La modernizzazione della morte a Roma dall'epoca napoleonica al 1870

di Paola Carla Marroni

L'analisi della lenta trasformazione dei riti funebri, avviata agli inizi dell'Ottocento dal governo francese, offre interessanti spunti di riflessione sulla difficoltà di attuare riforme di tipo strutturale-organizzativo in ambiti sociali in cui interessi economici, sentimenti e sensibilità religiosa risultano preponderanti rispetto a qualsiasi diversa logica. Il processo di modernizzazione della morte, promosso a Roma da un'amministrazione straniera e compiuto solo con l'annessione della città al Regno d'Italia, rappresenta uno dei tanti aspetti dello scontro tra potere religioso e forze laiche relativamente alla pubblica gestione di settori tradizionalmente controllati dalla Chiesa, caratterizzandosi, per oltre un secolo, come lotta tra il basso clero, che da tempo deteneva il controllo dei riti di sepoltura, e l'autorità impegnata a gettare le fondamenta di una società moderna e civile. L'unicità della situazione politica e sociale di Roma, centro del cattolicesimo e capitale di uno stato temporale, condizionò pesantemente lo sviluppo dell'"organizzazione" funeraria, lasciando l'intero settore nelle mani di coloro che più erano interessati al mantenimento delle antiche usanze, ad onta dei basilari principi dell'igiene e della medicina diffusi, da decenni, nelle legislazioni di vari paesi europei. Fino all'occupazione di Roma e dei territori dello Stato pontificio da parte delle truppe napoleoniche, l'opinione di origine medioevale che la sepoltura in chiesa, vicino alle spoglie dei santi, fosse comunque da preferirsi rispetto a quella in un anonimo cimitero posto lontano dall'abitato e fuori le mura della città, era destinata a prevalere e a determinare luoghi e pratiche d'inumazione.

L'associazione dei cadaveri presso le tombe dei martiri aveva portato alla nascita di pseudo-cimiteri situati fuori le mura della città: l'uso di tale pratica, superando i limiti della legge, si estese progressivamente anche alle chiese parrocchiali poste all'interno delle mura, eliminando la distinzione tra i sobborghi dove si poteva seppellire ad sanctos, perché situati extra-urbem e la città (il diritto canonico vietava di seppellire in urbe come pure la Legge delle xii Tavole e il Codice Teodosiano). La chiesa cattedrale fu sostanzialmente assimilata all'abbazia cimiteriale e i cadaveri, già mescolati agli abitanti dei sobborghi sorti nei pressi delle abbazie, cominciarono ad essere sepolti nelle chiese, penetrando in tal modo nel centro storico di Roma 1.

La speranza dei cattolici di riposare, alla propria morte, all'interno delle chiese, o comunque nelle adiacenze di esse, determinò un uso particolare dello spazio consacrato, che comprendeva insieme la chiesa, il chiostro e le sue dipendenze. All'interno di questo spazio consacrato si seppelliva dappertutto (nelle aree sottostanti l'abside, il cortile e il chiostro); i luoghi più ricercati erano naturalmente quelli adiacenti alle reliquie o comunque agli altari dove si celebrava messa ed erano appannaggio dei più ricchi: le loro spoglie venivano collocate all'interno della chiesa non in cripte a volta, ma direttamente nella terra sotto le lastre del pavimento. I poveri, al contrario, venivano relegati in larghe e profonde fosse comuni che occupavano l'area sottostante il chiostro (atrium); qui venivano gettati i loro cadaveri senza bara, semplicemente cuciti nei loro sudari 2. Quando le fosse non erano più in grado di contenere le salme venivano chiuse e se ne aprivano altre, opportunamente liberate dalle ossa ormai disseccate, poste a loro volta nelle gallerie dei chiostri (queste presero il nome di ossari e divennero i cimiteri in senso stretto), nei solai della chiesa, sotto i fianchi delle volte e anche contro muri e pilastri.

La responsabilità della tumulazione dei cadaveri all'interno delle chiese spettava al parroco e rimase una sua competenza fino al xix secolo: lo strettissimo legame venutosi a creare nel corso dei secoli tra sepoltura e funerale religioso nella chiesa parrocchiale aveva reso i parroci direttamente responsabili delle pratiche relative alla morte e alla sepoltura dei cattolici; l'inumazione, originariamente gratuita (così prevedeva il Corpus Iuris Canonici), dal vi secolo aveva cominciato ad essere affiancata dall'elargizione di doni, presto trasformati in diritti di stola che spettarono stabilmente al parroco (i poveri conservarono il diritto ad essere sepolti gratuitamente); se inizialmente, per il cristiano, la scelta della tomba era libera, a partire dal secolo xii si stabilì, per tutelare gli interessi delle parrocchie, che la volontà di celebrare un funerale al di fuori della parrocchia fosse seriamente motivata da parte degli eredi anche se, per ovviare agli inconvenienti di tale metodo, fu ben presto previsto un indennizzo nel caso in cui i funerali spettanti ad una determinata parrocchia fossero celebrati altrove. Gli introiti derivanti al basso clero dalla gestione di questo settore iniziarono così ad essere piuttosto significativi: il servizio funebre, originariamente prestato senza alcuna pretesa pecuniaria divenne gradualmente una fonte di guadagno importante per il basso clero e, nel corso dei secoli, le autorità ecclesiastiche provvidero a regolare le entrate dovute per le sepolture religiose attraverso la diffusione di veri e propri tariffari, in cui venivano fissati i diversi tipi di tasse e contribuzioni, la cui natura era piuttosto varia.

Il monopolio esercitato dal basso clero nell'espletamento di questo servizio non era tuttavia assoluto: a Roma, fin dal xvi secolo, erano sorte confraternite laicali impegnate in varie opere di assistenza sociale, che si proponevano, fra l'altro, di dar sepoltura solenne ai cadaveri dei propri associati 3. In particolare, il grave stato di abbandono in cui versava l'"organizzazione" funeraria romana, aveva spinto, nel 1538, alcuni uomini pii a riunirsi nel nuovo sodalizio La compagnia della morte, unico a proporsi, come primo scopo statutario, di seppellire i cadaveri dei poveri, in special modo di quelli abbandonati nelle campagne.

Fino all'occupazione di Roma e dei territori dello Stato pontificio da parte delle truppe napoleoniche, nulla era mutato nell'organizzazione e nella gestione della morte nella capitale: i luoghi eletti per le sepolture continuavano ad essere le chiese, centro della vita della comunità cristiana e solo in occasione di grandi epidemie, come avvenne ad esempio nel 1656, anno dell'epidemia di peste 4, le tumulazioni venivano effettuate dinanzi alle mura cittadine. In tempi normali, dunque, le usanze religiose, sociali e giuridiche erano determinanti rispetto alle considerazioni igieniche; dopo lo spavento prodotto da simili calamità, che induceva ad adottare misure igieniche tardive e provvisorie, si tornava puntualmente all'antico sistema di tumulazione nelle chiese, nei cimiteri delle confraternite o in quelli degli ospedali. L'arrivo delle truppe napoleoniche e l'occupazione francese di Roma produssero, anche per quanto concerne la gestione e l'organizzazione della materia funeraria, cambiamenti notevolissimi, volti all'abbandono delle tradizionali modalità di sepoltura, sulle quali in Europa, fin dal xviii secolo, si erano formulate pesanti riserve; in generale, la sepoltura in centri ad alta densità abitativa non era considerata più proponibile alla luce delle nuove conoscenze mediche e igieniche, e in vari Paesi si era da tempo provveduto alla creazione di cimiteri lontani dalle città, in cui solitamente si usava seppellire a sterro (ossia in terra), metodo di sepoltura ritenuto più salubre e sicuro 5.

Nel 1809, la Consulta straordinaria istituita da Napoleone i per il governo degli Stati romani pose tra i lavori più urgenti da intraprendere quelli relativi alla costruzione di cimiteri fuori le mura della città, allo scopo di preservare la popolazione, che ormai si aggirava intorno alle 134.000 unità, dai pericoli derivanti dal dilagare di eventuali epidemie 6.

