La laicizzazione della morte a Roma: cremazionisti e massoni
tra Ottocento e Novecento

di Anna Maria Isastia

1. Dal camposanto al cimitero

Dello scontro tra la cultura che si riconosceva nei valori legati al binomio trono-altare, e quella dell'Italia post-unitaria che cercava di accreditare i principi della democrazia liberale, la storiografia italiana, con poche eccezioni, non è riuscita ancora a dare una corretta valutazione 1. In particolare, il conflitto tra la chiesa cattolica, ancorata a posizioni tradizionali e la massoneria, proiettata su posizioni di avanguardia culturale, ha inciso profondamente nella storia dell'Italia liberale. La condanna cattolica della massoneria era, nella sostanza, la condanna di tutto quanto era derivato dal protestantesimo: il liberalismo e il socialismo, la libertà di pensiero e la morale laica, il razionalismo e la ricerca scientifica 2. Tra le molte questioni che in quei decenni furono dibattute, con toni anche aspri, e con conseguenze di lungo periodo, ci fu quella legata alla cremazione dei cadaveri, che era stata introdotta, per la prima volta in età moderna, nella Francia rivoluzionaria, a fine Settecento. Il paradigma cremazionista apparve, nel secolo scorso, indissolubilmente legato alla propaganda massonica, anche se esso non nacque tra i massoni, ma tra i liberi pensatori, molti dei quali erano anche fratelli. L'incinerazione, che nei secoli precedenti non era stata considerata pericolosa per la fede 3, fu combattuta ad oltranza per colpire il complesso del progetto di laicizzazione della società, di cui i massoni erano considerati i più tenaci propugnatori 4.

La legislazione sulla morte in Italia, dopo l'unità, venne informata ad un rigore che fu giudicato perfino eccessivo. Rigorosissimo, in particolare, il divieto di seppellire i cadaveri in luogo diverso dal cimitero come usava da secoli. Nei cimiteri comunali dovevano essere accolti i cadaveri di tutte le persone morte nel comune, senza alcun riguardo al domicilio che essi avevano avuto in vita, alla loro origine, alla loro nazionalità, alla causa della morte. I defunti dovevano essere sepolti in un unico luogo, qualunque fosse la religione da essi professata. Era previsto solo che potessero essere assegnati luoghi separati per i culti tollerati, per i bambini non battezzati ecc. 5.

2. La transizione a Roma

A Roma l'applicazione della nuova normativa si presentò molto complessa perché l'autorità ecclesiastica cercò di impedire che la competenza in materia di polizia mortuaria passasse completamente al Comune e il cardinal vicario cercò di opporsi al seppellimento al Verano di chi faceva professione di laicismo. Dopo il 20 settembre fu proibito il seppellimento nelle chiese. L'ultimo permesso fu quello concesso il 6 ottobre 1870 dalla congregazione speciale di sanità, alla famiglia di Paolina De Santis, morta di colera nel 1867. La famiglia aveva la cappella gentilizia nella chiesa di S. Agostino e desiderava traslarvi i resti della defunta.

Il 6 novembre 1870 fu esteso alla provincia di Roma (con r. d. n. 5991) il regolamento di sanità dell'8 giugno 1865 (n. 2322) in forza del quale il 25 febbraio 1871 furono chiusi definitivamente i cimiteri degli ospedali di Santo Spirito in Sassia, di S. Giovanni in Laterano, di Santa Maria in Trastevere, dei Sacconi Bianchi presso S. Teodoro, dei Sacconi Rossi presso S. Bartolomeo all'isola, della Trinità dei Pellegrini fuori di porta del Popolo, dell'Arciconfraternita dell'Orazione e Morte a via Giulia, e del convento dei Cappuccini a piazza Barberini. Rimasero aperti il cimitero teutonico presso il Vaticano, quello degli acattolici alla piramide di Caio Cestio, quello degli ebrei a Santa Sabina 6.

La secolarizzazione della morte a Roma fu dunque una delle tante questioni, e non delle minori, che i governi e le amministrazioni comunali si trovarono ad affrontare all'indomani del 20 settembre 1870. Problemi igienici e sanitari si mescolarono con principi religiosi e con la difesa di vantaggi economici consolidati. I tentativi messi in atto dal governo pontificio ­ nella prima metà del secolo ­ e dall'amministrazione del Comune di Roma, ­ negli ultimi due decenni ­ per sottrarre al basso clero il monopolio sulla morte, intraprendendo una politica volta alla creazione di un sistema di inumazione comunale, specializzato e decentrato, erano stati osteggiati dai parroci che, da tempo immemorabile, traevano dalla gestione della morte notevoli guadagni. La tradizionale forma di sepoltura ad sanctos ed apud ecclesiam di provenienza medioevale aveva finito, nel corso dei secoli, col creare uno strettissimo legame tra sepoltura e funerale religioso nella chiesa parrocchiale, rendendo i parroci direttamente responsabili delle pratiche relative alla morte e alla sepoltura dei cattolici. La tumulazione si trasformò per essi in un affare altamente remunerativo: diritti di stola, tasse di sepoltura, oblazioni per concessioni di spazi particolari nei sacri luoghi, costituivano solo una parte degli introiti derivanti al basso clero dalla gestione di questo settore; ed è quindi naturale che esso rimanesse tenacemente legato a tali privilegi economici 7. L'idea che la gestione della morte e il controllo delle sepolture potessero venire attribuiti agli ufficiali sanitari dipendenti dal Comune veniva respinta dal clero che affermava l'esclusivo carattere religioso della morte e dunque il proprio incontestabile diritto a gestire l'intero settore.

Meno di due mesi dopo l'entrata degli italiani a Roma, la nuova amministrazione comunale istituì il servizio medico per la verifica dei decessi. Le disposizioni approvate, più o meno le stesse contenute nei due regolamenti già discussi e respinti nel 1849 e nel 1856 dal cardinale vicario, sancirono definitivamente il passaggio della responsabilità della gestione dell'intero settore dalle mani dei parroci alle istituzioni amministrative civili. Era solo il primo atto di un lungo processo indirizzato a trasformare il camposanto, luogo consacrato, destinato ad accogliere solo le spoglie dei cattolici defunti, in un sito aperto a tutti i cittadini senza alcuna distinzione.

La perdita del potere temporale da parte della Chiesa non significò infatti la rinuncia di questa ad intervenire in questioni strettamente legate alla gestione del settore: negli anni Settanta e Ottanta, nella Capitale si moltiplicarono i conflitti creati dalle autorità religiose, che combattevano ogni novità che si contrapponesse alle vecchie normative ecclesiastiche sul seppellimento. Il problema forse più delicato che l'amministrazione comunale si trovò ad affrontare fu infatti proprio quello della confessionalità del Campo Verano. A lungo le gerarchie ecclesiastiche tentarono di boicottare l'allestimento nel cimitero di zone riservate a confessioni religiose diverse dalla cattolica, nel tentativo di preservarne la purezza confessionale. L'opera di trasformazione durò quaranta anni e fu completata soltanto nel 1911 quando finalmente, per opera della Giunta Nathan, fu approvato il primo regolamento per il cimitero Verano. In precedenza ci si era attenuti alla normativa generale. Il regolamento, la cui gestazione era durata ben 62 anni, andò in vigore a partire dal 1 marzo 8.

3. L'intervento dei massoni

Una forte spinta verso la laicizzazione del cimitero fu indotta dall'attività di propaganda svolta da alcuni gruppi minoritari, ma molto attivi. La secolarizzazione dei cimiteri fu una delle tante questioni portate all'attenzione dell'opinione pubblica, in Italia e in tutti i paesi di cultura cattolica, dai movimenti del libero pensiero, dai massoni e in generale dai gruppi progressisti 9. I liberi pensatori affrontarono per primi la tematica sui loro periodici e la discussero nei convegni che organizzavano periodicamente in diverse città europee. I massoni la ripresero e, meglio organizzati, seppero operare ottenendo significativi risultati 10.

Seguiremo la loro azione circoscrivendola alla città di Roma. La "Rivista della massoneria italiana", organo ufficiale del Grande Oriente d'Italia, pubblicata a Roma da Ulisse Bacci, cominciò nel 1875 a trattare il tema della laicizzazione dei cimiteri. L'occasione la offrì la discussione avviata nella loggia Universo di Roma, e riproposta sulle pagine della rivista come progetto generale da far adottare a tutti i massoni italiani.

Una delle questioni delle quali più specialmente deve oggi occuparsi e si occupa infatti la massoneria si è quella dei cimiteri. Si tratta di rendere assolutamente civili questi sacri luoghi ove debbono riposare tranquille e venerate le ceneri dei defunti. E bisogna rendergli assolutamente civili, perché, se il prete ne tiene in mano le chiavi, rifiuterà ­ con cristiano amore ­ di aprirne le porte a coloro che non sieno trapassati con tutti i sacramenti della religione ortodossa.

Ulisse Bacci, il direttore del periodico, cui si devono sicuramente queste considerazioni, proseguiva ricordando la dispersione delle ceneri di quanti non avevano rinnegato la libertà della propria coscienza. C'erano stati casi eclatanti e non dimenticati, come le violente polemiche seguite alla morte di Giuseppe Libertini, il noto mazziniano, responsabile del Grande Oriente d'Italia in Terra d'Otranto.

Per la prima volta il Clero rifiutò il crocefisso ad un defunto. Il vescovo minacciò interdetto alle chiese che il Libertini ricevessero e sospensione alle Confraternite che si fossero prestate ad accompagnarlo. Uno scandalo che ha sorpreso e rivoltato anche la coscienza dei cattolici 11.

Analoga situazione si era verificata anche a Firenze dove Giuseppe Dolfi, mazziniano e massone, uno degli uomini più conosciuti per il suo attivismo negli anni dell'unificazione nazionale, era stato perseguitato cadavere e la città intera aveva dovuto mobilitarsi per ottenere che il suo corpo fosse sepolto alle Porte Sante. I fratelli della loggia Universo di Roma denunciavano il fatto che più di una volta i massoni non erano stati ricevuti nei pubblici cimiteri. Che fare? La questione era stata dibattuta in lunghe ed infuocate riunioni da cui era scaturita la proposta di dare vita a cimiteri civili privati 12.

Meno di un anno dopo, come vedremo, l'idea di istituire cimiteri privati veniva abbandonata a favore di un nuovo sistema di conservazione dei cadaveri che permetteva anche l'elaborazione di una nuova ritualità: la cremazione 13. Dunque, nel corso della elaborazione di un diverso vissuto della morte, irruppe l'inedito paradigma cremazionista, reso possibile dalla ricerca tecnologica, mentre il nuovo Stato italiano imponeva, per mezzo dei prefetti, la costruzione di cimiteri lontano dagli abitati, secondo i dettami dell'igiene.

4. Il caso Maurizio Quadrio

A Roma il problema della confessionalità del camposanto del Verano ­ che tanto travagliava l'amministrazione comunale ­ emerse in occasione di una singolare vicenda, destinata a contribuire in modo notevole alla trasformazione di questa struttura, parallelamente all'evoluzione dei modelli sociali, religiosi e politici, evidenziando i limiti e le incertezze dell'amministrazione comunale nella gestione del Campo Verano, formalmente cimitero centrale e comunale della città di Roma ­ e dunque aperto a tutti i romani, indipendentemente dal loro credo religioso ­ ma, in concreto, affidato ai padri Cappuccini della contigua canonica della Basilica di S. Lorenzo fuori le mura. Il contenzioso dimostrò quanto fosse, in ogni caso, ancora determinante l'influenza della Chiesa cattolica, per la quale la sepoltura nel cimitero Verano di atei, acattolici e liberi pensatori rappresentava una vera e propria profanazione di un luogo religioso.

Il 13 febbraio 1876 morì a Roma, all'età di 76 anni, il noto patriota Maurizio Quadrio (era nato a Chiavenna in Valtellina nel 1800). Negli anni dell'esilio londinese Quadrio aveva fatto parte del circolo mazziniano ed era stato precettore dei Nathan. Rimasto legatissimo alla famiglia, si era trasferito con loro a Roma dove insegnava nella scuola Mazzini fondata da Sarina. Pochi giorni prima della sua scomparsa, il Quadrio aveva designato Sara Nathan sua unica erede e le aveva dettato l'iscrizione che desiderava fosse apposta sulla sua tomba: «Dichiaro di morire nella fede insegnata dal mio maestro G. Mazzini aspettando che la generazione crescente affretti il giorno in cui l'Italia renderà piena giustizia al suo apostolo ed educatore» 14. La signora Nathan acquistò nel Verano una superficie destinata alla costruzione della tomba, sulla quale avrebbe fatto incidere l'epigrafe già predisposta dal defunto. Secondo quanto previsto sull'atto di concessione del terreno, tuttavia, eventuali iscrizioni avrebbero dovuto essere approvate dall'Ufficio Comunale di Sanità e Beneficenza e, in caso di rifiuto, riconsiderate dal Sindaco, presso cui si poteva fare appello. Il 14 aprile Sara Nathan, in ottemperanza alle prescrizioni sull'approvazione delle epigrafi, si rivolse al Direttore dell'Ufficio di Sanità, il quale negò il consenso all'incisione di quella frase, affermando che «Tale epigrafe non è coordinata con alcuna delle religioni per le quali sono i cimiteri dalla legge prescritti, cioè il cattolico, l'acattolico e l'israelitico» 15. Effettivamente Quadrio definiva se stesso seguace della fede di Mazzini che non poteva ascriversi a nessuno dei culti riconosciuti dallo Stato.

La difficoltà di classificare l'appartenenza religiosa del patriota valtellinese, e di conseguenza l'imbarazzo di non saper dove collocare le spoglie del defunto (certamente il Quadrio non poteva essere definito un acattolico), portarono l'Ufficio viii di Sanità e Beneficenza a considerare l'opportunità di creare nel Verano un reparto per culti differenti da quelli presi in considerazione dalla legge, suggerimento prontamente accolto dalla Giunta Municipale, la quale stabilì di realizzare nel cimitero comunale un altro settore destinato agli atei e ai liberi pensatori 16.

La realizzazione di un tale progetto, tuttavia, avrebbe richiesto tempi molto lunghi (gli stessi reparti riservati alle altre confessioni religiose, il cui allestimento era stato già deciso fin dal 1871, vennero realizzati solo più tardi e attivati alla fine del secolo), ed era quindi necessario prendere una decisione sullo specifico caso della salma del Quadrio, la quale fu temporaneamente posta in un deposito. La preoccupazione di Sarina Nathan riguardo l'incerta situazione si evince dalla missiva inviata il 5 maggio seguente:

Caro Amadei volete avere la bontà di farmi sapere se il signor Gatti (assessore agli Affari Sanitari, responsabile in particolare dei cimiteri) ­ a cui avevate intenzione di ricordare di dichiararsi categoricamente sulla questione della lapide a Maurizio Quadrio ­ vi abbia detto quali siano le sue intenzioni in proposito. Non passa giorno in cui non riceviamo lettere chiedendoci quando si darà definitiva sepoltura al povero Maurizio 17.

Il divieto di apporre l'iscrizione non venne tuttavia revocato e la signora Nathan fu costretta a far ricorso alle vie legali, affidandosi all'avv. Augusto Pierantoni che il 12 giugno 1876 inviò un suo "Parere" sulla vicenda affermando essere anticostituzionale l'atteggiamento delle autorità e sottolineando che, nel diritto pubblico italiano (in particolare faceva riferimento alla legge del 20 marzo 1865), non vi erano accenni al caso particolare, ma si sanciva un principio fondamentale di diritto, secondo il quale «il dovere di sepoltura nascente dalla legge di umanità è un servizio comunale non lasciato in balia delle confessioni religiose o di altre corporazioni» 18. L'attacco del Pierantoni alle autorità comunali, accusate di avere un atteggiamento acquiescente nei confronti degli interventi del Vicariato in materie strettamente civili, fu particolarmente deciso:

Eretto il monumento l'erede Signora Nathan presentò all'Assessore Signor Gatti la iscrizione dettata dal morente, la quale è stata respinta come che negatrice della cattolica fede, non volendo il delegato della rappresentanza comunale di Roma dispiacere ai sentimenti intolleranti del Vicario Generale del Papa.

