La cultura italiana
e l'opera politica di Filippo II

di Rosario Villari e Corrado Vivanti

A chi si proponga di studiare la parte che Filippo ii occupa negli scritti italiani a lui coevi o di poco successivi, un primo, sommario esame dà l'impressione che i letterati del nostro paese abbiano spesso applicato nei suoi confronti il precetto che ammoniva a occuparsi «parum de Deo, nihil de principe». Certo, Campanella nella Monarchia di Spagna, Boccalini nei Ragguagli di Parnaso, Tassoni nelle Filippiche affrontano ­ tutti e tre dopo la morte di quel sovrano ­ il problema posto dalla potenza spagnola: il filosofo calabrese per esaltarne la missione universale, sia pure ­ proponendo nello stesso tempo fondamentali problemi di riforma politica, gli altri due scrittori, al contrario, per svolgere una dura polemica. Ma l'ispirazione dei loro scritti si ricollega alla situazione politica degli anni della loro redazione, mentre resta da spiegare l'assenza, nel corso del lungo regno di quel sovrano, di una pubblicistica specificamente dedicata al maggior potentato del tempo.

Certo non mancarono, in Italia, le orazioni e le commemorazioni funebri, nelle quali, insieme con la retorica di circostanza e le lodi iperboliche, si può notare qualche accento di sincerità, specialmente quando viene toccato l'argomento dell'impegno di Filippo a difesa della fede cattolica. Nella maggior parte dei casi questi discorsi sembrano non solo occasionali, ma fatti su commissione: le molteplici iniziative di funzioni religiose nel corso delle quali si tennero le pubbliche orazioni, fanno pensare a un'opera di promozione svolta dai governi della penisola e dall'ambasciatore spagnolo a Roma. La documentazione di alcune iniziative è data anzitutto dalla pubblicazione dei discorsi, avvenuta contemporaneamente o poco dopo. Gli autori sono quasi tutti sconosciuti: i soli nomi di rilievo sono quelli di Scipione Ammirato a Firenze, e di Giulio Cesare Capaccio a Napoli 1.

Ben diversa da quella di Filippo era stata la fortuna di Carlo v, suo predecessore, a cui, negli anni del suo impero, venne dedicata una vasta messe di pubblicazioni, non di rado arricchite da xilografie. Lo stesso Ariosto interrompe il multicorde intrecciarsi delle avventure di donne e cavalieri per glorificare «il più saggio imperatore e giusto, che sia stato o sarà mai, dopo Augusto» 2. Niente di simile troveremo in altri poemi per suo figlio: nemmeno dopo la battaglia di Lepanto il nome del sovrano, che per tanta parte contribuì con le forze navali del suo regno all'impresa, viene fatto, se non per rarissimi accenni, nelle celebrazioni letterarie di cui Guido Mazzoni notava sconsolato lo sterminato profluvio e il nessun valore poetico 3. Per la Gerusalemme liberata ­ dove si esprime l'aspirazione alla crociata riaccesa allora nella cristianità da quella che fu vista come una grande vittoria navale sui turchi ­ si è supposto che «nella figura magnanima ed eroica di Goffredo, il condottiero vincitore, Tasso volesse adombrare quelle caratteristiche di nuovo sovrano imperiale, guida superiore delle genti, che, nel mito della renovatio imperii e delle sue simbologie, mirabilmente la Yates ci ha insegnato a cogliere come una delle grandi idee guida del dibattito e della pubblicistica del Cinquecento» 4. E tuttavia non troviamo nel poema un solo accenno all'unico regnante che, per la sua potenza, per la missione spesso assunta in difesa della fede e per le aspirazioni alla monarchia universale ascrittegli, avrebbe potuto rispondere a quei requisiti. Parimenti, se il nome di Carlo v figura ripetutamente nelle opere di Paolo Paruta, solo fuggevolmente troviamo menzionato Filippo ii dallo scrittore politico italiano forse più notevole del secondo Cinquecento 5.

La stessa Spagna è presente assai meno di ciò che si potrebbe pensare nei lavori letterari del tempo, tenuto conto che quel regno dominava direttamente o condizionava a fondo gli Stati italiani. Purtroppo, per questa età, non disponiamo di un'opera come La Spagna nella vita italiana durante la Rinascenza di Benedetto Croce, che si sofferma così analiticamente sul secolo precedente l'età di Filippo ii. E tuttavia sembra possibile affermare che, se nei romanzi italiani dell'età barocca, anche per influsso di Cervantes o del romanzo picaresco, le terre iberiche sono sovente il luogo dell'avventura o la patria di personaggi al centro delle vicende narrate 6, in altre produzioni letterarie quel paese è stranamente assente. Così, la nostra storiografia si occupa allora della Francia con il Dàvila, dell'Inghilterra e del suo "scisma" con il Davanzati, e soprattutto delle Fiandre, che attirano ripetutamente l'attenzione degli italiani, dal Bentivoglio allo Strada; ma la potenza che a Cateau-Cambrésis ha imposto al re Cristianissimo l'abbandono della penisola, divenuta suo esclusivo dominio o zona d'influenza, non ha destato, a quel che pare, la curiosità di conoscere come nell'arco di un decennio ­ dal trattato di Narbona del 1493 alla battaglia del Garigliano del 1503 ­ fosse assurta a tanta potenza. In versi verrà celebrato dal Graziani Il conquisto di Granata, ma la Reconquista, in anni che pur vedono la ripresa dell'idea di crociata, non suscita l'interesse degli storici 7.

Non era certo l'informazione che mancava, non foss'altro perché numerosi erano coloro che per ragioni di ufficio si recavano nel paese allora egemone in Europa: fra questi, i privilegiati erano senza dubbio i diplomatici. Ci sono note in particolare ­ grazie soprattutto all'Albéri 8 ­ le relazioni degli ambasciatori veneziani, con i loro ampi ragguagli sul paese dove l'ambasciata si era svolta, sulla corte e sui personaggi principali, a cominciare dal re. Riferite in Senato, è verosimile arrivassero a conoscenza, almeno in modo sommario, di una cerchia piuttosto vasta di persone, avide di notizie, e ancora oggi, alla lettura, queste informazioni ci appaiono vivaci e stimolanti.

Ecco, per la penna di Federico Badoer, nel 1557, un bel ritratto di Filippo ii trentunenne:

È di statura piccola e di membri minuti, ha la fronte grande e bella, gli occhi di color cilestro e assai grandi, le ciglia grosse non molto disgiunte, il naso proporzionato, il labbro di sotto grosso, che disdice alquanto, porta la barba corta e pontuta all'uso della nazione spagnuola, è di pelle bianca e di pelo biondo ed ha apparenza di fiammingo, ma pare altiero perché sta sulle maniere di spagnuolo.

Veniamo informati poi che «la sua complessione è flemmatica e malinconica» ed è di «corpo debole» e di «animo alquanto timido»; tuttavia il re ha un vivo senso della giustizia e non ha mai fatto «alcuna promessa a mercanti o ad altri, che a quella per mancamento della volontà sua non siano seguiti gli effetti». Anche gli viene attribuito a merito di avere «levati dei ministri, come Giovanni de Vega di Sicilia [nel 1557] e altri da luoghi dove avevano avuto molti anni di governo con mala soddisfazione dei popoli»: non sappiamo se sia per insufficiente informazione che questi provvedimenti, presi da Filippo ii all'inizio del suo regno per appagare in realtà le richieste baronali e indirizzati contro un importante tentativo di riforma popolare dell'ordinamento militare della Sicilia, vengano invece indicati come atti decisi per esaudire la volontà dei sudditi. In ogni modo, è questo già un indizio del mito del sovrano riformatore, creatosi intorno a Filippo ii, che troveremo anche in scritture politiche, e che avrà alta espressione poetica nella Fuente Ovejuna di Lope de Vega (1612-14) e un trentennio dopo, nell'Alcalde de Zalamea di Calderón de la Barca. A distanza di tempo, infatti, prevale l'idea che la politica antinobiliare sia stata una costante nelle scelte del sovrano, confermando le annotazioni di vari osservatori come l'ambasciatore Giovanni Soranzo, il quale nel 1564 riferisce che il re si sforza sempre di «abbassarli [i nobili], conoscendo far la grandezza sua tanto maggiore quanto sminuisce quella dei signori del regno». A tale scopo «procura il re ogni occasione di far perdere loro questi privilegi, e conoscendo non essere più facile né più sicuro modo che il tribunale dell'Inquisizione, gli va del continuo crescendo l'autorità». Per la stessa ragione, su questa istituzione si soffermerà in particolare ­ di ritorno nel 1573 dalla sua ambasceria ­ Leonardo Donà, il futuro doge eletto dal partito riformatore dei "giovani": sebbene affermi «grandemente necessario questo tribunale» in un paese come la Spagna, per l'alto «numero dei cristiani nuovi, giudaizzanti e moreschi», la deviazione temporalistica del Sant'Uffizio sembra mettere a disagio la sua sensibilità religiosa.

