Lo sguardo "dall'interno".
La manifestazione del Messia
David Lazzaretti

di Francesco Pitocco

«Ma dove volete andare? E che speranze avete?» «In un'altra terra ­ rispondono ­ migliore di questa». Gli antichi uomini ispirati da Dio hanno narrato di una vita beata per anime beate: alcuni l'hanno chiamata le isole dei beati, altri i Campi Elisi perché lì ci si libera dai mali di quaggiù, come dice anche Omero: «ma nella pianura Elisia, ai confini del mondo, ti condurranno gl'immortali; e là bellissima è la vita».

Celso, Il discorso vero, vii, 28

Essi si sono lasciati ingannare e hanno accettato un discorso che rovina la vita [...]. La dottrina cristiana è rozza, e per la sua rozzezza e la sua debolezza nelle argomentazioni ha conquistato solo persone rozze [...]. Ma una base valida è costituita dallo spirito di rivolta, dai vantaggi che se ne possono trarre, e dal timore di ciò che proviene dall'esterno.

Celso, Il discorso vero, i, 26; i, 27, iii, 14

Nell'agosto del 1878, nella tarda mattinata del giorno 18, un delegato di polizia, Carlo De Luca, marciava alla testa di un gruppo di uomini armati. Suo compito era impedire a un pericoloso rivoluzionario comunista di saccheggiare le proprietà, scatenare la guerra civile e sovvertire l'ordine politico del paese

Nella stessa mattinata, alla stessa ora, un profeta, David Lazzaretti, il Santo David, scendeva dal suo eremo alla testa di una processione di seguaci vestiti con costumi simbolici, multicolori: erano armati di bandiere con emblemi religiosi e cantavano inni sacri. Missione del profeta era manifestarsi come Cristo Duce e Giudice e d'annunciare ai popoli latini il prossimo avvento del Regno di Dio.

A volte la storia si diverte a incrociare destini che mai si incontrerebbero se fossero liberi di seguire ciascuno la propria strada, secondo l'ordine proprio che li guida, iuxta propria principia. A volte essa sembra negare l'ordinata consequenzialità di quei principi e li costringe a mescolarsi, a scontrarsi, creando grovigli insensati, "cumuli di macerie". Una descrizione fedele di quegli incroci potrebbe dar vita a situazioni inverosimili, "romanzesche", di grande effetto letterario. E di fatto di essi si fanno eco gli intrecci delle narrazioni storiche, che nella loro narratività sono certamente atti letterari, "poietici".

Allo storico, però, in primo luogo, tocca sciogliere quei cumuli, restituir loro un qualche "senso", sforzandosi di rintracciarne i diversi elementi costitutivi, e i principia che li hanno messi in movimento, che li hanno portati allo scontro, alla storia "reale". L'analisi storica avvia il suo tentativo di interpretazione scientifica a partire da questa iniziale semiotizzazione degli eventi e dei processi coagulati in quei grovigli.

Gli "intrecci narrativi" nei quali si esplicitano e si incarnano le procedure della ricerca storica, non sono dunque, come pretendono i fautori del Linguistic Turn, solo atti letterari, e per giunta privi di un "referente" esterno alla narrazione: non negano gli intrecci imbastiti dalla storia, pur non essendone semplici "riflessi". Come i vasi plasmati dalla creta, essi sono operazioni "fittili". Impiegano però una materia, il passato, che non è più materia immediatamente tattile, carne e ossa presente sotto le mani dello storico: il passato è irreversibilmente lontano da qualsiasi esperibilità immediata, improponibile alla "manipolazione" diretta. Lo storico non può dunque sottrarsi al suo destino, davvero radicale, di fictor, di inventore e di creatore, come quei fictores antichi che costruivano statuine di pasta o di cera per offrirle come sacrificio al Dio in luogo degli esseri vivi, in carne ed ossa. Del resto proprio per questo, perché artificio, opus fornito di regole e strumenti astratti, ma attualmente controllabili, la storia può pretendere di essere considerata scienza, e per certi versi persino scienza sperimentale, come auspicava Marc Bloch.

Gli "intrecci narrativi" della storia sono "costruzioni" dello storico, risultato di una fiction, o, meglio ancora, di una fictio, nel duplice senso della costruzione e della finzione: da un lato rielaborazioni intellettuali di oggetti reali, di "cose" storiche; dall'altro, oggetti "finti", "falsi", come lo sono le simulazioni romanzesche. Sono comunque strumenti, più o meno adeguati, scientificamente adeguati, a penetrare la congerie delle rovine del passato, a "risuscitare" per noi il passato.

I due brevi "racconti" che abbiamo presentato in apertura di discorso ­ ricostruiti, come si vedrà, cercando di rispettare la coscienza e l'universo culturale dei due protagonisti (iuxta propria pincipia), ­ proiettano dinanzi agli occhi del lettore due "scene" che sembrano non avere relazioni tra loro. Egli potrebbe ben pensare che i due protagonisti, Lazzaretti e De Luca, e i gruppi che essi capeggiavano in quella afosa mattina di agosto, marciassero su terre di mondi lontani, elementi centrali di due scene parallele e indipendenti. Nulla nei suoi quadri mentali di "uomo moderno" gli potrebbe consentire, intuitivamente, di accostare quei personaggi e le loro idee. Nella mappa della sua enciclopedia cognitiva egli non può che rappresentarseli in luoghi e tempi lontani tra loro. Il profeta lancia il suo messaggio al vasto orizzonte dell'universo dei "popoli latini" dal centro di un'"antica" cultura che ha la sua stella polare nell'Apocalisse giovannea; il delegato, fedele funzionario di uno Stato "moderno", blocca sulla strada un pericoloso rivoluzionario, portatore di un progetto politico eversivo. Queste "scene" vengono percepite immediatamente come indipendenti dal nostro lettore perché appaiono comandate dal soffio di tempi lontani tra loro. Esse convergono sotto il suo sguardo solo perché noi, narrandole, gliele poniamo una accanto all'altra, sullo stesso foglio; perché sono il frutto del nostro discorso, di un nostro atto linguistico a lui rivolto. Le abbiamo accostate perché egli si senta stimolato a cercare in esse un "senso".

In realtà quelle scene, portatrici di una loro verità "interna" 1 e costruite coerentemente a rappresentare e rispettare i loro specifici universi culturali, sono "finte", "false". Non sono mai esistite in quanto "avvenimenti". Sono divaricazioni prospettiche di una sola scena storica reale, di una "scena madre": in essa si erano aggrovigliate e coinvolte, rovinosamente coinvolte, restando tuttavia come stampate sulla retina degli attori, separate e distinte. Sono dunque pure "proiezioni" 2, e in un duplice senso. Sono semplici costruzioni visive degli attori stessi di quella storia, mirate a dare senso al loro agire immediato e al rapporto che essi intendevano stabilire, all'interno di quell'evento reale, tra il loro passato e il loro futuro. Sono, al tempo stesso, nostre costruzioni analitiche, mirate a dare senso alla nostra relazione scientifica con la storia che vogliamo narrare: della "scena-madre", sola "reale", che è al cuore della nostra storia, sono una destrutturazione a posteriori, "storiografica".

La nostra fiction dunque non è una costruzione letteraria senza "referenti storici esterni", non è il frutto irrelato di un atto puramente "narrativo". Essa dà conto di un evento "reale", che intrecciò realmente destini fino ad allora separati, e mutò realmente la vita di non pochi uomini, persino fornendola, al di là della loro materiale individualità, di significati simbolici collettivi. Il processo della sua inventio ha radici fuori del discorso storiografico letterariamente ordinato; esso ha come suoi referenti primari documenti che a loro volta "riferiscono" di fatti accaduti in luoghi ancora oggi visibili, esperibili, e in tempi cronologicamente determinati e individuabili. Solo gradatamente quella inventio si incarna e si muta nel discorso storico che va ordinando e formulando una specifica "prassi" analitica e conoscitiva: il discorso storico, a differenza del discorso estetico-letterario, non nasce e non si esaurisce nell'atto narrativo 3.

D'altra parte quella "prassi" prende le mosse da un atto di estraneamento iniziale, specifico della conoscenza storiografica, tanto più efficace quanto più intenzionale e cosciente. L'operazione di base del lavoro storico, la semplice presa in conto delle "fonti", ci costringe, infatti, a un triplice distanziamento che è a fondamento della sua "appropriazione" conoscitiva. Essa ci costringe a tenere a distanza le nostre rappresentazioni, a metterle in gioco, se non necessariamente a contraddirle; così come ci costringe a tenere a distanza le rappresentazioni degli autori delle nostre "fonti" e le rappresentazioni dei protagonisti della scena storica che da quelle fonti si ricostruisce.

L'avvio del nostro discorso non è dunque arbitrario. Esso prende esplicitamente le mosse dalla fictio di due scene "false" e non dal racconto della scena-madre "reale", per poter rendere più manifesto e attivo, metodico, lo spaesamento conoscitivo proprio dell'opera storiografica. Vorremmo che esso si sostituisse allo spaesamento inconsapevole che crea smarrimento intellettuale, e che sempre assale chi cerca di cogliere i tratti dell'"altro" restando all'interno del proprio sguardo, passivamente agito dalla sua propria identità culturale.

Tanto tempo fa, nel secondo secolo dopo Cristo, Celso, avversario durissimo dei cristiani, salvato alla memoria futura dal cristiano Origene, di fronte alle attese escatologiche del suo tempo rimase vittima di un tale smarrimento, fornendo quasi il paradigma dei rischi di fascinazione manichea impliciti negli scontri culturali. I passi del suo Discorso vero, che riportiamo en exergue, potrebbero ben rappresentare le prospettive dei nostri due protagonisti, del profeta e del delegato, se non fossero il frutto, irrigidito, delle sue proiezioni, delle sue scelte; se egli non fosse rimasto chiuso nello sguardo totalizzante del suo proprio orizzonte culturale. Qualcosa di analogo capita spesso anche agli storici, ed è certamente capitato a non pochi storici del Lazzaretti: troppo spesso la sua storia è stata letta "anacronisticamente", secondo categorie che erano solo la proiezione oggettivante dei loro principia: lettura forse "politica", "pragmatica", non storica 4.

Il termine "scena" con il quale abbiamo plasmato la nostra fictio, e che ha dato vita alla nostra manipolazione narrativa iniziale, non è dunque usato qui in senso letterariamente "metaforico", non nasce da intenti estetico-letterari. Esso ha altre ambizioni: vorrebbe aiutarci ad aprire una porta, un agevole accesso alla comprensione-spiegazione della nostra storia; ad evitare di trasformare quella storia di uomini vivi in un "oggetto" reificato, frutto della nostra soggettiva proiezione. "Scena" è parola che non usiamo a caso, al contrario! È, come vedremo, parola prediletta dai lazzarettisti, indicativa della loro concezione religiosa della storia: storia come "scena", come "messa in scena" di una realtà nascosta, di una realtà ancora a venire, ancora da svelare. Essa può aiutarci, fin dall'inizio, a porci in medias res, al cuore del modus operandi linguistico e mentale degli attori della nostra storia 5.     

La nostra fiction vuole aiutare il lettore a "detotalizzare" il suo punto di vista, a non smarrirsi tra le rovine che il passato ci ha lasciato e che a noi tocca riplasmare e riordinare, restituendole al loro significato. Individuando e ricostituendo in primo piano, chiari e distinti, i punti di vista dei due protagonisti della scena inaugurale, della "scena-madre" della nostra storia, abbiamo voluto avvertire il lettore della necessità di falsificarla, di collocarsi fuori dalla fascinazione che nasce dall'incrociarsi di quegli sguardi, di non restare vittima della loro pretesa "totalizzante" di essere, ciascuno, l'unico sguardo legittimo. Solo così si dischiude per noi la strada alla costruzione autonoma della semiotizzazione storica di quegli eventi. La presa in conto delle diverse proiezioni che ne nacquero, e che furono la causa del "conflitto a fuoco", ci può consentire di mettere ordine là dove la storia ci si presenta, a tutta prima, come un groviglio di ombre: ordinare destrutturando, ristrutturare per ri-ordinare. Per questa via il lettore avrà almeno il vantaggio di vedere come un'ordinata "catena di avvenimenti" la "catastrofe" di "macerie su macerie" 6 che l'Angelo della Storia accumula davanti a sé. Tocca a noi porre mano a quelle macerie, a quelle rovine; a noi tocca sbrogliarne gli intrecci, riconnetterne e riordinarne i frantumi, cercare e interpretare i principia che ne avevano alimentato la vita prima che diventassero un "cumulo di macerie", cose passate, cose morte.

Il lettore avrà intuito che, malgrado la nostra fiction, Lazzaretti e De Luca, il profeta e il delegato di polizia, quando comparvero sulla "scena madre" preparata per loro dalla storia, lo fecero imprudentemente lo stesso giorno e alla stessa ora; non solo: non ebbero neppure l'accortezza di farlo in terre lontane e separate, come saremmo stati propensi a credere. Al contrario: lo fecero calpestando le stesse zolle di terra. E presero persino a marciare lungo la stessa strada, e per giunta in direzioni opposte, destinandosi fatalmente a incontrarsi, a "intrecciare" i loro destini. Giunti alla "Croce del Cansacchi", alle porte di Arcidosso, comune dell'Amiata, i loro sguardi si incrociarono, e vennero a conflitto: conflitto tanto più inevitabile, quanto più inconciliabili erano le loro "prospettive". Le cronache dei giornali italiani registrarono quell'incontro fatale come un "conflitto a fuoco", che lasciò sul terreno quattro morti e sedici feriti. E l'episodio colpì molto l'opinione pubblica.

