Una pagina di medioevo
tratta da eruditi del Seicento e Settecento

di Simonetta Bernardi

Lo studioso che ha focalizzato i suoi interessi sul medioevo si trova spesso nella necessità di cercare una verifica dei propri assunti nelle rispondenze che si possono definire grazie a un'approfondita indagine sulla produzione erudita sei-settecentesca, anche se le opere di tali storici, a un primo impatto, possono far sorgere alcune incertezze. Generalmente, infatti, il medievista si interessa all'opera degli uomini dotti e della produzione del mondo delle accademie dei secoli passati quando tali lavori si rivelano utili per controllare e completare una ricerca di fonti, mentre si accosta con diffidenza agli elaborati critici degli studiosi del tempo. Costoro, infatti, pur essendo fedeli trasmettitori di documenti, e dunque una preziosa miniera di fonti, incorrono frequentemente in imprecisioni materiali e in interpretazioni che possono apparire talvolta fantasiose, condizionate come sono da una visione univoca e poco critica dei problemi, pertanto il loro lavoro può dar luogo a perplessità. A un esame più attento i loro elaborati rivelano una ricchezza di informazioni, non solo per l'abbondanza dei riferimenti ­ anche impliciti ­ che possono mettere in luce un bagaglio di conoscenze e un complesso retroterra culturale, ma specialmente per l'interpretazione degli avvenimenti di un prossimo passato, quale è per loro il medioevo, ancora in stretta relazione con il mondo che li circonda. Questo vale soprattutto per gli eruditi locali: in essi si avverte, infatti, evidentissimo un senso di continuità che rende atteggiamenti, problemi, modi di vivere del tutto simili a quelli dei loro predecessori. Certe interpretazioni ­ condizionate come sono dalla consapevolezza del passato e specchio del presente ­ richiedono lo stesso approccio che si ha con i cronisti, ottima fonte di ambiente e di tradizioni orali. È questo il fondamentale valore di un erudito dell'ancien régime: essere un testimone involontario di tutto un periodo storico dalla sua caratterizzazione al suo epilogo. Tale consapevolezza sollecita, quindi, la pratica delle raccolte di fonti e delle opere storiche sei-settecentesche in quanto specchio e memoria di un prossimo passato medievale. E prorio in prima persona ho condotto questo tipo d'indagine nell'ambito di una ricerca che intendeva indagare l'espansione del potere della famiglia Malatesta di Rimini nella Marca di Ancona 1. Il mio obiettivo era il verificare i limiti di tale espansione nella parte montana dell'entroterra marchigiano, e in particolare indagare se Cingoli ­ castrum dell'entroterra maceratese ­ aveva aderito ­ e con quali modalità ­ alla signoria malatestiana.

Nello svolgimento di questo lavoro ho tenuto conto, oltre che della documentazione più antica 2, delle raccolte di fonti settecentesche 3 e del lavoro di eruditi che da diverse prospettive tracciarono la storia di Cingoli e le cui opere, se pur rispecchianti impostazioni personali, rappresentano, alla luce di un'oculata critica interpretativa, una fonte molto valida per un'attendibile ricostruzione dei fatti.

Il Codex Diplomaticus Cingulanus, raccolta in copia di documenti relativi a Cingoli ­ sia locali sia provenienti da archivi di altre città, il cui argomento completa la visione della storia cingolana ­ è stato attribuito al Vogel in quanto definitivo organizzatore e compilatore del lavoro 4. L'inizio della ricerca, tuttavia, si può far risalire a qualche decennio prima 5, allorché, con il riconoscimento della diocesi di Cingoli riunita aeque et principaliter a quella di Osimo 6, gli eruditi delle due città scavarono in tutti gli archivi e versarono fiumi d'inchiostro per stabilire le origini e i limiti delle competenze e dei privilegi delle istituzioni ecclesiastiche reciproche 7. Particolarmente attivo in Cingoli fu il «nobile signor Francesco Maria Raffaelli... versatissimo nell'Istorie, e noto per le opere date alla luce... [che] ha messo insieme una gran libreria divisa in tre stanze...» 8, al quale si può far risalire la commissione delle raccolte di documenti 9 da lui ampiamente usati per perorare la causa cingolana 10.

Oltre alle opere del Raffaelli ho esaminato le Memorie della Città di Cingoli raccolte dal dottore Oratio Aviccenna da Urbino: è la più antica illustrazione della storia di Cingoli compilata alla fine del Cinquecento 11. L'identità dell'autore, che si cela sotto pseudonimo, non è stata mai rivelata, ma il suo esplicito clientelismo nei confronti di una potente famiglia cingolana, i Silvestri, il monogramma formato da R intrecciata con S, e lo stemma Silvestri nel frontespizio dell'opera, denunciano il suo stretto legame con tale casata 12. L'approccio con l'opera di O. Avicenna non è facile in quanto bisogna superare sia la sfiducia ispirata dalla sua palese parzialità nei confronti dei Silvestri, il che suscita sospetti di non obbiettività in tutta la narrazione, sia la tecnicità del linguaggio che denuncia come il lavoro fosse stato concepito quale memoriale di un giurista per perorare un processo di nobilitazione. Bisogna, tuttavia, riconoscere che il contesto regge alla verifica documentaria e inoltre tener presente che, scrivendo l'autore in tempi vicini ai fatti narrati, egli ha avuto a disposizione fonti ormai perdute, ed è anche un valido tramite di testimonianze orali.

