Su alcuni aspetti delle "Annales":
la loro ricezione
attraverso la medievistica
della Repubblica democratica tedesca

di Sabine Tanz

Fra tutte le scienze la storia è la più esposta e indifesa allorché lo spirito dei tempi la vuole coartare e inquinare. Essa non può nascondersi dietro formule o lambicchi, non può emigrare in campi neutrali, uscire dall'involucro dell'umano o volatilizzarsi in un linguaggio i cui rozzi sgherri siano sprovvisti di chiavi. Riferita al presente essa rimane la più vicina all'umano e deve ammutolire o confessare.

Walter Markov

1. Partiticità e "Annales"

Sin da quando, nel 1929, Lucien Febvre 1 e Marc Bloch 2 fondarono le "Annales d'histoire économique et sociale", facendo suonare così una delle «ore fatali della scienza storica del xx secolo» 3, la scuola delle "Annales" è stata costantemente oggetto di dettagliate discussioni e presentazioni. I lavori di C. O. Carbonell-G. Livet 4, J. Revel 5, C. Honegger 6, P. Burke 7, G. G. Iggers 8, M. Erbe 9, H. Mohr 10, P. Schottler 11, L. Raphael 12 hanno, tra gli altri, tracciato un'immagine estesa e completa delle quattro generazioni di studiosi che nel frattempo si sono succedute e si sentono appartenenti alle "Annales" 13. Di conseguenza un'ulteriore esposizione della storia delle "Annales" è in questa sede superflua. Per il contesto che a noi interessa è, a mio avviso, di ben maggiore rilevanza presentare alcuni aspetti e problemi della ricezione delle "Annales" in Germania.

Il processo di ricezione in Germania occidentale è già stato ripetutamente al centro di studi specifici. Rimando a questo proposito ai lavori di O.- G. Oexle 14 e P. Schottler 15, i quali ne individuano tre fasi:

1. Gli anni d'anteguerra dei quali fu caratteristica la semplice osservazione delle "Annales" e dei loro redattori. La rivista, come anche le direzioni di ricerca da essa propagate, rimase tuttavia nella Germania prebellica in ampia misura sconosciuta.

2. Gli anni del primo dopoguerra, durante i quali le "Annales" sarebbero state percepite dagli storici tedeschi occidentali principalmente come una "minaccia".

3. Gli anni Sessanta e Settanta, caratterizzati da un effettivo contrasto con le tendenze della ricerca rifiutate da una generazione di storici, particolarmente critica, come inadeguate dal punto di vista e metodologico e teorico 16.

All'osservatore si presenta un quadro estremamente contraddittorio. Là dove ebbe luogo una discussione sostanziale, essa fu circoscritta a pochi studiosi. Le ragioni dei risentimenti emersi possono essere di varia natura. Forse questa circospezione era radicata nella «mentalità accademica postbellica» degli storici tedeschi occidentali 17. Forse dalle "Annales" la scienza storica tedesca occidentale veniva richiamata ai conflitti irrisolti: alla discussione su Karl Lamprecht, al confronto col marxismo e a quello fallito col nazionalsocialismo 18.

D'altro canto, la storia della ricezione delle "Annales" attraverso la storiografia della rdt è una pagina ancora tutta da scrivere.

Ora vorrei presentare, attraverso la medievistica tedesca orientale, soltanto alcuni aspetti di tale recezione. Aspetti che in nessun caso possono avanzare la pretesa di esaustività, ma che sono, tuttavia, sotto parecchi punti di vista, sintomatici dello sviluppo complicato e contradditorio della scienza storica nella Germania democratica tedesca, la cui situazione è descritta da W. Schulze col detto, ormai proverbiale: «La sorte più triste è toccata però alla scienza storica» 19.

In quale misura le osservazioni fatte in questa sede siano da generalizzare deve essere demandato a ulteriori ricerche.

La scienza storica tedesca orientale fa parte di quelle discipline che immediatamente dopo il crollo della rdt sono state al centro di numerose controversie, talvolta anche veementi. Lo scopo di tali dibattiti era tra l'altro quello di un'autoriflessione scientifica degli storici residenti nella Repubblica democratica. I risultati e lo svolgimento di queste discussioni, condotte anche con la forte partecipazione degli storici tedeschi occidentali così come di colleghi stranieri, sono straordinariamente ben documentati 20.

In particolare l'antichistica e la medievistica sono state oggetto di un bilancio oggettivo e accurato; bilancio contraddistinto innanzi tutto dall'assenza assoluta di attacchi polemici 21.

È singolare però in questo contesto la circostanza che tale bilancio sia stato redatto prevalentemente da storici tedeschi occidentali e che la partecipazione di quelli tedesco-orientali sia rimasta solo marginale.

Come ha sottolineato J. Kocka, nella rdt la scienza storica era legata al sistema più strettamente della gran parte delle scienze umane 22. Essa aveva la funzione di scienza legittimatrice e fu, perciò, strumentalizzata in maniera prettamente politica. Da questo stretto legame ideologico, valido anche per la medievistica, risultò una grave mancanza di metodo, dovuta soprattutto alla concentrazione unilaterale su un marxismo dogmatico. Tuttavia, nonostante una cultura storico-critica lacunosa 23, esistono anche esempi di una partecipazione degli storicitedeschi orientali al dibattito internazionale24.

Mentre la "nuova storia" annaliana fu recepita nella Repubblica federale sin dalla fine degli anni Sessanta, quando soprattutto la traduzione tedesca di opere di medievisti importanti come Georges Duby 25 e Jacques Le Goff 26 ne propiziò la popolarità, una sistematica ricezione delle "Annales" nella medievistica della rdt non ebbe mai luogo.

D'altro canto, già nei tardi anni Quaranta lo storico di Lipsia Walter Markov (1909-1993) aveva propugnato l'inserimento della sociologia, della psicologia e della geografia nella ricerca storica, corrispondendo di conseguenza alla richiesta avanzata da Lucien Febvre e Marc Bloch, di una histoire totale27.

La grande diffidenza della medievistica della rdt nei confronti della scuola delle "Annales" è tanto più deplorevole in quanto già negli anni Cinquanta Heinrich Sproemberg (1889-1966), ordinario di Storia medievale all'Università di Lipsia dal 1950 al 1958, si era posto nelle sue conferenze e nelle sue lezioni sulla linea della tradizione di Henri Pirenne, Karl Lamprecht e Marc Bloch 28.

Heinrich Sproemberg ebbe anche una certa influenza sul suo circolo di studenti. In particolare Ernst Werner (1920-1993), successore di Sproemberg e titolare, dal 1958 al 1985, della cattedra di Storia generale del medioevo all'Università di Lipsia, accolse i suggerimenti del suo maestro accademico 29. Nella sua tesi di laurea egli studiò la riforma cluniacense dell'xi secolo considerando l'opposizione eretica e la religiosità laica, mentre nella sua tesi di abilitazione si dedicò all'analisi dei movimenti laici che erano stati stimolati dalla Riforma ecclesiastica e avevano mobilitato ampi strati della popolazione 30.

Nonostante le impostazioni parzialmente innovative dei problemi, questi lavori non sono esenti da teoremi dogmatici marxisti. Scriveva E. Werner nel 1953:

Questa ricerca dell'essere sociale merita la nostra attenzione anche per quanto concerne la riforma dei monasteri [...]. Nel medioevo tanto le sette antifeudali ed ecclesiastiche quanto le classi dominanti si servono delle ideologie religiose, poiché "La classe dei signori feudali trae vantaggio in gran misura dall'idea religiosa. Essa si appoggia sulla Chiesa quale mezzo per la manipolazione delle masse e approfitta anche della creazione di un'organizzazione ecclesiastica...".

Da questo punto di vista acquista importanza l'analisi delle teorie o dei dogmi religiosi profeudali o d'opposizione per poter trarre conclusioni su base scientifica, in particolare se, come nel nostro caso, mancano spesso fonti dirette per la valutazione della lotta di classe 31.

Questa è soltanto una prova del fatto che la strumentalizzazione politica della scienza storica nella rdt si estende anche alla medievistica. Qui si fanno evidenti le coercizioni politiche dell'interpretazione conducendo a quello che K. Jarausch ha etichettato come "metodo sandwich" secondo il quale l'effettiva salsiccia della ricerca veniva imballata tra le fette di pane secco del marxismo-leninismo" 32.

Testimonianze di una poco sottile regolamentazione politica si trovano ovunque. Così, nel 1980 esimi medievisti della rdt, che godono anche all'estero di notevole reputazione, introducono una relazione sulle ricerche di storia medievale negli anni 1970-80 con la seguente formula:

Nello scorso decennio la medievistica marxista-leninista nella Repubblica democratica tedesca ha compiuto progressi concernenti tanto il fondamento teorico-metodologico quanto l'analisi empirica di determinate epoche e di punti cruciali. Essi hanno avuto, inoltre, eco in congressi, conferenze e colloqui come pure in opere scientifiche. Il contenuto teorico delle conclusioni dell'viii e del ix congresso della sed nonché del v e del vi congresso degli storici della rdt del 1972 e del 1977 dai temi La storia del popolo tedesco nel processo storico mondiale e Masse popolari e progresso nella storia hanno sollecitato anche la discussione di questioni cardine della storia medievale [...] 33.

