Le "Annales" e gli studi medievistici
in Ungheria

di Gábor Klaniczay

1. I rapporti scientifici

Per la storiografia ungherese ho avuto l'onore di poter mettere in evidenza l'importanza della scuola francese di studi sul medioevo in due occasioni straordinarie. Nell'aprile 1994 ebbi modo di partecipare a un insolito convegno ­ una specie di Festschrift orale ­ organizzato per il 70° compleanno di Jacques Le Goff da Miri Rubin presso il Centro di storia ed economia del King's College di Cambridge. In quella circostanza, un'accolita internazionale di studiosi di storia medievale ha rivisitato i vari argomenti su cui si è soffermato l'interesse di Le Goff nel corso dei passati decenni, e che sono stati arricchiti dalla sua ricerca innovativa. Le Goff, lì presente, rispose con eloquenza a tutte le sollecitazioni che gli furono proposte. Fra le tante sezioni in cui era organizzato il convegno, ne figurava una intitolata "Le Goff e la storia medievale nell'Europa centrale e orientale", e qui ebbi l'onore di parlare delle sue relazioni con l'Ungheria 1.

Tre anni più tardi, nel novembre 1997, un analogo tributo fu dedicato all'opera storica di Georges Duby, deceduto un anno prima. Organizzato da Vivianne Huchard, Dominique Iogna-Prat e Guy Lobrichon, in parte come continuazione di due precedenti convegni che avevano dato luogo ai Mélanges Duby 2, un'intera giornata di incontri presso il Museo di Cluny fu consacrata a relazioni che illustravano il suo contributo nei vari campi della storia. Benché offuscati dal dolore per l'ancora recente scomparsa di Duby, gli interventi in esso tenuti intendevano mostrare in quale misura la sua abbondante produzione storiografica avesse ispirato i medievisti di più generazioni.

Mi sia consentito ricordare anche alcuni altri indici dell'influenza degli studiosi del medioevo della scuola delle "Annales". Nel 1993 cominciò a funzionare a Budapest la prima classe dell'appena fondato Dipartimento di studi medievali dell'Università dell'Europa centrale con quaranta studenti provenienti da sedici paesi, per lo più ­ ma non esclusivamente ­ paesi ex socialisti. Iniziammo l'attività con un questionario in cui chiedevamo agli studenti di indicare tre storici che avevano influito in modo particolare nell'accendere il loro interesse per il medioevo. Analizzando i risultati, trovammo con non piccola soddisfazione che a guidare la lista erano Jacques Le Goff e Georges Duby, seguiti da due loro amici dell'Europa orientale: Aron Jakovleviß Gureviß e Bronis}av Geremek. Anche se non possiamo prendere questo risultato come prova significativa del loro impatto sugli ambienti scientifici, la loro popolarità fra gli studenti dell'Europa centrale da esso testimoniata ha comunque un valore indicativo. Tale popolarità era dovuta in parte al considerevole numero di traduzioni delle loro opere nelle varie lingue dell'Europa orientale. In aggiunta a queste, hanno avuto certo molta importanza i contatti personali e istituzionali tenuti con loro e con altri storici della scuola delle "Annales". Ciò non basta, tuttavia, a spiegare il successo della scuola delle "Annales" in Ungheria e nell'Europa orientale; e per illustrarne le ragioni, mi propongo di presentare un'inchiesta di più ampio raggio. Dopo aver esposto alcuni esempi relativi ai fattori di cui abbiamo appena parlato, fornirò un breve abbozzo delle tradizioni degli studi medievali ungheresi, e descriverò il contesto in cui ebbero luogo gli scambi scientifici con gli storici delle "Annales" a partire dagli anni Sessanta. Su questo sfondo, parlerò dei vari incontri con gli storici delle "Annales" in occasione di convegni, in progetti di ricerca comuni, e in istituzioni bilaterali. Spero in questo modo di poterci avvicinare di più alla questione principale: capire cioè le ragioni intellettuali della loro attrazione per l'Europa orientale, e la grande attrattiva da loro esercitata sugli europei dell'Est.

Partiamo, dunque, dalla questione delle traduzioni. Confrontando la situazione ungherese con quella degli altri paesi dell'Europa centrale e orientale 3, troviamo in testa Georges Duby, di cui abbiamo in versione ungherese la Storia della civiltà francese, scritta insieme con Robert Mandrou, Il tempo delle cattedrali, Uomini e strutture del medioevo, Il cavaliere, la donna, il prete, il libro scritto con Andrée Duby sui Processi di Giovanna d'Arco, e i Dialoghi sulla storia con Guy Lardreau 4. La lista dei titoli è molto simile anche in Polonia, nella quale tuttavia compaiono inoltre Bouvines e L'anno Mille 5. Nonostante questa grande abbondanza di traduzioni, va tuttavia rilevata l'assenza fra di esse di altre importantissime opere di Duby, come il volume sulla Regione di Mâcon, l'Economia rurale e Lo specchio del feudalesimo: sacerdoti guerrieri e lavoratori 6. Pur deplorando il fatto che queste opere non siano ancora comparse in traduzione ungherese, vale la pena sottolineare come nessun altro storico straniero possa vantare un così alto numero di suoi titoli tradotti in ungherese, con la sola eccezione, forse, del medievista olandese Johan Huizinga ­ un accostamento su cui Georges Duby non avrebbe avuto nulla da ridire.

L'opera di Le Goff apparsa per prima in ungherese (e anche nella maggior parte delle lingue dell'Europa orientale) fu Gli intellettuali nel medioevo 7. La Civiltà dell'Occidente medievale seguì in Ungheria solo nel 1998: un rapido confronto mostrerebbe subito come la Polonia sia stata molto più recettiva nei confronti del suo lavoro 8. Quanto alle traduzioni di altri storici delle "Annales", bisognerebbe partire dalla Società medievale di Marc Bloch, apparsa per la prima volta in Ungheria in una versione drasticamente tagliata (ridotta a un quarto della sua lunghezza originale) nel 1974, e di recente abbiamo avuto la traduzione in ungherese della sua Apologia della storia 9. La Civiltà materiale di Braudel è stata tradotta in Ungheria negli anni Ottanta, ma il suo Civiltà e imperi del Mediterraneo nell'età di Filippo ii è apparso solo ultimamente 10. Il Montaillou di Emmanuel Le Roy Ladurie ha dovuto aspettare ancora più a lungo, fino al 1997 11. Oltre a tutto questo, ci sono traduzioni di vari articoli di tutti gli autori sopra menzionati e di qualche altro loro collega come Jean-Claude Schmitt, Roger Chartier o Alain Boureau. Negli anni Settanta e Ottanta, la divulgazione di questa scuola di pensiero poté contare sulla rapida traduzione ungherese delle Categorie della cultura medievale (1974) e di Contadini e santi. Problemi della cultura popolare nel medioevo (1987) di Gureviß 12. Fu in effetti grazie a questi ultimi due libri che il pubblico dei lettori ungheresi poté fare conoscenza con l'immagine che la nouvelle histoire francese proponeva della cultura medievale. Dopo questo elenco, naturalmente, si deve aggiungere che l'impatto di questa scuola non può essere limitato alle traduzioni. Molti autori francesi sono stati letti ­ e continuano tuttora ad essere letti ­ in francese, e la presenza della rivista "Annales esc" nella maggior parte delle biblioteche accademiche e degli istituti universitari è stata un veicolo altrettanto importante della loro influenza.

