Montessori e Mussolini:
la collaborazione e la rottura

di Giuliana Marazzi

1. Una collaborazione proficua

Non è molto nota, in Italia, l'importante collaborazione che si sviluppò ­ a partire dal 1924, ma finita con una rottura nel 1934 ­ fra la famosa educatrice Maria Montessori e Benito Mussolini1. Questo periodo coincise con una fase importante della vita di Maria Montessori: basti pensare che, proprio negli anni del fascismo fu fondata come ente morale l'Opera Montessori ­ origine che non è ricordata che superficialmente negli studi a lei dedicati ­ che ancora oggi esercita un'attività di diffusione e controllo su questo metodo d'insegnamento. Non si tratta solo di una censura su questo particolare, ma di un silenzio che avvolge tutta la vita della grande educatrice: biografie della Montessori in italiano, infatti, fino a poco tempo fa, non ne esistevano. Le uniche a lei dedicate sono quelle scritte rispettivamente da E. Mortimer Standing2 e da Rita Kramer3, entrambe in lingua inglese.

La volontà di lasciare nell'ombra alcuni aspetti della sua vita, in particolare il figlio illegittimo e l'adesione al fascismo, può spiegare almeno in parte questa assenza. Al contrario, l'attenzione della cultura italiana è stata sempre diretta al suo metodo, ampiamente applicato sia in scuole pubbliche che private. L'Opera Montessori ha svolto a questo riguardo un ruolo determinante. Le ragioni di tale comportamento si spiegano, per un verso, nell'interesse prevalente dell'Ente nei confronti delle tematiche pedagogiche e educative, per l'altro nella necessità di cancellare alcuni episodi dell'esistenza della Montessori ­ come l'adesione al fascismo ­ che potevano compromettere la sua immagine pubblica, alla quale veniva rivolta un'attenzione quasi agiografica.

Questa assenza d'interesse storico nei confronti di una figura come Maria Montessori si spiega anche con il fatto che la pedagogista non faceva parte di un gruppo di opinione egemone nella cultura italiana, interessato a mantenerne viva la memoria. Il rapporto complesso e conflittuale che ella intrattenne con i poteri costituiti ­ Stato e Chiesa ­ e con i grandi raggruppamenti ideologici, come le sinistre e i cattolici, contribuì a questo debole interesse storico per una figura che, invece, è stata senza dubbio la donna più importante del nostro paese nella prima metà del Novecento e oltre, conosciuta molto bene anche all'estero. Solo nel 1999, a 47 anni dalla sua morte, è stata pubblicata in Italia la prima biografia, ad opera della storica olandese Marjan Schwegman. Questo testo4, in lingua italiana, affronta argomenti, come il rapporto della dottoressa con la teosofia e con il fascismo, finora taciuti o addirittura ignorati. Parte dell'ottavo capitolo del libro è, infatti, dedicato alla ricostruzione del legame che unì la Montessori al fascismo e a Mussolini. In esso viene narrata per la prima volta la collaborazione con il regime e, contemporaneamente, si rintracciano le diverse motivazioni della rottura e dell'allontanamento dall'Italia della Montessori. La Schwegman, inoltre, cerca di spiegare come la pedagogia montessoriana abbia potuto accompagnarsi con gli ideali fascisti di ubbidienza e disciplina. Nel pensiero montessoriano, infatti, vi era una «misteriosa combinazione di crescita individuale e dell'inchinarsi ad una forza superiore, unione a cui tutte le anime individuali aspirano»5, ma non l'unione di un individuo con uno Stato considerato quale entità astratta, tipico della mentalità fascista, bensì quella con uno Stato quale comunità etica, vicino al pensiero gentiliano. Tale concezione si presentava come avulsa da qualsiasi credo politico e rendeva la posizione montessoriana neutrale, dunque più libera di ritagliarsi uno spazio di manovra in seno al regime.

Un altro libro in italiano, recentemente pubblicato, che affronta, anche se parzialmente, il rapporto dei Montessori , cioè la madre con il figlio Mario e con il fascismo, è quello di Augusto Scocchera6. Questo studio prende in esame alcune lettere di Mario Montessori, per lo più indirizzate al duce, relative al periodo che va dal 1930 al 1935, cioè agli anni in cui si presentarono per i Montessori le maggiori difficoltà nei rapporti con le istituzioni e con i responsabili dell'Opera e, di conseguenza, costituirono il periodo in cui venne meno l'intesa con il regime e il suo capo. Curiosamente, Scocchera non parla degli anni immediatamente precedenti, quelli caratterizzati invece da un buon rapporto con Mussolini, facendo così dei Montessori degli "antifascisti".

La cooperazione tra la Montessori e Mussolini ebbe inizio nei primi anni del regime fascista, quando l'applicazione di questo metodo nelle scuole italiane stava divenendo sempre più difficile. Ciò era dovuto allo scarso interessamento delle autorità scolastiche nei confronti sia del metodo che delle scuole montessoriane, costrette, ben presto, a chiudere definitivamente. In questo panorama sconfortante la Montessori, che nel frattempo stava ottenendo importanti riconoscimenti per la sua opera in tutto il mondo, cercò tutti i mezzi per non vedere inapplicate le sue teorie pedagogiche proprio nel paese dove il metodo era nato e aveva visto il successo delle prime sperimentazioni nelle scuole materne denominate Case dei bambini.

La pedagogista aveva bisogno di un sostenitore politico che condividesse le sue teorie pedagogiche, che la aiutasse a realizzare in maniera efficace i suoi progetti. Provò quindi a rivolgersi a Mussolini, che per una prima fase si rivelò un valente promotore. L'interesse del duce nei confronti della nuova metodologia era maturato sotto l'influenza di una serie di circostanze: l'atteggiamento favorevole riguardo al metodo dell'allora ministro della Pubblica Istruzione, il filosofo Giovanni Gentile, che era da diversi anni direttore della "Società degli Amici del Metodo" ­ associazione fondata intorno al 1910 da un gruppo di sostenitori con il compito di organizzare i corsi di formazione e di cooperare nell'apertura delle Case dei bambini ­ il crescente clamore che le idee della dottoressa avevano suscitato in diversi paesi come Germania, Gran Bretagna, Francia, Stati Uniti, India e Nuova Zelanda. Il suo interesse diretto, poi, fu sollecitato da una lettera di Mario Montessori, figlio della pedagogista, inviatagli nell'inverno del 1923.