L'ampio e capillare apparato amministrativo dispiegato dall'imperatore francese si occupò, dunque, dell'introduzione a Roma di tali servizi, ritenuti indispensabili e necessari per una grande città: la costruzione di nuovi cimiteri nei paesi conquistati o posti sotto l'influenza francese fu la naturale conseguenza dell'applicazione generale dell'Editto di Saint Cloud, emanato in Francia nel 1804, col quale l'imperatore sanciva il divieto di seppellire nelle chiese o comunque entro i centri urbani, e ordinava la costruzione di cimiteri lontani dalle abitazioni 7.

Con decreto del 19 luglio 1809, la Consulte Extraordinaire pour les Etats Romains, tenendo conto che l'usanza di seppellire i cadaveri nelle chiese risultava essere estremamente nociva per la salute degli abitanti, poneva esplicito divieto a che le sepolture continuassero ad essere effettuate all'interno di esse e ordinava che per l'avvenire le tumulazioni venissero realizzate in «cimiterj situati fuori il recinto della città di Roma» 8.

Inoltre, nel terzo articolo del decreto, si affidava agli architetti Giuseppe Camporese e Raffaele Stern l'incarico di presentare, di concerto col dottor Domenico Morichini, «un rapporto e un'idea di parere relativa alla scelta de' terreni i più adattati a formare de' cimiterj fuori delle mura della città di Roma» e una prima indicativa stima dei costi relativi alla «loro chiusura, e alla decenza delle sepolture» 9. I due architetti «eseguirono la loro commissione e presentarono il loro Piano alla Consulta per la costruzione di due cimiteri, uno presso la chiesa di San Lorenzo fuori le Mura, a levante della città (da realizzarsi sulle antiche catacombe di Santa Ciriaca), l'altro al Pigneto Sacchetti, a ponente (posto nella Valle dell'Inferno, tra Monte Mario e Villa Sacchetti), ed esibirono insieme uno scandaglio approssimativo della spesa in franchi 147.104 per ambedue, ossia di fr. 73.552 per ciascuno» 10. Il piano venne approvato dalla Consulta straordinaria con due decreti emanati il 23 novembre 1810 e l'esecuzione di esso fu affidata al prefetto del Dipartimento di Roma, il De Tournon 11. Proprio il De Tournon sostenne che, nel rispetto delle tradizioni della popolazione romana, si era rinunciato all'idea di creare semplici campi recintati dove seppellire i cadaveri, e ci si era volti alla progettazione di complessi monumentali, in cui le salme sarebbero state tumulate all'interno di cripte in muratura 12. D'altra parte, l'ostilità della popolazione alla sepoltura a sterro, nella nuda terra, avrebbe reso l'attuazione di questo progetto, di per sé già molto innovativo, estremamente difficoltosa 13.

Il 19 dicembre 1810 la Prefettura del Dipartimento di Roma pubblicò un bando per «l'aggiudicazione dei lavori occorrenti per i due grandi cimiteri», senza ottenere però che alcuno si presentasse, a causa del limitato budget di spesa previsto nel progetto dello Stern. I lavori vennero egualmente intrapresi al Campo Verano e al Pigneto Sacchetti e già l'8 dicembre dello stesso anno l'architetto Valadier scriveva al maire di Roma, Duca Braschi, annunciando la realizzazione del primo di quattro riquadri, contenenti ciascuno sessantaquattro sepolture; poco dissimile doveva essere la situazione nel cimitero di San Lazzaro (come venne ben presto denominato il camposanto di Villa Sacchetti) 14.

Verso la fine del 1813 erano già state costruite per ciascun camposanto quattrocento tombe a volta, con chiusino di pietra, della superficie di quattro metri, distribuite in quattro quadrati; il tutto era circondato da un muro di cinta, presso il quale fu scavata una fila di fosse destinata alle famiglie che avessero voluto erigervi dei monumenti. Il progetto, secondo quanto ricorda Santori, batteriologo municipale e autore, sul finire del xix secolo, di uno studio sulle condizioni igieniche del Verano, era il seguente:

I morti di ciascuna giornata [secondo quanto scrive il conte De Tournon rappresentante del governo francese in Roma] dovevano essere depositati involti in un semplice lenzuolo, in una sola fossa che, chiusa la sera, non sarebbe stata riaperta che alla fine dell'anno, spazio di tempo riconosciuto sufficiente per produrre l'essiccazione dei cadaveri e per distruggere i gas che essi sviluppano. Così le quattrocento fosse avrebbero costituito, oltre al mezzo di seppellimento giornaliero, una riserva per i casi di epidemia. Dopo un certo numero di anni, le ossa disseccate, sarebbero state, come si pratica nelle chiese, levate e deposte negli ossari e a tale scopo fu scavata una fossa ad ognuno dei quattro angoli del cimitero. Trattasi [prosegue il Santori] come si vede, non di una vera inumazione, ma semplicemente di deporre i cadaveri, l'uno vicino all'altro, in grandi cavi sotterranei (detti in seguito fosse carnarie), separati dall'esterno per mezzo di una semplice lastra di marmo 15.

Il ritorno di Pio vii nel maggio 1814 e il ristabilimento del governo legittimo attraverso la restaurazione dello Stato della Chiesa non determinarono l'abbandono delle riforme intraprese durante il periodo di occupazione napoleonica; si può anzi dire che, particolarmente nel campo della politica sanitaria, ci fu, da parte dell'amministrazione pontificia, un importante recupero di provvedimenti varati dal governo francese: tra di essi compaiono quelli concernenti le riforme nel settore funerario, che avevano determinato grossi cambiamenti nelle usanze plurisecolari della popolazione romana.

Nel restaurato governo pontificio, gli affari relativi alla sanità tornarono ad essere di competenza della Sacra consulta, la congregazione costituita da cinque cardinali che giudicava cause civili e criminali ed interveniva su dubbi e querele 16; ad essa, fin dal 1815, cominciarono a giungere, da varie parti dello Stato della Chiesa, lamentele relative agli effetti procurati dalle sepolture nelle chiese. Nell'anno considerato, alla Congregazione di Sanità, ad esempio, gli abitanti di Ischia, paese vicino Viterbo, inoltrarono un ricorso, accompagnato da una perizia del medico condotto, per protestare contro l'uso di seppellire nelle chiese: essi, stanchi e preoccupati delle nocive esalazioni emanate dai cadaveri sepolti nella chiesa arcipretale, chiedevano il permesso di edificare un nuovo cimitero lontano dalle abitazioni 17.

Le numerose proteste indussero il governo pontificio a considerare il problema con maggiore attenzione: fu così che la Sacra consulta, con una circolare del 22 maggio 1816, annunciò di essere alla ricerca di un sistema di tumulazione in grado di unire «le viste della religione e la preservazione della pubblica salute da ogni pericolo»18, invitando al contempo i delegati apostolici delle province a vietare l'esumazione dei cadaveri sepolti nei cimiteri «eretti all'aperto, fuori dalli luoghi murati» e il loro trasporto entro le chiese situate all'interno delle città; essa vietava inoltre di effettuare nelle chiese nuove sepolture 19. Le disposizioni emanate dalla Sacra consulta non erano tuttavia destinate ad ottenere i risultati sperati, dal momento che essa tollerò che la tumulazione nelle chiese fosse continuata dai vari ospedali e dalle confraternite; inoltre, come risulta dalla succitata circolare del 1816, nei primi anni della Restaurazione era divenuta consuetudine esumare i cadaveri, già sepolti nei cimiteri fuori le mura, per inumarli nelle chiese (Krogel ha definito questa pratica «la nuova moda della sepoltura ad sanctos»). Il debole intervento in campo funerario tentato dal governo nel 1816 fu facilmente rintuzzato proprio dai membri delle basse sfere ecclesiastiche: il 1 settembre 1816 il segretario di Stato Ercole Consalvi inviava al segretario della Sacra consulta un esposto, inoltrato dal popolo di Moricone, in Sabina, riguardante lo spregiudicato comportamento dell'arciprete del paese, don Rocco Passacantilli, il quale, ad onta delle recenti disposizioni, aveva arbitrariamente cessato le tumulazioni nel cimitero eretto sotto il governo francese, per riprendere il seppellimento nella chiesa parrocchiale, situata nel mezzo dell'abitato, con «emanazioni di fetore pestilenziale» 20.