Proprio integrando i documenti originali medievali con le copie tratte dalle raccolte settecentesche e con le notizie trasmesse dagli storici più antichi ho potuto ricostruire le vicende occorse in Cingoli alla metà del secolo xiv.

La più significativa testimonianza dell'estensione dell'influenza malatestiana su questo caposaldo montano della Marca di Ancona è nell'atto del 1° luglio 1355 con cui il cardinal legato Egidio di Albornoz, da Gubbio, assolse e liberò dall'interdetto il procuratore del comune, Giacomo di Ruggeruccio, e tramite lui tutti i cingolani, per le ribellioni all'autorità pontificia avvenute fin dall'epoca di Giovanni xxii e in quanto, recentemente, erano stati acclamati e riconosciuti come signori, governatori e difensori di Cingoli e del suo distretto i fratelli Malatesta 13. Ancora più esplicito è il giuramento di fedeltà, prestato il 4 settembre dello stesso anno, dal medesimo procuratore del comune: egli infatti riconosce che i cingolani avevano violato varie volte le costituzioni papali, in particolare quelle di Giovanni xxii, Benedetto xii e Clemente vi, ma soprattutto

confessus fuit ac publice recognovit dictum Dominum nostrum Dominum summum pontificem et romanam ecclesiam multipliciter offendisse et contra ipsos diversis modis fecisse, deliquisse et peccasse, ac diversa crimina commisisse, et eidem Ecclesiae rebellasse, et ab ipsius obedientia, devotione et fidelitate recessisse, ac eiusdem Ecclesiae rebellibus adhaesisse, et specialiter nobilibus et potentibus viris dominis Malatestae et Galeocto de Malatestis germanis militibus ariminensibus tempore, quo in rebellione contra prefatam Ecclesiam existebant, eisdem prestando auxilium, consilium et favorem, ac in eis in rebellione multipliciter favendo [...] 14.

Un'ulteriore indagine sulle fonti locali mi ha permesso di verificare come, sotto il profilo della vita economica e sociale, non siano rimaste testimonianze che denuncino particolari sconvolgimenti in quell'arco temporale. Fonte eloquente al proposito sono le pergamene del monastero di Santa Caterina 15: tali documenti infatti testimoniano come la vita che gravitava intorno all'importante ente religioso si svolgesse secondo gli schemi usuali. I problemi interni furono risolti more solito; in particolare, nel 1351 si procedette alla conferma della nuova badessa, Donnuzia di Locchese 16; furono stipulati, inoltre, contratti agrari, ma non con una frequenza né con clausole tali da denunciare un periodo di panico che suscitasse l'esigenza nella popolazione di porsi sotto la protezione di una solida istituzione religiosa. Il 25 dicembre del 1354 una domina Blancesta dà mandato di procura ad lites da discutersi nella curia dei Malatesta in Ancona 17; del 17 maggio 1355 è la copia autentica di una lettera citatoriale inviata da Guillelmus de Guidolano de Placentia iudex Marchie generalis a un don Yppolito de Sancto Severino affinché si presenti in tribunale 18.

Nell'archivio comunale le tracce più significative di un profondo cambiamento nella vita economica e istituzionale del comune emergono dalla legislazione statutaria 19. Fra il 1352 e il 1355, infatti, furono compilate delle Additiones allo statuto in vigore, risalente al 1325: tali norme tuttavia non modificarono nel merito l'assetto generale del comune. Il 16 maggio 1352, essendo podestà nobilis et potens vir Domicellus de Domicellis de Arimino, furono emanate leggi sull'ufficio dei notai e la pubblica quiete 20. Altre Additiones furono compilate il 27 settembre 1353 21, e contengono un esplicito richiamo al momento politico attuale; si dichiara infatti che tali norme sono promulgate «ad honorem, statum et exaltationem magnifici domini Malatesta de Malatestis domini et gubernatoris terre Cinguli et totius sue domus et ad statum pacificum et tranquillum dicte terre». Inoltre, il 27 luglio 1354, essendo podestà Paolus de Albarolis de Bononia, furono promulgati degli Statuta, Provisiones et Ordinamenta riguardanti la vita produttiva di Cingoli 22. Dello stesso 1354 è un frammento normativo inviato da Ancona a nome di Malatesta de' Malatesti, che tratta del danno dato ai canneti e alle foreste del comune 23.

Da questo insieme di norme si rileva come, durante il dominio malatestiano, l'amministrazione di Cingoli fosse attenta soprattutto all'organizzazione della vita sociale, alla tutela del patrimonio pubblico e tendesse ad un certo sviluppo nell'attività produttiva del comune.

Una prima ricostruzione degli eventi farebbe supporre che i Malatesta ­ Galeotto e suo fratello Malatesta ­ dopo aver occupato Ancona nel 1348 24, presero l'effettivo possesso di Cingoli. L'assoggettamento di questo comune è stato tradizionalmente interpretato come frutto di sottomissione spontanea e ricollegato alla conquista di Ancona dato che sia questa città sia Cingoli al momento della presa di potere dei Malatesta sarebbero state sotto la podesteria di Bartolo Cima 25. Questa circostanza è altamente significativa di una visione degli avvenimenti che considera l'impresa malatestiana frutto di una trama di alleanza con potentati locali che favorirono lo sviluppo della loro politica espansionistica. Un legame, infatti, fra i Malatesta e la famiglia Cima, una delle maggiori di Cingoli, si era instaurato anteriormente a questi avvenimenti con il matrimonio, nell'agosto 1347, fra Giovanni Cima, fratello di Bartolo e suo predecessore nella carica di podestà di Ancona 26 e Francesca di Berardo di Saludeccio, legata da parentela ai signori di Rimini. Per celebrare tale unione fu necessaria la dispensa papale in quanto gli sposi erano legati dal quarto grado di consanguineità; nella supplica presentata per ottenere la dispensa papale si mette in rilievo come tale matrimonio fosse necessario «pro firmandis pacis federibus inter communes viros consanguineos et amicos desiderantes invicem matrimonialiter copulari [...]» 27: si vuol dunque stipulare un'alleanza politica.