Nel febbraio del 1924 Mussolini decise di avviare un'inchiesta sulla situazione delle scuole montessoriane all'estero e sul livello d'accettazione ed applicazione del metodo fuori d'Italia. Il risultato entusiasmante dell'inchiesta e la buona impressione che gli fece un incontro con la Montessori, convinsero Mussolini ad incoraggiare lo sviluppo di questa metodologia pedagogica interamente italiana, nella quale individuava motivo di orgoglio e soddisfazione per la nuova classe dirigente nazionale. Un primo esempio di questo orientamento fu l'elevazione a ente morale, nell'aprile del 1924, dell'associazione Opera Montessori nata dalla "Società degli Amici del Metodo". Scopo dell'associazione era di raccogliere fondi e diffondere le riforme dell'educazione attraverso il metodo montessoriano nella sua completezza. Inoltre, il governo fornì dei sussidi con i quali la nuova società doveva organizzare le scuole montessoriane e tenersi in contatto con quelle sparse in tutto il mondo. Nel consiglio d'amministrazione del nuovo ente era prevista la presenza di un rappresentante del ministero della Pubblica Istruzione e di un rappresentante del comune di Roma; come presidente era stato designato Giovanni Gentile e tra i suoi soci erano presenti nomi del calibro di Antonino Anile e Giuseppe Lombardo Radice7. La presenza nell'Opera Montessori di tante personalità del mondo della scuola e della cultura è una conferma del grande interesse suscitato dal movimento montessoriano e dal metodo pedagogico in quegli anni.

La trasformazione dell'Opera Montessori in ente morale fu solo la prima delle molte iniziative adottate dal duce. Ad essa seguì la creazione dell'associazione che prese il nome di Comitato di Milano, come ramo dell'Opera nazionale Montessori; sempre a Milano, si organizzò il primo corso di formazione nazionale per insegnanti. Vi parteciparono ben 180 maestri, di cui 60 dipendenti della Pubblica Istruzione. Essi provenivano da diverse parti d'Italia, 25 dalla Lombardia, 17 dalle Marche, 18 dal Veneto, 3 da Roma, un numero imprecisato da Milano. Il corso in questione fu il primo tenuto sotto gli auspici del governo fascista. Si aprì nel febbraio del 1926 e durò sei mesi, nei quali fu seguito un preciso programma dettato dal ministero. Presidente onorario del corso era Mussolini che donò dal proprio fondo personale un sussidio di lire 10.000 a favore dell'Opera.

Nel frattempo nuove scuole adottavano il metodo. Solo a Roma, l'Istituto per le case popolari aveva aperto cinque Case dei bambini, rispettivamente in via dei Marsi, in via del Commercio, in Lungotevere Testaccio, in via Giovanni Branca e in via Ruggero di Lauria. Nel 1925 vi erano ben 11 sezioni con 550 bambini, con i quali, come si legge in una relazione didattica dell'anno scolastico 1923-1924, si ottenevano degli ottimi risultati. I bambini da 3 a 6 anni erano seguiti con grande spirito d'osservazione, d'intuizione e soprattutto con rispetto dell'individualità infantile. La scuola rappresentava, così, non solo un luogo d'accoglienza, ma anche un luogo di sviluppo intellettuale e morale, dove i bambini, in ambienti spaziosi, puliti e ordinati, avevano l'opportunità di muoversi, sperimentare, scegliere gli esercizi più consoni al loro stato fisico ed intellettuale, acquistando amore per l'ordine, la pulizia, il bello e il lavoro. Inoltre, in conformità ai nuovi programmi governativi, si eseguivano canti, preghiere, disegno libero e si infondeva il sentimento patriottico, con la devozione al re e l'omaggio alla bandiera. I nuovi programmi educativi, cui fa riferimento la relazione didattica, erano inseriti nella riforma scolastica di Gentile e rappresentavano una ridefinizione dell'educazione prescolastica che era considerata, per la prima volta, parte integrante dell'insegnamento elementare. Bisognava, infatti, attendere ad una formazione morale ai fini di una riforma sociale e politica; le scuole materne erano un luogo d'incontro tra la famiglia e la società e un luogo di sviluppo di una nuova coscienza.

Il sostegno delle autorità riguardò non solo le scuole materne, ma anche la creazione di una scuola superiore di metodo. Da tempo, infatti, il movimento montessoriano aveva presentato il progetto di un centro di studi del metodo pedagogico nella capitale, città dove era stato ideato. Da una lettera del 14 marzo del 1927, scritta a Mussolini dal presidente del Comitato di Milano, la contessa Lodovica Borromeo Gallarati Scotti, si apprende che le scuole Montessori a Roma erano state chiuse da diversi anni per decisione del Comune, cosicché le incessanti richieste di far visita a questi istituti, avanzate da parte d'innumerevoli studenti di diversi paesi stranieri, non potevano essere esaudite8. A questa lettera se ne aggiunse un'altra della Montessori del 4 aprile dello stesso anno. In essa si esprimeva sia il rammarico di dover insegnare all'estero il metodo notoriamente nato a Roma, sia la speranza di un intervento da parte del duce per la creazione di questa scuola9. Di lì a due anni, nel gennaio del 1929, fu aperta a Roma la Regia scuola di metodo Montessori, prima scuola secondaria di questo tipo, in cui si insegnava, anche, la cultura fascista e vi furono più di 70 asili e scuole elementari che adottarono il metodo10. La Montessori, a tale proposito, inviò una lettera al duce, nel febbraio del 1928:

l'atto legislativo col quale l'E. V., accogliendo la proposta del Ministro della Pubblica Istruzione, ha istituito una R. Scuola per la formazione delle educatrici dell'infanzia secondo il mio metodo, viene a coronare il lungo mio lavoro a favore di un sistema educativo squisitamente italiano, che ha portato in onore pel mondo il nome della Patria, e viene ad esaudire uno dei miei più ardenti voti: quello di veder fiorire in Roma una scuola a me affidata, dove possa applicare a completare il mio metodo. E ardisco chiedere che mi sia concesso l'onore di essere ricevuta dalla Eccellenza Vostra, accompagnata da S. E. il Ministro della Pubblica Istruzione: per manifestare la gratitudine del mio animo a Colui che, dando nuova vita all'Italia ­ ha voluto accogliere e dar valore anche all'opera mia. Nella fiduciosa attesa ottenere l'alto onore di essere ancora una volta ammessa alla Sua Presenza ­ rinnovo all'E. V. i miei sentimenti di devozione profonda11.