Dinanzi a questo retroscena non è sorprendente che l'interesse per la scuola delle "Annales" sia rimasto del tutto marginale fino agli anni Settanta. La sporadica corrispondenza epistolare intrattenuta negli anni Sessanta e Settanta da E. Werner con G. Duby e soprattutto con J. Le Goff non cambia nulla di essenziale in questa constatazione.

Là dove il confronto ebbe luogo, esso fu troppo spesso inficiato da pregiudizi ideologici e risentimenti politici. Così, per esempio, scriveva J. Kudrna nel 1982:

Nello spettro della storiografia francese borghese, la scuola delle "Annales" non è in linea generale da considerare un fenomeno progressista [...]. Sia che queste s'indirizzassero, prima della Seconda guerra mondiale, contro la sterilità della storiografia politica, sia che cercassero nuove vie metodologiche al fine di ampliare il campo della ricerca storica, esse restarono limitate con il loro orientamento verso Gurvitch e Durkheim, al pensiero riformistico borghese [...]. L'orientamento verso le epoche cosiddette stabili segna una posizione in fin dei conti conservatrice [...]. La scuola delle "Annales" riflette quindi in modo specifico lo stato di crisi della storiografia borghese 34.

A ciò si aggiungeva il fatto che il pluralismo metodologico, «nel quale si riconoscevano i rappresentanti delle "Annales"» 35, appariva inconciliabile con la funzione di legittimazione politica propria della scienza storica tedesca orientale, la quale non tollerava che un metodo, quello marxista.

È inoltre da condividere quanto sostenuto da M. Middell, il quale indica, come una delle ragioni di una ricezione tanto ondivaga, la dipendenza dagli orientamenti metodologici della scienza storica tedesca occidentale da parte di molti storici della Repubblica democratica tedesca alle prese soprattutto con i problemi della storia tedesca. Tale dipendenza appariva essere manifestamente più forte di quanto lasciassero supporre le discrepanze ideologiche e politiche 36.

Per le ragioni sopra addotte, espliciti riferimenti alle "Annales" nelle opere di medievistica degli anni Sessanta e Settanta s'incontrano solo molto raramente. Non ha avuto luogo, cioè, una loro sistematica appropriazione. Le "Annales" erano considerate una «quantité négligeable». Ciò risalta da un fatto. Nei quarant'anni di esistenza della rdt , tra i saggi delle "Annales" si trova un solo contributo di un medievista tedesco orientale. Si tratta del saggio De l'esclavage à la féodalité. La periodisation de l'histoire mondiale di Ernst Werner, apparso nel 1962 37.

D'altra parte la questione che sta alla base di alcune pubblicazioni medievistiche della scuola di Lipsia in questi anni non è restata immune da influenze delle "Annales". Se però gli autori stessi siano stati sempre coscienti di questi impulsi, è un problema la cui chiarificazione necessita di ulteriori studi. In questo contesto si inscrivono le opere eresiologiche di M. Erbstosser 38 e G. Koch 39, nonché alcuni lavori di E. Werner 40.

Soltanto a partire dai tardi anni Settanta e dagli anni 0ttanta la medievistica della rdt ha conosciuto sotto questo aspetto uno sviluppo corrispondente alla ricerca storica internazionale. Questo atteggiamento di maggiore apertura ha trovato all'estero risonanza e riconoscimento.

Tra le altre cose in ciò trovò espressione il fatto che nel 1986 Hélene Ahrweiler, la quale ricopriva l'incarico di segretario generale del "Comité Internationale des Sciences Historiques", propose a Ernst Werner di fungere, insieme con Peter Blickle, da animatore della sezione "Medioevo" al xvii Congresso internazionale di scienze storiche del 1990 a Madrid 41.

All'inizio degli anni Ottanta la medievistica della rdt diede inizio a un intenso lavoro con la scuola delle "Annales" 42.

Non è un caso che l'inizio dell'appropriazione sistematica delle "Annales" sia capitato in una fase di sviluppo nella quale la scienza storica tedesca orientale, attraverso la "scientifizzazione" e il notevole ampliamento dei «liberi spazi teorici e metodologici, guadagnava in sempre maggiore professionalità» 43.

In parallelo con questo sviluppo della medievistica si verificò un analogo interessante mutamento nel campo della storia economica dove fu soprattutto Jan Peters a riprendere le nuove impostazioni e i metodi delle "Annales" e a metterli in discussione 44.

In questo frangente per la medievistica svolse un ruolo di non poco conto il fatto che in tale periodo venissero pubblicati da una casa editrice della rdt due delle più importanti opere del medievista russo di fama internazionale A. Ja. Gureviß 45.

Gli studi di Gureviß sulla visione del mondo propria dell'uomo medievale e sulla cultura popolare medievale, nei quali egli si rifà decisamente a M. Bloch, P. Chaunu, G. Duby e J. Le Goff, acquistarono per la ricezione delle "Annales" attraverso la medievistica tedesca orientale un peso particolare e influenzarono in maniera determinante la discussione46.

Un evidente riflesso di questa apertura lo offrì anche il Jahrbuch für Geschichte des Feudalismus edito a Berlino Est, il quale negli anni Ottanta pubblicò saggi di Georges Duby e Jacques Le Goff.

Nella stessa direzione andava interpretato anche un invito rivolto, già nell'autunno del 1978, a G. Duby e a J. Le Goff a prender parte alla conferenza internazionale Ideologia e società nel basso medioevo, svoltasi nel 1980 a Lipsia 47.

Nonostante questi immensi progressi, anche negli anni Ottanta il confronto con le "Annales" fu improntato a una bipolarità tra la ricerca marxista e quella cosiddetta borghese. È vero che la schematizzazione non era più così rigida come nei decenni precedenti, ciò nondimeno esisteva 48.

Da un lato la medievistica tedesca orientale era impegnata nell'oggettiva discussione sui risultati della ricerca intrapresa dalle "Annales", dall'altro essa sottostava pur sempre alla regolamentazione politica. Questo dilemma si rifletteva, tra l'altro, nella scelta della terminologia. Così ci si sforzava con cura di evitare il termine in voga di "mentalità" che si supponeva "borghese", facendo ricorso di preferenza al concetto di "psiche sociale" 49.

Specialmente sull'esempio dello studio delle mentalità, la cui storia è indissolubilmente legata allo sviluppo delle "Annales" e si è evoluta in una delle sfere privilegiate di innovazione della ricerca, diviene chiaro quanto fosse contraddittoria la situazione della medievistica nella rdt.

Riguardo alla discussione sul fenomeno delle mentalità, svoltasi da diversi decenni in campo internazionale, Germania occidentale compresa, ­ rimando ai lavori di J. Le Goff 50, G. Duby51, M. Vovelle 52, P. Ariès 53, V. Sellin 54, R. Sprandel55, G. Tellenbach 56, F. Graus 57 e U. Raullf 58 ­ la lunga astensione della storiografia della rdt dalla storia delle mentalità era evidente; ma non sorprendente. Il fatto che la storia delle mentalità si fosse ampiamente sottratta a una concettualizzazione teorica e si sentisse impegnata a una concezione aperta 59 non era conciliabile con l'obbligo, profondamente interiorizzato anche dai medievisti tedesco-orientali, del contrasto sistemico tra storici marxisti e storici cosiddetti "borghesi". Ne conseguì che anche nel campo della ricerca medievistica si utilizzarono codici linguistici e di argomentazione in parte imposti e in parte già internazionalizzati 60.

Ancora nell'ottobre 1989 (!) E. Werner scriveva a proposito delle "Annales".

Nonostante queste divergenze di opinione la mentalità serve in un modo o nell'altro alla storiografia borghese come strumento di critica del concetto marxista di classe. Sulla comprensione della classe si sono divise e si dividono le menti. Intorno ad essa ruota anche la tendenza borghese della ricerca storica e dei suoi simpatizzanti; sebbene prima del 1968 non fosse ancora negata l'esistenza delle classi, in seguito si parlò solo di ceti. Il rivolgersi ai fenomeni irrazionali rappresenta un'autoriflessione della società tardo-borghese alla quale corrisponde anche la riattivazione della storia evenemenziale [...] 61.

Tenuto conto di questo credo, è sorprendente a un primo sguardo, peraltro così spesso ingannevole, che quasi contemporaneamente si avvertisse il bisogno di «scandagliare con l'impiego dei metodi socio-psicologici, che la ricerca francese aveva sperimentato con successo già negli anni Sessanta, l'atteggiamento spirituale e pragmatico di un'epoca» 62.

L'ammissione di questo bisogno ebbe per effetto che, soprattutto nei tardi anni Ottanta, presso la scuola di Lipsia, uscissero opere il cui orientamento verso la storia delle mentalità era decisamente manifesto 63.