La notizia comparve sui giornali a partire dal 20 agosto. Senza esitazione i giornalisti descrissero la scena del conflitto assumendo il punto di vista del delegato. il "Fanfulla" di Roma ne parlò parafrasando un telegramma proveniente da Arcidosso, scritto probabilmente nell'ambiente del sindaco, di quel sindaco che aveva scortato il delegato incitandolo ad affrontare il rivoluzionario: «un fanatico di quei paesi è stato ucciso ieri in un conflitto con la forza pubblica, mossagli contro per impedire un tentativo di sommossa cattolico-socialista» 7. E lo stesso giorno "La Nazione" di Firenze, un giornale di diverso schieramento, pubblicò un altro telegramma: «settario fanatico, si dirigeva con un numero considerevole dei suoi affiliati, tutti provvisti di armi, verso Arcidosso al grido di "Viva la Repubblica". Quando fu vicino al nostro paese, ove si sapeva che si recava per menar strage e devenire alla divisione dei beni» fu fermato e ucciso dai carabinieri 8.

Non diversamente fecero gli altri giornali. E lo stesso fecero le autorità pubbliche, dalle autorità comunali alle autorità nazionali. Lo stesso 18 agosto, subito dopo i «fatti luttuosi», il Comune di Arcidosso decise di chiedere al "Superiore Governo" di «conferire una adeguata ricompensa» al delegato di pubblica sicurezza, ai carabinieri e alle guardie comunali che con lui si erano opposti a una «masnada di gente avente per fine principalissimo il saccheggio e la vendetta» e che, «esponendo la loro vita», avevano rigettato «quelle orde fanatiche ed avide di saccheggio» 9. E in effetti nel maggio del 1879 un decreto reale concesse al delegato «la medaglia d'argento al valor civile per l'atto coraggioso compiuto addì 18 agosto 1878 in Arcidosso Provincia di Grosseto reprimendo con pochi agenti della forza pubblica una pericolosa rivolta di mille cinquecento e più ammutinati e salvando così il paese da grave ed imminente sciagura».

Questa visione dei fatti era stata legittimata e rafforzata da un'inchiesta di grande valore documentario, svolta per conto del ministro dell'Interno dal "commendatore avvocato" Evandro Caravaggio e consegnata nel settembre del 1878. Ad essa si deve il fissaggio della scena radicale dell'incontro tra i due protagonisti, il confronto verbale da cui sarebbe scaturito il "conflitto a fuoco" come esito tragico della "rivolta".

Scortato dal sindaco, il delegato si era fatto incontro alla turba che scendeva dall'eremo. Viste inutili le esortazioni a ritirarsi sul monte, «cinto il distintivo del grado», il delegato «invitò formalmente Lazzeretti e la sua turba a ritirarsi», e non lo fece solo tre volte, come da rito, bensì «quattro volte ripetè le intimazioni di legge». A quelle ripetute intimazioni di sciogliere la manifestazione il Lazzaretti avrebbe risposto «intimando al delegato stesso e ai carabinieri, che si erano avanzati, di cedere le armi, ed aizzando la turba colle grida: "il Re sono io, popolo avanti, difendetemi, disarmateli!"» 10. Sassi sarebbero allora volati contro i soldati. E forse anche qualche sparo partito da «qualche arma corta caricata a pallini da caccia». Solo allora, e solo per "legittima difesa", le forze dell'ordine, che prima avevano «esploso le loro armi all'aria», risposero alle "vie di fatto" della "turba": «Quattro morti, quattordici feriti della folla, oltre al delegato, a due carabinieri, alla guardia municipale e a due figli di questa, accorsi in aiuto, tutti però in via di guarigione... ecco il bilancio della fatale giornata, ecco le conseguenze materiali delle dottrine di David» 11.

De Luca, dunque, non aveva fatto sparare su un "profeta" in "processione", ma al capo di una "turba" di rivoluzionari. Per giornali e autorità politiche e di polizia, il Delegato aveva represso una "pericolosa rivolta": uomini "provvisti di armi", "avidi di saccheggio", erano scesi dalla montagna per impadronirsi delle proprietà dei "possidenti" di Arcidosso, procedere alla "divisione dei beni", lanciare la guerra civile e mutare l'ordine politico dello Stato italiano. Stando alla ricostruzione del Caravaggio la risposta di David alle intimazioni del Delegato era stata tale da giustificare pienamente la "legittima difesa" dei carabinieri. Era anche stata tale da legittimare le accuse che avrebbero colpito i lazzarettisti al termine dell'inchiesta giudiziaria che, dopo il "conflitto a fuoco", era seguita all'arresto di molti di loro. Accuse gravissime! Resistenza alla forza pubblica, in primo luogo; tentativo di promuovere la guerra civile eccitando la folla al saccheggio, in secondo luogo; infine, ed è ciò che va sottolineato con cura, tentativo di rovesciamento delle istituzioni monarchiche, perché tale era il significato che si doveva attribuire alla pretesa regale espressa da David: «Il re sono io», aveva osato proclamare coram populo!

In questa rappresentazione della "tragica" scena elaborata dai giornali e dalle diverse autorità che dovettero occuparsene, la presenza del "profeta", come si vede, è cancellata totalmente, o al più vi è indicata, residualmente, sotto la veste del "fanatico": il "profeta" e la sua "processione" di eremiti in marcia verso il "regno di Dio" non sono che "parvenze", pure maschere utilizzate maliziosamente per nascondere il rivoluzionario e la sua organizzazione eversiva ispirata a«principii [...] di comunismo».

Questo ci dice lo sguardo gettato sull'episodio dall'interno dell'universo mentale del delegato, delle autorità e in genere dell'opinione pubblica formata dai giornali. Uno sguardo che spolpa le idee e le passioni del profeta e dei suoi seguaci, le svuota di vita, le rende gusci secchi da riempire con le proprie idee e le proprie passioni. Sguardo oggettivante, reificante, che costruisce il suo "nemico" come una statuina di pasta o di cera.

Da allora la statuina restò sulla scena come il volto "vero" nascosto sotto la "maschera" del profeta, l'oggetto che tutti gli sguardi si esercitarono a scoprire sotto il velame delle sue "misticherie" o "mistificazioni". Da allora per giornalisti, politici e storici, il profeta nascose sempre dietro di sé il rivoluzionario, e la sua fede religiosa fu assunta come schermo di un progetto politico e sociale. Ma diversamente dai fictores antichi, quello sguardo lasciò sulla scena la statuina e prelevò l'uomo vivo, in carne ed ossa, per immolarlo sull'altare sacrificale degli interessi della "proprietà" e dell'"ordine politico" nazionale. Quello sguardo sbagliava nel vedere il rivoluzionario dietro il profeta? Non pochi storici ancora oggi lo negherebbero. E la questione non è peregrina! Certo, però, andrebbe posta in modo assai diverso e riportando all'interno della nostra scena altri attori, il "pubblico", soprattutto, che assistette alla manifestazione del profeta e che ebbe nel "conflitto" un ruolo che non fu mai accertato fino in fondo. Certo, però, ed è ciò che qui ci interessa preliminarmente, quello sguardo ha almeno il torto di cancellare una parte non secondaria della realtà storica: la soggettività del profeta, la sua umanità, la sua coscienza di sé. Se ci fu un qualche rapporto tra il profeta e il rivoluzionario, quello sguardo si risparmia la fatica di ricercarlo, di descriverlo, di comprenderne le tensioni interne, le attrazioni e le difficoltà: il "rapporto" è ridotto ad identità. Se si uccide e cancella il profeta non resta che il rivoluzionario!

Il lettore avrà certamente capito che tra i quattro morti della «fatale giornata» dobbiamo annoverare anche il "profeta". Egli dunque non ha potuto lasciarci la sua versione del febbrile dialogo che lo aveva opposto al delegato di polizia. Se però fosse sopravvissuto, David ce lo avrebbe raccontato certamente con parole assai diverse da quelle del Caravaggio: altro certamente era lo sguardo "dall'interno" con il quale aveva guardato e vissuto la scena.

Un'idea possiamo farcene dalla Storia di David Lazzaretti, profeta di Arcidosso che i seguaci del profeta pubblicarono quasi trent'anni dopo l'evento:

Appena il Delegato vide davanti a sé David, a tu per tu gli disse: «David, sciogliti e retrocedi a nome della legge», e David rispose: «Io vado avanti a nome della legge del diritto; il vostro Re son io». Il Delegato soggiunse: «Mostrami la patente» [l'autorizzazione a svolgere la processione]. E David mostrò il Crocefisso che portava davanti al petto. Era un silenzio profondissimo e nessuno si muoveva, tutti intenti a vedere. Il Delegato senza porre tempo in mezzo, sempre rivolto a David disse: «Lazzaretti retrocedi e sciogli il complotto». E David volgendosi verso la bandiera di Cristo Profeta, l'accennò al Delegato e gli disse con voce chiara: «Io vado avanti a nome di Cristo Duce e Giudice, e se volete la pace, porto la pace, se volete la misericordia, porto la misericordia, se volete il mio sangue ecco il mio petto, io sono la vittima» 12.

Scritte a tanti anni di distanza, e da Imperiuzzi, sacerdote della comunità lazzarettista, forse l'uomo meno adatto a raccontare i fatti da semplice "cronista", è probabile che le singole parole del dialogo riportato dalla Storia non siano precisamente quelle pronunciate dai due personaggi, e che il sacerdote le abbia almeno in parte "teologizzate". Ed è un peccato, perché proprio in quelle specifiche e singole parole che non possediamo più, doveva essersi coagulata e nascosta la ragione psicologica più vera del tragico esito del confronto.

La correttezza complessiva della scena descritta da Imperiuzzi è comunque fuor di dubbio, e del resto fu caparbiamente e unanimemente confermata (fin troppo, forse!) dalle deposizioni rese dai lazzarettisti al processo che si svolse a poco più di un anno di distanza. Nella versione della Storia appare chiarissimo il diverso codice (linguistico) di riferimento dei due protagonisti. Per formulare la sua risposta alle ingiunzioni del delegato David aveva utilizzato un codice integralmente religioso: al "complotto" politico denunciato dal suo antagonista, egli aveva opposto con estrema determinazione il valore "sacrificale" della sua impresa. Sacrificale e messianico! Con questo codice, evidentemente, non con il codice politico del delegato, Lazzaretti aveva formulato la soprendente rivendicazione della sua regalità!

Ma la ricostruzione dell'Imperiuzzi appare come una buona e significativa testimonianza anche al di là del dialogo. Essa rende bene il tenore psicologico dell'incontro, la tensione, l'immobilità sospesa in cui per un attimo la scena si rapprese e si fissò; e bene rende la precipitazione improvvisa in cui si slanciarono gli eventi. Di fatto le battute scambiate tra i due protagonisti dovettero essere davvero pochissime, e rapide; tanto rapide e tese che quasi nessuno dei presenti ebbe il tempo mentale di percepirle. Al processo, stando ai resoconti più o meno precisi e "stenografici" che ci restano degli interrogatori 13, la gran parte dei testimoni sostenne di non aver visto e sentito nulla oltre l'esplosione degli spari e il parapiglia che ne seguì. I più vicini alla scena, compreso Imperiuzzi, riferirono che il delegato aveva intimato a Lazzaretti di retrocedere «in nome della legge!», e che Lazzaretti aveva risposto, anch'egli, di voler andare avanti «in nome della legge!»; qualcuno, invece, riferì che David aveva detto: «in nome della legge e del diritto!»; e qualcun altro ancora: «in nome della legge del diritto» 14.

Di primo acchito il dialogo rende una strana impressione: entrambi i personaggi, pur essendo in netta opposizione, procedono "in nome della legge". È evidente che per ognuno di loro l'incontro ripone il suo senso più profondo proprio in quel riferimento alla "legge". E tuttavia quell'incontro è uno scontro! Evidentemente ciascuno fa riferimento a una sua propria "legge", diversa dalla "legge" dell'altro.

In realtà è assai probabile che il delegato e il profeta, benché si conoscessero personalmente e avessero avuto modo di scambiare qualche opinione nei giorni precedenti, si accorgessero solo allora, di colpo, che le parole volate tra loro non erano tali da fondare un vero dialogo: dietro il comune riferimento alla legge dovettero sentire insorgere una "legge" che non era comune a tutti e due. L'uno non riuscì a cogliere il "significato" dell'altro, l'uno restò isolato di fronte all'altro. Il lessico usato era lo stesso, la semiosi era diversa.

L'improvvisa tensione seguita all'interruzione della comunicazione tra i due, che la Storia coglie così bene quando immerge l'"incontro" in un silenzio profondissimo, si aprì allora come un immenso punto interrogativo sulla scena, allargandosi in un'attonita, tragica sospensione. Di colpo l'incomprensione e l'isolamento privarono i due protagonisti della loro umanità, li svuotarono delle loro emozioni e delle loro volontà individuali. E il vuoto fu riempito, in un attimo, dalle ragioni collettive delle parti che premevano alle loro spalle: l'identità collettiva dilagò come un fiume in piena in quel vuoto creatosi nella coscienza degli individui. Essi restarono, così, fissi sulla scena, semplici emblemi, personae, di due mondi diversi che all'improvviso, per la prima volta, erano costretti a percepire come radicalmente e fatalmente inconciliabili. Essi non avrebbero dovuto incontrarsi: per questo al termine di quel silenzio profondissimo che per un attimo pur li aveva tenuti insieme, il profeta David Lazzaretti giacque a terra con una palla di fucile in fronte.

Quelle due maschere non avrebbero dovuto incontrarsi. E a lungo in effetti, per più di un anno, la maggior parte dei giornali negò davvero che un «delegato» di polizia e un «profeta» si fossero incontrati: nel «conflitto a fuoco» era morto un «rivoluzionario» e una «rivolta» era stata dispersa. Ci volle una lunga prigionia, una lunga inchiesta giudiziaria e infine un processo per «attentato alla sicurezza dello Stato» conclusosi con l'assoluzione dei lazzarettisti, perché i giornali prendessero atto che Lazzaretti non era stato un pericoloso rivoluzionario. Solo allora ammisero che egli si era presentato all'incontro con il delegato senza alcun progetto rivoluzionario da perseguire; riconobbero che «non voleva uscire dai confini di una propaganda pacifica», e che i suoi seguaci «non avevano in animo di promuovere la guerra civile».