Il secondo fattore importante a questo riguardo è stata la lunga e continua tradizione di contatti personali e istituzionali intrattenuti con loro. Dal 1966 l'École des Hautes Études en Sciences Sociales (ehess) ha inviato regolarmente propri storici in Ungheria (come aveva fatto per la Polonia a partire dal 1956 e per la Cecoslovacchia fino al 1968). Le Goff e Braudel furono tra i visitatori più assidui 13. Nel 1969, quando Le Goff succedette a Braudel nella direzione dell'ehess, queste visite furono regolate da un accordo di scambio fra l'École e l'Istituto di storia dell'Accademia ungherese delle scienze, che produsse tutta una serie di convegni e consultazioni bilaterali. All'inizio degli anni Settanta Fernand Braudel tenne lezioni a Budapest sulla "lunga durata", Mandrou sulla Bibliothèque Bleue, Le Goff sulla nozione di "mentalità", e fra gli storici ungheresi si accese un dibattito sui metodi divulgati dalla scuola delle "Annales". Si tennero congressi su alcuni temi di storia sociale in chiave comparativa, come Contadini francesi, contadini ungheresi, o Nobiltà francese, nobiltà ungherese 14. Nel 1977, un ben articolato convegno storico franco-ungherese su Oggetti e metodi della storia della cultura si tenne a Tihany, presso il lago Balaton, in un elegante residence del Partito comunista. Esso fornì a Georges Duby, Jacques Le Goff, André Burguière e Joseph Goy la prima occasione per presentare i metodi dell'antropologia storica ai loro colleghi ungheresi. Nell'intento di affrontare questa nuova sfida, gli ungheresi invitarono alla discussione alcuni studiosi di folklore dato che, in assenza di colonie, esistono ben pochi antropologi in Ungheria 15. Nel 1980, si tennero a Balatonalmádi importanti discussioni preparatorie franco-ungheresi (di cui Maurice Aymard fu uno dei principali moderatori) in vista del successivo Congresso mondiale di storia economica, e nel 1982 questo stesso congresso vide una spettacolare partecipazione di membri delle "Annales" 16. Nel 1980 si tenne anche un altro importante convegno franco-ungherese sugli intellettuali (sul quale ritornerò più avanti). Queste discussioni bilaterali si protrassero fino ai pieni anni Ottanta, affrontando vari argomenti (fra cui la comparazione del moderno sviluppo urbano, o gli usi dell'alfabetizzazione e della lettura all'inizio dell'epoca moderna).

Negli anni Novanta, gli accordi con la ehess furono riformulati al fine di integrarvi la vitale dimensione della formazione universitaria. Nel 1988 fu creato all'università Eötvös Loránd (Budapest) un "Atelier franco-hongrois d'histoire sociale", sotto la direzione di György Granasztói, Jacques Revel e Rose-Marie Lagrave. Questa specie di joint venture, che doveva preparare gli studenti ungheresi per un'eventuale borsa di studio alla ehess o un dottorato a Parigi, divenne, all'inizio degli anni Novanta, il modello per una serie di istituzioni similari a Praga, Varsavia, Bucarest, Sofia e Mosca. Intorno alla ehess venne così a costituirsi nei paesi ex comunisti un vero e proprio sistema di satelliti scientifici 17.

La partecipazione personale di storici francesi di primo piano a tutti questi scambi non si è per nulla affievolita col passare del tempo (mi limito qui a citare i medievisti, ma bisogna ricordare che contatti ugualmente intensi furono sviluppati fra gli studiosi dell'età moderna e di illuminismo francesi e ungheresi, sotto lo stimolo soprattutto di Éva H. Balázs, Domokos Kosáry, Kálmán Benda, László Makkai e Béla Köpeczi).

A partire dagli anni Settanta, Georges Duby assunse il ruolo di esponente di spicco, per parte francese, grazie al successo dei suoi libri tradotti, che in quel decennio per la prima volta presentavano a un più ampio pubblico di lettori ungheresi un panorama completo dell'affascinante visione della nouvelle histoire francese. Le sue numerose visite accademiche gli diedero occasione di fare diverse apparizioni pubbliche all'Accademia ungherese delle scienze, all'Istituto storico o all'Istituto francese di Budapest, dove fu presentata la sua popolare serie di documentari per la televisione sul Tempo delle cattedrali, successivamente trasmessi anche dai canali ungheresi. A coronamento, per così dire, di tutti questi scambi, Georges Duby fu nominato primo presidente del Consiglio scientifico accademico del Collegium Budapest, il primo Istituto di studi superiori dell'Europa centrale, fondato nel 1992 con il sostegno internazionale di sette Stati europei. Il concorso di Duby nella fondazione di questa nuova istituzione accademica, le sue lezioni, i suoi seminari, e la sua ripetuta presenza a Budapest esercitarono una profonda influenza negli anni Novanta, e integrarono in varie maniere le "Annales" nei suoi programmi accademici (al termine del suo mandato, ne prese il posto nel Consiglio Maurice Aymard, e fra gli ospiti del Collegium Budapest possiamo contare Jacques Revel, Daniel Nordman, André Vauchez, Roger Chartier e Dominique Iogna Prat).

L'altra personalità della scuola delle "Annales" molto coinvolta nei contatti con l'Ungheria fu Jacques Le Goff. Nel 1985 gli fu conferita una laurea honoris causa dall'università di Eötvös Loránd, circostanza che gli diede l'occasione di presentare il suo progetto sull'immaginario medievale. Negli ultimi dieci anni è stato presidente della commissione mista franco-ungherese di storici, che ha il compito di coordinare le varie iniziative comuni. Fra i risultati di questo lavoro, il primo convegno franco-ungherese incentrato esclusivamente sul medioevo, organizzato nel marzo 1994 a Lione su Città e religione alla fine del medioevo. Oltre agli studiosi francesi e ungheresi, vi presero parte anche polacchi, tedeschi e italiani 18. Le Goff fa parte del Consiglio accademico del summenzionato programma di studi medievali dell'Università dell'Europa centrale di Budapest, fra i cui professori visitatori incontriamo medievisti francesi vicino alle "Annales", come Evelyne Patlagean, Jean-Claude Schmitt, Alain Boureau. In questa stessa schiera possiamo ricordare infine alcuni colleghi dell'Europa orientale che hano partecipato alle nostre attività, come Bronis}av Geremek, A. J. Gureviß, Aleksander Gieysztor, Hanna Zaremska, Frantiek @mahel, Andrei Pippidi. Nel corso di una visita in Ungheria nel 1994, Le Goff organizzò al Collegium Budapest un incontro del gruppo di editori che pubblicano la sua collana "Fare l'Europa" (Laterza, Beck, Blackwell, Critica, Seuil, cui si è aggiunto ora un editore ungherese: Atlantisz, e uno polacco: Volumen). Questo incontro servì ad allargare l'ambito tematico e la scelta degli autori della collana in modo da includerne un maggior numero dell'Europa centrale ed orientale 19.

2. Dalle origini al comunismo

Ma a questo punto basta con l'asciutta elencazione di queste visite: quanto ho fin qui detto dovrebbe essere sufficiente a illustrare la quantità, la frequenza e i contenuti di queste comunicazioni scientifiche. Vorrei passare ora al versante ungherese, alla Rezeptionsgeschichte. E prima di tutto, mi pare necessario disegnare un abbozzo delle tradizioni della medievistica in Ungheria, tanto più necessario in quanto le distanze linguistiche e spaziali hanno isolato l'Ungheria (come tutti gli altri paesi dell'Europa orientale) in misura tale che a tutt'oggi è ancora consuetudine nelle sintesi scientifiche europee fermarsi al confine geografico rappresentato dal fiume Elba, ignorando tutto il resto. Il fatto di aver superato una simile visione limitata è appunto uno dei meriti della scuola delle "Annales" che io intendo qui discutere.