Anche se nei lavori di Ernst Werner il termine "mentalità" appare relativamente di rado, la sua monografia Città e vita spirituale nel basso medioevo64 ha contribuito ciò nonostante ad alimentare l'indagine dei fenomeni mentali della vita spirituale medievale. Attraverso l'analisi della prima Scolastica che diede l'impronta alla teologia latina differenziandola da quella greca, egli portò alla luce la complessa dialettica esistente tra l'xi e il xiii secolo fra religione ufficiale, religiosità popolare ed eresia. Similmente i suoi studi sulle forme di coscienza religiosa di eretici e zeloti urbani nell'xi secolo 65, la sua monografia, scritta in collaborazione con Martin Erbstosser, Eretici e santi. La vita religiosa nel basso medioevo66,così come le sue ricerche su Le mentalità laiche tardomedievali alla luce delle visioni, delle rivelazioni e delle profezie67 agevolarono il passaggio da status nascendi a status discutandi [sic] della discussione sulle mentalità.

Tale sviluppo appare difficilmente conciliabile con la filippica contro il concetto di mentalità sferrata, ancora nel 1986, nella prefazione a Eretici e santi:

La Medievistica borghese ha negli ultimi anni assai stilizzato il ruolo della cosiddetta mentalità [...]. La ricerca francese sulle mentalità si rivolge tanto contro la storia tedesca dello spirito quanto contro la teoria marxista-leninista del riflesso. In linea di principio, tuttavia, essa non chiarisce se il posto dell'uomo nel processo di produzione sia o no decisivo per la sua situazione generale [...]. Sebbene essa accetti le mentalità classiste accanto agli atteggiamenti spirituali generali di un'epoca o di un periodo, la sua effettiva attenzione si concentra su individui e gruppi staccati dalla connessione di classe e analizzati isolatamente [...]. Questo approccio ai movimenti storici svuota il concetto di classe, lo degrada al rango di una categoria storica di second'ordine e lo confonde o lo scambia con fenomeni psico-sociali 68.

Ciò che si presenta come una insolubile contraddizione era sintomatico per la medievistica della Repubblica democratica tedesca. L'equilibrio estremamente difficile del muoversi al confine «tra professionalità ed esigenza di legittimazione della classe politica dominante» 69, comportò che da una parte negli anni Ottanta fossero in verità riscontrabili gli inizi di un nuovo orientamento metodologico. Dall'altra, però, questi giunsero troppo tardi per poter rinnovare una scienza già da diversi decenni regolamentata politicamente e superare la progressiva dogmatizzazione del modello marxista di pensiero.

Dall'esempio della ricezione delle "Annales" attraverso la ricerca tedesca orientale sul medioevo risulta che anche la medievistica non era nella rdt in grado di sottrarsi alla strumentalizzazione politica ­ una strumentalizzazione alla quale in fin dei conti era sottomessa l'intera storiografia tedesca orientale.

Questo sviluppo fu carico di pesanti conseguenze che, come ha rilevato Wolfgang J. Mommsen, divennero evidenti soprattutto su tre piani:

1. La ricerca storica fu costretta nel letto di Procuste di una ricostruzione schematica di tutta la storia conosciuta dell'umanità secondo i postulati della dottrina marxista-leninista.

2. La ricerca storica fu guidata a priori nel suo orientamento tematico soprattutto in ambiti particolarmente importanti della visuale del marxismo-leninismo, il che escluse impostazioni e metodi concorrenti e ostacolò l'iniziativa intellettuale.

3. La scienza storica fu obbligata, secondo il principio della partiticità, a svilupparsi nel senso del marxismo-leninismo 70.

La precedente esposizione di alcuni aspetti della ricezione delle "Annales" ha, a mio avviso, reso evidente quanto siano importanti un accurato bilancio e un'analisi scientifica dello sviluppo della medievistica tedesca orientale, dove si deve particolare attenzione agli specifici meccanismi di una talvolta sottile strumentalizzazione politica. Il fatto che sino a ora ciò non si sia verificato è da attribuire a diversi motivi. Da un lato, come sottolinea giustamente M. Borgolte, la medievistica della rdt aveva un ruolo marginale nel complesso generale della storiografia 71. Dall'altro, proprio ai medievisti tedeschi orientali poteva risultare difficile stilare un bilancio ­ un bilancio di diversi decenni ­ di una rappresentazione della storia la quale non di rado si era degradata a "serva della politica", «attuando la prosecuzione della politica con altri mezzi». E che, inoltre, partendo da un'autostilizzazione orientata verso obiettivi di politica attuale, aveva intrapreso la stilizzazione del passato. Troppo spesso però l'interesse della ricerca storica, e con ciò anche di quella medievistica, concerneva non gli uomini nella storia, ma la dimostrazione addirittura ossessiva della "conformità" dello sviluppo storico a leggi universali. Si cercava di suscitare l'impressione che la storia fosse «conforme a leggi universali» e fosse perciò predeterminata nella sostanza secondo binari essenzialmente definiti. Conformemente a ciò lo sviluppo storico si presentò come uno svolgimento teleologico, come un movimento conforme a leggi universali pianificato «dal basso verso l'alto» 72. Una simile visione teleologica della storia portò spesso a ciò che Christoph Hein ha, nell'autunno del 1989, ironicamente definito la «quinta operazione fondamentale» del risultato prestabilito e dei fatti assemblati in buon ordine 73.

È inoltre realmente attuale la prospettiva della storia delle mentalità non soltanto di inoltrarsi dietro le facciate dell'autostilizzazione e dell'autorappresentazione verso la comprensione che gli uomini delle epoche passate avevano di sé, ma anche di contribuire in un certo modo alla scoperta di sé degli storici tedeschi orientali nel senso di un gnothi seauton; «Il vero compito dello studio delle mentalità si può definire come il penetrare dietro la facciata della stilizzazione, di una stilizzazione di sé attraverso chiunque scriva o dipinga, un genere letterario che è già condizionato dalla stesura scritta della testimonianza...» 74.

2. Un caso paradigmatico: Giovanna d'Arco

Dopo queste osservazioni generali sulla ricezione delle "Annales" attraverso la medievistica della Repubblica democratica tedesca mi siano consentite, per concludere, alcune riflessioni tratte dal mio lavoro sulla visione del mondo di Giovanna d'Arco (1412-1431) ­ un lavoro che senza gli stimoli delle "Annales" e in particolare della ricerca sulle mentalità, sarebbe stato impensabile. Una possibilità, sottolineo una possibilità della storia delle mentalità, consiste nel rivolgersi in maniera nuova a fondi documentari che sembrano già adeguatamente indagati dalla storiografia e che, a prima vista, comportano poche sollecitazioni. Il fatto che proprio l'interpretazione storica della mentalità di un complesso documentario noto ed edito da più di centocinquant'anni riservi ancora sorprese per gli storici del xx secolo mi divenne chiaro nell'occuparmi della visione del mondo di Giovanna d'Arco, il personaggio meglio documentato degli inizi del xv secolo 75.

Rifacendomi agli studi di E. Delaruelle 76 F. Rapp 77 e A. Vauchez 78 ho tentato di spiegare la devozione di Giovanna e il carattere della sua missione in base alla mentalità dell'epoca e alla religiosità popolare. Il fatto che anche una personalità così eccezionale come Giovanna d'Arco partecipasse della mentalità collettiva del suo tempo dimostra l'importanza che la devozione mariana, cristologica ed eucaristica, il culto dei santi e la religion royale assunsero nella sua visione del mondo.

L'arco temporale dell'indagine, la Guerra dei cento anni (1337-1453), coincidente con una delle più difficili crisi politiche della Francia medievale, rivelava che le contraddizioni e la presa di coscienza di queste in tempi e situazioni di crisi appaiono come punti di orientamento per le mentalità e ne segnano le linee di confine. Come ha già rilevato F. Graus, le contraddizioni e i punti di svolta nei quali le valutazioni e le consuetudini si rovesciano nel loro opposto, compiendosi con ciò un mutamento qualitativo, sono indicatori di una mentalità, ma non devono però venire equiparati 79.

Giovanna, che nella carismatica coscienza della sua missione rispecchiava l'obiettiva necessità dell'unificazione nazionale della Francia, faceva propria la realtà circostante per mezzo di visioni, un modo del tutto adeguato, dunque, agli uomini del medioevo. Il paragone con altre visionarie carismatiche del basso medioevo come Brigida di Svezia (1303-1373), Caterina da Siena (1347-1380), Constance di Rabastens (morta nel 1386), Marie Robine (morta nel 1399), Jean-Marie de Maillé (1331-1414) e Colette di Corbie (1380-1446) 80 rendeva ovvia la tesi per cui le visioni, le rivelazioni, le profezie, le apparizioni, in breve tutte le manifestazioni vaticinatorie potevano nascondere in sé una chiave per la comprensione della mentalità tardo-medievale.