Nemmeno allora, tuttavia, l'opinione pubblica seppe ammettere che davvero alle porte di Arcidosso un «delegato» di polizia aveva ordinato di sparare su un «profeta». Dopo il processo i lazzarettisti non furono più visti come dei pericolosi rivoluzionari "comunisti". Ma neppure allora acquisirono il diritto di assurgere alla dignità "religiosa". Certo «erano gente illusa, fanatica», persino «inerme»; ma la ragione della morte del profeta e della persecuzione dei suoi seguaci non poteva avere il crisma dello scontro religioso e culturale: erano solo «infermi di mente» che si sarebbe dovuto «curare in qualche modo», senza affrontarli «col ferro e col fuoco» 15. E fu la posizione più avanzata che l'"opinione pubblica" seppe allora elaborare sul caso Lazzaretti. Mai essa andò oltre il giudizio "psichiatrico" di Cesare Lombroso, il quale aveva classificato il Lazzaretti in una casella tra il mattoide e il monomaniaco. Per questo Lombroso aveva protestato contro i politici: invece di costruire manicomi dove farlo curare avevano mandato contro Lazzaretti i carabinieri, i quali «coll'andazzo solito fucilandolo credettero aver giovato al paese e tolto di mezzo un terribile cospiratore cattolico-repubblicano» 16.

Il «famoso e singolare processo» si aprì presso la Corte d'Assise di Siena il 24 ottobre 1879, e si concluse il 12 novembre 1879 con un verdetto di assoluzione. Il pubblico presente in aula accolse la sentenza «con favore». Qualcuno «proruppe in segni manifesti di approvazione e di grida "Viva Siena"». Altri gridò «Viva la giuria! Viva il buon senso italiano». All'esterno del "pretorio" una «folla considerevole» attese gli imputati «per fargli segno a dimostrazioni di benevola simpatia» 17.

Così un clamoroso "errore giudiziario" era stato sventato da una giuria saggia e avveduta che «aveva interpretato degnamente la coscienza universale», rendendo una «tarda ma doverosa giustizia» agli accusati! 18 Messo in atto per "conestare" un comportamento insipiente delle autorità e per legittimare «una repressione arbitraria, e selvaggiamente cruenta», il processo aveva avuto come solo risultato di far diminuire "sensibilmente" il prestigio del governo e di far «sperperare una ingente somma alla finanza dello stato» 19. Il castello accusatorio si era rivelato «un edificio costruito sull'arena (sic!)», e l'assoluzione aveva preso il sapore di un atto d'accusa contro la repressione di Arcidosso. E il processo era diventato un evento deprecabile: «non crediamo che in questa guisa si giovi al prestigio della giustizia», concludeva "L'Opinione" 20.

A chi segua la cronaca del processo, così come ci viene raccontata dai giornali e dagli stessi resoconti stenografici, le frasi che abbiamo preso qua e là, stralciandole da qualche articolo comparso alla chiusura del processo, non possono non apparire alquanto sorprendenti: né i giornalisti né il pubblico, infatti, avevano mostrato gran simpatia per gli imputati durante tutto lo svolgimento del processo. I giornalisti 21 venuti a seguire le udienze di quel maxi-processo nella fastosa "Sala del Mappamondo" o "Sala del Capitano" del palazzo della Signoria, avevano portato con sé, tutti, un giudizio abbastanza preciso e consolidato sui «luttuosi fatti» di Arcidosso. Quei fatti erano classificati, nella loro enciclopedia mentale, come fatti politici, e, o insieme, fatti sociali, ancorché mascherati «sotto pretesto di religione»; non molto diversamente, dunque, da quanto recitava l'atto d'accusa!

Il cronista del "Fanfulla", tra i meno avversi agli accusati, sapeva che il processo andava ricondotto alla «questione del pane»; che l'episodio di Arcidosso era uno di quei "sintomi" che «hanno sempre preceduto rivolgimenti di ben più vasta importanza». Sono, diceva il giornalista, «desideri indistinti, fremiti di ribellione che serpeggiano nelle classi inferiori strette dal bisogno: sono insomma i frutti della miseria e dell'ignoranza». Quei fremiti e quei desideri Lazzaretti aveva interpretato e cercato di soddisfare pacificamente. Egli era stato un «tranquillo socialista che non pensava in modo alcuno a turbare l'ordine pubblico». Se non avesse subito l'attacco del «partito pretino» e del governo non ci sarebbero stati morti ad Arcidosso. Impedito nella realizzazione delle sue pacifiche idee "sociali", cooperativistiche, Lazzaretti le aveva trasposte entro un'ideologia religiosa derivata dal cristianesimo primitivo dei Vangeli. Era stato così costretto a ripercorrere le vie già tracciate dagli «anabattisti di Giovanni di Leyda», dai «poverelli di Linguadoca», dai «ribelli di Rebecca». E finalmente il desiderio di imitare il Cristo lo aveva spinto ad agire in modo da suscitare la reazione violenta dei preti e del governo: «come Cristo volle muovere verso il luogo ove sapeva che avrebbe trovato la morte; e forse volle morire come Cristo inerme e in mezzo ai suoi discepoli per suggellare col sangue la sua dottrina» 22.

A sua volta neppure il cronista della "Nazione" aveva dubbi: Lazzaretti era un «furbo» e i suoi seguaci una «turba di fanatici». Aveva iniziato la sua carriera predicando e salmodiando, fanatizzando masse di «gonzi» accecati dalla superstizione. Ma quel furbo aveva saputo «rendere schiavi» quei «fanatici» e «gonzi», e aveva vissuto comodamente a loro spese, fino a che, preso dal «demone dell'ambizione», li aveva «regolarmente organizzati e disciplinati». Lazzaretti, «aiutato dovunque, specialmente in Francia, dal partito clericale reazionario», aveva dato vita a una «associazione organizzata» con un "programma" che sarà pure stato un «informe impasto d'idee socialistiche, religiose, e repubblicane», ma che aveva un obiettivo chiaro e inequivocabile: «una grande rivoluzione mondiale». Questa, secondo il giornalista, era l'intenzione che aveva messo in movimento la macchina del tragico evento del 18 agosto 1878. Questo aveva predicato il "Santo": «il Santo arringa il suo esercito, e promette per prima cosa l'abolizione delle tasse: infami ed odiosi balzelli» 23. Ed era stata la sua morte. Di fronte alla sua minaccia rivoluzionaria le forze dell'ordine furono costrette ad ucciderlo, per "legittima difesa".

Non diverso era l'ambito del giudizio degli altri giornali venuti a seguire il processo, dal "Diritto", al "Secolo", all'"Opinione". Potrà variare, come abbiamo visto, la ricostruzione dell'itinerario di Lazzaretti, da una fase religiosa a una fase politica ("La Nazione") o viceversa (il "Fanfulla"), ma tutti scoprono dietro l'episodio di Arcidosso lo scontro politico e sociale che attraversa il paese. Mascherata, certo, più o meno abilmente: «dietro le parvenze della religione» è la rivoluzione che nasconde il suo volto. I giornalisti possono personalmente guardare con maggiore o minore preoccupazione a quell'evento, possono giudicare "fanatici" i suoi protagonisti o cercare di comprenderne il comportamento appellandosi alle loro tristi condizioni sociali: tutti però hanno fissi nella mente i "fatti", e il loro significato politico e sociale. Quei fatti e quel significato essi li avevano saldamente costruiti nella loro mente seguendo le cronache che i giornali vi avevano dedicato, abbondanti, un anno prima, e che ora trovavano conferma, a torto o a ragione, nei tre reati contestati dall'atto di accusa 24.

Questa era la convinzione, ferma, dei giornalisti che il 24 ottobre 1879 ascoltarono l'avv. cav. Nicola Cenni, presidente della Corte d'Assise di Siena, leggere la lista dei nomi dei 22 montanari dell'Amiata sottoposti a giudizio. Ed ora quei giornalisti avevano l'opportunità di vedere con i propri occhi gli uomini che avevano usato le «parvenze della religione» per sovvertire l'ordine dello Stato. Finalmente avrebbero guardato in faccia alcuni rappresentanti di quell'oscura minaccia sociale e politica che da tempo sembrava avvolgere le sorti del paese, e che essi sapevano più ampia e diffusa di quanto potesse dire, da solo, l'episodio di Arcidosso: tutti ricordavano che negli stessi giorni in cui sull'Amiata era stata soffocata la "rivolta" di Lazzaretti, in altra parte del paese venivano giudicati gli "internazionalisti" della banda del Matese! 25

Gli accusati avevano, in media, circa 40 anni di età. Due avevano superato i sessanta, e tre erano ancora sotto i trenta; uno di questi aveva ventidue anni, ancora quasi imberbe, o, comunque, con la barba che cresceva "a stento". L'atto d'accusa ebbe qualche difficoltà a dichiararne la professione: 8 erano definiti campagnoli, 4 possidenti, 3 barrocciai, 2 bigonciai, 1 muratore, 1 barbiere, 1 contadino, 1 vetturale, 1 prete. La lista dei 22 era quanto restava del folto gruppo di "lazzarettisti" che nell'agosto erano stati arrestati in seguito al tragico "conflitto a fuoco" del 18 agosto del 1878.

Inizialmente il giudice istruttore aveva posto sotto accusa 45 imputati, «senza contare Lazzaretti David, Bargagli Domenico, Camarri Mariano e Lorenzini Antonio che si erano resi defunti (sic!) per le ferite riportate nel provocato conflitto» 26. Successivamente, giunta finalmente a termine la lunga fase istruttoria, la Camera di Consiglio del Tribunale di Grosseto ne aveva dimezzato il numero. Infine, sottratto a Grosseto per "legittima suspicione", il processo era stato affidato alla Corte di Assise di Siena. E qui fu celebrato dal 24 ottobre al 12 novembre 1879.

Alla prima udienza non tutti i 22 imputati risposero all'appello del presidente: uno, Pastorelli Francesco, colono, era sfuggito all'arresto e risultò dunque latitante; altri due, Pastorelli Giuseppe e Imberciadori Angelo «avevano lasciato la vita nelle carceri durante il procedimento» 27, come eufemisticamente ricorda il Processo Bracco, ed erano dunque forzatamente assenti, morti di stenti e di febbri a causa di un regime carcerario durissimo e impietoso.

La vista diretta degli imputati allineati sulle due gradinate del "Gabbione", una sorta di palcoscenico «rivestito da ogni parte da stecche di ferro», fu per i giornalisti un vero choc "cognitivo". Guardando quel gabbione il reporter della "Lupa", ancora sotto l'effetto della lettura dell'atto d'accusa, non poté fare a meno di notare il contrasto tra l'immagine mentale degli accusati che si era costruita nel tempo in base alle accuse, e i volti che ora vedeva davanti a sé: «il reporter rivolge gli occhi verso gl'imputati, i quali fanno uno strano effetto attraverso alle sbarre ferrate del gabbione in cui sono rinchiusi. Sono facce insignificanti, fisionomie torpide, sguardi inespressivi e a guardarli, sembra strano che l'atto di accusa abbia attribuito ad essi, all'oggetto di tenerli responsabili di reato, un sufficiente grado di istruzione. Se si eccettua il prete Imperiuzzi, vi è da scommettere cento contro cinque che neanche uno di loro sa leggere e scrivere»28.

La "vista" degli imputati contraddiceva la "visione" politica e culturale che l'aveva preceduta. E la contraddizione produsse nei giornalisti uno spaesamento che si manifestò nell'impressione immediata di trovarsi di fronte a qualcosa di strano. Da allora l'aggettivo strano divenne la marca più diffusa nelle interpretazioni, anche storiografiche, del fenomeno-Lazzaretti 29. Lo smarrimento evidente degli imputati, quei vestiti poveri e "ineleganti", e soprattutto quelle barbe (le barbe affascinarono immediatamente pubblico e giornalisti!), barbe da asceti, da eremiti, parvero subito accennare, in modo imprevisto, a qualcosa d'inconsueto, a qualcosa d'altro rispetto all'immagine derivata dalle cronache e dai dibattiti politici. Parlavano di una gente "strana", rozza e ignorante, chiusa in un'angusta cerchia sociale e culturale, isolata sulla montagna, che appariva, ora, di colpo, come oggettivamente incapace di usare gli strumenti necessari ad avviare una qualsiasi battaglia politica. Si immaginava quella gente come assolutamente restia a mescolarsi alle lotte politiche della più grande Italia.

Quale che fosse l'orientamento politico dei giornalisti e il loro giudizio sui fatti di Arcidosso, l'aspetto degli imputati suscitò in tutti un inquietante punto interrogativo, e più di una perplessità sul tenore delle accuse. I volti, i gesti, i vestiti di quegli imputati vi si adattavano male. Ne svelavano una hybris nascosta, mai sospettata; ne facevano scaturire un'impressione violenta di inadeguatezza, di dismisura. Quelle "fisionomie" non erano fatte per suffragare la gravità dei reati. Era difficile leggervi ciò che si leggeva nel testo d'accusa. I giornalisti ebbero l'impressione di trovarsi di fronte a un altro "testo", a un'altra pagina della realtà. Qui trovavano "segni" che contraddicevano le accuse lette dal presidente del tribunale, o che almeno vi corrispondevano assai parzialmente. Due letture del processo erano ora possibili: l'una da svolgere attraverso l'atto di accusa, l'altra attraverso le "fisionomie degli imputati". Tutti dunque analizzarono quelle "fisionomie". Le scrutarono con attenzione e le descrissero minutamente. Non solo per lo stimolo di qualche lettura lombrosiana, certamente presente nella loro cultura. Tutti vi cercarono, al di là del dibattimento, la fonte per una conferma o per una sconfessione dell'atto di accusa, comunque una risposta, forse più vera e attendibile, ai propri interrogativi. Era forse possibile scoprirvi le tracce di una realtà che non era scritta negli atti. I volti e i corpi degli imputati dicevano di un luogo lontano dalla civiltà della nuova Italia. Sembravano provenire da un'altra civiltà, ancora più lontana ed esotica di quanto avessero mostrato le cronache di un anno prima. La verità e il senso dei "fatti" di Arcidosso sembravano nascosti nei volti, nel linguaggio, nei gesti degli imputati, al di là del contenuto dibattimentale delle udienze.