La medievistica ungherese (come quella dei vicini paesi dell'Europa centrale) affonda le sue radici nella rinascita nazionale del xix secolo. In quel periodo, appunto, ispirata dagli analoghi sforzi che si andavano facendo in Germania e in Austria, essa si impegnò nella pubblicazione di quasi un centinaio di volumi di edizioni di fonti latine (la cui esistenza viene largamente ignorata da tanti storici che si lamentano dell'inaccessibilità linguistica delle informazioni relative al medioevo dell'Europa centrale) 20. Questa impresa collettiva di edizioni critiche delle fonti ha continuato ad essere portata avanti fino in pieno xx secolo. Nel 1938, la serie Scriptores Rerum Hungaricarum fu curata e pubblicata da Imre Szentpétery, con la collaborazione di un gran numero di medievisti insigni 21. L'interesse per il medioevo degli studiosi ungheresi fu modellato principalmente dalla scuola storica tedesca. Fu da questa che, sotto l'influenza di Ranke, venne la spinta alla Geistesgeschichte, alla cui esplorazione si dedicò nel periodo fra le due guerre Gyula Szekfü, illustre storico dell'inizio dell'epoca moderna, che diede anche un grande contributo nel campo degli studi sul medioevo. Un'altra figura importante è quella di Sándor Domanovszky, originariamente un esperto di cronache, che negli anni Trenta pubblicò una serie di cinque volumi sulla storia culturale ungherese. Emulando Jakob Burchhardt e Aloys Schulz, egli integrò la tradizionale visione della cultura alta con la cultura materiale e la storia della medicina, dei costumi, delle danze e del folklore 22. Alcuni storici seguirono più da vicino la ricerca tedesca sui simboli della regalità e sulla sacralità del ruolo dei governanti, come József Deér, Péter Váczy, Bálint Hóman.

Il più importante studioso del medioevo della sua generazione fu senza dubbio Elemér Mályusz, che affrontò una gran quantità di argomenti diversi, dalla storia politica a quella della nobiltà, dalla paleografia alla mistica religiosa, dai metodi di Weber ai temi letterari. Egli diede origine a una interessante nuova tendenza di "storia degli insediamenti", da cui venne fuori alla fine degli anni Trenta una nuova generazione di storici sociali 23. All'inizio degli anni Quaranta, István Hajnal, storico della scrittura e dello sviluppo tecnologico, organizzò una serie di dibattiti sul confronto fra storia e sociologia 24. Era inoltre diffuso un rilevante culto di Johan Huizinga, di cui ho già accennato brevemente: non soltanto fu tradotto il suo L'autunno del medioevo, ma anche un'ampia scelta di altre sue opere (Homo ludens, All'ombra del domani, Storia dei piccoli Stati europei, Scritti vari). Le sue ricerche furono ben sfruttate da alcuni storici dell'arte per caratterizzare i periodi angioino e lussemburghese in Ungheria 25.

Questo quadro appena abbozzato dell'epoca pre-1945 mostra che gli studi sul medioevo costituivano nella ricerca scientifica ungherese un settore in grande fermento, che avrebbe potuto comunicare agevolmente con la contemporanea storiografia francese ­ ma non lo fece. Mentre era sentita in maniera massiccia l'influenza tedesca, Bloch, Febvre e le "Annales" rimasero completamente sconosciuti. Fu a motivo della Piccola intesa (Cecoslovacchia, Romania e Jugoslavia, ostili vicini dell'Ungheria, sotto la leadership francese) o fu a causa di qualche differenza culturale di tipo più sofisticato? Difficile dirlo. La scuola delle "Annales" fu ignorata anche dai pochi studiosi ungheresi che avevano una certa inclinazione verso la Francia, come Astrik L. Gabriel, i cui interessi erano concentrati sulle relazioni dinastiche e sulle università 26, Sándor Eckhardt, che esplorò vari miti letterari da Sicambria a Sans-souci 27, János Györy, che si occupò di cronache medievali e di poesia trovadorica 28, o István Hajnal, la cui Storia della scrittura apparve anche in Francia 29. La situazione cambiò di colpo con il comunismo. Le scuole di ricerca si bloccarono e all'influenza tedesca si aggiunse quella russa, ma l'ignoranza della storiografia francese (e inglese) rimase in gran parte quale era sempre stata.

Nei decenni successivi la ricerca storica medievale ungherese acquistò parecchi tratti nuovi. L'innesto in essa del marxismo, nonostante il dogmatismo dei suoi metodi, portò, oltre allo studio obbligatorio delle lotte di classe, un gran numero di importanti studi innovativi di storia economica: sull'agricoltura, sui contadini, sui minatori, sul commercio, e sullo sviluppo urbano. Fra questi studi, particolarmente notevole la prima monografia di Jenö Szücs sulle città ungheresi 30. Insieme con lo storico dell'economia Zsigmond Pál Pach 31, Szücs delineò negli anni Cinquanta un confronto con l'Occidente, nonché una specie di teoria evolutiva per spiegare i rovesci dello sviluppo economico nell'Ungheria del xvi secolo che avevano provocato la sua arretratezza nei tempi moderni. Un altro aspetto notevole di questo nuovo filone di ricerca fu la presenza in esso di una specie di "filo rosso" nazionalista-indipendentista tendente a glorificare la lotta ungherese per l'indipendenza contro gli imperi ottomano e asburgico. Questa visione attualizzante della storia nazionale come storia di lotta fornì un'appropriata ideologia per la rivolta del 1956; dopo questa data pertanto gli storici marxisti decisero immediatamente di "denazionalizzare" e "depoliticizzare" il passato. La denazionalizzazione fu compiuta con il decennale del dibattito Erik Molnár, così chiamato dal nome del direttore dell'Istituto storico, che si dedicò a reinterpretare le lotte per l'indipendenza della nobiltà ungherese, come la rivolta di Rákóczi nel xviii secolo, alla stregua di una normale fronda contro un governo assolutistico. Si dava il caso che, per quanto ci riguardava, tale governo assolutistico fosse quello austriaco, e la resistenza quindi poteva avvalersi anche di una terminologia nazionalistica. La tendenza depoliticizzante, per parte sua, proveniva dagli storici del xix secolo, i quali si occupavano dell'Ausgleich del 1867 e della monarchia austro-ungarica piuttosto che della rivoluzione del 1848.

Un fatto curioso è che queste due reinterpretazioni storiografiche di ispirazione ideologica dell' "era Kádár" aprirono entrambe degli spiragli per l'innovazione metodologica. Così, per esempio, sulle questioni di nazione e nazionalismo fu ancora Jenö Szücs a pubblicare una serie di interessanti saggi provocatori ­ e un libro sulla preistoria di "popolo" e "nazione" 32, mettendo a profitto molto bene le acquisizioni degli studi tedeschi sul gentilismus, nonché di quelli sull'antropologia, sul folclore e la linguistica. Egli mise a confronto i processi etnogenetici in Occidente all'inizio del medioevo con quelli operanti fra i "nuovi barbari" dell'Europa orientale fra il ix e l'xi secolo, e tale confronto costituì il punto di partenza per la ricerca successiva sfociata nel suo Tre regioni storiche d'Europa 33. Il crescente interesse per la monarchia austro-ungarica, per parte sua, ispirato fra gli altri da Péter Hanák, diede origine a una nuova storia della vita quotidiana, della cultura materiale, dell'urbanizzazione e delle strutture economiche.