Aveva Sua Maestà pensato ­ scrive ­ di acquistar alcuna maggior ragione e superiorità nel governo della giustizia criminale di questi regni mediante il tribunale della Inquisizione, nel quale trattandosi tutte le cose segretamente e senza palesar processi né testimoni, pareva che alcune volte si potesse adoperare il rigore e la tremenda autorità di questo tribunale in conseguir altri disegni ed in castigar alcuni delitti che per la via ordinaria non si potevano giudicare.

Sono parole assai diverse da quelle usate ad esempio dal cardinale Bentivoglio nella Istoria della guerra di Fiandra, dove si spiega come, per combattere «l'infezione dell'eresia», il sovrano avrebbe voluto introdurre nei Paesi Bassi l'Inquisizione: di essa veniva data un'immagine che oggi diremmo "garantista", tacendone la segretezza delle procedure, elogiando il «benefizio» arrecato dalla sua azione in Spagna e in Italia, e osservando «quanto avrebbe giovato il vederne introdotto similmente l'uso in qualche soave forma nelle provincie di Fiandra». I fautori del provvedimento affermavano che, «levata alcuna apparente severità dell'Inquisizione, non v'erano in effetto poi tribunali meno severi de' suoi, né dove con mezzi più giusti e più candidi si procurasse di conservare l'onore e la purità della fede» 9: ma i ribelli fiamminghi non si erano lasciati persuadere da queste assicurazioni.

Altri ambasciatori veneziani parlano del carattere riservato e chiuso del re. Così, nel 1578, Alberto Badoer aveva riferito che Filippo amava restare «otto e dieci mesi dell'anno ritirato sia a Aranguez, sia a San Lorenzo dell'Escuriale o al Pardo». E il desiderio di vivere isolato era cresciuto con l'avanzare dell'età se nel 1593 Tommaso Contarini osservava:

È amico della solitudine, gli piacciono i luoghi deserti, sta lontano dalle città, e così separato dai consorzi degli uomini, nascosto nelle ville, raccolto in se medesimo, tratta e delibera le più gravi e importanti materie che occorrono al mondo.

Per l'Escuriale nutriva, secondo Contarini, una vera passione, per cui vi «si trattiene molto tempo, aggiungendo sempre nuove fabbriche a quel real palagio, seguendo in questo più il suo particolar gusto che l'arte o il parere degli architetti». Talvolta la sua propensione a vivere lontano dalla corte viene collegata alla passione per la caccia, o forse, verrebbe fatto di dire, per il massacro della selvaggina, giacché il trattenimento venatorio preferito pare fosse quello di recarsi nei boschi vicino alle reti tese per bloccare branchi di cervi sospinti dai battitori verso quelle insidie, e assistere allo spettacolo dei cani che sbranavano la preda. L'amore per la solitudine, peraltro, non lo portava a privarsi di certi svaghi, e in particolare viene ricordata la sua sensualità: «nelli piaceri delle donne è incontinente», osserva Federico Badoer, e Paolo Tiepolo scrive che fra «gl'intertinementi» preferiti sono «più di tutto le donne, delle quali mirabilmente si diletta e con loro di nascosto ben spesso si ritrova». Mentre l'uno lo descrive intemperante nel cibo, «specialmente intorno pasticci», l'altro definisce la sua mensa «modestissima, perché non passa quindici piatti e sorte di vivande». Di rado mangia in compagnia dei più stretti familiari, e in particolare nei giorni di magro e di digiuno consuma i pasti da solo perché, avendo in disgusto il pesce e non amando le verdure, ha ottenuto, nonostante la sua religiosità, particolari dispense.

Molto si insiste sulla sua attività, senza dubbio gravosa, nota Sigismondo Cavalli (1570), «perché intieramente non si fida de' suoi ministri, e vuol intendere e vedere ogni espedizione». Anche l'ambasciatore precedente, Giovanni Soranzo, aveva rilevato nel 1565 che «sottoscrive di sua mano tutte le espedizioni, tanto che non è alcuna cosa, per poco importante che possa essere, che non abbia questo bisogno prima di essere espedita, e ho veduta una cedola di venti ducati di mercede sottoscritta di sua mano». Della diffidenza verso i collaboratori nota gli effetti negativi Lorenzo Priuli nel 1576, per i ritardi e la lentezza delle decisioni, che pure lamenterà nel 1584 Matteo Zane: il re vuole «abbracciare ogni cosa» e da ciò inevitabilmente «nascono molti inconvenienti». Parimenti nella relazione di Alberto Badoer del 1578 si ricorda che il re «attende ai negozi senza alcuna intermissione con grandissima sua fatica, perché vuol sapere e vedere ogni cosa», e ancora Giovan Francesco Morosini nota nel 1581 che «di questa gran macchina [dello Stato] il peso principale è riposto sopra la persona del re, che è nella maggior parte de' suoi Stati veramente monarca». Si meraviglia tuttavia di tanta assiduità, avendo il re «già finito 54 anni, che in un principe di casa d'Austria è da tenere per età senile». Eppure in età anche più avanzata, quando Contarini, dodici anni dopo, redige la sua relazione, viene descritto sempre «diligentissimo e provvidentissimo nel governo dei suoi Stati, volendo che tutte le cose di qualche importanza passino per le sue mani».

L'ambasciatore spiega poi come i suoi ministri gli mandino tutte le deliberazioni «scritte sopra un foglio di carta con la metà di margine, nel quale possa scriver il suo parere, con aggiungere, scemare, correggere, come più gli piace». È il diuturno lavoro del «rey papelero» che ­ scrive Braudel ­ «non fu uomo dalle grandi idee», ma vide il suo compito come «un'interminabile successione di particolari» 10. Così, poco prima della sua morte, nel 1595, Francesco Vendramin ne scrive l'epigrafe, ricordando il detto: «quello che acquistò il padre con la spada, egli l'ha conservato con la penna». Ben si addice a questi ritratti l'ironia di Boccalini, che nel fantasioso racconto della «pubblica e solenne entrata» in Parnaso di Filippo ii, scriverà come fosse stata guardata con meraviglia «l'impresa che egli portò dipinta sul suo stendardo generale, di una penna da scrivere, con la quale aveva cagionate ruine e fracassi maggiori che Carlo v suo padre non avea potuto o saputo fare con la maggior parte dei cannoni di tutta Europa». Pertanto «così potente re ebbe luogo tra quei monarchi che al mondo sono stati famosi più per prudenza e sagacità usata nella pace, che per il valor mostrato nella guerra» 11.

In effetti era stato notato molto presto che Filippo ii non appariva portato alle azioni guerriere, e Paolo Tiepolo aveva spiegato questa "inclinazione" con il «dispiacere e risentimento d'animo che ha patito in Fiandra nel tempo della guerra per le molte difficoltà provate». Era dunque venuta delineandosi la figura del "re prudente". «Prudentissimo in tutte le sue azioni» lo dice Tommaso Contarini, insistendo sul fatto che «quelle operazioni che in altri sono giudicate fortuite, in lui sono regolate da una incomparabile prudenza». E una tarda eco di questa sua dote si ha nell'opera di Dàvila, che mette in rilievo la volontà di pace del re, ormai, nel 1598, prossimo alla fine, desideroso di stringere il trattato di Vervins per concludere la guerra contro Enrico iv. Se a ciò lo spingevano gravissime difficoltà finanziarie,

non era ultimo nel suo pensiero il rispetto di stabilire la successione al figliuolo, perché ritrovandosi di già in età senile e conoscendosi vicino alla morte, desiderava che il successore di poca età non incontrasse in una guerra travagliosa e potente contra un re robusto d'anni e di forze, pieno d'esperienza e portato da manifesto favore della fortuna 12.