Visioni e profezie sono per tutto il medioevo e in ogni ambiente culturale un fenomeno storico privilegiato, la cui ricerca è stata per lungo tempo dominio tradizionale della teologia, della psicologia, della religione, della letteratura, della storia della Chiesa e dell'etnografia 81 e solo relativamente tardi ha suscitato l'attenzione della scienza storica 82. Ciò è tanto più sorprendente di fronte al fatto incontestabile che le esperienze di genere visionario hanno offerto, in una quantità inconcepibile per l'uomo moderno e con una intensità difficilmente ripetibile, motivazioni e argomenti per il comportamento pragmatico di numerose persone, litterati e illitterati, contribuendo così a modellare la storia e servendo da strumento di propaganda 83 ­ circostanza questa la cui rilevanza storico-politica aveva del resto già destato attenzione a cavallo del secolo 84.

L'interpretazione delle visioni, sempre estremamente complessa, trattandosi di meccanismi soltanto semiconsci, offre l'opportunità di penetrare nell'autostilizzazione e nell'autorappresentazione di una società, un ceto o un gruppo fino ad arrivare alla loro autocomprensione.

La tipologia delle visioni medievali sviluppata dal medievista salisburghese Peter Dinzelbacher 85 rende evidente proprio come il programma di ricerca concepito nel 1984 dallo storico francese André Vauchez 86 che la medievistica è in grado di accostarsi a questo complicato e complesso campo di studio soltanto attraverso la comparazione storica.

Soltanto l'interpretazione comparativa di diversi esempi di visioni rende possibile una risposta alla questione se e a quali condizioni le visioni potevano svilupparsi in una forma specifica, conforme alla mentalità medievale, di superamento spirituale di crisi e di conflitti. Nell'ambito di una simile interpretazione si dovrebbe considerare il seguente complesso di domande:

1. Esiste una connessione fra le situazioni di crisi e la comparsa di visionari?

2. Quali fattori influenzano l'accettazione sociale di visioni e visionari?

3. È possibile tracciare una differenziazione per ceti e regioni per quanto riguarda l'accettazione sociale delle visioni?

4. Come si sviluppa nel medioevo il rapporto tra le visioni mistico-contemplative e quelle profetiche?

5. Consentono le visioni di trarre conclusioni circa la struttura e lo sviluppo della personalità degli uomini medievali?

6. In quale forma si sviluppa il rapporto dei visionari con i loro padri e confessori?

7. Quali varianti esplicative e interpretative offre la frequente comparsa di visionarie nel basso medioevo? Si tratta in questo caso di una forma specifica di opposizione laica femminile?

In particolare le visioni politiche di una Brigida di Svezia, di una Caterina da Siena, di una Constance di Rabastens, di una Marie Robine e di una Giovanna d'Orléans rendono evidente la tesi secondo cui le visioni e le rivelazioni nel basso medioevo, specialmente per le donne, si svilupparono come forma di superamento spirituale di crisi e di conflitti.

L'analisi delle manifestazioni vaticinatorie originate sullo sfondo del Grande scisma (1378-1417), della guerra civile in Francia e della Guerra dei cento anni potrebbe schiudere l'accesso attraverso i meccanismi semiconsci alla visione del mondo delle persone che l'opinione pubblica tardo-medievale giudicava solitamente di rango inferiore.

Da secoli la tradizionale diffidenza teologica e clericale vedeva nella donna, con Tertulliano (intorno al 150-230), la ianula diaboli e si richiamava a Tommaso d'Aquino (1224/25-1274) il quale scorgeva la ragion d'essere della donna soltanto come coadiutrice dell'uomo nell'opera della procreazione, quale creatura per natura soggetta all'uomo. La donna era la rivale della Chiesa, la seduzione, l'ostacolo sul sentiero della virtù che portava alla corona della santità. Persino alla stessa sposa di Cristo, alla vergine votata a Dio era proibito, secondo il diritto canonico, anche solo accostarsi all'altare durante la Messa.

Di fronte a questa tendenza misogina non è un caso che l'"invasione mistica" dei secoli xiv e xv fosse costituita soprattutto da donne. Se si integrano queste considerazioni con le notizie tratte da J. Tibetts-Schulenburg sulla "quota femminile" tra i santi canonizzati, che dal 9,8% nella prima metà del xii secolo salì al 29,7% negli anni 1400-1449, si esclude così completamente la possibilità di una coincidenza casuale 87. Carismatiche come Brigida di Svezia o Caterina da Siena esercitarono, attraverso la propagazione delle loro visioni, un influsso non indifferente sulla politica internazionale. Esse incarnano il nuovo tipo della visionaria tardo-medievale, un tipo ideale di una donna il cui operato complessivo, fosse in ambito politico o religioso, mirava ad avere un'efficacia pubblica.

Per la maggioranza delle mistiche del primo periodo erano caratteristiche una devozione distaccata dal mondo, contemplativa, e una esaltata introversione; così numerose visionarie di quest'epoca si sentirono chiamate a compiere il passo dalla vita contemplativa alla vita attiva, a riflettere criticamente sugli abusi della società e della Chiesa e a insistere per il mutamento di queste condizioni. Perciò rivolgevano messaggi ai contemporanei, non di rado profetizzavano il futuro e avanzavano richieste concrete. Se il tono delle visioni di Brigida di Svezia e di Caterina da Siena, nonostante tutti gli sforzi riformatori era ancora moderato, l'acuirsi dello scisma produsse una radicalizzazione che sfociò in un tenore apocalittico-escatologico di queste visioni, che però lasciava spazio anche a speranze messianiche.

Di fronte alle calamità di epidemie, carestie, siccità, alla decadenza della Chiesa cattolica, alla debolezza della monarchia e alla guerra civile condotta da bande di mercenari, non è un caso che anche in Francia la tensione escatologica raggiungesse il suo apice verso la fine del medioevo.

Il destino di Constance di Rabastens e di Marie Robine dimostra che le visioni non rappresentavano esclusivamente un'evasione spirituale da una realtà opprimente, ma disponevano anche della potenzialità di svilupparsi in una maniera che riflette la visione medievale del mondo.

Le loro visioni riflettono innanzi tutto i conflitti e i dubbi di fronte ai quali i semplici credenti si vedevano posti per lo scoppio dello scisma. Se già per i teologi e gli uomini di chiesa era difficile risolvere il problema di chi tra i pretendenti alla Cattedra di Pietro fosse quello giusto, di quanto più grande doveva essere la confusione fra gli illitterati e i laici? Una strada per risolvere questo conflitto di fede e di coscienza consisteva nel dialogo diretto con Dio, tenuto conto del manifesto fallimento della Chiesa ufficiale. Lo scopo supremo delle libere carismatiche era perciò l'unione con Dio, la creazione di una unio mystica.

La consapevolezza di essere stati incaricati da Dio di una particolare missione creava, al di là di tutti i dubbi e di tutte le paure, un'autocoscienza sorprendente per i laici, la quale non si fermava neanche dinanzi alle tradizionali autorità politiche ed ecclesiastiche. Il che portava inevitabilmente al conflitto con la Chiesa ufficiale e la teologia ortodossa che si videro sfidare dalla comparsa delle libere carismatiche sia sotto l'aspetto religioso che politico. Donne come Constance di Rabastens e Marie Robine si dedicavano alla ricerca di Dio, con il quale tentavano, attraverso l'approfondimento della loro spiritualità personale, di entrare in una unio mystica che si realizzava ancora in una fruitio et compassio Dei, eludendo le strade sanzionate dalla Chiesa; in tal modo schiudevano una via di fuga dalle miserie della società. In quanto protagoniste dell'emancipazione dei laici da ogni tutela spirituale del clero, le loro visioni riflettevano un nuovo gradino dello sviluppo della personalità dei laici e degli illitterati tardo-medievali la cui maturata autocoscienza non poteva più conciliarsi con una cieca soggezione alle autorità. Per questo le loro visioni non erano una fuga dalla realtà, ma un modo di affrontare la vita e i conflitti per eccellenza! Il programma qui tracciato, costantemente ampliato da impostazioni innovative di problemi, potrebbe sfociare in una storia comparata delle visioni nel medioevo europeo.

Le visioni, tuttavia, non consentono soltanto induzioni sulle mentalità medievali. Che non ci siano testimonianze specifiche della mentalità lo ha rilevato già Ernst Werner nel 1984:

È necessaria una nuova visione delle fonti. Le mentalità si trovano ovunque, nei diplomi imperiali, nei documenti giuridici e negli atti di donazione, nelle vite dei santi, nelle lettere, nei trattati di ascetica, nelle regole dei monasteri, nella lirica e nell'epica 88.

La possibilità della storia delle mentalità sta, quindi, nel dare nuove risposte a vecchie domande, cioè nel porsi nuove domande su vecchi problemi. Una significativa storia delle mentalità può realizzarsi soltanto nel quadro di una cooperazione interdisciplinare che, accanto ai compagni tradizionali degli storici quali la storia dell'arte, della letteratura, della lingua e della musica, comprenda anche i sociologi della religione, gli psicologi e gli psicologi sociali. In questo la chiarezza del concetto di storia delle mentalità presuppone un avvicinamento teorico, a stento limitabile, alla molteplicità delle attitudes mentales in cui c'imbattiamo nella storia, vale a dire che la presunta indeterminatezza può essere volta in senso positivo.