Il punto era, secondo il Pierantoni, stabilire se nel rifiuto opposto dal Comune all'iscrizione dell'epigrafe ci fossero solo ragioni di opportunità religiosa o se esso si fondasse su motivazioni di ordine civile, politico e legale.

Il 20 giugno 1876 fu eseguita una perizia per motivare il rifiuto del ricorso della signora Nathan; tale perizia fu effettuata dal Direttore dell'Ufficio di Sanità e Beneficenza, il dottor David Toscani, il quale asserì che le ragioni della mancata approvazione andavano piuttosto ricercate nel fatto che l'epigrafe non poteva essere definita veramente tale «non essendo di stile lapidario» e in più che essa presentava un chiaro contenuto di natura politica del tutto incompatibile con le altre tombe cattoliche del cimitero 19. Quella iscrizione funebre avrebbe potuto suscitare l'erronea convinzione di un «congiuramento del presente ordine politico» 20, di un tentativo da parte dell'opposizione repubblicana di sovvertire, nel nome di Mazzini, l'ordinamento costituzionale dello Stato italiano. Toscani sosteneva che il riferimento a Mazzini contenuto nell'epigrafe non avesse un significato religioso ma politico, e dunque che essa non potesse essere considerata appropriata per un cimitero. Il rapporto di Toscani non dovette tuttavia soddisfare il sindaco, il quale ordinò che fosse fatta una seconda perizia, affidando l'incarico all'avv. Lorenzo Meucci, capo dell'Ufficio legale del Municipio di Roma. Il Meucci affermò che il Comune non aveva l'autorità di negare l'apposizione della lapide per professione di fede acattolica, in quanto il cimitero faceva parte del demanio municipale e il Municipio stesso rappresentava un'istituzione laica; l'autorità comunale non poteva dunque negare, a meno di violare il diritto di libertà, di coscienza e di culto, riconosciuto dallo Statuto, l'approvazione della contestata epigrafe e la sepoltura all'interno del Verano della salma del Quadrio. Si trattava, per il Meucci, esclusivamente di una questione di rispetto per l'unicità delle varie confessioni religiose, le quali «hanno per loro natura dal più al meno qualcosa di esclusivo, a differenza dei ceti e de' gradi sociali, mentre ognuno si tiene unica formula della verità religiosa» 21.

Dunque, in nome della libertà di pensiero, il pubblico potere doveva limitarsi a compiere, nei rapporti interreligiosi, atti amministrativi che consentissero a tutti l'esercizio e l'espletamento delle proprie pratiche di culto, nel rispetto di ciascuna fede religiosa. Era stato in nome di questo principio che si era stabilito di suddividere la superficie del Verano separando i diversi culti, in modo che tutti potessero, indisturbati, visitare i propri morti in un contesto tale da consentire ad ognuno il giusto raccoglimento, in nome di un comune sentimento religioso che si esprimeva in modi differenziati. In questa visione, l'apposizione dell'iscrizione deista, in una zona riservata ai cattolici, violava il rispetto dovuto alla fede cattolica degli altri defunti sepolti in quel luogo. Il Meucci affermò pertanto che la salma di Maurizio Quadrio e l'epigrafe contestata dovessero essere collocate in un diverso reparto del Verano da predisporre. Nel frattempo la salma sarebbe rimasta, a tempo indeterminato, in deposito, sottratta agli occhi di tutti insieme alla lapide dal testo controverso. In definitiva i due pareri partivano da premesse diverse per arrivare a conclusioni analoghe.

L'ultima parola sulla vicenda spettava tuttavia al sindaco di Roma, l'avvocato Pietro Venturi, che riuscì a risolverla con un escamotage. Il 16 agosto 1876, il sindaco inviò al prefetto la seguente lettera:

Interessa sommamente al sottoscritto di conoscere se il defunto Maurizio Quadrio, nato il 2 novembre 1800 (a quanto si suppone) in Genova, fosse battezzato ed in caso affermativo se si sappia che in progresso di tempo egli facesse solenne abiura della sua religione. In attesa di sollecito riscontro lo scrivente conferma la sua perpetua considerazione 22.

La risposta del prefetto giunse il 25 agosto 1876:

Per corrispondere ai desideri espressimi dalla s. v. Ill.ma mi sono rivolto al Prefetto di Sondrio nella cui provincia ebbe i natali Maurizio Quadrio. Ora ho ricevuto la risposta che qui di seguito mi pregio di trascriverle: Per informazioni assunte da persone degne di fede, posso rassicurare la s. v. Ill.ma che il defunto Maurizio Quadrio, al quale allude la contraddistinta nota, fu battezzato all'epoca della sua nascita, né risulta in modo alcuno che egli abbia fatto abiura formale alla religione dei suoi padri 23.

Era ormai chiara la via scelta dal sindaco 24 per risolvere la complessa vicenda: la formale appartenenza alla religione cattolica era ritenuta sufficiente per concedere al patriota una sepoltura cristiana al Campo Verano apponendo sulla tomba la ormai notissima epigrafe che raccoglieva il suo testamento spirituale.

5. Il dibattito sulla cremazione

La spinta più forte alla secolarizzazione non solo dei cimiteri, ma della morte stessa 25, che si voleva sganciata dai rituali della tradizione religiosa, venne ­ come abbiamo già accennato ­ dalla propaganda a favore di un nuovo sistema di conservazione dei cadaveri: la cremazione. Il dibattito contro i pregiudizi e le tradizioni funebri era stato avviato in Francia nel 1856 da personaggi come Balzac, Gautier, Bonneau, George Sand. Alexandre Bonneau pubblicò sul giornale di Parigi "La Presse" alcuni articoli nei quali si illustravano i vantaggi della cremazione. Pochi mesi dopo il medico Ferdinando Coletti, in una conferenza svolta l'11 gennaio 1857 all'Accademia di scienze, lettere e arti di Padova, affrontò lo stesso tema discutendo tutte le argomentazioni che sarebbero poi diventate classiche. La spinta più convincente in favore della nuova pratica che si proponeva veniva in primo luogo dall'analisi del fattore igienico. Quanto agli aspetti etico-religiosi della questione, il medico padovano sosteneva che la chiesa non poteva essere contraria all'incinerazione perché il cristianesimo non professava un culto superstizioso del cadavere e non pensava che si dovesse conservarlo, ma solo proteggerlo dalla profanazione. Al contrario considerava la riduzione del corpo umano in cenere quale simbolo della fragilità umana descritta nella frase pulvis es et in pulverem reverteris (Genesi, iii, 19).

La profanazione, egli ricordava, era legata piuttosto alle quotidiane esumazioni che avvenivano nei cimiteri, indispensabili per fare posto ad altri cadaveri. I resti mortali, ridotti in cenere, avrebbero spogliato la morte da tutte le immagini ripugnanti che la accompagnavano. Le urne, conservate eventualmente anche in casa, avrebbero rafforzato i legami familiari ed esercitato una benefica influenza sulla morale degli individui. Gli emigranti avrebbero potuto condurre con sè le spoglie dei loro cari, la religione delle tombe, di foscoliana memoria, si sarebbe estesa a tutte le fasce della popolazione. Coletti concludeva la sua perorazione con un invito ad essere utopisti!

Nel luglio del 1866, Ferdinando Coletti ristampò sulla "Gazzetta medica italiana", da lui diretta, la dissertazione che aveva svolto nel 1857 e che aveva dato inizio alla campagna in favore della cremazione 26. I campi di battaglia di Custoza e di Sadowa erano coperti di cadaveri di soldati e di animali, le cui esalazioni appestavano l'aria a grandi distanze a causa del caldo e dello scirocco. Serpeggiava il colera e mancavano le braccia per dare a tutti una rapida sepoltura. Questioni morali, igieniche, economiche e religiose spinsero Coletti a proporre l'incenerazione di quei cadaveri e più in generale a sostituire la cremazione all'inumazione, contraria all'igiene per le esalazioni che corrompono l'aria e le infiltrazioni che infettano l'acqua e i terreni.

Con intenti molto diversi, l'anno dopo il deputato repubblicano Salvatore Morelli, appena eletto alla Camera 27, presentò una proposta di legge Per circoscrivere il culto cattolico nella Chiesa e sostituire ai Campisanti il sistema della Cremazione. Nella parte introduttiva il deputato denunciava «l'abuso del culto esterno praticato dal clero cattolico per ispirito di fanatismo, e per alimentare la più barbara superstizione fra le povere plebi» con il concorso dell'autorità politica. A suo dire processioni "bianche" di innumerevoli feste e processioni "nere" dei funerali si moltiplicavano con un effetto dirompente soprattutto in concomitanza delle pestilenze «per accrescere l'intensità del male» 28.

In nome di un maggiore rispetto di tutti i culti religiosi e dei nuovi principi igienici, Salvatore Morelli chiedeva di instaurare in Italia il sistema della cremazione «detto dai latini cremandi vel comburendi, sanzionato da Numa, dalle leggi delle dodici tavole, e conservato fino al quarto secolo della chiesa cristiana, la quale poi lo invertì nel rovinoso sistema dei sepolcri in chiesa e dei campisanti, chi dice perché erasi perduto il modo di lavorare l'amianto, entro cui raccoglievansi dal rogo le ceneri dei trapassati e si presentavano, sacre reliquie, ai parenti, ed i più severi poi giudicano essere stata una delle arti questa del clericato per mantenere nelle città, nei villaggi e nelle borgate quel fomite di malessere che ha generato tante nuove epidemie». Gli uffici della Camera si affrettarono ad archiviare quella provocatoria proposta che però trovava spazi tra i liberi pensatori di tutta Europa. Anche Salvatore Morelli era, del resto, un libero pensatore.

Nella prima metà degli anni Settanta dell'Ottocento l'idea cremazionista, nata in ambiente medico, transitata nel mondo dei liberi pensatori, attraverso alcuni medici massoni entrava a far parte del progetto culturale, prima di una loggia milanese e subito dopo, su pressione dei fratelli di Milano, dell'intera massoneria italiana. Il 22 gennaio 1876 a Milano avvenne la prima cremazione dell'età moderna 29, quella di Alberto Keller di Kellerer, di origini zurighesi, nato a Roma e morto a Milano il 22 gennaio 1874. Fu necessario modificare l'art. 67 del regolamento sanitario del 6 settembre 1874 per rendere possibile, sia pure «per casi e per motivi eccezionali», l'esercizio della cremazione.

Era un primo passo che poneva l'Italia all'avanguardia rispetto alle altre nazioni europee che, come fu ricordato con soddisfazione al primo congresso delle società italiane di cremazione del 1882, a distanza di sette anni, ancora non avevano trovato il modo di introdurre nella loro legislazione sanitaria norme adatte a dare un concreto sviluppo a questa pratica.

Mentre la salma di Keller veniva incenerita, le vie di Milano si riempirono di manifesti, firmati da oltre 200 cittadini. Veniva così data la massima diffusione alle motivazioni del comitato provvisorio che si apprestava a costituire nella città ambrosiana la prima società per la cremazione dei cadaveri. Con parole semplici e chiare si sintetizzava in dieci punti un ventennio di teorizzazione ribadendo che il sistema di inumare i cadaveri era causa di inquinamento dell'acqua e dell'aria; che l'inumazione in celle perenni non risolveva i problemi; che i cimiteri monumentali costituivano «un aggravio a danno della maggior parte dei cittadini»; «che nessuna religione si oppone formalmente all'incenerimento e alla combustione del cadavere umano»; che la trasformazione rapida permessa dal fuoco era da preferirsi alla lenta putrefazione del corpo; che le ceneri potevano essere conservate ovunque; il loro trasferimento era facile ed economico; che il sistema proposto risolveva il problema della profanazione delle tombe e le periodiche necessarie manomissioni. Scopo della società non era però solo quello di diffondere il principio della cremazione, ma anche la ricerca di eventuali altri metodi che «possano condurre alla trasformazione del corpo umano nei suoi principi elementari, lasciando ai viventi in modo semplice, economico e conforme alle esigenze della società e del sentimento, residui innocui ed atti alla conservazione» 30. Quindici giorni dopo, l'8 febbraio, nasceva a Milano la prima società per la cremazione dei cadaveri da cui sarebbero derivate tutte le altre. Tra i primi soci della Socrem milanese figura Giuseppe Garibaldi che il 25 gennaio 1876 scrisse a Cavallotti pregandolo «di pubblicare ch'io aderisco alla Società per la cremazione dei cadaveri» 31.

Bacci, il direttore della rivista della massoneria italiana, si affrettò ad informare i fratelli della «riforma intorno alla quale da gran tempo si affaticarono parecchie loggie massoniche e moltissimi scienziati del mondo». La proposta fatta poco tempo prima dai massoni romani era stata superata dalla fattibilità reale del progetto intorno a cui avevano lavorato i massoni milanesi.

Noi devoti a tuttociò che è progresso, non possiamo non avere parole di plauso [...] per quegli egregi uomini, i quali, in seguito a studi profondi, convinti della utilità anzi della necessità che la cremazione sia universalmente sostituita all'interramento, lavorarono e lavorano senza posa a conseguire questo nobile scopo.

Bacci lodava «quei benemeriti cittadini milanesi» che si erano costituiti in comitato promotore, dando così il via alla società per la cremazione dei cadaveri di Milano e lodava apertamente il medico igienista massone Gaetano Pini 32.

Alla loggia La Ragione e a quell'infaticabile ed operoso uomo che è il fratello Pini è da attribuirsi il merito principale di questo lavoro. La loggia così ha degnamente esaudito il desiderio delle nostre Assemblee, quando per la feconda parola di un dottissimo medico fiorentino, inducevansi quelle a consigliare a tutte le officine italiane quell'ardua tesi 33.

6. Il Tempio crematorio del Verano

L'iniziativa milanese fu accolta con entusiasmo dalla loggia Tito Vezio di Roma che, dimostrando di avere studiato a fondo la documentazione storica e medico-scientifica, e di conoscere la pubblicistica relativa, propose immediatamente che tra i fratelli delle logge romane e i membri della dirigenza del Grande Oriente si scegliessero dieci persone in grado di dare vita anche a Roma ad un comitato promotore per la costituzione di una società per la cremazione dei cadaveri. Il lungo documento della Tito Vezio si chiudeva con queste parole:

I sottoscritti sanno che le grandi trasformazioni delle idee non si compiono che pel tramite dei secoli; ma credono pure che la massoneria deve sempre tenere la prima fila nell'avanguardia del progresso, e se non iscopertamente, poichè (ammesso che codesta idea della cremazione sia in generale prematura) si esporrebbe al discredito dell'insuccesso, segretamente almeno debba influire allo svolgersi delle nuove idee, le quali abbiano una così grande importanza per l'umanità, come questa della incinerazione. ­ Non si chieggono mirabilia; ma si faccia quel che si può ­ i sottoscritti non sono spinti da puerile smania di novità: no: la nascita e la morte, il principio e il fine, il sole e la notte, la primavera e l'autunno, il primo movimento e l'ultima pace di questa strana pila elettrica ch'è l'uomo, debbono risvegliare tutta l'attenzione di una istituzione umanitaria che voglia restar fedele alla propria bandiera; di un'istituzione che ha sempre gettato sprazzi di nuova luce su quanti vitali problemi hanno agitata l'umanità.

Se i cristiani furono e sono seppellitori universalmente, gli uomini siano crematori di morti 34.

La proposta della Tito Vezio fu raccolta da Felice Giammarioli, un avvocato nato a Frascati, ma iniziato nella loggia La Cisalpina di Milano dove ferveva il dibattito e l'impegno cremazionista. Trasferitosi a Roma, Giammarioli fu uno dei fondatori della loggia Universo nell'autunno del 1873, insieme a Ulisse Bacci, anche lui convinto sostenitore dell'idea cremazionista 35.