Questo legame fra l'avvento della signoria malatestiana in Cingoli e la famiglia Cima è stato messo in evidenza, pur se con diversa chiave interpretativa, dagli storici che si occuparono di vicende cingolane. Questi autori presentano la signoria malatestiana come un evento marginale, complementare all'argomento che polarizzava i loro interessi. Sia l'Avicenna che il Raffaelli hanno concentrato la loro attenzione sulla famiglia Cima e sul ruolo da questa occupato nella città; in particolare si sono soffermati sul tentativo messo in atto da alcuni membri di tale casata per impossessarsi della signoria di Cingoli. In questo contesto l'avvento dei Malatesta è visto da entrambi gli autori come l'evento che ha posto fine a tale predominio determinando spostamenti di alleanze e di scelte politiche.

L'attenzione dell'Avicenna è focalizzata sulla famiglia Cima di cui ipotizza le origini, ricostruisce la genealogia e l'articolazione fra i vari gruppi familiari. Fin dall'epoca del suo inurbamento a Cingoli, agli inizi del secolo xiii, un ramo di questa casata s'impone nella vita comunale stringendo saldi rapporti con altri maggiorenti locali 28. Personaggio di spicco nella famiglia è ­ nella prima metà del Trecento ­ Pagnone il quale, secondo l'Avicenna, iniziata la sua carriera come esponente di un governo popolare 29, giunse a tramare per ottenere la signoria di Cingoli. A tal fine avrebbe architettato la strage della famiglia rivale dei Rollandi 30. Egli, infatti, avrebbe offerto il suo appoggio a Gentile da Varano, impegnato in un'impresa su Monte Marciano, ottenendo in cambio un certo numero di armati da alloggiare a Cingoli. Sistemati i soldati nelle case dei Rollandi, costoro, nottetempo, su mandato del Cima, avrebbero trucidato i propri ospiti. L'autore cosi conclude la vicenda:

visse Pagnone nell'abbominevole modo... dopo sì malvagio eccesso, dall'anno 1343 fino al 1347... lasciò suoi figli et eredi Giovanni, Bartolo e Tanarello, i quali continuvorno nel vicariato per pochi mesi imperciocché da Malatesta de' Malatesti da Rimini... furono i Cimi cacciati da Cingoli, il quale restò in potere del Malatesta, fin che fu recuperato dal cardinale Egidio Carillo Albernozzo.

La narrazione dell'Avicenna, specie nel brano relativo alla strage dei Rollandi, presenta l'immediatezza e la drammaticità di una leggenda popolare: lo stesso autore fa riferimento alla tradizione orale: «tutto questo è notissimo in Cingoli, e se n'è conservata di generatione in generatione verde et funestissima memoria». Alla luce di questa vicenda l'intervento dei Malatesta è visto quasi in funzione moralistica: con la loro presa di potere a Cingoli si è impedito che una famiglia macchiatasi di così efferato delitto goda dei frutti della sua crudeltà. E su questo ruolo punitivo dei Malatesta nei confronti dei Cima insiste l'autore allorché, dopo aver esposto le vicende cingolane, si sofferma sugli accadimenti di Ancona e mette in luce come anche in quel caso la famiglia romagnola sia stata strumento di vendetta nei confronti dei Cima, benché i figli di Pagnone ­ Giovanni e Bartolo ­ siano presentati in chiave positiva 31. In conclusione, per l'Avicenna i Malatesta hanno il ruolo di liberare le città della Chiesa dai tiranni locali per riconsegnarle, dopo un periodo di assestamento, senza traumi e più ordinate, alla tutela della Santa Sede.

Il Raffaelli riporta questi stessi fatti con la stessa scansione e la stessa chiave di lettura dell'autore precedente, in un manoscritto che illustra le vicende cingolane dalle origini del comune all'epoca di Martino v 32. La narrazione, molto più articolata e documentata di quella dell'Avicenna a cui l'autore fa riferimento in maniera molto critica 33, ha come protagonista la famiglia Cima di cui ricostruisce origini e diramazioni, e in particolare Pagnone del quale riesamina le vicende alla luce di un nutrito apparato bibliografico e documentario. Valutando i dati raccolti, il Raffaelli nega che il personaggio si sia impadronito dolosamente del potere a Cingoli e, stabilendo la sua morte anteriormente al 1340 34, lo scagiona da ogni responsabilità nella strage dei Rollandi. Attribuisce questo eccidio, la cui messa in atto sarebbe avvenuta secondo le modalità illustrate dall'Avicenna, alle truppe dei Malatesta i quali, al momento dell'occupazione di Cingoli, si sarebbero sbarazzati di una famiglia apertamente ostile coll'alloggiare nelle loro case i propri stipendiari che nottetempo avrebbero dato esecuzione alla strage. L'autore porta a sostegno della propria ricostruzione dei fatti un atto del notaio Bartoluccio di Silvestro di Bartolo 35, una richiesta di risarcimento, presentata nel 1379, per l'ultima superstite di una famiglia legata ai Rollandi, la vedova Bellafiore. Da tale documento si apprende che