Ma i nostri cronisti, malgrado tutto l'impegno profuso, non sembra fossero buoni psicologi, né buoni sociologi: a conti fatti, non si può dire che dal loro studio si possa cavare una verità più attendibile di quella proposta dalla trascrizione degli interrogatori. E tuttavia il loro sforzo non è vano per noi, lettori di un altro secolo. La fisionomia degli imputati, così attentamente scrutata dai giornalisti, può restituirci, per una sorta di contrappasso, la fisionomia culturale e politica dei giornalisti stessi. Quelle "fisionomie" non ci rendono nessuna "fotografia" degli imputati. Sono, però, "maschere" plasmate con le impressioni, i criteri di valutazione, i pregiudizi dei giornalisti. Essi vi hanno proiettato le loro emozioni, i loro timori e le loro presunzioni: per una sorta di "effetto-specchio" quelle "fisionomie" ci restituiscono la "fotografia" culturale dei giornalisti stessi. Nelle fisionomie degli imputati si specchia il loro vario mondo culturale e politico.

Vario, e non sempre concorde, fu anche il loro giudizio sugli imputati. In realtà solo su Imperiuzzi i cronisti sembrano d'accordo. Qui non hanno dubbi. Tutti mettono in rilievo la "superiorità" intellettuale del sacerdote rispetto ai suoi compagni, fino a considerarlo l'ispiratore e il suggeritore di Lazzaretti. Ne fanno quasi il vero, più o meno inconsapevole, capo della comunità. Imperiuzzi "dà nell'occhio" per la «magnifica barba nera, folta» (naturalmente!) che si era lasciata crescere «durante la lunga detenzione». E tutti gli occhi si appuntano su di lui traendo dalla sua «alta fronte coronata da nere e lunghe chiome», dal suo «nero e sfavillante occhio», l'impressione di una «mente più elevata»: «simpatico e solo in tanta povertà di intelligenza» 30. Anche chi non mostra grande simpatia per lui ne è attratto. Anche il cronista della "Nazione" non ha difficoltà a riconoscere i tratti di un uomo non comune sotto «l'inelegante e largo gabbano di panno nero», dietro la «grossa e lunga cravatta di lana bianca» che porta intorno al collo, non tanto per ripararsi dal freddo, quanto «per nascondere lo sparato della camicia, che a giudicarne da qualche lembo che se ne intravede dalle maniche [...] non dovrebbe esser certo del candore del giglio». Certo non gli sembra «molto forte in eloquenza», e il suo linguaggio mostra anche qualche «traccia di accento romano». Ma il suo modo di affrontare l'interrogatorio lo rivela assai diverso dai suoi compagni:

Quando all'appello del Presidente si alza per rispondere, sulla sua fisionomia fredda ed impassibile, nei suoi nerissimi occhi, che egli socchiude, come chi vuol riconcentrare le idee, chiaro apparisce il freddo e deliberato calcolo di colui che sa bene a cosa va incontro. Attende e riflette prima di rispondere, e pesa e pondera le parole. Si vede che non è un cretino, come la maggior parte dei suoi colleghi di gabbia, ma sa il conto suo, e che né il presidente né altri riusciranno a farlo deviare da una linea dal piano di condotta che ha meditato 31.

Imperiuzzi a parte, però, il ritratto che i giornali ci consegnano degli altri imputati è tutt'altro che unanime, è anzi generalmente e ampiamente contrastato. Persino nei suoi tratti più esterni e oggettivi. A qualcuno essi appaiono «per la massima parte», giovani, con solo qualche «rara testa grigia». Le loro facce non hanno nulla di "straordinario" o di "notevole". Sembrano tutti «onesti e pacifici campagnoli, dalla faccia calma, tranquilla, insignificante» 32. Altri, invece, li vedono come vecchi, «contadini emaciati dalle febbri delle prigioni malsane, dalle sofferenze e dal pensiero della gravissima accusa che pesa sul loro capo, dal desiderio della povera famiglia lontana che langue». Fisionomie quasi "ebeti", insomma, «nelle quali non un lampo di intelligenza favilla» 33.

I giornalisti frugano con curiosità le "fisionomie", il vestiario e i gesti degli imputati. Cercano di cogliere sui loro volti le tracce di un mondo sociale e culturale che tutti sentono lontano, estraneo, quasi inverosimile. E si accaniscono in questo tentativo con minuzia descrittiva e classificatoria, alla ricerca di un'improbabile tassonomia.

Il giornalista della "Nazione" è tra quelli che si ritengono più "acuti" nell'osservazione del campionario. Lo colora con sicurezza spavalda, con commenti salaci e sprezzanti. In tutti gli accusati cerca, e trova, la gestualità goffa o nervosa, il disagio e l'imbarazzo di chi, spaesato, è costretto in un ambiente che impone contegni a lui inconsueti. Di resoconto in resoconto, sotto la sua penna il "gabbione" perde ogni tratto umano, sia pur pateticamente umano. Si anima di tratti grotteschi, si muta in uno zoo mostruoso. Leopoldo Monaci «è un bel tipo, secco allampanato cogli zigomi sporgentissimi», vittima di un «moto continuo di gola, che sembra aver sempre qualcosa da inghiottire» 34. Federico Bocchi «ha tutta l'aria di un secondino in vacanza; fisionomia volgarissima; parla male, mutila e confonde le parole, ed emette frasi prive di senso». Giuseppe Corsini è «giovane e bruttino anzi che no; ha una barbetta che deve avere coltivato in questi quattordici mesi di penitenza forzata, con pochissimi baffi». Angelo Cheli «ha un gran barbone grigio; fisionomia volgare, e, mi sembra, anche un occhio differente dall'altro».

Il cronista sembra compiacersi della cattiveria dei suoi ritratti. Gode ad accentuare i tratti ridicoli e grotteschi della galleria delle sue "fisionomie". Da qualcuno, poi, si sente particolarmente ispirato, come avviene, ad esempio, con Angelo Mercanti. Allora si mette alla ricerca di una aggettivazione audace, se non efficace: «mai si potrebbe immaginare fisionomia più stupida; il suo viso rotondo ha una specie di grassezza floscia ed acquidosa (sic!)». E non si lascia sfuggire l'occasione di descriverne il vago onor del mento, con metafore che vorrebbero essere tra il lirico e l'ironico: quei «peli di una barbetta informe, né lunga né corta, né bionda né bruna, che spuntano qua e là a casaccio» gli ricordano «le male erbe nel cortile d'un castello disabitato» 35.

Va detto che l'immagine degli imputati costruita dal giornalista della "Nazione" è particolarmente aspra; che diversa è l'immagine che altri cronisti ci rendono. E quasi vien da credere che il "reporter" del "Fanfulla", ad esempio, avesse davanti altri imputati. Li vede muoversi «tranquillamente», senza «la menoma vergogna di trovarsi in quel luogo». Si mostrano sicuri di sé, come se da quel processo il «loro onore non abbia sofferto macchia». Se "La Nazione" ci descrive i fratelli di Lazzaretti, Giovan Battista, Lazzaro e Francesco, quasi come fenomeni da baraccone, sottolineandone «le risposte prive di senso», l'«arruffio tremendo» e, perché no, i «segni di cretinismo», il "Fanfulla" si sforza di darcene un'immagine più umana, delineata persino con simpatia. La "Nazione" sottolinea con compiacimento che Lazzaro «non comprende bene» le domande, che usa espressioni strampalate («neanche per pensiero nato»), che non capisce perché gli si chieda di spiegare il significato di espressioni come «donne vestite» che egli usa parlando della processione di Monte Labaro; il "Fanfulla" ne sottolinea, invece, «il viso energico ed espressivo, i lineamenti accentuati, la barba foltissima, gli occhi fissi e sereni»: Lazzaro «parla con sicurezza, in certi punti con colore; risponde alle domande del presidente con fermezza, e a quelle un po' suggestive vuole che se ne sostituiscano altre più chiare [...]. Trova nell'efficace sua favella, nel ricchissimo volgare toscano, parole che colpiscono. [...] Sobrio di gesti, produce molta sensazione colla tranquillità misurata del suo dire, col non contraddirsi mai» 36. Anche con gli altri imputati il "Fanfulla" ha atteggiamenti più indulgenti della "Nazione". Per non fare che un esempio: Filippo Corsini, maltrattato dal giornale fiorentino, diventa per il "Fanfulla" «un pezzo d'uomo ingiallito dalla prigione e forse dalle penitenze», «una specie di apostolo dalla barba prolissa» che possiede un linguaggio non meno eloquente di Lazzaro Lazzaretti, e «parla con molta rapidità, con energia e colorito efficacissimi» 37.

E tuttavia, malgrado la sua simpatia indulgente e protettiva verso gli imputati, anche il cronista del "Fanfulla" avverte qualcosa di "strano", sa che «il seguito del processo ci apprenderà senza dubbio strane cose» 38. Le "strane" fisionomie degli imputati gli saranno pure "simpatiche", ma il loro linguaggio, malgrado il colorito e l'efficacia, suscita anche in lui qualche imbarazzo. Certi modi di dire, certe frasi, appaiono fuori luogo in quel tribunale, danno un senso di spaesamento, suscitano nel pubblico irritazione, ironia, ilarità. E in certi casi la "stranezza" si tocca con mano. Il linguaggio di Angelo Pii non è lo stesso linguaggio che condividono il cronista e il pubblico (pieno di «cappellini»!) che assiste all'udienza. Il "poetino" «parla con lentezza, con una quantità di frasi ricercate e qualche volta spropositate, pare che reciti un'omelia o un'elegia». Fatalmente, inevitabilmente, le sue risposte al presidente «suscitano ilarità» nel pubblico. Se tutti ridono, sarà pure «perché riconoscono che la situazione degli imputati è davvero poco grave» e non per «pazza leggerezza»!; e tuttavia quell'ilarità dice eloquentemente, se non disprezzo, certo lontananza, estraneità 39.

Il fatto è che gli imputati parlano di cose ignote o incomprensibili al pubblico e al giornalista del "Fanfulla". Cose estranee al loro mondo, anche se, benevolmente, quel senso di estraneità culturale viene tutto messo sul conto della "confusione" degli imputati. Ha voglia il presidente a chiedere agli imputati chiarimenti su quella loro Repubblica che tanto aveva spaventato i "possidenti" di Arcidosso e la "forza pubblica"! «Alla monotonia delle domande risponde la monotonia delle risposte». Tutti gli imputati ripetono che la loro Repubblica è il Regno di Dio e non «quella del Quarantotto». E nulla di più: «cercate di far loro spiegare questo regno eterno; non ve lo sanno dire». Gli imputati non sanno spiegare, sono confusi; e non è questione di incapacità linguistica, di prevaricazione del colorito del loro eloquio sulla logica del ragionamento. E non è solo questione di imbarazzo, di difficoltà derivanti da una "oralità" non abituata ad esercitarsi nelle aule dei tribunali. Anche i loro "scritti", che dovrebbero essere più riflessivi e ponderati, e che il presidente di tanto in tanto legge e sottopone al chiarimento degli imputati, rivelano, agli occhi del cronista, la stessa confusione: «c'è confusione singolare (in una lettera di Lazzaretti a Corsini) fra il regno del Cristo, l'unione universale del mondo in un solo impero, la solita repubblica del regno di Dio, e finalmente la costituzione nazionale monarchica»40.

La "confusione", le "strane cose" che corrono lungo il linguaggio dei lazzarettisti sono generalmente avvertite da tutti. Il cronista del "Fanfulla" ne parla forse con qualche imbarazzo, in considerazione della sua "simpatia" per gli imputati, e tende a volgere l'imbarazzo in paternalismo protettivo. Ma altri cronisti ne traggono giustificazione per atteggiamenti più sprezzanti, e, dietro il disprezzo, per una sostanziale rimozione degli interrogativi che quell'estraneità potrebbe porre. Le peculiarità del linguaggio dei lazzarettisti vengono imputate alla loro ignoranza, al loro analfabetismo, alla loro "confusione" e rozzezza intellettuale.

E tuttavia affascinano i giornalisti. Esse attraggono la loro attenzione al pari delle "fisionomie". E come le "fisionomie" anche il linguaggio diventa un testo alternativo all'"atto d'accusa", un testo attraverso il quale sondare la fondatezza delle accuse. I giornalisti lo annotano, lo scrutano, proprio come fanno con le fisionomie. E proprio come le fisionomie, quel linguaggio diventa il luogo di un contorto gioco di specchi: all'occhio dello storico la "confusione" e l'"ignoranza" degli imputati si svelano, a volte, come "confusione" e "ignoranza" dei giornalisti. Il discorso religioso dei lazzarettisti è per loro incomprensibile e diventa un «discorso strampalato» 41 solo perché essi non ne possiedono le coordinate culturali. Non molto diversamente da quanto capita ai testimoni "colti" dell'Amiata, chiamati alla sbarra dal presidente del tribunale, che cercano di sottolineare la distanza culturale che li separa dagli imputati, e che parlano di dottrine «strane ed indecifrabili», di «figurato linguaggio», di «idee esagerate», di «pazzia ragionante»: anche a loro, nel migliore dei casi, i lazzarettisti sembrano degli «illusi», dei «fanatici innocui» 42.