Quasi proverbiale era la sua impassibilità alla notizia di gravi rovesci, e sempre Contarini osserva che il re «modera con facilità tutti gli affetti, né perché l'impresa d'Inghilterra gli sia infelicemente riuscita [il disastro dell'Invincible Armada nel 1588], o perché i suoi eserciti abbiano patito tanti sinistri accidenti in Fiandra, ha punto mutato la calma e uniformità della faccia». Anche Francesco Vendramin nel 1595 ricorda che «non mostra mai alterazione alcuna per disgrazia o avversità che in alcun tempo gli sopravvenga». Ma più di una volta le relazioni parlano della sua scarsa propensione alla guerra, e già nel 1563 Paolo Tiepolo ricorda come rifugga dalla necessità di lasciare la Spagna per spedizioni belliche e «mal volentieri provi e sopporti i travagli» della vita militare, talché si pensa «ch'egli sia, quanto potrà, per conservar la pace con ciascuno e fuggir i moti dell'armi». Se mai, intraprenderà qualche impresa «contra infedeli, potendo tentarla senza la presenza della sua persona».

Insomma, anche da queste scritture la figura del re di Spagna non appare tale da sedurre le fantasie dei contemporanei. Tiziano aveva potuto dipingere il ritratto equestre di Carlo v dopo la battaglia di Mühlberg, in cui il sovrano non si mostra forse come un cavaliere rinascimentale, ma è pur sempre un "imperator", un condottiero di eserciti che ha debellato i nemici. Invece, se nell'incisione con cui si aprono i tre volumi di Cesare Campana, La vita del catholico et invittissimo don Filippo ii d'Austria, re di Spagna, pubblicati nel 1605, è certamente da escludere qualunque intenzione men che reverente, nondimeno non può non colpire che nella luce dell'arco trionfale campeggi, anziché il ritratto del personaggio di cui si scrive la vita, Carlo v a cavallo: Filippo ii è posto a lato, in piedi, simmetricamente alla pari con il cugino Massimiliano, e sul fastigio dell'arco sono raffigurati i suoi condottieri, il duca d'Alba, Ottavio Farnese, Emanuele Filiberto di Savoia ecc. Di là dalle ragioni prudenziali ricordate per spiegare, almeno in parte, lo scarso interesse rivolto dai nostri letterati al sovrano spagnolo, l'immagine di quel frontespizio può suggerire uno dei motivi della sua apparente "sfortuna": la storia era vista come un succedersi di grandi rivolgimenti, di battaglie e di guerre, di campagne militari, e le opere dei più noti storiografi avevano appunto narrato le guerre civili di Francia o la rivolta dei Paesi Bassi. Anche Campana dichiara già nel titolo della sua opera di aver voluto raccontare, insieme con la vita del re, «le guerre dei suoi tempi», tanto che essa non si conclude con la morte di Filippo ii, ma procede oltre, per narrare le vicende belliche proseguite dopo quell'evento. Un principe che vive «nascosto nelle ville, raccolto in se medesimo», come scriveva Contarini, e «non si lascia vedere quasi mai in pubblico», ma «sta sempre ritirato nei propri appartamenti», non è una figura che susciti molti entusiasmi. Per di più è un principe che sembra muovere guerra solo perché costretto dalle rivolte dei sudditi e dalla necessità di impedire ad altri potentati di aiutarli. Pur quando invia le sue armate contro gli infedeli, manda altri a combattere, così che a Lepanto finirà con l'acquistare fama il poco amato fratellastro don Giovanni d'Austria. A ben riflettere, si può scorgere un certo parallelismo fra i silenzi su Filippo ii dei letterati italiani, ai quali ­ come notava Tassoni nel suo confronto fra gli storici antichi e i moderni ­ anche quel re non offriva «materia di scrivere cose grandi» 13, e «il difetto dell'autentica poesia» nella «strepitosa abbondanza di rime e di canti ispirati alla battaglia di Lepanto», così spiegato da Dionisotti: quel difetto era dovuto non tanto alla «presunta freddezza e fiacchezza morale di un'Italia stremata dal predominio spagnolo», come voleva la generazione post-risorgimentale dei Mazzoni, dei Molmenti ecc., quanto all'assenza di una tradizione letteraria ispirata a gesta epiche. «La poesia eroica e tragica, della guerra e della vittoria, la poesia di Lepanto, insomma si innestava su un tronco linguistico e stilistico che era profondamente radicato nel terreno della neutralità e della pace» 14. Inversamente, ma in modo analogo gli storici del tempo ­ usi allo strepito dell'armi ­ non trovavano argomenti di qualche soddisfazione nell'operato del «re prudente». Lo stesso Campana finisce col soffermarsi, piuttosto che sulla vita del monarca, sulla storia universale, che di sconvolgimenti ovviamente non difettava, tanto da far menzione di Filippo ii solo due volte nel primo volume di quella che ­ va pur notato ­ è la sua sola biografia pubblicata in Italia in quegli anni: poi, nel 1679, comparirà quella di Gregorio Leti, anch'essa tuttavia non diversamente impostata.

Inutilmente cercheremmo, pertanto, nella più celebrata orazione in morte di Filippo ii, quella dedicata al suo successore da Scipione Ammirato 15, l'esaltazione di imprese belliche e di gesta guerriere. L'apertura può apparirci un esempio non spregevole di prosa barocca, volta a dare subito il senso di grandiosità da cui si voleva mostrare circonfuso il regno del defunto sovrano:

Come dal perpetuo e uniforme movimento del Sole e dagli eguali e vicendevoli ritorni dell'anno, e da tante altre cose con maraviglioso ordine dalla natura guidate, argomentarono gli antichi filosofi impossibil cosa essere che questa bella e stupenda macchina del mondo fosse fatta a caso, così chiunque diligentemente riguarderà nell'azzioni dell'ottimo e glorioso padre vostro fatte, così in pace come in guerra, forzato sarà senz'altro dubbio a tener per fermo esser parimente incredibile che egli in esse non sia spezialmente stato aiutato e guidato dalla mano di Dio.

Ma "la mano di Dio", nello svolgersi fluente dell'orazione, pareva avesse guidato il re nella non facile impresa di mantenere i dominî ricevuti, piuttosto che in imprese di conquista 16. Era una scelta ­ affermava Ammirato ­ che seguiva una nobile tradizione: la casa d'Austria aveva sempre regnato soltanto su territori giustamente acquistati con la forza del diritto; e tuttavia stupisce vedere come l'idea di crociata contro i turchi sia trattata alla fine più come un argomento di prammatica che con convinzione da parte di un autore che quattro anni prima aveva pur dedicato a questa esortazione tutta una "filippica" 17. In effetti le guerre sembrano quasi messe in disparte, ed è evocata come manifestazione di caritatevole pietà la pace di Cateau-Cambrésis, "concessa" agli inizi del regno a Enrico ii, che pur si trovava in condizioni difficili, così che «la Francia, già misera e afflitta, fu d'ineffabil letitia ripiena». Certo, di un re così a lungo impegnato nella guerra di Fiandra non era possibile dire che, come Augusto, aveva voluto chiudere il tempio di Giano, ma Ammirato trova modo di mostrare il suo «signore» superiore all'antico imperatore, «perché non si disperò nella sconfitta», come quegli aveva fatto dopo la disfatta di Varo. Soltanto «opera di giustizia» è l'azione rivolta contro i sudditi ribelli dei Paesi Bassi, perché «dee tener un principe discosto la guerra di casa, ma non dee permetter che nuova religione s'introduca nel suo stato», e viene celebrata l'esemplare religiosità di Filippo per avere dichiarato «che più tosto si sarebbe contentato di non esser re, che di comandare a gente e a popoli d'altra fede che la sua» 18. Vera ragion di Stato lo ha mosso dunque a rifiutare ogni compromesso in materia di religione, come ha mostrato, oltre che contro gli eretici fiamminghi, con «la guerra de' granatini, la cacciata de' giudei, la severità dell'Inquisizione». E a questo punto ascoltiamo una decisa difesa di questa istituzione, sebbene essa faccia «viver ciascuno in continuo timore e sospetto», mentre ­ obiettano i nemici della Spagna ­ «non è cosa che si possa far peggio co' sudditi che nutrirli in continua paura». In quegli anni, in vari ambienti intellettuali, disgustati dalle infinite violenze delle guerre di religione, era venuta affermandosi l'opinione che fosse preferibile imitare «il Turco, il quale lasciando nel suo vasto imperio viver nella sua libertà e credulità così il giudeo come il cristiano, o cattolico o eretico che egli si sia, e così parimente l'idolatra, ha pieno i suoi regni di ricchezze e di felicità, contento d'aver l'ubbidienza de' popoli». Contro questo modo di vedere insorge Ammirato, che fra i precetti evangelici sceglie a guida le parole di Cristo: «Non sono venuto a metter pace, ma la spada» (Matteo, 10, 34). Così «il pio e buono e generoso re disse tra sé: facciasi ragione e perisca il mondo». L'esito ­ appariva ormai a tutti evidente ­ non era stato felice, ma il re, concludeva il panegirista, «lieto che avendo dal canto suo quel fatto che potea e dovea fare, piacer fosse di Dio che altrimenti seguisse».