dicta domina Bellaflos non potuisset, post mortem dicti sui mariti, continuato stare et habitare in domo dicti testatoris caste et honeste et vitam ducere vidualem tam propter mortem virorum de Rollandis de Cingulo... ex quibus quondam Coloccinus Junctii de Rollandis fuit mortuus in dicta domo, et in ea missi stipendiari ad custodiendam domum predictam... et derobationem factam de dicta domo de omnibus bonis, massaritiis et rebus per stipendiarios predictos... sub anno domini mcccxlix fuerunt mortui dicti domini de Rollandis et missi stipendiari in dicta domo [...].

L'atto, mentre scagiona definitivamente Pagnone, in quanto all'epoca già morto, dalla responsabilità della strage, non libera dallo stesso sospetto il resto della famiglia: non è chiaro, infatti, se gli stipendiari, esecutori dell'eccidio, facessero parte delle truppe dei Malatesta. Si può quindi verosimilmente supporre che proprio i Cima, allontanatisi da Ancona per l'avvento dei Malatesta, vollero rinsaldare la propria posizione in patria sterminando una famiglia rivale, approfittando dell'incertezza politica del momento. La stessa sequenza dei fatti, in particolare il saccheggio delle case dei rivali, denunciano un clima di lotta fra fazioni familiari locali. Il fatto poi che un risarcimento per i danni subiti trent'anni prima sia stato domandato a tanta distanza dagli eventi, denuncia un persistente timore di presenze interne: se il torto fosse stato inferto da un tiranno la cui vicenda era stata di breve durata, quale fu appunto quella dei Malatesta, la questione verosimilmente sarebbe stata sollevata al momento della risottomissione alla Sede Apostolica; l'aver atteso tanto tempo è indice del persistere di una situazione che decanta solo quando i Cima rientrano a pieno titolo in orbita ecclesiastica 36. Per Raffaelli, nonostante l'episodio della strage dei Rollandi, che interpreta come un isolato tentativo di resistenza alla signoria malatestiana, la dedizione di Cingoli ai nuovi signori fu spontanea: in tale frangente i Cima si sarebbero allontanati volontariamente dalla patria cercando rifugio presso Giovanni Visconti, e solo nel 1353 sarebbero stati reintegrati nel possesso dei loro beni cingolani, pur se non riammessi in città 37. Ma, nonostante che, con la fine dei Rollandi e l'esilio dei Cima, fosse stato annullato qualsiasi focolaio di resistenza interna, i Malatesta, sempre secondo la ricostruzione raffaelliana, avrebbero perso dopo pochissimo tempo Cingoli che fu nuovamente riconquistata da Galeotto Malatesta dopo circa un mese di assedio, nell'agosto del 1350. L'azione si sarebbe svolta nel corso delle ostilità che opponevano il Malatesta e Luigi di Taranto a fra' Moriale accorso nelle Marche in aiuto di Gentile da Mogliano 38. Gli elementi forniti dal Raffaelli permettono di ipotizzare una nuova ricostruzione dei fatti che trascende la stessa interpretazione dell'autore. Questi, come si è detto, polarizzando la sua attenzione sulla famiglia Cima, ha visto la signoria malatestiana in funzione delle vicende di questa casata che suppone esiliata nel 1349 dall'avvento dei nuovi signori, e conseguentemente scagionata da ogni responsabilità nella strage dei Rollandi. Non porta però alcun elemento a suffragio della tesi di una dedizione spontanea di Cingoli ai Malatesta subito dopo la conquista di Ancona; anzi, con l'attribuire a questi ultimi la strage dei Rollandi e l'esilio dei Cima, fa presumere una resistenza locale. Ed inoltre il Raffaelli, per spiegare perché nel 1350, cioè appena un anno dopo la spontanea dedizione, Cingoli fosse di nuovo conquistata dai Malatesta ­ e questa volta dopo circa 20 giorni di assedio, quindi di resistenza ­ avanza l'ipotesi di una precedente ribellione della città: «è d'uopo che abbia essa scosso non molto dopo il loro giogo» 39. Una ribellione, però, fa presupporre un malcontento interno, quindi vacilla ancor più l'ipotesi della spontanea dedizione del 1349. Dalla valutazione di questi dati mi sembra più verosimile supporre che Cingoli fu presa militarmente dai Malatesta solo nel 1350, proprio per stabilire un valido caposaldo nell'ambito della campagna condotta contro Gentile da Mogliano.

Indiretta conferma di una conquista cruenta di Cingoli da parte dei Malatesta si ha nell'opera di un altro storico cingolano: Tito Franceschini 40. Questi si distacca dagli altri eruditi in quanto non era nel suo intento fare un'opera politica: il suo scopo era quello di ricostruire la biografia della patrona di Cingoli, Sperandia, e probabilmente proprio per dare una maggiore consistenza alla narrazione la arricchisce di significativi particolari rispecchianti la realtà dell'epoca, tanto da essere assunto con piena attendibilità come una fonte involontaria.