Ha inoltre il suo peso positivo il fatto che fino a oggi la storia delle mentalità si sia sottratta a una prematura concettualizzazione per cui lo storico, di qualunque provenienza sia, non corre affatto il rischio di applicare la «quinta operazione fondamentale».

Proprio la storia della storiografia nella Germania Est ha mostrato in quale modo straordinariamente problematico abbia operato la propensione a una generalizzazione affrettata, una tendenza che, in fin dei conti, scaturiva da un'esagerata esigenza di sicurezza, favorendo la strumentalizzazione politica della medievistica nella rdt. La discrepanza spesso notevole fra prassi storica e generalizzante modellazione di teorie, fra empirismo e teoria potrà essere superata soltanto in futuro allorquando si riusciranno a sviluppare proposte teoriche pluralistiche, intese come possibilità di riflessione sulla storia, e sostenute dalla consapevolezza che nella storia esistono processi che si sottraggono alla spiegazione storica nel senso di "ultima istanza".

Soltanto una storia delle mentalità che si senta impegnata in questo concetto aperto e sia sempre memore del fatto che anche per gli storici c'è un non plus ultra, ha la possibilità di esistere nel complesso della ricerca culturale e sociale. A differenza dello storico dell'età moderna il quale può ricorrere a fonti seriali per studiare i fenomeni nel loro decorso cronologico e con ciò raggiungere risultati quantificabili e misurabili ­ presupposto questo importante per la storia delle mentalità ­ il medievista dipende troppo spesso da fonti frammentarie che consentono unicamente l'analisi di un ristretto arco di tempo. Solo in casi eccezionali egli può rifarsi a fonti seriali. Nonostante questa limitazione la storia delle mentalità può, attraverso un'"altra ottica", aprire un nuovo sguardo sulla storia e trovare l'accesso alla visione del mondo di uomini finora rimasti ­ e che forse resteranno sempre ­ nel loro pensare e nel loro sentire, profondamente estranei allo storico moderno. La storia delle mentalità non può, perciò, essere una ricetta brevettata per la risposta a tutte le domande; «non è né una nuova rivelazione... né un uovo di Colombo», come ha sottolineato il medievista Frantiek Graus, morto nel 1989, dalle cui opere si sono dipanate come un fil rouge questioni di storia delle mentalità89. Che allo storico non possa essere dato di ricostruire la realtà dei fatti storici lo rilevava anche Georges Duby: «Per questo ci si deve concentrare sulla testimonianza stessa. Lo scopo è di afferrare tutto ciò che si può venire a sapere sul modo di pensare del testimone» 90.

Questo credo tiene conto del fatto che è straordinariamente complicato trarre dai comportamenti conclusioni sulle mentalità. D'altronde i processi storici non possono essere spiegati in maniera adeguata escludendo sfere come l'inconscio collettivo, la coscienza quotidiana e quella pubblica, nonché la memoria dei popoli, che, in fondo, non sono definiti dalle mentalità.

Una perorazione a favore della mentalità è sempre anche una perorazione a favore di una umanizzazione dell'osservazione storica, della mia considerazione storica che non intende l'uomo solamente come essere storicamente, socialmente e politicamente determinato, ma tiene anche conto dei fattori biologici e psicologici della sua esistenza. Similmente all'antropologia storica 91, la storia delle mentalità deve fronteggiare il pericolo di un livellamento che rappresenta l'uomo di tutti i tempi come un essere uguale a se stesso. Di conseguenza l'umanizzazione del quadro storico e la storicizzazione del quadro umano si condizionano a vicenda. La storia delle mentalità «richiede la conoscenza delle condizioni sottostanti il comportamento umano nella storia, in quanto approfondisce la maniera in cui le condizioni sociali vengono intese e in cui le situazioni comportamentali e decisionali vengono interpretate» 92.

L'uomo è la misura della storia, la sua unica misura. Più ancora è la ragione della sua esistenza [...] gli uomini sono gli unici oggetti della storia, di una storia il cui interesse non è sempre un uomo qualsiasi, astratto, eternamente uguale, in sostanza immutabile ed eternamente identico a se stesso, bensì uomini al plurale, come membri di determinate società in una determinata epoca del loro sviluppo ­ uomini dalle molteplici attività, diverse preferenze e capacità, che... alla fine sanciscono una pace di compromesso, un modus vivendi che si chiama quotidianità 93.

(Traduzione dal tedesco di Federico Bordonaro. Revisione di M. Clara Castelli)

Note

1. Su L. Febvre cfr. U. Raulff, Der streitbare Prälat. Lucien Febvre (1878-1956) (Il discusso prelato. Lucien Febvre 1878-1956, in L. Febvre, Das Gewissen des Historikers (La coscienza dello storico), Frankfurt/M. 1988, pp. 235-51; H.-D. Mann, Lucien Febvre. La pensée vivante d'un historien, Paris 1971.

2. Su M. Bloch cfr. C. Fink, Marc Bloch. A Life in History, Cambridge 1989; H. Atsma-A. Burguière (éds), Marc Bloch aujourd'hui. Histoire comparée et sciences sociales, Paris 1990; U. Raulff, Ein Historiker im 20. Jahrhundert: Marc Bloch (Uno storico nel xx secolo: Marc Bloch), Frankfurt/M. 1995.

3. M. Middell, Die unendliche Geschichte (La storia infinita) in M. Middell, S. Sammler (hrsg.), Alles Gewordene hat Geschichte. Die Schule der Annales in ihren Texten (Ogni evento ha storia. La scuola delle "Annales" nei loro testi), Leipzig 1994, p. 7.

4. C.-O. Carbonell, G. Livet (éds), Au berceau des Annales. Le milieu strasbourgeois, Paris 1983.

5. J. Revel, Les paradigmes des Annales in "Annales esc", 34, 1979, 6, pp. 1360-76.

6. C. Honegger, M. Bloch, F. Braudel et al. (hrsg.), Schrift und Materie der Geschichte. Vorschläge zur systematischen Aneignung historischer Prozesses (La scrittura e la materia della storia. Proposte per un'acquisizione sistematica dei processi storici), Frankfurt/M. 1977.

7. P. Burke, Offene Geschichte. Die Schule der Annales (La storia aperta. La scuola delle "Annales"), Berlin 1991; Id., Die "Annales" im globalen Kontext (Le "Annales" nel contesto globale), in "Österreichische Zeitschrift für Geschichtswissenschaft", 1, 1990, i, pp. 9-24.

8. G. G. Iggers, Neue Geschichtswissenschaft. Vom Historismus zur historischen Sozialwissenschaft. Ein internationaler Vergleich (La nuova scienza storica. Dallo storicismo alla scienza storica sociale. Un confronto internazionale), München 1978; Id. The "methodenstreit" in international Perspective, in "Storia della storiografia" 1984, 6, pp. 21-32.

9. M. Erbe, Zur neueren französischen Sozialgeschichtsforschung (Sulla più recente ricerca storico-sociale francese), Darmstadt 1979.

10. H. Mohr, Die "Ecole des Annales", in "Handbuch religionswissenschaftlicher Grundbegriffe", 1988, i, pp. 263-66.

11. P. Schöttler, Eine spezifische Neugierde. Die frühen"Annales" als interdisziplinäres Projekt (Una curiosità specifica. Le prime "Annales" come progetto interdisciplinare) in "Comparativ. Leipziger Beiträge zur Universalgeschite und vergleichenden Gesellschaftsforschung", 2, 1992, 4, pp. 112-26.

12. L. Raphael, Die Erben von Bloch und Febvre. "Annales"-Geschichtsschreibung und "nouvelle histoire" in Frankreich 1945-1980 (Gli eredi di Bloch e Febvre."Annales", storiografia e "nouvelle histoire" in Francia: 1945-1980), Stuttgart 1984.

13. Cfr. tra gli altri H.-H. Kortüm, Menschen und Mentalitäten. Einführung in die Vorstellungswelten des Mittelalters (Uomini e mentalità. Introduzione ai mondi concettuali del medioevo), Berlin 1996, p. 19 ss.

14. O.-G. Oexle, Was deutsche Mediävisten an der französischen Mittelalterforschung interessieren muß (Cosa deve interessare ai medievisti tedeschi della ricerca francese sul medioevo) in M. Borgolte (hrsg.), Mittelalterforschung nach der Wende 1989 (La ricerca sul medioevo dopo la svolta del 1989), in "Historische Zeitszchrift", suppl. 20, 1995, pp. 89-127.

15. P. Schöttler, Zur Geschichte der Annales-Rezeption in Deutschland (West) (La storia della ricezione delle "Annales" nella Germania Ovest) in Middell, Sammler (hrsg.), Alles Gewordene hat Geschichte, cit., pp. 40-60.