Piuttosto diverso era il giudizio espresso invece da Niccolò Contarini, il doge amico di Sarpi, nelle sue Historie venetiane 19. Certamente Filippo ii «si dimostrò in ogni azione religiosissimo, onde se si riguarda a quello che si può vedere, parole ed atti esterni, non fu giamai prencipe più pio o più religioso di lui». E tuttavia «gli effetti di questa pietà furono tutti di profitto maraviglioso a questo re». Se è vero che è «proprio della religione e dell'integrità di conscienzia ritirar gli uomini pii da molti avvantaggi, molte cupidità e molti commodi, con tutto ciò è stato in Filippo ii re di Spagna sopra tutte le cose notabile che, essendo religiosissimo, non mai la religione gli impedì alcun avanzamento di Stato, over altro proverchio. Anzi niuna cosa gli fu mezzana più giovevole per gli suoi fini di questa, e quando operava era sempre publicato tutto farsi in servizio di Dio et aggrandimento della fede cattolica».

Se nelle opere letterarie la figura di Filippo ii non giganteggia, la sua reputazione presso i politici sembra affermarsi dopo la morte, proprio per quelle doti di riservatezza e prudenza che avevano velato, in vita, la sua fama. Un veneziano inviato alla corte di Spagna fra il 1597 e il 1602, Francesco Soranzo, pone a confronto i due sovrani da lui conosciuti, Filippo ii e Filippo iii 20:

l'uno di raffinata pratica di maneggi e di trattazioni importanti, l'altro ancora nuovo e non avvezzo a cose gravi; quello che con la prudenza della propria testa sua ha sempre governato col suo solo consiglio la massa e la mole del suo grande imperio, questo che subitoché entrò a regnare, diede il governo e pose il maneggio dello Stato in mano di consiglieri; quello che di pochi fidandosi, voleva intendere e risolvere tutte le cose sue per piccole che si fossero, questo che quasi non avendo propria volontà e trattando con grandissima confidenza, si rimette e si riporta in tutto, per molto che importi, al consiglio, alle opinioni altrui.

Diversamente dal figlio,

il re passato aveva il Consiglio di Stato, si può dire, tutto nella sua propria testa, perché, sebbene avesse alcuni pochi consiglieri, si riduceva per non valersi d'altri che di don Cristoforo de Mora [Moura] e di don Giovanni Idiaquez, con tutto che anco di questi si potesse dire che si serviva più per una apparata forma di consiglieri, che perché risolvesse mai altro che quello che gli dettava il proprio giudizio.

Il contrasto non potrebbe essere maggiore, né più sfavorevole al giovane principe, che anche nella politica interna mostrava di differenziarsi dal padre:

Stavano questi signori [i Grandi di Spagna], in tempo del re passato, senza autorità e tenuti dalla Maestà sua molto bassi, non erano da lei impiegati nei carichi grandi, di pochi si serviva, e gli altri non erano mai guardati. Ora, a tempo del re presente, sono pur assai respirati

Per quel che riguardava la politica italiana, secondo l'ambasciatore veneziano si poteva invece notare una linea costante nel comportamento spagnolo:

Due sorte di fini hanno avuto sempre i re di Spagna per conservare la superiorità in Italia, l'uno è di tener lontani ed esclusi dalla provincia i principi forastieri e di gran forze, l'altro fine è di tenere fra di loro divisi e disuniti in quanto si può il principe dalla provincia, sostentando e nutrendo le male soddisfazioni che nascono fra di loro, e d'impedire il più che possibile che li maggiori potentati di essa non conquistino forze, né aspirassero a ponere il freno a' minori della monarchia della provincia.

In particolare,

preme grandemente a' spagnuoli il conservar la quiete in Italia, perché da questa si può dire che dipenda quella di tutta la Cristianità, e sopratutto la sicurtà de' proprij lor Stati.

Era quella «pace d'Italia» che sarebbe apparsa a Sarpi il maggiore impedimento alla possibilità di «introdur l'Evangelio», e che imponeva all'intero paese la duplice oppressione della Spagna e della Chiesa romana 21. Come avrebbe poi ripetuto il "consultore in jure" della repubblica, anche Soranzo giudicava pericoloso quello stato di cose per gli stessi principi italiani. Infatti la Spagna non solo aveva cercato di legare a sé costoro: il granduca con la concessione di Siena, il duca di Savoia mediante matrimoni come quello fra Carlo Emanuele e Caterina, figlia di Filippo ii, e così via, ma cercava pure di sgretolare il loro potere all'interno; infatti, «tutti i baroni, signori e cavalieri privati della provincia che abbino niente di polso e di seguito, sono o condotti o in qualche maniera obbligati» al re di Spagna. «A questo ­ ammoniva l'ambasciatore veneziano ­ doveriano pensare ed aprir occhi li prencipi maggiori d'Italia per la conservazione de proprij Stati».

Si delinea, nella relazione di Soranzo, quell'atteggiamento ostile alla Spagna, che nell'ultimo scorcio del Cinquecento segna una svolta nella linea politica veneziana. Come è noto, grazie soprattutto agli studi di Cozzi, il disegno volto a difendere i principî giurisdizionalistici e contemporaneamente ad avviare un'azione di contenimento nei confronti degli Asburgo d'Austria e di Spagna fu perseguito da Venezia nei primi due decenni del Seicento in seguito all'affermazione del partito riformatore dei "giovani", ed ebbe come punto di riferimento centrale Paolo Sarpi; il tentativo peraltro non riuscì a raggiungere risultati concreti per le implicazioni, non solo internazionali, ma anche interne, di carattere soprattutto sociale, che tale azione avrebbe comportato. Ne rimane testimonianza negli scritti dello stesso Sarpi, a cominciare dalla sua corrispondenza, ma il nuovo clima internazionale è rivelato pure dai Ragguagli di Parnaso di Boccalini. Non sarà qui il caso di affrontare nel suo complesso la figura di questo letterato, che fu probabilmente informatore del nunzio pontificio a Venezia (e per suo tramite anche dell'ambasciatore spagnolo) 22, e al tempo stesso è per noi soprattutto l'autore di quella Pietra del paragone politico, che fu stampata solo dopo la sua morte, perché fino allora bloccata «per li caldi officii fatti con questi Signori [veneziani] dall'ambasciatore di Spagna» 23. Una lettera del rappresentante del duca di Savoia, inviata sul finire del 1614 a Carlo Emanuele, ci dà una delle prime notizie di quest'opera, in cui venne pubblicata gran parte della terza centuria dei Ragguagli di Parnaso: il suo contenuto violentemente antispagnolo ne favorì la straordinaria diffusione proprio per i rapporti sempre più tesi fra la monarchia iberica e Venezia, così che nel giro di un anno se ne ebbero non meno di quattordici edizioni 24. Nel 1615, a sostegno della politica che Carlo Emanuele aveva intrapreso per impossessarsi del Monferrato, uscirono le Filippiche contra gli spagnuoli di Tassoni, che fin dall'apertura decisamente "catilinaria" («E fino a che segno sopporteremo noi») suonano come una requisitoria contro l'arroganza della potenza dominante in Italia. Non sorprende che questi scritti, in cui affiorano sentimenti di un'identità collettiva italiana, siano stati letti nell'età del Risorgimento come testimonianze del risveglio di una coscienza nazionale.