Dopo aver delineato queste correnti dominanti, andrebbe sottolineato anche il sopravvivere delle diversità nella ricerca storica sotto il manto omogeneizzante della concezione storica marxista. Eminenti storici sociali proseguirono imperterriti nella loro opera: Elemér Mályusz pubblicò nel 1974 una sintesi sulla società ecclesiastica medievale ungherese, mentre István Szabó condusse un'importante ricerca sui contadini; e Vera Bácskai studiò il sistema dei borghi tardomedievali 34. Anche le tradizioni di analisi filologica delle cronache ­ una branca importante della medievistica ungherese ­ continuarono ad esercitare una grande influenza. Fra gli esponenti di questo settore, György Györffy pubblicò una geografia storica dell'età della dinastia Árpád, e una biografia di santo Stefano, re d'Ungheria35. Infine, accanto a tutto questo, la storia politica rimase la preoccupazione principale della storiografia ungherese.

È su questo sfondo, dunque, che dobbiamo collocare l'impatto della nouvelle histoire francese a partire dagli anni Sessanta in avanti. In questo periodo, la parola d'ordine ­ sostenuta principalmente da alcuni studiosi dell'Istituto storico, in opposizione alle rigide indicazioni marxiste dominanti nell'università ­ fu "riforma metodologica". Le conquiste della storia sociale e i nuovi metodi regionali, seriali, antropologici delle "Annales" potevano essere considerati come perfettamente compatibili con una nozione lata del marxismo. Gli strumenti analitici francesi per la storia della cultura (mentalità, sistema di valori, psicologia storica) furono così facilmente assorbiti da questo marxismo riformista, che ora sottolineava l'interrelazione fra le strutture economiche, sociali e mentali, piuttosto che i precedenti rigidi modelli deterministici.

Gli storici delle "Annales" in visita in Ungheria cercarono deliberatamente di stemperare le controversie intellettuali fra Oriente e Occidente, proponendosi come interlocutori. Liberi da pregiudizi ideologici, essi vedevano molto bene come sotto il velo dei dogmi marxisti molto lavoro interessante veniva fatto in campo storico.

Le discussioni franco-ungheresi degli anni Settanta furono impostate su analoghe esperienze già avviate in Polonia. In questo periodo, molti studi e saggi di eminenti storici polacchi erano disponibili in traduzioni francesi 36, e i loro risultati furono così colti dalla scienza internazionale come i frutti di una scuola storiografica autonoma. Le tendenze innovatrici della storiografia polacca funzionarono da stimolo anche per l'Ungheria. Un giovane storico ungherese, Áron Petneki, intrattenne intensi rapporti con l'ambiente dei discepoli di Bronis}aw Geremek a Varsavia, e poi diffuse con entusiasmo in Ungheria le novità metodologiche di stampo francese; lo stesso Geremek visitò Budapest diverse volte. Furono messi in cantiere parecchi progetti comuni con gli storici polacchi, come con Antoni Mczak sui diari di viaggio, con Maria Bogucka sulla cultura materiale, o con Jerzy K}oczowski sulla storia religiosa.

All'inizio degli anni Settanta si creò in Ungheria un clima generale di fervore intellettuale e di innovazione. Anche in altri settori ci fu grande eccitazione ed emersero novità: si ebbe la rinascita della sociologia, si accesero dibattiti letterari sulla semiotica e lo strutturalismo e si diffuse la nuova storia economica; storici delle "Annales" come Braudel, Duby, Mandrou e Le Goff, furono personalmente vicini al cuore di questi movimenti, portando nuove idee e ispirazioni.

In questo contesto, appunto, si realizzò la recezione delle "Annales". Un caso particolare fu rappresentato dall'uso intrigante che fu fatto della monografia di Le Goff sugli intellettuali nel medioevo. (Conosco la vicenda molto da vicino, perché ne fui il traduttore quand'ero ancora studente all'inizio degli anni Settanta.) Uno degli scandali drammatici della vita intellettuale ungherese nel 1973 ­ in parte una ricaduta del clima rigidamente ideologico seguito alla repressione della Primavera di Praga ­ fu l'indagine poliziesca contro il sociologo Iván Szelényi e lo scrittore György Konrád per aver pubblicato un libro intitolato Gli intellettuali sulla strada verso il potere di classe 37, in cui, con un esagerato senso di colpa, si interpretavano le strutture politiche dell'era Breånev e Kádár come tali da portare alla realizzazione della nozione utopistica del potere di classe nelle mani degli intellettuali. Questo potere si sarebbe realizzato nell'Europa orientale nella forma di dominio della burocrazia di partito, condiviso con i tecnocrati nonché con i dissidenti tollerati (spesso sgridati e un po' perseguitati, è vero, ma pur sempre privilegiati). Il libro era basato su un'ambiziosa ma vulnerabile analisi storica e sociologica, che si avvaleva di riferimenti teorici a Weber, Mannheim e Gerschenkron. L'idea era probabilmente nell'aria, giacché più o meno nello stesso periodo analoghe controverse conclusioni sugli intellettuali venivano proposte dal sociologo radicale americano Alvin Gouldner 38. A seguito dello scandalo, a Szelényi fu concesso di andarsene all'estero, mentre a Konrád, che rifiutò di accettare questa soluzione, fu consentito di rimanere in patria, ma fu ridotto al silenzio per diversi anni.

Sociologi di professione si disposero ad affrontare la sfida di queste idee con un'indagine sociologica generale sul ruolo degli intellettuali, che, come volevano le ambigue regole del gioco politico tardo-socialista, fu insieme un atto di limitata ma sensibile solidarietà per gli autori e una manovra per neutralizzare politicamente le loro posizioni. Fu in queste condizioni ambivalenti ­ all'epoca da me, studente, non percepite chiaramente ­ che ricevetti l'incarico di tradurre il libro di Le Goff. La traduzione apparve dapprima nella piccola pubblicazione del Dipartimento di sociologia ad esclusivo uso interno, e fornì la materia prima storica per un libro del direttore di quel dipartimento, Tibor Huszár, un abile politico accademico. Egli si appoggiò in qualche misura alle analisi di Le Goff per mediare fra le proposizioni provocatorie di Konrád e Szelényi e le proprie idee marxiste riformiste, gramsciane 39. In ogni caso, ben presto il libro di Le Goff raggiunse un pubblico più vasto, e cominciò ad avere un proprio impatto indipendentemente da questi intrighi politici. Contribuì a lanciare una delle prime collane tascabili di saggistica scientifica (non di fiction) in Ungheria, "Gyorsuló idö" ("Accelerare il tempo"), che richiamava vagamente un'analoga collana francese, "Le temps qui court" 40.

Probabilmente a causa del perdurare dei dibattiti intorno a Konrád e Szelényi, e in parte forse anche per effetto del libro di Le Goff rivelatosi un successo, la saga degli intellettuali andò avanti fino all'inizio degli anni Ottanta, quando fu organizzato un gigantesco convegno franco-ungherese sull'argomento, cui parteciparono Jacques Le Goff e numerosi suoi colleghi. Oltre al gruppo degli storici ungheresi francofili, vi presero parte anche alcuni sociologi come Zsuzsa Ferge e Victor Karady, e storici della letteratura e dell'arte dei due paesi 41. Difficile giudicare se fu pro-

prio questo convegno a scrivere la parola fine alla "questione degli intellettuali", o se furono semplicemente i contemporanei eventi di trasformazione a farla sparire dall'agenda politica. Come ben dimostrano le sue risposte al questionnaire del convegno, Jacques Le Goff probabilmente era consapevole delle ambivalenti connotazioni generali di tutta la questione. Definendo le responsabilità collettive degli intellettuali, ritenne infatti necessario aggiungere ad esse la difesa dei diritti dell'uomo 42. È frequente che l'influenza culturale di un libro tradotto produca simili effetti ambivalenti; ma è abbastanza raro ­ ed è segno di acume ­ che un autore si preoccupi di rettificare sul posto il messaggio decontestualizzato di un proprio libro.

