de métrologie», Paris, 1984, numero spécial - Table Ronde Witold Kula, 2 mai 1984, pp. 43-44.

3. Un tentativo parziale di valutazione dell'influenza delle «Annales» sulla storiografia polacca lo si può trovare in: A. Wyczaski, Badania historyczne n Polsce wlatach 1937-1986 nad okresem XVI-XVII w.(Ricerche storiche in Polonia negli anni 1973-1986 sul periodo XVI-XVII secc.) in «Kwartalnik Historyczny», 1987, n. 1 (XCIV), pp. 91-92.

4. I Kongres Nauki Polskiej. Sekcja Nauk Spó}ecznych i Humanistycznych. Referat Podsekcji Historii (I Congresso della Scienza Polacca. Sezione di Scienze sociali ed umanistiche. Relazione della Sottosezione di storia), Warszawa, 1951, p. 6.

5. Ne fu espressione, tra l'altro, il giudizio persino entusiastico che Micha} Szczaniecki diede sulle colonne di «Przegld Historyczny» de La société féodal: «Valutando nel suo complesso l'opera di Marc Bloch, considerandone la colossale erudizione, la molteplicità dei metodi adottati, la tecnica dell'esposizione (l'apparato delle fonti, l'eccezionale bibliografia), ma soprattutto il valore dei risultati conseguiti, non esagereremo attribuendole la definizione di un grande capolavoro», in «Przegld Historyczny», 1948, v. 38, fascicolo supplementare, p. 432.

6. Ivi, p. 7.

7. B. Geremek ricorda, per esempio, che quando, nel 1956, arrivò a Parigi aveva già letto molti lavori di autori della cerchia delle «Annales»: «Si dà il caso che le mie letture di Marc Bloch siano cominciate nel 1950, con la Società Feudale poi con I caratteri originali... [...] Lessi le «Annales» degli anni Cinquanta, pagina dopo pagina, e fui affascinato più dal modo di esprimere il pensiero, peraltro, che dalla materia. Il modo militante di fare la nuova storia, che si oppone alla storia morta e conservatrice, che rifiuta la disciplina alla quale io ero stato in certo modo formato, ossia la storia neopositivistica, la scuola storica tedesca e anglossassone». Cfr. G. Duby- B. Geremek, Wspólne pasje. Rozmow¥ przeprowadzi} Philippe Sainteny, Warszawa, 1995, p. 19. Trad. it. La storia e altre passioni, a cura di Philippe Sainteny, Bari-Roma, 1993, p. 14. Da qui è tratta la citazione italiana come, in seguito, tutte le altre citazioni relative al libro.

8. Cfr. A. Wyczaski, Z ¶ycia wspó}czesnej nauki historycznej we Francji(Dalla vita della scienza storica contemporanea in Francia), in «Kwartalnik Historyczny», 1953, n. 1, pp. 376-377.

9. M.H. Serejski, Boje o histori¥ (Battaglie per la storia) in Przesz}oøa tera¶niejszoø. Szkice i studia historiograficzne («Passato e presente. Saggi e studi storiografici»), Wroc}aw, 1965, p. 188 (19551).

10. Ivi, p. 188.

11. Ecco due citazioni che illustrano quello stile e quel metodo: «Il lato positivo del libro di Bloch è che è stato dedicato alla difesa della storia. Nelle condizioni attuali si tratta di una questione per nulla trascurabile. La borghesia imperialista teme la storia e cerca, perciò, di minare la fiducia in essa». «In breve, le opinioni teoriche di Bloch, analizzate nel loro insieme, sono lontane dal marxismo e si rivelano idealiste. Tuttavia la sua fede nelle possibilità della scienza storica ha un carattere profondamente progressista e fertile». Cfr. I.S. Kon - A.D. Ljublinskaja, Trudy francuzskogo istorika Marka Bloka (I lavori dello storico francese Marc Bloch) in «Voprosy Istorii» 1955, n. 8, pp. 148, 153.

12. Ivi, p. 188.

13. Ivi, p. 190.

14. Ibid.

15. Ibid.

16. Tra gli altri nel 1957 e nel 1960 F. Braudel visitò il nostro paese incontrando un'accoglienza eccezionalmente benevola da parte sia dell'ambiente scientifico che delle autorità governative, che lo insignirono dell'onorificenza della Croce dell'Ordine della Rinascita della Polonia (1960).

17. G. Duby - B. Geremek, op. cit., pp. 45, 48.

18. M. Bloch, Pochwa}a historii czyli o zawodzie historyka, trad. di Wanda Jedlicka, revisione e prefazione di W. Kula, Warszawa, 1960. (ed. or.: Apologie pour l'histoire ou Métier d'historien, Paris, 1959; ed. it. Apologia della storia o Mestiere dello storico, Torino, 1950).

