L'itinerario dell'"aspirante" storico:
Marc Bloch su un "sentiero fuori mano", alla ricerca di una storia nuova *

di Francesco Pitocco

1. La presenza della sociologia nella concezione storica di Bloch

1.1. "Sociologismo" di Bloch?

Nessuno può negare, credo, lo straordinario contributo portato da Durkheim al dibattito d'inizio secolo sul rinnovamento della storia. La sua polemica sulla scientificità della storia operò in Francia come un cuneo rovente, autentico discrimine nella storiografia a cavallo tra Ottocento e Novecento. Nessuno può negare, altresì, che Bloch, nella sua ricerca di una "nuova storia", trasse dalla scuola di Durkheim non poca linfa per la sua critica alla "storia tradizionale".

Tuttavia, a me pare di poter affermare, con qualche fondatezza, che la presenza e la varia incidenza della sociologia nella sua opera sia stata non poco esagerata. Utilizzata spesso, nel bene e nel male, come un criterio di valutazione del suo lavoro di storico, è stata usata in modo troppo rigido, come criterio a volte esclusivo. Sta di fatto che il "sociologismo" di Bloch è stato a lungo utilizzato dagli apologisti della "storia tradizionale" come pretesto per conservare un atteggiamento di generalizzato e superficiale sospetto, se non di rifiuto, nei confronti dell'opera storiografica sua, delle "Annales", e della "storia nuova" in generale.

Persino Febvre, che certo non aveva mai disprezzato il contributo dato da Durkheim e dai suoi allievi alla battaglia per il rinnovamento della storia, ebbe a temere molto che l'amico rimanesse vittima di certa rigidità e di certi schematismi ch'egli rimproverava ai sociologi. E i dubbi furono così forti che non si peritò di esprimerli crudamente, ripetutamente tra il 1940 e il 1942, in un momento particolarmente delicato per la vita di Bloch e per i loro stessi rapporti personali1. Recensendo la Société féodale, ebbe a rimproverare all'amico l'eccessivo spazio concesso alla sociologia e ai suoi modelli conoscitivi. Gli sembrava, infatti, che un'eccessiva tensione a "far comprendere", a "spiegare", avesse fatto dimenticare a Bloch che «non si comprende solo con l'intelligenza», che «non tutto si comprende con l'intelligenza». Spiegare non è tutto, e far comprendere vuol dire anche altro: «vuol dire mostrare, oltre che spiegare». Se è vero che «per sapere e comprendere gli uomini hanno bisogno di vedere», non basta dimostrare; non possiamo limitarci a «dimostrare la meccanica dell'uomo feudale, homo feodalis, per quanto intelligente, penetrante, sottile, possa esserne lo smontaggio» (corsivo mio): dobbiamo «far vedere, mostrare gli individui in azione, colti sul fatto».

Dall'ansia intellettualistica di spiegare sarebbe derivato al libro di Bloch anche l'eccessivo privilegio accordato alla dimensione "collettiva", a quella dimensione, cioè, che sola, secondo la sociologia di Durkheim e Simiand, avrebbe potuto consentire di scoprire regolarità, di misurare, di generalizzare, di produrre cioè un'analisi scientifica. Per questo, secondo Febvre, nella Société féodale comparivano soprattutto gli "uomini", mentre erano quasi assenti gli "individui". E se il libro utilizzava anche gli strumenti dell'analisi psicologica, esso offriva pur sempre solo della "psicologia collettiva": «l'individuo vi è quasi completamente escluso»2.

Da tutto ciò Febvre era allarmato. Temeva che, sia pure inconsapevolmente, l'amico potesse rimettere in questione l'antica e comune battaglia contro la frammentazione astratta e intellettualistica dell'uomo, dell'uomo in carne ed ossa, in tante irrelate e disperse etichette: homo politicus, homo religiosus, homo oeconomicus ecc. Temeva che potesse dimenticare che quella battaglia contro l'astrazione che avevano combattuta insieme, era stata combattuta in nome di una storia concepita in tutta la complessità dell'intreccio delle sue dimensioni collettive e individuali, come vita palpitante, concreta. Il grande libro di Bloch rischiava «di portare troppa acqua al vecchio mulino, al temibile mulino dell'astrazione»; rischiava di collocarsi sulla strada del "ritorno" verso lo schematismo e, insomma, «chiamiamolo con il suo nome», «verso il sociologico, che è una forma seducente dell'astratto» (corsivo mio)3.