16. Ivi, p. 41.

17. Cfr. Kortüm, Menschen und Mentalitäten, cit., p. 52.

18. Cfr. Schöttler, Zur Geschichte, cit., p. 52; su Karl Lamprecht si veda L. Schorn-Schütte, Karl Lamprecht. Wegbereiter einer historischen Sozialwissenschaft? (Karl Lamprecht. Apripista di una scienza storico-sociale?), in N. Hammerstein (hrsg.), Deutsche Geschichtswissenschaft um 1900 (La scienza storica tedesca intorno al 1900), 1988, pp. 153-91; R. Chikering, Karl Lamprecht. A German Academic Life (1856-1915), New York 1993; G. Diesener (hrsg.), Karl Lamprecht Weiterdenken. Universal und Kulturgeschichte heute (Il pensiero successivo a Karl Lamprecht. La storia universale e culturale oggi), Leipzig 1993.

19. W. Schulze, "Das traurigste Los aber traf die Geschichtswissenschaft". Die ddr - Geschichtswissenschaft nach der deutschen Revolution ("La sorte più triste è toccata però alla scienza storica". La scienza storica della rdt dopo la rivoluzione tedesca), in "Geschichte in Wissenschaft un Unterricht", 1990, 41, pp. 683-96.

20. K. H. Jarausch (hrsg.), Zwischen Parteilichkeit und Professionalität. Bilanz der Geschichtswissenschaft der ddr (Fra partiticità e professionalità. Un bilancio della scienza storica della rdt), Berlin 1991; K. H. Jarausch, M. Middell (hrsg.), Nach dem Erdbeben. (Re)Konstruktion ostdeutscher Geschichte und Geschichtswiisenschaft (Dopo il terremoto. La (ri)costruzione della storia e della storiografia tedesco-orientali), Leipzig 1994; Umstrittene Geschichte. Beiträge zur Vereinigungsdebatte der Historiker (Una storia controversa. Contributi degli storici al dibattito sulla riunificazione), in Berliner Debatte Initial, 1991, p. ii, Aus Politik und Zeitgeschichte (Dalla politica e dalla storia contemporanea). Supplemento al settimanale "Das Parlament" B17-18/92 del 17 aprile 1992; J. H. Brinks, Die ddr -Geschichtswissenschaft auf dem Weg zur deutschen Einheit. Luther, Friedrich ii. und Bismarck als Paradigmen politischen Wandels (La storiografia della rdt sulla via dell'unità tedesca. Lutero, Federico ii e Bismarck come paradigmi di trasformazione politica), Frankfurt/M.-New York 1992; R. Eckert et al. (hrsg.), Hure oder Muse? Klio in derddrDokumente und Materialen des Unabhãngigen Historikerverbandes (Prostituta o musa? Clio nella rdt. Documenti e materiali dell'Associazione Indipendente degli Storici), Berlin 1994; R. Eckert et al. (hrsg.), Wer schreibt dieddr-Geschichte? Ein Historikerstreit um Stellen, Strukturen, Finanzen und Deutungskompetenz ( Chi scrive la storia della rdt? Una disputa tra gli storici sulle cariche, le strutture, le finanze, la competenza d'interpretazione), Berlin 1995; H. Schultz, Das Fiasko der historischen Gerechgtigkeit - Ostdeutsche Geisteswissenschaften im Umbruch (Il fiasco delll'imparzialità storica. Lo stravolgimento delle scienze umanistiche tedesco-orientali), in "Geschichte und Gesellschaft", 1995, 21. pp. 430-9; H. Feldner, Politischer Umbruch und Geschichtswissenschaft in Deutschtland (Rivolgimento politico e scienza storica in Germania), in "Geschichte un Gesellschaft", 1996, 23, pp. 90-96; M. Sabrow-Th. Walther (hrsg.), Historische Forschung und sozialistische Diktatur. Beiträge zur Geschichtswissenschaft der ddr (Ricerca storica e dittatura socialista. Contributi alla storiografia della rdt), Berlin 1995; K. H. Pohl (hrsg.), Historiker in der ddr (Gli storici nella rdt), Göttingen 1997.

21. Cfr. M. Willing, Althistorische Forschung in der ddr (1945-1989) (La ricerca della storia antica nella ddr 1945-1989), Göttingen 1991; Borgolte (hrsg.), Mittelalterforschung nach der Wende 1989, cit.; sulla medievistica della rdt anche K. Schreiner, Wissenschaft von der Geschichte des Mittelalters nach 1945. Kontinuitäten und Diskontinuitäten der Mittelalterforschung im geteilten Deutschland (La scienza della storia del medioevo dopo il 1945. Continuità e discontinuità della medievistica nella Germania divisa) in E. Schulin (hrsg.), Deutsche Geschichtswissenschaft nach dem Zweiten Weltkrieg (1945-1965) (La storiografia tedesca dopo la Seconda guerra mondiale: 1945-1965), Schriften des Historischen Kollegs. Kolloquien 14, München 1989, pp. 87-146; P. Segl, Mittelalterforschung in der Geschichtswissenschaft der ddr (La medievistica nella scienza storica della rdt), in A. Fischer-G. Heydemann (hrsg.), Geschichtswissenschaft in der ddr (La scienza storica nella rdt), vol. ii, Vor- und Frühgeschichte bis Neueste Geschichte (La preistoria e la storia antica fino alla storia contemporanea), Schriftenreihe der Gesellschaft für Deutschlandforschung, vol. 25/ii, 1990, pp. 99-148.

22. J. Kocka, Die Geschichtswissenschaft in der Vereinigungskrise (La scienza storica nella crisi della riunificazione), in "Berliner Debatte Initial", 1991, 2, pp. 132-136.

23. Cfr. Pohl, Historiker in der ddr, cit., pp. 17 ss.

24. Cfr. tra gli altri G. Iggers (hrsg.), Ein andere historischer Blick. Beispiele ostdeutscher Sozialgeschichte (Un diverso sguardo storico. Esempi di storia sociale tedesca orientale), Göttingen 1991.

25. G. Duby, Krieger und Bauern (Guerrieri e contadini), Frankfurt/M. 1977; Id., Die drei Ordnungen. Das Weltbild des Feudalismus (I tre ordini. La visione del mondo del feudalesimo), Frankfurt/M. 1981; Id., Ritter, Frau und Priester. Die Ehe im feudalen Frankreich (Il cavaliere, la donna e il prete. II matrimonio nella Francia feudale), Frankfurt/M. 1985; Id., Europa im Mittelalter (L'Europa nel medioevo), Frankfurt/M. 1986; Id., Der Sonntag von Bouvines. 27 Juli 1214 (La domenica di Bouvines. 27 luglio 1214), Berlin 1988; Id., Wirklichkeit und höfischer Traum. Zur Kultur des Mittelalters (Realtà e sogno dicorte. Sulla cultura del medioevo) Frankfurt/M. 1991; sull'opera di Duby: K. Schreiner, Von der Schwierigkeit, mittelalterliche Mentalitäten kenntlich und verständlich zu machen. Bemerkungen zu Dubys "Zeit der Katedralen" und "Drei Ordnungen" (La difficoltà di rendere conoscibili e comprensibili le mentalità medievali. Osservazioni su "Il tempo delle cattedrali" e "I tre ordini" di Duby) in "Archiv für Kulturgeschichte", 1968, 68, pp. 217-31.

26. J. Le Goff, Kultur des europäischen Mittelalters (La cultura del medioevo europeo), München-Zürich 1970; Id., Für ein anders Mittelalter (Per un altro medioevo), Frankfurt/M. 1984; Id., Die Geburt des Fegefeuers (La nascita del Purgatorio), Frankfurt/M. 1984; Id., Die intellektuellen im Mittelater (Gli intellettuali nel medioevo), Stuttgart 1987; Id. (hrsg.), Der Mensch des Mittelalters (L'uomo del medioevo), Frankfurt/M.-Paris-New York 1992; Id., Phantasie und Realität des Mittelalters (Fantasia e realtà del medioevo), Stuttgart 1990; su Le Goff cfr.: O. G. Oexle, Das Andere, die Unterschiede, das Ganze (L'altro, le differenze, il tutto), in "Francia", 1990, 17, pp. 141-58.

27. W. Markov, Vom Nutzen der Historie (Sull'utilità della storia), 1946, ristampa in Kognak und Königsmörder. Historisch-literarische Miniaturen (Cognac e regicidi. Miniature storico-letterarie), hrsg. M. Kossok, Berlin-Weimar 1979, pp. 21 ss.; sulla personalità e sull'opera di Markov cfr. M. Neuhaus-H. Seidel (hrsg.), "Wenn jemand seinen Kopf bewußt hinhält...". Beiträge zur Werk und Wirken von Walter Markov ("Quando qualcuno paga coscientemente di persona...". Contributi sull'opera e l'attività di W. Markov), Leipzig 1995.

28. H. Sproemberg, Pirenne und Lamprecht, in M. Unger (hrsg.), Heinrich Sproemberg. Mittelalter und demokratische Geschichtsschreibung. Ausgewählte Abhandlungen (Heinrich Sproemberg. Medioevo e storiografia democratica. Saggi scelti), Berlin 1971, pp. 407 ss.