19. Ivi, p. 7.

20. Ivi, p. 16.

21. Gli autori dell'articolo pubblicato su «Voprosy Istorii», che abbiamo citato in precedenza.

22. Ivi, p.17.

23. Ibid.

24. Ivi, p. 18.

25. La posizione di Kula al riguardo rendeva in modo lapidario la formula: «La scienza marxista, invece, difende decisamente il diritto della scienza storica alla valutazione e al giudizio». Cfr. W. Kula, Rozwa¶ania o historii (Riflessioni sulla storia), Warszawa, 1958, p. 140 e più ampiamente pp. 137-150. Trad. it. W. Kula, Riflessioni sulla storia; a cura di M. Herling, introduzione di B. Baczko, Venezia, 1990, p. 106 e più ampiamente pp. 109-113.

26. W. Kula, Prefazione, in M. Bloch, Pochwa}a historii, (Apologia della storia), p. 18.

27. Ivi, p. 19.

28. W. Kula, Rozdzia}ki(Capitoletti), pubblicati da N. Assorodobraj-Kula e M. Kula. Introduzione e note a cura di M. Kula, Warszawa, 1996, pp. 97-98.

29. J. Topolski, Marc Bloch i Fernand Braudel - za}o¶enija ich metodologii (Marc Bloch e Fernand Braudel - i presupposti della loro metodologia) in J. Topolski, Marksizm i historia (Marxismo e storia), Warszawa, 1977, p. 238; ed. or. in «Kwartalnik Historyczny», 1961, n. 2; trad. it. La storiografia contemporanea, Roma, 1981, p. 190.

30. Altra cosa è che nella prima metà degli anni Cinquanta, e cioè quando in Polonia si cominciava a parlare della scuola delle «Annales», essa non fosse più così «economica» come alle origini della sua storia.

31. W. Kula, Poblemy i metody historii gospodarczej (Problemi e metodi di storia economica), Warszawa, 19632, p. 35. Trad. it. W. Kula, Problemi e metodi di storia economica, Milano, 1972, p. 32.

32. Ivi, (trad. it.), p. 34.               

33. Ivi, pp. 34-35.

34. È risaputo che le successive vicende della scuola non hanno affatto confermato in pieno quella prognosi. Basterà ricordare le ricerche di Furet oppure la monumentale Civiltà materiale di Braudel.

35. B. Geremek, Umys}owoø i psychologia zbiorowa w historii(Mentalità e psicologia collettiva nella storia) in «Przegld Historyczny», 1962, v. LIII, fasc. 3, pp. 629-643.

36. Ivi, pp. 630-631.

37. Ivi, p. 643.

38. G. Duby - B. Geremek, op. cit., p. 57.

39. Tralascio qui la storiografia polacca dell'emigrazione, la quale rappresentava un fenomeno a parte e non tratto nemmeno le tendenze e gli interventi «non ufficiali».

40. Immutabile restava la tesi sul ruolo determinante svolto dal fattore economico «nell'ultima istanza» della realtà storica.

41. Essi venivano richiamati tra l'altro da B. Geremek, Lucien Febvre (1878-1956), in «Kwartalnik Historyczny», 1958 (LXV), n. 1, pp. 320-324; Id., Fernand Braudel o zadaniach humanistyki wspó}czesnej (Fernand Braudel sui compiti delle scienze umane contemporanee) in «Kwartalnik Historyczny» (LXVI), n. 4, pp. 1159-1164.

42. M. Bloch, Spó}eczestwo feudalne (La società feudale), introduzione di A.F. Grabski, Warszawa, 1983.

43. F. Braudel, Historia i trwanie(Storia e durata), introduzione di B. Geremek e W. Kula, Warszawa, 1971; Id. Morze ¢ródziemne i wiat ródziemnomorski w epoce Filipa II (Il Mediterraneo e il mondo mediterraneo all'epoca di Filippo II), introduzione di B. Geremek e W. Kula, voll. I-II, Gdask, 1976-1977; F. Braudel - F. Coarelli - M. Aymard, Morze ¢ródziemne. Region i jego dzieje(Il Mediterraneo. Lo spazio e la storia), Gdask, 1982; F. Braudel, Kultura materialna, gospodarka i kapitalizm. XV-XVIII w.(Civiltà materiale, economia e capitalismo. XV-XVIII sec.), introduzione e redazione di J. Kochanowicz, voll. I-II-III, Warszawa, 1992.