Il tono dei resoconti dei cronisti della "Nazione" e del "Fanfulla" sono certo diversi, ma assai simile è la sostanza del rapporto che essi intrattengono con la cultura degli imputati: tutto è giocato sulla estraneità, sulla coscienza di appartenere a livelli diversi di una gerarchia indiscutibile. Essi mettono in atto una minuziosa strategia per segnare il loro territorio di persone "colte" e "di mondo", per marcare la distanza che li separa dagli imputati. Il cronista della "Nazione" sottolinea con piacere le difficoltà che gli imputati incrociano nella complicata navigazione dell'interrogatorio, e gode nello scoprire i tratti dialettali delle loro risposte, le espressioni scorrette o strane. Quasi con cupidigia coglie le trepide idiosincrasie di quei contadini che posti all'improvviso di fronte ai giudici e a un pubblico "cittadino" temono di sbagliare, tendono alle ipercorrezioni, fanno ingenuamente ricorso ad un fondo linguistico che essi credono "colto" e che alle orecchie "moderne" del giornalista appare solo «arcaico» e «ampolloso». Né si sottrae, il reporter, alla tentazione di ironizzare sulla distorsione che singole parole, evidentemente poco usate nel linguaggio quotidiano degli imputati, subiscono sulla loro bocca (vestuario per vestiario). Ed è sempre pronto, impietosamente, a trasformare in battute "spiritose" gli equivoci che insorgono nella comunicazione tra "parti in causa" portatrici di registri linguistici diversi; proprio come il pubblico (pieno di «cappellini»!) che ammicca malizioso alle donne "vestite" che avevano preso parte alla processione: le altre, le "non-vestite", eran forse nude? 43

Si tratta di un atteggiamente comune alla gran parte, e forse a tutti i cronisti presenti al processo. Analogo, ad esempio, è l'atteggiamento del cronista del Processo pubblicato dalla "Lupa" di Siena, il quale sembra volersi specializzare nella rilevazione delle forme dialettali, degli errori grammaticali. E la sua cattiveria non è riservata ai soli lazzarettisti, ma più in generale tocca gli "ignoranti" che vengono a testimoniare. Non c'è pagina del suo resoconto che non esponga il suo "bestiario" linguistico: dei testimoni amiatini coglie i «viense giù la processione», le «tanie (litanie)», il «catolismo (forse cattolicismo)», i «carabinieri tironno», i «sassi continuonno», i «dopo poco apparì David»; e dei testimoni Sabini sottolinea i «noi non capimo, semo ignoranti», i «noi andassimo da lui», i «sapessimo ancora», i «noi ci accendessimo di devozione» 44.

Il registro linguistico degli imputati appare sempre sfasato rispetto alla cultura del giornalista, alla lingua corrente nei giornali e nei tribunali. Per il cronista della "Nazione" Leopoldo Monaci «parla male, mutila e confonde le parole, ed emette frasi prive di senso» 45. Del "poetino" Angelo Pii, vanto della comunità lazzarettista per il suo talento di verseggiatore e per la sua padronanza linguistica, lo stesso cronista traccia il ritratto di un «personaggio grottesco», portatore di un linguaggio ricco solo di «premeditate e empiriche ampollosità». Si sente che il "poetino" ha l'«abitudine di parlare istrionescamente in pubblico»: «la sua inflessione ha un poco dell'avvocato [...] e molto del predicatore di bassa sfera [...]. Sciorina senza riprender fiato una quantità di paroloni rotondi ed impropri; la costruzione dei suoi periodi ed i suoi traslati sono tali da far cadere in deliquio il più arcadico cinquecentista. Gli errori più madornali e inverosimili infiorano il suo discorso» 46. Filippo Corsini, lo "storiografo di David Lazzaretti", ha «una certa cultura, tutta a suo modo, e non lo dimostra [...]. Si esprime con prolissità, e con lunga sequela di frasi ampollose, e di metafore bibliche». E di queste "metafore" e "ampollosità", delle quali vuol "far grazia ai lettori", si limita a portare un solo esempio: secondo Corsini «il mondo doveva ridursi sotto una sola corona, un sol rito; essere insomma un sol ovil, con un solo pastore!» 47.

E qui, ahimé! l'ironia del cronista che avanza le sue allusioni utilizzando la lettera dell'espressione del Corsini suscita inevitabilmente qualche perplessità: il contesto ci fa temere l'ignoranza storico-religiosa del reporter piuttosto che l'ampollosità dello "storiografo"! Del resto il Regno lazzarettista non aveva creato qualche problema anche al cronista del "Fanfulla"? Certo è che il reporter della "Nazione" sembra incapace di comprendere la cultura "tutta a suo modo" dello "storiografo" di Lazzaretti. E questa incapacità dell'uno e dell'altro cronista a comprendere la cultura biblica degli imputati non è senza significato per la comprensione della nostra storia. Essa apre davanti a noi uno spiraglio nel viluppo complesso delle "apparenze" che annebbiano la vicenda di Lazzaretti, e getta un fascio di luce sulle ragioni profonde dei «luttuosi fatti» di Arcidosso. Chi viene a Siena da Firenze, da Roma e dalle altre città italiane sedi dei giornali accreditati al processo, sembra non possedere gli strumenti culturali per accedere al "mistero" di Lazzaretti. Comprendono Monte Labbro, ma Monte Labaro è terra sconosciuta, estranea alla loro geografia.

In realtà durante il processo due culture si confrontano e si affrontano. Gli imputati, pur usando lo stesso lessico dei giornalisti, sembrano parlare un'altra lingua. Gli stessi suoni hanno significati e referenti diversi. Così tutto il dibattimento è una sorta di torneo cavalleresco; non senza colpi bassi, del resto. Il presidente che conduce l'interrogatorio appare spesso in difficoltà, stenta a capire, a concepire lo "spirito" dietro la "lettera". E chiede chiarimenti. E gli imputati si ingegnano in un difficile e non sempre riuscito esercizio di traduzione: la loro "repubblica" è il «Regno eterno di Dio e non quella del Quarantotto»; le "campagne" e "battaglie" a cui Lazzaretti li chiama non sono quelle militari ma quelle "spirituali"; la "fine del mondo" è la fine del «mondo morale e religioso» non di quello "materiale" 48, ecc... Il presidente, i giornalisti, il pubblico, tutti si smarriscono di fronte alla lingua dei lazzarettisti. Più di quanto essi credano. Più di quanto potrebbe consentire la loro "superiorità" culturale. Essi parlano una lingua "mondana" e gli imputati rispondono con una lingua "spirituale".

Così gli imputati sembrano scivolar via, sfuggire alla comprensione/apprensione degli altri. I giornalisti sentono di non riuscire a tenerli, di esser costretti sempre a un incerto lavoro di interpretazione. La situazione comunicativa che si stabilisce tra i due codici, lungo tutto il processo, non è mai trasparente, ed evidenzia un costante bisogno di traduzione: ciò che per gli uni è "rivoluzione", è "ascetismo" per gli altri. È la conseguenza di ciò che il sindaco di Santa Fiora chiama il «linguaggio figurato» dei lazzarettisti! Lo scettico giornalista della "Nazione" sente che «frasi evidentemente rivoluzionarie vengono spiegate col consueto ascetismo» 49.

Le "fisionomie" e il "linguaggio" degli imputati lasciano intuire ai giornalisti una realtà difficile da penetrare, rendono palpabile una differenza difficile da annullare. Del resto non ci sono soltanto le fisionomie e le parole degli imputati a dare corpo all'estraneità culturale. C'è qualcosa che li colpisce ancor più vistosamente, là, nell'aula del tribunale.

Oltre alle persone, infatti, essi vedevano qualcosa d'altro giungere direttamente da Monte Labaro, altre tracce di quel lontano mondo. Il presidente, inopinatamente, aveva fatto depositare là, sul suo banco, un mucchio di oggetti "strani" anch'essi, non meno delle fisionomie e del linguaggio dei lazzarettisti, frutto dei sequestri operati dalla polizia alla "torre" di Monte Labaro dopo la tragica morte di Lazzaretti. Quegli oggetti erano là, di fronte a tutti, quasi a denudare e profanare agli occhi impudichi del pubblico quanto di più sacro gli imputati avessero posseduto; ma anche, per contrappasso, a rivelare, teatralmente, quanto quella sacralità fosse estranea e incomprensibile a quel pubblico e a quei giornalisti. Là ammucchiati, come sospinti e abbandonati a riva dalla corrente violenta di un fiume in piena, si vedevano i poveri lacerti di un'insondabile avventura religiosa. I relitti di un'esperienza umana incomprensibile, presumibilmente esaltante, giacevano confusamente ammassati come i resti di un veliero audace e orgoglioso, che aveva trovato su scogli imprevisti una misera fine alla sua corsa d'altura.

Quei relitti sconosciuti, provenienti da un mondo d'altrove, avevano immediatamente colpito la fantasia dei cronisti. Non meno delle "fisionomie" e delle "ampollosità" degli imputati. Vi si erano "slanciati" sopra con cupida curiosità. Era «un ammasso di roba che feriva gli occhi con i suoi vivaci colori, e le sue strane forme [...]. Bandiere variopinte, recanti in mezzo l'effige del santo, e il motto "La Repubblica è il Regno di Dio"; vesti grigie, rosse e turchine. Corone da vergini, molto appassite; le corone bene inteso! [il cronista della "Nazione" non rinuncia mai al suo fine senso dello humour!] Berrettoni di lana a righe rosse, gialle e verdi, fusciacche, rosari, tutto è passato in meno che nol dico fra le nostre mani» 50. E il cronista del Processo Bracco per dare ordine a quello strano bazar aveva cercato di classificare minutamente gli oggetti portati dagli uscieri, e aveva individuato «le vesti, i cappelli, le fascie, i cordoni, i fiocchi, i pastorali, i bastoni, i vessilli, i labari, le bandiere, le trombe, i camici, i berretti, le scuri, i sandali, le stole, le corone di fiori in tela, i crocifissi, le placche con il mistico simbolo )+( e tutta una farraggine di indumenti, attrezzi, emblemi» 51.

Fra tutti questi oggetti alcuni parvero particolarmente stravaganti e significativi. Innanzitutto il «cuopricapo» di David, qualche cosa tra l'elmo e il cappello ordinario. Fatto in feltro celeste, di cocuzza alta e rotonda, dalle larghe falde elegantemente arcuate, porta sul vertice un ordegno in ottone, da cui spiccano tre piume di vario colore; al posto del nastro vi sono rosari e catenelle di metallo, ed un Cristo di discreta grandezza è attaccato obliquamente sul davanti in basso. Sul fronte ha una larga placca di rame dorato, con sopra inciso a bulino un piccione coll'ali spiegate, tre chiodi, e il consueto emblema, con cui è contrassegnato tutto ciò che appartiene alla setta, la croce in mezzo a due C in questa maniera: )+( 52.

Un «cuopricapo» fantastico, che colpisce per le sue tre piume «a ricasco», l'una bianca, l'altra azzurra e la terza gialla, e che potrebbe indurre al sorriso, o trasportare lontano l'immaginazione, se un particolare non richiamasse realisticamente la tragica esperienza di cui era segno, se sotto la placca non si vedesse «il foro della palla che entrò nel cranio di Davide Lazzaretti» 53, se la sua fodera non conservasse ancora «le traccie del sangue dell'infelice profeta» 54. E accanto al «cuopricapo» ecco gli zoccoli, «le calzature del santo profeta», scolpiti «in un solo pezzo di legno, colla punta aguzza secondo la moda, e rivolta in su», con ornati intagliati che risaltano, bianchi, sulla tinta nera. Pezzo assai curioso dal quale il "sottile" umorismo del cronista della "Nazione" è, ancora una volta, fortemente tentato: «mi sono permesso la profanazione di entrare dentro ad una di esse, con lo stivale e tutto s'intende, e siccome, senza qualificarmi per un elefante, non la pretendo poi da Cenerentola, ho dovuto convincermi che il redentore della Umanità aveva buone fondamenta» 55. E poi ancora la verga, copia di quella tolta a Lazzaretti dal Santo Uffizio in occasione del suo esame a Roma nella primavera del 1878: un bastone con il quale Lazzaretti avrebbe colpito il delegato di polizia, «fatto a guisa di pastorale, terminato da una ripiegatura che porta una palla dorata» che aveva «nella sua lunghezza cinque nodi parimenti dorati», simbolo dei «cinque figli prediletti della Chiesa di Gesù Cristo: il quinto sarebbe il Lazzaretti» 56.

Affascinati e smarriti, i giornalisti traggono da quel mucchio di oggetti stravaganti la coscienza di una distanza incolmabile, il senso di un'alterità incomprensibile. È tutto un mondo sconosciuto, inimmaginabile, che all'improvviso emerge da lontananze insondabili a gettare luce sugli imputati. E di colpo le imputazioni stesse cominciano ad apparire sempre più improbabili. Lo spaesamento li coglie, turba i più ragionevoli, esalta i più sprezzanti. Non sanno come interpretare quell'«accozzo di sacro e di profano», quel «miscuglio di rito cristiano e caldeo»; quel confuso rimescolio di «abiti di rozza tela e di damaschi ricchissimi di tela dipinti, istoriati con quei tocchi semplici ma caratteristici del Duecento, tale una varietà di tinte azzurre, rosse, gialle e pavonazze che a malapena ne può dare l'idea il magazzino del meglio assortito vestiarista teatrale» 57.

Tutto quel baluginio di simboli e di emblemi non si accordava con le gravissime e serissime accuse che minacciavano gli imputati. Dietro quegli oggetti i giornalisti potevano immaginare scene teatrali, non barricate rivoluzionarie. Dove erano le idee, i mezzi economici, le relazioni sociali e politiche necessarie per organizzare un "complotto"? Dietro le persone degli imputati essi potevano vedere il deserto e le asperità della vita di Monte Labbro, certo! Ma da Monte Labaro non giungevano al processo conferme all'atto d'accusa: non schiere di rivoluzionari armati, non reti di relazioni sovversive, non notizie di violenza politica o sociale. Intorno alla Torre si potevano veder formicolare "turbe" di uomini e donne che si riunivano, ma solo per salmodiare e pregare.

Alla fine la valutazione di tutti sulla personalità degli imputati fu abbastanza concorde: gli imputati erano «umili, dimessi e paurosi», tanto che «non si comprende come si sia potuto di tanto occuparsi» 58; forse pazzi, certo illusi, ma comunque e indubitabilmente innocui. Era possibile che a Monte Labbro quei contadini avessero innalzato altre bandiere che non "labari"? Bandiere rosse, sì! ma rivoluzionarie? internazionaliste? Che quei montanari, privi di cultura e di esperienza, avessero potuto progettare una rivoluzione politica e sociale apparve a tutti piuttosto inverosimile.

