L'itinerario di un aspirante storico:
Marc Bloch sul sentier détourné
alla ricerca di una storia nuova

di Francesco Pitocco

Con espressione ormai entrata nella cultura storiografica comune, Peter Burke ha definito l'opera delle "Annales d'histoire économique et sociale" una «rivoluzione storiografica»1. Di tale rivoluzione Burke ha delineato anche le "idee guida" essenziali, in modo rapido, efficace e piano, riflettendo e formalizzando un giudizio assai diffuso e condiviso tra gli storici, anche se non totalmente unanime. Tuttavia, se ormai da tempo si presenta come sostanziale l'accordo sulla topografia generale di tali idee (sostituzione della "storia-problema" alla "storia tradizionale" o "narrativa" o "evenemenziale"; della storia "globale" alla "storia politica"; della storia interdisciplinare alla histoire historisante ecc.), assai meno concorde appare la ricostruzione della loro storia e l'interpretazione del loro significato.

Certamente quella "rivoluzione" ha per tutti la sua data di nascita ufficiale nel 1929, anno di fondazione delle "Annales". Il "dato" appare incontestabile, ma solo in quanto "convenzione", assunto nella sua "oggettività" burocratica, anagrafica. La concordia si appanna e si dilegua non appena si tenta di illuminarlo attraverso la relazione con gli eventi di quegli anni, con un contesto più o meno allargato, dalla reazione al «mondo in rovine» lasciato dalla Grande guerra, alla grande depressione del 1929. La concordia viene meno, insomma, non appena si ponga qualche domanda sull'origine e sul valore di quelle "idee guida": da quali motivazioni prendono le mosse, e quali "debiti" rivelano? quale ruolo hanno giocato e quale contributo hanno dato alla cultura e alle capacità conoscitive del loro tempo? quali rotture o continuità segnano nei rapporti con la "storia tradizionale", e quando insorgono nel lavoro e nella riflessione dei due fondatori delle "Annales"? in che misura sono presenti nell'uno e nell'altro, e con quale peso all'interno della loro storiografia? quale ruolo specifico Febvre e Bloch hanno giocato nella storia interna delle "Annales"? quale eredità essi hanno lasciato? ed è univoca questa eredità? ecc. Domande simili vanificano lo schermo dell'unanimità e fanno emergere risposte significativamente discordi.

J'ai pensé pourtant que ce sentier détourné méritait d'être suivi et j'ai cru m'apercevoir, à l'expérience, qu'il menait assez loin.

Avec ce qui n'était jusqu'à présent que de l'anecdote, j'ai estimé qu'on pouvait faire de l'histoire.

Marc Bloch, Introduction a Les rois thaumaturges

Una tale difformità può essere spiegata con la relativa immaturità degli studi sulle "Annales" e sui suoi fondatori: ancora ampia, infatti, è la documentazione inedita, e ancora insufficientemente analizzato l'orizzonte dei contesti culturali in cui la rivista operò. Tuttavia a me pare che quella difformità di valutazioni (e forse persino l'"immaturità degli studi"!) dipenda anche dal nostro rapporto con quella storia. Solo l'esistenza di una relazione particolare può spiegare il fascino intellettuale che sui lettori di questi anni di fine millennio ancora esercitano storici che, come Febvre e Bloch, si sono formati negli anni collocati all'altro capo del secolo. Come Febvre e Bloch anche noi percepiamo e viviamo la nostra contemporaneità come un tempo travolgente e stravolto. Come a loro anche a noi le strutture della nostra società, fino a poco tempo fa familiari alle analisi storiche, appaiono all'improvviso opache e confuse, terre incognite per la cui esplorazione non possediamo più bussole che appaiano immediatamente adeguate. Oggi come allora lo storico non sembra capace di indicare ai suoi "concittadini" un sentiero di comprensione del presente: la "crisi della storia", se non proprio la "fine della storia", è di nuovo all'ordine del giorno; di nuovo si torna a discutere, o addirittura a dare per scontata, l'inutilità e il danno della storia, e forse con minor pietas di quanto facesse Nietzsche più di un secolo fa.

In realtà Bloch e Febvre affrontarono a loro tempo una "crisi" che sembra presentare analogie non vacue con la situazione attuale: non diversamente da quanto accade oggi quella crisi si manifestava in superficie come crisi epistemologica, mentre era, nel profondo, crisi di senso, di funzione sociale della storia. Per questo l'esperienza intellettuale di Bloch e Febvre si pone ancora come una sorta di modello di riferimento, come una metafora o un laboratorio all'interno del quale cercare, e sperare di ritrovare, il filo perduto, capace di farci uscire dallo smarrimento scientifico e "civico" attuale. Le ragioni della rivoluzione di Bloch e Febvre rivelano ancora una straordinaria capacità di incrociare le ragioni del lavoro attuale degli storici; ci interpellano ancora, vive e vitali, sulla nostra storia presente.

Nelle pagine che seguono non voglio entrare nella definizione di quelle ragioni; cercherò invece, almeno in via di principio, di limitare le mie ambizioni alla ricostruzione della storia di qualcuna delle idee delle "Annales". E voglio farlo a partire da un problema particolarmente significativo nella storiografia annalistica, da quella "questione delle origini" dei Rois thaumaturges di Bloch, da cui discendono interpretazioni contrastanti della storia complessiva delle "Annales" e del loro significato nel pensiero storico del Novecento. Benché di questa "questione" esista oggi un'interpretazione ormai consolidata, a tal punto che la si potrebbe definire "ufficiale", come quella offerta dalla cosiddetta "antropologia storica"2, a me pare sia oggi matura la necessità di riprendere e di riesaminare la ricostruzione complessiva della storia della "nuova storia", almeno nella formulazione datane dai fondatori delle "Annales", e da Bloch in particolare.

Il pretesto per questa revisione viene da un cahiers di note giovanili di Bloch, pubblicato ormai da più di dieci anni, ma che non ha ancora avuto quella valorizzazione che a me sembra meritare. Mi riferisco alla Méthodologie historique del 1906, pubblicata per la prima volta da Massimo Mastrogregori nel 1988, e poi, nel 1996, da Etienne Bloch3 con varianti a volte significative. A me pare che il sentier détourné 4 su cui Bloch si avventurò alla ricerca della "nuova storia" che lo avrebbe condotto ai suoi Rois thaumaturges, trovi qui, in questi anni lontani, il suo punto di avvio: senza una sua attenta presa in considerazione quel sentier sarebbe destinato a restare ancora incerto nell'ombra, disperso nella boscaglia della sua formazione di "aspirante storico" ancora così poco studiata.

Nel 1965, in una recensione ai Mélanges di Bloch, e poi nel 1973, nella Prefazione alla traduzione italiana dei Rois thaumaturges, Carlo Ginzburg5 propose della "questione" delle origini dei Rois thaumaturges una soluzione di grande finezza, il cui successo è stato pressoché universale, tanto che ancor oggi, a trent'anni di distanza, tiene bravamente il campo. Benché di tanto in tanto perifericamente sottoposta a qualche correzione, essa appare ancora salda nel suo nucleo centrale.

Ginzburg collocava l'inventio del tema dei Rois immediatamente dopo la fine della Guerra mondiale. La riteneva frutto ed espressione dell'esperienza della Grande guerra, la quale sarebbe stata vissuta da Bloch come uno «scoppio di barbarie e di irrazionalità», esploso di colpo, imprevedibilmente, nei comportamenti umani. Lo studio del miracle royal sarebbe intervenuto a dar forma, a controllare e quasi a esorcizzare le emozioni personali e collettive che Bloch aveva visto errompere durante la guerra:

sembra quasi che il Bloch abbia cercato di dar forma all'esperienza di regressione arcaica, al rigurgito di emozioni irrazionali e apparentemente incontrollabili rappresentato dalla guerra, esaltando la tranquilla fiducia illuministica, che gli era propria, nel potere demistificatore della ragione6.

Da un punto di vista metodologico, poi, Ginzburg vedeva i Rois in stretta connessione con le Réflexions d'un historien sur les fausses nouvelles de la guerre, pubblicate nella "Revue de Synthèse" di Henri Berr nel 1921. Connessione favorita dall'assimilazione a un'erreur intellettuale, così "tipica" nella cultura razionalistica di Bloch, delle legendes e dei récits medievali legati al miracle royal. Errori di tecnica intellettuale erano le rappresentazioni magiche e religiose che Bloch studiava nel contesto medievale, così come lo erano le fausses nouvelles che egli aveva visto insorgere e diffondersi trionfalmente nelle condizioni culturali create dalla guerra: i Rois thaumaturges non erano in fondo che la storia di una gigantesque fausse nouvelle 7.

Dentro l'itinerario storiografico di Bloch i Rois si presentavano a Ginzburg come il frutto di una radicale "correzione" di rotta, la quale, proprio nelle Réflexions, aveva trovato il suo punto di avvio. Bloch avrebbe allora abbandonato l'histoire événementielle entro la quale aveva fino ad allora esercitato il suo mestiere di storico: di là avviato «un orientamento che rifiutava la storiografia esclusivamente e superficialmente politica in nome di una storiografia più "profonda", dal respiro più largo ­ e del resto pronta anche a misurarsi, come vedremo, su temi specificamente politici»8. Quella radicale correzione di rotta aveva la sua matrice nell'esperienza esistenziale della guerra; esperienza sulla quale, inoltre, si innestava, e nella quale comunque confluiva, la raggiunta maturazione intellettuale manifestata nell'«avvenuta assimilazione» e «messa a frutto» della lezione del Durkheim.

Nelle False notizie, affermava Ginzburg, «veramente possiamo dire che il Bloch [...] ha raggiunto gli interessi storiografici e i criteri di metodo cui si ispirerà tutta la sua attività futura»9. Solo attraverso l'analisi della formazione e della trasmissione di quelle "false notizie" che tanto lo avevano colpito durante la guerra, Bloch sarebbe giunto alla formulazione dei criteri scientifici idonei a studiare quel fenomeno del «miracolo regio» che è al cuore dei Re taumaturghi.

In realtà, nelle Réflexions sur les fausses nouvelles de la guerre, Bloch aveva presentato la Grande guerra come la straordinaria occasione offerta agli storici per risolvere il problema che li assillava da quando, stimolati dalla sfida Durkheim, cercavano di dare alla storia la stessa consistenza scientifica delle scienze naturali.

La guerra si presentava ora ai suoi occhi come un enorme laboratorio, in cui la storia aveva apprestato ai suoi cultori uno straordinario, naturale esperimento. Attraverso l'imposizione della censura sulla comunicazione scritta, la guerra aveva di colpo riattivato comportamenti e atteggiamenti psicologici legati a strumenti e procedure proprie della comunicazione orale, dominante in tempi e società ormai lontani. Le notizie che circolavano nelle trincee, a bassa voce, tra i soldati in ansia sotto il tiro del nemico, affidate ai "si dice che", alimentate da una diffusione "di bocca in bocca", erano notizie destinate alla deformazione, a rivelarsi, post factum, "false notizie", o comunque nutrite di una buona dose di "errore". Da quando avevano costruito strumenti di analisi scientifica delle fonti, gli storici non avevano mai accolto quel tipo di "notizie". Langlois e Seignobos, "maestri" di Bloch, erano convinti che «la tradition orale est par sa nature une altération continue; aussi dans les sciences constituées n'accepte-t-on jamais que la transmission écrite». La tradizione orale è per sua natura incapace a ricondurci alla testimonianza originaria, alla "osservazione" diretta che sola può fondare la veridicità della notizia, la scientificità dell'analisi10.

A ragione dunque Bloch poteva scrivere che la tradizione orale, fautrice di errori e di "false notizie", era sempre stata rifiutata dagli storici, e che essi avevano sempre rifiutato, all'interno del loro lavoro, di prendere in considerazione l'"errore" «quando lo avevano riconosciuto come tale»11; così come avevano sempre rifiutato, assimilate alle "false notizie", le leggende e le credenze popolari. Come le "false notizie" anch'esse nascono da una percezione erronea delle cose e dei fatti: sono "false notizie", trasformate in leggende solo grazie all'intervento di «grands états d'âme collectifs»12.

"False notizie" e leggende erano andate incontro allo stesso destino: gli storici le avevano rigettate lontano dalla loro considerazione perché vi avevano riconosciuto la presenza dell'errore, della mauvaise percéption. Ma ora di colpo, si era prodotto, «par un coup hardi que n'eût jamais osé rêver le plus audacieux des expérimentateurs», una sorta di vaste expérience naturelle: «la censure abolissant les siècles écoulés, ramena le soldat du front aux moyens d'information et à l'état d'esprit des vieux âges, avant le journal, avant la feuille de nouvelles imprimées, avant le livre»13. Essa aveva compiuto il prodigio di rinnovare e riattivare la tradizione orale, questa «madre antica delle leggende e dei miti». La guerra aveva inaspettatamente consentito allo storico un'osservazione diretta, sperimentale, di quella mauvaise percéption che stava all'origine delle false notizie di guerra e delle leggende antiche. L'esperimento bellico aveva svelato allo storico le modalità di produzione culturale proprie del passato; aveva consentito di studiare in "laboratorio" le "false notizie" del passato che, «dans toute la multiplicité de leurs formes, ­ simples racontars, impostures, légendes ­ ont rempli la vie de l'humanité»14.

Nel meccanismo psicologico che era alla base del processo di formazione, trasmissione e accettazione collettiva delle "false notizie" che alimentavano la vita di trincea, Bloch si era dunque convinto si potesse individuare anche l'humus culturale da cui erano nate, in tempi lontani, leggende e credenze ormai incomprensibili all'uomo moderno, ma che per tempi lunghissimi avevano riempito e alimentato la vita di popoli interi, sostenuto la struttura di intere società. La loro inattendibilità di "false notizie" aveva spinto la storia tradizionale a tenerle fuori della storia. Langlois e Seignobos avevano sostenuto con sicurezza che «légendes et anecdotes ne sont au fond que des croyances populaires, rapportées arbitrairement à des personnages historiques; elles font partie du folklore, non de l'histoire»15.

Ma ora la guerra consentiva di prendere in contropiede la storia "tradizionale". Essa aveva reso possibile di «appoggiare sul presente» lo «studio del passato»16: «immense expérience de psychologie sociale d'une richesse inouïe»17, aveva consentito agli storici di "osservare" direttamente il formarsi e il diffondersi delle "leggende"; aveva consentito alla storia di liberarsi dei limiti conoscitivi della "critica storica" tradizionale, della "erudizione" filologica, per assumere le potenzialità dei "laboratori degli psicologi", per assurgere alla stessa dignità delle scienze di osservazione, delle scienze sperimentali.

La conquista metodologica era enorme per chi aveva accettato la sfida di Durkheim, e paradossalmente avveniva all'interno di un campo tematico che era stato fino ad allora rifiutato dagli storici tradizionali proprio perché assolutamente refrattario all'analisi scientifica. Al di sotto della loro labilità di testimonianze orali, al di là della loro incapacità a testimoniare con immediata trasparenza di "eventi" e "fatti" circoscritti, agli occhi di Bloch le "leggende-false notizie" si rivelavano portatrici di una "verità" altra, più profonda: la verità dei sentimenti che muovono «popoli ed eserciti», che suscitano gli «sconvolgimenti della vita sociale».

Grazie a quel «vasto esperimento naturale» che era stata la guerra, leggende, miti e credenze popolari d'ogni genere potevano ora presentarsi all'"osservatore" come una "potente lente" capace di produrre l'"ingrandimento" dei tratti fondamentali e duraturi della società18. Così di colpo, la guerra consentiva a Bloch un'affermazione di capitale importanza: «ce qu'il y a de plus profond en histoire [la storia economica, la storia giuridica, la storia religiosa] pourrait bien être aussi ce qu'il y a de plus sûr»19.