La società per la cremazione romana fu costituita il 23 dicembre 1879 da Francesco Ratti, Felice Giammarioli, Luigi Mostardi, Filippo Del Frate. Ne fu nominato presidente Ratti, che aveva un passato patriottico ed era consigliere comunale, presidente della commissione degli ospedali, presidente del consiglio superiore di sanità, professore di chimica all'università di Roma e deputato per due legislature 36.

Il primo indirizzo della società fu in via della Valle 49, lo stesso della loggia romana e del Grande Oriente che aveva stabilito la sua sede al primo piano del palazzo Quirini, quasi a voler anche formalmente sottolineare il dato che legava la nuova società alla massoneria romana. Lo statuto della società prevedeva l'impegno dei soci a «condurre a termine le pratiche necessarie affinché la cremazione facoltativa venga riconosciuta e sanzionata dai poteri legislativi dello Stato» e l'impegno ad eseguire la volontà dei soci che desideravano essere cremati. Si diventava soci pagando una tassa di 25 lire, in un'unica soluzione o a rate secondo le disponibilità. Scopo della società era ovviamente quello di provvedere alla diffusione del nuovo sistema 37.

Come era già avvenuto nelle altre città, la prima iniziativa della società per la cremazione romana, a gennaio 1880, fu quella di presentare alla prefettura 38 di Roma domanda per la costruzione di un forno crematorio. Si proponevano possibilità diverse: ai Prati di Castello o appena fuori Porta del Popolo «o in qualunque altro luogo venisse indicato».

Il Verano era considerato solo in ultima ipotesi. La proposta di costruire un tempio crematorio al di fuori della struttura cimiteriale era molto probabilmente legata alla speranza di evitare di dover chiedere la concessione dell'area all'amministrazione comunale da cui il cimitero dipendeva.

Si sarebbe inoltre creata una cesura netta tra la ritualità cimiteriale legata al cattolicesimo e la nuova ritualità civile che si voleva istituire nella capitale.

Le sedi proposte rientravano tra quelle prese in considerazione anche dalla precedente amministrazione comunale pontificia 39.

Negli stessi giorni in cui veniva presentata al prefetto la domanda per la costruzione del forno crematorio, Alessandro Gavazzi svolse a Roma una serie di conferenze sull'incenerimento dei cadaveri per far conoscere le motivazioni che avevano portato alla nascita del movimento cremazionista e creare un'opinione favorevole al progetto 40. Il padre Gavazzi, un ex barnabita che era stato cappellano del contingente inviato da Pio ix a combattere nella prima guerra d'indipendenza, si era espresso a favore della pratica crematoria già nel 1857, denunciando, in una lettera indirizzata al cardinale Wiseman, il modo abominevole con cui si praticavano le inumazioni a Roma 41. Il 24 febbraio il prefetto di Roma Gravina informava il sindaco che il consiglio provinciale di sanità aveva accolto la richiesta della società per la cremazione autorizzandola a costruire l'edificio nel Verano considerato il luogo più idoneo alla conservazione di resti umani. Il crematorio sarebbe stato accompagnato da un colombario ed entrambi avrebbero dovuto essere soggetti alla sorveglianza che nel Verano era già in atto. Si faceva rilevare che la zona dei Prati di Castello era destinata a diventare un quartiere elegante: il trasporto di salme e la presenza di un crematorio l'avrebbero reso triste. Infine non essendo lontana l'idea di riunire al «Campo Varano» i vari cimiteri della città sarebbe stato illogico concedere altrove lo spazio per una costruzione che poi sarebbe stata spostata 42.

Chi conosce i tempi lunghi della burocrazia prefettizia non può non rilevare con interesse la rapidità con cui risulta invece espletata questa pratica del tutto nuova. Escludendo nel modo più assoluto che gli uffici si fossero mossi autonomamente, la risposta favorevole alla richiesta della società per la cremazione, data in un mese, significava che la prefettura di Roma aveva ricevuto un'indicazione ben precisa dal ministro competente Agostino Depretis, un massone molto criticato all'interno dell'istituzione, ma sicuramente d'accordo sul progetto di laicizzazione della società italiana, così come lo era un altro fratello, il torinese Tommaso Villa, ministro di grazia e giustizia e dei culti.

È bensì vero che i massoni che venivano chiamati a ricoprire cariche pubbliche erano messi "in sonno", vale a dire che non erano considerati "attivi", ma è del pari vero che una certa mentalità, una determinata cultura, un determinato progetto culturale non veniva certo annullato dall'essere messi ufficialmente fuori dalla "comunione" per il tempo in cui si copriva una determinata carica. È anche vero che solo pochissimi massoni "messi in sonno" per questi motivi, si "risvegliavano" quando tornavano ad essere privati cittadini, ma questo non toglie che rimanessero, in genere, "di area", anche se cessavano di frequentare la loggia.

La risposta prefettizia indicava dunque l'adesione e l'appoggio governativo al progetto cremazionista. Sono molte del resto le questioni affrontate dalla massoneria italiana in quel torno di anni in cui si ha la precisa sensazione che l'Ordine si ponesse come una sorta di avamposto, il cui compito era quello di aprire la strada alla falange governativa. Si pensi, solo per fare un esempio, al lavoro di propaganda svolto dai massoni nel 1882 per far conoscere il contenuto della legge elettorale che allargava il diritto di voto a nuove fasce della popolazione.

L'opera di laicizzazione era appoggiata da organi dello Stato, la sanità era ancora competenza del prefetto e dunque era a lui che il governo affidò compiti ben precisi in questa direzione. Gravina proveniva da Milano ed era stato nominato prefetto di Roma il 15 febbraio. Il parere favorevole alla cessione dell'area per la costruzione di un tempio crematorio fu uno dei primi atti che firmò nella capitale. Uomo della sinistra moderata era considerato molto vicino al mondo cattolico e questo solo fatto porta ad escludere che possa aver assunto una iniziativa politicamente così "forte" in assenza di precise indicazioni. Del resto proveniva da Milano dove il tempio crematorio era attivo già da quattro anni e dove aveva potuto approfondire le linee di governo sulla questione.

La prassi da seguire era molto complessa. La prefettura autorizzava la Società ad eseguire l'incenerimento dei cadaveri, autorizzato di volta in volta dalla stessa prefettura, previo consenso dei parenti che dovevano produrre tutta una serie di certificazioni. L'autorizzazione prefettizia andava inviata al sindaco che la comunicava alla famiglia e alla Società stessa stabilendo giorno e ora dell'incenerimento. La cremazione sarebbe stata eseguita a cura e spese della Società «con tutti i riguardi possibili in modo da non recare ostacolo alla celebrazione delle funzioni religiose secondo il rito professato in vita dal defunto» 43. Ottenuto il parere positivo del consiglio provinciale di sanità, il 19 aprile 1880 i rappresentanti della società di cremazione inoltrarono al sindaco Augusto Armellini la richiesta per la concessione di un'ala del cosiddetto Casino Caracciolo al Verano, giudicato idoneo alla trasformazione. Si trattava di un manufatto, la cui scelta era stata suggerita da motivi igienici ed economici, posto nella zona del Pincetto, in posizione sopraelevata rispetto al resto del cimitero.

Come era già successo in altre città, anche a Roma si nota la profonda differenza tra l'atteggiamento dell'autorità prefettizia, che esegue le direttive ministeriali applicando la normativa in vigore, e l'amministrazione cittadina che cerca invece di utilizzare tutti gli strumenti in suo possesso per bloccare le iniziative non condivise.

A Roma, dopo la vittoria elettorale della sinistra, erano entrati a far parte della Giunta democratici come Cesare Correnti e Augusto Armellini. Il tentativo di circoscrivere l'influenza clericale si interruppe però nel 1879 e nell'80 quando l'Unione Romana riuscì a garantire ai suoi candidati un elevatissimo numero di voti. Depretis cercherà con poco successo di arginare l'avanzata cattolica favorendo nel 1881 la breve esperienza dell'amministrazione Pianciani. Il conte spoletino, massone di vecchia data, democratico convinto e molto popolare a Roma, sarà però costretto alle dimissioni dalla resistenza dei gruppi conservatori e clericali 44.

In questa situazione, appare evidente che, intorno alla concessione dell'area, si misurarono i rapporti di forza tra i gruppi liberali e quelli clericali in seno al consiglio comunale. L'opposizione mise in atto tutti i mezzi consentiti per impedire di fatto la concessione dell'area stessa, prima palleggiando le competenze tra Consiglio e Giunta, poi imponendo una convenzione inaccettabile che in effetti fece ritardare di due anni la stipula dell'accordo.

La difficile trattativa col Comune provocò una serie di contraccolpi anche all'interno della società per la cremazione tra chi era ben deciso a firmare solo a condizioni favorevoli e chi, più politico, era disposto a qualunque, pur oneroso compromesso, pur di far passare il principio. Le ostilità furono aperte dalla Giunta municipale che avrebbe dovuto discutere la richiesta di concessione del casino Caracciolo per la costruzione del forno, e che, su impulso dell'assessore Vitelleschi, si dichiarò incompetente a prendere decisioni 45. Il marchese Francesco Nobili-Vitelleschi era un liberale moderato, molto sensibile alle problematiche religiose ed aperto al dialogo con il partito clericale 46. Sarà uno dei tanti consiglieri "grigi" che inclinavano verso i "neri". Sarà lui, in quanto assessore all'igiene, a rendere di difficile attuazione la concessione dell'area all'associazione cremazionista romana. In risposta, il giorno successivo alla riunione della Giunta capitolina, il giornale romano "La lega della democrazia" pubblicò una lunga poesia di Ulisse Bacci che inneggiava alla cremazione.

Feralia

Perché non più sovra i sepolcri aleggia / il Cherubino della speme, e vano / simbol di fede moribonda, attrista / la croce i campi della morte, e muto / di celesti tripudi e d'armonie / il paradiso si scolora, è spenta / forse ogni cura, ogni pietade, e nullo / fra i mortali ed i morti affetto avanza? / Ancor di fiori, le pie genti, all'urne / e di serti votivi e d'amoroso / pianto recan tributo, e per gli angusti / calli, fra i bianchi tumuli, pietose / erran, le note immagini cercando / dei lor diletti, e riscaldando i marmi/di sospiri, di lagrime e di baci. / D'umide grotte e d'atri cavi in grembo, / cupa credenza, le reliquie umane / all'aura mite e a' rai del sol contese; / tra fredda e densa tenebra sepolte / L'ossa dei padri, ammonticchiate, ignude, / imputridian, confuse oscenamente, / in fetenti caverne: i sacerdoti / ponean custodi dei lugubri avelli / lo spavento, il terror ­ fuggiva il sole / dagli orridi recessi, e quando un raggio / della pallida luna i solitari / archi imbiancava dei funerei chiostri, / negri fantasmi per le volte oscure / fuggian gemendo, d'ogni forma viva/ sdegnosi; e invan dall'istoriate mura /l'arte sorrise, ché nei tetri alberghi / l'arte più bella non parea gentile! / Or più civil costume, in mezzo ai campi / aperti al bacio degli azzurri cieli, / o su spiaggie odorose a cui rapisce / con tiepid'ala zefiro i profumi, / e il glauco mar salubri aure tramanda / e arcane voci e fremiti e carezze, /sotto piangenti salici e tra' fiori / dolce alle umane spoglie offre riposo. / E il peregrin notturno non attrista / la feroce dei demoni tregenda / sghignazzanti fra l'ombre ­ ma le stelle / che inargentan dei morti il quieto albergo / sulla verde collina, ogni tempesta / gli calmano nel petto, e tra' silenzi / di luminosa notte il senso apprende / per cui dei vivi il mondo e dei sepolti / con legge eterna ricongiunge amore. / E la frequente e lagrimosa turba / desiando s'aggira, e si conforta / nel sovvenir: ché se gentile affetto / o pietoso ricordo o desiderio / di scomparsa virtude in sen ragioni, / dolce sollievo è per gli uomini il pianto. / E là nei marmi effigiati impara, / per mille forme, dell'estremo addio / l'ineffabil dolor; quando la madre / nel sorriso degli anni, e in volto accesa, / di quell'ardor che dentro spira e tutte / le membra leggiadrissime commove, / da lento morbo e dall'amor consunta, / della Parca crudel la mano gelida /sente premerle il cor, mentr'ella al seno / stringe il biondo fanciullo e su quel capo / l'ultimo bacio e l'anima depone. / Il pio visitator piange, ma nuova, / dopo quel pianto, inusitata calma / gli scende in cor, né può distorre il guardo / dai vivi marmi, in cui d'amore e d'arte / insiem congiunti magistero arcano, / di quell'amplesso la pietà scolpiva. / Tempo già vien che la sapienza umana, / con nuova forza, di natura in grembo / renderà gli elementi ond'essa i corpi / informa: e allor della materia il pigro / dissolvente lavoro il fuoco edace / affretterà. Simbol di vita eterna / e di moto perenne e d'armonia / già rilucean fra i popoli vetusti / della pira le fiamme: venerate / furon l'urne che il cenere paterno / conservarono ai figli, e ancor si piange / d'Antigone sul fato, in Tebe uccisa / per la pietade del fratello estinto. / E allora, infranta l'ultima catena / che ancor t'avvince tra bugiardi altari, / nuova vendetta delle antiche offese / e nuovo plauso delle genti avrai, / tu che, in dispetto degli dei, rapisti / la prima fiamma, audace spirto, al sole 47.

Dichiaratasi incompetente la Giunta, la richiesta della società di cremazione fu trasmessa al consiglio comunale. Cominciava il palleggiamento dilatorio per evitare una delibera quale che fosse, in mancanza della quale il parere positivo della prefettura era destinato a rimanere privo di conseguenze. Solo il 21 giugno, dopo una serie di sollecitazioni, fu inserita la «domanda di area al Campo Verano per la costruzione di un forno crematorio pei cadaveri» tra le proposte da discutere. Il 10 dicembre, in Campidoglio, Francesco Ratti, nella sua doppia veste di consigliere comunale e relatore della proposta, poté spiegare ai colleghi gli intenti della società da lui presieduta, legati ad esigenze di igiene pubblica. Ratti si soffermò a lungo sugli esperimenti che erano stati favoriti dal "romano" Keller 48 e sulle pratiche che era stato necessario espletare per rendere possibile quella prima cremazione, elencando i vantaggi igienico-sanitari che si sarebbero potuti ottenere dalla cremazione. Fece più volte riferimento al municipio di Milano che aveva concesso appoggio morale e finanziario alla società per la cremazione cittadina. Gli rispose il consigliere De Rossi con un excursus storico teso a dimostrare l'inopportunità di una simile "innovazione". Quanto al presente, De Rossi ricordò che a Berlino nel 1877 era stata negata la facoltà di adottare la cremazione. Ostilità c'erano anche a Parigi e a Londra. A suo dire si opponevano alla cremazione sia il sentimento generale della popolazione cristiana che si rifiutava di modificare il rito dell'inumazione in vigore da ben diciannove secoli, sia la giustizia che vedeva nella cremazione un pericolo per la distruzione delle prove in caso di delitto. Anche l'aspetto igienico era da contestare come aveva dimostrato chiaramente un igienista assai conosciuto come Mantegazza 49. De Rossi aveva proposto tutte le motivazioni già "classiche" dell'opposizione al nuovo sistema in sperimentazione così come Ratti aveva presentato all'assemblea tutte quelle a favore.

Baccelli, nel dichiararsi a favore, sottolineò il concetto di libertà del cittadino che andava salvaguardato anche davanti alla questione dei suoi resti. Il sindaco prese la parola per chiarire che un eventuale voto negativo dell'assemblea non avrebbe impedito al governo di autorizzare l'esperimento in luogo diverso dal cimitero municipale. Non era infatti in discussione la cremazione come sistema di conservazione dei cadaveri, ma solo il luogo da destinare alla sperimentazione. L'intervento di Armellini appariva finalizzato a sdrammatizzare la discussione spingendo il consiglio a dare voto favorevole. In risposta Chigi propose invece di respingere la proposta che avrebbe autorizzato la sperimentazione in un luogo benedetto «affinché, chi vuole, possa farsi bruciare altrove» in omaggio al principio di libertà affermato da Baccelli.