3. Gli storici ungheresi delle "Annales"

Mi sia consentito, infine, illustrare il panorama dell'impatto scientifico delle "Annales" in Ungheria con alcuni esempi specifici. La lista non è molto lunga; non più di una mezza dozzina di medievisti hanno prodotto rilevanti ricerche originali riferibili direttamente all'influenza delle "Annales". (Il numero diventerebbe doppio se si includessero gli studiosi della prima epoca moderna, ma di questi non mi occupo qui).

Due importanti ricerche degli anni Settanta sono da collegare più strettamente a Georges Duby. Ilona Jónás, docente di Storia medievale all'università Eötvös Loránd, studiò e condusse ricerche sotto la sua direzione a Aix-en-Provence. Essa fu la prima a trattare di storia agraria, e più tardi, nel 1977 difese la sua tesi ­ tuttora inedita ­ sugli artigiani del xiv secolo a Parigi 43. L'ispirazione di Duby sta anche dietro l'eccellente libro di Ägnes Kurcz sulla cultura della cavalleria ungherese. Kurcz applicò i metodi usati da Duby nel suo volume sulla Regione di Mâcon e in Guerrieri e contadini, passando accuratamente in rassegna le denominazioni di strenuus miles e di aulae regiae miles ricorrenti negli statuti, per dimostrare l'emergere un po' tardivo di questo gruppo sociale nell'Ungheria del xiv secolo, ed esponendone poi la cultura materiale, le condizioni di vita, l'abbigliamento, i tornei, la mentalità e la letteratura 44.

Le indagini sulla storia urbana di György Granasztói ­ il primo a intraprendere una ricerca insieme con un collega dell'École des Hautes Études en Sciences Sociales, Michel Demonet ­ furono esperimenti pionieristici di ricostruzione della topografia urbana tardomedievale con l'ausilio del computer 45.

László Makkai, buon amico di Fernand Braudel, mostra diversi echi delle "Annales" nella sua opera: egli analizzò la cultura materiale e i "caratteri originali" dell'evoluzione feudale ungherese; presentò una esposizione generale del «grand domaine et petites exploitations» al Congresso internazionale di storia economica del 1982 (nel quale personalmente cercò di mediare fra la posizione di Maurice Aymard e quella di Guy Bois) 46. La storia della recezione delle "Annales" in Ungheria non può non includere János M. Bak, rientrato recentemente in patria a Budapest da Vancouver, le cui indagini sul simbolismo della regalità hanno avuto frequenti occasioni di confronto con quelle di Jacques Le Goff, in particolare durante il convegno sulle incoronazioni tenuto a Toronto nel 1988, e durante quello sulla majestas tenuto a Parigi nel 1990 47. Infine, senza peccare di immodestia, mi sia consentito ricordare i miei studi sull'eresia, sulla religiosità popolare, sulla santità e la stregoneria, che sono stati in larga misura ispirati da incontri con Jacques Le Goff, Georges Duby, Jean-Claude Schmitt e molti altri storici delle "Annales" 48. Due studiosi la cui opera illustra più in dettaglio l'impatto delle "Annales" sulla storiografia ungherese sono Erik Fügedi e Jenö Szücs, entrambi scomparsi purtroppo qualche anno fa.

Fügedi, discepolo di Elemér Mályusz, iniziò la sua carriera di storico negli anni Quaranta, con ricerche soprattutto di storia ecclesiastica e di storia urbana, e rimase poi in qualche modo emarginato nel corso degli anni Cinquanta e Sessanta come bibliotecario dell'Istituto di statistica. Volgendo questa sua condizione a proprio vantaggio, divenne esperto di demografia storica e di metodi statistici e quantitativi, abilità che alla fine si rivelarono utili negli anni Sessanta. Negli anni Settanta, già prossimo alla settantina, fu forse il più rapido e il più attivo nel reagire alle sfide della nouvelle histoire. La sua risposta al questionario sugli ordini mendicanti proposto da Jacques Le Goff suscitò un interessante dibattito in Ungheria, da cui emerse alla fine che la tesi originale non reggeva a sufficienza. La critica sollevata da Fügedi metteva in rilievo come, più che parlare di una relazione spontanea fra città e ordini mendicanti, la loro coincidenza potesse essere spiegata, almeno in Ungheria, con il semplice fatto che tanto l'una quanto gli altri erano patrocinati dal potere regale. Anziché sostenere l'ingegnosa ipotesi originale, il dibattito ungherese mise in evidenza come si dovesse usare cautela nello stabilire confronti internazionali di vasta portata 49. Fügedi ritornò sullo stesso problema nel quadro di uno studio pionieristico sui miracoli di san Giovanni da Capistrano nel xv secolo nel borgo Ujlak (Ilok), nel quale illustrò gli aspetti economici, sociali e simbolici del pellegrinaggio 50.

Il vero tema storico di Fügedi fu la storia sociale e culturale della nobiltà ungherese, e in questo campo Georges Duby fu il suo principale ispiratore. Nelle sue monografie e nei suoi saggi egli offrì un ricco panorama sui rituali della corte reale, sui tornei, sulle numerose feste, sulla vita quotidiana dentro i castelli, sulla cultura orale e scritta della nobiltà dell'Ungheria medievale 51. Il suo ultimo libro importante sul sistema parentale di un clan nobiliare inferiore, l'Elefánthy, in Ungheria (versione ungherese di Oliphant) è un capolavoro di antropologia storica, che può stare benissimo accanto alla descrizione dei conti di Guines fatta da Duby 52. Non a caso Georges Duby lo invitò a tenere una lezione al Collège de France nel 1989, e presentò e raccomandò con calore la sua opera.

Infine, c'è Jenö Szücs, considerato da molti il più grande medievista ungherese degli ultimi decenni. Ho già ricordato le sue ricerche sulle città medievali e sulle origini della coscienza nazionale, e ho sottolineato come in entrambi i casi egli cercasse le risposte in un quadro comparativo molto ampio, in un contesto regionale di differenti ritmi evolutivi fra Occidente e Oriente. Il risultato di tali ricerche fu un lungo saggio che venne pubblicato dapprima in samizdat, in un volume commemorativo dedicato al pensatore politico dissidente István Bibó, e che successivamente apparve in forma di libro nel 1982, e fu ben presto tradotto in inglese, francese e italiano, con un'introduzione di Fernand Braudel 53. Szücs utilizza questa occasione per presentare una sofisticata concezione della mutevole posizione dell'Europa centrale. Egli disegna lo sviluppo sul lungo termine delle libertà civili e delle istituzioni democratiche in questa regione, mettendone in luce i molti ostacoli e le frequenti insufficienze; e qui devo rilevare che la sua posizione fu molto influenzata da una nuova lettura della Società feudale di Marc Bloch. Fra le sue osservazioni più originali, il rilievo che la «seconda epoca feudale» arrivò per l'Europa centrale solo nel xiii secolo, quando l'invasione dei Mongoli provocò una spinta verso un nuovo sviluppo (città fortificate, eserciti cavallereschi di nuovo stile, libertà urbane, nobiltà e contadini unificati), giocando un ruolo analogo a quello che avevano avuto per l'Occidente le incursioni degli ungheresi nel x secolo. Queste osservazioni portarono Szücs alla sua ultima opera, una monografia sull'età degli ultimi Árpád (che regnarono nella seconda metà del xiii secolo), in cui egli investigò in maniera molto dettagliata i vari aspetti economici e sociali di questa importante trasformazione; di questo volume aspettiamo ancora la traduzione inglese 54.