Nella biografia di santa Sperandia egli accenna marginalmente alla presenza dei Malatesta nella città. Narra infatti come questa eremita, fermatasi a Cingoli dopo molto peregrinare, prese l'abito di san Benedetto nel monastero di San Michele, collegato con quello di San Marco, divenendo ben presto badessa di entrambi 41. Di quest'ultimo monastero precisa l'ubicazione, probabilmente per dare maggior consistenza al suo racconto:

San Marco non era, dove oggi è, nello Spineto appresso a San Domenico, ma nel Borgo di Porta Montana, nella contrada chiamata Seraltella, dove una cappella era di Santa Cecilia, come appare per un contratto celebrato da ser Rinaldo di Gregorio di Mattia nel 1347 alli 22 d'ottobre... e credo, che questo luogo fusse dove ora si dice il Torrone nuovo, che quella contrada ancor ritiene il nome di San Marco, e questa chiesa di San Marco con quella di San Michele... fu dagli officiali del signor Malatesta da Rimino ruinata da i fondamenti, ed allora fu comprato il luogo di San Marco allo Spineto per ridurvisi le suore, come appare per instrumento publico sotto rogito di ser Putio nel 1358 alli 12 di marzo... Fu la chiesa di San Michele aggrandita in tre volte... dipoi la morte di Santa Sperandia, e dipoi la ruina data a quei monasteri dalli ministri del Malatesta... 42.

Il Franceschini scrive a circa due secoli dagli avvenimenti, e pur se nel merito della biografia della santa ricalca ben individuabili schemi agiografici 43, tutta l'ambientazione del suo racconto è rispondente alla realtà dell'epoca. È quindi molto probabile che la distruzione di San Marco avvenne allorché Cingoli fu presa dai Malatesta dopo un assedio nel corso delle lotte intraprese da questi signori per estendere la propria influenza nelle Marche, tenuto conto che la località era ritenuta un caposaldo di notevole importanza strategica. La stessa precisazione che la contrada di San Marco all'epoca dell'autore fosse denominata "Torrone nuovo" denuncia come in quel luogo fosse stata recentemente elevata una fortificazione al posto di una precedente. È facile, pertanto, collegare questa distruzione con l'assedio ricordato dal Raffaelli.

Sulla base di questi elementi la più plausibile ricostruzione dei fatti appare la seguente: dopo la presa di Ancona da parte dei Malatesta e l'espandersi del loro dominio sul territorio circostante, a Cingoli si determinarono lotte intestine per uno schieramento a favore dei nuovi signori o una resistenza a fianco di Gentile da Mogliano. In questo disordine interno iscriverei la strage di Rollandi, alla quale seguì la presa cruenta della città da parte dei Malatesta e l'esilio cautelativo dell'altra famiglia locale emergente, i Cima, esilio che ebbe conseguenze di scarso rilievo e di breve durata. La signoria malatestiana fu quindi esercitata in Cingoli attraverso persone fidate, inserite nelle tradizionali strutture amministrative, e con degli aggiornamenti sul piano istituzionale che però non modificarono la struttura del comune.

La testimonianza più immediata e suggestiva di questo periodo tumultuoso della vita di Cingoli si ricava da una fonte sconosciuta: il Chronicon Cingulanum Anni Christi 1796 di Francesco Saverio Castiglioni 44. Il futuro papa 45, in quell'anno prevosto della cattedrale di Cingoli, probabilmente per riempire delle giornate dal ritmo troppo lento, si dedicò agli studi 46. Il Chronicon, pur avendo il carattere di un esercizio di erudizione, nello stesso tempo dipinge con vivacità e immediatezza i fatti salienti che hanno contrassegnato la vita cittadina dal 2 giugno all'8 settembre di quell'anno: processioni e suppliche per allontanare il pericolo «de Gallis, qui duce Bonaparte, magnis copiis... de cuncta Italia, Romae praesertim, ab iis occupanda nuncii veniebant»; le cerimonie per la festa della santa patrona Sperandia e le successive «nundinae de more, campus boarius, merces, et annona copiosissima». Si ricorda, inoltre, il consiglio dei maggiorenti della città per il rifacimento della strada per San Severino, progetto al quale lo stesso cardinale Castiglioni, negli anni successivi, darà un decisivo impulso fino alla conclusione dell'opera nel 1827 47. Molto significativa, infine, è la descrizione del rifacimento della chiesa di San Francesco iniziato nel settembre 1796: il Castiglioni, infatti, dopo essersi soffermato sulle discussioni sollevate, sia da parte della gerarchia francescana, sia dai maggiorenti cingolani e dai tecnici preposti all'opera, circa il merito e l'entità dei lavori, ci fa partecipi, da attento testimone oculare, dello svolgimento degli interventi edilizi, in particolare

Remoto pavimento, apertisque monumentis quae numero lx ad Gentes Cingulanas spectantia numerabantur 48 mirabile dictu est quantam ossium coacervationem in ea ecclesia parentes nostri condiderint. Sepulturae enim opibus satis repertae, sed ea coagmentata in aliis fossis profundis latisque nedum in ipsa ecclesiae area, sed in exteriori etiam claustro ad aquilonem. Plurima hominum millia nos ipsi horrente animo conspeximus [la partecipazione dell'autore alla scena appare molto immediata] dum muri chori et aediculae D. Bonaventurae sacrae destrueretur. Quis enim siccis oculis avorum nostrorum veneranda cadavera dissoluta, ossaque distracta respicere potuisset, ac florentissimae olim patriae incolarum frequentia miserandum casum, civesque denminutos nec doleat, aut comparando vetera novis gravas efferat lamentationes? [La stessa emozione dei presenti è ricollegata alla pericolosità del tempo attuale].