Febvre non è stato il solo a sottolineare il sociologismo di Bloch. Altri, diversamente da Febvre, con maggiore o minore equilibrio, hanno visto proprio nella presenza e nell'efficacia di Durkheim entro l'opera di Bloch il segno, la bandiera, della sua stessa capacità innovativa. Alcuni sono giunti a definire la storia di Bloch come «essenzialmente durkheimiana»4. Altri, ancora, vi hanno riconosciuto la spia, se non la causa, della sua definitiva maturazione storiografica, della svolta decisiva del suo itinerario dalla "storia evenemenziale" alla "storia nuova"5.

La verità è che, malgrado l'enfasi che si può legittimamente porre sull'importanza della sociologia di Durkheim e della sua scuola nella formazione della "storia nuova" (si pensi ad esempio, tipicamente, alla ristampa del saggio di Simiand da parte di Braudel nel 1960!6), Bloch, come Febvre, si alimentò a un orizzonte di stimoli ben più ampio di quello fornito da Durkheim e dai suoi. E comunque, se non è né possibile né giusto negare la fecondità del pensiero durkheimiano nell'esperienza intellettuale di Bloch, definirne esattamente il ruolo svolto nel processo della sua maturazione storiografica, calibrarne il peso persistente e pur variabile, è compito non facile da realizzare.

Tuttavia, dopo una lettura attenta dell'intero itinerario di Bloch, a me pare si possano proporre le due conclusioni che cercherò di illustrare tra poco:

1. la lezione di Durkheim non fu mai una lezione accolta passivamente. Fu al contrario sottoposta a una "personalizzazione" che produsse un "durkheimismo" rivisto e corretto, negandone per altro la pretesa maggiore: assorbire e annullare la storia dentro la «scienza sociale generale». Al contrario, fin dall'inizio, fu il "sociologismo" a essere assorbito all'interno della storia, in una concezione fecondata dagli stimoli provenienti da un orizzonte ampio di "scienze sociali";

2. la lezione di Durkheim giunse a Bloch in tempi assai precedenti a quanto generalmente si pensa, e fu attiva nel suo lavoro assai prima delle Fausses nouvelles del 1921. Fu presente fin dalle prime sue riflessioni sulla storia del 1906, fin da prima, cioè, ch'egli decidesse di avviarsi concretamente sui sentieri del "mestiere" di storico.

1.2. Il debito riconosciuto

Le Fausses nouvelles non segnarono, nell'itinerario di Bloch, quella "rottura" e quel momento inaugurale che comunemente vi si riconosce. Più che testimoniare dell'avvento di Durkheim nel suo pensiero, esse costituiscono il punto terminale di una lunga progressione, di un lavorio di lunga lena. Si può infatti ragionevolmente affermare che dopo quell'articolo il debito di Bloch nei confronti di Durkheim si estinse, che la "lezione" del sociologo non fornì ulteriori fermenti al suo lavoro.

In tal senso può essere utilizzata la testimonianza che ci viene dalla recensione che nel 1924 Bloch dedicò a La terre et l'évolution humaine di Febvre. Qui è segnalata esplicitamente, e autobiograficamente, l'influenza esercitata da Durkheim su «tutta una generazione di storici francesi»7. Eppure Bloch non vi manifesta alcuna particolare esaltazione di Durkheim. Lo definisce anzi un «dialettico imperioso», un «metafisico appassionato di rigore e di necessità»8. In tal modo mostra di condividere pienamente lo «spirito risolutamente e sanamente relativista» che aveva spinto Febvre a una «vigorosa reazione contro uno schematismo troppo facile», contro «la superstizione d'una causalità necessaria e sempre uniforme». Come Febvre anche Bloch segna, qui, la sua distanza da Durkheim!

Su un solo punto, fondamentale però, e al quale non rinuncerà mai, Bloch ritiene di dover segnalare il suo persistente debito verso Durkheim. Egli condivide ancora pienamente lo sforzo compiuto dal sociologo per conferire alla storia una facies scientifica da raggiungere attraverso nuove modalità di costruzione del suo "oggetto". Sottolinea la necessità di una definizione della storia come "scienza", utilizzando anche per essa quel «procedimento analitico» che, «malgrado i suoi pericoli», è pur sempre il procedimento «della maggior parte delle scienze». E lo fa con convinzione, fino a disporsi a pagare un non piccolo prezzo (e lo pagherà, come abbiamo visto, una quindicina di anni dopo, con la dura reprimenda di Febvre!), fino a mettere in dubbio la gravità di quei pericoli: «Del resto questi pericoli, che sono evidentemente l'astrazione e lo schematismo, sono poi così grandi?»9 (corsivo mio). Tra quell'«umanista [] di gusto fino e sfumato [] artista fino alle midolla» che era Vidal de la Blache, e quel «metafisico appassionato di rigore e di necessità» che era Durkheim, egli preferiva quest'ultimo, senza esitazione alcuna. E nel contrasto tra i géographes e i sociologues preferiva ancora questi ultimi, per gli stessi motivi per i quali li aveva ben accolti nel contrasto che li aveva opposti agli historiens historisants10.