In questi stessi anni si incentivarono le pubblicazioni e nacquero le riviste, come il mensile "L'idea Montessori" organo ufficiale dell'Opera che uscì regolarmente dal 1927 al 1929. A questa seguì un'altra rivista, pubblicata a Roma nel 1931 e successivamente un bimestrale nel 1932 e un bollettino sempre bimestrale "Opera Montessori", edito a Roma e a Firenze, poi solo a Roma dal 1933 al 1934. Queste riviste informavano il lettore sui corsi nazionali e internazionali, sulla nuova scuola nata a Roma, sulla crescente diffusione del metodo nel mondo, sull'andamento delle Case dei bambini in Inghilterra, in Francia, in Romania, in Olanda, in India e su quelle italiane. Queste pubblicazioni si avvalevano della collaborazione dei fedelissimi come Giuliana Sorge, Anna Maccheroni, Mario Montessori e stranieri come Lilì Roubieczk, Claude Claremont, Charlotte Muehsam, a testimonianza del successo internazionale ottenuto dalle idee montessoriane. Nel corso del 1926, quando la Montessori ottenne ufficialmente la tessera fascista e divenne membro onorario del partito, il suo metodo aveva conquistato l'Italia, così come da tempo stava accadendo nel resto del mondo12. In molti paesi, infatti, si erano costituite delle scuole montessoriane e si tenevano i corsi di preparazione. Negli Stati Uniti, Germania, Spagna, Francia, Inghilterra, Scozia, Irlanda, Islanda, Giappone, India, Canada, Messico, Olanda e in molte altre nazioni le nuove idee pedagogiche trovarono entusiasti patrocinatori e molteplici realizzazioni. Il movimento montessoriano, così diffuso, necessitava di un'organizzazione centrale che tutelasse la corretta applicazione delle teorie originali e attendesse al coordinamento delle attività delle numerose società. Poiché il metodo prevedeva il facile adattamento alle diverse realtà nazionali, si presentò la necessità che alla tendenza differenziatrice si contrapponesse una tendenza unificatrice13. A tale proposito, in occasione del Congresso internazionale Montessori tenuto ad Elsinor in Danimarca nel 1929, con il patrocinio dell'Associazione "New Education Fellowship", fu fondata l'Associazione Internazionale Montessori (ami), nata da un'idea proposta da Mario Montessori. L'ami ebbe la sua sede prima a Roma, trasferita poi, nel 1932, a Berlino, in seguito in Spagna e definitivamente ad Amsterdam. Essa ebbe il sostegno di personalità come Giovanni Gentile, Guglielmo Marconi, Sigmund Freud, Jean Piaget, Rabindranath Tagore, Jan Masaryk e di numerosi giovani «pronti a difendere le idee della dottoressa contro le mistificazioni e le distorte interpretazioni»14.

L'ami dunque, come scrisse lo stesso Mario Montessori in una relazione del 195215, aveva l'obiettivo di salvaguardare l'idea montessoriana e di sostenere i diritti del bambino, considerato sempre più il «cittadino dimenticato». Questa associazione, attendendo alla conoscenza e allo sviluppo del bambino avrebbe favorito, secondo Montessori, una maggiore cooperazione tra i popoli di diversa razza, religione, cultura e convinzione politica, dando luogo ad un'intesa non solo tra il fanciullo e l'adulto, ma anche tra tutti gli esseri umani.

Gli obiettivi dell'ami, resi possibili dal carattere di universalità e di adattamento del metodo a tutte le culture, sembravano contrapporsi alla professione d'italianità sottolineata più volte sia dalla dottoressa che dal figlio, suo più vicino collaboratore16. Per quest'ultimo, l'una non necessariamente escludeva l'altra, poiché il metodo, che nel continuo rigenerarsi e svilupparsi era universale, nella struttura e nelle origini era italiano. Lo stesso Mario terrà a rilevare che sua madre aveva «sempre tenuto le sue lezioni e i suoi corsi in lingua italiana» e che l'appoggio accordato al metodo da parte del governo fascista, soprattutto da Mussolini, non aveva fatto altro che evidenziarne il «valore educativo e l'italianità». La dottoressa, da parte sua, rimarcò in molte occasioni il legame tra il metodo e l'Italia, il «Paese meraviglioso» in cui era sorto, difendendolo davanti alle contraffazioni straniere. Il metodo Montessori puro e, quindi, derivante dalle idee della sua autrice, era solo quello italiano. Il sentimento d'italianità e l'attaccamento al proprio paese della Montessori è ulteriormente riconoscibile nella volontà di ritagliarsi, in Italia, sempre nuovi spazi per le varie attività legate al movimento. Una di queste erano i corsi internazionali per la preparazione degli insegnanti che, dal 1913, si susseguirono sia in Italia che all'estero. Il 30 gennaio del 1930 ebbe inizio, a Roma, il xv Corso internazionale, il primo tenuto in Italia dal termine del conflitto mondiale. Durò sei mesi, con la partecipazione di rappresentanti di 21 nazioni, oltre a quella italiana con 90 insegnanti. La Montessori riscosse un enorme successo. Il suo contributo per la "liberazione del bambino", da tanti secoli auspicata, si dimostrò determinante e indispensabile. Il consenso unanime portò numerosi paesi ad unirsi all'Associazione internazionale che, a quell'epoca, era in fase di organizzazione. La direzione generale del corso fu affidata a Mario Montessori, per la presidenza onoraria fu designato Mussolini, mentre il ministro dell'Educazione nazionale, Balbino Giuliano, diede il suo appoggio interessandosi per far ricevere dal duce 150 allieve del corso17. L'incontro tra Mussolini, la Montessori e le sue allieve incoraggiò la richiesta per l'estensione ulteriore del metodo nelle scuole governative, unita a quella di una maggior partecipazione degli insegnanti del Regno al successivo corso internazionale che si sarebbe dovuto tenere anch'esso a Roma.

2. Aspetti comuni e divergenze di fondo

Durante il periodo fascista il sistema scolastico fu oggetto di molteplici cambiamenti introdotti dalla riforma Gentile. Essa prevedeva una riorganizzazione e razionalizzazione sia dell'amministrazione scolastica che del personale insegnante, a cui si aggiungeva un completo riordinamento della scuola secondaria, con la creazione di nuovi istituti, come quello magistrale, il liceo femminile e la scuola complementare triennale. A questi provvedimenti si sommò l'inserimento del carattere di esame di Stato per ogni prova d'ammissione prevista per il passaggio da un grado d'istruzione all'altro18. Gentile con la sua riforma dimostrò un particolare interesse per l'istruzione preelementare, sostituendo al vecchio asilo assistenziale una più moderna scuola materna, concepita come istituzione preparatoria alla scuola elementare19.

La politica scolastica fascista avviò, con questa riforma e con i successivi provvedimenti, una vera e propria campagna contro l'analfabetismo che ebbe come risultato un sensibile aumento della popolazione scolastica, soprattutto di quella della scuola secondaria20. Questo orientamento avanzò parallelamente con la fascistizzazione della scuola, che diveniva sempre più serrata. Mussolini auspicava per la scuola italiana una nuova immagine, frutto di un profondo cambiamento, al quale si adattava, per alcuni aspetti, il metodo della Montessori. Primo fra tutti il concetto di ordine, che piaceva ad entrambi, ma in modo differente. Mussolini colse dal metodo l'idea di disciplina e autoregolamentazione, che la dottoressa considerava indispensabile nella sua didattica21, ma gli sfuggì l'aspetto volto al libero sviluppo dell'individuo. La Montessori esaltava la figura del «fanciullo pieno di gioia e di salute, che si distingue per la sua calma e la sua disciplina»22; tuttavia, questo comportamento doveva essere frutto di un lungo cammino personale in cui il bambino sperimentava esercizi ed attività pratiche in piena libertà di scelta.