Ea dum egererentur, novum mirandumque apparuit, cadaveris ossa vinculis ferreis pondo lib ... colligatum, cuius tibiae adhuc cum pedibus obseratae erant, et prope ipsum sica quaedam rubigine corrupta. Relatum est apud vetera quaedam monumenta Ascanium filium ... de Cimis 49, inclitae quidem familiae, et dominatu urbis nostrae saeculo xiii celebris, cum a majorum suorum gloria desciverit et tyrannide, sceleribusque civium odia contra se incitasset, commota plebis seditione in angulo viae bombacis extremo, proximoque huic templo, arreptum, vivumque contumulatum, tantaque ira populum exarsisse, [la descrizione ha l'immediatezza di una cronaca] ut nec immanis supplicii horrore ab eo inferendo prohiberetur, nec lacrymis, ac supplicibus suspiriis, clamoribusque Ascanii, [in questo caso si ha la sensazione di trovarsi di fronte a testimonianze orali: racconti di ricordi personali o di famiglia] in cuius tumulo, quem gentilem fuisse fertur, excubiae novem dies continenter a plebe factae sunt.

Il Castiglioni si distacca dall'emotività suscitata dalla scena e cerca di trovare una spiegazione razionale che giustifichi questa gran quantità di ossa.

Conjectura quidem nonnullorum eundem fuisse, dictitatum, propterea quod sepulturae nimium forte refertae (saeculo xii, ex consequentibus tumulum in Minorum templis novimus in Historiis, et ipso tot cadaverum multitudine) dum expurgandae erant, egesta fossa omnia ossa commixta ibidem inlata fuerint.

Quale testimonianza più immediata di un avvenimento passato, ancora vivo nella memoria della gente? Quale dimostrazione più efficace di un filo che lega le memorie dei fatti appresi dai documenti, i più antichi protagonisti di tali fatti e le emozioni degli uomini che ne ebbero prima conoscenza?

Alla luce dell'interpretazione dei più diversi studiosi le fonti rivelano tutte le loro sfaccettature.

Note

1. Questa ricerca, promossa dal Centro di studi malatestiani, si è concretizzata in una serie di pubblicazioni a cura dell'editore Ghigi di Rimini; gli atti del convegno di Cingoli del 12 settembre 1987 non sono stati pubblicati per mancanza di disponibilità del comune stesso.

2. Presso l'Archivio comunale di Cingoli ­ attualmente trasferito all'Archivio di Stato di Macerata ­ ho esaminato le pergamene comunali (poi acc, perg., data), gli statuti (poi acc, n.), l'archivio notarile (poi anc, n.), le pergamene del monastero di Santa Caterina di Cingoli (poi asc, n.).

3. In particolare il Codex Diplomaticus Cingulanus, (poi cdc, t., p.) a cura di G. A. Vogel (sull'erudito cfr. P. Paschini, Il canonico G. A. Vogel alsaziano nelle Marche, in "Studia Picena", vii, 1931, pp. 135-8). L'opera, manoscritta, è attualmente conservata presso la Biblioteca Benedettucci di Recanati (5 C ii 8-15).

4. Cdc, t. i, p. 1 contiene una memoria del lavoro e della morte del Vogel: «Il signor don Giuseppe Vogel, emigrato francese, e gran letterato, prima canonico della Basilica di San Flaviano di Recanati, e poi canonico della Basilica di Santa Maria di Loreto, morì in detta città, di anni 61 e mesi tre, martedì 26 agosto, ore 20, 1817 si è il raccoglitore del presente Codice Diplomatico, li cui documenti e carte sono per lo più trascritte di suo carattere». Cfr. "Diario di Roma" (10 settembre 1817), n. 232, p. 23, corrispondenza da Loreto in data 29 agosto, firmata Art. Com.

5. Cdc, t. i, p. 2 r/v: elenco dei documenti copiati dall'Archivio Vaticano e nota di pagamento con data «Roma 22 luglio 1771. Pagati nelle mani di monsignore illustrissimo e Reverendissimo Giuseppe Garampi, Prefetto dell'Archivio Segreto Vaticano, a norma del presente foglio, per li scrivani di detti Archivio, e loro copiatura di Bolle, Brevi, ed altri Documenti antichi, riguardanti la città di Cingoli, connessi nel presente libro, in numero 31 (togliendone due alla pagina 11 e segg. e pagg. 211-212) alla ragione di paoli tre il foglio, senza il peso dell'assistenza prestata da detto prelato, scudi 34,85. Filippo Rafaelli deputato manu propria». Queste note fanno pensare che l'ideatore del lavoro sia stato Francesco Maria Raffaelli.

6. Cfr. J. Fontanini, Consultatio de Cingulana ecclesia in Piceno antiquis honoribus cathedrae episcopalis restituenda, Romae 1725: la diocesi cingolana fu ripristinata con bolla di Benedetto xiii del 20 agosto 1725.

7. B. Noja, Esposizione di due lettere di papa Pelagio i scritte a Giuliano vescovo cingolano, Osimo 1767; (L. Fanciulli), Osservazioni critiche sopra le antichità cristiane di Cingoli, Osimo 1769; H. D. Christianopuli, De sancto Exuperantio, cingulanorum episcopo, deque eius vitae actis, Romae 1771.