Lo scambio scientifico di Szücs con gli storici francesi non fu molto intenso durante la sua vita. So che li conosceva, ma lui si mosse in direzioni diverse e lavorò con metodi e stili differenti. Szücs era interessato a capire le ragioni della persistenza delle differenze regionali fra Oriente e Occidente. Le sue considerazioni teoriche furono turbate dalla sua insoddisfazione per i risultati finali di questo processo storico quali li poté sperimentare nel corso della sua vita, e assunsero quindi un significato esistenziale. Fra i colleghi francesi, Jacques Le Goff si era occupato dello stesso argomento fin dalla sua Civiltà dell'Occidente medievale e nel suo studio sull'"orizzonte onirico" dell'Europa medievale 55. Le Goff ha sempre avuto una viva curiosità per l'uso culturale di questa differenza regionale, per la sua capacità di arricchirsi in termini di valori estetici e umani, per la divertente varietà del suo essere colta come motivo di meraviglie suscitanti paure o entusiastiche mode; ed era interessato a valutare i conflitti esistenti e a preparare il terreno per la loro composizione in un'Europa aperta. Negli anni più recenti, con la sua collana "Fare l'Europa" e con i suoi studi sulle periferie dell'Europa, Jacques Le Goff è andato riprendendo questo filo, ed è stato così recuperato il mancato scambio con Jenö Szücs nella confluenza delle loro idee.

4. Le "Annales" tra le due Europe

Sono convinto che proprio nella questione della definizione di Europa, e in particolare nell'idea che le sue radici risalgano al medioevo e che la storia sia una forza viva capace di spiegare e modellare il presente, possiamo trovare la chiave dell'attrazione degli storici delle "Annales" per l'Europa orientale e della reciproca attrazione degli Europei orientali per le loro personalità e le loro opere. Ciascuno di loro, naturalmente, ha costruito il suo contatto in modo diverso. Per concludere, perciò, mi sia consentito mettere brevemente a confronto le strade percorse da Georges Duby e da Jacques Le Goff.

L'opera storiografica di Georges Duby presenta una sfaccettata, equilibrata visione delle dimensioni economiche, sociali, ideologiche e culturali dell'Occidens medievale, e i suoi ambiti di ricerca sono limitati principalmente alla Francia e al Mediterraneo, in un panorama comparativo che va dall'Inghilterra alla Germania; egli non ha dedicato pertanto una speciale attenzione ai «paesi di confine della civiltà occidentale» (per dirla con il grande storico polacco Oscar Halecki) 56: non si è occupato della distribuzione, dell'impatto dei modelli economici, sociali e culturali nell'Est, non ha preso direttamente in considerazione il problema della "alterità" dell'Europa orientale. È stato prima di tutto un attento osservatore, un convincente portavoce, un ispirato poeta, e un suggestivo missionario dell'Occidente medievale. Ma elaborando questa immagine in così tanti modi e con così grande successo (anche) per l'Europa centrale (qui si impone di nuovo alla mente il parallelo con Johan Huizinga), egli è riuscito a persuaderci che lo splendore del medioevo francese, con tutta la sua preziosa eredità, apparteneva pure a noi come nostro comune passato europeo. In tal modo ci ha incoraggiato a rappresentare e interpretare il nostro proprio medioevo, e ad aggiungerlo alla comune eredità europea con la stessa sensibilità artistica e la stessa amorevole cura, e di simile ricerca egli aspettava con curiosità e apprezzamento i risultati.

La strada di Jacques Le Goff può forse essere illustrata con la lezione pubblica da lui tenuta a Budapest nel marzo 1994, intitolata Le periferie dell'Occidente medievale. A differenza di Duby, egli si occupò di questo problema più volte nel corso della sua attività. Quando gli fu posta la domanda sui diversi ritmi evolutivi delle «due o tre Europe» proposte da Jenö Szücs, protestò con una certa indignazione. Questa prospettiva evolutiva ­ disse ­ non aveva molto senso dall'ottica del medioevo, secondo la quale l'Europa si estendeva dalla ultima Thule dell'Irlanda a Gerusalemme e oltre, da Santiago di Compostela alle terre dei feroci Sciti. L'Europa era, ed è, tale da dover essere fatta e rifatta in continuazione, e non può essere costruita enumerando le defezioni delle periferie interne ed esterne, ma piuttosto integrandole, pur imparando dalle loro differenze.

Quale che sia stata la diversità delle strade, il risultato finale di questo modo di vedere, e la soggiacente mentalità, è molto simile. È stato, per noi europei dell'Est ­ o semplicemente europei "altri" ­, di aiuto in momenti difficili (dopo il 1956, 1968, e 1981), e ne abbiamo bisogno ancora oggi che, nonostante i problemi possano essere diversi, continua ad essere identica la necessità di comprensione e di comunicazione.

(Traduzione dall'inglese di Michele Sampaolo)

Note

1. Gli atti di questo convegno, fra cui anche il mio contributo, sono stati poi pubblicati: Miri Rubin, The Work of Jacques Le Goff and the Challenges of Medieval History, Boydell, Woodbridge 1997, pp. 223-37. Il testo qui presentato si basa in parte su questo saggio.

2. Histoire et société: mélanges offerts à Georges Duby, Université de Provence, Aix-en-Provence 1992.

3. Ho cercato di raccogliere informazioni fra i miei studenti dell'Europa centrale e orientale circa le traduzioni delle opere di Le Goff e di altri storici della scuola delle "Annales". Posso qui avvalermi delle preziose indicazioni di Damir Karbiø (Zagabria), Marina Paramonova (Mosca), Maja Petrova (Sofia), Ryszard Grzeik (Pozna), Anna Sierpowska (Varsavia), Renata Mikolajczyk (Cracovia). Questo materiale è ancora incompleto (mancano i dati rumeni, cechi e bulgari), e così ho deciso di limitarmi alla recezione ungherese di queste tendenze e di citare solo saltuariamente, nelle note a piè pagina, alcune delle informazioni raccolte.

4. G. Duby, R. Mandrou, A francia civilizáció ezer éve, trad. di Á. e P. Pataki, Gondolat, Budapest 1975; G. Duby, Emberek és struktúrák a középkorban, trad. di László Vekerdi, Magvetõ, Budapest 1978; A katedrálisok kora, trad. di A. Fázsy e S. Albert, Gondolat, Budapest 1984; A lovag, a nö és a pap. A házasság a középkori Franciaországban, trad. di A. Fázsy, Gondolat, Budapest 1987; G. Duby, A. Duby, Jeanne d'Arc perei, Európa Könyvkiadó, Budapest 1989; G. Duby-G. Lardreau, Párbeszéd a történelemröl, Akadémiai Kiadó, Budapest 1993.

5. G. Duby, Historia kultury francuskiej. Wiek x-xx, Warszawa 1967; Czasy katedr. Sztuka i spo}eczenstwo 980-1420, Warszawa 1986; Rycerz, kobieta, ksiadz. Malzenstwo w feudalnej Francji, Warszawa 1986; Bitwa pod Bouvines. Niedziela 27 lipca 1214, Warszawa 1988.