Queste erano le scoperte cui mettevano capo le Réflexions sur les fausses nouvelles, e sulle quali si sarebbe fondata la "nuova storia" di Bloch. È dunque «da questa esperienza», dall'esperienza della guerra, conclude Ginzburg, che «nascono Les rois thaumaturges»20.

A sostegno dell'ipotesi di questo complesso passaggio tematico e metodologico, Ginzburg proponeva i risultati della sua comparazione tra le Fausses nouvelles e la Critique historique et critique du témoignage, una lezione tenuta nel 1914 agli studenti del suo liceo di Amiens, ma rimasta inedita fino al secondo dopoguerra21. Ginzburg contrapponeva la Critique alla "storia profonda" delle Fausses nouvelles: gli pareva di poter dimostrare, con la sua lettura della Critique, «fino a che punto il Bloch del 1914 fosse ancora legato a quella storiografia "événementielle", la storiografia riassunta poi nei nomi del Langlois e del Seignobos, contro cui il Bloch stesso e il Febvre dovevano successivamente combattere e vincere una delle loro battaglie più significative»22.

La ricostruzione di Ginzburg poneva dunque la Grande guerra come il momento cruciale dell'itinerario storiografico di Bloch. Vi vedeva il punto di svolta, lo spartiacque tra il Bloch protagonista e promotore della "storia nuova" e il Bloch seguace, ancora, della "storia tradizionale" ed "evenemenziale": un'esperienza esistenziale drammatica e intellettualmente sconvolgente, destinata a dare il suo frutto metodologico "maturo" nelle Fausses nouvelles, e che lo avrebbe allontanato in modo drastico e definitivo dalla storia della sua formazione, dalla storia dei Langlois e Seignobos.

Questa tesi, ben pensata e articolata, e universalmente accolta, da allora non è mai stata sottoposta a una verifica esplicita, complessiva.

A conferma di una datazione postbellica dell'"idea" dei Rois thaumaturges, Ginzburg aveva usato una testimonianza di Charles-Edmond Perrin, collega di Bloch a Strasburgo, relativa a una gita in montagna del febbraio 1919. In quell'occasione Bloch avrebbe confidato all'amico: «Quand j'en aurai fini avec mes ruraux, j'aborderai l'étude de l'onction du sacre royal de Reims»23. Da questo passaggio di Perrin Ginzburg traeva la convinzione che la scelta del tema dei Rois «precedette addirittura l'arrivo di Bloch a Strasburgo», e che dunque esso fosse nato dall'esperienza della guerra24.

La testimonianza di Perrin è certamente interessante, ma non mi pare possa dirci alcunché di sicuro circa la prima origine dei Rois. Letta con attenzione essa ci dice soltanto che agli inizi del 1919 il «programme de travail» sulle classi rurali nel Medioevo, avviato da Bloch negli anni precedenti alla guerra, «s'était quelque peu élargi», e che Bloch già pensava a uno studio su «l'onction du sacre royal de Reims». Essa ci dice, cioè, che secondo Perrin i Rois dovrebbero essere considerati come un élargissement del tema delle classes rurales; ma non ci dice affatto che quell'idea fosse nata dalla guerra.

La tesi che fissa nella guerra il terminus a quo dei Rois non può dunque fondarsi su quella testimonianza. Tanto più che Perrin afferma di aver avuto le sentiment che quel giorno fosse nata in Bloch non l'idea dei Rois, ma «le problème des régimes agraires». Meglio: quel giorno sarebbe nata in Bloch la consapevolezza della necessità metodologica di «prendere contatto direttamente» con un oggetto di studio che fino ad allora aveva analizzato solo «par le truchement des documents d'archives»25.

La testimonianza di Perrin ci restituisce l'eco di un'interessante problematica di "storia sperimentale" che davvero aveva a lungo assillato il giovane Bloch, e che ebbe nell'expérience-esperimento della guerra il suo momento decisivo di maturazione, il suo punto di svolta26. Tuttavia quella esigenza di prendere contatto "diretto" con l'oggetto di studio non era un'assoluta novità per Bloch: sulla scia di Fustel de Coulanges, già al tempo del suo lavoro alla Fondation Thiers (1909-1912), egli aveva preso a correre le campagne intorno a Parigi per «osservare direttamente», così come esigeva il paradigma delle scienze positive e naturali (a lungo le sole degne del nome di "scienza" per Bloch!), quanto restava della forma dei campi e delle proprietà costituitesi in seguito ai dissodamenti dell'undicesimo e dodicesimo secolo27.

L'importanza della testimonianza di Perrin, dunque, non sta nella datazione postbellica del tema dei Rois thaumaturges e della rottura metodologica che l'accompagna. Essa è preziosa soprattutto perché ci suggerisce la concomitanza logica e temporale, anche se non rilevata esplicitamente, tra il tema del sacre royal e il complesso tematico della paysannerie, insieme di temi "agrari", certamente, ma anche di "rituali" giuridici, sociali e religiosi, che sono già evidentemente lontani dalla histoire événementielle. Essa è preziosa, ancora, perché ci suggerisce, per questa via, di ancorare l'idea dei Rois agli anni precedenti alla guerra, agli anni, appunto, degli studi sul servage.

Da questa interpretazione della testimonianza di Perrin consegue, ineludibile, la necessità di trovare una nuova interpretazione per il ruolo della Critique del 1914. Ad una lettura più attenta, non è difficile scorgervi il punto di sutura tra due cicli di ricerche: la Critique salda la paysannerie d'anteguerra al miracle royal del dopoguerra, animando di riflessioni metodologiche una tessitura continua attraverso la quale si intravedono le radici antiche, "prebelliche", dei Rois. Del resto è possibile trovare qualche conferma laterale a questa ipotesi, anche al di là della Critique.

Non abbiamo nessun testo di Bloch che dichiari in modo esplicito e certo l'origine dei Rois. Ciò che abbiamo, però, ci suggerisce di non circoscrivere alla guerra, né ad altri eventi particolari, la ricerca della nascita degli interessi e delle curiosità culturali che lo portarono a scrivere quel libro. In tal senso mi pare si possa leggere un'importante dichiarazione consegnata alla dedica del libro: «je n'aurais sans doute jamais eu l'idée de ces recherches, sans l'étroite communauté intellectuelle où, de longue date, j'ai vécu avec mon frère». Quel fratello, appassionato di etnografia comparata e di psicologia religiosa (del quale il Bloch giovanissimo aveva subito profondamente il fascino intellettuale, fino a «perdersi» in lui28), lo avrebbe aiutato «à réflechir sur le cas des rois-médecins»29. Si tratta, mi pare, di un'affermazione che testimonia come "curiosità" assai prossime al tema dei Rois si fossero costituite in lui da lungo tempo, come frutto di un lento e costante processo di coagulazione di stimoli diversi, dispersi nella vicenda della sua vita culturale quotidiana e familiare, e indipendente dall'incidenza di picchi "evenemenziali", "drammatici", come la guerra.

Nella stessa direzione di una datazione non recentissima, mi pare vada interpretata anche un'altra più puntuale dichiarazione di Bloch, presente ancora nella Préface dei Rois: «l'idée d'étudier les rites guérisseurs, et, plus généralement, la conception de la royauté qui s'exprime en eux m'est venue, il y a quelques années, alors que je lisais dans le Ceremonial des Godefroy les documents relatifs au sacre des rois de France»30 (corsivo mio).

Non ho una data da proporre per questa lettura del Ceremonial (ma con un po' di pazienza non dovrebbe esser difficile scovarla da qualche parte!). Del resto ciò che a me preme non è individuare la data sicura e precisa della inventio dei Rois, ma stabilire che le idee che li sostengono, "tematiche" e "metodologiche", non possono essere considerate esclusive del Bloch postbellum; mi preme mostrare, piuttosto, che una loro qualche presenza, sia pur dispersa in rivoli diversi, è già attiva nei lavori precedenti alla guerra.

Personalmente ipotizzo che la lettura del Ceremonial, o almeno gli stimoli che la resero necessaria e che ne orientarono il significato, vada ricondotta all'ambito degli studi sul servage. Quegli studi, impostati appunto negli anni precedenti alla guerra, Bloch li aveva ripresi all'uscita dalla vita militare e li aveva provvisoriamente chiusi nel 1920, bruscamente, nella forma abbreviata della thèse dei Rois et serfs, per usufruire di una facilitazione di carriera offerta ai ricercatori universitari reduci dalla guerra. Si erano così riattivati interessi nati in anni ormai lontani, e si era garantita la continuità di lavoro tra il "prima" e il "dopo" guerra. È certo comunque che nei "saggi" che Bloch aveva pubblicato prima della guerra è già presente, incontestabilmente, la presa in conto di quel quadro rituale e simbolico che costituirà la materia di base dei Rois: lo stesso di cui vivevano anche le relazioni del servage con il potere del seigneur e del roi. Vorrei far notare, per il momento, che questa ipotesi di una collocazione prebellica dell'idée dei Rois, non contrasta, anzi corrobora, la testimonianza di Perrin sui Rois quale "ampliamento" degli studi sulle classes rurales avviati da Bloch «à la veille de la guerre de 1914».

A questi trucioli che son venuto mettendo insieme nel limare la mia riconsiderazione dell'origine dei Rois, debbo aggiungerne ancora uno che mi pare possa sostenere ulteriormente la mia richiesta di allargare in basso l'orizzonte temporale da prendere in considerazione. Mi riferisco al possibile effetto di una lettura che è già stata notata nell'accuratissimo lavoro documentario di Carole Fink. La biografa di Bloch, pur convinta che «the exact origins of Marc Bloch' fascination with kings and coronations will always remain obscure», afferma tuttavia che il libro dei Rois fu «conceived before the Great War». A suo avviso «Bloch was intent on studying royalty» già dopo essere uscito dalla Fondazione Thiers, mentre insegnava al liceo di Montpellier, nel 1912-1331. Secondo la Fink, Bloch aveva preso a studiare la royalty in seguito alla lettura di un libro di Hans Schreuer32.

Certamente il libro di Schreuer non fu senza importanza per Bloch; e la Fink sottolinea giustamente che egli sentì persino il bisogno di saggiare le tesi dello studioso tedesco controllandone le fonti nella biblioteca universitaria di Montpellier33. In effetti Bloch poteva ritrovare nell'opera di Schreuer una serie di questioni storiche e metodologiche che avevano già attirato la sua attenzione. Vi ritrovava temi che egli stava studiando, partendo da altra documentazione, nella prospettiva della storia del servage e della paysannerie, quali il rituale dell'omaggio al signore, la funzione simbolica del bastone ecc. E certamente dovette interessarlo non poco anche la comparazione che Schreuer applicava allo studio dei rituali dell'"incoronazione" regale in Francia e in Inghilterra, quella comparazione che sarebbe stata anche alla base della sua analisi del "miracolo regale", ma che già allora costituiva uno dei cardini di quella concezione della storia-scienza che lo aveva attratto, come vedremo, fin dai primi passi della sua formazione al "mestiere di storico". Nel libro di Schreuer, infine, Bloch trovava anche quella considerazione del simbolismo regale come fondazione e legittimazione religiosa del potere politico della monarchia, che sarebbe stata il tema più vero dei suoi Rois.

Peraltro non va sottovalutato che tracce di una simile lettura di Schreuer egli poteva trovare anche in ambienti non lontani dai suoi interessi scientifici. Quel libro, infatti, aveva suscitato non poco interesse in Francia, e non solo negli ambienti storici "tradizionalisti"34. Se ne erano occupati anche quegli ambienti durkheimiani che Bloch seguiva da tempo con particolare attenzione e simpatia. Non mi pare improbabile, ad esempio, che dalla recensione che ne diede l'Année sociologique, egli abbia potuto trarre stimolo a dare una curvatura più definita, in termini di storia culturale e politica, agli studi che andava conducendo sul servage. Il recensore dell'Année leggeva nella storia simbolica dell'incoronazione la traduzione della storia stessa della monarchia: i segni della cerimonia, egli diceva sulla scorta di Schreuer, «ne manifestent pas seulement la situation juridique du roi, ils la constituent et la legitiment»35 (corsivo mio). È molto lontano da questa affermazione il significato che Bloch assegnerà al suo "miracolo regale", strumento di prestigio per la dinastia capetingia e sostegno fondamentale della loro legittimità?36

Il libro di Schreuer uscì nel 1911. Bloch lo ebbe assai presto tra le mani, e la lettura che ne fece venne a fecondare un terreno certo già pronto ad accoglierlo nel migliore dei modi. In quel torno di tempo, infatti, egli cominciava a concretizzare un lavoro ormai annoso, svolto in una direzione di studi al cui termine non è difficile intravvedere i Rois. In questo lavoro non è assente quell'universo di rituali, cerimoniali e leggende, che in seguito sarebbe stato anche l'universo nei Rois. Ne sono testimonianze significative lo scritto su Blanche de Castille et les serfs du chapitre de Paris del 1911, che ha già sentori precisi della futura riflessione sulle fausses nouvelles37, e lo scritto su Les formes de la rupture de l'hommage dans l'ancien droit féodal 38 del 1912, nel quale non ho difficoltà a vedere un'autentica profezia dei Re taumaturghi. Si tratta in realtà di scritti di importanza capitale per la ricostruzione e l'interpretazione complessiva dell'itinerario storiografico di Bloch, che ci costringono a ipotizzare un orizzonte e uno scenario molto più ampi di quanto si potesse immaginare qualche decennio fa.

Prenderò in considerazione questi scritti tra breve. Per il momento vorrei ancora sottolineare che la mia esigenza di valorizzare gli anni pre-bellici del lavoro di Bloch non è del tutto isolata, e che anzi essa si appoggia a precedenti autorevoli.

Dagli anni in cui Ginzburg scriveva i suoi due saggi, molta acqua è passata sotto i ponti. Una gran quantità di nuovi documenti è stata pubblicata e una gran messe di studi ha contribuito a modificare, in modo più o meno profondo, la nostra conoscenza della "storia" di Bloch. Di conseguenza anche studi che condividono l'interpretazione di Ginzburg, proprio perché nutriti dall'analisi di nuovi documenti, finiscono ormai per suggerire, più o meno parzialmente, la necessità di una qualche revisione. Qualche esempio sarà sufficiente a illustrare brevemente il mio assunto.

Faccio riferimento, ad esempio, a un intervento di Maurice Aymard del 1997, nel quale egli sembra aderire pienamente alla ricostruzione di Ginzburg. Anch'egli infatti, ritagliando in un blocco unitario gli anni che dalla guerra vanno ai Rois thaumaturges, conferma la frattura tra la Critique del 1914 e le Fausses nouvelles: «Entre les deux, entre cet article de 1914 et cet article de 1921, il y a eu la guerre []. Nous sommes donc là, vraiment, devant une rupture significative» (corsivo mio). Della tesi di Ginzburg lo studioso francese sembra condividere implicitamente anche il rilievo dato alla «lezione del Durkheim», precisata nei termini di «une espèce d'élimination de l'individuel, une réduction de l'individuel au collectif et une réduction aussi de l'accidentel au socialement déterminé qui me paraît significative du point d'arrivée»39.