Il 17 giugno 1817, la Sacra consulta, nella sua veste di magistrato supremo di sanità, ordinò la costruzione, in tutte le città, terre e castelli dello Stato pontificio, di cimiteri posti fuori dell'abitato, e a debita distanza dal medesimo, da realizzarsi, con la massima sollecitudine possibile a spese dei rispettivi comuni 21. Tale decreto mirava ad estendere i provvedimenti varati per la città di Roma a tutti i territori dello Stato della Chiesa, in modo da uniformare finalmente il regolamento d'inumazione. Nei dieci articoli del citato decreto venivano fissate le norme di costruzione dei nuovi cimiteri: il fondo prescelto avrebbe dovuto essere di capacità ed estensione proporzionate al numero degli abitanti, comprensivo di spazi per sepolcri particolari (gentilizi), qualora qualcuno volesse erigerli per sé e per la propria famiglia; il terreno del cimitero doveva essere di natura argillosa e il campo santo cinto all'intorno da mura e chiuso da una porta d'ingresso. Inoltre esso stabiliva che tutti, nobili, poveri, ecclesiastici e privilegiati, fossero tumulati nel suddetto cimitero, tranne le famiglie aristocratiche a cui era riconosciuto il diritto di costruire sepolcri particolari in cappelle rurali; si stabiliva infine che le sepolture nelle chiese della città di Roma venissero chiuse e stipate, e si provvedesse con fumigazioni a disinfettare e depurare l'aria, fin quando non fossero stati attivati nuovi luoghi di sepoltura; per i comuni sprovvisti di cimitero si proponeva la provvisoria tumulazione dei cadaveri in luogo o chiesa rurale fuori dell'abitato, nel rispetto delle norme sanitarie 22. La situazione, nonostante gli sforzi legislativi del governo, non era destinata a migliorare: se provvedere di un cimitero i comuni dello Stato pontificio non appariva impresa proibitiva, tenendo conto soprattutto della bassa densità abitativa di essi, creare una simile struttura per la città di Roma costituiva impresa di ben altra portata; nella capitale, infatti, nonostante decreti e circolari, si continuava a seppellire nelle chiese o nei cimiteri all'interno delle mura cittadine e d'altra parte, in mancanza di luoghi appositi, non si sarebbe potuto fare altrimenti: il 7 agosto 1817, gli «Inquilini adiacenti all'Ospedale di San Giacomo degli Incurabili» inviarono un reclamo alla direzione generale di polizia, per protestare contro i lavori effettuati nel cimitero contiguo a detto ospedale, miranti a stabilirvi un locale per le dissezioni dei cadaveri, «il che aumenterebbe di molto il fetore che già risentono per l'esalazioni provenienti dal cemeterio» 23.

Una situazione non dissimile si trovavano a vivere i romani domiciliati nei pressi dell'Ospedale di Santo Spirito: il fetore promanante dalle sepolture del cimitero aveva spinto lo stesso "Commendatore" a richiedere una perizia medica ai primari dell'Arcispedale, per verificare se le esalazioni d'aria tramandate dal cimitero potessero produrre conseguenze «dannose all'umanità» 24. La relazione di Domenico Morichini, pervenuta al tribunale della Consulta il 1 maggio 1817, confermava i timori generali:

La chiusura dei sepolcri con doppio chiusino [la lastra di marmo che divideva le sepolture dall'esterno], a calce viva interposta fra i due, è il solo mezzo sicuro di precludere ogni svolgimento di gas putridi dai sepolcri murati. Prima di venire all'adozione di questo mezzo, in un cimitero posto dentro la città, in un'eminenza ventilata, e posto al sud dei Palazzi Vaticani, veda il Sacro Tribunale se non sarebbe forse più conveniente di abolire questo, e mettere in attività i due già cominciati fuori della città 25.

Il 28 febbraio 1824, papa Leone xii emanò nuove disposizioni sui «campi mortuari», che prevedevano la concessione del diritto di sepoltura in chiesa esclusivamente a chierici, frati e suore. Inoltre si ponevano i cimiteri sotto l'immediata dipendenza dei vescovi e si ristabiliva il diritto d'asilo e l'immunità per essi, in quanto luoghi religiosi 26. Tuttavia, per volere del Papa, non fu ancora espresso un generale divieto alle tumulazioni in chiesa, dal momento che, come si è detto, non esisteva una valida alternativa al tradizionale luogo di sepoltura e la costruzione del cimitero comunale procedeva lentamente. L'azione del governo restò incerta fino al 1832, anno del dilagare in Europa di una violenta epidemia di colera: l'orribile prospettiva della diffusione del cholera morbus anche in Italia, e particolarmente nelle terre pontificie, scosse dal torpore l'amministrazione papalina e pose drammaticamente in luce la necessità di provvedere alla creazione di un cimitero comunale che potesse accogliere, nel caso sventurato di propagazione del morbo a Roma, un elevato numero di cadaveri 27. Fu proprio in vista di tale pericolo che il segretario di Stato, cardinal Bernetti, propose alla Sacra consulta di trasformare in cimitero il Colosseo, luogo ritenuto adatto alle tumulazioni, perché molto distante dalla città e santificato dal sangue di tanti martiri; la scelta del Colosseo come nuovo camposanto di Roma avrebbe garantito all'amministrazione un notevole risparmio economico, dal momento che, secondo il Bernetti, tale edificio si adattava particolarmente all'uso proposto: le tombe normali sarebbero state allestite negli ambulacri (volte sotterranee), mentre per le sepolture dei «particolari» sarebbero stati utilizzati i numerosi archi (portici) dell'anfiteatro 28. La Sacra consulta respinse il progetto, motivando il rifiuto non solo con ovvie considerazioni storiche e artistiche, ma anche evidenziando gli impedimenti tecnici che ne avrebbero ostacolato la realizzazione: l'edificio, posto, per quanto lontano dall'abitato, pur sempre all'interno delle mura di Roma, era percorso nella parte sotterranea dalle acque provenienti dai colli vicini; seppellirvi i cadaveri avrebbe certamente causato l'inquinamento della falda freatica e le pestilenziali esalazioni avrebbero potuto, per azione dello scirocco, raggiungere i luoghi abitati della città 29.

I crescenti problemi della sanità pubblica resero necessario, a questo punto, un riordinamento del settore dal punto di vista istituzionale. Come si è visto finora, la materia della sanità pubblica aveva fatto capo a varie autorità, e in specie al Camerlengato e alla Sacra consulta; il 20 aprile 1834 venne costituita la congregazione speciale di sanità, la quale, posta sotto la presidenza del segretario di Stato per gli affari interni (nonché presidente della Consulta) 30, assunse il controllo della salute pubblica vigilando sulla ripresa dei lavori al Verano. Tuttavia, non mancarono proposte e progetti per la realizzazione di nuovi cimiteri. Tra di esse, ricordiamo quella del parroco di San Tommaso in Parione, Giulio Cesare Gabrielli che, nel 1835, presentò la propria originale proposta:

Siccome poi il Tevere lambisce la città di Roma dalla Porta del Popolo fino presso la Porta San Paolo e la latitudine del Tevere è tale che sicuramente rompe e dissipa qualunque esalazione, sulle sponde del Tevere vi sono luoghi attissimi per la costruzione di vasti cimiteri ed assegnate a ciascuno di essi le diverse parrocchie si otterrà l'intento nel modo più conveniente possibile e il Popolo non solo non sarà tanto urtato per tale provvidenza, ma frequenterà quei luoghi pii per devozione 31.

La proposta del Gabrielli di creare cimiteri autonomi non venne accolta; la sua esistenza testimonia, in ogni caso, la volontà di trovare una soluzione concreta ad un problema urgente che rispettasse, al contempo, interessi religiosi, medici e sensibilità popolare nei confronti della morte.