Un altro aspetto della metodologia montessoriana che interessava il duce era costituito dalla precocità dell'apprendimento, per cui i bambini di 3 e 4 anni d'età potevano imparare a leggere e scrivere. Quest'elemento ben si accordava con la necessità di alfabetizzare, in maniera rapida, il maggior numero di scolari e il raggiungimento di tale obiettivo avrebbe dato lustro sia alla nuova nazione fascista che al patrocinatore e sostenitore della pedagogia montessoriana. La dottoressa, da parte sua, aveva necessità dell'appoggio di Mussolini e delle personalità di governo per sviluppare ed espandere il suo metodo proprio nel paese d'origine. La Montessori e Mussolini avevano, quindi, bisogno l'uno dell'altra: anche se le loro convinzioni di fondo non convergevano del tutto, ognuno pensava di servirsi dell'altro per i suoi fini. La Montessori, tuttavia, non era disposta a sacrificare per questo obiettivo la scelta del personale docente ed accettare l'intromissione nelle sue concezioni didattiche. Ma la libertà d'azione che le era stata accordata nei primi tempi non era conciliabile con la prassi di Mussolini e il regime, appena ne ebbe la possibilità, tentò di controllare il suo operato.

3. Primi problemi e la rottura

La Montessori teneva particolarmente sia alla giusta applicazione del suo metodo, sia alla competenza delle insegnanti, pertanto la scelta doveva basarsi su criteri molto rigidi. Ciò è dimostrato, oltre che dagli innumerevoli corsi di formazione per insegnanti che la stessa dottoressa organizzava in Italia e all'estero, anche dal solerte impegno nell'assegnare le cattedre d'insegnamento a persone di comprovata abilità e preparazione.

I primi problemi tra la Montessori e il ministero dell'Educazione sorsero proprio riguardo a questa prerogativa. Nel luglio del 1932, l'insegnante di pedagogia, nonché direttrice della scuola di metodo di Roma, Giuliana Sorge, fu coinvolta in uno scandalo. Ella venne accusata di aver proferito, sul posto di lavoro, una frase offensiva, di cui non conosciamo le parole, nei confronti del duce: per questo venne arrestata, privata del passaporto e sospesa dal suo incarico con un'ammonizione. La Sorge tentò di rivolgersi direttamente al duce con una lettera23, in cui traspare la sua indignazione per l'accaduto e la preoccupazione per il futuro. Ella si professava innocente e si considerava «vittima di un complotto» ordito per allontanarla dal lavoro a cui si era dedicata per tanti anni come un fervente «apostolo». Oltre le dichiarazioni di fede e di autentica devozione per il duce, la Sorge per dimostrare la sua innocenza scriveva che l'ingiuriosa frase in questione non poteva essere stata proferita da lei poiché: «quella frase, Eccellenza, aveva una forma dialettale meridionale, mentre io sono milanese! ­ e questa è la più evidente prova che non fui io a pronunciarla». In più «una sola persona, nelle inchieste ha deposto contro di me ­ e questa persona, che dice di aver udito, è sorda», mentre, «la dottoressa e quelli che mi conoscono non sono stati ascoltati». Per questo la Sorge, seriamente preoccupata, continuava dicendo: «la polizia mi ritiene colpevole e mi condanna "all'ammonizione" ­ lasciando sul mio nome una macchia e mettendo un ostacolo alla vita, che sostengo col mio lavoro. [] allontani da me l'umiliazione di essere ammonita, per averla insultata: io, che l'ho soltanto amato!». Mussolini dispose per la revoca del provvedimento deciso precedentemente dalla Commissione provinciale in base all'articolo 133 del T. U. n. 577 che sanciva il licenziamento dei maestri non compatibili alle direttive politiche del regime. Il Provveditore agli studi della Lombardia fu incaricato di non dar seguito alla dispensa dal servizio e così la maestra fu reintegrata nelle scuole elementari del comune di Milano. Da questa città, poco più tardi, la Sorge scrisse una relazione indirizzata al duce sulle condizioni del movimento montessoriano all'estero e in Italia24. Le condizioni del metodo in Italia costituivano «una ferita sanguinante», poiché esso non godeva di «simpatia e protezione dalle Autorità della Scuola» ed anzi, «nessuna di esse è venuta mai a visitare la scuola, a studiare da vicino il problema». Se ciò fosse successo, secondo la Sorge, avrebbero visto «un'opera di educazione» dove si «realizza il massimo progresso della coltura, appresa con spontanea e gioiosa applicazione; realizza la tutela della libertà di espansione dell'intelligenza, nella forma della più inconsueta, scrupolosa e costante disciplina attiva: profondità e rendimento di azione, nella massima obbedienza alla legge. [] I bambini da noi preparati danno risultati di coltura e di preparazione del carattere, che nessuna altra scuola del mondo può ottenere». Difatti, scrive sempre la Sorge, i «bambini di età di scuola elementare hanno una conoscenza di nozioni equivalente a quella di ragazzi che abbiano terminato la scuola media inferiore []. E di questo, Eccellenza, Voi potreste rendervi conto, se voleste concedermi il privilegio e l'onore di educare su queste linee i Vostri bambini».

Questi ottimi risultati didattici non avevano garantito un'adeguata diffusione delle scuole di metodo, perché l'unica scuola di formazione per maestri era rimasta quella di Roma, «teatro di passioni personali [] che hanno disgregato tutto quanto noi avevamo costruito». Per questo la scuola, che per gli ottimi risultati ottenuti avrebbe meritato di essere trasformata in Istituto pedagogico, era stata «avvilita e debilitata» soprattutto «per lo scandalo del luglio scorso» relativo all'ipotetica frase calunniosa proferita dalla Sorge. La relazione terminava con una supplica: «alzi ancora, Eccellenza, la Sua Mano protettrice: e apra di nuovo il cuore della dottoressa e dei suoi seguaci []. Non permettete che per una ingiustificabile opposizione subdola, si chiudano le porte ad un'opera tanto meritoria e che facili voci disgregatrici circolino per offendere e per stroncare».

Le «voci» a cui si riferisce la Sorge erano quasi certamente quelle di due insegnanti della scuola fortemente impregnate di spirito fascista, quella di matematica, Lo Preiato, e quella di cultura fascista, Prini. Entrambe erano infastidite da come veniva gestita la scuola «che tutto è fuorché italiana e fascista» come scriveva la Prini, che si definiva una «fascista al 100 per 100» a cui premeva «che le maestre montessoriane comprendano e amino il Fascismo e il duce per il bene del Paese»25.