Eppure, al di là del consenso complessivo, Aymard ha arricchito l'interpretazione originaria di Ginzburg di un suo personale contribuito, su cui è necessario richiamare l'attenzione: egli ha spostato l'attenzione dal rapporto tra le Fausses nouvelles e i Rois, al rapporto tra le Fausses nouvelles e quei Souvenirs de guerre che Ginzburg, curiosamente, non aveva preso in considerazione40, malgrado l'importanza ch'egli aveva assegnata alla guerra. Questo nuovo accostamento di testi è pregno di conseguenze. Esso amplia esplicitamente l'orizzonte temporale dei documenti da prendere in considerazione per la storia della nostra "questione", e così facendo concentra l'attenzione ben entro gli anni di guerra, rivelandone e dilatandone il paesaggio interno. In particolare allunga lo sguardo all'indietro, fino all'agosto del 1914, data di riferimento dei primi Souvenirs di guerra di Bloch.

Ora l'analisi della documentazione diretta dell'esperienza bellica di Bloch41, e il piccolo ma importante ampliamento temporale nella periodizzazione della rupture, non possono non porci qualche problema. Da un lato quella documentazione non rivela traccia alcuna delle drammatiche rotture intellettuali che si sarebbero prodotte in Bloch nel corso della guerra. Dall'altro, una volta affermata, e giustamente, la continuità tra i Souvenirs e le Fausses nouvelles, cioè tra l'inizio della guerra e gli anni immediatamente successivi alla sua fine, non è più chiaro dove si possa collocare l'avvento della "rottura". Ad ogni modo troppo breve e insignificante diventa il lasso di tempo che separa la Critique (luglio 1914) dall'inizio dei Souvenirs (agosto 1914), per continuare a porre un discrimine decisivo tra la presunta persistenza della Critique nella storia evenemenziale e la presunta rottura avviatasi con la guerra42.

La documentazione "bellica" pone, infine, un altro problema, non meno importante. Una lettura anche corsiva degli Ecrits de guerre non può non rilevare la presenza di una diffusa e tenace temperie stoica, così densa da "banalizzare" l'esperienza bellica di Bloch, e da renderne inevitabilmente problematica qualsiasi interpretazione troppo marcatamente "esistenziale". La particolare drammaticità che ad essa aveva attribuito Ginzburg («scoppio di barbarie e di irrazionalità», «esperienza di regressione arcaica», «rigurgito di emozioni irrazionali» ecc.) non sembra facilmente documentabile attraverso queste "fonti". Non a caso lo studioso che vi ha dedicato maggior attenzione, Stéphane Audouin-Rouzeau, tende a interpretare la guerra di Bloch come «une guerre banale», appunto: "banale" ed "eroica", come quella di tanti altri uomini del suo stesso ambiente43.

È evidente che l'interpretazione della guerra di Bloch non è senza conseguenze per il nostro discorso. Il lettore perdonerà dunque se su questa questione apriamo una parentesi.

Sostenere la "banalità" della guerra di Bloch, come di qualsiasi altro soldato al fronte, non vuol dire che quella esperienza non sia stata un'esperienza drammatica. Più semplicemente vuol dire che Bloch, descrivendola, e forse persino vivendola, non ne dà un'immagine "espressionistica". Egli cerca, con tutte le sue forze, di dominarla e orientarla culturalmente, di ricondurla entro un ordine intellettuale che egli vuole programmaticamente scegliere e costruire per non farsi vittima della guerra. Certo altri grandi intellettuali europei della sua generazione hanno vissuto più traumaticamente la guerra, interpretandola effettivamente come espressione di "barbarie" e di "irrazionalità". Questo probabilmente fu il senso che la guerra assunse agli occhi di Freud o di Warburg, come giustamente nota Ginzburg. Ma l'esperienza di Bloch appare diversa, più articolata e complessa, più sfumata. Scrivendo il suo diario di guerra egli rifiutò, insisto, programmaticamente di accettare passivamente quell'istinto che di norma tende a sintetizzare e fissare tutte le esperienze vissute in alcuni pochi tratti "essenziali" e significativi. La memoria di guerra tende a fissarsi sugli "orrori" della guerra e a costruire "icone" di orrore; tende a bloccarsi su particolari magari di poco conto nel fuoco dell'esperienza, ma che col tempo si assumono il compito di rappresentare simbolicamente il senso complessivo di quegli orrori. E tanto più ci si fissa sugli orrori e sui loro particolari iconici quanto più è consolante sentirsi ormai fuori e lontani dalla guerra. Bloch non lasciò che la sua memoria operasse in tal senso. E non lo volle consapevolmente, proponendosi di esercitare il suo mestiere di storico non solo a posteriori, ma anche attualmente, nel corso stesso degli eventi, in una sorta di storia immediata. Così scriveva durante una lunga pausa impostagli da una malattia nel bel mezzo della guerra:

J'ai des loisirs. Je les emploierai à fixer mes souvenirs avant que le temps n'efface leurs couleurs, aujourd'hui si fraîches et si vives. Je ne recueillerai pas tout. Il faut faire à l'oubli sa part. Mais je ne veux pas abandonner aux caprices de ma mémoire les cinq mois étonnants que je viens de vivre. Elle a coutume de faire dans mon passé un triage qui me paraît souvent peu judicieux. Elle s'encombre de détails sans intérêt et laisse s'évanouir des images dont les moindres traits m'eussent été chers. Le choix dont elle s'acquitte si mal, je veux qu'il soit cette fois remis à ma raison44.

Selezione, cernita, fissaggio di immagini: ecco il compito che Bloch non volle abbandonare alla spontaneità capricciosa della sua memoria, e che volle invece affidare alla "ragione", cioè alla sua memoria di storico, a quella memoria che stabilisce consapevolmente ciò che deve essere abbandonato all'oblio, che controlla e ordina il ricordo che è "caro" conservare in tutta la sua "freschezza" e "vivezza". Certo i suoi Souvenirs de guerre sono già scritti a qualche distanza di tempo rispetto agli eventi considerati, ma sono una scrittura che sente ancora l'odore dei fatti vissuti. Nessuna riduzione "capricciosa" e automatica li lavora; non vi opera ancora nessuna condensazione arbitraria del tempo e degli eventi che lo hanno "ingombrato". Il tempo vi appare ancora tutto disteso nella sua realtà di cronaca, percepito nell'estensione dilatata dei particolari, perfino del "tap-tap" delle gocce d'acqua sulle foglie, o del rumore delle foglie secche45. Tempo non ancora contratto dalla selezione della memoria, tempo ancora disponibile alla selezione della ragione: tempo reale, memoria trattenuta e costretta nell'immediatezza, anche grazie all'aiuto di un taccuino che agisce a caldo sull'evento. I Souvenirs sono certo già "ricordi", e dunque realtà riflessa e "selezionata", ma sono ancora ricordi «freschi e vivi» fissati nell'istantanea del taccuino: la "registrazione" e la "trasmissione", le procedure che producono la deformazione della memoria individuale come della memoria collettiva46, vi appaiono ancora in gran parte sotto controllo.

Il fatto è che Bloch ha voluto, nel fuoco stesso dell'azione, farsi storico di se stesso, delle proprie impressioni e dei propri sentimenti, della propria esperienza di guerra. Aveva provveduto a costruire egli stesso i suoi documenti e le sue fonti lavorando di taccuino come un cronista, un "corrispondente" inviato sul terreno dal futuro storico. Se nel 1921, nelle False notizie, la Grande guerra assunse agli occhi di Bloch il valore di un «grande esperimento storico» naturale, attraverso il quale comprendere il funzionamento della memoria collettiva, lo fu perché fin dal 1914 essa era stata costruita intenzionalmente come un esperimento, montato per comprendere il funzionamento della "memoria individuale", della sua "memoria individuale". Si direbbe quasi ch'egli volesse garantirsi già allora quello «spettacolo della ricerca» che metterà in scena con l'Apologia47. Quando scrisse i Ricordi nel gennaio 1915, la sua memoria era già incerta e poco precisa:

Mes souvenirs de cette journée [10 settembre 1914] ne sont pourtant pas extrêmement précis, surtout ils s'enchaînent assez mal. Ils forment une série discontinue d'images, à la vérité très vives, mais médiocrement coordonnées, comme un rouleau cinématographique qui présenterait par places de grandes déchirures et dont on pourrait, sans que l'on s'en aperçut, intervertir certains tableaux48.

Ma era ancora in grado di "selezionare" le sequenze del film attraverso un lavoro razionale e consapevole, di operare una "cernita giudiziosa", assegnando all'"oblio" ciò che la "ragione" aveva deciso di assegnare all'oblio.

La possibilità di tutto questo lavorio di riflessione sulla formazione della memoria, Bloch se l'era attentamente costruita attraverso gli appunti dei taccuini sui quali aveva notato le cose degne di essere ricordate, giorno per giorno, durante l'azione stessa. Ed è importante sottolineare la presenza "volontaria" di questi appunti nei suoi Souvenirs. La differenza tra i vari taccuini non è senza conseguenze sul lavoro mnestico di Bloch. Il primo taccuino aveva coperto completamente solo un periodo brevissimo della guerra, ma per quel piccolo arco di tempo aveva saputo garantire un controllo preciso del tempo e degli eventi che lo avevano riempito. Il tempo vi è denso di cose, tenute in un reticolo a maglie strette. In seguito, negli altri taccuini, o in assenza di taccuini, quelle maglie si faranno più larghe, come allentate, in grado di pescare solo grossi pesci. I particolari degli eventi, o gli eventi particolari, cominceranno a scivolar via, come avannotti: «Privé du secours de mon carnet, je puis encore recueillir mes souvenirs qui sont demeurés assez vifs; mais je ne saurais les dater»49.

Comunque sia, i passaggi dei Souvenirs che appaiono più ricchi di particolari sono da addebitarsi al controllo prodotto dall'uso del taccuino sull'opera di «registrazione» e di «trasmissione»: opere affiancate, prive di spazi intermedi, di quelle soluzioni di continuità che consentono all'"errore" di inserirsi tra l'una e l'altra, che consentono ad una "notizia" di diventare "falsa notizia". La memoria dei Souvenirs è il risultato di una "trasmissione" calcata sulla "registrazione". La sola opera di "deformazione" consentita, e riconosciuta, è affidata alla ragione, è opera di ordinamento della materia mnestica, di controllo e di correzione; opera di "significazione" dei dati registrati dal taccuino, di ambientazione e di valorizzazione offerta dal sostrato culturale dello storico Bloch.

Il lavoro della memoria che produce la stesura dei Souvenirs nel 1915 è esemplare: esso arricchisce con "arte" gli appunti necessariamente scarni del taccuino del 1914, giudica esteticamente e ricolloca nell'ambiente storico e naturale la chiesa di Neuville, ad esempio, ma ne conserva la minuziosa precisione50. Taccuino parziale, certo! Bloch vi scrisse, e lo aggiornò, solo fino al 15 novembre: dopo i ricordi perdono la minuzia della cronaca e dell'osservazione immediatamente annotata. Taccuino certamente già "deformante", ma taccuino che pur sempre conserva la densità degli eventi, della quotidianità della guerra. Esso conserva la varietà delle emozioni e delle impressioni, impedisce alla memoria di chiudere l'esperienza delle ventiquattr'ore di un'intera giornata di guerra nei soli momenti drammatici della "barbarie" e dell'"angoscia": volutamente disperde quei momenti e li annebbia nella molteplicità dei "fatti diversi" quotidiani. Questa funzione, ad esempio, svolgono le non infrequenti notazioni "bucoliche" sulla natura, il rilevamento delle gioie, dei piaceri, delle consolazioni che anche in guerra derivano da un bel paesaggio. In questo taccuino Bloch trova persino il modo di sottolineare il tempo della noia, della monotonia, mentre le piccole ansie di ogni momento svaporano nel ricordo di una «pacifica villeggiatura»:

Nous vécùmes là des heures ternes et calmes. Deux fausses alertes, quelques shrapnells inoffensifs, la mésaventure d'un patrouilleur qui, pour s'étre engagé malgré mes ordres à gauche du chemin, sous les vues de l'ennemi, eut la joue labourée par une balle; la chute que je fis au retour, la nuit, dans un ruisseau bourbeux, voilà tout ce que ma mémoire a retenu des rares événements qui animèrent cette pacifique villégiature51.

L'insistenza sui particolari, sulle «minuzie distraenti», non è casuale: la distensione del tempo nei suoi minuti e diversi eventi crea spazio alla calma, alla riflessione che consente di cercare un senso anche alla «barbarie» e al «sangue», alla paura e all'orrore. Nasce così, per sentimenti ed emozioni, una possibilità di risarcimento nel cielo dei valori: della nazione, della gloria, dell'honneur52.

Bloch eserciterà sempre questa attenzione intellettuale ai particolari da conservare, pur nei momenti più sconvolgenti dell'azione, come una preziosa risorsa etica, ultimo baluardo contro il rischio incombente di astenia morale, di "perdita della presenza". Essa ha una funzione di "astrazione-distrazione" dagli eventi che è alla radice del suo "fare storia": storia come "antidoto", come "trama intellettuale", sforzo di continuità, di opposizione alle fratture troppo violente inferte dagli eventi al tessuto della vita; attività intellettuale, da vivere preziosamente, tenendo, assaporandone ogni istante, minuto per minuto, per sentirla sostegno sicuro al proprio respiro53.

Bisognerà ricordare che Bloch, il quale certo non era un guerrafondaio, non fu mai un pacifista di principio. Per lui la guerra poteva essere un male necessario, comunque a volte non eludibile. E di fatto portò sempre con orgoglio il ricordo della partecipazione alla guerra del 1914-18. Vi era stato ferito due volte e il suo comportamento gli aveva guadagnato quattro menzioni e la legion d'onore per meriti di guerra. Una guerra che egli aveva accolta tra forti «emozioni», ma senza esitazione; con «angoscia», certo, ma anche con «entusiasmo». Una guerra connessa stabilmente ai valori della coscienza civica, vissuta come tensione alla salvaguardia dell'onore nazionale. Alla notizia della dichiarazione di guerra non aveva recriminato; aveva anzi temuto che la notizia dell'assassinio di Jaurès, che pur aveva appreso con «dolore», potesse provocare una «sommossa» e «infangarne» così l'inizio54. E durante le ostilità, momenti di maggior «angoscia» per lui furono i momenti della ritirata («Oh, jours cruels de la retraite, jours de lassitude, d'ennui et d'angoisses!»), come mostra la notazione relativa alla giornata del 10 settembre del 1914 passata lungo la Marna, quando la «lunga e desolante marcia di ripiegamento» gli aveva dato l'amara coscienza di non essere «qu'un vaincu parmi des vaincus, ­ des vaincus sans gloire, qui n'avaient jamais versé leur sang dans un combat»55.

Certo non ci si possono attendere da Bloch inni alla guerra, benché egli si senta solleticato nell'orgoglio nel sentirsi dare del «guerriero», del poilu. Anche su questo terreno pudore e riservatezza non gli consentono di parlare oltre una certa misura dei suoi sentimenti. E tuttavia, con discrezione, ce ne parla attraverso la "narrazione" degli ambienti, dei paesaggi, che sembrano assorbire e rendere gli umori del soldato, come uno specchio chiamato a dire ciò che non si può dire espressamente. Si leggano da questo punto di vista le splendide pagine che aprono i suoi Ricordi, autentica ouverture alla sua guerra. Sono pagine che trasferiscono e incarnano i suoi sentimenti e i suoi giudizi nei colori, nella luce, nei comportamenti della Parigi che si prepara alla guerra: «uno dei ricordi più belli che la guerra mi abbia lasciato!». È la guerra che si apre su Parigi come «un'alba» nel «cielo nuvoloso». La città è «tranquilla e solenne». Nella «tristezza» della sua gente è tuttavia forte la consapevolezza e la solidarietà richieste dal momento. Nei gesti di tutti traspare una «generale benevolenza». Gli uomini che si apprestano a partire, vera «nobiltà» di Parigi, non appaiono «allegri», ma «risoluti»: «che è meglio»! È insomma la nazione che si prepara a manifestarsi, solennemente; e per di più una nazione democratica: «Les armées nationales ont fait de la guerre un ferment démocratique»56.