Messa in votazione la proposta, la maggioranza del consiglio si espresse a favore con 35 voti favorevoli e 10 contrari 50. Il 13 gennaio 1881 Ratti veniva ufficialmente informato che la deputazione provinciale, il 28 dicembre precedente, aveva approvato la delibera del Consiglio salvo «ogni opportuna riserva tanto per l'area quanto per i mezzi che si intendono adottare per la cremazione» 51. Il 24 gennaio Ratti, ringraziando il sindaco della comunicazione, lo informava che avrebbe delegato il vicepresidente e il segretario della società per la cremazione a rappresentarlo nella presa di possesso dell'area. Contemporaneamente inviava all'ufficio viii Igiene e Assistenza sanitaria del Comune il progetto dell'edificio crematorio insieme a quello di un forno tipo Gorini e di uno tipo Poma e Venini 52. L'assessore all'igiene Nobili Vitelleschi sottopose il progetto all'approvazione di una commissione composta dal prof. Davide Toscani, dal dott. Matteo Lanzi e dal dott. Luigi Galassi 53 che, il 9 febbraio, diedero parere favorevole all'adozione di entrambi i sistemi giudicati ugualmente idonei.

Nobili Vitelleschi e la Giunta comunale rimanevano però ben decisi a vanificare i risultati ottenuti dalla società fino a quel momento rendendo difficile la firma della convenzione. Nella seduta del 9 febbraio, preso atto di tutti i pareri positivi, venne dunque deliberato che «trattandosi di un esperimento, la relativa concessione sia fatta a titolo di occupazione precaria o per un determinato numero di anni, salvo il pagamento a favore del Comune di un'annua corrisposta pressoché equivalente agli interessi legali del prezzo dell'area da occuparsi» 54. La questione si era dunque spostata sul piano economico. Ratti e Giammarioli si dichiararono disposti a corrispondere una somma annua al comune non superiore alle 50 lire a condizione di poter disporre dell'area per almeno trenta anni e a condizione che il comune rinunciasse ad esigere una tassa per l'incenerimento dei cadaveri. Si chiedeva inoltre al Comune di impegnarsi ad accettare la proprietà dei manufatti costruiti sull'area in concessione a titolo gratuito in caso di scioglimento della società per la cremazione 55.

Il 18 febbraio Giammarioli si rivolse privatamente al prof. Toscani, direttore dell'ufficio di sanità, facendogli presenti le motivazioni che rendevano non proponibile l'accettazione dell'area per pochi anni. I soci della società per la cremazione acquistavano il diritto a farsi cremare gratuitamente. Non si sarebbe potuto mantenere l'impegno se il comune avesse richiesto indietro l'area. La cessione doveva essere dunque senza limiti di tempo. Giammarioli faceva presente che la società non aveva fini di lucro. «Essa rimette una somma di danaro per conseguire un bene pubblico, e non si comprende come il Municipio di Roma pretenda di soccorrerla col chiedere ad essa del denaro! Tutti mi dicono che la deliberazione consigliare deve essere applicata nel senso di consegnare l'area gratuitamente e senza limitazione di tempo, e che al più al più ­ ciò che sarebbe logico e ragionevole ­ la Giunta nell'atto di consegna potrebbe prescrivere che cede alla Società l'uso dell'area [...]».

Era evidente che la Giunta operava in modo tale da rendere nulla la delibera consiliare e infatti il 22 febbraio Ratti indirizzava al sindaco una nuova domanda nella quale si contestava la competenza dell'ufficio viii a porre condizioni alla concessione dell'area già deliberata dal consiglio comunale e si chiedeva il riesame della pratica che fu infatti inviata alla sezione legale.

Nella seduta del 26 marzo però la Giunta ribadì che la concessione dell'area doveva essere fatta a titolo di occupazione precaria e gratuita per cinque anni, trascorsi i quali il consiglio avrebbe stabilito se mantenere la concessione a titolo gratuito o richiedere una somma per l'occupazione dell'area 56. L'unica concessione era il pagamento differito.

Ottenuta l'area e in attesa di definire tempi e costi, Giammarioli il 10 maggio inviava un nuovo progetto firmato dall'architetto Salvatore Rosa e approvato dall'architetto comunale Emanuele Erzoch 57. Non si era più parlato del Casino Caracciolo, segno che la proposta era stata subito respinta. L'area assegnata era posta nella zona bassa, dove venivano fatte le autopsie, e l'uso ne avrebbe confermato la non idoneità 58. Era stato predisposto tutto affinché il contratto fosse firmato il 31 maggio, ma la stipula non avvenne perché il comune chiese al presidente della società per la cremazione di firmare a nome della società, ma anche in nome proprio, trattandosi di società privata 59. La richiesta venne successivamente formalizzata dalla Giunta il 28 settembre. Siccome la società non era costituita in ente morale, essendo «mancante di azione giuridica», il suo rappresentante doveva intervenire nella stipulazione «anche in nome proprio, secondo che è nelle consuetudini di questa amministrazione» 60. Su richiesta di Ratti si specificavano anche le responsabilità che il presidente assumeva in prima persona. Lo stesso giorno Ratti mandava a chiedere al segretario generale del comune copia del contratto di cessione da analizzare. Due giorni dopo gli scriveva ribadendo che non era possibile firmare un contratto la cui durata era tanto breve 61. Da parte del comune si argomentava invece che la società aveva richiesto la facoltà di costruire un forno crematorio per eseguire degli esperimenti che sono, per loro natura, temporanei, e quindi l'occupazione dell'area doveva ritenersi ugualmente temporanea. Il consiglio comunale aveva deliberato a favore della concessione dell'area, ma «la Giunta municipale, interpretando nel senso lato la volontà del consiglio» aveva deciso che la sperimentazione non dovesse superare i cinque anni 62. A novembre la situazione non si era ancora sbloccata. La società per la cremazione era stata costituita ormai da due anni e da un anno e mezzo aspettava di poter costruire il crematorio. Luigi Mostardi, segretario della società, indirizzò una lunga lettera al nuovo sindaco, il conte Luigi Pianciani, per informarlo della situazione, denunciare l'ultimatum della Giunta e le due condizioni capestro: si era sperato di poter utilizzare il Casino Caracciolo dove, con spesa molto ridotta, si poteva istallare il forno da spostare poi eventualmente in altra sede, conclusa la fase sperimentale. Invece l'area concessa era la «meno acconcia» e richiedeva l'esborso di una grossa somma di denaro, tra le dodici e le ventimila lire, per l'edificio da costruire. Come poteva la Giunta pretendere di entrare in possesso del manufatto dopo soli cinque anni? «A mio avviso sarebbe un'enormità» dichiarava Luigi Mostardi che denunciava che la clausola della temporaneità era stata avanzata all'ultimo momento e contro il parere del consiglio comunale mettendo a rischio tutto il progetto cremazionista che non si limitava alla rapida distruzione del cadavere, ma mirava a studiare tutta la problematica legata ai cimiteri.

«Sarà proprio Roma, la città da cui dovrebbe irradiare la luce, quella che porrà ostacoli ad una riforma che preoccupa tanti scienziati e che viene esperimentata in altre città italiane ed estere?» 63.

La lunga lettera di Mostardi a Pianciani denunciava chiaramente l'opposizione tenace condotta dalla Giunta contro il progetto cremazionista che non era stato possibile bloccare, ma che poteva essere ritardato e forse interrotto da richieste che apparivano sempre più inaccettabili. In cinque anni era impossibile ammortizzare la spesa sostenuta e il Comune, una volta entrato in possesso dell'edificio avrebbe potuto anche trasformarlo adibendolo ad altri usi.

La società stava cercando in tutti i modi di tutelare gli interessi degli associati, ma neanche il sindaco fu in condizione di intervenire. A metà mese Ratti ricevette copia della nuova convenzione preparata dagli uffici del Comune nella quale venivano ribaditi tutti i punti già contestati. Venne riproposta la formula che impegnava il presidente personalmente, così come rimase fissato in cinque anni l'arco di tempo consentito per l'esperimento di «combustioni cadaveriche». Il contratto fu rimandato al sindaco con una serie di osservazioni. I punti che la società metteva in discussione erano ben dodici: bisognava togliere le obbligazioni in proprio del presidente, la definizione di «combustioni cadaveriche» andava sostituita con «esperimenti per l'incenerimento dei cadaveri», la concessione dell'area doveva estendersi ad almeno 15 anni che dovevano decorrere dal primo esperimento e non dalla consegna dell'area.

Seguivano tutta una serie di osservazioni tecniche. Il Comune poneva la condizione di far presenziare i lavori da alcuni architetti o ingegneri suoi dipendenti; la Società però non era d'accordo perché il Comune, non partecipando alle spese di costruzione del forno, non aveva nessun diritto, eccetto quello di controllare che i lavori rispondessero al progetto presentato. La Società infine ricordava al Comune che quanto richiesto non si discostava dalle prescrizioni della prefettura e rigettava la condizione di retrocessione gratuita del manufatto al Comune nel caso questo rimanesse inoperoso, proponendo invece per l'area una corrisposta annua di venti lire "per gli effetti del registro". Era chiaro però che non c'era spazio per una vera trattativa tra la Giunta, che puntava a non far costruire il crematorio e la società per la cremazione, il cui interesse andava nella direzione opposta. Le simpatie personali del sindaco, si trattasse di Armellini o di Pianciani, non furono di nessun aiuto, mentre il fatto di essere consigliere comunale rese rigida la posizione di Ratti nel suo scontro con i colleghi della Giunta. Completamente diverso era invece l'atteggiamento di Giammarioli che voleva raggiungere uno scopo e che, pur di avere le necessarie autorizzazioni, era disposto ad accettare anche clausole vessatorie. Per superare la situazione di stallo, testimoniata da un ricco scambio epistolare tra le parti 64, fu necessario operare un cambio ai vertici della società romana che si era di fatto sciolta per i contrasti al suo interno. Fu ricostituita nell'assemblea del 24 gennaio 1882 in cui fu eletto presidente Giammarioli, con Francesco Bennicelli segretario. Ratti divenne presidente onorario 65.

Tre giorni dopo il nuovo presidente inviò due lettere al sindaco Pianciani informandolo di essere disposto a firmare, sottoscrivendo tutte le condizioni «imposte» dalla Giunta, senza aspettare che questa si pronunciasse sulle modifiche che erano state ribadite dalla società alla fine di novembre.

Il testo delle lettere chiarisce, meglio di ogni commento, lo spirito con cui si giunse a concludere la trattativa:

Ho capito, anzi da un pezzo, sufficientemente bene, quantunque di rebus non me ne intendo, malgrado le gravi pratiche che a forza ho dovuto fare trattando colle amministrazioni municipali.

Alla sua pregiatissima del 26 corrente mi pregio rispondere:

Che sono pronto a firmare per la Società crematrice ed anche in proprio l'atto relativo alla cessione dell'area per il crematoio, come è stato preparato dalla segreteria generale con quelle condizioni imposte dalla cessata Giunta, ed in replica soggiungo anche di farmi conoscere il giorno e l'ora per la stipula.

La Società ed io non facciamo più alcuna opposizione ed obbiezione al contratto fatto dalla segreteria municipale e ci rinunciamo. Insomma sono pronto a rilevare l'area con quelle condizioni che a Lei ed alla Giunta presente e passata piacesse o piaccia porre ed imporre 66.

Contemporaneamente Giammarioli scriveva al sindaco una lettera privata nella quale lo pregava di non inviare di nuovo tutto l'incartamento alla Giunta, informandolo nel contempo che gli risultava che la lettera con la quale aveva dichiarato di accettare tutte le condizioni imposte non era stata allegata agli atti. La lettera, sebbene scritta in forma privata, fu inoltrata agli uffici con questa annotazione di Pianciani: «ripetendo le istruzioni date per stipulare, e perché indaghi come Giammarioli possa conoscere l'andamento interno degli uffici» 67. Il commento appare tanto più interessante se si considera che tanto Giammarioli quanto Pianciani erano massoni e che erano entrambi cremazionisti. Evidentemente la doppia comune militanza non impediva a Pianciani di amare la correttezza. Il 30 gennaio, non avendo ricevuto risposta alle sue lettere, il presidente della società di cremazione minacciò il sindaco di Roma di «ricorrere ai mezzi legali ed alle autorità superiori per ottenere la esecuzione del deliberato...» 68. Non ce ne fu bisogno perché, finalmente, il 31 gennaio 1882 fu firmata la convenzione tra Leopoldo Torlonia, delegato dal sindaco Pianciani, e Felice Giammarioli che rappresentava la società. Era un contratto capestro in cui tutte le spese erano a carico della società e il comune si riservava ogni diritto 69. Non era stato neanche possibile ottenere che i cinque anni decorressero dal momento in cui il tempio avesse cominciato a svolgere la sua attività.

La Società per la cremazione dei cadaveri aveva comunque vinto la sua battaglia di principio. I lavori per la costruzione del tempio crematorio cominciarono nella primavera di quello stesso anno 70. Il 16 aprile 1883 fu eseguita la prima cremazione sperimentale ed altre ne furono eseguite, nel forno Gorini leggermente modificato, prima della inaugurazione ufficiale che avvenne con grande solennità il 5 luglio 1883.

7. La ritualità funeraria

La ritualità delle esequie del primo personaggio cremato a Roma fu accuratamente predisposta. La morte del senatore fiorentino Emilio Cipriani, professore emerito dell'università di Pisa, Gran maestro onorario della massoneria italiana, ai vertici del rito scozzese antico e accettato col grado di 33, garante d'amicizia del Supremo consiglio del Lussemburgo presso il Grande Oriente d'Italia, offrì alla massoneria italiana l'occasione di elaborare un rituale funerario laico-massonico.

Cipriani da giovane, quando era ancora studente di medicina a Pisa, aveva fatto parte del battaglione universitario che si era battuto nel 1848 a Curtatone e a Montanara. Diventato professore nell'università di Pisa era stato costretto all'esilio dal governo granducale. A Costantinopoli, dove visse fino al 1859, divenne un celebre chirurgo. Come tanti, anche Cipriani era rientrato in Toscana alle prime voci di guerra. Eletto deputato nel collegio di Campi Bisenzio entrò a far parte del primo parlamento nazionale. Nella ix legislatura Cipriani, che sedeva sui banchi della Sinistra, era stato eletto questore della Camera. Fu uno dei medici che collaborò all'estrazione della palla dalla gamba di Garibaldi dopo l'episodio di Aspromonte. Nella spedizione garibaldina del 1867 fu a capo del corpo sanitario. Divenne senatore durante il ministero Cairoli 71. Ai funerali dell'illustre uomo politico presero ufficialmente parte il Grande Oriente, il Supremo consiglio dei 33, le quattro logge di Roma Universo, Rienzi, Propaganda, Spartaco, il capitolo Rosa Croce, le logge Concordia, Scienza e Lavoro di Firenze, la loggia Pietro Micca Ausonia di Torino. Alle due colonne posteriori del carro furono appese due grandi corone di alloro con nastri di seta offerte dal Rito e dall'Ordine. Sulla parte più alta del carro, ­ da dove era stata rimossa la croce, perché i funerali dovevano essere esclusivamente civili ­, spiccava un'enorme corona di fiori freschi dono del duca Leopoldo Torlonia sindaco di Roma. «Sul feretro, intrecciata con la sciabola, il berretto da colonnello garibaldino e le numerose medaglie militari e civili del defunto, splendeva la sciarpa da 33».