L'urgenza di varare provvedimenti indispensabili per la tutela della salute pubblica, spinse il cardinal vicario Carlo Odescalchi, ad emanare, il 1 settembre 1835, una notificazione riguardante il nuovo cimitero al Campo Verano, in vista della cerimonia di benedizione di esso, prevista per il 3 settembre. Il documento rappresentava il tentativo attuato dalle autorità pontificie di ottenere il gradimento riguardo alla nuova struttura attraverso uno scritto suasivo, che ne esaltasse le caratteristiche: contro le obiezioni popolari che lamentavano la grande distanza del cimitero dall'abitato, la scarsa sicurezza per i visitatori e il distacco dei defunti dai luoghi ad essi familiari, il Vicario richiamava alla mente la santità del luogo di costruzione del nuovo cimitero, vicino alle catacombe dei Martiri e contiguo alla Basilica di San Lorenzo, i benefici derivanti alla salute dalla cessazione delle sepolture nelle chiese, nonché la maggior tranquillità di cui i defunti, tumulati in un luogo ad essi riservato, avrebbero goduto. Per chi avesse voluto partecipare alla solenne benedizione del Verano, l'Odescalchi annunciava, inoltre, la concessione, da parte del pontefice, di un'indulgenza di sette anni; come a dire che furono utilizzati proprio tutti i mezzi, materiali e spirituali, per piegare la popolazione romana al rispetto di disposizioni sanitarie che erano state emanate per proteggerla 32. Il 3 settembre 1835, il cardinal vicario compì solennemente la benedizione del Verano e l'anno successivo fu varata la prima regolamentazione sul nuovo sistema d'inumazione, che faceva capo al cimitero comunale di San Lorenzo.

Il 17 giugno 1836 un decreto ufficiale del Vicario stabiliva che, dal 1 luglio 1836, tutte le salme di Roma dovessero essere sepolte al Campo Verano 33. Da tale provvedimento erano esclusi: i sommi pontefici, i sovrani, i principi reali, i cardinali, i vescovi, i prelati di Fiocchetto e «fino a nuove disposizioni tutti i possessori di cappelle con sepolcro gentilizio e anco i possessori di semplici sepolcri gentilizi e familiari» 34(articolo xvi del decreto). Lo stesso 17 giugno, dalla Presidenza degli Archivi, giungeva ai notai l'ordine di non stipulare nuovi contratti per l'acquisto dei sepolcri gentilizi nelle chiese di Roma 35.

Le inumazioni in Chiesa erano, dunque, espressamente vietate, tranne nei casi previsti dall'art. xvi; era ugualmente vietata la concessione in esse di luoghi particolari per la sepoltura dei cadaveri; si vietava, inoltre, la costruzione nelle chiese di nuovi sepolcri e si proibivano donazioni, acquisti, concessioni e passaggi di proprietà di tombe gentilizie, «sotto pena di nullità» 36.

Nel decreto del 1836, inoltre, furono stabilite norme fondamentali, volte al consolidamento dei residui diritti lasciati alle parrocchie, le quali, con l'entrata in vigore del nuovo ordinamento di tumulazione, avevano perduto una notevole fonte di guadagno. Il Vicario, per compensare le Chiese parrocchiali della perdita della tassa di sepoltura e delle oblazioni per le concessioni dei sepolcri gentilizi, stabilì che tutti i funerali avrebbero dovuto tenersi nella chiesa parrocchiale propria del defunto, vietando le esequie in altre chiese: nel caso in cui, comunque, gli eredi avessero voluto far celebrare il funerale nella chiesa tumulante, alla chiesa parrocchiale sarebbe spettato tutto l'emolumento funebre e il rimborso per la cera (le candele), tranne la tassa di sepoltura, ovviamente da versarsi alla chiesa tumulante.

Allegato al decreto vi era poi un regolamento riservato ai parroci, i quali, pur occupando il gradino più basso della scala ecclesiastica, rappresentavano, per la realizzazione del progetto, l'elemento fondamentale che ne avrebbe potuto determinare il fallimento o la riuscita. Esso costituiva un dettagliatissimo vademecum, di cui ricordiamo i punti fondamentali:

1. tutti i cadaveri dovevano essere incassati e le casse chiodate, dopo 15 ore nei casi di malattia, dopo 24 ore nei casi di apoplessia (infarto);

2. i parroci dovevano apporre, in nero, sulla cassa, un segno di riconoscimento per il sesso della salma (M per maschio, F per femmina, E per ecclesiastico), e una croce. Per i bambini non battezzati dovevano essere utilizzate cassette senza croce 37;

3. i trasporti dei cadaveri, fino al cimitero-deposito di Santa Maria della Consolazione, dovevano essere accompagnati da un chierico e da un sacerdote, pagati dagli eredi (rispettivamente 10 e 20 baiocchi); essi dovevano avvenire «dalla mezz'ora di notte fino ad un'ora e mezza di notte» (ossia da mezz'ora dopo il tramonto del sole fino ad un'ora e mezza dopo) 38 e per i poveri essere gratuiti. Infine, si obbligavano i parroci a stabilire nelle loro parrocchie camere mortuarie comunicanti con la chiesa.

La ferrea volontà del pontefice Gregorio xvi, promotore della realizzazione del cimitero comunale, non fu tuttavia sufficiente a garantire la riuscita del progetto: anche all'interno dell'amministrazione dello Stato pontificio, infatti, i provvedimenti presi furono accolti, nonostante i decreti papali, con palese ostilità, come dimostrano le proteste del cardinal Vicario al segretario di Stato per gli affari interni, Gamberini.

L'ostilità malcelata nei confronti del nuovo regolamento funerario e della gestione centralizzata della morte trapelava all'interno della stessa amministrazione pontificia, rivelando quanto fosse labile, tra i suoi membri, l'adesione ad un progetto voluto, con ferma tenacia, esclusivamente da Gregorio xvi.

Non dissimile era la situazione nei comuni dello Stato della Chiesa: da vari luoghi, infatti, giungevano al governo esposti e rimostranze riguardanti la poca adesione e lo scarso rispetto verso le nuove leggi, puntualmente disattese e decisamente invise alla maggior parte delle persone: esse, infatti, pur lamentando il fastidio provocato dalle pestilenziali e nocive esalazioni, aborrivano l'idea di "abbandonare" i propri cari in cimiteri lontani dalla città e dai luoghi ad essi familiari, continuando a favorire l'uso dell'antica pratica.

Il 29 luglio 1836, il prolegato di Ravenna informava il cardinal Gamberini (presidente della Congregazione speciale di sanità) del fatto che, nonostante l'esistenza di un «pubblico, decente e religioso cemeterio» e ad onta delle vigenti disposizioni, nella sua città si continuava a seppellire nelle chiese: egli, allora, sollecitava un intervento del governo, affinché prendesse provvedimenti a riguardo e revocasse le eccezioni contemplate dalla legge per gli appartenenti alle confraternite; si era diffusa, infatti, tra le persone abbienti, l'usanza di iscriversi in punto di morte a qualche pio sodalizio, beneficiando, in tal modo, delle concessioni ad essi elargite dai pontefici (ossia la facoltà di poter essere sepolti in chiesa). Accadeva, così, che i ricchi finissero coll'essere sepolti in chiesa e gli indigenti al cimitero. Eliminare, dunque, indulti e concessioni, avrebbe costituito, secondo il prolegato, il presupposto per il rispetto generale delle nuove normative 39.

Le difficoltà e le resistenze che, come si è visto, erano comuni a tutto lo Stato pontificio, vennero superate dall'avvento, nell'anno successivo, della temuta e preannunciata epidemia di colera, la quale avrebbe accelerato il processo di trasformazione dei riti di sepoltura stravolgendo usi, costumi e convinzioni pseudo-religiose, con le sue impellenti necessità.

La violenta epidemia di colera, diffusasi in Europa a partire dal 1832, raggiunse l'Italia nei primi mesi del 1836; in breve tempo numerose città del settentrione furono invase dal morbo. L'avanzata dell'epidemia, che pareva inarrestabile, costrinse anche Roma a prendere coscienza del vicino pericolo, soprattutto in vista dell'estate, stagione più adatta alla diffusione del morbo. Sulla scia dei provvedimenti presi per fronteggiare l'imminente epidemia, il 17 giugno del 1836, fu emessa la circolare sulla costruzione e attivazione del cimitero Verano, un provvedimento la cui tempestività induce a riflettere sulle alte probabilità che il governo riteneva avesse il morbo di diffondersi anche nella capitale.