E si vedano ancora, per altro verso, le pagine sulla ritirata della Marna, che abbiamo già utilizzato, e che sono certo tra le pagine più esplicite e autodichiarative che Bloch abbia dedicato al suo modo di sentire la guerra. Anche qui il sentimento del paesaggio gioca un ruolo di rilievo, un ruolo vicario, sostitutivo. Qui la «notte» che incombe sull'anima, i «piccoli gruppi di alberi» ai lati della «strada tortuosa» che prendono «sur le ciel obscur des airs de fantómes», hanno il compito precipuo di trasferire all'estemo, e di assumere su di sé, la disperazione, la «rage au coeur», di chi teme di essere stato vinto «sans gioire», senza aver mai versato il proprio sangue in battaglia. Mai nulla di scomposto, dunque! Neppure la morte straziata urla il suo orrore nei ricordi di Bloch. Un fermo ritegno interviene sempre a regolare le emozioni, a comporre i sentimenti più lancinanti. Protagonista resta, sempre, lo sguardo "distraente", con la sua attenzione analitica posata sui particolari, teso a smorzare il possibile urlo, a sviare dall'orrore:

plus loin, j'apercus le premier cadavre. C'était un caporal qui n'appartenait pas a notre régiment. Il gisait sur une pente, tout crispé, la téte en contrebas; et de sa marmite de campement, qui s'était ouverte dans la chute, des pommes de terre s'étaient échappées, s'égrenant sur le sol au-dessous de lui. Nous traversàmes plusieurs boqueteaux57.

La morte compare appena, un attimo, immagine perduta tra altre immagini. La memoria è sempre vigile e pronta a non dare spazio e tempo alla morte, a sottrarre tempo al suo orrore, quasi a ridurla a pura e neutra contabilità. Anche quando le perdite sono forti la memoria lavora ad accorciare il tempo: «Je ne sais si ma mémoire me trompe, mais il ne me semble pas que le temps m'ait paru très long. Ces effroyables heures ont sans doute passé assez vite»58. E del resto la scrittura di Bloch possiede una sapienza particolare in questa opera di "distrazione", di spostamento dell'attenzione dall'immediatezza dei sentimenti, della paura, attraverso la sottolineatura di un particolare apparentemente incongruo, di una metafora sorprendente fino all'autoironia. Così l'ansia e il terrore della battaglia appaiono come attenuati dalle pallottole delle mitragliatrici che «ronzano tra i rami come sciami di vespe»; e le «forti detonazioni delle bombe» che scuotono l'aria sono rese meno terrorizzanti «dal canto che fanno le schegge quando ricadono dopo l'esplosione». Anche la naturale "curiosità" di Bloch («lo spirito di curiosità, che raramente mi abbandona, non mi aveva lasciato») agisce nei momenti più drammatici a perfezionare quest'opera di distrazione, di restituzione di "calma". Sotto il bombardamento i suoi occhi trovano il tempo per seguire l'evoluzione della spoletta dello shrapnel, che «vibra dolcemente volteggiando nell'aria, e tace, di colpo, solo alla fine della caduta», o per notare che «il fumo delle granate a tempo ha un colore ocra, a differenza di quello delle granate a percussione, che è nerissimo»59.

Non c'è da sorprendersi che una tale vigilanza tesa a evitare l'angoscia abbia potuto produrre persino momenti di "contentezza", se non altro la contentezza di chi è sfuggito alla morte e si sente vivo e voglioso di vivere60. C'è sempre attiva in Bloch una strategia intellettuale tesa a dissipare «la barbarie e l'irrazionalità» della guerra, ad evitare che esse assurgano al livello della «regressione arcaica», del "rigurgito" di emozioni irrazionali e incontrollabili. Egli riesce a tenere sotto controllo i «fantasmi» sorgenti dalla guerra, sempre cercando di bloccarne l'immagine sul terreno della valutazione storica, sforzandosi di tener sotto controllo, programmaticamente, le sue proprie emozioni, rifiutando di dar loro voce, pudicamente e orgogliosamente, allestendo tutta una strategia per «exorciser» i suoi «fantasmes».

Questo atteggiamento mentale e morale teso a evitare rotture, a costruire continuità al di là della drammaticità degli eventi, è un dato stabile nella personalità di Bloch. Esso impedì che la guerra diventasse l'occasione di fratture traumatiche nel suo itinerario intellettuale; ed esso ci legittima, per tornare al nostro tema, a cercare ancora oltre il limite della guerra il filo che porta ai Rois.

Aymard non è stato il solo ad ampliare l'orizzonte temporale da prendere in considerazione per individuare l'origine della "nuova storia" di Bloch. Altri lo avevano fatto prima di lui, e in modo forse più ampio. Un ampliamento ben più marcato infatti, ben al di là della periodizzazione bellica, aveva proposto Pierre Toubert, alcuni anni prima, analizzando un'altra delle opere significative della "maturità" di Bloch, Les caractères originaux de l'histoire rurale française (1931). Nella ricostruzione di Toubert la storia dei Caractères non conferma la rottura "bellica" ipotizzata da chi aveva inseguito le radici dei Rois. Ne emerge anzi una certa continuità tra gli anni precedenti e quelli seguenti la guerra: «les Caractères originaux marquent bien l'aboutissement d'une enquête ouverte dès avant la Grande Guerre et jalonnée depuis 1913 par des textes où sont déjà clairement inscrits les intérêts, les projets et les préoccupations méthodologiques de Bloch en matière d'histoire agraire»61 (corsivo mio). Nel quadro complessivo della ricostruzione del processo di "maturazione" della storiografia blochiana, la valorizzazione operata da Toubert degli interessi scientifici del periodo prebellico (e dell'influenza esercitata su Bloch dalla storiografia tedesca e inglese d'inizio secolo62), contribuisce a dare una nuova immagine dell'itinerario culturale complessivo di Bloch: invita, quantomeno, a operare qualche «redressements de perspective», a una «révision à la baisse», per «mieux définir l'expérience historiographique» di Bloch.

Il processo di "maturazione" che ha portato Bloch alle sue opere maggiori ne risulta certo segnato da mutamenti, anche profondi; ma si tratta di mutamenti dovuti non tanto a "rotture" esistenziali traumatiche e radicali, quanto piuttosto al superamento di ostacoli, di soglie conoscitive. Siamo insomma di fronte a un dinamico e costante processo di "maturazione" intellettuale, a un processo che si svolge, certo, in presa diretta con le esperienze "esistenziali", ma che le domina e le integra in un lavorio culturale faticoso e continuo; che ne assorbe il succo attraverso l'esercizio di un'"immaginazione" scientifica e metodologica instancabile e sempre all'erta.

I risultati ottenuti da Toubert in relazione ai Caractères, suggeriscono, per contaminazione, che venga riconsiderato anche l'itinerario di marcia verso i Rois thaumaturges. Il che, a questo punto, è impresa non più impossibile da pensare. Di fatto, ancor prima di Toubert, Jacques Le Goff, pur condividendo anch'egli la sostanza dell'interpretazione di Ginzburg, aveva dimostrato convincentemente che i Rois non erano insorti all'improvviso nell'orizzonte culturale del Bloch del dopoguerra. Nella sua ricostruzione quell'opera si presenta come il frutto di una "gestazione" che «si estende per un arco di una dozzina di anni», risultato di un germe già in vivace fermento assai prima della guerra. L'esperienza "esistenziale" della guerra aveva certo contribuito a maturare la storia di Bloch, ma le sue radici affondavano in esperienze "intellettuali" precedenti63. L'interesse di Bloch per temi di storia religiosa e antropologica, destinato a dar vita ai Rois, risaliva almeno alla sua esperienza dell'École Normale e della Fondazione Thiers, al proficuo sodalizio stabilito allora con Granet e Gernet, e si era poi consolidato nel soggiorno in Germania, alla scuola di Karl Bücher, di Karl Lamprecht e di Rudolf Kotzschke64. Il muro della guerra, invalicabile terminus a quo per la storia tematica e metodologica dei Rois, appare dunque, di fatto, definitivamente abbattuto già dalla ricostruzione di Le Goff. Ma la messa in questione di quel limite suscita a cascata un grappolo di conseguenze apparentemente di poco conto se prese singolarmente, ma tali, se considerate nella loro concatenazione, da mutare la "rappresentazione" complessiva dell'esperienza storiografica di Bloch. Una revisione à la baisse dell'opera di Bloch, inevitabilmente spinge a rappresentare il suo itinerario intellettuale con una linea meno fratturata, meno legata ai grandi "avvenimenti"; spinge a riconsiderare gli anni della sua formazione storiografica, a inserirli all'interno di un itinerario che non vive tanto di mutamenti radicali quanto di approfondimenti continui. Quegli anni non possono più essere riguardati come anni dispersi e affogati nel deserto della "storia evenemenziale".

Il richiamo di Le Goff al saggio su Les formes de la rupture de l'hommage dans l'ancien droit féodale, pubblicato da Bloch nel 1912, ancorché da approfondire, è di un'assoluta esemplarità: Bloch vi fa agire, precoce, certo, ma già vitale ed efficace, quello stesso «interesse per il rituale nelle istituzioni del passato»65 che vedremo all'opera nei Rois thaumaturges. E non si tratta, a mio avviso, solo di un interesse "tematico": tra il saggio prebellico e i Rois s'intravede il filo di una continuità "metodologica" che costringe anche a rivedere, a maggior ragione, il giudizio sulla Critique del 1914, la quale non può più essere vista come un isolotto di "storia evenemenziale" perduto entro un itinerario da tempo orientato, decisamente, contro la "storia tradizionale".

La tesi di Febvre66, espressa in occasione della pubblicazione della Critique historique nelle "Annales", nel 1950, non appare più, dunque, così infondata come era apparsa a Ginzburg: l'ipotesi di una continuità delle sue «idées directrices», di una «pensée qui, pour l'essentiel, était fixée déjà en 1914» e che per il prosieguo sarebbe stata marcata solo da «transformations de détail», non può più essere scartata senza approfondita verifica. La ricostruzione di Le Goff ci costringe a ricercare all'indietro, sempre più indietro, il momento di quel passaggio dalla storia "événementielle" alla storia "profonda" che finora era apparso così strettamente legato all'esprienza bellica. Di più! Ci impone, in fin dei conti, un interrogativo che non può più essere eluso: quel passaggio è davvero esistito? L'itinerario di Bloch può davvero essere rappresentato, per dirla con Aymard, come un chemin che parte dal point de départ della storia evenemenziale per metter capo al point d'arrivée di «una storiografia più "profonda", dal respiro più largo»? Insomma: Bloch è mai stato davvero uno storico evenemenziale?

Cosa sarebbe dell'attuale definizione dell'itinerario storiografico di Bloch, tutto concentrato sulla svolta delle Fausses nouvelles, se, proprio come Le Goff e Toubert hanno dimostrato per i Rois e i Caractères, si potesse strappare anche quell'articolo (pur così strettamente ed esplicitamente legato alle vicende belliche) alla connessione esclusiva con la guerra? Se si potesse ritrovare al di qua della guerra il nucleo originario delle posizioni che vi sono consegnate, dalla scelta tematica dell'universo "leggendario" (di quelle fausses nouvelles, cioè, che costituiscono il modello culturale studiato più tardi nei Rois), alla valorizzazione metodologica dell'errore e del falso come rivelatori di una storia "più profonda"?

L'interrogativo non è di poco conto, poiché equivale a ipotizzare che le componenti della rottura che si sarebbe realizzata con la guerra, e che avrebbe consentito a Bloch di produrre i libri della sua maturità storiografica, si trovano in realtà già attive nel suo lavoro degli anni precedenti alla guerra, sia pure prive di quella "maturità" che assumeranno in seguito. Persino la tesi di Febvre dovrebbe allora essere dilatata nel tempo, al di là del 1914.

Carlo Ginzburg ha visto nella Critique un significativo indicatore di quanto, nel 1914, Bloch «fosse ancora legato alla storiografia "événementielle"»: al margine della guerra egli era ancora dentro la storiografia che sarebbe stata «riassunta poi nei nomi del Langlois e del Seignobos, contro cui il Bloch stesso e il Febvre dovevano successivamente combattere e vincere una delle loro battaglie più significative». La lezione del liceo di Amiens, inoltre, vivrebbe nella contrapposizione tra storia e scienze naturali, disperatamente tesa, ancora, a rivendicare «la validità della ricerca storica di fronte alle scienze della natura», a rivendicare, «più precisamente», «la possibilità di una conoscenza critica, scientifica, dei singoli fatti storici»67.

Nella sua ricostruzione dell'itinerario intellettuale di Bloch, Ginzburg utilizza la Critique in contrapposizione alle Fausses nouvelles del 1921, e ai Rois thaumaturges del 1924, per misurare la profondità del "distacco" realizzatosi. Scrivendo Les rois thaumaturges sulla scorta delle riflessioni metodologiche delle Fausses nouvelles, Bloch aveva incontrato una storia "più profonda", in grado di risolvere i dubbi sul grado di certezza della ricerca storica in confronto a quello delle scienze della natura68. Una storia "più profonda", assente ancora negli studi precedenti alla guerra, ma presente nei Rois: storia giuridica, economica, religiosa, colta al di là della critica storica tradizionale, ferma alla critica testuale, filologica, e tesa a stabilire la veridicità del documento, ad espungere meticolosamente dal documento storico ogni traccia di falso, a neutralizzarne e scartarne le turbe conoscitive. Con grande lucidità Ginzburg individua nelle Fausses nouvelles il nucleo centrale del "distacco", e proprio nella scoperta di un modo diverso di trattare il falso e l'errore:

Ma l'opera critica per lo storico non è tutto. Per lui l'errore non è soltanto un corpo estraneo che egli si sforza di eliminare con tutta la precisione dei suoi strumenti; lo considera anche come un oggetto di studio su cui si china quando cerca di comprendere la concatenazione delle azioni umane. Falsi racconti hanno sollevato le folle. Le false notizie, in tutta la molteplicità delle loro forme ­ semplici dicerie, imposture, leggende ­ hanno riempito la vita dell'umanità69.

Questo nuovo modo di considerare il "falso" sarebbe totalmente assente nel Bloch precedente alle Fausses nouvelles. Senonché, come rileva lo stesso Ginzburg, nella Critique è presente un passo, vedremo, che pone qualche problema alla sicurezza di questa tesi. In realtà anche nella Critique vive una critica intensa della storiografia corrente, un rifiuto della critica tradizionale che guardava alle «épopées du moyen âge» come ad un «récit, plus ou moins déformé, mais exact dans les traits essentiels, d'événements historiques», e che ne disconosceva, dunque, la specificità di pura fiction poetica. Quelle épopées, quei récits leggendari, non possono essere trattati come fossero delle "cronache". Essi sono pura fiction, certamente! Ma forse che per questo perdono la loro capacità di commuoverci? Un tempo gli storici si chinavano su di essi cercandovi il vago riflesso d'«événements incertains», si perdevano inevitabilmente nel loro «miroir brouillé», e non potevano infine che riconoscerli come cattive fonti, come «mauvaises chroniques». Ma oggi le cose sono cambiate, altro dev'essere l'atteggiamento dello storico.