L'accurata descrizione del corteo funebre testimoniava con tutta evidenza il desiderio di veicolare nell'immaginario collettivo un nuovo modo di pensare la morte e l'estremo saluto al defunto. Il rituale appare accuratissimo. Intorno al carro gli otto posti d'onore erano occupati, a destra, dal senatore Caccia in rappresentanza del Senato, dal gran maestro dell'Ordine Giuseppe Petroni, dal rappresentante dei veterani di guerra, dal rappresentante dei reduci; a sinistra, dall'on. Seismit Doda per la Camera, da Adriano Lemmi per il supremo consiglio, dal sindaco di Roma e dall'erede dell'estinto. Massimo rilievo allo Stato seguito dalla massoneria e dalle rappresentanze patriottiche. Seguivano il feretro le tre bandiere della massoneria, deputati, senatori, massoni e amici dell'estinto. I discorsi ufficiali furono tenuti a Porta Pia, luogo simbolico per il mondo laico, dove poi si sciolse il corteo. Parlarono Crispi, in nome degli amici del defunto, Tajani per la Camera e il professor Chierici. Fu ricordato l'uomo e il cittadino. Il vecchio generale Nicola Fabrizi pregò Crispi di rappresentarlo 72. Giunti privatamente al Verano, il gran maestro Giuseppe Petroni parlò brevemente del massone Cipriani.

Tre settimane dopo, la mattina del 5 luglio 1883, a Roma, il tempio crematorio del Verano fu inaugurato con la cremazione del corpo del senatore Cipriani. «Il crematoio ha forma pesante e severa ­ è di stile egizio ­ e con lodevole pensiero l'architetto Rosa ha saputo mascherare il cammino [...] con una copertura di zinco che gli dà l'aspetto di una gran pira in cima alla quale arda una fiamma» 73. Il rito fu celebrato con il massimo della ufficialità alla presenza di Adriano Lemmi, esecutore testamentario delle ultime volontà del senatore fiorentino, di Giuseppe Petroni, del presidente della società di cremazione romana Felice Giammarioli. La stretta amicizia tra Lemmi e Cipriani risaliva molto probabilmente agli anni di Costantinopoli. Mentre il cadavere bruciava Giammarioli leggeva un lungo ed erudito discorso agli invitati alla cerimonia tra cui c'era, in rappresentanza del municipio di Roma, il comm. Biagio Placidi, il senatore Rosa, autore dell'edificio, il prof. Fiordispini, il dott. Antonio Facci, il dott. Rinaldo Roseo, il prof. Montenovesi, Nino De Andreis, Luigi Castellazzo, il dott. Chierici, Uriele Cavagnari. Erano rappresentate la società di cremazione di Firenze, le logge fiorentine Concordia, Scienza e Lavoro, le logge romane Universo, Rienzi, Propaganda, Spartaco. Ulisse Bacci rappresentava la loggia Italia Risorta di Costantinopoli. Erano presenti molti rappresentanti della stampa e non poche signore. Nel pomeriggio dello stesso giorno, alla presenza di Lemmi e Giammarioli, si procedette alla estrazione delle ceneri e alla loro sistemazione «nel monumento massonico». Come precisò, forse con un eccesso di pignoleria, l'estensore dell'articolo «questa parola ceneri che comunemente si usa parlandosi degli avanzi di una cremazione, nel caso nostro non è propria: non si estraggono ceneri, ma sibbene ossa calcinate che sono leggerissime, spugnose, candide e che alla prima e più lieve pressione si infrangono» 74. Dopo anni di opposizione coperta, strisciante, ma apparentemente insormontabile, la società per la cremazione romana poteva finalmente affermare di aver superato ogni ostacolo frapposto dal Comune alla messa in opera del nuovo sistema per la cremazione dei cadaveri. Quel 5 luglio del 1883 rappresentò una data significativa nella storia della laicizzazione della morte nella città di Roma 75.

8. La cremazione di Giuseppe Mazzoni

Con l'elezione alla gran maestranza di Adriano Lemmi, nel gennaio del 1885, si aprì una nuova fase della storia della massoneria in Italia. Uomo d'affari, il livornese aveva ricoperto le cariche di membro della Commissione per la restaurazione delle finanze massoniche dal 1877 al 1879, di Gran tesoriere dal 1879 e di Gran maestro aggiunto dal 1882. Aveva un suo progetto e sapeva dove voleva indirizzare la Comunione. Il primo atto compiuto dal nuovo Gran maestro, appena eletto e non ancora insediato, fu quello di assistere alla cerimonia della cremazione della salma del suo predecessore Giuseppe Mazzoni, che aveva retto l'istituzione massonica negli anni Settanta ed era morto a Prato cinque anni prima,. Era un messaggio molto forte quello che Lemmi, da Roma, rilanciava. Egli, del resto, aveva contribuito non poco a rendere possibile la costruzione del tempio romano, mettendo a disposizione una grossa cifra.

Alla cerimonia, cui si volle dare particolare solennità, assistevano il Gran maestro emerito Giuseppe Petroni, i due Gran maestri onorari Pirro Aporti e Gaetano Pini, il Gran segretario del Supremo consiglio dei 33, Tommaso Sisca, tutti i delegati delle logge italiane che erano intervenuti all'Assemblea costituente massonica. L'urna contenente le ceneri di Mazzoni, deposta su un'apposita bara, fu trasportata da Lemmi, Aporti e Pini fino alla tomba dei grandi dignitari dell'Ordine che era stata da poco edificata nel Verano e che fu inaugurata in quella occasione. Qui, prima che l'urna fosse deposta nel sepolcro, parlarono Petroni e Pini. Al vecchio ex Gran maestro fu affidato il compito di commemorare il suo predecessore con cui aveva collaborato per lunghi anni; Pini svolse invece un discorso politico. La cremazione della salma di un Gran maestro della massoneria italiana ratificava e ufficializzava, se pur ce ne fosse stato bisogno, l'impegno cremazionista del Grande Oriente d'Italia.

Con la cremazione del compianto Maestro ebbe eloquente conferma il nuovo culto della tomba che coi cadaveri distrugge i pregiudizi e fuga le superstizioni. Affidando a questi marmi la custodia del prezioso deposito, noi sanzionammo anche una volta il nostro diritto su questa terra nella quale aleggia tuttavia l'alito pestifero di una religione che muore.

Con queste parole Pini confermava il grande valore simbolico che racchiudeva la doppia cerimonia di quella fredda giornata di gennaio con la quale il mondo civile prendeva possesso del cimitero, luogo deputato alla conservazione dei resti dei cittadini, uomini e donne di ogni ceto, razza e religione e non più luogo riservato soltanto ai cattolici morti in stato di grazia 76.

Giuseppe Mazzoni era stato ricevuto in massoneria in una loggia di Marsiglia negli anni dell'esilio politico. Fu ricondotto in loggia da Giuseppe Dolfi nel 1869 e nominato gran maestro aggiunto. Diventato gran maestro in sostituzione di Frapolli, insieme a Lemmi e a Campanella, auspice Garibaldi, lavorò per unificare la massoneria italiana. Nel 1872 a Roma fu eletto gran maestro e riconfermato nel 1874, 1977, 1879. Dal 1869 al 1871 fu nella loggia Universo di Firenze poi in quella ricostituita a Roma con lo stesso nome. Quando morì, Mazzoni era Gran maestro in carica. I funerali si svolsero a Prato. Il carro funebre, guidato da quattro cavalli riccamente bardati e guidati da quattro palafrenieri, fu messo a disposizione dalla società massonica dei trasporti funebri di Pistoia. Sul feretro furono deposte le insegne massoniche: la sciarpa da 33, il collare del Grande oriente d'Italia, il gioiello di garante d'amicizia della serenissima gran loggia di Ungheria. Nella piazza del municipio e lungo la via dei Sarti furono dispiegate le bandiere massoniche insieme a quelle delle altre associazioni. Il corteo funebre fu aperto dalla società filarmonica pratese, seguita dagli alunni del collegio Cicognini; seguiva il labaro del Gran maestro dell'Ordine portato dai fratelli Adolfo Chiossone, Felice Giammarioli, Gaetano Pini, tutti e tre cremazionisti convinti. Seguivano la bandiera dell'Ordine e quella della loggia Universo di Roma, della quale Mazzoni era fratello effettivo, che precedevano altre 45 bandiere. Gli otto posti d'onore intorno al feretro erano occupati dall'avvocato Giuseppe Petroni, dal senatore Pironti, dal prefetto Corte, dal sindaco Pacchiani, dal senatore Tommaso Corsi, da Nicola Guerrazzi, dal deputato Pirro Aporti, dal consigliere provinciale Carlesi. Seguivano il feretro più di cinquecento fratelli tutti vestiti con le loro insegne e altri con un semplice ramo d'acacia in mano. Alle spalle del popolo massonico erano schierate le autorità: giunta e consiglio comunale, i pretori, il giudice conciliatore, rappresentanze degli ospedali, del conservatorio, degli ospizi e di tutte le altre istituzioni cittadine. Tutta la città e moltissima gente venuta dalle campagne e dai paesi vicini fece ala al passaggio del coloratissimo corteo che si distendeva per più di un chilometro. Giunti al deposito mortuario dove fu deposta la bara ci furono i discorsi del prefetto di Firenze l'onorevole Corte, del Gran maestro Petroni e del presidente della Gran loggia del rito simbolico Pirro Aporti a nome delle officine lombarde, che avevano un ruolo egemone nell'istituzione in quegli anni 77.

La morte di Mazzoni seguiva di due anni quella del primo re d'Italia. Così come per Vittorio Emanuele ii lo Stato dovette elaborare un rituale adatto alla circostanza 78; così per la morte del primo Gran maestro in carica l'Ordine ideò un funerale in grado di rappresentare simbolicamente il ruolo della massoneria nella penisola. Cinque anni dopo, ancora Mazzoni servì a completare la simbologia della morte massonica.

Nel 1890, a Spoleto, morì il conte Luigi Pianciani ex sindaco di Roma. Anche in questa occasione la rivista massonica dedicò molte pagine alla descrizione minuta dei funerali che si erano svolti a Spoleto la mattina del 20 ottobre nella più fastosa ufficialità. La salma era poi partita per Roma, dove sarebbe stata cremata la mattina dopo, coperta dagli emblemi che lo avevano accompagnato in vita: la bandiera tricolore, la camicia rossa e la sciarpa massonica con le insegne del 33 grado del rsaa. Nel testamento olografo il conte spoletino aveva lasciato scritto:

Voglio che il mio cadavere sia cremato e le mie ceneri, prelevandone due ricordi, uno per Letizia, l'altro per Ines, riposte in un'urna e depositate nel sepolcro di mia proprietà, dove riposa la mia prima moglie Rosa, nel Campo Verano, unendovi nella parte posteriore del piccolo monumento le sole parole: Qui sono riposte le ceneri di Luigi Pianciani. Non voglio alla mia morte né funzioni religiose, né suoni di campane, né preti attorno al mio letto, queste sono sempre state le mie idee e voglio che siano osservate 79.

Le sue ceneri furono deposte nel sepolcro di famiglia 80a Campo Verano.

9. La condanna di "Civiltà Cattolica". La scomunica

Tutta la storia della cremazione è stata segnata dalla diffidenza, che divenne poi aperta ostilità e condanna senza appello, del mondo cattolico nei confronti di questo nuovo sistema. Dall'"Unità cattolica" all'"Osservatore romano" fu un coro di attacchi sebbene, in una prima fase della propaganda a favore del nuovo sistema di conservazione dei morti, medici, igienisti, propagandisti tutti avessero fatto particolare attenzione a non turbare le coscienze dei cattolici. In tutte le conferenze, in tutti gli scritti, largo spazio era lasciato alle argomentazioni tese a dimostrare come il cattolicesimo non potesse non assumere una posizione di indifferenza di fronte alla nuova proposta.

I massoni non si sottrassero a questa linea di condotta. Nel 1873, i fratelli della loggia milanese La Cisalpina avevano tentato di rassicurare i credenti ricordando il rito che vuole che il primo giorno di quaresima il sacerdote ponga sulla fronte dei fedeli la cenere, pronunziando il versetto della Bibbia che recita: Memento homo qui pulvis es et in pulverem reverteris «quasi a protesta della umana superbia cui ripugna ripiombare nel nulla, non appena la parabola della vita abbia percorso da un punto all'altro il suo ciclo» 81. Si ripeteva che l'immortalità dell'anima non poteva essere messa in discussione dalla cremazione perché nel tempo tutti i corpi si disfacevano comunque.

Anche tra i cattolici c'era chi riteneva che mancassero i presupposti per un'opposizione di principio. Nell'aprile del 1874, in occasione di un comizio svoltosi a Milano in favore della cremazione, il sacerdote cattolico Antonio Buccellati, professore di diritto penale nell'università di Pavia, membro del R. Istituto lombardo di scienze e lettere, inviò un documento che fu violentemente attaccato dai giornali clericali intransigenti.

Voi vi domandate quale rapporto possa avere l'abbruciamento dei cadaveri colla religione; ed io, senza la pretesa di dettar sentenza come teologo, e solo come cattolico di buon senso, non dubito di rispondervi francamente che l'abbruciamento dei cadaveri, quale saviamente è inteso da voi e dai vostri colleghi, non è un voto che si opponga alla religione. La chiesa non poteva prevedere quanto solo oggi la scienza suggerisce per motivi igienici e civili e comunque la libertà di scegliere il tipo di sepoltura salvaguarda il fedele. In passato la chiesa non ha mai reclamato quando in occasione di pestilenze o di guerre i cadaveri furono bruciati, sepolti con calce, mummificati o imbalsamati.[...] Importuna poi, per non dire assurda, è la difficoltà attinta al dogma della Risurrezione; imperocché carnis resurrectio è un Mistero, e non è alla stregua dei misteri che va misurata la scienza [...]. Il corpo, come qualunque materia, si discioglie, volatilizza, e serve ad alimentare altri corpi in natura. Ciò è un fatto naturale, che non si può punto impedire secondo l'ordine umano, e avviene, sia colla cremazione, che senza la cremazione, sotto la forza del tempo 82.

Questo stesso sacerdote avrebbe in seguito rinnegato il suo pensiero quando la chiesa si espresse negativamente.

L'idea cremazionista comunque stava trovando proseliti anche nel clero. Nel 1884 un sacerdote della chiesa di Santa Maria al Naviglio a Milano, don Giovanni Sartorio, cremazionista convinto, morendo vincolò l'eredità all'esecuzione delle sue volontà «a dimostrare che nulla vi ha nella supremamente igienica purificazione dei cadaveri col fuoco che sia in opposizione colle dottrine ortodosse cattoliche» 83.

A Roma il 18 dicembre 1884 «dopo le esequie religiose eseguite secondo i riti della chiesa romana in pompa magna», fu cremata la salma di monsignor Savi Scarpone, sacerdote e cappellano della Real Casa 84. Furono probabilmente proprio queste iniziative ad accentuare l'offensiva contro la cremazione da parte soprattutto di "Civiltà Cattolica". Le pagine della rivista erano piene di attacchi al nemico con cui la chiesa non poteva trovare nessun tipo di conciliazione: il liberalismo, che era considerato figlio legittimo della massoneria da cui derivava anche l'individualismo, riguardato come un principio protestante e giudicato il cancro dei governi rappresentativi, fonte di disordine dovuto alla pretesa che la ragione potesse rivendicare un'assoluta indipendenza.

Gli attacchi alla cremazione cominciarono nello stesso anno in cui si svolse la prima cremazione e continuarono, sempre più duri, per difendere la posizione egemonica della chiesa nella società, messa in discussione dalla cremazione che operava una cesura tra la religione e la morte. La rivista dei gesuiti ripeteva che «ciò che offende la religione offende pure la società». Si temeva che la cremazione avrebbe portato alla soppressione dei simboli e delle rappresentanze delle credenze religiose.

E siccome sovra tutte vi campeggia la credenza della risurrezione e con questa quelle della immortalità degli spiriti e della retribuzione delle opere secondo il loro merito da parte della eterna giustizia, quindi accadrà, che scomparso il cimitero cristiano scomparisca anche la rappresentanza di simili credenze religiose, e che tanto la fede quanto la religione ne rimangano affievolite.