8. G .G. Carli, Memorie di un viaggio fatto per l'Umbria, per l'Abbruzzo e per la Marca dal dì 5 agosto al dì 14 settembre 1765, a cura di G. Forni, esi, Napoli 1989, pp. 59-60, Studi e Ricerche dell'Istituto di storia della facoltà di Magistero dell'Università di Perugia, n. 5.

9. Filippo Raffaelli, protonotario apostolico, che rilascia ricevuta per la copiatura dei documenti vaticani era figlio di Francesco Maria. Altro copista di documenti cingolani fu G. B. Onori, canonico teologo della cattedrale di Cingoli dal 1723 alla morte nel 1764: i suoi scritti sono andati dispersi. Cfr. A. Pennacchioni, Il papa Pio viii, Francesco Saverio Castiglioni, Cingoli 1994, ad indicem.

10. F. M. Rafaelli, Delle memorie ecclesiastiche intorno l'istoria ed il culto di Santo Esuperanzio, antico vescovo e principal protettore di Cingoli, Pesaro 1762; Id., Dissertazione dell'origine e de' progressi della chiesa vescovile di Cingoli, ivi 1769; Id., Storia letteraria della controversia delle chiese di Osimo e Cingoli, in "Calogerà. Nuova Raccolta", xxxviii (1783). D'ora in poi si adotterà la grafia più usuale Raffaelli.

11. O. Aviccenna, Memorie della città di Cingoli, in Jesi per Paolo e Gio. Battista Serafini, 1644: si tratta di una seconda edizione, come si deduce da una nota che segue il titolo in frontespizio "Accresciute novamente d'altre particolari notitie", la prima edizione dell'opera è del 1598.

12. Il volume ha inizio con una relazione sulla causa Auximana sepulturae de Cimis ­ tesa a dimostrare la discendenza dei Silvestri da Francesca ultima dei Cima ­ vi è poi una lettera, datata 4 giugno 1598, che dedica il lavoro al signor Cinthio Silvestri, in cui l'autore firma Oratio Avicenna (questa sarà la grafia d'ora in poi seguita): ivi, pp. non numerate.

13. acc, perg. 1 luglio 1555, cfr. G. A. Vogel, Registro dei documenti che si conservano nell'archivio segreto priorale di Cingoli, n. 48, ms. nella Biblioteca comunale di Cingoli. L'originale del documento è attualmente perduto, disponiamo del testo nella trascrizione settecentesca del canonico Onori, ms. nella Biblioteca comunale di Cingoli. In cdc, t. v., p. 355, alla data 1 luglio 1355, figura una scheda, che cita «Bolla d'Innocenzo sesto diretta al Card. Egidio da Gubbio per l'assoluzione e liberazione dell'interdetto dei Cingolani». La notizia è inesatta, infatti non si tratta di una bolla del pontefice, bensì di un diploma dell'Albornoz che contiene l'assoluzione concessa ai cingolani: la scheda è firmata "Francesco Pergoli Campanelli", membro di una nobile famiglia cingolana che ricoprì in quegli anni diverse magistrature: cfr. A. Pennacchioni, Il papa Pio viii, Francesco Saverio Castiglioni, Cingoli 1994, pp. 317-9.

14. cdc, t. v, pp. 356 ss.: il testo fu copiato nell'Archivio Vaticano e trasmesso per ordine del card. Garampi; cfr. a. v., Arm. xxxv, 20, ff. 293-99.

15. asc, nn. 737, 738, 642, 406.

16. asc, n. 119: la cerimonia si svolse secondo la prassi consueta con la partecipazione delle autorità centrali della Chiesa, quale il vicario sullo spirituale Francesco di Sant'Angelo, preposto di San Lorenzo di Appeczano in diocesi di Fermo.

17. asc, n. 839.

18. asc, n. 1068.

19. Sull'argomento cfr. P. Cartechini, Legislazione statutaria cingolana, in "Studi Maceratesi" 19 (1986), pp. 361-424.

20. acc, n. 1, cc. 83-5: si tratta di 12 capitoli riguardanti l'organizzazione del Collegio, l'elezione del Capitano, l'accesso dei nuovi membri, la nomina dei due notai delle cause civili, di cui si esplicitano le competenze.

21. acc, n. 1, cc. 88-98 : si tratta di 50 rubriche Novorum Statutorum, un testo organico diviso in tre parti, il cui proemio, articolato in invocazione divina, un omaggio al santo patrono, la professione di obbedienza alla Santa Madre Chiesa ed ai suoi ministri richiama i successivi proemi degli statuti di epoca egidiana (cfr. acc, n. 2, Statuto del 1364). Delle tre parti in cui si possono dividere tali Additiones, le prime rubriche (1-8) concernono il danno dato; poi ci sono rubriche relative al diritto civile (rr. 9-31); infine, l'ultima parte (rr. 32-50) tratta del diritto penale.