Dopo lo scandalo, la destituzione della Sorge dal ruolo di direttrice e insegnante e il suo conseguente trasferimento a Milano, bisognava provvedere a sostituirla. La risoluzione proposta dalla dottoressa era la nomina di una sua collaboratrice, la Sig.ra Adele Costa Gnocchi, la quale però per accettare l'incarico aveva posto come condizione quella di rinnovare tutto il personale docente della Regia scuola. Il licenziamento di tutte le insegnanti era il provvedimento patrocinato anche dalla Montessori26, poiché nessuna di esse aveva dimostrato di conoscere e saper applicare il metodo e di ciò informò il ministro dell'Educazione, Ercole. Quest'ultimo, in risposta alla lettera della Montessori, pretese una relazione dettagliata sull'andamento dell'anno scolastico e specificatamente sulla condotta delle singole insegnanti poiché «non è mai pervenuta durante il corso dell'anno scolastico 1931-1932 alcuna lamentela o rapporto circa il valore e l'efficacia dell'opera prestata dalle insegnanti di detta Scuola»27.

La soluzione prospettata dalla Montessori per ciò che riguardava la sostituzione della Sorge non garantiva, però, la fede fascista della Regia scuola di metodo. A tal fine, infatti, il ministero provvide direttamente alla sostituzione della Sorge, senza tener conto dell'opinione della dottoressa in merito, con la nomina del prof. Rivara, che non era neanche abilitato all'insegnamento della materia. Questa decisione provocò l'indignazione della Montessori, come testimonia una lettera indirizzata ad una sua allieva, di cui Mario Montessori informò il duce28. In essa vi era scritto che la Scuola di metodo senza metodo Montessori è una contraddizione []. Che il Governo Italiano si contenti di una scuola di preparazione di maestre Montessoriane, da cui viene effettivamente respinta per sostituirla con incompetenti, l'autrice, e insieme cacciate le persone competenti nel metodo: e perciò abolita la conoscenza del metodo stesso, è possibile: come tutto è possibile in casa propria. Ma quando si vuole attirare da tutte le parti del mondo gli interessati al metodo, non tenendo conto né del Metodo stesso, né dell'autrice, né delle persone sue collaboratrici, è un'altra cosa.

Questo episodio diede inizio ad una estenuante contesa tra la Montessori e le autorità per la scelta del personale docente. Ciò che si esigeva era, prima di tutto, seguire scrupolosamente il metodo, ritenendo inoltre indispensabile l'adesione al fascismo. Questo diverso criterio di scelta condusse ad un inasprimento dei rapporti fino alla definitiva rottura.

Le ingerenze del ministero sulla scuola romana non costituivano, tuttavia, le uniche ragioni di contesa: la Montessori sollevò delle obiezioni anche riguardo all'operato del presidente dell'Opera, Emilio Bodrero, succeduto a Gentile, nel maggio del 193029. Bodrero, deputato fascista al Parlamento dal 1924, assunse l'incarico di sottosegretario del ministro della Pubblica Istruzione, Pietro Fedele, dal 1925 al 1928; fu vicepresidente della Camera dei deputati dal 1929 al 1931, nonché presidente della Confederazione nazionale dei professionisti ed artisti dal 1930 al 1933; nel 1934 fu nominato senatore e fu anche delegato alla Società delle Nazioni. La brillante carriera di Bodrero in seno al regime venne ulteriormente arricchita dall'incarico, della durata di 3 anni, di presidente dell'Opera Montessori. La dottoressa espresse ben presto le sue riserve sul lavoro di Bodrero:

S. E. Bodrero mi scrive, in contraddizione ai miei avvertimenti riguardanti certe società Montessori straniere abusive, con le quali si va mettendo in rapporto; che egli ha il dovere di stare in rapporto con tutti gli interessati del metodo senza distinzione, per poter costruire l'istituto internazionale (ami).

Le società abusive si erano appropriate del metodo trasformandolo sia nella forma sia nei contenuti e ciò era inammissibile per la dottoressa che non aveva alcuna intenzione di far parte di un progetto in cui non erano garantite «le difese del metodo e la costante influenza di persone in esso competenti»30. In conclusione, la Montessori non solo non condivideva tale comportamento, ma riteneva molto gravi le manovre di Bodrero per appropriarsi del controllo di tutte le attività dell'Opera. La lettera, infatti, terminava sottolineando che questo tipo di atteggiamento «allontana la possibilità di accentrare in Italia il movimento, e rende necessarie le mie immediate dimissioni». Il presidente dell'Opera Montessori, Bodrero, rispose a queste obiezioni ed accuse con una lunga relazione31 inviata al segretario particolare del duce. In essa ribadì la convinzione che il mettersi in contatto con le società abusive rendeva più facile, qualora fosse stato necessario, l'intervento per tutelare «l'integrità del metodo». Il presidente dell'Opera doveva, infatti, mediare le diverse esigenze, cercando di coniugare le aspettative della Montessori, che diveniva sempre più intransigente, a quelle del regime, orientato verso una più ferrea fascistizzazione dell'educazione e ad egemonizzare la diffusione del metodo nel mondo. Bodrero, in sostanza, cercava di espandere il movimento montessoriano operando attraverso le richieste pervenute al ministero per la diffusione delle riviste, la promozione delle scuole presso i provveditori e dando maggior risalto all'ente dell'Opera Montessori32, ma, allo stesso tempo, riteneva doveroso riferire a Mussolini le compromettenti affermazioni della Montessori. A tale proposito, è significativa una lettera33 del presidente dell'Opera indirizzata al duce, in cui si riferisce l'intervento della dottoressa al Club internazionale per la pace di Ginevra. La Montessori, tra l'altro, per mezzo della sua collaboratrice Giuliana Sorge, ne aveva già informato Mussolini inviandogli il testo della conferenza34.

A questo dibattito, tenuto nella primavera del 1932, erano convenute le rappresentanti delle maggiori organizzazioni internazionali femminili. Gli interessi e gli obiettivi di queste associazioni erano i più svariati, il voto alle donne, il diritto di cittadinanza per la donna sposata, l'uguaglianza dei diritti tra i sessi, l'educazione, la libertà e, soprattutto, la pace. E proprio riguardo a quest'ultimo argomento, secondo Bodrero, il discorso della Montessori deve essere stato di perfetto gradimento per quel pubblico []. L'applicazione del suo metodo alla pace è giustificata dall'occasione del discorso ma risulta grottesca e puerile. C'è il solito motivo rousseauiano, con equivoci grossolani: ci sarebbe per esempio da domandare all'oratrice se è capace di trovare od inventare un gioco per bambini che non contenga in sé l'embrione della guerra [] o se saprebbe togliere dalla scuola, cioè dalla natura umana, il sentimento al meno dell'emulazione, che contiene anch'esso un principio di guerra.

La Montessori veniva aspramente criticata per il suo amore per la pace, considerata come «il trionfo della giustizia e dell'amore tra gli uomini: essa indica un mondo migliore ove regna l'armonia». Dal testo dell'intervento per la conferenza, la Montessori trasse un opuscolo intitolato La paix et l'education 35, in cui si evidenziavano i legami esistenti tra l'educazione e la pace. Per la Montessori, solo una giusta educazione avrebbe prodotto «un tipo di uomo migliore, un uomo dotato di caratteristiche superiori che lo facciano apparire come appartenente ad una nuova razza: il superuomo del quale Nietzsche ebbe il luminoso presentimento». Pace, libertà, amore erano parole che mal si conciliavano ai valori propugnati dalla mentalità fascista e le idee di un personaggio pubblico come la dottoressa non potevano certo passare inosservate, soprattutto se in contrapposizione a quelle imperanti.