Ed ecco il passo imbarazzante, che potrebbe ben figurare nelle Réflexions sur les fausses nouvelles del 1921: oggi (cioè nel 1914) quelle mauvaises chroniques

ce ne sont plus que de beaux contes! Maintenant que nous savons les lire, ils nous offrent une claire image: celle de l'âme héroïque et puérile, avide de mystères et turbulente, du siècle qui les vit naître. Ce qui fait la beauté des légendes et leur vérité propre, c'est de traduire fidèlement les sentiments et les croyances du passé. A les connaître comme des légendes, nous les goûtons mieux70.

L'analogia tra l'«erreur», i «faux récits», le «fausses nouvelles», i «simples racontars, impostures, légendes» delle Fausses nouvelles, da un lato, e le «épopées du moyen âge», il loro carattere di fiction, di «récit plus ou moins déformé», di «mauvaises chroniques», di «légendes» della Critique, dall'altro, è incontestabile. Come è incontestabile l'analogia tra l'«erreur», come «objet d'étude» del primo saggio, e le «légendes» medievali portatrici di una loro «vérité propre», dell'altro. In entrambi l'errore e il falso non sono "corpi estranei" da rigettare fuori dell'analisi storica, ma porte d'accesso a una «più chiara immagine», a una realtà «più profonda», a una conoscenza storica più efficace.

Ginzburg coglie l'analogia tra i due testi, ma la giudica puramente casuale, ininfluente: «la linea principale del discorso [della Critique] è un'altra», è la linea evenemenziale!71

In realtà a me pare che in quell'analogia non ci sia nulla di casuale o d'accidentale: in entrambi gli scritti il "superamento" della critica storica tradizionale, puramente filologica e testuale de «nos ancêtres», i quali «rejetaient l'erreur quand ils l'avaient reconnue pour telle»72, avviene attraverso la promozione di una critica storica fondata sulla piscologia della testimonianza. Da questa assunzione della psicologia delle testimonianze all'interno della critica storica, pienamente dispiegata nella Critique, deriva la convinzione che sostiene il saggio secondo cui «il n'y a guère de mauvais témoins», o che «un récit très imparfait peut renfermer des renseignements utiles»; ma ne deriva anche la convinzione, espressa nelle Fausses nouvelles, che «il n'y a pas de bon témoin», che «il n'y a guère de déposition exacte en toutes ses parties». Analizzato in questa prospettiva, l'articolo del 1921 non appare come una "rottura", quanto piuttosto come una "maturazione" della lezione del 1914.

In realtà nella Critique Bloch non si produce nel vano tentativo di rivendicare la validità della critica storica tradizionale di fronte al modello conoscitivo, "sperimentale", delle scienze naturali. Da tempo, ormai, anzi da sempre, come vedremo, Bloch non aveva più nulla da rivendicare su questo terreno: dal 1906, per lui, la storia tradizionale «n'a pas d'existence scientifique», proprio perché non sa produrre una propria credibilità sperimentale. Tutto il suo sforzo innovativo è fondato sul rifiuto di chiudere l'analisi storica nei limiti della "testualità", di ridurla a una considerazione esclusivamente filologica dei documenti. Nel 1906 ne aveva riconosciuto gli immensi meriti, ma ne aveva segnato i limiti insuperabili:

L'oeuvre de xixème siècle a été de trouver la méthode de recherche de l'histoire, son instrument de travail: la méthode critique a été je crois portée à son point de perfection. Elle a encore fait des progrès depuis Fustel. Mais l'historien ressemble à un biologiste qui aurait un microscope excellent mais ignorerait à quoi l'appliquer73.

Il modello di fondo (inarrivabile modello!) per la nuova analisi storica che egli va inseguendo, è offerto dalle scienze naturali, dalla fisica, dalla chimica ecc., con la loro operatività sperimentale e relativa possibilità di prova e di verifica. Modello affascinante, ma anche estremamente frustrante per uno storico: «un physicien décrit une expérience; il l'a faite lui-même; il est à lui-même son propre témoin [...]. Un historien relate un événement passé; il ne l'a pas vu; il parle d'après des témoins». Lo storico non ha la possibilità di operare una osservazione diretta sul suo oggetto; non ha «la possibilité de produire artificiellement un ou plusieurs phénomènes types»74, di attivare la manipolazione del provare e riprovare (straordinario privilegio della sperimentazione!): è costretto a stare all'osservazione indiretta, casuale e dispersa, offertagli dalle sue misere fonti; ridotto, inevitabilmente, nella condizione d'«un pauvre physicien aveugle et impotent qui ne serait renseigné sur ses expériences que par les rapports de son garçon de laboratoire»75.

Ebbene ecco che la Critique viene a comporre il modello frustrante del chimico, del fisico e del biologo con il più ottimistico (o "scettico", se si preferisce!) modello del giudice istruttore76. Con la sua assunzione della «psicologia della testimonianza» al centro della «critica storica», essa lenisce quella frustrazione, apre uno spiraglio che consente di non cercare più una trasposizione meccanica e rigida della sperimentazione naturalistica sul terreno della ricerca storica. La critica storica mutandosi in critica della testimonianza non è più un semplice jeu d'érudits, e lo storico, se non è un fisico, è almeno un juge d'instruction, che non si limita più a raccogliere e accumulare documenti, come fa il suo greffier: egli valuta le testimonianze, al fine di «dégager des erreurs et des mensonges un peu de vérité». Egli non si limita più a distinguere i buoni dai cattivi testimoni, «ne met pas à droite les bons témoins, à gauche les mauvais. A ses yeux, il n'y a pas de bon témoin à qui il se livre une fois pour toutes, abdiquant tout contrôle».

Le expériences della psicologia della testimonianza, ampiamente condotte «à Paris dans des écoles primaires, à Genève à l'Université»77, hanno dimostrato che non esiste una testimonianza totalmente cattiva, come non esiste una testimonianza totalmente esatta: «pour être exacte sur certains points, une déposition n'est pas forcément pure de toute erreur», e, d'altra parte, «un récit très imparfait peut renfermer des renseignements utiles». La sperimentazione psicologica sul témoignage ha rintracciato l'itinerario della memoria, ha ricostruito le sue défaillances, i suoi peccati, dovuti al souvenir o all'attention. Alla luce di quelle expériences non solo la memoire, ma anche l'esprit nella sua funzione di osservatore, appaiono ormai come «un panier troué», come un «miroir taché avec des plaques opaques, un miroir inégal qui déforme les images qu'il reflète». Il nostro intelletto percepisce solo parte della realtà a sua disposizione, e «nous circulons à moitié aveugles et à moitié sourds au sein d'un monde extérieur que nous ne voyons et n'entendons qu'à travers une sorte de brouillard». La nostra attention, e dunque il nostro souvenir, non sono intercettati dalle cose che ci scorrono quotidianamente sotto gli occhi: «nous ne remarquons pas les choses usuelles. Nous ne faisons attention qu'aux choses qui nous frappent», come capita al medico che, tutto teso a curare le piaghe del malato, non sa dirci nulla della camera in cui opera78.

La psicologia della testimonianza, dunque, aiuta Bloch a relativizzare il valore dell'"osservazione diretta", attraverso la critica dell'osservazione esercitata sulla testimonianza; ma al tempo stesso lo aiuta a inserire la storia nel campo delle scienze capaci di avvalersi dell'osservazione diretta. La psicologia della testimonianza insegna che osservare direttamente non significa percepire correttamente, senza residui di errore; così come insegna che l'errore e il falso possono ben essere portatori di verità. D'ora in poi, l'observation directe e l'expérience perderanno agli occhi di Bloch quel tratto un po' magico, un po' totalizzante e terroristico che avevano avuto fino ad allora. In certa misura allo storico non sarà più preclusa né l'una né l'altra: Bloch praticherà l'osservazione diretta sul territorio (come ci ha rivelato Perrin a proposito degli studi sul servage), e non si periterà di pensare il passato come luogo di expérience, ancorché sui generis, (come mostrano le considerazioni delle Fausses nouvelles sugli effetti della censura durante la Grande guerra). Questa riflessione messa in atto dalla Critique intorno alla questione della sperimentazione e della osservazione scientifica, ha dunque una importanza fondamentale nell'itinerario intellettuale di Bloch. Senza di essa, senza la rivendicazione dell'utilità della testimonianza falsa che vi viene propugnata79, forse non sarebbe mai nata l'attenzione alle «false notizie della guerra»; né forse sarebbe mai nata l'idea di utilizzare le leggende popolari, l'anecdote, come strumento di penetrazione nella histoire profonde. Così come, forse, non sarebbe mai nata quell'idea della guerra come «une sorte de vaste expérience naturelle [] une immense expérience de psychologie sociale»80, nella quale consiste il contributo specifico delle Fausses nouvelles. La soluzione all'antica ricerca di Bloch sulle possibilità della storia di pervenire a un'existence scientifique, di proporsi come una science d'observation, ha nella Critique le sue radici. Qui egli delinea le condizioni teoriche necessarie all'impresa, anche attraverso uno slittamento psicologico, una "maturazione", che lo aiuta ad attenuare e sdrammatizzare l'esemplarità delle scienze naturali, e a definire la specificità scientifica della storia.

A me pare, dunque, non del tutto infondato proporre di individuare proprio nella Critique l'apertura consapevole del sentier détourné di Bloch verso la storia "profonda" e dunque verso l'interpretazione del «miracolo regale». Il riferimento alla claire image («de l'âme héroïque et puérile, avide de mystères et turbulente» degli uomini del Medioevo) da ritrovare sotto le miroir brouillé dell'epopea della Chanson des gestes, non è affatto occasionale, caduto là per caso fuori della "linea principale" del saggio81. Al contrario! Esso è collocato nel bel mezzo dell'argomentazione di Bloch sulla veridicità delle «false testimonianze»82; traduce già la scoperta, ancora embrionale, certo, ma conseguente a tutto l'impianto argomentativo della Critique, della vérité propre dei faux témoignages e dei faux récits (o fausses nouvelles che dir si voglia); individua con convinzione la capacità delle leggende e credenze popolari «de traduire fidèlement les sentiments et les croyances du passé»83.

Non è forse già qui lo spiraglio metodologico (oltre che tematico!) che conduce ai Rois thaumaturges e alla storia delle mentalità che li sostiene?

Possiamo fermare qua la comparazione tra i due scritti del 1914 e del 1921. Quanto detto è sufficiente a eliminare il pregiudizio relativo al carattere "evenemenziale" delle posizioni di Bloch nella Critique. Ma con ciò siamo spinti a cercare ancora indietro il momento, che comincia ad apparirci forse un po' mitologico, della ipotetica "rottura" di Bloch nei confronti della storia tradizionale. In effetti l'universo delle "leggende", dei "falsi racconti" o "false notizie", non più rifiutato (come avveniva nella "storia tradizionale") ma ormai assunto come «objet d'étude» privilegiato (come avviene nella "nuova storia"), non solo non nasce con le Fausses nouvelles, ma neppure con la Critique. L'"erreur" come portatore di una «vérité propre» è presente alla considerazione di Bloch già prima del 1914.

Le Goff ha già richiamato l'attenzione sul saggio del 1912 su Les formes de la rupture de l'hommage dans l'ancien droit féodale84. Sotto lo stimolo degli «storici tedeschi, allora aperti all'etnografia e al comparatismo», Bloch vi farebbe agire un «interesse precoce [] per il rituale nelle istituzioni del passato». L'osservazione di Le Goff, avanzata per individuare un avamposto dei Rois negli anni d'anteguerra, è assolutamente condivisibile. Possiamo tuttavia cercare di consolidarla ulteriormente.

Un'osservazione preliminare, di stile conoscitivo, si impone: Bloch non ha qui nessun avvenimento da raccontare; egli muove da un problème, e da una ipothèse per risolverlo. Gli storici hanno spesso décrit il «rituel de la prestation d'hommage» che fondava il legame tra il vassallo e il suo signore: cerimonia solenne, formalismo rituale, attraverso il quale soltanto nel Medioevo «les opérations juridiques [] acquéraient leur force obligatoire». Gli storici sanno anche che quel legame veniva a volte rotto a causa dell'infedeltà dell'uno o dell'altro al giuramento prestato. E tuttavia essi non si sono mai posti il problema di verificare se, a causa del formalismo giuridico dominante, quella rottura non comportasse l'obbligo di un altro rituale, simmetrico e contrario, di «rupture de l'hommage», e solo capace di liberare dai doveri dell'hommage: «Mais voici une question qu'il est impossible de ne se point poser: cette rupture des rapports de vassalité ne se manifestait-elle pas, elle aussi, par un acte solennel? La simple expression d'une volonté dépourvue de toute forme matérielle et cérémonielle, avait-elle la force de défaire le lien qu'elle n'avait point suffi à nouer? Tel est le problème que j'ai cherché à résoudre»85 (corsivo mio).

La ricerca di Bloch nasce da un problema, guidata da una ipotesi che l'aiuta a scoprire e riunire i resti dispersi della exfestucatio, della rupture o jet du fétu, il rito attraverso il quale si disfaceva ciò che era stato fatto con l'hommage: «le jet du fétu apparaîtrait ainsi, en quelque sorte, comme la contrepartie de l'investiture»86. Siamo lontanissimi da qualsiasi histoire événementielle. La storia che Bloch coltiva è già ora una histoire problème. Ciò che lo attrae non è la ricostruzione di eventi, ma la soluzione di "problemi", la verifica di una hypothèse. Il saggio è il tentativo di verificare una pura ipotesi. Ciò che lo interessa è la ricostruzione dei processi storici e culturali, l'individuazione dei loro punti di svolta, di changement. Ormai l'avvenimento e la cronologia non spiegano nulla. Al contrario! sono essi stessi bisognosi di spiegazione87.

La consonanza della Rupture de l'hommage con i Rois non è dunque solo tematica, non si limita all'assunzione dei "rituali" come oggetto di studio. Nella nostra ricerca della strada che ha condotto Bloch alle Fausses nouvelles e ai Rois non è insignificante sottolineare il rilievo qui giocato dal "rito", dalla exfestucatio nella fattispecie: il suo ruolo fondativo rivela la presenza di una concezione della storia che è già storia della mentalità, o antropologia storica che dir si voglia. In quel rito, sottolinea Bloch, «il n'y avait pas seulement formalisme, mais aussi symbolisme». L'exfestucatio rivela che il formalismo giuridico medievale non è comprensibile all'interno di una storia delle idee giuridiche, esso affonda le sue radici nel costume culturale: «les opérations juridiques» acquistano la loro «force obligatoire» solo grazie alle loro «formes cérémonielles»88, al loro radicamento nella cultura, nella sensibilità di tutti. Senza il gesto rituale della exfestucatio la rottura dell'omaggio, ancorché espressa dalla volontà esplicita dei protagonisti, non avrebbe mai avuto forza giuridica: «le geste du jet était donc le trait qui donnait son sens à l'acte solennel de la rupture d'hommage» (corsivo mio). Il rito, nella sua valenza magico-religiosa, è ciò che radica in profondità il diritto medievale, ciò che gli conferisce senso, fondandolo nelle coscienze degli uomini. L'exfestucatio, come si vede, legittima e fonda la rottura dell'omaggio in modo non molto difforme da come il «rito guaritore»89 legittima e fonda l'autorità politica della monarchia, il "senso", dei Rois.

C'è ancora un aspetto di questo saggio su cui è opportuno richiamare l'attenzione: un tratto che ci costringe a riconoscere nella Rupture una tappa sulla strada verso le Fausses nouvelles. Tra i vari testi che Bloch analizza alla ricerca di testimonianze capaci di dimostrare l'esistenza della exfestucatio, c'è anche un manoscritto della cronaca di Adhémar de Chabannes, trascritto da un monaco dell'abbazia di Saint-Martial di Limoges e che merita particolare attenzione. Il monaco non si è accontentato di trascrivere il testo della cronaca, l'ha infarcito di "interpolazioni" dal «caractère nettement légendaire» (corsivo mio). Una delle interpolazioni riguarda appunto un caso di exfestucatio, un caso che non ha realtà storica, e che è dunque un falso.