Il 27 giugno 1837 fu presentato alla Commissione straordinaria di pubblica incolumità un rapporto stilato dai componenti di una deputazione speciale, incaricata di osservare e segnalare i «luoghi ne'contorni di Roma» più adatti «a servire da Cemeteri, qualora il morbo asiatico disgraziatamente attaccasse la città» 40. Era dunque chiaro che le autorità ritenevano essere il Verano struttura insufficiente ad accogliere, in caso di necessità, l'alto numero di cadaveri mietuti dal colera, e cercassero di approntare cimiteri provvisori in cui la sepoltura, anziché in camere in muratura (così come avveniva nel Verano), fosse realizzata a sterro.

Non trascorsero molti giorni che il morbo fece il suo ingresso nella città: il 23 luglio si ammalò un'albergatrice, domiciliata nei pressi di Monte Citorio: il 28 luglio 1837, il Principe Chigi annotava nel suo Diario la notizia di una probabile diffusione del colera nell'ospedale di San Giacomo degli Incurabili, dove si diceva fosse morto un soldato con sintomi colerici 41. La realtà diventò innegabile anche per il governo: dall'ospedale di San Giacomo posto in isolamento, il morbo si diffuse all'ospedale di San Pietro, a Fiumicino e all'ospedale di Santo Spirito.

Nonostante le autorità preposte alla tutela della pubblica salute avessero cercato, attraverso l'attivazione del Verano, e di altri luoghi straordinari per la sepoltura dei cadaveri, di prevenire alcuni dei problemi conseguenti al diffondersi dell'epidemia, nel momento del bisogno le strutture approntate si rivelarono insufficienti. La situazione si presentava complessa anche nella campagna: la Confraternita dell'Orazione e Morte, alla quale era stato concesso, nel decreto del 1836, il diritto di effettuare inumazioni di salme rinvenute nella campagna romana, in qualsiasi momento davanti alle porte della città, seppelliva i cadaveri sul luogo del ritrovamento, contrassegnando le tombe con croci, probabilmente per poterle rintracciare in seguito 42. Il naufragio dell'organizzazione funeraria fu testimoniato anche dal dottor Cappello, il quale, convocato dalla Segreteria della Sacra consulta, insieme al Conte Luigi Primoli, fu chiamato a constatare la veridicità dei reclami inviati alla Congregazione, Supremo tribunale di sanità, e relativi alla presenza nel pubblico cimitero di «cadaveri a fior di terra e di talune loro membra portate via da animali di rapina» 43. La relazione del Cappello confermò che «i reclami erano zero rispetto a quanto dovette egli verificare con orrore e raccapriccio» 44; dal rapporto emergeva tutto il suo sdegno:

Interrogato dai sottoscritti (Cappello e Primoli) il custode del cemeterio se le preventive istruzioni date dalla Congregazione riguardo al seppellimento de cholerici, prima dello sviluppo del cholera, e che la sorveglianza sul medesimo passasse alla straordinaria commissione dell'incolumità di Roma, fossero state religiosamente eseguite, egli diede risposta affermativa!!! Passati ad esaminare attentamente tutte le circostanze, si vide tantosto che in fondo del cimiterio stava una artificiale apertura che metteva nella possessione del signor marchese Sacripanti, nel cui campo si era stabilito il cemeterio cholerico che neppure era cinto da un fratticcio!! Interrogato inoltre il custode se la seppellizione fosse stata a campo aperto ed a carne nuda con un cadavere appresso l'altro con calce viva e tre palmi sotterra, non solo rispose affermativamente, ma pochi istanti dopo mostrò una quantità di calce viva che affermava essere avanzata. Praticate poscia qua e là le debite indagini si trovarono i cadaveri sino a tre fila l'un sopra l'altro ammonticchiati, e dentro casse, o vestiti: e se taluni erano a nudo neppure un atomo di calce era stato su di loro versato. Pur troppo alcun di essi appariva alla superficie del terreno, e talune membra giacevano allo scoperto. Ma quale fu il raccapriccio della commissione nel verificare che la seppellizione de' cholerici si era incominciata quando il morbo era giunto al suo acme, cioè dal dì 27 agosto fino al dì 14 settembre, nel quale spazio 7000 erano i cholerici quivi alla rinfusa sepolti! Dal che segue quanto sia stato micidiale il romano infortunio: poiché la mortalità avanti il 27 agosto fu di gran lunga maggiore, ed i cholerici si seppellirono nelle sepolture concamerate 45.

Il disfacimento dell'organizzazione funeraria evidenziò, tra l'altro, la frattura esistente tra i più alti organi dello Stato e il basso clero; il nuovo ordinamento, varato per volontà di Gregorio xvi, e sostenuto dal cardinal Vicario e dalla Sacra consulta, fu ignorato e sabotato dai parroci, i quali, per loro stessa missione, vivendo a stretto contatto con la popolazione, avrebbero dovuto far da tramite per le leggi e i decreti che non potevano raggiungerla direttamente.

Durante l'epidemia di colera, la religiosità del popolo romano era cresciuta proporzionalmente alla paura della morte e alla consapevolezza dell'impotenza del governo; ciò fece sì che la chiesa, luogo religioso e asilo sicuro, fosse considerata come unico punto di riferimento. Tale stato di cose determinò il rinnovarsi di situazioni largamente conosciute: il 12 dicembre 1837 la Direzione generale di polizia inviava alla Congregazione speciale di sanità un rapporto riguardante una rivolta popolare avvenuta a Subiaco: i carabinieri pontifici di Subiaco riferirono che, malgrado l'ormai noto divieto, la plebe voleva di nuovo seppellire i propri familiari nella chiesa, sobillata dal clero locale, che l'anno precedente aveva ostacolato la costruzione del cimitero del paese. I carabinieri riferirono in tal modo: «simile manovra suscitata per spirito d'interesse porterà per certo o in un giorno o in un altro [che] il popolo attizzato darà di mano tumultuariamente ai cadaveri, che porterà vagando a pieno giorno, e così a forza si principierà di nuovo all'antico sistema, e quindi riuscirà impossibile di più reprimerlo» 46.

La trasformazione del processo di tumulazione e l'attivazione del cimitero comunale del Verano, la cui realizzazione era stata molto accelerata dal timore del governo dell'eventuale diffusione del colera nella città, costituirono per Roma una conquista fittizia; la realtà di tutti giorni, infatti, presentava l'immagine di una popolazione fortemente legata alle tradizioni religiose. Inoltre la farraginosa struttura ideata fu del tutto inadeguata a gestire una situazione d'emergenza come quella determinata dal colera: le cifre ufficiali parlavano di 9372 casi di "colerosi", di cui 3953 scampati al terribile morbo e 5419 deceduti. La popolazione romana, e soprattutto le classi più elevate, alle quali era stato concesso il diritto di sepoltura nelle chiese qualora vi possedessero sepolcri gentilizi, poste dinanzi alla necessità del momento non si opposero alle nuove procedure; ma, passata l'emergenza, anche la popolazione minuta richiese la sepoltura entro le chiese e l'aristocrazia, che poteva effettivamente rivendicare il possesso di questo diritto, concesso dallo stesso pontefice, tornò a fruire di esso. Negli anni successivi allo scoppio dell'epidemia, infatti, si diffuse fra le famiglie aristocratiche l'uso di inviare suppliche alla Sacra consulta, onde ottenere l'autorizzazione a trasferire i resti dei defunti appartenenti a tali casate dai vari luoghi di inumazione, dove erano stati provvisoriamente collocati, nei sepolcri gentilizi all'interno delle chiese; il permesso generalmente veniva accordato, anche se la morte fosse avvenuta per colera (!). Così avvenne, infatti, per la richiesta inoltrata da Pietro Giraud il 18 marzo del 1840, relativa al trasferimento della salma di Agnese Negroni, moglie del richiedente, morta di colera nel 1837, dal cimitero Verano alla cappella gentilizia di famiglia 47. Più o meno nello stesso periodo, il Principe D. Agostino Chigi, testimone col suo Diario degli avvenimenti del 1837, inviava al cardinal Gamberini, presidente della Congregazione sanitaria, la richiesta di esumazione della salma del figlio, morto di colera, dal cimitero pubblico, onde tumularla nel sepolcro gentilizio posto nella chiesa di Santa Maria del Popolo 48. Nel 1841, una lettera del medesimo tenore veniva indirizzata alla Sacra consulta dal conte Alessandro Bolognetti Cenci, il quale chiedeva il permesso di esumare la salma del padre Virginio che, «stante le misure sanitarie allora in vigore fu sepolto nel terreno adiacente alla Cappella fuori Porta Pia, in una fossa a tal uopo benedetta», al fine di inumarla nella cappella gentilizia posta nella Chiesa di Gesù Maria 49. A scuotere la stagnante posizione del governo in materia di politica funeraria contribuì, sia pure indirettamente, l'ascesa al soglio pontificio del cardinal Giovanni Maria Mastai Ferretti, nel giugno del 1846, che determinò grandi cambiamenti nella vita della capitale: nella tradizionale politica conservatrice attuata dai precedenti pontefici ed in particolare da Gregorio xvi, tenacemente avverso alla diffusione nello Stato d'idee di matrice liberale, si aprì lo spiraglio dell'innovazione e del progresso.