Al termine del dibattimento persino al Pubblico ministero quelle accuse apparvero decisamente sovradimensionate, tanto che nella sua requisitoria finale egli si vide costretto a rinunciare almeno alla prima delle tre accuse: Lazzaretti e i suoi seguaci non avevano voluto «rovesciare il governo e mutarne la forma». E pur tenendo salde le altre due accuse relative al progetto di scatenare «guerra civile», «devastazione e saccheggio» in Arcidosso, e di aver opposto «resistenza» alla forza pubblica, chiese alla Corte «clemenza» e «mitezza», lasciando intendere che forse gli imputati avevano agito al limite della «irresponsabilità», «certo non con tutta la (loro) libertà di elezione», accecati com'erano dal fanatismo. Clemenza e mitezza per tutti, ma non per l'Imperiuzzi, «il vero colpevole, il grande colpevole; David fu il braccio, egli fu la vera mente di questa luttuosissima storia» 59.

Il verdetto della Corte fu pienamente assolutorio per i lazzarettisti. Non solo li scagionò da ogni accusa ma rifiutò anche di accogliere le ragioni di "indulgenza" avanzate dal pubblico ministero: alla giuria non sembrava che i lazzarettisti avessero agito «nello stato di chi non ha coscienza dei propri atti o libertà di coscienza» 60. Essi non erano né irresponsabilischiavi della volontà altrui, semplicemente non avevano commesso i fatti a loro attribuiti: non erano rivoluzionari.

La sentenza di Siena faceva così naufragare la costruzione ideologica che per un intero anno dal «fatto luttuoso» aveva sostenuto, e accomunato, le diverse interpretazioni della vicenda lazzarettista. Annientava ogni possibilità di equivoco: «sotto le apparenze di pratiche religiose» i lazzarettisti non avevano messo in scena altro che credenze e pratiche religiose. I giornali dei vari indirizzi politici accolsero, condividendole, le decisioni del Tribunale di Siena. Ma nessuno si preoccupò davvero di scoprire le ragioni di un'esperienza religiosa e di una cultura che avevano potuto suscitare un sì tragico equivoco. E il caso fu presto dimenticato.

Fino al processo Lazzaretti era stato presentato all'opinione pubblica come un fautore di guerre civili, di attentati alla sicurezza dello Stato: repubblicano e comunista! I suoi progetti rivoluzionari erano stati contrastati con la forza ed egli aveva pagato con la vita il suo fanatismo. La sua «strana» discesa dal monte alla testa di una «processione» era stata solo un «pretesto», una «parvenza» dietro la quale aveva mascherato i suoi intenti rivoluzionari. Il «conflitto a fuoco» aveva posto fine ai suoi folli propositi, aveva smascherato e vanificato il «pretesto» della processione.

Il testo del Caravaggio per quattro volte riconosce come processione la discesa di Lazzaretti dal monte, e per quattro volte la bolla come «parvenza» e «pretesto». Altre sono le convinzioni dell'ispettore ministeriale sulla "verità" di quella processione! Per due volte la definisce come una dimostrazione, e per tre volte come una sommossa: «fu a Monte Labbro stabilito che nel giorno 18 andante in tutti i modi sarebbesi dovuto scendere ad Arcidosso e Castel del Piano, marciando con stendardo rosso, e colle divise di strana foggia e di svariati colori, di cui circa 80 dei principali affiliati erano forniti, e cogli emblemitutti della loro associazione, cantando laudi a Dio, onde null'altro apparisse che una processione religiosa» 61.

Lazzaretti aveva costruito solo un'apparenza di processione. Sotto la maschera della processione egli era sceso da Monte Labbro alla testa di una «turba» di facinorosi, avendo come obiettivo la realizzazione di un «complotto», come subito aveva detto il delegato De Luca. E più tardi anche il pubblico ministero aveva ripreso con insistenza l'idea di De Luca. La «lazzarettiana commedia» era una «furfanteria», un'«impostura», che dietro il «mistico velo» nascondeva la rivoluzione, la repubblica. Dietro i «costumi teatrali» («fra l'acrobata e il ballerino») dietro le «comparse strane e ridicole», bisognava scoprire l'attentato alla sicurezza dello Stato e l'incitamento alla guerra civile 62. Tale era la messa in prospettiva del "conflitto a fuoco" operata dalle "autorità": la religione copriva e nascondeva la rivoluzione. Prospettiva vincente, penetrata a fondo nell'opinione pubblica: la processione era una finzione, una messa in scena, una fiction per meglio attuare progetti di rivolta.   

Tale era l'opinione persino di chi non poteva pensare Lazzaretti come un rivoluzionario. Anche il difensore dei lazzarettisti al processo di Siena, l'avv. Nocito, che pur irrideva alle accuse del pubblico ministero 63, ne condivideva tuttavia il giudizio sulla processione. Aveva ragione l'accusatore a definirla una «caricatura», una «mascherata»: quella processione era davvero uno «spettacolo attraente» che tutti erano andati «a godersi», vecchi, donne, ammalati e bambini. Uno "spettacolo", una finzione dunque! Anche se non era uno spettacolo offerto da rivoluzionari «delinquenti» e «impostori», ma da «illusi», da «fanatici», da malati mentali, da matti affetti «da ciò che chiamasi monomania religiosa» 64. Era tuttavia "spettacolo", finzione!

Tutto ciò non ci stupisce. Provenendo dall'esterno questo giudizio ci appare comprensibile! Ma come non sorprenderci scoprendo che esso era condiviso da Lazzaretti e dai suoi seguaci? Certo essi erano ben lungi dal prospettare la loro processione come una sommossa! E tuttavia anche per loro quella non era una semplice processione: era anche per loro una finzione, una fiction, un artificio a cui avevano lavorato a lungo e alacremente. Certo gli scritti "storici" della comunità, come la Storia di David Lazzaretti o laStoria dei fatti di mia vita di Imperiuzzi, le Memorie di un lazzarettista di Corsini ecc., parlano tutte, di preferenza, di processione, di pellegrinaggio. E tuttavia in quei testi "processione" e "pellegrinaggio" nascondono qualcosa che deve essere dimostrato, manifestato."Processione" e "pellegrinaggio" sono il pre-testo, il medium allestito per richiamare l'attenzione su una verità "altra" che essi conservano nascosta e che debbono al tempo stesso svelare.

È curioso constatarlo: ma Caravaggio e Lazzaretti (e i suoi seguaci) concordano nel vedere nella "discesa" dal monte solo una parvenza di processione. Lo stesso Imperiuzzi se ne era accorto e si era posto la domanda: «perché David chiamò mascherata la sua comparsa? E perché i miscredenti mascherata la chiamarono?» 65. Lazzaretti era sceso, dice Caravaggio, «a guisa di processione», ma in realtà era sceso alla testa di una turba di rivoluzionari. E lo stesso Lazzaretti, durante i giorni di preparazione della "discesa", l'aveva definita «comparsa» e «mascherata»: a tutte lettere, senza incertezze. Quel "vestiario" multicolore che aveva fatto preparare con tanta cura per la "processione", egli lo considerava per quello che era: materiale di un atto teatrale, di una mascherata. La testimonianza di Imperiuzzi è sicura e incontestabile. Così David aveva detto il 4 agosto, quando, per preparare i suoi seguaci alla discesa programmata per il giorno 15, li aveva radunati, e aveva mostrato loro il "vestimento" dei crociferi: «Sì, miei cari, la nostra sarà una semplice comparsa, una piccola mascheratina» 66.

Al di là dell'"apparenza", tuttavia, le posizioni di Caravaggio e Lazzaretti sono profondamente diverse. Il rapporto verum/fictum risulta totalmente invertito. Per Caravaggio la processione è una "parvenza", una fiction religiosa che nasconde una realtà profana, politica: la sommossa. E certo anche per Lazzaretti la processione è una "parvenza", una fiction; ma non alla maniera di Caravaggio. Essa, è vero, è un artificio, un opus umano, ed è dunque, in quanto umano, un opus profano. I "figurini" preparati a Monte Labaro per la processione non sono opera divina: sono inventati da Imperiuzzi, disegnati da Corsini e cuciti dai sarti. E lo stesso dicasi per i "labari", anch'essi dipinti da Corsini su indicazioni di Imperiuzzi. Tutta la processione è il frutto di un lavoro minuzioso di Lazzaretti e dei suoi seguaci: è incontestabilmente un artificio profano, consapevolmente e volutamente profano, mirato a nascondere la "verità". Ma la verità che esso nasconde non è la rivoluzione, non è una verità politica: esso copre e nasconde una verità sacra. Tutto quell'«accozzo di sacro e di profano», quel «miscuglio di rito cristiano e caldeo», che i giornalisti avevano visto al processo era davvero una sovrapposizione di sacro e profano. Mantelli, vesti, berretti, vessilli, ecc. erano certamente un'opera pro-fana, frutto della fatica di mani umane; ma alludevano al fanum, aprivano l'accesso al sacro che essi nascondevano: la mascherata era un opus fictum, una crisalide da cui si sarebbe sprigionato il volo del sacro. "Mascherata": «David, dice Imperiuzzi, ebbe i suoi fini nel chiamarla in quel modo, poiché sotto quella si nascondevano verità misteriose, e i profani tale chiamarono, perché non videro e non compresero quello che sotto di essa era celato, e però la dileggiarono o incosciamente, o maliziosamente» 67. La processione era una mascherata; ma era, e voleva essere, al tempo stesso, la manifestazione di un Messia, non di un rivoluzionario, un'epifania, non una sommossa.

In realtà la processione era stata pensata e costruita con estrema minuzia perché nulla in essa fosse casuale, perché tutto avesse un significato preciso, codificato: ogni oggetto era un segno, era il tratto di un discorso profetico, che parlava d'altro, in una lingua altra, figurata. Un discorso preparato da tempo, annunciato in molti degli scritti di Lazzaretti e che dunque chiunque avrebbe potuto comprendere. Se ne era accorto persino Caravaggio, che quegli scritti aveva dovuto leggere per ragioni professionali, e aveva potuto ritrovarvi annunciati gli eventi del 18 agosto. Negli Avvisi e predizioni di un incognito profeta, del 1871, aveva letto di un principe, un gran monarca «rampollo del sangue di Pipino» che «scenderà dall'Appennino italiano [...] tenendo in mano il vessillo della redenzione dei popoli». Vi aveva ritrovato, descritto nei particolari, persino il "vestito" che Lazzaretti avrebbe indossato nella discesa: «le sue divise saranno assai straordinarie; porterà in petto una croce con due lettere iniziali, improntata sulla sua divisa. Il suo cimiero sarà fregiato di tre penne, avrà nel davanti del medesimo impresso una colomba tenente nel rostro due ramoscelli d'ulivo». E Caravaggio non aveva potuto trattenere lo stupore: «ed è questa veramente l'uniforme con cui scese da Monte Labbro il giorno 18 di agosto!» 68.

Nulla era stato lasciato all'improvvisazione. Tutto era stato piegato a significare altro da sé, a rendere finalmente essoterica una verità fino ad allora misteriosa, esoterica. Tutto veniva rinominato, assumeva un nomen nuovo, più profondo ed essenziale. La realtà effettuale si rinsecchiva come il bruco in crisalide, pronta a liberare la farfalla racchiusa nel "senso mistico". E David gestiva con particolare abilità il "senso mistico" della sua "parola profetica" 69. E ciò era vero per gli uomini come per gli eventi naturali. Persino la "strana" nebbia che a mezz'agosto di quel 1878 aveva avvolto per breve tempo la cima del monte parlava d'altro da sé, entrava significativamente nel discorso profetico. Non avevano detto Matteo e Marco che il Messia sarebbe venuto «in nubibus coeli, cum majestate» 70? E David prontamente vi aveva letto la sua manifestazione: «Io sono il David di Ezechiele quel gran Monarca descritto e desiderato dai popoli, il Cristo Duce e Giudice: il vostro Re. Il vincitore dei tre mortali nemici, ed ecco che si adempiono le profezie con tutta la sua naturalezza della natura, di cui gli uomini non possono comprendere. Ecco il Cristo in mezzo alla nuvola ed ai suoi angeli» 71.

Per chi aveva seguito nel tempo l'avventura di David, come aveva fatto Imperiuzzi, la sua "lingua profetica" era anche la sua propria lingua, e quei segni non avevano segreti 72. Per Imperiuzzi quell'«accozzo di sacro e profano», quel miscuglio di forme e colori inverosimili, non rivelava nessuna stranezza. Egli sapeva leggere le figure, ne conosceva le fonti bibliche, ne possedeva la simbologia. Il Gran Monarca, che il 18 agosto sarebbe sceso dal Monte Labaro alla testa dei «militi crociferi» con tutti i loro «labari», i loro «emblemi», i loro «vestiti», non avevano per lui significati nascosti. Ne conosceva i luoghi biblici di origine, e ne conosceva la reinterpretazione operata dalle Lettere di Francesco di Paola attraverso la quale David aveva recuperato l'escatologia gioachimita del Terzo Regno dello Spirito Santo. I tempi erano ormai maturi, le profezie si realizzavano. David si manifestava per quello che davvero era

il Cristo Duce e Giudice, vera e viva figura della seconda venuta di nostro Signore Gesù Cristo sul mondo, come Figlio dell'Uomo a portare compimento alla redenzione copiosa su tutto il genere umano in virtù della terza legge divina del Diritto e Riforma generale dello Spirito Santo, la quale deve riunire tutti gli uomini alla fede di Cristo in seno alla cattolica Chiesa in un sol culto e in una sola legge in conferma delle divine promesse 73.

Ecco il significato vero della processione per Lazzaretti e per i lazzarettisti: essa era il luogo in cui David avrebbe dovuto manifestarsi, il luogo della nuova epifania del Cristo. «Qual era lo scopo di quella processione?», aveva chiesto il presidente del tribunale all'imputato Giuseppe Corsini. E Corsini non aveva avuto esitazioni: «Che David si doveva manifestare per Cristo Giudice» 74.