Nel gennaio del 1933, la dottoressa e il figlio decisero di dare le proprie dimissioni dall'Opera Montessori a cui seguirono quelle del presidente Bodrero. Un mese dopo, la Montessori rinunciò all'incarico di direttrice della Regia scuola di metodo e chiese al nuovo presidente dell'Opera, il ministro plenipotenziario Piero Parini di togliere il nome Montessori alla scuola che si era chiaramente allontanata dal metodo originario36. La dottoressa era sempre più orientata verso l'interruzione dei rapporti con le autorità italiane, anche se, ancora una volta, nell'aprile del 1934, accettò di organizzare un congresso pedagogico internazionale a Roma, con l'avallo del governo italiano37. Questo fu, però, l'ultimo congresso tenuto in Italia. Successivamente, i Montessori decisero di trasferirsi stabilmente a Barcellona, poiché troppi erano i timori e le preoccupazioni per il ritiro del passaporto, cui temevano di essere sottoposti rimanendo in Italia38. Infatti, le voci d'antifascismo riguardanti l'educatrice e il suo movimento divenivano sempre più insistenti ed ineludibili, tanto che il metodo, di lì a pochi anni, venne abolito e le scuole montessoriane e le relative riviste chiuse. La stessa Montessori, a tale proposito, dichiarò di essere vittima, in patria, di una vera e propria "crociata" condotta senza nessun motivo apparente. L'unico appiglio in grado di giustificare tale atteggiamento consisteva nel fatto che la Montessori aveva acquisito la cittadinanza inglese ma, fondamentalmente, le cause erano da ricercare altrove39. La principale di esse era rappresentata dal cambiamento che la politica scolastica e culturale fascista stava subendo nei primi anni Trenta. La sostanziale tolleranza accordata in passato all'ambiente della cultura stava per cedere il passo ad un nuovo orientamento caratterizzato dalla limitazione delle libertà e delle autonomie. Gli istituti culturali, le università, i docenti ed in generale gli intellettuali dovettero sottostare a nuove regole e leggi. Il controllo esercitato su di essi divenne nel tempo più capillare e sistematico. Gli esempi più eclatanti erano l'introduzione del giuramento di fedeltà al regime imposto ai docenti universitari e la tessera obbligatoria per i dipendenti pubblici, compresi gli insegnanti. A questi provvedimenti, inoltre, si sommò una politica scolastica sempre più distante dalla riforma e dai progetti gentiliani. Questi ultimi, in effetti, costituivano una garanzia di tolleranza e autonomia per il mondo accademico e proprio questo li rendeva, agli occhi dei più intransigenti, troppo poco fascisti.

L'atteggiamento di critica e di chiusura che determinò l'abbandono della politica di Gentile coinvolse anche le idee patrocinate dalla Montessori. Esse mal si accordavano con il nuovo sistema d'insegnamento fascista, che penalizzava l'originalità e la personalità, sopprimendo, così, l'elemento portante della pedagogia montessoriana: l'esaltazione e la liberazione dell'individualità.

Nonostante queste diversità di fondo, i Montessori, in più di una occasione, dimostrarono il loro rammarico per non poter più lavorare nel proprio paese e continuarono a ricercare la protezione del duce, nella speranza di salvare le sorti del movimento. A tale riguardo è indicativa una lettera che Mario Montessori inviava al duce, nel 1935, a due anni dalle dimissioni dall'Opera e dall'esilio, sottolineando che:

la Montessori in Italia ha meno autorità di una qualsiasi maestra che, avendo una posizione ufficiale, può, se crede, metterla alla porta, come è successo nella scuola di metodo dove la direttrice di allora ha fatto pregare la dottoressa di sgombrare una stanza che, quale punto di contatto, aveva mantenuto fino ad allora lasciandola piena di libri40.

Inoltre, nella lettera si criticava l'errata applicazione del metodo e dei relativi principi che lo contraddistinguevano quali, ad esempio, il mobilio nelle aule. A questa denuncia Mario Montessori aggiunse anche la preoccupazione per il futuro professionale delle maestre montessoriane, che dalle autorità locali venivano ignorate, «mandate alle scuole italiane all'estero lontane dall'Europa (Africa e America)» o ancora, più spesso, ostacolate nel loro lavoro. Infine Montessori riteneva necessario «disperdere le voci di antifascismo che allontanano una buona opera italiana dalla sua patria». Quest'ultima frase ci conferma quanto la Montessori e il suo più stretto collaboratore, suo figlio, non si facessero scrupolo di affidarsi, ancora una volta, a Mussolini, il quale però, non volendo entrare in conflitto con i suoi collaboratori e sempre più prigioniero della sua immagine politica, decise di non operare una riconciliazione.

4. Due personalità a confronto

La collaborazione tra Mussolini e la Montessori non fu quindi facile: entrambi, infatti, erano persone dal carattere volitivo e autoritario. Se, da una parte, questa similitudine li avvicinava e li rendeva inclini a collaborare per un comune progetto, dall'altra era fonte di continui alterchi per la gestione e il controllo del movimento pedagogico. La Montessori era, infatti, irremovibile e non ammetteva nessun'intromissione nelle linee direttive della sua opera. Inoltre, la sua autorità e il suo potere decisionale per quanto riguardava le società Montessori e il personale docente delle sue scuole non doveva essere messo in discussione.

Se questo atteggiamento inflessibile costituì la ragione principale della sua rottura con Mussolini, non bisogna dimenticare che fu proprio questo temperamento, unito all'amore per i bambini, che consentì alla Montessori di raggiungere risultati tali da rivoluzionare la pedagogia tradizionale e i suoi presupposti, spostando l'attenzione dall'educatore all'educando, dall'adulto al bambino, che diveniva, così, il punto di partenza dell'educazione. La rivoluzione pedagogica, però, non rappresentò per la Montessori l'unica rottura con la tradizione: in effetti, la sua intera esistenza può essere ricondotta ad una continua ribellione alle regole precostituite e le sue scelte, sia nel campo professionale che in quello sociale, furono tutte coerenti ad un progetto d'emancipazione femminile. Ella, consapevole che il suo carattere forte e deciso e la giustezza delle sue convinzioni non erano sufficienti per il raggiungimento degli obiettivi prefissati, cercava, in ogni situazione, forti alleati che, condividendo le sue idee, patrocinassero i suoi progetti e, in definitiva, la proteggessero. Mussolini ed il suo entourage, dal canto loro, consapevoli del prestigio e della fama che la dottoressa e il metodo pedagogico ottenevano nel mondo, avevano un interesse a farsene un'alleata. In cambio dell'aiuto alla pedagogista, infatti, pensavano di diventare, agli occhi dell'opinione pubblica mondiale, i sostenitori di una grande rivoluzione dell'educazione.