Ed ecco nell'analisi di Bloch qualcosa che le conferisce il valore di una rapida anticipazione della Critique e delle Fausses nouvelles, una sorta di improvvisa illuminazione: «Il va de soi que la tradition dont le moine limousin se fait ici l'écho est dépourvue de toute espèce de valeur historique. Les faits ne se sont certainement pas passés comme il les raconte. Mais je dirais volontiers que, pour le point qui nous intéresse ici, un renseignement faux, de cette sorte, a plus d'intérêt qu'un renseignement exact»90 (corsivo mio). La "falsa notizia" inventata dal monaco rivela, dietro il suo caractère légendaire, proprio quella verità storica che Bloch cerca. Dietro la superficie del "falso" appare la sua storia "profonda": senza la cerimonia formale della exfestucatio gli uomini del xii secolo «concevaient difficilement que des vassaux pussent abandonner le seigneur à qui ils avaient prêté l'hommage»91.

Siamo già lontani, mi pare, dall'uso tradizionale della "critica storica" delle fonti, e non lontani dalle acquisizioni delle Fausses nouvelles: già qui l'errore o il falso non sono più «le corps étranger» che lo storico «s'efforce d'éliminer»; sono già «un objet d'étude» portatore di una vérité propre, che può consentire di «comprendre l'enchaînement des actions humaines»92. Il sentier détourné è già aperto, è aperta la possibilità di fare storia a partire dall'aneddoto, come dice Bloch nei Rois thaumaturges. È consentito sospettare che scrivendo quella frase nella introduzione ai Rois egli ricordasse che già in quel vecchio saggio giovanile era andato a cercare il suo materiale in un «recueil d'anecdotes pieuses»?93

Diamo ora uno sguardo a un altro saggio di questi anni, pubblicato nel 1911, un anno prima della Rupture de l'hommage.

Secondo una cronaca del xiv secolo, nel 1251, i servi del capitolo di Notre-Dame di Parigi, abitanti della terra di Orly, furono imprigionati dai canonici perché si erano rifiutati di pagare una taglia a cui erano tenuti. La reggente Bianca di Castiglia, mossa da pietà, decise allora di intervenire con un'azione spettacolare: un giorno, alla testa di uomini in armi, si portò alla prigione del capitolo e con atto di grande generosità liberò e affrancò i contadini che vi erano rinchiusi.

In Blanche de Castille et les serfs du chapitre de Paris94, Bloch ha cercato di «raconter à nouveau» questo episodio. Al di là dei dati documentari che la cronaca apportava alle ricerche sul servage che Bloch stava allora conducendo, essa aveva attratto la sua attenzione almeno per altri due motivi. Il primo è di ordine tematico: «Chemin faisant, nous rencontrerons plus d'un détail intéressant pour l'histoire des institutions royales, ou seigneuriales»95 (corsivo mio). Si tratta di un'affermazione, mi pare, che può costituire una prova ulteriore (ma forse ormai non vale più la pena di insistervi) delle origini prebelliche dell'interesse di Bloch per il tema dei Rois. Il tema delle istituzioni reali, e delle credenze e rituali che lo popolano, è già qui dichiarato intéressant: programmaticamente, in apertura di saggio.

Il secondo motivo è invece di ordine metodologico. Bloch riporta con ricchezza di particolari il racconto della cronaca, forse anche con un certo compiacimento letterario, con una qualche propensione al coup de théatre. Ma al termine della sua ricostruzione, il racconto del redattore si rivela per quello che è, un racconto falso, una fausse nouvelle che presenta «sous un jour tout à fait faux» il ruolo della regina nella vicenda, fino a brouiller les dates per attribuire all'intervento della regina l'«honneur de l'affranchissement des serfs d'Orly»96. Preso dal suo zelo di storico ufficiale, l'autore della cronaca si era fatto trascinare «trop loin». In realtà «quand les hommes d'Orly furent "délivrés du joug de la servitude et de la main morte", le corps de Blanche de Castille reposait depuis tantôt onze ans [era morta nel 1252] dans l'abbaye de Maubuisson»97. L'intervento della reggente c'era effettivamente stato, ma tutt'altro che armato, e aveva avuto carattere di composizione del conflitto. Peraltro, nella complessa controversia giuridica ed economica insorta tra i servi e il capitolo, esso non aveva avuto esiti positivi per i contadini di Orly. Il loro riscatto si era così realizzato solo nel 1263, grazie all'accordo intervenuto con i canonici dopo la morte di Blanche.

Anche qui, come si vede, ed è forse la prima volta, Bloch non espelle «le corps étranger» del falso. Al contrario! Lo considera portatore di una «vérité propre», lo usa come rivelatore di qualcosa che nella cronaca non è detto esplicitamente: il falso affrancamento dei servi di Orly svela l'opinion (possiamo dire la mentalité?) che circonda la regalità medievale e che attribuisce «aux rois tous les grands actes de leur règne, même ceux qu'ils n'ont pas voulus». Per questo le fu attribuito anche quell'«affranchissement des serfs», l'oggetto dell'episodio narrato, ancorché falso, e che certamente passava, se non per un miracolo, per «une oeuvre pie»98.

Quel falso, non diversamente da come lo sarà la grande fausse nouvelle del miracolo dei re guaritori, era il frutto di quella "théorie régnante" del Medioevo che Bloch ricordò nel 1920, in Rois et serfs («Grant ausmone fet li sires qui les oste de servitude et les met en franchise, car c'est grans maus quant nus cretiens est de serve condicion»), e che era l'esito delle tendenze antischiavistiche del primo cristianesimo: «rendre aux esclaves leur liberté originelle passa toujours par un geste agréable à Dieu»99, e dunque per gesto capace di riversare prestigio e autorità religiosi su chi lo compiva.

Infine una piccola curiosità lessicale: per la prima volta in questo saggio Bloch parla di tribunali, di enquêtes, di dépositions, di témoins più o meno veridici, di memoria dei testimoni, di fonti storiche come témoignages. Sta forse nascendo l'idea di usare quella psicologia della testimonianza che nella Critique farà il suo ingresso massiccio nella riflessione storica di Bloch?

Dalla rapida analisi svolta intorno ai due saggi del 1911 e del 1912, possiamo legittimamente trarre un giudizio: sul piano tematico essi non hanno nulla di "evenemenziale"; sul piano metodologico, poi, sono assai lontani dalla critica puramente testuale e filologica, "erudita", dei Langlois e dei Seignobos. Se alla valorizzazione del falso che troviamo attiva in questi scritti, ancorché non esplicitamente teorizzata, aggiungiamo le "corse" che Bloch compie nelle campagne intorno a Parigi, come ci dice la Fink, nell'intento di stabilire un "contatto diretto" con le campagne che deve studiare, dobbiamo ammettere di trovarci di fronte a uno storico che è ormai ben lontano dalla formula che Langlois e Seignobos avevano issato in testa al loro manuale: «l'histoire se fait avec des documents»100.

Già allora, dunque, per Bloch, la storia non si faceva solo con i testi. Anche lui avrebbe potuto dire, come avrebbe detto Febvre molti anni dopo, «les textes, évidemment: mais pas rien que les textes»!101 Di fatto Bloch non si accontentava di studiare le "classi rurali" «par le truchement des textes», come ricorda ancora Perrin: accompagnava l'analisi dei testi "portando lo sguardo" sul territorio, con una "geografia" fatta sul campo. E l'intenzione era precisa: non diversamente da quanto avrebbe fatto più tardi102, egli tentava di attivare la comparazione tra lo stato presente delle campagne, accertato con l'osservazione diretta, con lo stato passato testimoniato dai testi.

Non solo! Bloch affronta già i textes in modo assolutamente non ingenuo, li usa come opere psicologiche, come "testimonianze" opache, specchi brouillés, tachés, tutt'altro che immediatamente trasparenti e autodichiarativi, come invece avrebbe voluto Langlois103. Quelle macchie opache che agli occhi dello storico historisant sembravano compromettere l'efficacia dei documenti, diventavano per lui il luogo privilegiato della emersione di verità involontarie, "più profonde". In realtà, come gli studi sulle classes rurales possono essere collocati sulla strada che conduce ai Caractères originaux de l'histoire rurale française, la Rupture de l'hommage e Blanche de Castille si collocano, in modo inequivocabile, in dritta linea con le Fausses nouvelles e con la storia delle mentalità104 dei Rois.

È qui, dunque, che il giovane Bloch apre in concreto quel sentier détourné che lo porterà a trasformare l'anecdote in histoire105, a cercare e scoprire dietro le fausses nouvelles le forze capaci di «sollevare le folle». In anni di incontrastato dominio della storia politica e del filologismo positivistico, erano già attive in lui scelte teoriche e culturali estranee alla storiografia corrente, provenienti da altri orizzonti, e che lo collocavano, fin dalle sue prime prove, su una strada nuova, che attraversava territori esterni ai confini della "storia tradizionale".

In un giovane proveniente da un ambiente intellettuale estremamente stimolante, non estraneo a quanto di nuovo accadeva nel variegato e sconvolto panorama scientifico dei primi anni del Novecento, la storia tradizionale non poteva che suscitare scetticismo. Come accettare senza riserve una storia dimentica dell'espansione travolgente della scienza, dell'industria, e delle mutazioni sociali e culturali che ne derivavano? come accettare una storia che non si accorgeva delle nuove discipline che andavano nascendo sullo stesso terreno delle "scienze dell'uomo" e che imponevano nuovi oggetti di studio (società, inconscio, primitivi ecc.) e nuovi metodi di ricerca? Di fronte alla sfida delle scienze naturali e del loro sperimentalismo l'histoire historisante si ritraeva e richiudeva su se stessa: si proclamava orgogliosamente autosufficiente, soddisfatta della sua "critica storica" e contenta di "narrare" quegli "avvenimenti" del passato che l'analisi filologica le consentiva di "ricostruire" attraverso i testi, in presunta trasparenza. Essa si rifiutava di prendere in considerazione i problemi che potevano nascere dalla sollecitazione delle altre discipline, si rifiutava di confrontarsi con i metodi delle altre scienze. E allo stesso modo si rifiutava di prendere in considerazione i problemi che nascevano alla storia dal nuovo contesto sociale e culturale, intorno al significato del lavoro storico, alla sua "utilità": erano problemi vacui, «questions oiseuses»106, che non potevano riguardare Langlois, Seignobos o Halphen.

L'estraneità di Bloch alla storia événementielle e historisante che abbiamo cercato di inseguire nei suoi scritti giovanili, impone di guardare agli anni della sua prima formazione di "aspirante storico" con più attenzione di quanto si sia fatto finora. L'assunzione del documento come atto piscologico, come testimonianza; la concezione del fatto storico come fatto sociale, almeno in parte inteso alla maniera di Durkheim, rivelano la presenza, come riferimento forte del giovane Bloch, di discipline allora in accesa polemica con il quadro della storiografia corrente. Oltre i confini della filologia, altre discipline, psicologia e sociologia in particolare, si presentavano a Bloch come guide verso una verità e una storia "più profonda", verso il mondo opaco che si agita al di sotto della pseudo evidenza autodichiarativa dei documenti. Solo nelle viscere di quel mondo era per lui possibile trovare le radici degli "avvenimenti" e il loro significato storico: radici involontarie, inconsce profonde, che si potevano e si dovevano "comprendere" e "spiegare" scientificamente, ma che assolutamente non bastava "raccontare".

Certo nei saggi del 1911 e del 1912 non troviamo ancora le formule lessicali della psicologia collettiva (che verranno in frotta negli scritti dopo Strasburgo, sotto lo stimolo di Charles Blondel); e non troviamo neppure le espressioni tecniche (le rappresentazioni collettive, ad esempio) della sociologia di Durkheim: segno ancora di qualche insicurezza e timidezza, di qualche incertezza nella capacità, e forse nella volontà, di rendere esplicite, oltre che operative, scelte che erano già presenti sul piano delle intenzioni teoriche. E tuttavia la concezione cartesiana dominante nella "storia tradizionale" era già alle spalle; la concentrazione sul rilievo psicologico e sociale del documento e del fatto storico era già attiva. Le idee "chiare e distinte" erano già opacizzate, trasformate e indagate nell'assunzione della loro dimensione collettiva, della loro inconsapevole "profondità": il diritto medievale, l'ambito tematico di fondo dei due saggi, non era un semplice corpo di dottrine, era piuttosto un insieme di habitudes comandate da alcune idées collectives107.

Non appare ancora il lessico, o vi appare in forma incerta e imprecisa, ma vi è già la cosa. Psicologia e sociologia hanno già collocato l'apprendista storico in un territorio sconosciuto alla storia "tradizionale" ed "evenemenziale".

Note

1. P. Burke, Una rivoluzione storiografica, Laterza, Bari 1992 (il titolo italiano generalizza il valore del giudizio di Burke, il quale, nella realtà, parla soltanto di una French Historical Revolution, come recita il titolo originale del suo saggio pubblicato nel 1990).

2. Proposta inizialmente da Ginzburg e da Le Goff, la formulazione più decisa di questa interpretazione è stata data, a più riprese, da André Burguière, il quale l'ha riproposta anche recentemente nel suo contributo a Marc Bloch, l'historien et la cité (sous la direction de P. Deyon, J.-C. Richez et L. Strauss), Presses Universitaires de Strasbourg, Lyon 1997.

3. Cfr. M. Mastrogregori, Due scritti inediti di Marc Bloch sulla metodologia storiografica, in "Rivista di storia della storiografia moderna", 1988, n. 2-3, pp. 155-68, e M. Bloch, Histoire et historiens. Textes réunis par Etienne Bloch, Armand Colin, Paris 1996, pp. 3-7. Si tratta di note che ci rivelano, programmaticamente, le prime riflessioni "metodologiche" di un Bloch appena ventenne, ma già, con tutta evidenza, "aspirante" storico.

4. «L'idée d'étudier les rites guérisseurs, et, plus généralement, la conception de la royauté qui s'exprime en eux m'est venue, il y a quelques années, alors que je lisais dans le Ceremonial des Godefroy les documents relatifs au sacre des rois de France. J'étais loin de me représenter à ce moment l'étendue véritable de la tache à laquelle je m'attelais; l'ampleur et la complexité des recherches où j'ai été entrainé ont de beaucoup dépassé mon attente. Aije eu raison de persévérer néanmoins? Je crains bien que les personnes auxquelles je confiais mes intentions ne m'aient considéré plus d'une fois comme la victime d'une curiosité bizarre et, somme toute, assez futile. Dans quel chemin de traverse n'étais-je pas allé me jeter? "This curious bypath of yours", me disait en propres termes un aimable Anglais. J'ai pensé pourtant que ce sentier détourné méritait d'être suivi et j'ai cru m'apercevoir, à l'expérience, qu'il menait assez loin. Avec ce qui n'était jusqu'à présent que de l'anecdote, j'ai estimé qu'on pouvait faire de l'histoire (corsivi miei)» (cfr. M. Bloch, Les Rois thaumaturges. Étude sur le caractère surnaturel attribué à la puissance royale particulièrement en France et en Angleterre, Armand Colin, Paris 1961, p. 18).

5. Cfr. C. Ginzburg, A proposito della raccolta dei saggi storici di Marc Bloch, in "Studi medievali", 1965, fasc. 1, pp. 335-53, e Prefazione a Marc Bloch, I re taumaturghi, Einaudi, Torino 1973, pp. xi-xix.