Sull'opposto versante vanno collocati gli scritti di Campanella 25. Non è possibile esaminare in questa sede il processo intellettuale che portò questo pensatore ­ protagonista della ben nota congiura calabrese ­ ad attribuire alla monarchia spagnola il suo disegno escatologico e teocratico di un governo universale. Dovremo limitarci ad accennare che nella Monarchia di Spagna venivano illustrate idee riformatrici, come ­ per limitarci a qualche esempio ­ una nuova legislazione, una diversa organizzazione del Supremo Consiglio e un ordinamento militare che avrebbe inciso profondamente sulla stessa vita sociale, mentre nel capitolo sopra i baroni, si proponeva di limitarne i poteri ed anche i patrimoni 26. Sono principî ispirati dalla visione di un crescente sviluppo dell'unità politica dell'impero in senso assolutistico: convinto che l'esistenza di una monarchia universale, già detenuta da «assiri, medi, persiani, greci e romani», risponda a un disegno provvidenziale, e volendo quindi assicurarne il «mantenimento ed accrescimento», Campanella propugna lo sviluppo della sua natura cosmopolitica, con il trasferimento di popolazioni, facendo emigrare in Spagna indios come lavoratori, agricoltori e artigiani, creando nuove gerarchie politiche e amministrative formate da sudditi provenienti da tutte le province, e incoraggiando unioni matrimoniali volte a provocare la fusione degli spagnoli con gli italiani e i fiamminghi.

Ritroviamo in queste pagine, che ridisegnano con slancio utopistico la realtà del tempo, il filosofo della Città del Sole. Ma di là da queste generose prospettive, ci è possibile comprendere oggi le ragioni che poterono indurre molti sudditi italiani del re Cattolico a considerarlo loro sovrano naturale, scorgendo taluni vantaggi che poteva offrire il suo governo: esso assicurava una certa unità di direzione politica a Stati indeboliti dal loro tradizionale particolarismo, e li immetteva, seppure alle frontiere dell'impero, entro una dimensione mondiale. Proprio queste possibilità potevano indurre Campanella a considerare la soggezione alla Spagna come il minor male, dal momento che l'Italia «doveva star soggetta a' forestieri»: nel suo sogno di rigenerazione della cristianità il dominio di quella corona poté apparire propizio al rapporto fra le norme che regolavano quella monarchia e la vita della società, in quanto l'impero di Filippo ii, seguendo l'esempio dato ­ certamente con maggiore respiro e più profonda convinzione ­ da Carlo v, tendeva a governare i paesi soggetti tenendo conto della diversa natura e dei differenti costumi dei sudditi, e insieme a frenare le prepotenze dei ceti privilegiati. Se poi i progetti campanelliani furono guardati con sospetto e ostilità dalla maggior parte dei rappresentanti della monarchia, e ancora negli ultimi tempi della vita del filosofo il conte di Monterey, viceré di Napoli (1631-37), attribuiva proprio a lui la responsabilità dell'odio che si era diffuso nel paese contro la nazione spagnola 27, non va dimenticato che proprio in questi anni si manifestano, nelle opere e negli scritti di Summonte, di Stigliola e di Imperato, idee riformatrici che, in armonia con la concezione assolutistica della monarchia, tendono a porre su un piano di pari dignità sociale nobili e borghesi.

In una linea di pensiero che potremmo ricollegare a quella degli intellettuali napoletani si pongono talune istruzioni date allora ai governanti inviati da Madrid. Non sono certamente testimonianze univoche: tra gli indirizzi di governo praticati nel corso del secolare dominio spagnolo in Italia si possono notare differenze anche assai rilevanti, soprattutto se poniamo a confronto l'atteggiamento iniziale con quello di periodi più tardi. Nella prima fase dell'impianto, peraltro, la stessa forza della monarchia rappresentò una sconvolgente novità rispetto alla tradizione e al tipo di rapporto fra sovrano e sudditi, che per secoli le province meridionali avevano sperimentato. Furono create allora le basi di rapporti amministrativi e politici e di un equilibrio tra la Corona e le forze sociali di cui sia la Sicilia, sia Napoli avevano conosciuto soltanto vaghe anticipazioni. Si può dunque capire perché l'idea del potere regio come fonte di giustizia sia penetrata e si sia diffusa nella coscienza popolare, come risulta dalla frequenza degli appelli al sovrano che accompagnò le lotte e le resistenze dei Comuni nel periodo precedente la rivolta del 1647. Il nuovo sistema richiedeva però ulteriori svolgimenti verso la creazione di uno Stato moderno: in primo luogo, una riduzione del potere sociale, oltre che politico, del baronaggio, e la costruzione di un apparato amministrativo pubblico autonomo ed efficiente. Sul complesso di problemi legati a queste fondamentali esigenze si crearono, relativamente al modo di governare Napoli e la Sicilia, differenze e contrasti tra i governanti spagnoli; e anche i sudditi, ovviamente, manifestarono la loro approvazione o la loro condanna nei confronti dell'uno o dell'altro viceré per motivi che, in molti casi, non furono soltanto personali o di fazione. Alcuni viceré subirono critiche e condanne da parte della corte di Spagna per il loro operato nelle province, ed è clamoroso il caso del duca di Ossuna, richiamato da Napoli, sottoposto a processo e imprigionato nel 1621, morto in carcere tre anni dopo. Ma non fu questo il solo governante che ebbe una sorte sfortunata: all'inizio dei suoi famosi Avvertimenti a Marcantonio Colonna, Scipione de Castro osservò nel 1577 che il governo della Sicilia era stato fino allora fatale a tutti coloro che avevano retto l'isola in nome del re di Spagna 28.

Nella Storia del regno di Napoli Croce nota che il governo spagnolo, «inflessibilmente severo verso di essi [i baroni] a ogni indizio d'indocilità politica», non mancò mai di dare loro aiuto contro i "vassalli": anzi, «quasi favoriva la loro pratica di rovesciare i pesi finanziari sul popolo e sui comuni». Nondimeno, prosegue, «qualche viceré lasciava scorgere di essersi avveduto dell'importanza delle forze popolari, e di voler provare una politica alquanto diversa» 29. Vengono ricordati in particolare Pietro di Toledo, il conte di Olivares e appunto il duca di Ossuna. Una situazione abbastanza analoga ci viene mostrata da Giarrizzo per la Sicilia 30, dove egualmente fu viceré il conte di Olivares. E proprio questo personaggio è al centro di un episodio a cui si ricollegano alcune testimonianze che diedero vita al mito di Filippo ii come sovrano riformatore.