La persona che più d'ogni altra s'impegnò perché si creasse un sodalizio tra Mussolini e la Montessori fu il filosofo Giovanni Gentile che, oltre ad essere uno dei personaggi di spicco della cultura fascista fu anche, per diversi anni, il presidente dell'Opera Montessori, adoperandosi in maniera decisiva alla diffusione del metodo. Ma non dobbiamo sottovalutare anche la favorevole impressione che Mussolini e la Montessori ebbero l'uno dell'altra nel loro primo incontro, testimoniata dalle lettere. Entrambi compresero subito quanto potevano offrirsi reciprocamente, ma, nel corso del tempo, i loro obiettivi entrarono in contraddizione. Anche se la Montessori non mostrava nessuna riserva ideologica nei confronti del suo alleato, senza dubbio pretendeva che questi non interferisse nelle sue decisioni e che non sacrificasse le sue ragioni per motivi politici. Mussolini, al contrario, doveva tenere presente il valore politico che le dichiarazioni montessoriane, in ambito mondiale, andavano acquisendo. L'impegno per la pace della dottoressa non poteva essere ignorato né giustificato dalla mentalità militaristica fascista ed ella, con una certa ingenuità, non faceva nulla per nasconderlo. La Montessori non aveva calcolato le conseguenze delle sue affermazioni e, in più, non aveva compreso che non era sufficiente avere la tessera fascista per provare l'adesione al fascismo. Il suo comportamento risultava, infatti, non solo agli occhi dei più intransigenti, ma anche di coloro che collaboravano con lei, come il presidente dell'Opera Montessori, Bodrero e le insegnanti della Regia scuola di metodo Montessori, alquanto contraddittorio e ciò le attirava un'enorme quantità di critiche e biasimo. Ma non si trattava solo di questo: in un primo momento, la Montessori aveva trovato in Mussolini un sostenitore sensibile ed attento. Del resto, anch'egli era considerato l'uomo del progresso, del cambiamento, della rottura con il passato e del nuovo volto dell'Italia. Ma le speranze e ambizioni della Montessori dovettero svanire nel momento in cui il regime intraprese, nel corso degli anni Trenta, una politica di rigido controllo di tutti i settori della società italiana, compreso quello educativo, per dare il via a ciò che Mussolini aveva identificato come la fascistizzazione degli «angoli morti della vita nazionale»41. Ma non possiamo negare che per tutti gli anni Venti, compresi i primi Trenta, i rapporti tra Mussolini e la Montessori furono quasi idilliaci. Quest'aspetto è confermato dalle tante dichiarazioni di stima e di ammirazione formulate, soprattutto, dalla dottoressa.

Nel gennaio del 1931 Giuliana Sorge, una delle più importanti collaboratrici della Montessori, decise di svelare in una lettera a Mussolini, ciò che di lui la dottoressa le aveva scritto: «sapendo che mai altrimenti questo Le potrebbe pervenire, e pensando di fare cosa grata a V. E. a insaputa della dottoressa ho ricopiato tale pensiero, che le invio»42. L'atteggiamento nei confronti del duce che emergeva da questo scritto era indubbiamente positivo e quasi entusiastico. Le parole si riferivano sia al «semplice uomo» posto di fronte «a milioni di uomini» che alla natura del suo potere. Secondo la Montessori, infatti, Mussolini non poteva essere considerato un «tiranno», ma semmai un uomo «volitivo». La differenza fra queste due definizioni stava, secondo la Montessori, nell'origine stessa del potere. Il tiranno era colui «che ha ereditato un potere e non comprendendone la finalità, ne abusa, prevalendo in lui l'egoismo dell'individuo»; al contrario, il capo dell'Italia fascista non aveva ereditato il potere che era nelle sue mani, ma era solo l'uomo di un «popolo bisognoso di volontà». Ma allora, da dove traeva il suo dominio? A tale interrogativo la Montessori rispondeva in questi termini: «non ha inizio altro che nella sua preparazione: ei si fa uomo! E un popolo moribondo e vitale (come chi nasce) lo accetta e si attacca a lui». La Montessori, menzionando la preparazione del duce, probabilmente si riferiva anche al fatto che egli era stato maestro di scuola. Questa circostanza, infatti, creava fra i protagonisti un terreno d'esperienza comune. Mussolini aveva studiato, come fece già sua madre, per ottenere la patente di maestro, ma esercitò questa professione solo per brevi e saltuari periodi, prima come insegnante elementare, poi come insegnante di francese presso la scuola tecnica del collegio civico di Oneglia43. Queste esperienze, anche se di limitata durata, devono aver però contribuito a sensibilizzare il giovane Mussolini sui problemi relativi all'educazione e devono, più tardi, averlo messo in grado di riconoscere la validità del metodo Montessori.

Ma il rapporto tra Mussolini e la Montessori non si basava solo su questo comune interesse: esso era, anche, caratterizzato da un'ammirazione personale e «probabilmente reciproca»44. In diverse lettere della Montessori si leggono frasi come «brilla però nel mio cuore la grande fede che il duce fa nascere in tutti gli italiani che hanno qualcosa da dare»45, in un'altra lettera si legge: «io non posso esprimere la profondità del mio sentimento verso Chi ha compreso le mie lunghe lotte» e in un'altra ancora:

e ardisco chiedere che mi sia concesso l'onore di essere ricevuta dalla Eccellenza Vostra []: per manifestare la gratitudine del mio animo a Colui che dando nuova vita all'Italia ­ ha voluto accogliere e dar valore anche all'opera mia. Nella fiduciosa attesa di ottenere l'alto onore di essere ancora una volta ammessa alla sua Presenza ­ rinnovo all'E. V. i miei sentimenti di devozione profonda46.

Queste parole erano l'espressione della riconoscenza che la Montessori nutriva nei confronti di colui che aveva sensibilmente contribuito all'espansione del suo movimento, ma svelavano anche un misto di opportunismo e adesione, tipici di molte collaborazioni di quell'epoca. Alla Montessori, difatti, conveniva manifestare la più completa fiducia nel sodalizio con il duce, come si legge in un altro passo di una lettera:

io ho ancora pochi anni di energia fattiva: e solo la Sua protezione, [...] può far sì, che le mie energie rimaste, riescano a compiere il disegno, che certo la Provvidenza di Dio ha tracciato, per aiutare gli uomini nei bambini di tutto il mondo: e l'ha posta, Eccellenza, dinanzi a Lei perché abbia il centro irradiante nella Sua razza, di cui Lei è il Salvatore47.

Il duce s'impegnò ad aiutare la dottoressa che egli definì, in occasione di una sua visita in una scuola montessoriana di Milano, come «povera signora»48, cioè una "martire" disposta a sacrificarsi per la sua idea, affermazione che commosse vivamente l'interessata.