44. F. Furet, Prawdziwy koniec Rewolucji Francuskiej (La critica della Rivoluzione francese), Kraków, 1994.

45. G. Duby - R. Mandrou, Historia kultury francuskiej (Storia della civiltà francese), Warszawa, 1965.

46. Si veda sopra e inoltre: G. Duby, Czasy katedr. Sztuka i spo}ezestwo 980-1420 (Il tempo delle cattedrali: arte e società: 980-1420); Id., Rycerz, kobieta i ksidz. Ma}¶estwo w feudalnej Francji(Il cavaliere, la donna, il prete: il matrimonio nella Francia feudale), Warszawa, 1988; Id., Bitwa pod Bouvines-niedziela: 27 lipca 1214 (La domenica di Bouvines - 27 luglio 1214), Warszawa, 1988.

47. J. Le Goff, Kultura redniowiecznej Europy (La civiltà dell'Europa medievale), Warszawa, 1970; Id., Sakiewka i ¶ycie. Gospodarka i religia w redniowieczu (La borsa e la vita. Economia e religione nel Medioevo), Gdask, 1995.

48. Ne erano espressione, tra l'altro, pubblicazioni come: A.F. Grabski, Refleksja teoretyczna w «Annales: Economies-Sociétés-Civilisations»(La riflessione teorica nelle «Annales»: Economies, Sociétés, Civilisations, secc. XX-XXII) in «Historyka. Studia metodologiczne», vol. 2, Warszawa, 1969, pp. 155-160; H. Florkowska, Przegld uj¥ø ilociowych w «Annales, Economies, Sociétés, Civilisations» w ostatnych latach (na podstawie prac wybranych)(Rassegna delle impostazioni quantitative nelle «Annales: Economies, Sociétés, Civilisations» negli ultimi anni (sulla base di opere scelte) in «Historyka», vol. 4, Wroc}aw, 1974, pp. 93-104; H. Florkowska-Franciø, Pracowniabadawcza François Fureta(Il laboratorio di ricerca di François Furet), in «Historyka», vol. XV, pp. 113-119.

49. Come esempio può qui servire: M. Por¥bski, Nowa historia i wspó}czesnoø. Rozwa¶ania na marginesie wydawnictwa «Faire de l'histoire» (La Nuova Storia e la contemporaneità. Riflessioni in margine all'edizione di 'Faire de l'histoire'), in «Historyka», vol. VI, Wroc}aw, 1976, pp. 57-71.

50. Cfr. A.F. Grabski, Marc Bloch-cz}owiek i uczony (Marc Bloch - l'uomo e lo studioso), in M. Bloch, Spo}czestwo feudalne(La società feudale), Warszawa, 1981, pp. 5-44.

51. Cfr. A.F. Grabki, Kszta}ty historii (Le forme della storia), {ódz, 1985; tra gli altri i saggi; Marc Bloch przed «Annales»(Marc Bloch prima delle «Annales»), pp. 350-365; Teoria syntezy historycznej-Henri Berr (La teoria della sintesi storica - Henri Berr), pp. 366-415; Koncepcja historii integralnej (La concezione della storia integrale), pp. 417-469; Koncepcja historii globalnej-Fernand Braudel (La concezione della storia globale - Fernand Braudel), pp. 470-504.

52. Cfr. tra le altre: W. Wrzosek, Koncepcja historii globalnej Fernanda Braudela(La concezione della storia globale di Fernand Braudel), in Z. Drozdowicz - J. Topolski - W. Wrzosek, Swoistoci poznania historycznego (Le peculiarità della scienza storica), Pozna, 1990; W. Wrzosek, Wojna w systemie spo}cznym F. Braudela (La guerra nel sistema sociale di F. Braudel) nella raccolta Przemoc. W poszukiwaniu interpretacji(La violenza. Alla ricerca di un'interpretazione), a cura di W. Hanasz e G. Zalejko, Toru, 1992; Les concepts historiographiques de F. Braudel. L'homme dans le système social, in «Studia Historiae Oeconomicae», 1993, vol. 20; Braudelowska idea kultury materialnej (L'idea braudeliana della civiltà materiale), in «Kwartalnik historii kultury materialnej», 1994, n. 2.

53. W. Wrzosek, Historia-kultura-metafora. Powstanie niek}asycznej historiografii (Storia-cultura-metafora. La nascita della storiografia non classica), Wroc}aw, 1995.

54. G. Duby - B. Geremek, op. cit., p. 15.

55. H. Olszewski, Rozwa¶ania o szko}ach historiograficznych (Riflessioni sulle scuole storiografiche) in «Historyka», vol. XIV, 1984, pp. 129-140; Y.-M. Hilaire, Co to jest szko}a historyczna? (Che cos'è la scuola storica?), in «Historyka», vol. XVI, 1985, pp. 99-104; R. Remond, Czym jest francuska szko}a historyczna? (Che cos'è la scuola storica francese?), ivi, pp. 105-111; J. Kochanowicz, «Annales» i historia gospodarcza (Le «Annales» e la storia economica), ivi, pp. 112-113.