29. E. Werner, Die gesellschaftlichen Grundlagen der Klosterreform im 11. Jahrhunert (I fondamenti sociali della riforma dei monasteri nell'xi secolo), Berlin 1953. Sulla reputazione scientifica goduta da E. Werner non soltanto nella medievistica tedesca orientale cfr. P. Segl, Mittelalterforschung (La ricerca sul medioevo), cit., pp. 138 ss.; Id., Ketzer in Österreich (L'eresia in Austria), 1984, p. 239; S. Tanz (hrsg.), Mentalität und Gesellschaft im Mittelalter. Gedenkschrift für Ernst Werner (Mentalità e società nel medioevo. Scritto in memoria di Ernst Werner), "Beiträge zur Mentalitätgeschichte", ii, Frankfurt/M.-Berlin-Paris-New York 1993, pp. 9 ss.; S. P. P. Scalfati, Ernst Werner.Religion und Gesellschaft im Mittelalter (Ernst Werner. Religione e società nel medioevo), 1995, p. vii ss.

30 . E. Werner, Pauperes Christi. Studien zu social-religiösen Bewegungen im Zeitalter des Reformpapsttums (Pauperes Christi. Studi sui movimenti social-religiosi all'epoca della Riforma del Papato), Leipzig 1956.

31. Id., Die gesellschaftlichen Grundlagen, cit., pp. 3 ss.; ivi, a p. 4 si trova anche la famosa citazione di Karl Marx: «La religione è il sospiro della creatura oppressa [...]. Essa è l'oppio del popolo». P. Segl, Mittelalterforschung, cit., p. 139, osserva a proposito: «Ai classici del marxismo-leninismo nei primi anni fu non di rado riconosciuta quasi la qualità di fonti primarie, con le quali si credeva di poter dimostrare le proprie tesi di fondo».

32. Jarausch (hrsg.), Zwischen Parteilichkeit und Professionalität, cit., p. 29.

33. E. Engel, E. Müller-Mertens, J. Schildhauer, B. Töpfer, Forschungen zur Geschi-

chte des Mittelalters (Ricerche sulla storia del medioevo), in "Zeitschrift für Geschichtswissenschaft", numero speciale, 1980: Historische Forschungen in der ddr 1970-1980. Analysen und Berichte. Zum xv. Internationalen Historikerkongreß in Bukarest (Le ricerche storiche nella rdt 1970-1980. Analisi e relazioni. xv Congresso Internazionale degli storici a Bucarest), 1980, p. 46.

34. J. Kudrna, Metodologische Grundlagen der französischen "Annales-Schule" und ihr internationales Einffluß (I fondamenti metodologici della scuola francese delle "Annales" e il loro influsso internazionale), in G. Lozek, A. Loesdau (hrsg.), Zeitalter im Widerstreit (Epoche in contrasto), Berlin 1982, p. 269.

35. Cfr. F. Braudel, Université et diversité des sciences de l'homme in Id., Ecrits sur l'histoire, Paris 1969.

36. Middell, Die unendliche Geschichte, cit., p. 22.

37. E. Werner, De l'esclavage à la féodalité. La périodisation de l'histoire mondiale, in "Annales esc" 1962, 17, 10, pp. 930-9.

38. M. Erbstößer - E. Werner, Ideologische Probleme des mittelalterlichen Plebejertums (Problemi ideologici della plebe medievale), (Forschungen zur mittelalterlichen Geschichte), 7, Berlin 1960; M. Erbstößer, Sozialreligiöse Strömungen im Spätmittelalter (Correnti social-religiose nel basso medioevo), (Forschungen zur mittelalterlichen Geschichte), 16, Berlin 1970.

39. G. Koch, Frauenfrage und Ketzertum im Mittelalter (La questione femminile e l'eresia nel medioevo), 1962; Die Frauenbewegung im Rahmen des Katarismus und des Waldensertums und ihre sozialen Wurzeln (Il movimento femminile nel quadro del catarismo e del valdesianesimo e le sue radici sociali), in "Forschungen zur Geschichte des Mittelalters", 9, Berlin 1962.

40. E. Werner, Zur Frauenfrage und zum Frauenkult im Mittelalter: Robert von Arbrissel und Fontevrault (Sulla questione femminile e il culto nel medioevo: Robert von Arbrissel e Fontevrault), in "Forschungen und Fortschritte", 1955, 9, pp. 269-276; Id., Armut und Reichtum in den Vorstellungen ost-und westkirchlicher Häretiker des 10.-12. Jahrhunderts (Povertà e ricchezza nella visione degli eretici della Chiesa orientale e occidentale tra il x e il xii secolo), in "Atti dell'viii Congresso storico internazionale dell'Accademia Tudertina", Todi, 1969, pp. 83-125; Id., Zwischen Canossa und Worms. Staat und Kirche 1077-1122 (Tra Canossa e Worms. Stato e Chiesa: 1077-1122), Berlin 1973; Id., Häresie und Gesellschaft im 11. Jahrhunders (Eresia e società nell'xi secolo), Sitzungsber. d. Sächs. Akademia der Wissenschaften zu Leipzig, phil.-hist. Kl., vol. 117, 5, 1975; Id., Stadtluft macht frei. Fruhscholastik und bürgerliche Emazipation (L'aria della città rende liberi. La prima Scolastica e l'emancipazione borghese), ivi, vol. 118, 5, 1976.

41. Lettera di Hélene Ahrweiler a Ernst Werner del 31 ottobre 1986.

42. Riflessi di questa intensa attività con le "Annales" si trovano innanzi tutto nelle pubblicazioni di Ernst Werner: Stadt und Geistesleben im Hochmittelalter. 11. bis 13. Jahrhundert (Città e vita spirituale nel basso medioevo. Dall'xi al xiii secolo), (Forschungen zur mittelalterlichen Geschichte), vol. 30, Weimar 1980; Ökonomische und soziale Strukturen im 10. und 11. Jahrhundert (Strutture economiche e sociali nei secoli x e xi), in "Zeitschrift für Geschichtswissenschaft", 1980, 28, 5, pp. 455-68; Ideologie und Gesellschaft im europäischen Hochmittelalter; das 11. Jahhundert (Ideologia e società nel basso medioevo europeo: l'xi secolo), in "Jahrbuch für Geschichte des Feudalismus", 1982, 6, pp. 11-52; Religiöse Bewußtseinsformen im 11. Jahrhundert : Ketzer und städtische Zeloten (Forme di coscienza religiosa nell'xi secolo: eretici e zeloti delle città), in "Zeitschrift für Geschichtswissenschaft", 33, 1, pp. 40-61; Ergebnisse und Aufgaben der Erforschung sozial-religiöser Bewegungen im Mittelalter an der Karl-Marx-Universität Leipzig (Risultati e compiti della ricerca sui movimenti social-religiosi nel medioevo presso l'Università Karl Marx di Lipsia), in Häresie und Gesellschaft im Mittelalter (Eresia e società nel medioevo), 1986, pp. 5-18; Der historische Materialismus und die "Annales Schule" (Il materialismo storico e la scuola delle "Annales"), in "Zeitschrift für Geschichtswissenschaft", 1989, 37, 10, pp. 905-9.

43. Cfr. A. Fischer- G. Heydemann (hrsg.), Geschichtswissenschaft in der ddr (La scienza storica nella rdt ), vol. 1, Berlin 1988, p. 16.

44. J. Peters, Alltag im Aufbau (Quotidianità in costruzione), in "Jahrbuch für Volkskunde und Kulturgeschichte", 1987, 30, pp. 185-8; Id., Das Angebot des "Annales" und das Beispiel Le Roy Ladurie. Nechdenkenswertes über französische Sozialgeschichtsforschung (L'offerta delle "Annales" e l'esempio di Le Roy Ladurie. Ciò che è degno di riflessione sulla ricerca francese di storia sociale), in "Jahrbuch für Wirtschaftgeschichte", 1989, 1, pp. 139-59.

45. A. J. Gureviß, Das Weltbild des mittelalterlichen Menschen (La visione del mondo dell'uomo medievale), Dresden 1983; Id., Mittelalterliche Volkskultur. Probleme zur Forschung (La cultura popolare medievale. Problemi di ricerca), Dresden 1986.

46. Si veda la mia recensione a A. J. Gureviß, Mittelalterliche Volkskultur. Probleme zur Forschung, cit., in "Jahrbuch für Geschichte des Feudalismus", 1989, 13, pp. 307-12.

47. Si veda la corrispondenza indirizzata a Ernst Werner da George Duby (12.xi.1978; 4.xii.1978; 1.1.1979; 26.vi.1979) e Jacques Le Goff (21.xi.1979).

48. Cfr. E. Werner-K. P. Matschke, Strukturwandlugen im hohen und späten Mittelalter. Der Beitrag der ddr-Mediävistik zu ihrer Erforschung (Le trasformazioni strutturali nel basso medioevo. Il contributo della medievistica della rdt alla loro ricerca), in Ideologie und Gesellschaft im hohen und späten Mittelalter (Ideologia e società nel basso medioevo), (Studienbibliothek ddr -Geschichtswissenschaft, vol. 8), Berlin 1988, pp. 9-57.