Nel novembre del 1849, il Consiglio municipale di Roma, a cui Pio ix aveva recentemente restituito autorità e competenze presentò all'Uditore generale della Camera apostolica un progetto sull'ordinamento del campo Verano: la competenza su di esso, infatti, con la riforma municipale, era stata ceduta dalla Camera apostolica al Comune di Roma, insieme con gli altri servizi pubblici.

Il nuovo regolamento funerario, elaborato dal Consiglio comunale, poneva l'accento su questioni fino ad allora ignorate, ma fortemente sentite dalla sensibilità popolare o dalle recenti istanze medico-scientifiche: esso si proponeva, infatti, con «spirito altamente civile» 50, di introdurre, nelle tradizionali pratiche di sepoltura, cambiamenti volti soprattutto all'attivazione di un rigoroso sistema di verifica dei decessi, creato per ovviare ai pericoli della morte apparente.

Il diffuso timore di poter essere sepolti vivi rendeva l'introduzione di questa pratica assolutamente necessaria e ne faceva il punto focale del nuovo regolamento: ad esso erano poi affiancate le proposte di introdurre la sepoltura a sterro, della cui utilità si parlava ormai da diversi anni, e, qualora il caso lo richiedesse, di autorizzare la ricognizione dei cadaveri da parte dei ministri del Tribunale criminale (introduzione dell'autopsia criminologica).

Riguardo alla struttura del Verano e ai luoghi riservati alle sepolture, il regolamento prevedeva la creazione di sette scompartimenti, contrassegnati dalle prime sette lettere dell'alfabeto e riservati a diverse categorie di persone: il primo agli uomini, il secondo alle donne, il terzo ai fanciulli d'età inferiore ai sette anni, il quarto alle fanciulle di pari età, il quinto agli ecclesiastici, il sesto ai bambini nati morti, il settimo ai «delinquenti che morivano in luogo di pena» 51. Le fosse del cimitero, scavate in linea retta e parallele tra loro per tutta la lunghezza dello scompartimento, costruite in modo che rimanesse tra l'una e l'altra uno spazio di terreno "sodo", dovevano avere due metri di profondità e sei decimetri di larghezza 52. Ogni reparto doveva disporre di una fossa pronta per il seppellimento, tale da poter contenere il numero di cadaveri "raccolti" in otto giorni. L'articolo xvii del regolamento, inoltre, stabiliva che gli ordini religiosi, i quali «non avessero cimiterio nel proprio convento» 53, potessero acquistare, nel Verano, uno scompartimento ad essi riservato. I sepolcri particolari venivano concessi dal Comune dietro pagamento di una somma da versare all'esattore comunale ed erano numerati: essi, come accadeva per le antiche tombe romane, dovevano recare al lato l'indicazione della quantità d'area occupata; la loro capacità poteva essere variabile, mentre la profondità era fissata a due metri. La seconda parte del regolamento, intitolata "Norme per l'uso del Camposanto", era riservata alla definizione delle norme e della prassi di polizia mortuaria.

Il progetto, approvato dal cardinal Vicario Costantino Patrizi, fu respinto dalla Presidenza di Roma e Comarca e dal Ministero dell'interno a causa delle obiezioni mosse da mons. Uditore generale della reverenda Camera apostolica 54, soprattutto riguardo al nuovo ruolo assunto dai medici nell'accertamento dei decessi: costui, infatti, affermava non poter essere vincolante l'autorizzazione del medico verificatore per consentire ai parroci il trasporto dei cadaveri in chiesa, perché il defunto, in quanto cosa sacra, riguardava e poteva riguardare esclusivamente il sacerdote; la morte era considerata innanzitutto evento di natura religiosa, per cui la salma ricadeva, con tutto quello che ad essa concerneva, nelle competenze della parrocchia o tutt'al più della giustizia, nei casi di morte sospetta, e non certo, dunque, del Comune. In realtà, ad essere messo in discussione era lo stesso potere legislativo del Consiglio comunale, al quale venivano negati poteri che non fossero strettamente amministrativi: il Consiglio provinciale e il Ministero degli Interni, ossia le autorità curiali, ritenevano che il Comune avesse ecceduto le sue competenze, arrogandosi diritti spettanti esclusivamente agli organi governativi. Il 12 aprile 1850 il Ministro dell'interno, Domenico Savelli, inviava all'Uditore generale una lettera nella quale erano contenuti i motivi dell'opposizione del governo al progetto e la preghiera dello scrivente affinché questi fossero comunicati alle autorità municipali, sanzionando in tal modo il definitivo rifiuto al nuovo regolamento cimiteriale. Cominciava così a delinearsi la contrapposizione tra autorità laica ed ecclesiastica, che rimarrà sostanzialmente irrisolta fino al 1870; un contrasto, questo, di difficile composizione, in quanto l'autorità municipale, al di là di qualsiasi considerazione religiosa, aveva esclusivamente una visione laica della morte e si interessava alla risoluzione dei problemi pratici connessi alla sua gestione, come, ad esempio, il problema di impedire il pericolo delle morti apparenti attraverso l'operato di medici preposti a tale compito e di proporre riforme sulla base delle nuove istanze igieniche e civili.

Negli anni compresi tra il 1860 e il 1870, i lavori di sistemazione e ampliamento del Verano proseguirono sotto la guida dell'architetto cav. Pietro Merolli. Agli inizi del 1862 il camposanto poteva dirsi quasi del tutto completato: erano stati infatti realizzati il muro di cinta, la cappella e la camera di deposito per i cadaveri; si era provveduto a costruire un piccolo locale per le autopsie, contiguo al reparto riservato ai nati morti e ad acquistare una parte della vigna Oglietti, nel vicolo della Ranocchia, con la quale si realizzò una nuova via d'accesso per i carri mortuari; allo stesso tempo, in una vigna di proprietà dei PP. Cappuccini, si andava sistemando il Pincetto, ossia la parte alta del camposanto, che avrebbe costituito il cimitero monumentale (essa venne così chiamata per una certa sua rassomiglianza con la pubblica passeggiata del Pincio) 55.

Nel 1870, l'annessione di Roma allo Stato italiano e la perdita del potere politico da parte della Chiesa non significarono la rinuncia di quest'ultima ad intervenire nelle questioni strettamente legate alla gestione della sepoltura: l'influenza dell'autorità religiosa era ancora abbastanza forte da impedire alle istanze civili di affermarsi pienamente, e si palesò, negli anni successivi all'Unità, attraverso l'opposizione alla sistemazione interconfessionale del cimitero Verano.