Solo ora si è cominciato a rompere il silenzio sui rapporti fra la Montessori e Mussolini, e a costruire un profilo della dottoressa, finora rappresentata solo come "progressista", insistendo sul suo impegno pacifista, sulle sue convinzioni di donna emancipata e, in generale, sulla sua figura un po' idealizzata di liberatrice del fanciullo, più vicino alla contraddittoria realtà. La grande educatrice era, in realtà, fortemente patriottica, sostenitrice delle autorità e delle figure carismatiche e, soprattutto, spregiudicata nel costruire il successo del suo metodo. Tali caratteristiche avrebbero senz'altro contribuito a gettare sulla sua immagine un'ombra di pregiudizio e di riserve, alienandole le simpatie dei "progressisti", naturali sostenitori del suo metodo.

Note

1. R. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, 1883-1920, Einaudi, Torino 1965; Id., Mussolini il fascista. La conquista del potere, 1921-1925, Einaudi, Torino 1966; Id., Mussolini il fascista. L'organizzazione dello Stato fascista, 1925-1929, Einaudi, Torino 1968; Id., Mussolini il duce. Gli anni del consenso, 1929-1936, vol. 1, Einaudi, Torino 1974; Id., Mussolini il duce. Lo Stato totalitario, 1936-1940, vol. 2, Einaudi, Torino 1981; per ciò che concerne le notizie, soprattutto pedagogiche, su Maria Montessori si rinvia ai seguenti testi: M. Pignatari, Maria Montessori e la sua riforma educativa, Giunti, Firenze 1970; A. Scocchera, Maria Montessori: una biografia intellettuale, in Maria Montessori il pensiero e il metodo, Giunti, Firenze 1993; A. Scocchera, Maria Montessori. Quasi un ritratto inedito, La Nuova Italia, Firenze 1990; M. G. Corda, Maria Montessori e l'eredità di un percorso femminile, in Donne educatrici, Rosenberg e Sellier, Torino 1996; P. Boni Fellini, I segreti della fama, Centro editoriale dell'Osservatore, Roma 1955.

2. E. M. Standing, Maria Montessori. Her Life and Work, Mentrobooks, New York 1962.

3. R. Kramer, Maria Montessori. A biography, Addison Publishing Company Inc., New York 1988.

4. M. Schwegman, Maria Montessori, Il Mulino, Bologna 1999.

5. Id., Maria Montessori, cit., p. 103.

6. A. Scocchera (a cura di), Introduzione a Mario Montessori, Opera Nazionale Montessori, Roma 1998.

7. Statuto dell'Opera Montessori dell'anno 1924.

8. Archivio centrale di Stato (d'ora in poi acs), Segreteria Particolare del duce (Spd), Carteggio Ordinario (Co), f. 15279-1.

9. acs, Spd, Co, f. 15279.

10. Schwegman, Maria Montessori, cit., p. 105.

11. acs, Spd, Co, f. 15279, Lettera di Maria Montessori a Mussolini, 9.2.1928.

12. Kramer, Maria Montessori, cit., p. 300.

13. M. Montessori, Diffusione del metodo Montessori all'estero, in "Montessori", n. 5, settembre-ottobre 1932.

14. Schwegman, Maria Montessori, cit., p. 107 e Kramer, Maria Montessori, cit., p. 311.

15. Scocchera (a cura di), Introduzione a Mario Montessori, cit., p. 37.

16. Ivi, pp. 20-2.

17. acs, Spd, Co, 15279/2, lettera di B. Giuliano a Chiavolini, d.d. 8 giugno 1930.

18. J. Charnitzky, Fascismo e scuola, La Nuova Italia, Firenze 1996, pp. 109-23.

19. Ivi, p. 143.

20. Ivi, tabella 11.1.

21. Kramer, Maria Montessori, cit., p. 300.

22. M. Montessori, La scoperta del bambino, Garzanti, Milano 1970, p. 101.

23. acs, Spd, Co, b. 635, f. 204359, lettera della Sorge a Mussolini, 17 luglio 1932.

24. acs, Spd, Co, b. 288, f. 15279, relazione di G. Sorge a Mussolini, 30 ottobre 1932.

25. acs, Ministero dell'Interno (Mi), Polizia politica (Pp), cat. 1, b. 859, lettera della Prini, 29 settembre 1932.

26. acs, Mi, Pp, cat. 1, b. 859, notizia anonima, 10 ottobre 1932.

27. acs, Mi, Pp, cat. 1, b. 8590, lettera di Ercole alla Montessori, 19 luglio 1932.

28. acs, Spd, Co, b. 288, f. 15279, lettera di Mario Montessori a Mussolini, 8 dicembre 1932.

29. Nella lettera del 26 maggio 1930 Mario Montessori espresse a Bodrero le congratulazioni sue e di sua madre per la nomina alla carica di presidente dell'Opera; cfr. acs, Carteggio Bodrero, f. 97, sott. fasc. 155.

30. acs, Spd, Co, b. 288, f. 15279, lettera di Maria Montessori ad una sua allieva, 6 dicembre 1932.

31. Ivi, relazione di Bodrero a Chiavolini, 23 dicembre 1932.

32. Ibid.

33. Ivi, lettera di Bodrero a Mussolini, 7 agosto 1932.

34. Lettera della Sorge a Mussolini, 10 aprile 1932, acs, Presidenza del Consiglio dei ministri (Pcm), 1876-1943, f. 14.3, n. 5006, a cui è allegato il testo della Montessori.

35. acs, Spd, Co, b. 275, M. Montessori, La paix et l'education, Bureau International d'Education, Ginevra 1932.

36. Schwegman, Maria Montessori, cit., p. 108.

37. acs, Pcm, b. 415.2, f. 14/3, lettera di Parini al Governatore di Roma, 16 novembre 1932.

38. acs, Mi, Pp, b. 859, notizia anonima, d.d 14 aprile 1934.

39. acs, Mi, Pp, b. 859, notizia anonima, d.d 18 dicembre 1936.

40. Lettera di Mario Montessori, marzo 1935, cit. in Scocchera, Introduzione a Mario Montessori, cit., p. 71.

41. B. Mussolini, Opera omnia, a cura di E. e D. Susmel, La Fenice, Firenze 1951-1963, vol. xxv, p. 136.

42. acs, Spd, Co, b. 635, f. 204359, lettera della Sorge a Mussolini, 29 gennaio 1931.

43. De Felice, Mussolini il rivoluzionario, cit., p. 50.

44. Schwegman, Maria Montessori, cit., p. 104.

45. acs, Spd, Co, 15279, lettera della Montessori a Mussolini, 4 aprile 1927.

46. Ivi, lettera della Montessori a Mussolini, 9 febbraio 1928.

47. Ivi, lettera della Montessori a Mussolini, 26 maggio 1928 .

48. Ibid.