49. Cfr. E. Werner, Ideologie und Sozialpsyche im Untersuchungsfeld des Historikers (Ideologia e psiche sociale nel campo d'indagine dello storico), in E. Hahn, Ideologie und Kunst (Ideologia e arte). Sitzungsberichte der Akademie der Wissenschafte der ddr, 1984, 10 G, pp. 48-52.

50. J. Le Goff, Les mentalités. Une histoire ambiguë in Faire de l'histoire, vol. ii, Paris 1974.

51. G. Duby, Histoire des mentalités in Ch. Saraman (éds), L'histoire et ses méthodes, Paris 1961.

52. M. Vovelle, Idéologie et mentalités, Paris 1982.

53. Ph. Ariès, L'homme devant la mort, Paris 1977; Id.-G. Duby (éds), Geschichte des privaten Lebens, ii, Vom Feudalzeitalter zur Renaissance (Storia della vita privata, ii, Dall'epoca feudale al Rinascimento), in "dlz", 1992, 1/2, pp. 82-7.

54. V. Sellin, Mentalität und mentalitätsgeschichte (Mentalità e storia delle mentalità) in "Historische Zeitschrift", 1985, 241, 3.

55. R. Sprandel, Mentalität und Systeme. Neue Zugänge zur mittelalterlichen Geschichte (Mentalità e sistema. Nuovi accessi alla storia medievale), Berlin 1972.

56. G. Tellenbach, Mentalität in Geschichte, Wirtschaft, Gesellschaft.Festschrift für Clemens Bauer (Storia, economia, società. Scritti in onore di Clemens Bauer), Berlin 1974.

57. F. Graus (hrsg.), Mentalitäten im Mittelalter. Methodische und inhaltliche Probleme (Le mentalità nel medioevo. Problemi di metodo e di contenuto), Sigmaringen 1987; cfr. la mia recensione in "Jahrbuch für Geschichte des Feudalismus", 1990, 14, pp. 295-9.

58. U. Raullf (hrsg.), Mentalitäten-Geschichte. Zur historischen Rekonstruktion geistiger Prozesse (Storia delle mentalità. Sulla ricostruzione storica di un processo culturale), Berlin 1987.

59. Cfr. S. Tanz, Mentalitätsgeschichte ­ eine Herausforderung an die Geschichtswissenschaft (Storia delle mentalità ­ una sfida alla scienza storica), in "Zeitschrift für Geschichtswissenschaft", 1990, 38, 10, pp. 867-77.

60. Cfr. G. G. Iggers, Geschichtswissenschaft in der ehemaligen ddr (La scienza storica nella ex rdt), in Jarausch (hrsg.), Zwischen Parteilichkeit, cit., p. 57 ss.

61. Werner, Der historische Materialismus, cit., p. 908.

62. Werner, Matschke, Strukturwandlugen, cit., p. 54.

63. K. P. Matschke, Sozialschichten und Geisteshaltung (Ceti sociali e atteggiamento spirituale), in "Jahrbuch der österreichischen Byzantinisk", 1981, 31, pp. 189-212; Tanz, Mentalitätgeschichte, cit.; Id., Jeanne d'Arc ­ Spätmittelalterliche Mentalität im Spiegel eines Weltbildes (Giovanna d'Arco ­ la mentalità tardo-medievale allo specchio di una visione del mondo), ("Forschungen zur mittelalterlichen Geschichte", vol. 33), Weimar 1991; K. P. Matschke, E. Werner, Spätmittelalterliche Laienmentalitäten im Spiegel von Visionen, Offenbarungen und Prophezeiungen (Le mentalità laiche tardo-medievali alla luce delle visioni, delle rivelazioni e delle profezie), (Beiträge zur Mentalitätgeschichte, vol. i), Frankfurt/M.-Berlin-New York-Paris 1993.

64. Werner, Stadt und Geistesleben, cit.

65. Werner, Ketzer und städtische Zeloten, cit.

66. E. Werner, M. Erbstößer, Ketzer und Heilige. Das religiöse Leben in Hochmittelalter (Eretici e santi. La vita religiosa nel basso medioevo), Berlin 1986.

67. S. Tanz, E. Werner, Spätmittelalterliche Laienmentalitäten, cit.

68. Werner, Erbstößer, Ketzer und Heilige, cit., p. 27 ss.

69. Cfr. M. Middell, Jenseits unserer Grenzen? (Al di là dei nostri confini?), in Jarausch, Middell (hrsg.), Nach der Erdheben, cit., p. 104.

70. W. J. Mommsen, Die Geschichtswissenschaft in der ddr (La scienza storica nella rdt), in "Aus Politik und Zeitgeschichte", 1992, 17-18, p. 38 ss.

71. M. Borgolte (hrsg.), Mittelalterforschung, cit., p. 15.

72. Cfr. W. Geßner, Geschichtswissenschaft imsed-Staat. Ein Vorbericht (La storiografia nello Stato della sed. Una relazione preliminare) in "Initial", 1991, 2, pp. 98-101; S. Tanz, Vom Sinn der Mentalitätsgeschichte. Bilanz und Ausblick (Il senso della storia delle mentalità. Bilancio e sguardo d'insieme), in M. Borgolte (hrsg.), Mittelalterforschung, cit., pp. 227 ss.

73. C. Hein, Die fünfte Grundrechenart (La quinta operazione fondamentale), in "Die Zeit" del 29 settembre 1989.

74. Graus (hrsg.), Mentalitäten, cit., p. 47 ss.

75. Tanz, Jeanne d'Arc, cit.

76. E. Delaruelle, La spiritualité de Jeanne d'Arc , in "Bull. de la litt. eccl.", 1964, 65, pp. 17-33, 81-98.

77. F. Rapp, Jeanne d'Arc - témoin de la vie religieuse en France au xve siècle in Jeanne d'Arc. Une époque, un rayonnement, Colloque d'histoire médiévale, Orléans 1979, 1982, pp. 169-79.

78. A. Vauchez, Jeanne d'Arc et le prophétisme féminine des xive et xve siècles, ivi, pp. 159-69.

79. Graus, Mentalität cit., p. 46.

80. Cfr. dettagliatamente Tanz, Werner, Spätmittelalterliche Laienmentalitäten, cit.

81. Ivi, p. 22 ss.

82. Fondamentale in questo contesto P. Dinzelbacher, Vision und Visionsliteratur im Mittelalter (Visione e letteratura visionaria nel medioevo), Stuttgart 1981.

83. Id., Die Visionen des Mittelalters. Ein geschichtliche Umbriss (Le visioni del medioevo. Un profilo storico), in "Zeitschrift fur Religionsgeschichte", 1978, 30, pp. 116 ss.

84. Cfr. Tanz, Werner, Spätmittelalterliche Laienmentalitäten, cit., p. 23.

85. Cfr. Dinzelbacher, Vision, cit.

86. A. Vauchez, Les pouvoirs informels dans l'Eglise aux derniers siècles du Moyen Age in "mefrm", 1984, 96, pp. 281-93.

87. J. Tibetts-Schulenburg, Sexism and the Celestial Gynaecum, in "The Journal of Medieval History", 1979, 4, pp. 17 ss.

88. Werner, Ideologie und Sozialpsyche, cit., p. 49.

89. F. Graus, Volk, Herrscher und Heiliger im Reich der Merowinger (Popolo, dominatori e santi nel regno dei Merovingi), Praha 1965; Id., Littérature et mentalité médiévale; le roi et le peuple, in "Historica", 1969, 16, pp. 5-79; Id., Lebendige Vergangenheit. Überlieferung im Mittelalter und in den Vorstellungen vom Mittelalter (Passato vivo. La tradizione nel medioevo e nelle rappresentazioni del medioevo), Köln-Wien 1975; Id., Pest ­ Geissler ­ Judenmorde. Das 14. Jahthundert als Krisenzeit (Peste ­ flagellanti ­ massacri degli ebrei. Il xiv secolo come tempo di crisi), Göttingen 1987.

90. G. Duby, Über einige Grundtendenzen der modernen französischen Geschichtswissenschaft (Su alcune tendenze di fondo della moderna scienza storica francese), in "Historische Zeitschrift", 1985, 241, p. 552.

91. Cfr. R. Sprandel, Historische Anthropologie. Zugänge zum Forschungsstand (Antropologia storica. Accessi allo stato della ricerca), in "Saeculum", 1976, 27, pp. 121-42; H. Süssmuth (hrsg.), Historische Anthropologie. Der Mensch in der Geschichte (Antropologia storica. L'uomo nella storia), Göttingen 1984.

92. P. Burke, Stärken und Schwächen der Mentalitätsgeschichte (La forza e la debolezza della storia delle mentalità), in Raulff (hrsg.), Mentalitäten, cit., p. 128.

93. L. Febvre, Combats pour l'histoire, Paris 1953, p. 103-20 ss.