Nelle ultime giornate di Monte Labaro tutta la comunità aveva vissuto nell'attesa spasmodica di quella manifestazione. Manifestazione definitiva (terza manifestazione dirà Corsini!), annunciata da tempo: manifestazione al mondo, alle Nazioni latine, dopo che era stata svelata al Santo Uffizio nel marzo di quell'anno (seconda manifestazione), e ancor prima ai suoi più fidati compagni nel silenzio dell'eremo, in modo solenne e drammatico la notte dell'8 marzo 1878.

Quella notte, la notte della prima manifestazione, David stava celebrando personalmente i misteri del venerdì santo. Una celebrazione piena di pause, di silenzi improvvisi. All'improvviso levò la voce e si proclamò sacerdote «secondo l'ordine di Melchisedecco», Nuovo Abele «che sarà sacrificato dai figlioli di Caino e di Cam». Per obbedire al comando di Dio, disse, devo manifestarmi a voi per quello che realmente sono» 75; e subito, «in preda ad una forte agitazione interna oltremodo grondante di sudore», in un'atmosfera che esplicitamente richiamava la scena del Cristo nell'orto: «Ego Sum. Io sono il Cristo Giudice, io sono il Pastore del nuovo gregge. Io sono il desiderato delle nazioni. Io sono quel figliuol dell'Uomo annunziato da Gesù e da tutti i profeti. Io sono la vittima consacrata a dover ricompensare Gesù del sangue da Lui sparso nel calvario» 76.

In quell'occasione David costruì la sua ultima "manifestazione" riplasmando la materia profetica del Vecchio e Nuovo Testamento: il «David di Isaia e Ezechiele» identificò allora gli "apostoli" della sua manifestazione al mondo e prefigurò minutamente il significato degli eventi del 18 agosto. Il mondo storico evaporava, perdeva la sua scorza; il presente si sfogliava lasciando apparire la convergenza del passato e del futuro. Tutto trasfigurava e anche il volto di David finalmente trasfigurava nel volto di Cristo: la "manifestazione" toccava la sua radice più estrema.

Così racconta Corsini riferendo dei preparativi del 18 agosto:

Mentre noi eravamo occupati ad eseguire i suoi ordini, lui pure salì nella sua stanza da letto a prepararsi. Per combinazione dovetti salire di sopra, e voltatomi verso la stanza di David la quale aveva la porta aperta, vidi di faccia ad essa David seduto voltato verso la porta, che sua moglie gli acconciava i capelli. L'effetto che mi produsse in quella positura la testa di David non lo avevo mai ricevuto in tutto il tempo che riguardavo la sua faccia. Mi passò come un baleno nella mente l'effige di Gesù [corsivo mio], che non ho più dimenticato questa casuale combinazione ed immagine che ho tenuto sempre in cuore, e non ho mai manifestato a nessuno, nemmeno ai miei più fidi confratelli. Ora lo manifesto perché credo che nella mia narrazione di questi fatti straordinari, necessiti pure riconoscere gli interni effetti che in tal caso ha risentito il nostro spirito77.

E Imperiuzzi, raccontando della morte di David:

Innanzi tempo David mi aveva detto, che quando dovea morire, si fosse osservato nella sua mano destra di sopra nella congiuntura fra il pollice e l'indice, dove si sarebbe veduto alzare e abbassare una piccola vena, e quando cessasse il movimento, egli esalava lo spirito. Mi ricordai dell'avvertimento, e notai veramente il fatto, e lo feci anche notare agli altri che assistevano: quando mi accorsi che la vena non faceva più il movimento, dissi, David muore, difatti dopo pochi istanti spirò. Appena spirato, il suo volto addivenne rosso; poi pallido e nella pallidezza vidi l'imagine del volto santo di Gesù Cristo [corsivo mio]. Questa trasformazione produsse in me tale prodigiosa impressione, che mi confermò nella fede, e spessissimo, mi si è affacciata alla mente quella adorata imagine, che mi è stata sempre e mi sarà cara fino alla morte ripensando alla dolorosa passione 78.

La "trasfigurazione" di David, tratto estremo della sua manifestazione, rimase solo abbozzata nel materiale della "mascherata", e ne fruirono solo Corsini e Imperiuzzi. L'esito tragico del «conflitto a fuoco» impedì che la manifestazione si realizzasse pubblicamente in tutte le sue potenzialità, che la trasfigurazione diventasse carne e sangue dell'esperienza di tutti i lazzarettisti. Essa rimase esperienza di Corsini e Imperiuzzi, "proiezione" privata e riservata delle loro attese escatologiche. Al processo di Siena fece solo una apparizione fugace, accolta dallo scetticismo irridente del pubblico, e tuttavia testimonianza efficace che essa era stata la meta estrema dei lazzarettisti, il cuore del "miracolo" che tutti attendevano. Secondo la prosa un po' ostica del Processo Bracco la teste Pieri Carolina, ostetrica di Arcidosso, affermò che il 18 agosto «assistette al parto della moglie di Giovanni Pastorelli, la quale benché fosse in stato interessante, volle andare a Monte Labro dicendo che David doveva trasfigurare»: ilarità del pubblico, annota il cronista! 79

L'incisiva presenza della trasfigurazione nelle fonti della nostra storia, e l'ilarità con la quale l'accolse il pubblico del processo, confermano ancora una volta, senza possibili residui, l'incolmabile divaricazione delle "prospettive" che si erano incrociate alla Croce del Cansacchi: la cultura di De Luca e quella di Lazzaretti non erano fatte per comprendersi. Non avrebbero dovuto incontrarsi. Incontrandosi diedero vita inevitabilmente ad un conflitto. E purtroppo fu un "conflitto a fuoco".

«Per descrivere la lingua di una determinata area storico-culturale sono particolarmente significative le situazioni conflittuali, controverse, determinate dallo scontro di lingue diverse rispetto a un'identica realtà: esse rivelano in genere che i medesimi avvenimenti sono percepiti in modo inadeguato, e in casi-limite sono possibili situazioni in cui l'emittente e il destinatario della comunicazione usano in sostanza lingue diverse, pur usando identici mezzi esterni di espressione»80.

Note

1. Questo mio rapido tentativo di ricostruire lo sguardo "dall'interno" degli attori della storia del movimento di David Lazzaretti trae ispirazione (c'è bisogno di confessarlo?) dal progetto più volte esplicitamente abbozzato da Marc Bloch, di dar vita a una «histoire religieuse ou intellectuelle vue en profondeur», cioè di "restituire" e "comprendere" par le dedans la storia «des sentiments et des idées» (cfr. M. Bloch, Nouvelles personnelles, in Annales d'histoire économique et sociale, 1929). Ad esso non è però estraneo, come si vedrà, lo stimolo della semiotica storica, in particolare, qui, di Uspenskij: «L'approccio semiotico-culturale alla storia presume che si faccia appello a un punto di vista interno rispetto a coloro che prendono parte al processo storico: viene riconosciuto come significativo ciò che lo è dal loro punto di vista. Si tratta quindi di ricostruire i motivi soggettivi che hanno dato impulso diretto alle azioni verificatesi» (B. A. Uspenskij, Storia e semiotica. La percezione del tempo come problema semiotico, in Storia e semiotica, Bompiani, Milano 1988, p. 10).

2. Uso il termine proiezione, all'ingrosso, nel significato attribuitogli da Uspenskij, cit., p. 16.

3. L'attacco di Hayden White (e poi di tutti i fautori del Linguistic Turn e di molti "postmoderni") al valore scientifico della storia attraverso la sua riduzione a "discorso retorico" (Methahistory, The John Hopkins University Press, Baltimore Maryland, usa, 1973, trad. it. Retorica e storia, Guida Editori, Napoli 1973, v. i, p. 8) è totalmente destituito di fondamento in quanto totalmente ignaro del "mestiere" di storico, delle sue tecniche, delle sue procedure intellettuali (si veda a questo proposito le giuste considerazioni di Jacques Chartier, Figures rhétoriques et représentations historiques. Quatre questions à Hayden White, in "Storia della Storiografia", 1993, n. 23, pp. 133-42, ora in Au bord de la falaise. L'histoire entre certitudes et inquiétude, Albin Michel, Paris 1998, p. 118). Tanto più che per gli storici «il fondamento della loro disciplina», come afferma Hobsbawm, non può che risiedere nel riconoscimento della «supremazia delle prove», cioè proprio in quel corteo di tecniche e di atteggiamenti mentali che la loro ricerca comporta e che White non prende neppure in considerazione (E. Hobsbawm, The Historian between the Quest for the Universal and the Quest for Identity, in "Diogènes", 1994, ora in italiano La storia dell'identità non basta, in De historia, Rizzoli, Milano 1997, p. 312). E d'altra parte, come è possibile attribuire valore di "critica" epistemologica alla banale constatazione della qualità letteraria della comunicazione storica? È necessario ricordare che già nel 1876 Monod e Fagniez, autori di uno dei primi tentativi di costituire la storia come "scienza" rivendicavano con orgoglio questa qualità letteraria del lavoro storico? Così nell'Avant-Propos parlavano della loro "Revue historique": pur caratterizzandola con tutti i «procédés d'exposition strictement scientifiques, où chaque affirmation soit accompagnée de preuves, de renvois aux sources et de citations, tout en excluant sévèrement les généralités vagues et les développements oratoires, nous conserverons à la Revue historique ce caractère littéraire , auquel les savants ainsi que les lecteurs françaies attachent avec raison tant de prix» (Cfr. Avant-propos della "Revue Historique", dirigée par MM. G. Monod et G. Fagniez, a. i, t. i, Janvier à Juin 1876).

4. Tale mi sembra, per gran parte, l'interpretazione della storiografia marxista, per altro la sola che negli ultimi cinquant'anni abbia dato seri contributi di "ricerca" alla storia del lazzarettismo. L'interpretazione "prepolitica", sostanzialmente teleologica (i movimenti millenaristici come fase "prepolitica" dei "moderni" movimenti rivoluzionari), offerta, ad es., da Hobsbawm in Primitives Rebels (1959) (trad. it. I ribelli. Forme primitive di rivolta sociale, Einaudi, Torino 1966) è chiaramente debitrice della lettura pragmatica e politica di Togliatti che egli ben conosceva. Commemorando ad Abbadia S. Salvatore la rivolta che vi si era manifestata in conseguenza dell'attentato contro di lui del 1948, Togliatti così si appropriava, in una prospettiva appunto "prepolitica", della storia del Lazzaretti, "oggettivandovi" la sua storia: «Nei primi decenni dopo la formazione dello Stato Italiano un uomo che il popolo chiamava Santo condusse queste popolazioni alla lotta: anche allora le vecchie classi dominanti, facendo uccidere dai loro sicari Davide Lazzaretti, credettero di aver schiacciato per sempre il movimento popolare di emancipazione [...]. Il 14 luglio si è ripetuto quel che avvenne nel secolo scorso: essi credevano di aver spezzato la nostra lotta con una raffica di bufera. Lode, onore a voi cittadini di Abbadia S. Salvatore che nello spazio breve di poche settimane avete dato loro una solenne smentita e detto che quell'obiettivo non è stato raggiunto» (Cfr. G. Serafini, I ribelli della montagna. Amiata 1948: anatomia di una rivolta, introd. di T. Detti, Editori del Grifo, Montepulciano 1981, p. 126).

5. Ad evitare letture improprie di queste mie "allusioni" metodologiche, francamente un po' esoteriche e clandestine, dirò che adotto qui, coniugandoli secondo le mie esigenze, i concetti di metafora come "accesso epistemico" di R. Boyd (Metafora e mutamento delle teorie: la "metafora" di che cosa è metafora, in La metafora e la scienza, Feltrinelli, Milano 1983, p. 83) e di modus operandi di P. Bourdieu (Le sens pratique, Les Editions de Minuit, Paris 1980, p. 58), del quale ultimo accolgo pienamente, come si intuisce, la polemica contro il rapport d'objéctivation non objéctivé che spesso guida l'analisi dello storico, non diversamente, per altro, da quanto accade per l'etnologo.

6. W. Benjamin, Sul concetto di storia (a cura di G. Bonola e M. Ranchetti), Einaudi, Torino 1997, p. 36.

7. "Fanfulla", 20 agosto 1878.

8. "La Nazione", 20 agosto 1878.

9. Archivio Comunale di Arcidosso, Estratto dalle Delibere della Giunta Municipale. Adunanza del 18 agosto 1878.

10. Inchiesta e Relazioni sui fatti di Arcidosso, presentate al Ministro dell'Interno dal comm. avv. Evandro Caravaggio e dal comm. avv. Luigi Berti prefetto incaricato della Direzione dei servizi di pubblica sicurezza. Estratto dal supplemento al n. 231 della Gazzetta Ufficiale del Regno d'Italia, Tipografia Eredi Botta, Roma 1878, p. 35.

11. Ivi, p. 37.

12. F. Imperiuzzi, Storia di David Lazzaretti, profeta di Arcidosso, Tipografia Nuova, Siena 1906, p. 471.

13. Del processo esistono vari resoconti stenografici a stampa, i più completi dei quali sono il Processo Lazzaretti e suoi seguaci, G. Bracco Editore, Roma 1879 (citato in seguito come Processo Bracco), il Processo Lazzaretti illustrato, Capaccini e Ripamonti Editori, Roma 1879 (citato in seguito come Processo Capaccini-Ripamonti) e il Processo dei lazzarettisti, supplemento del giornale senese "La Lupa", Tipografia del Giglio, Siena 1879 (cit. in seguito come Processo La Lupa). Da queste tre cronache sono tratte le citazioni del testo.