In sostanza, però, nel 1924 Bloch non aveva più "lezioni" da prendere da Durkheim. Non molto diversamente dal rifiuto di Febvre, il suo rifiuto del "legalismo" positivistico, con le sue rigidità e astrazioni, era già allora pieno e convinto, pur continuando egli a esprimere "riconoscenza" e "rispetto" per la scuola durkheimiana. La durissima e preoccupata critica di Febvre alla Société féodale ci appare perciò alquanto pleonastica. Essa apriva una porta aperta, e Bloch non avrebbe avuto difficoltà, di lì a poco, nell'Apologie, a condividerne il succo. Egli sapeva bene, come Febvre, che la rivolta "sdegnosa" dei sociologi contro l'événement non colpiva solo ciò che doveva essere colpito: metteva fuori campo anche «una buona parte della vita più intimamente individuale»11.

Convinzione profonda, questa, come del resto testimonia a chiare lettere il progetto di una Histoire de la société française dans le cadre européen che egli abbozzò nel settembre 1939. Vi si legge, infatti, un impegno intellettuale mirato a «esorcizzare i fantasmi» della guerra (era rientrato nell'esercito a fine agosto), ma anche e soprattutto un autentico e definitivo programma di metodologia storica:

la storia che io mi propongo di scrivere è quella dei Francesi, considerati come gruppo sociale. Non una storia senza politica: ché il modo in cui i popoli sono governati, le virtù, le ambizioni, le illusioni dei loro governanti sono uno degli elementi di cui è tessuto il destino comune. Non una storia senza guerre: chi, nel momento in cui imbratto queste carte, oserebbe, senza ridere, rifiutare alle violenze guerriere il potere di modellare le società o negare che esse ne esprimono a volte le più intime tendenze? Non una storia esclusivamente popolare: ché l'azione delle classi dirigenti, come quella delle élites ­ le due parole non sono necessariamente sinonime ­ non si misurerà mai dalla esiguità del loro numero. Non una storia senza individui: ché le personalità magnetiche o, solamente, ben collocate, non si limitano a riflettere, come in uno specchio dilatante, le tendenze semi-inconsapevoli delle masse; esse le concentrano in un fascio generatore d'energia nuova e le più dotate a volte vi aggiungono quello slancio sorgivo e spontaneo che è il privilegio di alcune anime d'eccezione12 (corsivo mio).

La risposta dava piena soddisfazione ai timori di Febvre, e non poteva essere più puntigliosa. Tuttavia essa non lo portava a rinnegare la ricerca di una "storia scientifica", nella quale consisteva poi il fondo della "lezione" che egli aveva tratto dal "suo" Durkheim:

Ma essa vorrebbe essere, questa storia, storia degli uomini e non solamente di alcuni capi o sedicenti tali. Essa aspirerebbe a mettere a nudo le realtà profonde sotto le efflorescenze, per quanto brillante ne sia l'apparenza. Essa sognerebbe infine di farsi veramente analitica e esplicativa, senza cessare, per questo, di restare fedele ai colori della vita. Tale, almeno, è il suo ideale: semplice "limite", va da sé, nel senso matematico del termine, grandezza che lo scienziato cerca di avvicinare sempre più, senza dissimulare che, per definizione, esso resterà sempre fuori portata13.

Qui stava la duplice "lezione" che Bloch intendeva conservare di Durkheim: nella rivendicazione del carattere analitico, esplicativo della storia, da un lato; e, dall'altro, nella scoperta della realtà profonda delle strutture e dei fenomeni sociali e collettivi, silenziosamente e inconsciamente attivi sotto la superficie luminescente e rumorosa degli avvenimenti, dietro la volontà ambiziosa e spesso vana degli individui.