6. G. Duby, L'économie rurale et la vie des campagnes dans l'Occident médiéval, Montaigne, Paris 1962; La société aux xie et xiie siècles dans la région mâconnaise, Sevpen, Paris 1971; Les trois ordres: ou, l'imaginaire du féodalisme, Gallimard, Paris 1978.

7. J. Le Goff, Az értelmiség a középkorban, trad. di G. Klaniczay, Magvetö, Budapest 1979; polacco: Inteligencja wiekow srednich, Warszawa 1966; croato: Intelektualci u srednjem vijeku, Graficki zavod Hrvatske, Zagreb 1982; bulgaro: Intelektualcite prez srednovekovieto, Universitetsko izdateastvo, Sofija 1993.

8. Kultura sredniowiecznej Europy, Warszawa 1970; Czlowiek sredniowiecza, Volumen, Warszawa 1996; A középkori Európa müveltsége, Ozirisz, Budapest 1998.

9. M. Bloch, A történelem védelmében, cura e trad. di D. Kosáry, inoltre trad. di L. Makkai e P. Pataki, Gondolat, Budapest 1974; A történész mestersége. Történelemelméleti írasok, trad. di E. Babarczy, D. Kosáry e P. Pataki, Osiris, Budapest 1996.

10. F. Braudel, Anyagi kultúra és kapitalista gazdaság, trad. di P. Pataki, Gondolat, Budapest 1985; A Földközi-tenger és a mediterrán világ ii Fülöp korában, trad. di R. Szilágyi Éva, Akadémiai Kiadó-Osiris Kiadó, Budapest 1996.

11. E. Le Roy Ladurie, Montaillou, egy okszitán falu életrajza (1294-1324), trad. di G. Jászay, S. Csernus et al., Osiris Kiadó, Budapest 1997. Esiste anche una traduzione polacca: Montaillu, wioska heretykow 1294-1324, Warszawa 1988.

12. A. Ja. Gureviß, A kjözépkori ember világképe, Kossuth, Budapest 1994; A középkori népi kultúra, Godolat, Budapest 1987.

13. J. Le Goff fornisce molte rievocazioni affascinanti di questi contatti con l'Europa orientale nel suo volume Une vie pour l'histoire. Entretiens avec Marc Heurgon, La Découverte, Paris 1996.

14. F. Braudel, A történelem és a társadalomtudományok. A hosszú idötartam, in "Századok", 106 (1972), pp. 986-1102; Paysannerie française, paysannerie hongroise: xvie-xxesiècles, B. Köpeczi, É. H. Balázs (éds.), Akadémiai, Budapest 1973; Noblesse française, noblesse hongroise: xvie-xviiie siècles, B. Köpeczi, É. H. Balázs (éds.), cnrs-Akadémiai, Budapest-Paris 1981.

15. Objets et méthodes de l'histoire de la culture, sotto la direzione di J. Le Goff, B. Köpeczi, cnrs-Akadémiai, Budapest 1982. Fra i collaboratori: K. Benda, A. Burguière, G. Duby, É. H. Balázs, D. Julia, D. Kosáry, B. Köpeczi, M. Lackó, J. Le Goff, L. Makkai, E. Niederhauser, M. Ozouf, G. Ránki, J. Revel, A. Soboul, V. Voigt, K. Vörös.

16. Eighth International Economic History Congress, Budapest 1982.

17. Su questo Atelier dell'università Eötvös Loránd, presso il quale ho lavorato anch'io per molti anni come membro del consiglio accademico con Ä. Rényi, M. Sárkány e G. Benda, cfr. R. M. Lagrave, Voyages aux pays d'une utopie déchue, puf, Paris 1998, pp. 53-113.

18. Il convegno fu organizzato da J. Berlioz, J. Chiffoleau e G. Klaniczay. Fra i partecipanti: K. Benda, S. Bylina, N. Bériou, P. Engel, I. Sz. Jónás, E. Madas, M. A. Polo de Beaulieu, J. Rossiaud, J. Török, A. Vauchez.   

19. Cfr. la mia recensione in "Budapest Review of Books", 4 (1994).

20. Cfr. I. Lukinich, Les éditions des sources de l'histoire hongroise, 1854-1930, Budapest 1931; le collane più importanti sono: G. Fejér, Codex diplomaticus Hungariae ecclesiasticus ac civilis, Budae 1829-1844, 43 voll.; G. Wenzel, Árpádkori Uj Okmánytár. Codex Diplomaticus Arpadianus, Pest 1860-Budapest 1889, 22 voll.; I. Nagy-F. Deák-Gy. Nagy, Hazai Okmánytár.Codex diplomaticus patrius. 1068-1627, Budapest 1891, 8 voll.

21. E. Szentpétery (a cura di), Scriptores Rerum Hungaricarum, Budapest 1938.

22. S. Domanovszky (a cura di), Magyar müvelödéstörténet, Budapest 1936.

23. Una bibliografia delle sue opere è riportata in una Festschrift a lui dedicata per il suo 85° compleanno: Mályusz Elemér Emlékkönyv, a cura di É. H. Balázs, E. Fügedi e M. Ferenc, Akadémiai, Budapest 1984, pp. 443-56.

24. I. Hajnal, Történelem és szociológia, in "Századok", 73 (1939), pp. 1-32, 137-66; rist. in Id., Technika és müvelõdés, a cura di F. Glatz, História, Budapest 1993, pp. 157-204.

25. Ho analizzato la recezione ungherese di Huizinga nell'Introduzione alla nuova traduzione ungherese dell'Autunno del medioevo: J. Huizinga, A középkor alkonya, Európa, Budapest 1976, pp. 269-84.

26. A. L. Gabriel, Les rapports dynastiques franco-hongrois au moyen âge, Budapest s. d. (ma 1944); Id., Student Life in Ave Maria College, Medieval Paris. History and Chartulary of the College, Notre Dame (Indiana) 1955; Id., The Educational Ideas of Vincent of Beauvais, Notre Dame (Indiana) 1956; Id., Garlandia. Studies in the History of the Medieval University, Notre Dame (Indiana) 1969.

27. A. Eckhardt, De Sicambria à Sans-souci. Histoires et légendes franco-hongroises, puf, Paris 1943; una successiva rassegna della sua opera: J. Revel, A Francophile from Sicambria. A Tribute to Sándor Eckhardt (1890-1969), in "Budapest Review of Books", 7 (1997), pp. 142-7.

28. J. Györy, Gesta regum ­ Gesta nobilium. Tanulmány Anonymus krónikájáról, oszk, Budapest 1948.

29. I. Hajnal, L'enseignement de l'écriture aux universités médiévales, Budapest 1954.

30. J. Szücs, Városok és kézmüvesség a xv. századi Magyarországon, Akadémiai Kiádo, Budapest 1955.

31. Z. P. Pach, Nyugat-európai és magyarországi agrárfejlödés a xv-xvii században, Kossuth, Budapest 1963.

32. J. Szücs, A magyar nemzeti tudat kialakulása. Két tanulmány a kérdés elötörténetéböl, Magyar Östörténeti Könyvtár, Szeged 1992; cfr. la mia recensione in "Budapest Review of Books", 4 (1994), pp. 25-9.

33. J. Szücs, The Three Historical Regions of Europe, in "Acta Historica Academiae Scientiarum Hungaricae", 29 (1983), pp. 131-84; pubblicato anche in Civil Society and the State: New European Perspectives, London 1988, pp. 291-332; in italiano: Disegno delle Tre Regioni Storiche d'Europa, presentazione di G. Sapelli, traduzione, introduzione e note di F. Argentieri, Rubettino, Soveria Mannelli (Catanzaro) 1996.