14. Dai resoconti non si riesce a ricostruire le espressioni esatte usate dai testimoni. Si veda ad es. l'interrogatorio di Giuseppe Corsini del 28 ottobre secondo il resoconto del Processo La Lupa: «il delegato disse: in nome della legge, scioglietevi! David disse: in nome della legge, io vado avanti»; ma nel Processo Capaccini-Ripamonti Corsini riferisce che David sarebbe andato avanti «in nome del diritto» (così anche nel Processo Bracco), proprio come in precedenza avrebbe testimoniato, sempre secondo il Processo Capaccini-Ripamonti, anche Lazzaro Lazzaretti. Questi, però, nel Processo La Lupa fa dire a David di voler andare avanti «colla legge del diritto», come anche avrebbe fatto Imperiuzzi, sempre secondo "La Lupa". Nel Processo Bracco è riportato il testo di una Memoria di Imperiuzzi, letta nell'udienza del 25 ottobre, in cui David avrebbe detto: «mi avanzo a nome della legge, del diritto e di quel Cristo Duce e Giudice», cioè in modo ancora difforme sia da quanto riferito per l'interrogatorio che dalla Storia del 1906. È un vero peccato che non sia possibile capire se tutte queste varianti provengano dai testimoni o se, piuttosto, non siano il frutto della disattenzione dei giornalisti, inconsapevoli del valore che quei termini rivestono nella "teologia" politica di Lazzaretti e compagni.

15. "L'Opinione nazionale", 15 novembre 1879.

16. C. Lombroso, Il mio museo criminale, ii, n. 13, p. 306.

17. Cfr. i resoconti processuali a stampa cit. alla nota 2.

18. ProcessoBracco, p. 154.

19. Processo La Lupa, pp. 162-3.

20. "L'Opinione nazionale", 15 novembre 1879.

21. Erano presenti "Il Pensiero" di Nizza, "Il Messaggero" di Roma, "Il Caffaro" di Genova, il "Fanfulla" di Roma, la "Gazzetta piemontese" di Torino, "Il Progresso" di Milano, "La Nazione" di Firenze, "Il Secolo" di Milano, "L'Epoca" di Genova, "Il Libero cittadino" di Siena, "La Lupa" di Siena, la "Gazzetta d'Italia" di Firenze, "L'Opinione nazionale" di Firenze, "L'Ombrone" di Grosseto, "La Capitale" di Roma, "Il Bersagliere" di Roma.

22. "Fanfulla", 29 ottobre 1879.

23. "La Nazione", 25 ottobre 1879.

24. L'atto d'accusa è riportato dai vari resoconti del processo: «Attentato contro la sicurezza interna dello Stato, per aver commessi atti esecutivi diretti a rovesciare il Governo ed a mutarne la forma, non che a muovere la guerra civile ed a portare la devastazione ed il saccheggio in un Comune dello Stato (Arcidosso), e ciò specialmente nel giorno 18 agosto 1878 facendo parte di un imponente assembramento che inoltrandosi da Monte Labro fin presso alla terra di Arcidosso (ove si dirigeva) disobbedì alle regolari intimazioni dell'Autorità di Pubblica Sicurezza presentatasi per discioglierlo e farlo retrocedere, emettendo le grida sediziose di "Viva la Repubblica" ed altre consimili, e reagendo con violenza mediante scagliamento di sassi contro la detta Autorità e contro gli Agenti della pubblica forza e coloro che a questa prestavano man forte, tra i quali rimasero passivi di lesioni gravi per conseguente impedimento oltre i 30 giorni a valersi delle loro forze fisiche, il carabiniere Caporini Sante, la guardia municipale Farneschi Ettore, ed il figlio di quest'ultimo Farneschi Angiolo: reato previsto e punito dagli articoli 81, 97, 106, 126 e segg. e 143 del Cod. Penale Tosc.».

25. Il processo agli internazionalisti si svolse dinanzi alla Corte d'Assise di Benevento tra il 14 e il 25 agosto 1878. Cfr. P. C. Masini, Gli Internazionalisti. La banda del Matese (1876-1878), Edizioni Avanti!, Milano-Roma 1958, pp. 120-7.

26. Processo Bracco, p. 19. Gli atti del processo e i suoi atti istruttori, a lungo ritenuti perduti dagli studiosi, furono presentati in una mostra dell'Archivio di Stato di Grosseto organizzata nel 1980 (cfr. il Catalogo preparato dall'Archivio di Stato di Grosseto e dall'Archivio delle Tradizioni popolari della Maremma Grossetana, "Procedimento contro Lazzaretti David ed altri imputati di attentato contro la sicurezza dello Stato". Siena 1879, L'Impronta, Grosseto 1980). Il materiale documentario presente a Grosseto è stato studiato da Rosa Arduini che lo ha accuratamente analizzati in una tesi di laurea (Ricerche sul movimento di Davide Lazzaretti. Nuovi documenti) discussa all'Università di Roma "La Sapienza" nel 1982.

27. Processo Bracco, p. 29.

28. ProcessoLa Lupa, p. 16.

29. L'imbarazzo di fronte al compito di comprendere, e "spiegare", il movimento lazzarettista attraverso i suoi "principi propri", la sua coerenza interna, si coglie con chiarezza anche in Gramsci e Sereni che sono all'origine della interpretazione storica, "sociale" e "politica", che resta ancora l'interpretazione più meditata e documentata del movimento. A entrambi esso appare come un incoerente coacervo di stimoli culturali, politici e religiosi, diversi e inconciliabili: giudizio che rinvia a criteri di valutazione tutti "esterni" al movimento stesso (cfr. A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 1975, vol. i, t. i, p. 1146: «Ma che cosa vogliono i cristiani giurisdavidici? A chi non è ancora tocco dalla grazia di poter penetrare nei segreti del linguaggio del Santo non è facile comprendere la sostanza della loro dottrina. La quale è un risveglio di dottrine religiose d'altri tempi con una buona dose di massime socialistoidi e con generici accenni alla redenzione morale dell'uomo»; e E. Sereni, Il capitalismo nelle campagne, Einaudi, Torino 1948, p. 115: «La predicazione del Lazzaretti presenta anch'essa, come la piú parte dei movimenti religiosi del genere, un misto di esaltazione mistica e di aspirazioni sociali, non riesce a concretarsi in una dottrina politica, ma esprime nondimeno le aspirazioni irrealizzabili di classi che lo sviluppo storico ha condannate. Anche gli elementi "socialisti" di questa predicazione non andavano, o non potevano andare, al di là di una vaga aspirazione alla giustizia sociale»).

30. ProcessoLa Lupa, p. 4, e Processo Bracco, p. 28.

31. "La Nazione", 29 ottobre 1879.

32. Processo La Lupa, p. 4.

33. Processo Bracco, p. 28.

34. "La Nazione", 30 ottobre 1879.

35. Ivi, 28-30 ottobre 1879.

36. "Fanfulla", 25-26 ottobre 1879.

37. Ivi, 30 ottobre 1879.

38. Ivi, 26 ottobre 1789.

39. Ivi, 30 ottobre 1879.

40. Ivi, 30 ottobre 1879.

41. "La Nazione", 25 ottobre 1879.

42. Cfr. le testimonianze di Massimiliano Romei, sindaco di Santa Fiora, dell'ispettore di pubblica sicurezza di Grosseto, Bartolomeo Galassi, e di Luigi Terni, il medico che raccolse Lazzaretti morente, in "La Nazione", 31 ottobre, 2-3 e 7 novembre 1879.

43. "La Nazione", 28 ottobre 1879.

44. Processo La Lupa, udienze del 30 ottobre e del 6 novembre.

45. "La Nazione", 29 ottobre 1879

46. Ivi, 30 ottobre 1879.

47. Ibid.

48. Cfr. l'interrogatorio di F. Corsini del 28 ottobre 1879 (Processo La Lupa, pp. 59 ss.).

49. "La Nazione", 30 ottobre 1879.

50. Ivi, 26 ottobre 1879.

51. Processo Bracco, p. 30.

52. "La Nazione", 26 ottobre 1879.

53. "L'Unità cattolica", 30 ottobre 1879.

54. Processo Bracco, p. 30.

55. "La Nazione", 26 ottobre 1879.

56. Ivi, 30 ottobre 1879.

57. Processo Bracco, p. 30.

58. Ivi, p. 28.

59. Processo La Lupa, p. 146.

60. Processo Bracco, p. 154.

61. Inchiesta e Relazioni sui fatti di Arcidosso, cit., p. 86.

62. Processo la Lupa, pp. 132-3.

63. «Non tutti forse comprenderete al suo giusto valore queste parole "guerra civile", molto più che il pubblico ministero ha saputo sopra di esse assai abilmente giostrare. La guerra civile non è già quella ostilità sorta fra il papa ed il vescovo di Montalcino, che scomunicavano David, e costui che a sua volta scomunicava vescovo e papa. No; a detta di Cicerone nella sua Repubblica ­ non si spaventi il pubblico ministero di questa parola ­ la guerra civile è allorquando i cittadini prorompono armati un contro l'altro con pravo animo. Occorre l'intervento della discordia cittadina, di questa Erinni dal manto insanguinato e dall'accesa face. Ma si tranquillizzi il pubblico ministero ed ascolti bene ed aguzzi bene lo sguardo. Quelle grida non sono squilli di tromba, sono inni cristiani cantati da fanciulli e da donne; sono cantiche di quella chiesa cristiana, che vogliasi o non vogliasi, fu sempre chiamata la Repubblica, il regno di Dio. ­ Ciò che splende ai caldi raggi del sole di Agosto, non sono spade, non sono fucili a retrocarica, sono crocifissi di metallo, che brillano in petto a gente devota. ­ Quella polvere, che si solleva sulla strada, non è sollevata da squadroni di cavalieri, ma da nudi piedi, o solo coperti di quelle deboli ciantelle, di cui avete là una buona collezione di poveri contadini. ­ Quelle che si vedono in lontananza non sono celate o barbute; sono abiti talari, abiti da eremiti, o da sacerdoti, abiti larghi insomma, che per la stessa loro forma e costruzione, sarebbero capaci d'impigliarsi alle gambe e gettare a terra coloro, che con essi si accingessero a dare la scalata, a montare all'assalto. ­ Quelle schiere non sono fornite di armi: sono vergini e matrone inoffensive; coloro che seguono dietro due a due, non sono feroci soldati, sono apostoli e principi... principi senza principato, il suo regno come dice il vangelo, non è di questo mondo. ­ Contempliamo un po' il Duce di questa corte, il capitano generale che si avanza alla testa dei suoi battaglioni. Come è egli vestito? ha un crocifisso sul petto, un altro crocifisso sul cappello armato di piume; un largo manto rosso reale lo avvolge; è vestito insomma in un modo, che il pubblico ministero chiamò, non rammento ora bene, se da saltimbanco, o da burattino. Ma da quando in qua, i saltimbanchi ed i burattini sono chiamati a rispondere, dinanzi alla corte d'Assise, di attentato alla sicurezza dello Stato, eccitamento alla guerra civile?» (Processo la Lupa, pp. 148-9).

64. Processo la Lupa, p. 156. Il giudizio di Nocito era tratto naturalmente da Lombroso, alla cui diagnosi fece esplicito riferimento in tribunale, e di cui avrebbe dato integrale lettura se non vi si fosse opposto il pubblico ministero.

65. Imperiuzzi, Storia di David Lazzaretti, cit., p. 487.

66. Ivi, p. 428-9. Vedi anche pp. 448 e 487.

67. Ivi, p. 488.

68. Inchiesta e Relazioni sui fatti di Arcidosso, cit., p. 27.

69. I suoi seguaci avevano piena consapevolezza di questa qualità di David: «Se noi avessimo potuto trascrivere tutti i ragionamenti, e parabole che David ci portava, specie negli ultimi giorni, ed avessimo avuto l'abilità in quel momento d'interpretare la sostanza delle sue parole a che cosa erano riferite, avrebbemo anticipatamente conosciuto la realtà dei fatti come si svolsero poi, e certamente avremmo ostacolato la via della sua missione; ma siccome la parola profetica di lui aveva il senso mistico, né noi né altri poteva comprenderla prima dell'avveramento dei fatti, per cui anche su ciò abbiamo avuto scuola per conoscere gli errori di coloro che hanno creduto d'interpretare e di imporsi al suo linguaggio profetico; come i sapienti della Chiesa di Roma, ed altri critici scrittori, che hanno deturpato il suo cadavere» (Giuseppe Corsini, Memorie di un lazzarettista: racconto storico, pp. 37-8 (ms. del Fondo Imperiuzzi, presso il Centro Studi David Lazzaretti, Arcidosso): corsivi miei.

70. Mt. 24, 30; Mc. 13,26. Il testo latino è citato da Polverini, Io, e Montelabaro, p. 392 (ms. del Museo Storico del Risorgimento di Roma).

71. Corsini, Memorie, cit., p. 42; cfr. anche Imperiuzzi, Storia di David Lazzaretti, p. 448.

72. Imperiuzzi rivelò, anzi "dimostrò", il significato dei colori e delle forme dei "vestiti" nella Storia, pp. 489-91.

73. È quanto afferma l'art. 24 del Simbolo della nuova Riforma dello Spirto Santo (cfr. Imperiuzzi, Storia di David Lazzaretti, p. 415).

74. Processo La Lupa, 28 ottobre 1879.

75. Francesco Tommencioni, Manifestazione di Davide Lazzaretti come Cristo Duce e Giudice avvenuta la sera 8 marzo 1878 in Monte Labaro, p. 7 (ms. del Fondo Imperiuzzi, presso il Centro Studi David Lazzaretti, Arcidosso). Questa testimonianza di Tommencioni fu ripresa da Corsini che la riprodusse nel suo scritto La misteriosa missione di David, pp. 52-73 (ms. del Fondo Imperiuzzi, presso il Centro Studi David Lazzaretti, Arcidosso): Corsini non aveva partecipato a quella prima "manifestazione" perché aderì alla comunità solo nel luglio 1878.

76.Ivi, p. 11.

77. Corsini, Memorie, cit., p. 46.

78. F. Imperiuzzi, Storia dei fatti di mia vita, p. 73, (ms. del Fondo Imperiuzzi, presso il Centro Studi David Lazzaretti, Arcidosso).

79. Processo Bracco, p. 107, udienza del 5 novembre 1879. Naturalmente ad andare al Monte era stato il Pastorelli, non sua moglie, come risulta dalla prosa più piana del Processo La Lupa: «Tanto aveva a cuore di assistere in quella sera al miracolo della trasfigurazione del profeta, in Monte Labro, che per andarvi lasciò la moglie sopra parto» (p. 117).

80. Uspenskij, cit., p. 1.