Ma si noterà che si tratta di un Durkheim "rivisto e corretto", ricondotto entro i limiti di una storia che pur volendosi scientifica e non narrativa, non rinuncia ai "colori della vita"; che pur essendo attratta dalla dimensione collettiva della società, non rinuncia a depistare il progetto e l'azione degli individui. Lo storico non può interdirsi «ogni sforzo di psicologia storica individuale». Sarebbe una rinuncia (renoncement) intollerabile! Anche se è vero che per raggiungere il livello della dimensione individuale è necessario passare, preventivamente, per la dimensione collettiva: l'obiettivo, infatti, non può essere raggiunto «che a patto di aver analizzato ogni volta, preliminarmente, le tendenze psicologiche del gruppo. L'originalità dell'individuo non è un dato che debba essere posto all'inizio dello studio; si deve, piuttosto, trattarla come un residuo che non si libererà che alla fine dell'indagine»14.

1.3. L'"aspirante storico" cerca una nuova strada

Per un lungo periodo di tempo, come si è visto, molti hanno pensato che Bloch avesse messo a punto la "lezione di Durkheim" nelle Fausses nouvelles. Solo allora avrebbe trovato la capacità di volare lontano dalla storia événementielle dei "maestri" Langlois e Seignobos. A me sembra, ora, se l'analisi svolta fin qui ha qualche fondatezza, che questa tesi vada ampiamente rivista. In effetti: da un lato, Bloch apprese la "lezione" di Durkheim in tempi assai precedenti alle Fausses nouvelles; dall'altro, per quanto importante, essa non fu la sola a fornirgli l'energia necessaria a produrre quell'effetto "leva" che lo avrebbe spinto su strade "appartate", diverse da quelle della storia "evenemenziale". Vediamo!

Per quanto attiene alla datazione della "lezione di Durkheim", Bloch stesso ci fornisce qualche indizio interessante nell'Apologie. Con un discorso ancor più esplicitamente "autobiografico" di quello del 1924, egli si preoccupa, da un lato, di collocare nel tempo quella "lezione" e, dall'altro, di porla in contrasto con la histoire historisante dei Seignobos e dei Langlois. Definendo il "grande sforzo" messo in atto dal sociologo, negli anni a cavallo del secolo, per sollecitare la costituzione di una storia "scientifica", Bloch riconosce, pur tra qualche riserva, che «egli ci ha insegnato ad analizzare più in profondità, a stringere più da vicino i problemi, a pensare meno, oserei dire, a buon mercato» (corsivo mio).

Di fronte all'imporsi progressivo e inarrestabile del modello delle "scienze naturali", quella "lezione" era stata appresa, o almeno accolta con interesse costruttivo, da una schiera assai esigua di storici «nelle ultime decadi del xix secolo e nei primi anni del xx». Altri invece, Langlois e Seignobos, ad esempio, dinanzi alla sfida lanciata contro la scientificità della storia, avevano assunto posizioni scettiche e rinunciatarie. Ed erano quelle posizioni che, per Bloch, definivano l'histoire historisante15 o histoire événementielle che dir si voglia.

Fu dunque allora, in anni ancora lontani dalla guerra, agli inizi del secolo, che Bloch aveva appris la lezione durkheimiana? Da qualche tempo questa ipotesi ha trovato un riscontro documentario, difficilmente contestabile, grazie alla pubblicazione di un carnet di note intitolato Méthodologie historique. Si tratta, in assoluto, del più antico scritto di Bloch finora pubblicato16. Esso risale al 1906, al tempo in cui egli era "normalien" (19041908), alla scuola dei Pfister, Croiset, Monod, Lanson, Meillet, Langlois e Seignobos, e in cui, soprattutto, egli si sentiva alla scuola del padre Gustave Bloch. Ebbene, in questo Bloch ventenne a me pare sia già variamente attiva la "lezione" di Durkheim.

La Méthodologie consente così di formulare un'ipotesi totalmente nuova sul suo itinerario intellettuale e storiografico: Bloch non attese le Fausses nouvelles del 1921 per distaccarsi dalla histoire événementielle di Seignobos. E ciò per il semplice motivo che tutta la sua formazione culturale si era sviluppata, almeno fin dal 1906, fuori e contro quella concezione della storia.

1.4. Lontano da Langlois e Seignobos

Gli elogi e la riconoscenza espressi a più riprese da Bloch nei confronti di Langlois e Seignobos, non ci debbono trarre in inganno. Essi risalgono ad anni assai tardi, durante i quali il lavoro di Bloch si fonda ormai su posizioni che certo non possono più, in alcun modo, essere sospettate di "evenemenzialismo". E tali elogi, dunque, non sono formulati in nome dell'evenemenzialismo. Si tratta per lo più di manifestazioni di riconoscenza per la simpatia e la benevolenza personale che i due maestri avevano sempre mostrato nei suoi confronti negli anni della sua giovinezza; o di riconoscimenti per il loro lavoro erudito, positivo, sempre da Bloch profondamente rispettato. Non si tratta, comunque, in alcun caso, di adesione alla loro "concezione" della storia. Bloch lo ha detto esplicitamente: la sua concezione della storia si oppone a quella dei "maestri", fin dall'inizio, con modalità quasi "generazionali"17.