"Civiltà Cattolica" continuava anche a ripetere che «il cimitero è sotto la giurisdizione ecclesiastica non altrimenti che le chiese», affermazione questa non del tutto corretta se è vero che, dalla metà del secolo, perfino nella Roma papale il cimitero era passato sotto il controllo dell'autorità comunale, sia pure solo parzialmente. È vero però che, soprattutto al sud, le confraternite religiose conservavano il loro ruolo ed erano il referente riconosciuto. Se il cimitero rimaneva un luogo sacro, ne derivava che era giusto rifiutarsi di seppellire i miscredenti insieme ai fedeli, come invece pretendevano i liberi pensatori. «Le logge del Belgio furono le prime a mettere al mondo società composte di simili esseri. Ne seguirono l'esempio le logge della Francia, e quelle d'Italia vennero loro appresso. Il loro statuto impone ai socii in caso di morte il rifiuto di ogni soccorso religioso e dopo morte la sepoltura civile».

Per la società cristiana era un'offesa gravissima il seppellimento civile nel perimetro del cimitero, resa ancora più grave dalla solennità che accompagnava la commemorazione laica perché ne sarebbe derivato un forte impulso al materialismo considerato la negazione della morale e della coscienza. «Ma la libertà di coscienza ossia del capriccio, è proclamata dal moderno liberalismo in odio della coscienza cattolica» 85.

La questione che turbava le gerarchie ecclesiastiche era legata alla convinzione di «molti secolari e parecchi preti, anche istruiti e pii, che l'abbruciamento dei cadaveri non sia proibito da alcuna legge naturale, civile, e della chiesa; e d'altra parte impedisca molti inconvenienti del seppellimento, sia anzi molto decente e conforme a vari passi scritturali» 86.

Bisognava dunque intervenire con estrema decisione. Il gesuita milanese Giacomo Scurati avviò uno studio teologico molto approfondito 87 fornendo la documentazione sulla quale verranno basate le successive motivazioni della scomunica. Il libro si proponeva di dimostrare la mostruosità della cremazione, rendendola di fatto impossibile a laici e cattolici, con il negare ai notai la possibilità di raccogliere questa disposizione testamentaria, con il chiudere ai cremati le porte dei cimiteri; e concludeva con la richiesta di un intervento risolutivo da parte della Santa Sede 88. Scurati ribadiva che Dio è padrone del corpo umano, quindi l'atto del seppellimento è un atto religioso e i luoghi dove si seppelliscono i morti sono sacri. Era la chiesa quindi la sola autorizzata a stabilire le modalità di conservazione dei defunti.

Il 19 maggio 1886 fu emanato il decreto della S. Congregazione del S. Ufficio Quoad cadaverum cremationes che condannava la cremazione. Al quesito «se era permesso ai fedeli di iscriversi alle società crematorie e se fosse consentito l'incinerimento del proprio corpo o quello dei parenti» fu risposto «Negative, et si agatur de societatibus massonicae sectae filialibus, incurri poenas contra hanc latas» 89 (negativamente, e se si tratta delle società affiliate alla setta massonica, incorrersi le pene stabilite contro questa).

Papa Leone xiii approvò e confermò tali risoluzioni dando mandato di diffonderle. In risposta i massoni milanesi riaffermarono il dovere di iscriversi alle società di cremazione 90 mentre Bacci commentava «ma non comprendono i cattolici che le fiamme del crematoio sono un omaggio reso all'anima, allo spirito, consumando quanto resta, dopo morte, della materia corruttibile?» 91.

10. Le argomentazioni dei massoni

La difesa più appassionata della spiritualità religiosa della cremazione venne da Gaetano Pini, in una conferenza svolta nella sede del consolato operaio. Contestando tutte le argomentazioni che avevano portato alla scomunica, Pini ripeté che la morte andava considerata come una legge di natura e non come espiazione di colpe. «Lo spirito umano illuminato dalla scienza, non è ribelle a questa legge e saluta la morte come simbolo della eterna primavera della vita». Pini si diceva convinto che l'uomo può conquistare l'immortalità «col lavoro, col genio, colla virtù, col martirio su questa terra di dolori e di lagrime. Al paradiso, al purgatorio, all'inferno della chiesa, noi opponiamo la glorificazione, l'oblio, l'esecrazione della storia».

Le questioni scientifiche, tecniche e igieniche che venivano evidenziate in ogni modo dai massoni, nascondevano problematiche che solo a tratti emergevano, come accade in questo discorso di Gaetano Pini.

I massoni, diceva Lemmi, dovevano essere filosofi, apostoli, confessori e soldati. La loro prima dote doveva essere il coraggio civile: il loro compito rivendicare allo Stato laico i diritti usurpati dalla chiesa, restituendogli intero l'esercizio delle sue funzioni, dopo aver abbattuto il clericalismo. Queste parole ci aiutano a capire una delle motivazioni che, nella seconda metà del secolo scorso, hanno indotto i massoni italiani a farsi paladini della scelta cremazionista. Fede inattaccabile nella bontà delle loro posizioni e nella necessità di portare la luce del progresso laddove erano le tenebre della superstizione: questo l'atteggiamento di un gran numero di massoni italiani di fine Ottocento che militarono sotto la bandiera del progresso considerato come avanzamento scientifico, tecnologico ed economico.

Il pensiero sociale che si richiamava agl'ideali mazziniani, che molti massoni condividevano, era coniugato con la sperimentazione scientifica, il razionalismo hegeliano, nel quale si attuava la secolarizzazione dell'escatologia ebraico-cristiana, con l'attesa di una concreta realizzazione in terra del mito pleromatico. Accanto alla ricerca scientifica alcuni praticavano le discipline ermetiche e quelle alchemiche, che trasmettono un sapere, un patrimonio di conoscenze che risale al mondo antico, e si attardavano a riscoprire miti e riti dell'antico Egitto già evocati da Cagliostro un secolo prima 92.

Crogiolo di tradizione e di modernità, dicotomicamente legata al passato e al futuro, ai "profani" sfugge quasi tutto del pensiero elaborato in loggia. Secondo la tradizione, del resto, un iniziato deve essere considerato tale solo quando ha avuto esperienza diretta ­ e perciò acquistato una coscienza individuale ­ di un modo nuovo e non comunicabile di percepire le cose. L'esperienza esoterica non può essere partecipata direttamente utilizzando i concetti del normale linguaggio, ma solo ricorrendo a metodi indiretti che si fondano sul simbolismo.

Qabbalah e diànoia, religiosità e ateismo, impegno sociale e distaccato elitarismo da "iniziati": tra i massoni si possono rintracciare filoni di pensiero tra loro assolutamente antitetici, difficili da far convivere.

Alla qabbalah in particolare hanno attinto tutti: alchimisti e massoni, illuminati e carbonari si sono riconosciuti nella sua dottrina fondamentale «che insegnava nulla esistere di puramente materiale, ogni cosa sussistere mercé il fuoco divino che la investe, la nutrisce e feconda, tutto essere affratellato in Dio, generazione, legge, vita, anima dell'universo» 93.

Lo scienziato moderno e l'alchimista alla ricerca della pietra filosofale sembrano aver convissuto in alcuni personaggi dell'Ottocento: si pensi a Paolo Gorini, celebre vulcanologo, inventore del forno crematorio, detto lodigiano, imbalsamatore dei corpi di Giuseppe Mazzini e Giuseppe Rovani, considerato un mago per i misteriosi esperimenti che si facevano nel suo laboratorio; esattamente come più di un secolo prima i napoletani avevano considerato un mago Raimondo di Sangro, principe di San Severo 94. Gorini fece parte del piccolo nucleo di apostoli che resero concretamente possibile lo sviluppo del movimento cremazionista in Italia.

Cerchiamo di capire quali sono i rapporti del massone nei riguardi della morte. La spiritualità iniziatica consiste nella consapevolezza della potenzialità insita in alcuni uomini di potersi reintegrare nell'essenza prima. È questa la radice cui ci si deve ricollegare se si vuol capire la scelta cremazionista dei massoni del secolo scorso che non viene mai altrimenti esplicitata. La preferenza risulta improntata ad una moderna esigenza di tipo esclusivamente scientifico. Il sentimento iniziatico non traspare negli scritti o nei discorsi, neanche in quelli pubblicati sulla rivista dell'Ordine. Bisogna penetrare più in là, saper leggere i simboli che sono l'unica traccia a noi pervenuta di un più complesso approccio al tema della morte. La morte come metamorfosi è un concetto centrale nella riflessione del massone che la vive come un momento del processo di mutazione generale, della legge di trasformazione-evoluzione. Chi entra in massoneria deve morire alla vita profana e rinascere a quella iniziatica. Nella cerimonia di iniziazione al 1° grado, il primo passaggio prevede che il futuro massone debba rispondere a tre domande (si tratta del cosiddetto testamento massonico) sugli obblighi che ha verso se stesso, verso l'umanità e verso il grande architetto dell'universo (il gadu), in un ambiente angusto e buio ove sulle pareti sono dipinti simboli e frasi che debbono essere meditati. Tra questi troviamo l'indicazione alchemica vitriol (visita interiore terrae, rectificandoque invenies occultum lapidem) che fa riferimento al profondo lavoro fisico e di ricerca che l'apprendista deve operare su se stesso 95. Nel quarto e ultimo viaggio, l'iniziando subisce la prova del fuoco da parte del maestro venerabile, concludendo un percorso che dalla terra, attraverso l'aria e l'acqua, lo conduce all'elemento purificatore che sublima e completa l'iniziazione. Il rituale di passaggio al terzo grado è tutto incentrato sulla morte e sulla rinascita di Hiram, il mitico architetto del tempio di Salomone richiamando il ruolo centrale della morte come metamorfosi. Motivo di riflessione per il massone è anche il rito funebre che viene celebrato annualmente in occasione del 10 marzo insistendo sul concetto del passaggio dalla caducità terrena all'eterno, dal sensoriale allo spirituale. Per il massone il trapasso non è che l'iniziazione ai misteri di una risurrezione, nel contesto di una trasformazione-evoluzione della natura di cui il fuoco è principio e simbolo. In questo rituale processo trasmutatorio nulla può essere lasciato alla materialità profana. «Una ulteriore prolungata fase di decomposizione rallenterebbe, o arresterebbe, o invertirebbe il processo trasmutatorio. L'opera compiuta nel tempio è reale, non virtuale, perciò le spoglie mortali devono essere autenticamente purificate, cioè penetrate e consumate dal fuoco, per essere strutturalmente da esso modificate. Solo così si realizza il consummatum est, l'ultima consummatio (il compimento perfetto), la parte più eterea della materia mortale ed immortale» 96.

Il significato mitico del fuoco si perde nella notte dei tempi. «Nel linguaggio alchemico il fuoco è una sostanza pura, eterna, indispensabile per il compimento della Grande opera [...]. Il fuoco è lo strumento della modificazione degli stati che nella natura appaiono a prima vista stratificati e insuperabili; è il mezzo affinché la vita, trascorrendo dall'una all'altra forma, si riveli» 97. Attraverso il fuoco l'uomo dovrebbe bruciare tutte le sue scorie e, divenuto pura scintilla, unirsi alla fonte da cui si è separato. Il cadavere bruciato si trasforma in corpo etereo, in quanto tale purificato e quindi santificato. Il valore dei riti funebri che fanno ricorso al fuoco sta nel modificare ciò che è mortale trasformandolo in ciò che non può morire.

Ardere! ecco una forma di dissoluzione, che non ispaura, ma quasi rallegra, come rallegra fra gli alari domestici lo scoppiettar d'una fiamma. ­ Ardere! c'è una bellezza artistica in questo scomparire dalla vita ardendo! ­ Ardere! parola sdrucciola che suona fervore, rapidità, caldo soffio di vita! E sarà vita, di fatto, questo nostro trasformarci in così breve ora![...]. Scenderemo atomi invisibili a baciare le corolle dei fiori, a scherzare nei campi coll'erbe, entreremo nel respiro degli alberi, voleremo forse colla bufera a visitar plaghe di cielo e regioni lontane: oh rapida trasformazione! in breve ora confusi coll'intimità del gran Tutto! 98

La trasmutazione dell'essere fisico e animico che, attraverso il fuoco, avviene fisicamente sul cadavere che viene sottoposto alla cremazione, si compie anche nell'essere fisico e animico di chi partecipa alla cerimonia funebre rituale nel tempio massonico, ma anche nel tempio crematorio.

Nella terminologia cremazionista dell'Ottocento l'apparecchio per bruciare i cadaveri viene definito altare crematorio così come l'edificio nel suo insieme si chiama tempio 99. Il tempio è un simbolo, o meglio il più complesso e importante tra tutti i simboli muratori. Racchiude tutta una serie di significati operativi e sperimentabili, riferiti all'uomo. In quanto luogo reso sacro dalla volontà e dall'operatività dei fratelli, è la rappresentazione microcosmica del cosmo. Nel tempio si impara a fare luce nelle tenebre dell'ignoranza e delle passioni, nel tempio si riconosce l'uguaglianza nel "lavoro" speculare con tutti gli altri fratelli di loggia. Gaetano Pini descrivendo la cremazione del cadavere del capitano Thomas C. Hanham parlava di un altare col fuoco sacro «splendides flammes, qui illuminant le pays à l'entour, présentaient la forme d'un autel avec le feu sacré» 100. Il motivo della fiaccola, antico simbolo misterico della vita eterna, è presente un po' ovunque, sui templi crematori e sulle tombe di cremati. Simbolismo e positivismo si intersecano, si intrecciano e cozzano nel paradigma cremazionista. La cremazione avveniva sempre alla presenza di un membro del consiglio della società per la cremazione, che rappresentava simbolicamente la comunità umana che rendeva l'ultimo saluto a chi non c'era più. Rituale era ed è rimasto il modo come si raccolgono le ceneri con un bacile e una cazzuola d'argento.

A Roma il tempio crematorio fu costruito in stile egizio. È noto che la riscoperta della simbologia egizia risaliva alla cultura massonica settecentesca e la scelta di costruire l'edificio in questo stile rimandava, consapevolmente o no poco importa, ad un modello di sapere, ma anche di mistero legato a quella cultura. Numerose sono le influenze che provengono dall'Egitto, a cominciare dall'anno massonico che inizia col mese di marzo così come i misteri egizi si celebravano all'equinozio di primavera. Analogamente nelle cerimonie massoniche ci sono riferimenti alle stagioni in cui veniva diviso l'anno nel mondo orientale antico 101.

11. La società per la cremazione di Roma

La società per la cremazione di Roma non ebbe vita facile per lo scarso numero dei soci. I dati che abbiamo riguardano il 1910 quando gli aderenti erano solo una trentina. La sede era presso l'abitazione del suo presidente Giammarioli, prima a Corso Umberto i, 331, poi in piazza S. Marco 21 102.

Spirato il termine quinquennale del contratto, nel 1887, nessuno sollevò il problema di una ridefinizione dei rapporti. Era in discussione alla Camera il codice sanitario che fu poi votato nel 1888 e che all'art. 59 disponeva l'obbligo per i Comuni di concedere l'area necessaria per la costruzione dei crematoi. Malgrado le difficoltà economiche in cui visse la Società a Roma le cremazioni si effettuavano con regolarità come dimostra la tabella, sia pure lacunosa, che segue:

Anno Cremazioni

1883 15

1884 29

1885 46

1886 32

1887 33

1888 52

1889 * 90

1899 55

1900 52

1901 59

1902 54

1903 66

1904 63

1905 70

1906 77

1907 74

1908 72

1909 95

* Mancano i dati relativi agli anni 1890-1898.

Questi dati incompleti furono forniti in parte dalla Lega italiana delle società di cremazione ed in parte dalla prefettura. In totale a Roma fino al 1910 erano state effettuate 1540 cremazioni 103.