6. Cfr. Ginzburg, Prefazione, cit., p. xvi.

7. Ivi, p. xiv.

8. Ibid.

9. Cfr. Ginzburg, A proposito, cit., p. 341.

10. Langlois e Seignobos avevano affermato, nel 1897, che il valore di ogni notizia di seconda mano dipende dal grado di fedeltà alla fonte originaria, alla «affirmation originale issue directement d'une observation». Ciò è vero per la "tradizione" scritta, ma non per la tradizione orale che non ha alla sua origine una fonte scritta direttamente derivante dall'"osservazione": «l'écriture fixe l'affirmation et rend la transmission fidèle; au contraire l'affirmation orale reste une impression sujette à se déformer dans la mémoire de l'observateur lui-même, en se mélangeant à d'autres impressions; en passant oralement par des intermédiaires elle se déforme pour des motifs variables, il n'est possible ni d'évaluer ni de redresser la déformation. La tradition orale est par sa nature une altération continue; aussi dans les sciences constituées n'accepte-t-on jamais que la transmission écrite» (Ch. V. Langlois, Ch. Seignobos, Introduction aux études historiques, Librairie Hachette, Paris 18992, p. 152).

11. Cfr. M. Bloch, Réflexions d'un historien sur les fausses nouvelles de la guerre, in Histoires et historiens, Armand Colin, Paris 1995, p. 149 (pubblicato inizialmente in "Revue de Synthèse Historique", 1921, t. xxxiii, pp. 13-35, e poi ristampato in M. Bloch, Mélanges historiques, Editions Serge Fleury & Editions de l'École des Hautes Etudes en Sciences Sociales, Paris 1983 (19631), t. i, pp. 41-57.

12. Ivi, p. 150.

13. Ivi, p. 32.

14. Ivi, p. 149.

15. Cfr. Langlois, Seignobos, Introduction, cit., p. 153.

16. Bloch, Réflexions, cit., p. 149.

17. Ivi, p. 151.

18. Ivi, p. 150.

19. Ivi, p. 149.

20. Cfr. Ginzburg, Prefazione, cit., p. xvi.

21. La lezione fu pubblicata postuma da Lucien Febvre nel 1950: M. Bloch, Critique historique et critique du témoignage, in "Annales (esc)", 1950, n. 1.

22. Cfr. Ginzburg, Prefazione, cit., rispettivamente alle pp. xvi, xiv e xii.

23. Cfr. Ch.-E. Perrin, Préface a M. Bloch, Mélanges, cit., t. i, p. xi. Non sorprende che Perrin non si sia interrogato sul passaggio ed eventuale nesso tra i due campi di studio, convinto com'era che i Rois fossero una sorta di apax nel lavoro di Bloch: «il est à noter que, après cette date, Marc Bloch n'est plus revenu sur la question de l'onction royale; l'ouvrage qu'il lui a consacré fait à cet égard figure unique dans son oeuvre; il se suffit à lui-même: il n'a été préparé par aucun article et il n'a été suivi d'aucun article et il n'a été suivi d'aucune étude complémentaire».

24. Cfr. Ginzburg, Prefazione, cit., pp. xv-xvi.

25. Per una valutazione corretta della "testimonianza" mi sembra opportuno riportare l'intero brano di Perrin: «A la veille de la guerre de 1914, Marc Bloch, qui, après avoir profité des trois années de loisirs que la Fondation Thiers octroyait à ses pensionnaires, occupait un poste de professeur au Lycée d'Amiens, était engagé dans des vastes dépouillements d'archives en vue d'une thèse de doctorat, dont le sujet portait sur les classes rurales (l'expression était alors à la mode) dans la région parisienne au Moyen Age, l'auteur donnant à l'expression région parisienne le sens qu'il a précisé dans son opuscule sur l'IledeFrance. Au lendemain de l'armistice de 1918, alors que les mobilisés entrevoyaient un proche retour à la vie normale, Marc Bloch, qui avait fait toute la guerre dans l'infanterie, songeait à reprendre dès que possible ses recherches, mais déjà son programme de travail s'était quelque peu élargi. Je n'en veux pour preuve qu'une confidence que me fit mon collègue en février 1919, alors que nous étions tous deux affectés au service de l'enseignement à Strasbourg, en attendant une démobilisation que nous espérions prochaine. Profitant d'une journée d'hiver ensoleillée, nous avions projeté de faire l'excursion du HautBarr, sommet des Basses-Vosges, qui domine Saverne et qui réserve des vues étendues sur la plaine d'Alsace. Alors que, parvenus au terme de notre excursion nous parcourions du regard le panorama pittoresque que nous avions sous les yeux et que par exception ce jourlà ne voilait aucune brume, Marc Bloch m'entretenant de ses projets de travail, me dit: "Quand j'en aurai fini avec mes ruraux, j'aborderai l'étude de l'onction du sacre royal de Reims", puis, au cours de notre conversation, il me fit remarquer le dessin des champs qui parsemaient la plaine et dont l'extrème morcellement était saisissant. J'ai toujours eu le sentiment que ce jourlà, du haut du belvédère du HautBarr, Marc Bloch, qui jusqu'alors avait atteint la paysannerie d'autrefois par le truchement des documents d'archives, avait pris directement contact avec ce problème des régimes agraires, qui par la suite devait sans relâche s'imposer à son attention» (corsivi miei). Cfr. Perrin, Préface, cit., pp. x-xi.

26. Ginzburg ha colto con grande perspicacia questo aspetto "sperimentale" della guerra di Bloch (cfr. Prefazione, cit., p. xvi).

27. Cfr. C. Fink, Marc Bloch. A Life in History, Cambridge University Press, Cambridge 1989, p. 44.

28. Si veda il ricordo di Febvre sul primo incontro con Bloch, a casa del padre Gustave, nel 1902: «J'avais gardé de cette entrevue fugace le souvenir d'un adolescent svelte aux yeux brillants d'intelligence, aux joues timides, un peu perdu alors dans le rayonnement de son aîné, futur médecin de grande classe» (cfr. L. Febvre, Souvenirs d'une grande histoire. Marc Bloch à Strasbourg, in Mémorial des années 1930-1945, Strasbourg, Faculté des Lettres, poi in Combats pour l'histoire, Armand Colin, Paris 1953, p. 392).

29. Cfr. Bloch, Les Rois, cit., p. vi.

30. Ivi, p. 18.

31. Cfr. Fink, Marc Bloch, cit., pp. 48-9, 109.

32. H. Schreuer, Die rechtlichen Grundgedanken der französischen Königskrönung mit besonderer Rücksicht auf die deutschen Verhältnisse, H. Bölau's Nachfolger, Weimar 1911.

33. Cfr. Fink, Marc Bloch, cit., p. 48. È lecito pensare che in quell'occasione Bloch abbia posato la sua attenzione sul Ceremonial traendone l'intenzione di studiare i "riti guaritori" regali?

34. Nella "Revue Historique" (t. cvviii, p. 136) Louis Halphen aveva sottolineato l'«analyse fort délicate» con la quale l'autore aveva saputo valorizzare i «plus anciens "cérémoniaux" pour le couronnement des rois capétiens».

35. Cfr. "Année sociologique", t. xii, 1911 (ma stampato nel 1913), pp. 461, 463.

36. Cfr., ad esempio, il paragrafo su la politique dynastique des premiers Capétiens, in Bloch, Le rois, cit., pp. 79-86.

37. M. Bloch, Blanche de Castille, in "Mémoires de la Société de l'histoire de Paris et de l'Ile de France", t. xxxviii, 1911, ora in "Mélanges historiques", t. i, Paris 1963, pp. 462-77, e in Rois et serfs et autres écrits sur le servage, La Boutique de l'Histoire, Paris 1996.

38. M. Bloch, Les formes de la rupture de l'hommage dans l'ancien droit féodal, in "Nouvelle revue historique du droit français et étranger", mars-avril 1912 (t. xxxvi), pp. 141-77, ora in "Mélanges historiques", t. i, Paris 1963, pp. 189-209.

39. Cfr. M. Aymard, L'expérience du présent et le travail de l'historien chez Marc Bloch, in Deyon, Richez, Strauss, Marc Bloch, l'historie, cit., pp. 112-3.

40. I Souvenirs de guerre: 1914-1915, erano stati pubblicati da Armand Colin nel 1969. Aymard si era già occupato dei Souvenirs, e del loro rapporto con l'articolo del 1921, in una breve e lucida introduzione alla loro edizione italiana presso Donzelli, che per prima aveva accostato esplicitamente i due testi (Cfr. M. Bloch, La guerra e le false notizie. Ricordi (1914-1915) e riflessioni (1921), Donzelli, Roma 1994).

41. L'insieme dei documenti disponibili è stato recentemente messo insieme da Etienne Bloch curando M. Bloch, Ecrits de guerre: 1914-1918. Textes réunis et présentés par Etienne Bloch. Introduction de Stéphane Audouin-Rouzeau, Colin, Paris 1997.

42. Si faccia attenzione alle date: subito dopo la lezione del 13 luglio, Bloch parte per una vacanza in Svizzera con la famiglia del fratello. Il 29 luglio l'Austria dichiara guerra alla Francia. Il 31 Marc e Louis Bloch partono per rientrare a Parigi temendo la prossima chiusura delle frontiere. Il 3 agosto la Germania dichiara guerra alla Francia. Il 4 o 5 Bloch è ad Amiens e il 9 parte per la guerra con i suoi commilitoni (cfr. Fink, Marc Bloch, cit., pp. 52-3): i primi Souvenirs si rifericono alla data del 2 agosto!

43. Cfr. l'Introduction di Audouin-Rouzeau a Marc Bloch, Ecrits de guerre, cit., p. 8.

44. Cfr. Souvenirs, in M. Bloch, Ecrits de guerre, cit., p. 119.

45. Ivi. «J'étais fatigué; j'avais des accès de fièvre. L'enthousiasme de la victoire était tombé. Nous n'avancions plus. Nous entendions des canonnades, souvent très vives. Nous passions de longues heures à les écouter, immobiles, sans rien connaître des événements qui se déroulaient autour de nous, espérant nous ne savions quoi» (p. 128). «En forêt, la nuit n'est pas silencieuse. Le frôlement des branches, le léger crissement des feuilles sèches que le vent jetait à terre, quelquefois des bruits d'ailes ou de pattes, toute cette musique de l'ombre, si faible mais qui ne se tait jamais, nous troublait» (p. 133). «J'appris à discerner les sons que composent le grand murmure nocturne: le "tap-tap" des gouttes de pluie sur le feuillage, si semblable au rythme de pas lointains, le froissement un peu métallique des feuilles très sèches tombant sur un sol déjà jonché, que les hommes prirent tant de fois pour le choc d'un chargeur introduit dans une culasse allemande. Je ne pouvais songer sans rire au singulier métier que je faisais là, et je me sentais avec étonnement pareil aux héros de Fenimore Cooper, subtils Mohicans ou trappeurs aux sens déliés, admiration de mon enfance» (pp. 135-6).

46. Cfr. il testo di un manoscritto presente nel dossier dell'Apologia, utilizzato da M. Mastrogregori, Il manoscritto interrotto di Marc Bloch, Istituto Editoriale e Poligrafici Internazionali, Roma 1996, pp. 42-4, nota a p. 110.

47. «En tête des ouvrages historiques du genre sérieux, l'auteur place généralement une liste des cotes d'archives qu'il a compulsées, des recueils dont il a fait usage. Cela est fort bien. Mais cela n'est pas assez. Tout livre d'histoire digne de ce nom devrait comporter un chapitre ou [si l'on préfère], insérée aux points tournants du développement, une suite de paragraphes qui s'intitulerait à peu près: "Comment puis-je savoir ce que je vais vous dire?". Je suis persuadé qu'à prendre connaissance de ces confessions, même les lecteurs qui ne sont pas du métier éprouveraient un vrai plaisir intellectuel. Le spectacle de la recherche, avec ses succès et ses traverses, est rarement ennuyeux. C'est le tout fait qui répand la glace et l'ennui» (cfr. M. Bloch, Apologie pour l'histoire ou métier d'historien, édition critique préparée par Étienne Bloch, Armand Colin, Paris 1993, p. 114).

48 Cfr. Bloch, Souvenirs, cit., p. 123.

49. Bloch utilizzò quattro Carnets, a più riprese lungo l'arco della guerra. Il più denso è certamente il primo, sul quale si basano essenzialmente i Souvenirs, e riguarda gli inizi della guerra. Vi aveva scritto fino al 15 novembre: là «s'arrête mon carnet de route. Je ne l'avais jamais tenu au jour le jour. Mais jusqu'alors je m'étais toujours appliqué à le mettre régulièrement au courant. A partir du 16 novembre je n'y ai plus rien inscrit. La blessure, bien légère, mais gênante tout de même, que je reçus à la fin de novembre, puis l'approche de la maladie qui s'annonça par une sourde fatigue et par des malaises de plus en plus fréquents expliquent sans doute ma paresse que je déplore aujourd'hui» (ivi, p. 140).

50. «L'église s'élève au milieu de la grand-place. Elle est ancienne. Dans ses parties essentielles, elle date de la belle époque du gothique. Son plan est simple, elle n'a pas de croisillons. La nef centrale, que surmontent deux clochers carrés, s'appuie solidement sur deux collatéraux. Des contreforts, que les maîtres maçons du lieu préfèrent aux arcsboutants, plus légers mais plus difficiles à établir, soutiennent du dehors la poussée des voûtes. Sobre, robuste, un peu trapue, c'est bien franchement une église rustique. Elle a pourtant ses élégances: le portail occidental, nettement gothique, les portails du Nord et du Sud, où apparaît la Renaissance, très ornés tous les trois, mais sans surcharge, sont charmants de finesse et de vigoureuse légèreté. Je ne me souviens pas sans émotion de l'église de La Neuville» (ivi, p. 130). «J'ai conservé de ce séjour un fort agréable souvenir. Florent est un lieu charmant. De grands arbres dont le feuillage, lorsque je les vis pour la première fois, se teintait déjà de jaune et de roux, couvrant de leur ombre la vaste place de l'église. Des prés plantés de pommiers entourent le village. Derrière cette ceinture de vergers, commencent les bois, épais surtout vers le nord. Au sud se creuse une vallée escarpée, où de claires fontaines jaillissent dans l'herbe au pied des taillis. C'est à ces sources fraîches que nous allions nous laver, le matin. Nous menions à Florent une existence de noctambules. Le jour, nous dormions dans notre grange, ou bien nous nous occupions à quelquesuns des mille petits travaux de cantonnement ou bien nous errions, oisifs, à travers le village. J'ai vu, dans les maisons, de beaux meubles rustiques taillés dans le bois de l'Argonne» (ivi, p. 132).

51. Ivi, p. 140, ricordi dall'8 al 15 novembre 1914: si noterà l'indifferente elencazione di fatti così diversi, come il soldato dilaniato e la caduta nel ruscello, il tutto sentito come una «pacifica villeggiatura».

52. Una lettura attenta dei Souvenirs non dovrebbe mai dimenticare le loro prime parole: «J'ai eu l'honneur de prendre part aux cinq premiers mois de la campagne de 1914-1915» (ivi, p. 119).