Note

1. P. Ariès, Storia della morte in Occidente dal Medioevo ai giorni nostri, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 1994, p. 28

2. Ivi, pp. 29-30.

3. L'affermazione e l'ampia diffusione dell'istituto confraternale (la cui origine risale probabilmente ai primi secoli del cristianesimo) fu ritenuta strettamente collegata alla soddisfazione di quelli che erano i bisogni più urgenti della società, e certamente, fin dal xvi secolo, numerose furono le possibilità di applicazione della carità e della solidarietà umana praticate dalle confraternite romane, dal momento che gli organi assistenziali dello Stato pontificio non riuscivano a far fronte alla vastità dei bisogni della popolazione. Sotto questa luce, le varie confraternite rappresentano una risposta a necessità sociali sempre più pressanti e un tentativo di razionalizzazione e strutturazione di servizi dimenticati o mai organizzati dallo Stato. Tutti i pii sodalizi, sia di devozione che di pietà, e ancor più quelli originati dai mestieri, ebbero tra i loro compiti (e tra i più importanti) quello di prestare assistenza ai propri confratelli in punto di morte e garantire ad essi la certezza di una decorosa sepoltura: sembra che la massiccia adesione a questi pii sodalizi debba essere in parte spiegata con la volontà di assicurarsi un funerale solenne, che nella Roma dei secoli xv-xviii era appannaggio esclusivamente dei ricchi. A Roma, infatti, ancora nel xvi secolo, non esisteva un servizio funebre organizzato, pubblico o di un ente privato: erano le singole famiglie a doversi occupare del trasporto dei loro morti in chiesa per le esequie e della sepoltura nel cimitero della rispettiva parrocchia; solo le famiglie iscritte a qualche confraternita, se prive di mezzi, potevano beneficiare della solidarietà dei confratelli e di una sepoltura decorosa. Alle famiglie povere e non iscritte ad alcuna confraternita doveva provvedere la carità dei passanti: qualche persona di buona volontà raccoglieva le offerte dei passanti e ottenuta una somma sufficiente incaricava due facchini di portare il cadavere, steso su una tavola, al cimitero per il seppellimento. (Il termine cimitero era comunque usato in questo periodo, pur non avendo l'accezione moderna per i motivi già esposti; esso indicava infatti, all'epoca, l'area sottostante l'atrio delle chiese, adibito per l'appunto a luogo di sepoltura). Aderire ad una confraternita significava dunque acquisire vantaggi e privilegi impensabili per persone appartenenti a classi sociali non elevate e completamente prive di mezzi. Cfr. V. Paglia, Le confraternite e i problemi della morte a Roma nel Sei-Settecento, in L. Fiorani (a cura di), Le confraternite romane, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1984; V. Paglia, La morte confortata. Riti della paura e mentalità religiosa a Roma nell'età moderna, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1982; M. M. Lumbroso ­ A. Martini, Le confraternite romane nelle loro chiese, Fondazione Marco Besso, Roma 1963; H. Gross, Roma nel Settecento, Laterza, Roma-Bari 1990; L. Fiorani, Il secolo xviii, in Riti, cerimonie, feste e vita di popolo nella Roma dei Papi, Cappelli, Bologna 1970.

4. S. Santori, Sulle condizioni igieniche del cimitero comunale di Roma al Campo Verano, estratto dagli "Annali d'igiene sperimentale", vol. xviii, fasc. ii, Tip. Soc. Editrice D. Alighieri, Roma 1898, p. 4.

5. Nonostante a Roma fosse invalso l'uso di seppellire i cadaveri in cimiteri camerati (grosse camere sotterranee in cui i cadaveri venivano semplicemente adagiati) si levavano sovente voci a difesa dell'inumazione (sepoltura in-humo, ossia in terra). Tra esse, quella del parroco di S. Tommaso in Parione, Giulio Cesare Gabrielli, il quale, in un progetto per la realizzazione di nuovi cimiteri presentato il 27 agosto 1835, esaltava il metodo dell'inumazione come «il più naturale e più antico, più salubre e più economico che è quello usato a Londra e in tutta l'Inghilterra, nella Scozia a Parigi e in tutta la Francia, a Milano, a Firenze, in Germania e a Bologna» (città pontificia). Questo metodo consiste nel seppellire i cadaveri in terra sciolta «mercé uno scavo di terra per ciascun cadavere, senza cassa alla profondità di sei palmi e colla cassa alla profondità di otto». La scelta dell'inumazione comporta diversi vantaggi: «Questo metodo è il migliore sia per l'oggetto, (la terra) perché è il più assorbente, sia per l'economia pubblica perché di altro non abbisogna che di un recinto murato, mentre la grande spesa per i cimiteri camerati è lo scavo da farsi in tutto il recinto alla profondità almeno di trenta palmi, il trasporto altrove della terre scavate, la costruzione di muri divisori, delle volte e delle pietre (che in tutto sono spese immense)». Cfr. Archivio Storico del Vicariato (d'ora in poi asvic), Atti di Segreteria, t. 14, "Progetti di cimiteri, 1835".

6. A. La Padula, Roma e la Regione nell'Epoca Napoleonica. Contributo alla storia urbanistica della città e del territorio, Ist. Edit. Pubblicazioni Internazionali, Roma 1969, p. 41.

7. Ivi, p. 130.

8. "Bollettino delle leggi e decreti imperiali pubblicati dalla Consulta Straordinaria negli Stati Romani", n. 15, vol. i, p. 367, presso Luigi Perego Salvioni, Roma 1809.

9. Ibid.

10. Archivio di Stato di Roma (d'ora in poi asr), Congregazione del Buon Governo, serie iii, b. 126, "Preciso di Fatti avvenuti per la costruzione de' Cemeterj di Roma", 31 gennaio 1812.

11. Ibid.

12. La Padula, Roma e la Regione..., cit., p. 130.

13. La popolazione romana era fortemente avversa a tale tipo di tumulazione, ritenuta indegna per i cattolici. Significativo era l'uso dell'inumazione presso le minoranze religiose presenti nella capitale (ebrei e acattolici), mentre la sepoltura religiosa in terra consacrata non era negata neppure ai condannati a morte (purché di fede cattolica), i corpi dei quali venivano deposti nelle camere sotterranee della chiesa di San Giovanni Decollato, sempre nel rispetto delle gerarchie sociali: i condannati a morte appartenenti al clero o alla nobiltà venivano sepolti in chiesa, mentre gli altri condannati erano destinati alla fossa comune nel portico. Cfr. O. Montenovesi, Il Campo Santo di Roma. Storia e descrizione, L'Universelle, Roma 1915, p. 17; Paglia, Le confraternite e i problemi della morte a Roma..., cit., p. 204; G. C. Gabrielli, "Progetti di cimiteri", 1835, in asvic, Atti di segreteria, t. 14.

14. asr, Congregazione del Buon Governo, s. iii, b. 126, "Preciso di Fatti avvenuti per la costruzione de' Cemeterj di Roma", s. p., 1811.

15. Ivi, 1814.

16. W. Krogel, All'ombra della Piramide. Storia e interpretazione del cimitero acattolico di Roma, Unione Internazionale degli Istituti di Archeologia Storia e Storia dell'Arte in Roma, Roma 1995, p. 34.

17. asr, Congregazione Speciale di Sanità, b. 188, s. p, "Cimiteri e sepolture in chiesa", 1815.

18. Ibid.

19. Ibid.

20. Ibid.

21. Ivi, 1817.

22. Ibid.

23. Ibid.

24. asr, Congregazione Speciale di Sanità, b. 188, s.p., 1817.

25. Ibid.

26. Krogel, All'ombra della Piramide..., cit., p. 37.

27. Montenovesi, Il Campo Santo di Roma..., cit., p. 18.

28. asr, Ministero degli Interni, b. 1070, tit. v, 157, s.p., 1832.

29. Montenovesi, Il Campo Santo di Roma..., cit., p. 18.

30. Ventrone, L'amministrazione dello Stato Pontificio dal 1814 al 1870, Edizioni Universitarie, Roma 1942, p. 87.

31. asvic, Atti di Segreteria, t. xiv, "Progetti di Cimiteri", 1835.