Felice Giammarioli 32° grado del rito scozzese antico e accettato, l'uomo che aveva assunto su di sé fin dall'inizio degli anni Ottanta l'onere di farsi apostolo del sistema cremazionista nella città simbolo del cattolicesimo e che, quasi da solo, aveva mantenuto in vita una struttura difficile da gestire, lasciò questa vita alla fine di novembre 1911. I suoi funerali si svolsero secondo una formula ormai consolidata. Accanto al feretro, avvolto nel tricolore, fu appoggiato un cuscino su cui furono sistemate tutte le insegne e le decorazioni massoniche dell'estinto. Il corteo vedeva i massoni della loggia Universo con alla testa il gran maestro Ferrari, seguire subito i più stretti congiunti. Dopo di loro il Consiglio dei Kadosh, i garibaldini di Monterotondo-Mentana, i soci delle sezioni romana e frascatana della "Giordano Bruno", il Comizio dei veterani, la federazione dei reduci delle patrie battaglie, un plotone della croce verde. I cordoni del feretro erano retti dall'avvocato Ficola, fratello di loggia, dal generale Pittaluga, dall'avvocato Levi e dal cavalier Raimondi. A piazza Vittorio fu fatta la commemorazione pubblica dell'estinto, poi il carro proseguì per il Verano dove il corpo venne cremato.

Un segnale molto forte a favore della cremazione venne, nel 1911, dal mondo ebraico romano. Vittorio Castiglioni, rabbino capo di Roma dal 1903, morì il 1° agosto lasciando scritto che voleva essere cremato. La sua iniziativa suscitò perplessità. Il rabbino di Torino Friedenthal biasimò la disposizione lasciata dal professor Castiglioni sostenendo che tale pratica era contraria alle sacre scritture. Tale opinione all'epoca era prevalente, ma non fu mai unanime come del resto testimoniava la decisione della massima autorità ebraica romana 104. La sua scelta si poneva come attestazione di adesione ad un progetto politico e culturale in un contesto di integrazione che solo successivamente, a seguito di vicende a tutti ben note, sarebbe stato posto in discussione.

Giammarioli aveva sostenuto, quasi da solo, gli oneri del crematorio romano. Scarseggiavano però i soldi per la manutenzione che il Comune sollecitava periodicamente. Non si poteva neanche ipotizzare di far subentrare il Comune alla Società in quanto l'accordo firmato prevedeva questa possibilità solo in caso di cessazione dell'attività. Nel 1907 l'amministrazione comunale cominciò a valutare l'ipotesi di un nuovo edificio crematorio. Quello in uso era fatiscente e la sua ubicazione era la meno adatta. «Ogni volta che ha luogo una cremazione» scriveva il direttore del cimitero all'ufficio di sanità «in tempo di scirocco o d'aria pesante, il fumo denso e grasso che si sprigiona dal fumaiuolo invade tanto la parte bassa del cimitero quanto quella alta, trovandosi il detto fumaiuolo a livello del Pincetto» 105. Non a caso la Società aveva proposto a suo tempo di utilizzare un edificio nella parte più elevata del cimitero. La questione arrivò in consiglio comunale il 15 aprile 1910. L'on. Rossi Doria riconobbe che la situazione era deplorevole aggiungendo però che mancavano i mezzi per provvedere. Il consigliere Musanti replicò ricordando che si dovevano trovare i mezzi per provvedere «a questo importante servizio che è affermazione del principio di laicità». Dunque il principio cremazionista conservava ancora, parecchi decenni dopo l'avvio della propaganda a favore di questo nuovo sistema di conservazione dei cadaveri, tutta la sua forza simbolica. Si decise di nominare una commissione che doveva predisporre un progetto semplice ed economico per un nuovo forno di cui però non si trovano successive tracce, forse per la crisi della Giunta Nathan che riportò al potere a Roma forze più sensibili alle istanze del mondo cattolico. Nel 1913 invece la signora Giammarioli cedette al Comune per 6000 lire il crematoio mantenendo però l'esercizio del forno. Il contratto era stato stipulato in modo tale da «assicurare da vivere alla signora (rimasta allora vedova con un bambino di tenera età) parente stretta di uno dei propugnatori del forno di cremazione». I lavori radicali, di cui si era parlato non si fecero «pel significato che avrebbe avuto la costruzione di un nuovo crematoio (almeno fino a tre anni fa) qui in Roma e questo stesso fatto fu quello che indusse il Governatore Cremonesi ad ordinare che venisse studiata la possibilità di restauri di quello vecchio anziché la costruzione del nuovo. Ma all'atto pratico il progetto di restauro fu abbandonato» 106.

Nel 1927 si pensò di chiudere il crematoio dato il pessimo stato in cui versava; due anni dopo invece si ritenne che il Governatorato potesse subentrare alla Giammarioli senza «sospetti di carattere politico-religioso dati i tempi in cui viviamo». Anzi si riteneva opportuno che tutto quanto si riferiva alla «materia funebre debba essere sottratto ai privati ed esercito soltanto dalla comunità» 107. Ad agosto 1929 il servizio di cremazione fu assunto direttamente dal Governatorato che provvide ad ampliare e trasformare il vecchio forno crematorio. Da una lettera sequestrata dalla polizia politica e conservata nell'Archivio Centrale dello Stato si dovrebbe ritenere che anche il vecchio Ettore Ferrari fu in un certo qual modo coinvolto nel progetto di restauro del vecchio manufatto. «Complimenti cordialissimi per la tua cura per l'erezione del crematorio, che venendo dalle tue mani non potrà essere che una opera degna dell'Urbe [...] liberata dal Papa» 108 scriveva l'ottantaduenne Pagliani all'ottantaquattrenne Ferrari. Luigi Pagliani, medico igienista, massone, uno dei pilastri della società di cremazione di Torino e primo direttore della divisione di sanità del ministero dell'interno con Crispi, indirizzava queste parole allo scultore Ettore Ferrari, ex Gran maestro del Grande Oriente d'Italia e Sovrano gran commendatore del rito scozzese antico e accettato. Pagliani ignorava che lo scultore era tenuto sotto stretta sorveglianza per i suoi rapporti con gli antifascisti in esilio e che era stato appena denunziato e sottoposto ad ammonizione. Ne sarebbe morto di lì a due mesi.

Il nuovo interesse manifestato a Roma nei confronti del forno crematorio, a partire dal 1929, non è circoscritto alla sola amministrazione capitolina, ma è riscontrabile nei fascicoli di molte amministrazioni comunali. Dopo la firma del Concordato si nota un risveglio tra i fascisti di area laica, favorito dall'autorità centrale che forse non desiderava essere fagocitata dalla Curia romana. Così mentre la Chiesa otteneva importanti riconoscimenti pubblici si avviava la lotta a molte organizzazioni cattoliche. I primi anni Trenta sono segnati, ad esempio, dallo scontro con l'Azione cattolica. È noto che le punte massime del contrasto possono essere datate tra il 1931 e il 1934.

Alla luce di queste vicende acquistano un loro rilievo alcune non casuali coincidenze: nel 1929 tra le opere di Lorenzo Ellero viene compresa una sua conferenza del 1883 sulla cremazione 109; nel 1931 sul "Popolo d'Italia" si ricorda anche l'impegno cremazionista del vulcanologo Paolo Gorini 110; nel 1932 nella cattolica Bergamo vede la luce la prima storia della cremazione 111. Un interesse improvviso dopo tanta indifferenza su cui varrebbe la pena di riflettere.

Note

1. Rimandiamo ai classici lavori di G. Spadolini, L'opposizione cattolica da Porta Pia al '98, Mondadori, Milano 1976 (19541); G. Verucci, L'Italia laica prima e dopo l'Unità 1848-1876. Anticlericalismo, libero pensiero e ateismo nella società italiana, Laterza, Bari 1981.

2. La condanna di un intero secolo, come scrisse giustamente Spadolini, fu formalizzata nel "Sillabo" del 1864 (Spadolini, L'opposizione cattolica..., cit., pp. 3-39).

3. Lo scrive con molta chiarezza il francescano conventuale polacco, non riformato, Z. Suchecki, La cremazione nel diritto canonico e civile, Libreria editrice vaticana, Roma 1995, p. 128.

4. Sul complesso delle motivazioni anticremazioniste del Vaticano si vedano gli studi di Z. Suchecki, La Massoneria e le sanzioni della Chiesa, in D. J. Andrés Gutiérrez (a cura di), Liber amicorum Mons. Biffi: scritti in onore di Mons. Franco Biffi, Roma 1994, pp. 157-209; Suchecki, La cremazione nel diritto..., cit.

5. C. Melograni, Codice sanitario, E. Pietrocola, Napoli 1912, p. 335.

6. Questo cimitero fu chiuso nel 1895 quando fu pronto il settore israelitico al Verano.

7. Si veda sull'argomento P. Marroni, La morte a Roma nell'Ottocento. Storia di una difficile modernizzazione, tesi di laurea discussa nella Facoltà di Lettere della "Sapienza" nell'a.a. 1997-98. In questi anni si nota un forte impegno alla costruzione di cimiteri fuori dalle mura urbane soprattutto nelle regioni di più recente acquisizione come il Lazio. Intorno a Roma mancavano cimiteri anche in comunità importanti dei Castelli come Marino o Genzano.

8. Nel 1883, di fronte al reparto dei nati morti e presso il reparto acattolico, fu inaugurato il forno crematorio, a sistema Gorini. Nel 1890 erano quasi compiuti i reparti civile e acattolico e il cimitero israelitico che entrò in attività col 1895. Nel 1900 si ultimarono i colombari per le urne dei cremati.

9. Verucci, L'Italia laica..., cit.

10. Per una rassegna degli studi si veda M. Franzinelli, Ateismo, laicismo, anticlericalismo. Guida bibliografica ragionata al Libero pensiero ed alla concezione materialistica della storia, vol. i, Chiesa, Stato e società in Italia, La Fiaccola, Ragusa 1990. P. Alvarez Lazaro, Libero pensiero e massoneria, Gangemi, Roma-Reggio Calabria 1991.

11. Il cittadino leccese, in L. Polo Friz, La massoneria italiana nel decennio post-unitario. Ludovico Frapolli, FrancoAngeli, Milano 1998, p. 255.

12. I cimiteri, in "Rivista della massoneria italiana", 1875, n. 13, p. 16. La proposta fu formalizzata dal fr:. Carlo Fantoni 18, segretario della loggia.

13. F. Conti, A. M. Isastia, F. Tarozzi, La morte laica. Storia della cremazione in Italia (1880-1920), Paravia, Torino 1998.

14. Archivio Storico Capitolino [asc], tit. 61, prot. 44835, anno 1876, «Parere del Prof. A. Pierantoni, 13 febbraio 1876 sul caso di Maurizio Quadrio».

15. Ivi, «Congresso di Giunta Municipale, 28 aprile 1876».

16. Ivi, «Nota dell'Ufficio viii di Sanità e Beneficenza alla Giunta Municipale 20 aprile 1876»; «Congresso della Giunta Municipale, 28 aprile 1876».

17. Ivi, Lettera di Sara Nathan ad Amadei, 5 maggio 1876.

18. Ivi, Parere sul caso Quadrio dell'Avv. A. Pierantoni, 12 giugno 1876.

19. Ivi, Perizia del Dottor David Toscani sul Parere dell'Avv. A. Pierantoni, 20 giugno 1876: «Il Comune non credette di approvare l'iscrizione in questione non solo per la sua sostanza, ma anche per la sua forma, ritenendo non esser questa di stile lapidario. Quanto alla sostanza, a parte il voto che forse si potrebbe intravedere di un cangiamento del presente ordine politico di cose, non fu approvato che venisse posta l'iscrizione in quella parte o zolla del cimitero assegnata al seppellimento de' cattolici; ma sibbene fu offerto di far trasportare il cadavere e apporla appunto in una zolla da destinarsi a contenere le salme dei defunti appartenenti ad altre credenze. D'altra parte lo stesso Pierantoni nel suo Parere commette siffatta distinzione di zolle, consentita dalla legge».

20. Ibid.

21. Ivi. Sul reclamo della signora Nathan, Esame del Parere dell'Onorevole A. Pierantoni da parte del Prof. Avv. Lorenzo Meucci, Capo dell'Ufficio legale del Municipio di Roma, 4 luglio 1876.

22. Ivi, Lettera del Sindaco al Prefetto della Provincia di Roma, 16 agosto 1876.

23. Ivi, Risposta del Prefetto al Sindaco di Roma, 25 agosto 1876.

24. Pietro Venturi era «bersagliatissimo come sindaco dalla stampa del Vaticano» ricorda Alberto Caracciolo in Roma capitale. Dal Risorgimento alla crisi dello Stato liberale, Editori riuniti, Roma 1956, nota 99.

25. G. Gazzaniga, Il funerale religioso ed il civile, Tip. Cortellezzi, Mortara-Vigevano 1896.

26. Memoria sulla incinerazione dei cadaveri, s.l., Padova 1857. Il testo della conferenza di Coletti in "Crematorium. Cahiers d'Etudes et de documents crématistes et funéraires", Strasbourg, febbraio 1969, n. 45, pp. 2-4. Nel 1859, dopo l'armistizio di Villafranca Coletti costituì un Comitato segreto della Società nazionale italiana a Padova (il Comitato Veneto) in contatto con quello centrale di Torino. La cronaca veneta pubblicata mensilmente su "L'Opinione" era di pugno di Coletti. Questi fu chiamato a coprire la cattedra di Materia medica a Padova nel novembre 1866. Contestualmente divenne direttore del gabinetto di Farmacognosia (Commemorazione di Ferdinando Coletti letta il 27 marzo 1881 nell'aula magna dell'università di Padova dal prof. Carlo Rosanelli, Padova 1881). Fu presidente dell'Accademia di scienze, lettere ed arti, presidente della associazione medica italiana, presidente del comitato padovano per gli ospizi marini, socio fondatore del mutuo soccorso fra i medici e i chirurghi, rettore dell'università di Padova, consigliere comunale per 14 anni. Coletti, morto nel 1881, fu cremato a Milano. Su di lui anche C. Cimegotto, Ferdinando Coletti patriota e scienziato, Tip. Panfilo Gastaldi, Feltre 1941.

27. A. M. Isastia, L'attività parlamentare di Salvatore Morelli, in G. Conti Odorisio (a cura di), Salvatore Morelli (1824-1880): democrazia e politica nell'ottocento europeo, Edizioni scientifiche italiane, Napoli 1993, pp. 93-120.

28. Al centro del suo intervento c'era Napoli, con le sue ricorrenti epidemie di colera, ritmate da continue «processioni funebri, scampanii e cantilene, che da mane a sera assordavano e riempivano di lutto e di terrore», dando a volte anche luogo ad incidenti determinati dalla prepotenza dei sacrestani, che precedevano le processioni e imponevano ai cittadini di togliersi il cappello o addirittura di inginocchiarsi. Cfr. Archivio storico Camera dei Deputati, Monarchia, Disegni, proposte e incarti delle commissioni, vol. 110, fasc. 23. Il solo uffizio 3 aveva ammesso il testo alla lettura in aula, ma dai verbali degli uffici del relativo periodo non risulta traccia di esame.

29. Negli Stati Uniti la prima cremazione fu effettuata a Washington nel 1877. La salma era quella del barone De Palm. L'anno dopo veniva cremata la prima donna, la signora Pitman (La cremazione in America, in "Bollettino della società per la cremazione dei cadaveri di Milano redatto dai dottori Malachia De Cristoforis e Gaetano Pini", n. 5, maggio 1878, p. 161).

30. Art. 2 dello Statuto della Società in "Bollettino della Società per la cremazione dei cadaveri di Milano", maggio 1876, n. 1, p. 6.

31. La conferenza per la cremazione a Milano, in "Rivista della massoneria italiana", 1886, n. 44, pp. 348-9.

32. Nato a Livorno il 1 aprile 1846, volontario nella guerra del 1866 e nella spedizione garibaldina del 1867, studiò medicina a Pisa e a Napoli dove si laureò. A Milano entrò nella loggia La Cisalpina e poi passò nella loggia La Ragione. Divenne Gran maestro aggiunto onorario e vice presidente della Gran Loggia di Rito Simbolico. Medico igienista fu l'anima dell'organizzazione cremazionista italiana.