Durante il suo viceregno a Napoli, dal 1595 al 1599, il padre del celebre conte-duca fu protagonista di un grave scontro con la nobiltà napoletana e venne richiamato a Madrid per le accuse e le insistenze dei nobili. Domenico Antonio Parrino racconta che, al momento di partire, egli disse all'Eletto del popolo, andato a salutarlo: «Para defender vuestra jurisdición men voy». E il cronista secentesco commenta: «Fu creduto che se non succedeva la morte di Filippo Secondo, non sarebbe così presto rimosso, perché non può negarsi che fu un signore assai giusto» 31. Il giudizio riproduce quel che aveva già scritto nel 1630 uno dei più noti scrittori napoletani, Giulio Cesare Capaccio, che aveva dato conto della missione svolta dall'ambasciatore dei nobili, giunto a Madrid dopo che Filippo ii era morto, ottenendo dal successore la rimozione dell'Olivares, «che non sarebbe stato così presto ammosso dal governo, perché mi pare che avesse accertato il governo di un vero viceré» 32. Del resto, già nel 1613 Tommaso Costo aveva associato la politica filopopolare di Olivares all'elogio di Filippo ii, il sovrano che aveva particolarmente a cuore il «buon trattamento dei sudditi» 33. Filippo ii viene dunque celebrato per la politica di riordinamento dello Stato che si ricollega a ciò che avevano riferito alcuni degli ambasciatori veneziani ricordati. L'esaltazione e il rafforzamento del potere reale comportavano anche l'esigenza di tenere a freno le ambizioni dei grandi e di reprimerne gli eccessi sul terreno politico e nei rapporti sociali. In questo senso appariva esemplare agli apologeti di Filippo la lotta ingaggiata dalla Spagna nei Paesi Bassi. Allo stesso modo delle guerre civili in Francia, anche l'analisi della guerra di Fiandra servì alla pubblicistica italiana del tempo per diffondere e sostenere la condanna della ribellione come frutto del particolarismo e dello spirito anarchico dei grandi signori e per esaltare la funzione "progressiva" della monarchia di Spagna. Gli storici preferirono, perciò, lasciare in ombra, per quanto possibile, le cause e le origini religiose e "politico-nazionali" della rivolta, e mettere invece l'accento sul ribellismo e sull'ambizione dei grandi signori. Anche nella Istoria delle guerre civili di Francia, Enrico Catarino Davila addossa la responsabilità della congiura d'Amboise, con cui ebbero inizio i sommovimenti che straziarono quel regno per tutta la seconda metà del Cinquecento, ai principi del sangue, i Borbone, Condé e Coligny, che decisero di coinvolgere nella loro impresa gli ugonotti, e così «sottrarsi dal pericolo» e «onestare maggiormente la causa» col «far credere che la guerra civile fosse stata accesa e suscitata non dagl'interessi de' principi e dalle [loro] pretensioni del governo, ma dalle discordie e dalle controversie della fede» 34. Del pari il cardinal Bentivoglio, nella Guerra di Fiandra, pur senza tacere come avesse cominciato a «infettarsi d'eresia il popolo», afferma che, in seguito a ciò, «ecco prorompere subito i grandi alle novità e convertir la religione con mille falsi pretesti in fazione» 35. Ancor prima di lui, Cesare Campana, il biografo di Filippo ii, aveva dato la medesima interpretazione delle origini della rivolta dei Paesi Bassi:

La cagion di questa guerra, nata dalla religione, fu poi nondimeno, per quant'è fama, vivamente aiutata dall'ambitione di alcuni principali del paese, i quali entra[rono] in opinione per la loro potenza e ricchezza e per quella grand'autorità che ritenevano appresso a quelle genti di poter valersi del braccio popolare ad accrescimento della propria grandezza36.

Poteva dunque avere un fondamento l'idealizzazione di Filippo ii come sovrano sostenitore di una riforma dei rapporti istituzionali fra i sudditi, che circolava nel movimento popolare napoletano. Il capo più autorevole del riformismo, Giulio Genoino elaborò e presentò in questa chiave la figura del re, e sul richiamo a questa immagine fondò una parte della sua azione politica. Tornato a Napoli dopo avere scontato sedici anni di prigionia nella fortezza del Piñon, essendo stato coinvolto nelle vicende del duca di Ossuna, Giulio Genoino, per poter ottenere il posto che gli spettava nel Collegio dei dottori, dovette difendersi dall'accusa di essere stato inquisito e condannato per ragioni di Stato. Nel discorso da lui pronunciato davanti ai suoi colleghi, egli sostenne che nelle istruzioni date al viceré Iñigo Hurtado de Mendoza «il savio re Filippo» si era dichiarato favorevole all'eguaglianza dei voti tra la nobiltà e il popolo nel Consiglio rappresentativo della capitale e addirittura aveva sollecitato il viceré a mettere in pratica una riforma istituzionale per raggiungere quell'obiettivo. L'affermazione era forse storicamente infondata, ma attesta la permanenza a Napoli di un movimento riformatore pur dopo la repressione durissima dell'inizio degli anni Venti, lasciando intravedere una qualche corrispondenza o piuttosto la speranza di una corrispondenza con analoghe tendenze all'interno della classe dirigente spagnola. C'era in Genoino anche la volontà di denunciare nel presente un allontanamento dalla linea politica che aveva avuto una tradizione gloriosa. L'orazione nel Collegio dei dottori fu tenuta nel 1639. Pochi anni dopo, nel corso della ribellione di cui fu detto che Genoino fosse la mente, il confronto tra un passato positivo, nella realtà e nelle intenzioni di sovrani come Carlo v e Filippo ii, e un presente di abuso e di sopraffazione sarebbe stato un motivo dominante della prima fase del conflitto.

Non abbiamo trovato le istruzioni di Filippo ii al viceré Iñigo Hurtado de Mendoza (e si può facilmente escludere, in ogni caso, che contenessero un progetto di riforma come quello sostenuto dal Genoino); ma quelle inviate da Bruxelles al duca di Medinaceli nel 1557 per il governo della Sicilia, affrontano alcuni problemi che possono ricollegarsi a quelli ben presenti anche nel regno di Napoli: l'organizzazione della difesa e l'esercizio del potere dei baroni all'interno dei loro feudi e dei distretti. Su tali problemi il precedente viceré Juan de Vega aveva concentrato la sua azione di governo, suscitando le reazioni baronali soprattutto per la nuova organizzazione delle milizie popolari, improntate alla volontà di «coinvolgere intere popolazioni nella responsabilità della difesa». I baroni non avevano mancato di far pervenire la loro protesta direttamente a Filippo ii. Ciò nonostante, le istruzioni inviate a Medinaceli, alla cui redazione forse collaborò lo stesso Vega, ne riflettevano l'esperienza, intervenendo sulle basi stesse del potere baronale. Dopo avere indicato gli inconvenienti che dall'eccessivo potere baronale derivavano all'amministrazione della giustizia, e invitato il viceré a fare rispettare con «severidad» gli obblighi di servizio militare dei baroni, Filippo gli ordinava di visitare direttamente e regolarmente le province del regno allo scopo di informarsi sul modo in cui i baroni trattavano i vassalli, di raccoglierne e sostenere le lagnanze e di prendere anche, quando necessario, l'iniziativa di denunciare abusi e maltrattamenti 37.

Era un punto centrale dell'impegno di costruzione di uno Stato moderno, ma era anche un programma in contraddizione con altri e sostanziali aspetti dell'azione che la monarchia doveva svolgere nei suoi dominî italiani. Una prima contraddizione, del resto, emergeva dallo stesso documento in cui il programma era enunciato: pur essendo ampi, i poteri del viceré avevano dei forti limiti, di cui spesso baroni e nobiltà approfittarono, a Napoli e in Sicilia, per bloccarne le iniziative, specialmente quando queste erano dirette a colpire abusi e violenze esercitate contro i vassalli. La frequenza con cui i viceré furono richiamati prima della scadenza del loro mandato, quasi sempre su richiesta dei baroni e della nobiltà, è un segno della loro debolezza. La monarchia non poteva fare a meno del consenso della nobiltà per ottenere il contributo finanziario e militare di cui aveva sempre più bisogno col prolungarsi della guerra nelle Fiandre: in tali condizioni la parte del programma relativa alla "normalizzazione" del potere baronale restò ovviamente inattuata, anche se alimentò per lungo tempo, fino alle rivolte di metà del Seicento, il mito della monarchia riformatrice, e insieme le speranze e le illusioni di siciliani o napoletani riformatori e perfino di uomini di governo e viceré.