53. Esemplare quanto Bloch scriverà in margine alla sua seconda esperienza di guerra motivando il suo lavoro di storico: «Comme antidote, j'écris sur l'histoire []. Si ce livre doit, un jour, être publié; si, de simple antidote, auquel, parmi les pires douleurs et les pires anxiétés, personnelles et collectives, je demande aujourd'hui un peu d'équilibre de l'âme» (cfr. Bloch, Apologie, cit., p. 68); «je me suis mis, pour avoir une trame intellectuelle continue, à écrire une "Histoire de la société française dans le cadre de la civilisation européenne". Je n'en suis qu'à l'introduction [Bloch si riferisce alle Réflexions pour le lecteur curieux de méthode], qui m'a d'ailleurs beaucoup amusé à écrire, ou plutôt qui m'amuse, au présent encore. Le Dieu des armées seul sait, peut-être, ce qu'il adviendra du reste» (cfr. la lettera a Febvre dell'8 octobre 1939, in L. Febvre, De l'histoire au martyre, in "Annales d'histoire sociale", 1945, p. 16. Cfr. anche la documentazione e le osservazioni di F. Bédarida, Marc Bloch historien, soldat et père de famille, in Marc Bloch à Etienne Bloch. Lettres de la "drôle de guerre", in "Cahiers de l'Institut d'histoire du temps present", n. 19, décembre 1991, édition établie et présentée par François Bédarida et Denis Peschanski, pp. 22-3).

54. «En arrivant à Paris, à la gare de Lyon, nous connûmes par les journaux l'assassinat de Jaurès. A notre deuil, une poignante inquiétude se mêla. La guerre semblait inévitable. L'émeute en souilleraitelle les prémices? Tout le monde sait aujourd'hui combien ces angoisses étaient injustes. Jaurès n'était plus. Mais l'influence de son noble esprit lui survivait: l'attitude du parti socialiste le prouva aux nations» (Bloch, Souvenirs, cit., p. 119).

55. Ivi, p. 122.

56. Ivi, p. 119.

57. Ivi, p. 123.

58. «Nos pertes furent très fortes; elles montèrent pour ma compagnie, qui ne fut pas la plus éprouvée, à plus du tiers de l'effectif. Je ne sais si ma mémoire me trompe, mais il ne me semble pas que le temps m'ait paru très long. Ces effroyables heures ont sans doute passé assez vite. Nous nous avancions sur un terrain vallonné, d'abord semé de petits bois, puis tout à fait découvert» (ivi, p. 123).

59. «Des blessés criaient. L'un d'eux implorait le colonel, le conjurant tour à tour de le secourir ou de le faire achever. Je crois que j'étais assez calme. L'esprit de curiosité, qui m'abandonne rarement, ne m'avait pas quitté. Je me souviens avoir remarqué pour la première fois que les fumées des obus fusants ont une couleur ocre, à la différence de celles des percutants, qui sont très noires. Mais je trouvais que la guerre est une chose assez vilaine. Je jugeai que les visages d'hommes qui attendent la mort et la redoutent ne sont pas beaux à voir, et je me remémorai vaguement quelques pages de Tolstoi» (ivi, p. 125).

60. «Aux lendemains de grandes tueries, à moins de deuils particulièrement poignants, la vie paraît douce. S'indigne qui voudra de cette égoïste allégresse. De tels sentiments sont d'autant plus solidement enracinés dans les âmes qu'ils demeurent d'ordinaire inconscients à demi. Mais notre heureuse humeur avait aussi, avait surtout des sources plus nobles. La victoire que nous avait annoncé, en termes très brefs, le colonel passant au trot de son cheval, m'exaltait» (ivi, p. 126).

61. Cfr. M. Bloch, Les caractères originaux de l'histoire rurale française, préface de Pierre Toubert, Armand Colin, Paris 1988, p. 6.

62. Toubert (p. 6) mette in luce l'influenza inglese e tedesca sui primi studi di Bloch di storia rurale (p. 13) e richiama l'influenza culturale del padre sulla sua formazione rinviando a Le Goff (Préface a Les Rois, cit., ed. 1983, p. ii ss., e a Fink (intr. a Souvenirs de guerre, 1980, pp. 15-73).

63. Cfr. Le Goff, Préface a Les Rois, cit., p. ii.

64. Su questo soggiorno in Germania, dal 1° ottobre 1908 al 1° ottobre 1909, cfr. P. Schöttler, "Désapprendre de l'Allemagne": les "Annales" pendant l'entredeux guerres, in H. M. Mock, R. Meyer Kalkus, M. Trebitsch (éds.), Entre Locarno et Vichy. Les relations culturelles franc-allemandes dans les années 1930, cnrs Editions, Paris 1993, vol. 1, pp. 43961.

65. Le Goff, Préface a Les Rois, cit., p. iii.

66. La Critique historique et critique du témoignage è, come abbiamo detto, il testo di una lezione tenuta il 13 luglio 1914 al liceo di Amiens in occasione di una distribuzione di premi. Fu pubblicata dalle "Annales (esc)" nel n. 1 del 1950, con una nota di Febvre che Ginzburg ha sostanzialmente rigettato, ma sulla quale a me pare necessario richiamare di nuovo l'attenzione. Va notato che anche Le Goff la definisce «un premier discour sur la méthode» (Préface, cit., p. iii).

67. Cfr. Ginzburg, Prefazione, cit., p. xii.

68. Ivi, p. xiii.

69. Ibidem. Cfr. Bloch, Réflexions, cit., p. 149.

70. Cfr. Bloch, Critique, cit., p. 8.

71. Cfr. Ginzburg, A proposito, cit., p. 340.

72. Cfr. Bloch, Fausses nouvelles, cit., p. 149.

73. Cfr. Bloch, Méthodologie, cit., p. 7.

74. Ivi, p. 4.

75. Cfr. Bloch, Critique, cit., p. 2.

76. Anche nell'Apologie Bloch terrà una accanto all'altra, ormai fortemente ridimensionate nella loro funzione nei confronti del metodo storico, le figure del physicien e del juge d'instruction («Les caractères les plus apparents de l'information historique [entendue dans ce sens restreint et usuel du terme] ont été maintes fois décrits. Les faits qu'il étudie, l'historien, nous dit-on, est, par définition, dans l'impossibilité absolue de les constater lui-même. Aucun égyptologue n'a vu Ramsès; aucun spécialiste des guerres napoléoniennes n'a entendu le canon d'Austerlitz. Des âges qui nous ont précédés, nous ne saurions [donc] parler que d'après témoins. Nous sommes, à leur égard, dans la situation du juge d'instruction qui s'efforce de reconstituer un crime auquel il n'a point assisté; du physicien qui, retenu à la chambre par la grippe, ne connaîtrait les résultats de ses expériences que grâce aux rapports d'un garçon de laboratoire. En un mot, par contraste avec la connaissance du présent, celle du passé serait nécessairement "indirecte". Qu'il y ait dans ces remarques, une part de vérité, nul ne songera à le nier. Elles demandent, cependant, à être sensiblement nuancées», p. 99). Su questa questione cfr. M. Mastrogregori, Il genio dello storico, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1987, pp. 138 ss.

77. Vorrei richiamare l'attenzione su questo "particolare" e apparentemente immotivato riferimento alla localizzazione delle expériences di psicologia della testimonianza, per anticipare la mia convinzione sulla straordinaria importanza della "Revue de Synthèse Historique" di Berr nella formazione di Bloch, pari almeno a quella di Durkheim: quel riferimento attesta che, con tutta probabilità, Bloch ha conosciuto le expériences di Claparède e Binet, a cui qui allude, attraverso gli articoli di André Fribourg sulla "Revue" del 1906 (La psychologie du témoignage en histoire) e del 1907 (Nouvelles expériences sur le témoignage).

78. «Un médecin soigne un blessé. Je l'interroge à la fois sur la plaie qu'il examine tous les jours et sur la chambre du malade qu'il voit tous les jours aussi, mais sur laquelle il ne jette sans doute que des regards distraits. Je le croirai sur le premier point plutôt que sur le second» (cfr. Bloch, Critique, cit., pp. 5-6).

79. «L'historien ne met pas à droite les bons témoins, à gauche les mauvais. A ses yeux, il n'y a pas de bon témoin à qui il se livre une fois pour toutes, abdiquant tout contrôle. Pour être exacte sur certains points, une déposition n'est pas forcément pure de toute erreur. Il n'y a guère de mauvais témoins. Un récit très imparfait peut renfermer des renseignements utiles» (corsivo mio), cfr. Bloch, Critique, cit., p. 5).

80. Cfr. Bloch, Réflexions, cit., p. 151.

81. «Risulta chiaramente da questo testo, di per sé abbastanza deludente, che il cerchio di problemi in cui si muoveva il Bloch in questo momento era alquanto ristretto. Solo per un attimo egli sembra intravedere un'impostazione più complessa del problema della critica delle testimonianze: là dove osserva che gli storici in passato cercavano nel "miroir brouillé" dei poemi epici medievali "le vague reflet d'événements incertains", mentre ora, dissolta dalla critica quell'apparenza di "mauvaises chroniques", quei poemi "nous offrent une claire image: celle de l'âme héroique et puérile, avide de mystères et turbulente, du siècle qui les vit naître. Ce qui fait la beauté des légendes et leur vérité propre, c'est de traduire fidèlement les sentiments et les croyances du passé» ("Annales", 1950, p. 8). Ma la linea principale del discorso è un'altra, quella che abbiamo accennato (cfr. Ginzburg, A proposito, cit., p. 341).

82. Che il richiamo alle epopee e alle leggende medievali sia al centro della riflessione sul valore conoscitivo dell'erreur e del faux témoignage lo mostra chiaramente il primo riferimento di Bloch alla Chanson de Roland, usata come esempio di un récit che, benché «très imparfait» potrebbe «renfermer des renseignements utiles»: «Un témoignage ne forme pas un tout indivisible qu'il faille déclarer véridique ou faux. Pour en faire la critique, il convient de le décomposer en ses éléments, qui seront éprouvés, l'un après l'autre. Le poète de la chanson de Roland a raison quand il dit que Roland fut tué à Roncevaux, et tort lorsqu'il raconte que le héros tomba sous les coups des Sarrasins» (cfr. Bloch, Critique, cit., p. 5).

83. «On a cru longtemps que les épopées du moyen âge renfermaient le récit, plus ou moins déformé, mais exact dans les traits essentiels, d'événements historiques. Nous savons aujourd'hui qu'il n'en est rien. Sous les grands bois des Ardennes, jamais le cheval Bayart n'a porté les fils Aymon. Un jongleur inventa l'amitié d'Ami et d'Amile. Jamais Aymerillot n'a pris Narbonne. Ces vieux poèmes ne sont que fiction, nous n'en doutons plus. Ont-ils pour cela cessé de nous émouvoir? Jadis nous nous penchions sur eux, cherchant dans leur miroir brouillé le vague reflet d'événements incertains. Nous les traitions comme de mauvaises chroniques. Et voici que ce ne sont plus que de beaux contes! Maintenant que nous savons les lire, ils nous offrent une claire image: celle de l'âme héroïque et puérile, avide de mystères et turbulente, du siècle qui les vit naître. Ce qui fait la beauté des légendes et leur vérité propre, c'est de traduire fidèlement les sentiments et les croyances du passé. A les connaître comme des légendes, nous les goûtons mieux. Et puis, je vous dirai toute ma pensée, s'il est vrai que la critique a quelquefois dissipé certains mirages qui étaient séduisants, après tout, tant pis! L'esprit critique, c'est la propreté de l'intelligence. Le premier devoir, c'est de se laver» (Bloch, Critique, cit., pp. 6-7).

84. Pubblicato su "Nouvelle revue historique de droit français et étranger", t. xxxvi (1912), pp. 141-77, è stato ristampato in "Mélanges historiques", cit., t. i, pp. 189-209.

85. Cfr. Bloch, Les formes de la rupture de l'hommage dans l'ancien droit féodal, in "Nouvelle revue historique du droit français et étranger", mars-avril 1912 (t. xxxvi), pp. 141-77, ora in "Mélanges historiques", cit., t. i, Paris 1963, p. 189. Bloch risolve il suo problème ricostituendo a unità le sparse tracce della exfestucatio, un rito che, attraverso la rottura della festuca, consentiva al vassallo di liberarsi del suo impegno di fedeltà nei confronti del signore.

86. Ivi, p. 197.

87. «Une observation d'ordre chronologique s'impose. Les textes que nous avons relevés datent tous du xiie siècle, ou des premières années du xiiie. Aucun qui soit postérieur à 1230. Rien n'est moins surprenant que ce fait. S'il a existé une cérémonie formaliste de la rupture d'hommage, il est naturel qu'elle ne se rencontre plus dès le milieu du xiiie siècle, et cela pour deux raisons. Au xiiie siècle, lentement il est vrai, mais d'un progrès presque continu, le droit se dégage du formalisme primitif. D'autre part les obligations, auxquelles donnait naissance la prestation d'hommage, commençaient à perdre de leur force. Quand on eut cessé de concevoir le lien de vassalité comme infiniment important et respectable, on cessa sans doute de croire qu'un acte solennel fût nécessaire pour le rompre. La cérémonie de la rupture d'hommage aura été une des premières victimes de la décadence du formalisme» (Bloch, Les formes de la rupture, cit., p. 205).

88. Ivi, p. 189.

89. Ivi, p. 198.

90. Ivi, p. 194.

91. Ivi, p. 194.

92. Cfr. Bloch, Réflexions, cit., p. 149.

93. Cfr. Bloch, Les formes de la rupture, cit., p. 195.

94. Il saggio fu pubblicato in "Mémoires de la Société de l'histoire de Paris et de l'Ile-de-France", t. xxxv, 111, 1911, pp. 22472. Io cito dalla ristampa in "Mélanges historiques", cit., t. i, cap. vii, pp. 462-90.

95. Ivi, p. 462.

96. Ivi, nota 4, p. 463.

97. Ivi, pp. 476-7.

98. Ibid.

99. Cfr. Bloch, Rois et serfs, cit., p. 119. Bloch trae la sua citazione dai Coutumes de Beauvaisis, di Beaumanoir, un testo su cui egli lavora proprio negli anni precedenti al 1914 e che utilizza sia in Blanche de Castille che ne La rupture de l'hommage.

100. Langlois, Seignobos, Introduction, cit., p. 1.

101. Cfr. L. Febvre, Examen de conscience d'une histoire et d'un historien, in Combats pour l'histoire, Armand Colin, Paris 1965, p. 13.

102. Nel 1930 Bloch rimprovererà a Fustel de Coulanges di aver negato l'esistenza dei «campi aperti e allungati» in Francia solo fondandosi sui testi, senza ricorrere all'osservazione: «il n'avait jamais porté des regards» sulle campagne del nord e dell'est della Francia, «il n'avait consulté que des textes» (cfr. Bloch, Les caractères, cit., p. 49). In generale l'opposizione tra testi e osservazione diretta è presente come fondamento dell'analisi comparativa in tutte le opere della maturità, dai Caractères, a Manoir et Segneurie.

103. Nel 1929, nell'elogio funebre scritto per le "Annales", Bloch ricorderà che Langlois avrebbe voluto «toute une partie de l'histoire à n'être qu'un choix de documents, sinon reproduits mot à mot, du moins simplement analysés» (cfr. Nouvelles personnelles, in "Annales d'histoire économique et sociale", 1929, 4, p. 584).

104. La presenza della "mentalité" in Blanche de Castille è stata recentemente riconosciuta anche da Dominique Barthélemy nella Postface a Bloch, Rois et Serfs, cit., p. 318.

105. Cfr. Bloch, Les Rois, cit., p. 18.

106. Cfr., in apertura dell'Apologie (cit., p. 69), la nota assai polemica, dietro la gentilezza della formulazione, contro l'Introduction aux études historiques. l'itinerario di un aspirante storico

107. «Lorsqu'on parle de droit féodal, il ne faut pas entendre par ce mot un corps de doctrines, mais bien mieux un groupe d'habitudes juridiques, souvent mal fixées et variant selon les lieux, que dominent quelques grandes idées collectives» (cfr. Bloch, Les formes de la rupture, cit., p. 206).