56. M. Franciø, «Szko}a historyczna» - zjawisko realne czy zwyczaj j¥zykowy? (La «scuola storica» - fenomeno reale o uso linguistico?), in «Historyka», vol. XV, pp. 121-133.

57. A.F. Grabski, op. cit., p. 5; Id., Koncepcja historii integralnej(La concezione della storia integrale), in Id., Ksza}ty historii, cit., p. 148.

58. J. Topolski, O cechach charakterystycznych prze}omu antypozytywistycznego w naukach humanistycznych (Sui tratti caratteristici della svolta antipositivistica nelle scienze umane), in «Studia metodologiczne. Dissertationes methodologicae. Zeszyty powi¥cone integracji nauki», 1980, n. 19, p. 64.

59. Ch.-O. Carbonell, Historia pozytywna i historia pozytywistyczna, dwa sposoby pisania historii(Storia positiva e storia positivistica, due modi di scrivere la storia), in «Historyka» vol. XI, 1982, pp. 3-15.

60. A.F. Grabski, Koncepcja historii integralnej, cit., p. 430.

61. A.F. Grabski, Historia wie}kiego formatu (La storia di grande formato), in «Kwartalnik Historyczny», 1986, n. 2 (XCIV), p. 400.

62. W. Wrzosek, Historia-kultura-metafora, cit., p. 137.

63. A.F. Grabski, Koncepcja historii integralnej, cit., p. 419.

64. B. Geremek - W. Kula, Introduzione, in F. Braudel, Historia i trwanie, cit. p. 5.

65. J. Kochanowicz, Annales i historia gospodarcza., cit., p. 113.

66. Ivi, p. 114.

67. Grabski, come Kula prima di lui, considerava irreale questa pretesa. Cfr. A.F. Grabski, Koncepcja historii integralnej, cit., p. 458.

68. Ivi, p. 459.

69. J. Topolski, Teoria wiedzy historycznej (Teoria della conoscenza storica), Pozna, 1983, pp. 82-83.

70. M. Por¥bski, «Nowa historia» i wspó}czesnoø. Rozwa¶ania na marginesie wydawnictwa «Faire de l'histoire», cit., p. 58.

71. B. Geremek, Fernand Braudel o zadaniach humanistyki wspó}czesnej(Fernand Braudel sui compiti della scienza umana contemporanea), in «Kwartalnik Historyczny», 1960, n. 4, p. 1162; Id., Umys}owoø i psychologia zbiorowa, cit., p. 630. Sull'applicazione di questa concezione agli studi sulla storia della mentalità si legge anche: «Duby distingue perlomeno tre ritmi, tre piani sui quali va svolto lo studio delle mentalità: il livello di un breve lasso di tempo, dell'evento per il quale Duby usa il termine di "congiuntura", mutuato dagli economisti e, infine, quello dei tratti della mentalità, i più restitenti al movimento e al tempo», p. 631.

72. B. Geremek - W. Kula, Przedmowa, cit., p. 10.

73. A.F. Grabski, Koncepcja historii globalnej, cit., p. 488.

74. Nel successivo libro di Braudel L'identité de la France, pubblicato nel 1986, è stata confermata la preferenza verso i sistemi a «tre piani» il che è stato puntualizzato da A.F. Grabski nella recensione pubblicata nel 1991 sul «Kwartalnik Historyczny», n. 1, p. 91.

75. A.F. Grabski, Teoria syntezy historycznej, cit., pp. 396-397; Id., Koncepcja historii integralnej, cit., p. 439.

76. J. Topolski, Marc Bloch i Fernand Braudel-za}oåenia ich metodologii (Marc Bloch e Fernand Braudel: le premesse della loro metodologia) in Marksizm i istoria, (Marxismo e storia), Warszawa, 1977, p. 245 (19721). Trad. it. La storiografia contemporanea, cit., p. 195.

77. Ivi, (ed. it.), p. 196.

78. J. Kochanowicz, Annales i historia gospodarcza, cit., p. 115.

79. Ivi, p. 116.

80. Ibid.

81. W. Wrzosek, Historia-kultura-metafora, cit., p. 80.

82. Ivi, p. 117.

83. A.F. Grabski, Dylematy psychohistorii(I dilemmi della psicostoria), in A. Grabski, Kszta}ty historii, cit., p. 550.

84. W. Wrzosek, Historia-kultura-metafora, cit., p. 129.

85. Ivi, p. 134.

86. Ivi, p. 135.

87. G. Duby - B. Geremek, op. cit., pp. 56-57.

88. W. Wrzosek, op. cit., p. 140.