Le istruzioni quasi contemporanee al duca di Alcalá, viceré di Napoli, confermano l'orientamento generale delle istruzioni a Medinaceli, ma con un puntuale e interessante adattamento alla situazione napoletana 38. Raccomandazioni generali, anzitutto, che corrispondono allo scrupolo e alla religiosità del sovrano, a cominciare dalla concezione del potere come servizio alla comunità («la comunità non è fatta per il principe, ma il principe per il bene della comunità») e dalla preoccupazione per il rischio morale che comporta l'esercizio del comando: una caratteristica ben nota della personalità di Filippo ii, in cui si esprime l'influenza che lo spirito della Controriforma esercitò almeno sulla sua visione della politica. Il viceré doveva sentire come suo compito fondamentale l'impegno a operare per la comunità a lui affidata, ad agire per la pace e il bene comune:

Los reyes y príncipes son principalmente instituidos para que goviernen y administren justicia a sus súbditos y los defiendan de sus enemigos, y pues yo come rey y señor natural de aquel reyno devo estas dos cossas a los súbditos y naturales del, y vos deveis estar allí en nuestro lugar, conviene que a estos dos fines endereçeis todas vuestras obras Magistrados y ministros: no consintays que de obras ni de palabras sean injuriados ni maltrados, antes la injuria o mal tratamiento que en qualquiera manera al menor dellos se hiziese, haveis de castigarlo con toda diligencia y rigor.

L'aspetto specificamente napoletano delle istruzioni al duca d'Alcalá riguarda soprattutto l'importanza attribuita al Consiglio collaterale, e quindi la collegialità del governo del regno. Anche qui si manifesta la tendenza a intervenire sul potere sociale dei baroni: i vassalli non devono essere forzati a far donativi ai baroni e devono ricevere un giusto salario per il lavoro svolto nei feudi. Non pare che il duca di Medinaceli abbia seguito, nelle questioni più importanti, il modello del suo predecessore. E sarebbe interessante confrontare le istruzioni del 1557 con le Advertencias che lo stesso duca di Medinaceli lasciò al suo successore Garcia di Toledo nel gennaio del 1565 39. Limitiamoci tuttavia ad assumere come elementi di confronto documenti di parecchi anni dopo, e anzitutto la relazione che il conte di Olivares scrisse nel 1594 per il suo successore, quando era in procinto di lasciare la Sicilia per assumere il governo di Napoli 40. Il contenuto della relazione di Olivares è mutato rispetto alle istruzioni del 1557. Il problema della milizia del regno ha perduto l'importanza centrale che aveva a metà del secolo, poiché si era fatto sentire più fortemente il bisogno di fornire il contributo siciliano alle imprese spagnole in altre aree europee. Il Tribunale del Patrimonio ­ l'amministrazione finanziaria ­ ha acquistato preminenza sugli altri organi di governo, arrivando a trattare ­ come osserva lo stesso Olivares ­ materie di giustizia, di Stato, di guerra e di governo. Secondo Koenigsberger questa dilatazione dei compiti va attribuita al fatto che i suoi ministri sono i soli a esercitare le loro funzioni in modo permanente, mentre quelli di altri tribunali rimangono in carica per un periodo limitato. Ma probabilmente a questa ragione si unisce anche la caratteristica che veniva assumendo il governo in Sicilia e a Napoli: la sua limitazione e concentrazione nel solo o assolutamente preminente obiettivo del prelievo delle risorse finanziarie e umane necessarie alla politica e alla strategia dell'impero.

A questo scopo era stato sacrificato il proposito di rafforzare l'autorità dello Stato, assicurando un maggiore equilibrio tra le forze sociali. Filippo ii non aveva rinunciato ancora all'idea della riforma di qualche aspetto particolarmente negativo della realtà istituzionale siciliana: così avrebbe voluto togliere ai baroni il mero e misto imperio, cardine del sistema di oppressione da loro esercitato sui vassalli. Ma Olivares, consapevole dei limiti entro i quali era possibile svolgere l'azione riformatrice nelle particolari condizioni in cui ormai si trovava la monarchia, si era opposto a quella misura. Anche più chiaramente il mutamento appare leggendo le istruzioni date nel 1628 a Fernando de Ribera, duca di Alcalá, viceré di Napoli dal 1629 al 1631, e la relazione indirizzata nel 1637 dal conte di Monterrey, per ordine di Filippo iv, al suo successore, il duca di Medina las Torres. I dati essenziali della nuova situazione, legata all'impegno della monarchia nella guerra dei Trent'anni, ma anche a un mutamento non soltanto occasionale dei rapporti fra Madrid e i regni del Mezzogiorno d'Italia, appaiono sostanzialmente diversi rispetto alle istruzioni e relazioni del secolo precedente. Vi è anzitutto la preoccupazione per i fermenti antispagnoli e per il pericolo di una sollevazione popolare, ma evidente è anche la quasi completa riduzione dei compiti del governo all'obiettivo di imporre il massimo contributo alla guerra. Proprio l'esigenza di opporre una maggiore resistenza alle richieste di Madrid e ai loro effetti devastanti, contrastando in pari tempo la passività e la complicità di larga parte dei nobili napoletani riportò all'ordine del giorno il problema della riforma istituzionale. In tale quadro va collocato appunto, come segno di un più ampio disagio, il già citato discorso di Genoino. Si può facilmente comprendere, in quella drammatica situazione, da parte di sudditi che volevano mantenere la fedeltà alla monarchia, l'idealizzazione di un passato in cui anche il sovrano si proponeva, sia pure in modo contraddittorio e quindi senza effettive conseguenze, di introdurre nella società la «ygualdad» richiesta dallo spirito di «caridad» e dal bene pubblico, dando maggiore autorità allo Stato contro gli abusi e il particolarismo dei privilegiati.

Note

1. Per l'elenco degli oratori si veda Rafael Vargas Hidalgo, Documentos inéitos sobre la muerte de Felipe ii y la literatura fúnebre de los siglos xvi y xvii, in "Boletin de la Real Academia de la Historia", t. cxcii, cuad. iii, pp. 377-460. Gli oratori di cui vennero pubblicate le commemorazioni (tutte nel 1599, con l'eccezione di quella dell'Ammirato, edita nello stesso 1598) sono: Felice Benedetti e Vespasiano Pandolfo (L'Aquila), Muzio Pansa (Chieti), Aurelio Biondi (Firenze), Pietro Paolo Quintavalle e Sebastiano Rinaldo (Roma), Giulio Cesare Capaccio, Peregrino Scardino, Alessandro Turamino e Francesco Anelli (Napoli). Nel 1609 e nel 1610 vennero pubblicate quelle di Giulio Cesare Imbriano e di Gabriele Lottiero, entrambe tenute a Napoli.

2. Orlando furioso, xv, 24, 7-8.

3. G. Mazzoni, La battaglia di Lepanto e la poesia politica nel secolo xvi, in La vita italiana nel Seicento. Conferenze tenute a Firenze nel 1894, Milano 1897, in particolare pp. 137-9.

4. G. M. Anselmi, Tasso, Gerusalemme liberata, in Letteratura italiana, diretta da A. Asor Rosa, Le opere, ii, Torino 1993, p. 634 (il riferimento a Frances Yates riguarda naturalmente Astrea. L'idea di impero nel Cinquecento, Torino 1990).

5. Due volte soltanto, per quel che ci risulta, viene ricordato Filippo nei Discorsi politici (1599), in entrambi i casi per la pace che regna in Italia: nel Discorso vii del Libro secondo, Da quali cause sia nata la lunga quiete d'Italia di questi ultimi tempi, e più distesamente nel Discorso ix pure del Libro secondo, Se fusse buona l'opinione e sicuro il consiglio di Leone decimo, pontefice massimo, di voler cacciare le nazioni forestiere del dominio dell'Italia con l'aiuto d'altre armi oltramontane, dove alla fine si osserva: «Lo stato delle cose presenti in tanto poi, dopo vari accidenti, si può riputare buono o men rio, in quanto che Italia, per una somma prudenza e moderazione d'animo di Filippo re cattolico, ha potuto godere di una lunga, sicura e tranquillissima pace; la quale fiorisce quanto mai abbia fatto già molte delle superiori età, con grande consolazione de' popoli e con laude singolare de' prencipi di questi tempi» (cfr. P. Paruta, Opere politiche, a cura di C. Monzani, Firenze 1852, vol. ii, p. 348).