33. La cremazione dei cadaveri, in "Rivista della massoneria italiana", 1876, n. 4, p. 13. La loggia La Ragione nominò socio onorario il dott. Amerigo Borgiotti di Firenze, membro effettivo della loggia La Concordia di Firenze e Gran maestro aggiunto onorario. Nato a Volterra nel 1827, arruolato nel battaglione universitario nel 1848, laureatosi in medicina lavorò all'istituzione dell'ufficio municipale d'igiene di Firenze, fu ispettore sanitario della Società per gli asili infantili, professore d'igiene nelle scuole domenicali pel popolo, insegnò anatomia e fisiologia applicata alla ginnastica, fu presidente della Società di mutuo soccorso fra i medici e i farmacisti della Toscana (Necrologio, in "Rivista della massoneria italiana", 1880, pp. 18-9).

34. Il lungo ordine del giorno della loggia Tito Vezio, stilato dal fratello Curzio Antonelli, datato 28 marzo 1876, fu pubblicato sotto il titolo La cremazione dei cadaveri, in "Rivista della massoneria italiana", 1876, n. 6-7, pp. 11-2.

35. Gli stretti legami con l'ambiente lombardo non furono interrotti dal trasferimento a Roma. Lo testimonia la presenza di Giammarioli a Milano in occasione del congresso organizzato dai massoni di quella città nel 1881.

36. Francesco Ratti morì nel gennaio 1890 e fu cremato.

37. Fondo Verano (d'ora in poi fv), Statuto per la Società di cremazione dei cadaveri in Roma. Si v. anche A. Primanti, La cremazione in Roma (Evo antico e moderno), Tip. dell'Unione Coop. Editrice, Roma 1894.

38. L'amministratore della pubblica salute era infatti il prefetto e l'ufficio di sanità era una sezione del Ministero dell'interno.

39. È noto che fu l'amministrazione francese in età napoleonica a scegliere il terreno accanto a San Lorenzo fuori le mura come sede di un cimitero. Un secondo cimitero doveva sorgere nella Valle dell'Inferno tra Monte Mario e Villa Sacchetti. Il primo avrebbe servito la zona orientale, il secondo quella occidentale della città.

40. Sull'incenerimento dei cadaveri. Conferenze del prof. A. Gavazzi tenute in Roma nei giorni 14, 21, 28 gennaio 1880, edito per cura dell'avv. Felice Giammarioli presidente della cremazione dei cadaveri, voll. 2, Roma 1882.

41. G. Pini, La crémation en Italie et a l'étranger de 1774 jusqu'à nos jours, U. Hoepli, Milano 1885, p. 46.

42. fv, Relazione al prefetto firmata da F. Felici e A. Maggiorani, del 20 febbraio 1880 allegata alla Relazione del prefetto al sindaco del 24 febbraio 1880.

43. Art. v delle Norme per la cremazione dei cadaveri e per la conservazione delle ceneri emanato dalla Prefettura di Roma.

44. A. Caracciolo, Il Comune di Roma fra clericali e liberali nel periodo crispino, in "Movimento operaio", vi, 1954, pp. 275-302; Id., Il Comune e le lotte amministrative, in Introduzione a Roma contemporanea, Centro di studi su Roma moderna e contemporanea, Roma 1954, p. 49. Recentemente L. Toschi, Luigi Pianciani sindaco di Roma, Istituti editoriali, Pisa-Roma 1997.

45. Seduta della Giunta di sabato 24 aprile 1880, decreto 17.

46. Caracciolo, Roma capitale..., cit., p. 164.

47. U. Bacci, Feralia, in "La Lega della democrazia", a. i, n. 112, Roma 25 aprile 1880.

48. Alberto Keller di Kellerer, di famiglia originaria di Zurigo, nato a Roma il 29 settembre 1800, dimorante a Milano dal 1820, attivo nell'industria e commercio delle sete, era un esponente di spicco dell'alta borghesia protestante d'origine svizzero-tedesca. Alla sua morte, avvenuta a Milano il 22 gennaio 1874, aveva lasciato la cospicua somma di diecimila lire destinandole alla costruzione del tempio crematorio dove desiderava che il suo corpo venisse incenerito.

49. Paolo Mantegazza, direttore del "Medico di casa" criticò l'esperimento pur essendo medico e massone. Anche lui igienista, coinvolto nei lavori di riforma delle leggi sanitarie, Mantegazza si espresse contro la cremazione, sulle pagine della "Nuova Antologia", fin dalle prime avvisaglie della grande mobilitazione contestando la pretesa di definire moderni e liberali i cremazionisti, "clericale, retrogrado o peggio" chi vi si opponeva. Cfr. P. Mantegazza, La cremazione, in "Nuova Antologia", vol. xxvii, 1874, p. 12.

50. Processo verbale dell'adunanza tenuta dal consiglio comunale nel dì 10 dicembre 1880. In allegato la 36° proposta relativa alla domanda per l'area al Campo Verano.

51. fv, Lettera di A. Armellini a F. Ratti, Roma 13 gennaio 1881.

52. Ivi, Lettera di Ratti al sindaco su carta intestata della Società e domanda in carta bollata da cinquanta centesimi con la richiesta di approvazione del progetto del 24 gennaio. I disegni dei forni furono presentati il 2 febbraio.

53. Ivi, Delibera del 29 gennaio 1881.

54. Ivi, Verbale delle deliberazioni della Giunta municipale di Roma, seduta del 9 febbraio 1881.

55. Ivi, Lettera di Ratti e Giammarioli al sindaco di Roma del 17 febbraio 1881. Insieme alla lettera veniva inviato un secondo progetto di edificio che annullava il primo già presentato.

56. Ivi, Verbale delle deliberazioni della Giunta municipale di Roma, seduta del 26 marzo 1881, estratto n. 5.

57. Ivi, Lettera di Giammarioli al sindaco del 10 maggio 1881.

58. Ivi, Relazione di Erzoch del 24 maggio 1881.

59. Ivi, Minuta della lettera inviata dal sindaco a Ratti il 15 luglio 1881.

60. Ivi, Verbale delle deliberazioni della Giunta municipale di Roma, seduta del 28 settembre 1881, estratto n. 17.

61. Ivi, Ratti a Valle, Roma, 3 ottobre 1881.

62. Ivi, Comunicazione ufficiale del Comune al consigliere Ratti in data 10 ottobre 1881.

63. Ivi, Lettera di Luigi Mostardi al sindaco Pianciani del 1 novembre 1881.

64. Ivi, Relazione al sindaco di Giammarioli del 24 novembre. Richiesta di informazioni del sindaco di Roma a quello di Milano che rispose allegando il testo con le norme per la cremazione in vigore nella città lombarda e la modulistica.

65. Ivi, Lettera di Francesco Bennicelli a Pianciani, Roma, 25 gennaio 1882.

66. Ivi, Lettera di Felice Giammarioli a Luigi Pianciani, Roma, 27 gennaio 1882.

67. Ivi, Lettera confidenziale di Felice Giammarioli a Luigi Pianciani, Roma, 27 gennaio 1882.

68. Ivi, Lettera di Felice Giammarioli a Luigi Pianciani, Roma, 30 gennaio 1882.

69. L'atto notarile porta il numero di repertorio 4642, progressivo 215, d'archivio 335 ed è firmato dal notaio Camillo Vitti.

70. Le vicissitudini della costruzione romana sono sinteticamente tratteggiate in G. Pini, La crémation en Italie..., cit., pp. 45-6.

71. La biografia di Cipriani pubblicata sul giornale crispino "La Riforma" fu riproposta sulla "Rivista della massoneria italiana", 1883, pp. 187-8.

72. Ivi, Necrologie. F:. Emilio Cipriani 33°, pp. 186-7. Crispi, Tajani, Chierici, Fabrizi erano massoni.

73. Ivi, La cremazione della salma del F:. E. Cipriani 33, p. 192.

74. Ibid.

75. In occasione della prima cremazione il prefetto Gravina fece emanare la normativa necessaria. Regia prefettura della provincia di Roma, Norme per la cremazione dei cadaveri e per la conservazione delle ceneri, Roma 22 giugno 1883, Estratto dal supplemento al numero xxv del "Foglio periodico della prefettura di Roma".

76. U. Bacci, Il libro del massone italiano, vol. ii, [senza editore, ma Grande Oriente d'Italia], Roma 1911, pp. 371-2.

77. Ivi, Il libro..., cit., pp. 345-53.

78. U. Levra, Fare gli italiani. Memoria e celebrazione del risorgimento, Comitato di Torino dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Torino 1992. La prima parte del volume è dedicata alla morte del primo re d'Italia e alla costruzione di un paradigma storiografico. Fu Cesare Correnti che elaborò il rituale adottando il cerimoniale dei re del Belgio. Il senso massonico della morte come è vissuta all'interno di una loggia è invece spiegato da G. Schiavone, Il rito funerario massonico, in E. Tartari (a cura di), La terra e il fuoco. I riti funebri tra conservazione e distruzione, Meltemi, Roma 1996, pp. 131-9.

79. Cfr. I funerali di Luigi Pianciani, in "Rivista della massoneria italiana", 1890, pp. 251-5.

80. Circolare n. 39 di Adriano Lemmi del 13 ottobre 1890, in "Bollettino ufficiale del Grande Oriente d'Italia", p. 135.

81. Homunculus, La cremazione dei cadaveri, in "Almanacco del libero muratore", pubblicazione della R:.L:. La Cisalpina, anno ii (1873), Milano 1873, p. 103.

82. T. De Medici, Imbalsamazione, inumazione o cremazione?, Tipografia Democratica, Forlì 1879, pp. 73-7; Incoerenza, in "Rivista della massoneria italiana", 1886, n. 45, pp. 356-8.

83. Un sacerdote cremato, in "Rivista della massoneria italiana", 1884, p. 269. La notizia era riportata dal quotidiano "Il Secolo".

84. "La Vita", 5-6 luglio 1910.

85. Le tombe anticristiane moderne nell'ordine sociale, in "La Civiltà cattolica", vol. xii, s. ix, 1876, pp. 162-74.

86. Ivi, p. 7.

87. G. Scurati, Se sia lecito abbruciare i morti. Ricerche, Tipografia S. Giuseppe, Milano, 1885, p. 5.

88. «Se e qual peccato commetta, contro quale virtù o quali leggi, chi manifesta o dispone nel testamento che gli sia abbruciato il cadavere; per sapere: Se possa assolversi a Pasqua ed ammettersi alla comunione. Se in morte debba derogare per iscritto a quella disposizione testamentaria, affine di ricevere i santi sacramenti. Se il notaio nello stendere il testamento possa senza peccare inscrivervi quella condizione. Se gli eredi possano prestarsi ad eseguirla, almen quando dovessero, non prestandosi, perdere l'eredità che si devolverebbe ad altri. Se il cadavere possa essere portato in chiesa, e gli si possano fare i funerali e le esequie. Se e quanto pecchino i sacerdoti che ciò fanno. Se si possano fare le esequie sulle ceneri di un cadavere abbruciato. Se quella cenere possa essere deposta in luogo sacro. Se pecchino coloro che abbruciano i cadaveri, o promuovono l'abbruciamento. Come dottrinalmente, o per via d'autorità, il sacerdote interrogato della lecitudine di quest'atto, possa rispondere per resistere alla moda invadente, e all'astuta azione dei liberi muratori. Se non sarebbe il caso d'invocare dalla Santa sede un provvedimento». (Ivi, p. 8).

89. Suchecki, La cremazione..., cit., pp. 137-8.

90. L'inquisizione contro la cremazione, in "Humanitas", 1886, n. 1, p. 8.

91. Non si smentiscono, in "Rivista della massoneria italiana", 1886, n. 22-23, p. 195; ivi, La cremazione e la chiesa, n. 39, pp. 310-1. Il comitato centrale della Lega delle società di cremazione ricordò che in passato Bonifacio viii aveva condannato la pratica delle autopsie dichiarata dal papa «abuso di ferità detestabile» (Bolla Unam Sanctam del 1302) e più tardi i papi si erano opposti in tutti i modi alla istituzione dei cimiteri che, invece, adesso monopolizzavano (ivi, n. 44, p. 316). Anche l'inoculazione del vaiolo era stata combattuta.

92. A. Faivre - F. Tristan, Alchimia. Introduzione all'arte della rigenerazione, Ecig, Genova 1991.

93. Bacci, Il libro..., cit., p. 77.

94. C. Francovich, Storia della massoneria in Italia dalle origini alla rivoluzione francese, La nuova Italia, Firenze 1975. Nel 1750, dopo l'iniziazione alla libera muratoria, Raimondo di Sangro riorganizzò l'interno della cappella Sansevero a Napoli in modo da rispecchiare allegoricamente la struttura e gli attributi del tempio massonico. Divenne Gran maestro di una massoneria da lui fondata.

95. In quel luogo ove la meditazione è elemento fondamentale, il futuro massone viene privato di qualunque bene economico (i cosiddetti metalli) per significare l'abbandono di tutto quello che è legato alla mondanità. Quaderni di simbologia muratoria, a cura del Grande Oriente d'Italia, Roma, s.d.

96. Schiavone, Il rito funerario massonico..., cit., p. 134.

97. Ivi, p. 136.

98. A. Ghisleri, La cremazione, in "Almanacco del libero muratore", a. x, 1881, pubblicazione delle logge La ragione e La Cisalpina, Milano 1881, p. 64.

99. La parola "tempio" appare già nel primo disegno di legge sulla cremazione presentato da Salvatore Morelli alla Camera nel 1867.

100. Pini, La crémation..., cit.

101. Si veda quanto scrive sull'argomento Bacci, Il libro..., cit., pp. 438-9.

102. Il forno crematorio non era di proprietà della società, ma di un comitato privato presieduto da Giammarioli che aveva contribuito alle spese di costruzione.

103. "La vita", 5-6 luglio 1910.

104. "Ultra. Rivista teosofica di Roma", a. v, dicembre 1911, n. 6, p. 104. Nel 1940 le autorità di polizia intercettarono una lettera cifrata spedita da un ebreo di Napoli ad un correligionario di Livorno nella quale si diceva che un ebreo appena morto aveva lasciato scritto di voler rispettare la regola delle tre c: trasporto civile, cremazione, cimitero comunale (si ringrazia Gerardo Padulo per l'informazione). La cremazione dei corpi presso gli ebrei rimane ancora una questione delicata, poiché subito dopo segue il funerale delle ossa (H. J. Stoebe, Das erste Buch Samuelis, in Kommentar zum Alten Testament, vol. viii, fasc. 1, Gütersloh 1973, pp. 531-2). Sull'argomento si vedano le pagine di E. Mana, Associarsi oltre la vita (1882-1925), in La morte laica, ii, Storia della cremazione a Torino (1880-1920), Paravia, Torino 1998, pp. 3-85.

105. fv, Relazione del 22 marzo 1910.

106. Ivi, Relazione del Governatorato di Roma del 25 marzo 1929.

107. Ibid. La signora Giammarioli, passata a seconde nozze, non voleva più occuparsi delle cremazioni.

108. acs, ps, (1929), a 1, b. 12, copia della lettera di Pagliani a Ferrari spedita da Torino il 14 giugno 1929.   

109. L. Ellero, La cremazione nella moderna società, in Opere di Lorenzo Ellero, vol. iii, Bologna 1929.

110. Paolo Gorini, Il cinquantenario di un geologo, in "Popolo d'Italia", 12 febbraio 1931, p. 6, colonne 1 e 2. In questo articolo si dice che Gorini era un cremazionista.

111. L. Maccone, Storia documentata della cremazione presso i popoli antichi e moderni con speciale riferimento alla igiene, Ist. Italiano di Arti Grafiche, Bergamo 1932.