32. Archivio Segreto Vaticano, Misc. Arm xv, 163, "Notificazione del Cardinal Vicario del I settembre 1835", v. appendice.

33. asr, Ministero degli Interni, b. 1071, tit. v, 157, s.p, 1836, "Circolare ai parroci". Il Vicario, per sottolineare la portata generale del provvedimento, nel v articolo del decreto aveva stabilito che «dall'indicato giorno tutti i cadaveri sia di Ecclesiastici, che di Laici, di Uomini, di Donne tanto maggiori, che Fanciulli, Abortivi, e non battezzati» avrebbero dovuto essere tumulati, con cassa, al pubblico cimitero.

34. Ibid.

35. asr, Ministero degli Interni, b. 1071, tit. v, 157, prot. 46924, 1836.

36. Ivi, s.p, "Circolare ai parroci", 1836.

37. Ibid. Cfr. Montenovesi, Il Campo Santo di Roma..., cit., p. 42.

38. M. Barberito ­ A. Martini, Roma. Misura del tempo, Technimedia, Roma 1994, pp. 13-4.

39. asr, Ministero degli Interni, b. 1071, tit. v, 157, prot. 48920, 1836.

40. Ivi, b. 1072, tit. v, 157, prot. 64006, 1837, "Progetto per la Commissione Straordinaria di Pubblica Incolumità per la radunanza dei 27 giugno 1837".

41. A. Chigi, Diario di Roma del Principe D. Agostino Chigi dall'anno 1830 al 1855, F. Filelfo, Tolentino 1906, 28 luglio 1837.

42. A. Bevignani, L'Arciconfraternita dell'Orazione e Morte in Roma, Soc. Romana di Storia Patria, Roma 1910, p. 28.

43. Teodonio ­ Negro, Colera..., cit., p. 127.

44. Ibid.

45. Ivi, p. 128.

46. asr, Congregazione Speciale di Sanità, b. 196, prot. 12372, 1837. L'arrivo del colera, aveva, come a Roma, generato la necessità di effettuare le sepolture in ampi terreni, lontani dall'abitato; anche a Subiaco, «per ordine del Superiore governo», si cessò il seppellimento dei cadaveri nella principale chiesa della città, la Collegiata, e si ordinò la costruzione di un camposanto all'aperto, che non venne però realizzato. Da un rapporto dei carabinieri pontifici, giunto pochi giorni prima l'avvenimento narrato (precisamente il 5 dicembre), sappiamo che, durante l'epidemia di colera del 1837, si seppelliva alla rinfusa nella selva dei Padri Zoccolanti di San Francesco e qui, «a premura dell'autorità locale», si continuò a seppellire anche dopo la scomparsa del terribile morbo dalle terre pontificie. Come si può facilmente immaginare da quanto detto in precedenza, forte fu l'opposizione dei parroci della città, poiché la scelta di un luogo di sepoltura diverso dalla chiesa comportava per essi la perdita dei diritti dei funerali e delle ufficiature. Un passo del rapporto dei carabinieri chiarisce in quale misura il clero intervenisse nella questione, spingendo la popolazione a boicottare i provvedimenti dell'autorità. «I parroci alimentano il malcontento con lo spargere la voce per il popolo, che i morti non sono custoditi, che si trovano discoperti, che vanno ad essere portati via dall'acqua []. Dopo che i morti vengono portati dai parroci nella chiesa e fatte le esequie si consegnano a taluni straccioni che sul mezzogiorno [li conducono] per le strade più frequentate e dove vi è più affollamento di popolo vengono scoperti e abbandonati, [poi] trasportati alla Chiesa di San Francesco [nei pressi della quale, come si è detto, era stato allestito un cimitero a campo aperto]. [] La gente si irrita che per forza si devono trasportare in un sito improprio, mentre resta vietato di seppellire in chiesa». Tali atteggiamenti del clero non potevano che aumentare la naturale diffidenza del popolo verso la nuova struttura, suscitando, come di fatto avvenne, violenti atti di insubordinazione contro la forza pubblica. In verità, dovevano passare ancora molti anni prima che simili provvedimenti potessero essere completamente accettati.

47. asr, Congregazione Speciale di Sanità, b. 197, prot. 355, 1840.

48. Ivi, prot. 2085, 1840.

49. Ivi, prot. 1206, 1841.

50. Montenovesi, Il Campo Santo di Roma..., cit., p. 46.

51. asc, fondo Capranica, b. 357, fasc. 2, Sezione Sanitaria, "Regolamento cimitero comunale", 1849.

52. Ibid.

53. Ibid.

54. Cfr. Montenovesi, Il Campo Santo di Roma..., cit., p. 49.

55. Ivi, p. 28.

Appendice

Notificazione emanata dal Cardinal Vicario Carlo Odescalchi il 1° settembre 1835 riguardante il nuovo cimitero al Campo Verano *

La tumulazione dei cadaveri all'aperto resasi oggi indispensabile, e la necessità di chiudere quei sepolcri nelle chiese, i quali col fetore che tramandano, divengono perniciosi alla Sanità, hanno indotto la Santità di Nostro Signore ad ordinare sollecita l'attivazione de' cemeterj. Questa disposizione suole non di rado eccitare idee melanconiche, ma per verità prive di fondamento. Sembra quasi che le spoglie dei nostri Defonti troppo da noi si allontanino, e più presto rimangano nell'oblio e nell'abbandono. Questo è un errore. Esse vanno a giacersi, come giacquero le ossa di quegli Eroi, che ci precedettero, e che tolte appunto dai cemeterj, e non dai tempj passarono, e passano tutto giorno all'onor degli Altari. Esse in Sacri Recinti sotto la tutela del Vessillo della Croce traggono a sé devoto il sospiro, lo sguardo, la preghiera del Passeggero Cristiano, ed aspettano, che i loro fratelli espressamente muovansi spinti dalla carità a visitarli, quei fratelli, che spesso entrarono nei tempj, e sebben genuflessi sopra le stesse tombe, che li racchiusero, tante volte si dimenticarono di loro. Esse nei cemeterj abbandonate non sono; insieme raccolte vi stettero, e vi stanno sempre, né v'è causa, che possa indurre alcuna mano distruttrice a turbare la loro pace, mentre purtroppo questa mano medesima non di rado penetrando nei tempj, e distruggendone gli ornamenti non solo, ma le mura stesse, o cambiato il Luogo Santo in soggetto di terrena speculazione, e di traffico, fu turbato realmente delle Spoglie dei Defonti il riposo, e furono i cemeterj, che gli dettero asilo. Il Cemeterio, che oggi per il primo va a porsi in attività, non è lontano dalle catacombe de' Ss. Martiri, e questo è il Luogo onorato dalla vicinanza di una delle Nostre primarie Basiliche posseditrice della gloriosa Spoglia del Santo Levita Lorenzo, quel Luogo infine, cui presso il Popolo di Roma si volge appunto per pregare pace ai Defonti. Obbedienti Noi agli Ordini di Sua Santità ci recheremo giovedì prossimo 3 settembre alle ore 22 all'indicato Cemeterio per fare secondo il Rito prescritto dalla S. Chiesa la solenne benedizione, alla quale assisteranno i Parochi tutti, ed il Pontificio Seminario Romano. Il Santo Padre per rendere quest'atto solenne sempre più giovevole si è degnato di concedere a tutti quelli Fedeli dell'uno e dell'altro sesso, che divotamente vi assisteranno, l'Indulgenza di anni sette applicabile anche alle Benedette Anime del Purgatorio. Ecco aperto, o Fedeli, un nuovo campo alla vostra pietà. Quando le ceneri de' vostri Congiunti, e de' vostri Amici in questa sacra remota parte saranno nascoste, l'eccitamento di una fede sincera, i sensi religiosi, di cui siete animati, il tenero affetto, che per loro serbaste, vi condurranno a farne ricerca, e se oggi sarà con qualche vostro disagio, quelle Anime riconoscenti, che già informarono quei corpi, sapranno impetrarvi da Dio larghissima ricompensa.

* Archivio Segreto Vaticano, Misc. Arm xv, 163. "Notificazione del Cardinal Vicario del 1 settembre 1835".