6. Cfr. Introduzione di M. Capucci a Romanzi del Seicento, Torino 19782, p. 12.

7. Parimenti è stata notata l'assenza, dopo le pubblicazioni più vicine ai tempi delle grandi scoperte geografiche e dei primi viaggi di esplorazione , di traduzioni di opere sul Nuovo Mondo che non dipendano direttamente «dalle notizie provenienti dai paesi più direttamente impegnati nell'impresa: e naturalmente, in primo luogo, dalla Spagna e dal Portogallo» (R. Romeo, Le scoperte americane nella coscienza italiana del Cinquecento, Roma-Bari 19892, pp. 65-6). Le «tendenze apologetiche della conquista», prevalenti in Italia, dove viene completamente ignorata l'opera di Las Casas, sono spiegate da Romeo, più che «con ragioni obiettive [] con il predominio spagnolo sull'Italia del tempo» (p. 88).

8. Cfr. Le relazioni degli ambasciatori veneti al Senato durante il secolo decimosesto, a cura di E. Albéri, s. i, vol. v, Firenze 1861.

9. G. Bentivoglio, Della guerra di Fiandra, vol. i, Colonia 1635 (ma qui si cita dall'edizione Pomba, Torino 1829, i, p. 76). Di Bentivoglio si veda anche l'edizione a cura di C. Panigada delle Memorie e lettere, Bari 1934.

10. F. Braudel, La Méditerranée et le monde méditerranéen à l'époque de Philippe ii, Paris 19662, t. 2, p. 514 (trad. it. Torino 1976, p. 1330).

11. T. Boccalini, Ragguagli di Parnaso e scritti minori, a cura di L. Firpo, Bari 1948, vol. iii, pp. 31-32 (Centuria terza, Ragguaglio xi).

12. E. C. Dàvila, Dell'istoria delle guerre civili di Francia, Venezia 1630 (ma qui si cita dall'edizione della Società tipografica dei classici italiani, Milano 1825, vol. vi, pp. 173-74).

13. A. Tassoni, Pensieri diversi, x, 13 (Modena 1612), in Id., Prose politiche e morali, a cura di G. Rossi, Bari 1930, p. 315.

14. C. Dionisotti, La guerra d'Oriente nella letteratura veneziana del Cinquecento, in Id., Geografia e storia della letteratura italiana, Torino 1967, pp. 164 e 178.

15. Orazione di Scipione Ammirato nella morte di Filippo Secondo, re di Spagna, al potentissimo re di Spagna Filippo Terzo, suo signore, detta Filippica terza, in Fiorenza, per Filippo Giunti, 1598.

16. Lo stesso sovrano dichiarò nel 1590: «Dio mi è testimone che io non ho mai fatto guerre per guadagnare altri regni, ma per mantenere quelli che ho» (G. Parker, La gran estrategia de Felipe ii, Madrid 1998).

17. Orazione di Scipione Ammirato al serenissimo e potentissimo re Cattolico, suo signore, Filippo re di Spagna etc., intorno il pacificar la Cristianità e prender unitamente l'arme contra gli infedeli, Firenze, per Filippo Giunti, 1594.

18. Il detto era ben noto: anche Bentivoglio, Della guerra di Fiandra cit., i, p. 29, scrive che «ad uno de' suoi ministri che un giorno gli rappresentava il pericolo che da ciò [gli editti repressivi in materia di religione] poteva soprastargli di perdere o tutte o gran parte di quelle provincie, e che perciò sarebbe stato miglior consiglio l'usare qualche connivenza il re diede questa memorabil risposta: "Ch'egli voleva piuttosto restar senza regni, che possederli con l'eresia"».

19. Rimaste inedite, sono state parzialmente pubblicate da G. Cozzi in appendice a Il doge Niccolò Contarini, Venezia-Roma 1958. Si veda il bel ritratto di Filippo ii alle pp. 378-9, dove si insiste soprattutto sulle sue ricchezze: «Non ebbe chi l'agguagliasse nel guerreggiare pochissimo col ferro e molto con l'oro. Dominò con questo il volere de suoi nemici e di quelli che non doverebbono aver altra mira che 'l cielo, sovvertendo con quest'arte la Francia e frenando la corte di RomaNelle cose grandi spendendo, anci profuse; nelle spese private e donativi a suoi ristretto e quasi avaro. Onde di lui si diceva che di due cose preziosissime sapeva singularmente valersi, cioè del tempo e dell'oro».

20. Relazioni degli Stati europei lette al Senato dagli ambasciatori veneti nel secolo xvii, raccolte ed annotate da Nicolò Barozzi e Guglielmo Berchet, s. i: Spagna, vol. i, Venezia 1856, pp. 35 ss.

21. Cfr. P. Sarpi, Opere, a cura di Gaetano e Luisa Cozzi, Milano-Napoli 1969, p. 640.

22. Cfr. G. Cozzi, Traiano Boccalini, il cardinal Borghese e la Spagna, secondo le riferte di un confidente degli Inquisitori di Stato, in "Rivista storica italiana", xviii (1956), pp. 230-54.

23. Cfr. la lettera del 13 dicembre 1614, inviata dall'ambasciatore sabaudo Carlo Emanuele Scaglia al duca, pubblicata da L. Firpo nella Nota apposta alla sua edizione dei Ragguagli, vol. iii, p. 533.

24. Cfr. la Nota di Luigi Firpo, cit., pp. 533-4.

25. È comprensibile dunque che, nel clima del «decennio di preparazione», il giovanissimo curatore delle Opere di Campanella (Torino 1854), Alessandro D'Ancona, fervente ammiratore di Cavour, si sia sentito spinto a dedicare non meno di una cinquantina di pagine alla giustificazione della scelta compiuta dal filosofo calabrese in favore della Spagna.

26. Si veda la recente edizione di quest'opera, che a fronte del testo critico reca la traduzione francese: T. Campanella, Monarchie d'Espagne et Monarchie de France, éd. Germana Ernst, Paris 1997. In particolare, per le riforme suggerite, cfr. pp. 102-51.

27. M. Schipa, Masaniello, Bari 1925, p. 67.

28. A. Saitta, Avvertimenti di don Scipio di Castro a Marcantonio Colonna quando arrivò viceré in Sicilia, Roma 1950, p. 43.

29. B. Croce, Storia del regno di Napoli, Bari 1925, p. 126.

30. G. Giarrizzo, La Sicilia dal viceregno al regno, in Storia della Sicilia, vol. vi, Napoli 1978.

31. D. A. Parrino, Teatro eroico e politico dei governi de' viceré del regno di Napoli, Napoli 1692-94, vol. i, p. 424.

32. Il Forastiero. Dialogi di G.C.C. accademico otioso, Napoli, G. D. Roncagliolo, 1634, p. 500.

33. La Apologia istorica del regno di Napoli contra la falsa opinione di coloro che biasimarono i regnicoli d'incostanza e d'infedeltà, Napoli , G. D. Roncagliolo, 1613, pp. 159-61.

34. E. C. Dàvila, Dell'istoria delle guerre civili di Francia cit., vol. i, p. 60.

35. Bentivoglio, Della guerra di Fiandra cit., vol. i, pp. 32-33.

36. C. Campana, Della guerra di Fiandra, Giorgio Greco, Vicenza 1602, pp. 122-23.

37. Instruçión de lo que Vos el Ill.mo don Juan de la Cerda Duque de Medinaceli, British Library, mss. Add. 28701, ff. 18 r.-47 v.

38. Instruçión de lo que Vos el Ill.mo Duque de Alcalá primo mio haveis de hazer en la administración del cargo de visorey lugarteniente y capitan general en el reyno de Nápoles, 1558, British Library, mss. Add. 28701, ff. 49-84.

39. Colección de documentos inéditos para la historia de España, vol. xxviii, pp. 304 ss.

40. Cosas del gobierno y estado universal del reyno de Sicilia: di questa relazione esistono varie copie manoscritte (in particolare si veda quella della British Library, mss. Add. 14009, ff. 364-97), e fu anche pubblicata (Palermo, Cillenio Esperio, 1685) con i commenti a margine del conte di Castro, viceré di Sicilia dal 1616 al 1622.