22. acc, n. 1, cc. 99-103. Il testo inizia con una tabella di dazi per le merci d'importazione, seguono norme concernenti i materiali per l'edilizia e regolamenti per persone che si dedicano ad attività che interessano la vita quotidiana: i macellai, gli osti, gli albergatori, i fornai. La vita produttiva del comune è regolata da norme riguardanti l'importazione e la vendita dei "funicelli"; sono tutelate le foreste del comune. L'ufficio del podestà è preso in considerazione limitatamente a quanto riguarda l'esazione delle pene pecuniarie e delle collette antiche, nonché al salario dei suoi familiari allorché si recano per servizio fuori del territorio comunale. Il fatto di inserire per ultimo questo argomento, trattato di solito nel primo libro degli Statuti, può essere significativo di una scarsa importanza data in quel momento alla carica.

23. acc, n. 1, c. 104, probabilmente un'integrazione alle Provisiones del precedente luglio.

24. M. Natalucci, Ancona attraverso i secoli, i, Città di Castello 1960, pp. 361-4.

25. Cfr. ivi, p. 363; E. Colini-Baldeschi, Comuni, signorie e vicariati nella Marca di Ancona, in "Atti e Memorie della Regia Deputazione di Storia Patria per le Marche" s.v, 2 (1925), p. 46.

26. Cfr. Natalucci, Ancona, cit., e Colini-Baldeschi, Comuni, signorie e vicariati, cit.

27. Codice diplomatico malatestiano, n. cvi, 1347.

28. Avicenna, Memorie, cit., p. 117-8.

29. Pagnono de Cimis fu con Ramberto de Rollandis ed altri maggiorenti di Cingoli testimone alla compilazione degli Statuti del 1325, cfr. acc, n. 1, c. 45.

30. Avicenna, Memorie, cit., p. 166-8; sui Rollandi ­ detti anche Orlandi ­ cfr. cdc, t. ii, p. 113.

31. Ivi, pp. 168-71.

32. F. M. Raffaelli, Delle rivoluzioni del Comune di Cingoli dalla sua origine alla totale di lui sottomissione alla Chiesa Romana sotto Martino v, ms. inedito del sec. xviii, conservato nella Biblioteca Benedettucci di Recanati, 5 c i, 17, pp. 51-99.

33. L'autore dichiara di non aver reperito alcuna delle cronache citate dall'Avicenna e contesta tutta la sua ricostruzione della genealogia della famiglia Cima: ivi, pp. 71, 73, 79.

34. Per la data della morte di Pagnone, il Raffaelli stabilisce come termine ante quem il 1340, anno in cui fu eletta badessa del monastero di Santa Caterina «nobilis mulieris et religiosae dominae Forastere natae quondam nobilis militis domini Pagnoni de Cimis», asc, n. 39.

35. anc, n. 1949, ff.9-18.

36. Colini-Baldeschi, Comuni, signorie e vicariati, cit., pp. 47 ss.

37. Raffaelli, Delle rivoluzioni, cit., p. 95.

38. Ivi, p. 93; cfr. anche A. De Santis, Ascoli nel '300, Ascoli Piceno 1984, pp. 471-84; A. Luchetti Giuli, Gentile da Mogliano, in "Studi Maceratesi" 13 (1979), p. 190.

39. Raffaelli, cit., p. 97.

40. T. Franceschini, Istoria della vita della gloriosa santa Sperandia protettrice di Cingoli, Fermo, appresso gli eredi di Sertorio de' Monti e Giovanni Bonivello, 1602.

41. Ivi, pp. 12-4.

42. Ivi, p. 13.

43. Sulla figura di santa Sperandia cfr. A. Benvenuti Papi, "Velut in sepulcro": cellane e recluse nella tradizione agiografica italiana, in Culto dei santi, istituzioni e classi sociali in età preindustriale, a cura di S. Boesch e L. Sebastiani, L'Aquila-Roma 1984, pp. 367-455, part. pp. 383-5.

44. Questo manoscritto, inedito, è venuto alla luce nel corso del riordinamento dell'archivio di famiglia dei marchesi Castiglioni di Cingoli; il lavoro non è ancora concluso quindi si dispone solo di una segnatura archivistica provvisoria: fasc. 436.

45. Francesco Saverio Castiglioni, che assunse il nome di Pio viii, fu consacrato pontefice il 5 aprile 1829.

46. Cfr. O. Fusi-Pecci, La vita del papa Pio viii, Roma 1965, pp. 53-7.

47. Archivio Castiglioni, fasc. 419; sull'interesse del Castiglioni per i lavori stradali cfr. G. Rossi, Povertà e lavori pubblici stradali nello Stato Pontificio nel periodo della Restaurazione, in La Religione e il Trono, Pio viii nell'Europa del suo tempo, a cura di S. Bernardi, Roma 1995, pp. 81-95.

48. Questo è un elemento significativo dell'ampliamento del numero delle famiglie nobili cingolane che nella divisione dei ceti del 1533 voluta dal cardinale Accolti erano state fissate in 30: cfr. G. Accrescimbeni, La formazione del ceto dirigente in una "Terra Mediocre" della Marca Pontificia. Cingoli 1533-1650, tesi di laurea discussa presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Pisa nella sessione estiva dell'a.a. 1987-88, pp. 95-117.

49. Il personaggio non è ricordato nell'albero genealogico dei Cima; cfr. Raffaelli, Ancona, cit., pp. 193-5; si può comunque identificare con uno Scagnus Pangonis assolto dal Rettore della Marca, insieme ad altri cingolani ed alleati, nel 1308 per ribellione al seguito di Appigliaterra Mainetti, le cui case erano nella via Bombace, quindi nell'area del cimitero descritto (cdc, t. xi, pp. 385-391).