34. E. Mályusz, Egyházi társadalom a kozépkori Magyarországon, Akadémiai, Budapest 1971; I. Szabó, A falurendszer kialakulása Magyarországon (x-xv század), Akadémiai, Budapest 1971; V. Bácskai, A magyar mezövárosok a xv. században, Akadémiai, Budapest 1965.

35. G. Györffy, Krónikáink és a magyar õstörténet, Néptudományi Intézet, Budapest 1948; Az Árpád-kori Magyarország történeti földrajza, Akadémiai, Budapest 1963, 1987, i-iii; István király és mûve, Gondolat, Budapest 1977.

36. A. Gieysztor-T. Manteuffel (éds.), L'Europe aux ixe-xie siècles. Aux origines des Etats nationaux, Warszawa 1968; T. Manteuffel, La naissance d'une hérésie. Les adeptes de la pauvreté volontaire au moyen âge, Mouton, Paris-La Haye 1970; W. Kula, Théorie économique du système féodal. Pour un modèle de l'économie polonaise xvie-xviiie siècle, Mouton, Paris-La Haye 1970; B. Geremek, Le Salariat dans l'artisanat parisien aux xiiie-xve siècles, Paris 1968; Id., Les Marginaux parisiens aux xive et xve siècles, Paris 1976.   

37. G. Konrád- I. Szelényi, The Intellectuals on the Road to Class Power, New York 1979.

38. A. Gouldner, The Future of Intellectuals and the New Class, London-New York 1979.

39. J. Le Goff, Az értelmiség a középkorban, traduzione e prefazione di G. Klaniczay, Szociológiai Füzetek 11. Az Oktatási Minisztérium Marxismus-Leninizmus Fõosztálya, Budapest 1976; H. Tibor, Fejezetek az értelmiség történetébõl, Gondolat, Budapest 1977.

40. Cfr. nota 20.

41. Intellectuels français ­ intellectuels hongrois xiiie-xxe siècles, pubblicato sotto la direzione di J. Le Goff - B. Köpeczi, cnrs-Akadémiai, Budapest 1985. Fra i collaboratori: G. Barta, R. Chartier, Z. Ferge, E. Fügedi, J. Goy, E. H. Balázs, Y. Hersant, V. Karady, K. Kecskeméty, T. Klaniczay, D. Kosáry, B. Köpeczi, M. Lackó, J. Le Goff, L. Németh, A. Soboul, A. Stegman, G. Székely, J. Verger, K. Vörös, I. Wellmann.

42. Intellectuels, pp. 314-5.

43. I. Jönás, Párizs adófizetõ polgársága a 13-14 század fordulóján, Budapest 1977, ms. Due parti sono state pubblicate in francese: Le groupement de la bourgeoisie commerçante et artisanale de Paris suivant le rôle des contributions pour 1313, in "Annales Universistatis Scientiarum Budapestiensis de Rolando Eötvös nominatae. Sectio historica", 5 (1963), pp. 27-52; Structures sociales de l'industrie textile parisienne à la fin du xiiie siècle, ivi, 16 (1975), pp. 3-34.

44. Ä. Kurcz, Lovagi kultúra Magyarországon a 13-14 században, Akadémiai, Budapest 1988.

45. M. Demonet-G. Granasztói, Une ville de Hongrie au milieu du xve siècle (analyse factorielle et modèle social), in "Annales e.s.c.", 37 (1982), pp. 523-51.

46. L. Makkai, Les caractères originaux de l'histoire économique et sociale de l'Europe orientale pendant le Moyen Age, in "Acta Historica", 16 (1970), pp. 261-87; Id., Grand domaine et petites exploitations, seigneur et paysan en Europe au Moyen Age et aux temps modernes, in Eighth International Economic History Congress, Budapest 1982, "A" Themes, pp. 5-46; Id., Ars Historica: on Braudel, "Review" 6 (1983), pp. 435-53.

47. J. M. Bak (ed.), Coronations. Medieval and Early Modern Monarchic Ritual, University of California Press, Berkeley-Los Angeles 1990; H. Duchhardt, R. A. Jackson, D. Sturdy (eds.), European Monarchy. Its Evolution and Practice from Roman Antiquity to Modern Times, Franz Steiner Verlag, Stuttgart 1992.

48. G. Klaniczay, Sainteté royale au Moyen Age. Traditions, métamorphoses et discontinuités, in "Cahiers du centre de recherches historiques", ehess, Paris, 1989, fasc. 3, pp. 69-80; L'image chevaleresque du saint roi au xiie siècle, in A. Boureau e C. S. Ingerflom (éds.), La royauté sacrée dans le monde chrétien, Colloque de Royaumont (mars 1989), Éditions de l'École des Hautes Études en Sciences Sociales, Paris 1992, pp. 53-62; Le culte des saints dynastiques en Europe Centrale (Angevins et Luxembourg au xive siècle), in L'Église et le peuple chrétien dans les pays de l'Europe du Centre-Est et du Nord (xive-xve siècles), Actes du colloque de Rome (27-29 janvier 1986), École Française de Rome, Roma 1990, pp. 221-47; The Uses of Supernaturale Power. The Transformation of Popular Religion in Medieval and Early Modern Europe, trad. di S. Singerman, K. Margolis (ed.), Polity Press, Cambridge/Princeton University Press, Princeton 1990.

49. E. Fügedi, La Formation des villes et les ordres mendiants en Hongrie, in "Annales esc", 25 (1970), pp. 966-87.

50. E. Fügedi, Kapisztranói János csodái. A jegyzõkönyvek társadalomtörténeti tanulságai, in "Századok", 111 (1977), pp. 847-87.

51. E. Fügedi, Ura, királyom. A xiv századi Magyarország hatalmasai, Gondolat, Budapest 1974; Castle and Society in Medieval Hungary (1000-1437), Akadémiai, Budapest 1986; Kings, Bishops, Nobles and Burghers in Medieval Hungary, Variorum Reprints, London 1986.

52. E. Fügedi, Az Elefánthyak. Egy köznemesi klán a középkori Magyarországon,  Magvetõ, Budapest 1992; cfr. la relativa recensione di J. M. Bak, The Elefánthy Saga, in "Budapest Review of Books", 4 (1994), pp. 129-34; la recente traduzione inglese: The Elefánthy. The Hungarian Nobleman and His Kindred, ceu Press, Budapest 1998.

53. J. Szücs, Les trois Europes, Prefazione di F. Braudel, L'Harmattan, Paris 1985; su Bibó cfr. I. Bibó, Miseria dei piccoli Stati dell'Europa orientale, Il Mulino, Bologna 1994; su questo libro di Szücs cfr. il mio studio Jenö Szücs e le tre regioni storiche d'Europa, in "Annuario 1996. Studi e documenti italo-ungheresi", diretti da J. Pál, Accademia d'Ungheria a Roma, Istituto storico Fraknói, Roma 1997, pp. 107-14.

54. J. Szücs, Az utolsó Ärpádok, História, Budapest 1993.

55. J. Le Goff, L'Occident médiéval et l'océan Indien: un horizon onirique, in Id., Pour un autre Moyen Age. Temps, travail et culture en Occident: 18 essais, Gallimard, Paris 1977, pp. 280-98; Id., Das alte Europa und die Welt der Moderne, Beck, München 1994.

56. O. Halecki, The Borderlands of Western Civilisation. A History of East-central Europe, Ronald, New York 1952.