Un esempio di quanto dico si può leggere nell'elogio, pubblicato nelle "Annales" del 1929, scritto in mortem di Langlois, verso il quale Bloch aveva nutrito certamente una sincera gratitudine personale e intellettuale18. Bloch vi esprime ammirazione per lo straordinario lavoro svolto da Langlois intorno ai documents, a questo «bene comune di tutti gli storici». Ne elogia il Manuel de bibliographie historique, le Archives de l'histoire de France (scritto in collaborazione con Henri Stein), e persino la "famigerata" Introduction aux études historiques (scritta con Seignobos): tutte opere ritenute strumenti indispensabili per il lavoro degli storici francesi. Sostiene ancora, in quel necrologio, che «i suoi bei studi documentari» sul periodo capetingio «forniscono una base solida alla storia economica del periodo». E si spinge fino ad elogiare i lavori di storia letteraria di Langlois!

Eppure, anche in questa occasione di circostanza, ma affrontata con grande sincerità, con tutta la delicatezza che gli è possibile, Bloch non rinuncia a dichiarare la sua totale estraneità (e l'estraneità delle "Annales") al modo di fare storia di Langlois: «L'opera ch'egli lascia è molto estesa, ma non interessa che indirettamente gli studi che noi qui perseguiamo». Mai Langlois era stato attratto da quelle «ricerche di struttura sociale», né da quella «storia religiosa o intellettuale» che costituivano l'orizzonte delle ricerche storiche delle "Annales". Estraneità tematica, dunque. Certo, ma non solo! Ciò che era mancato a Langlois, secondo Bloch, il quale anticipa qui con tutta evidenza il giudizio dell'Apologie cui abbiamo accennato, era quello sguardo "in profondità" (en profondeur) che aveva invece saputo esercitare Durkheim. La sua era stata la storia di uno spirito raffinato ma inguaribilmente scettico, prodotto di una "rinuncia storica" (renoncement historique) che gli aveva impedito di guardare alla storia "dall'interno" (par le dedans), di scoprire «le grandi correnti nascoste della vita umana». Un renoncement che lo aveva chiuso in una storia sentita come "gioco estetico" (jeu ésthétique), che lo aveva spinto a «voler ridurre tutta una parte della storia a nient'altro che a scelta di documenti, se non riprodotti parola per parola, almeno semplicemente analizzati»19.

Questa la critica a Langlois! Ma questa critica allo scepticisme, al renoncement historique, non era riservata al solo Langlois. Bloch vi coinvolgeva anche l'altro suo maître, Charles Seignobos. Anche a lui Bloch rimproverava di tenere basso il volo della storia, tarpandolo con mille cautele, negandogli slancio, autentica curiosità intellettuale. Gli rimproverava la formula stessa con la quale Seignobos aveva espresso quella sua prudenza: «è utile porsi delle domande, ma spesso è pericoloso rispondervi»20. Non era stata quella formula a portarlo, insieme a Langlois, a relegare tra le domande oziose persino la domanda che per Bloch era, al contrario, il nocciolo profondo della motivazione alla ricerca storica: «a che serve la storia?»21. E se i fisici si fossero comportati allo stesso modo, si domandava, se non avessero fatto «professione d'audacia», dove sarebbe ora la fisica?

Langlois e Seignobos appartenevano dunque, secondo Bloch, alla schiera degli historiens historisants, di quegli storici che vedevano «l'essenza della storia nella negazione stessa delle sue possibilità», che tendevano a riconoscervi «una sorta di gioco estetico» piuttosto che «una conoscenza veramente scientifica». A cavallo del secolo, questi «lavoratori profondamente onesti, ma di respiro corto»22, avevano preso una strada senza futuro, proprio quando Durkheim invitava gli storici «ad analizzare [la storia] più in profondità (en profondeur), a stringere i problemi più da vicino»23.

1.5. La "lezione" del padre

Bloch aveva subito risposto positivamente a quell'invito di Durkheim, diversamente da quanto avevano fatto i suoi "maestri". Lontano, lontanissimo, già a vent'anni, dalla loro histoire historisante e dalla loro histoire événementielle. La Méthodologie del 1906 mostra che i suoi veri maestri, i maestri più ascoltati, più efficaci, non erano stati Langlois e Seignobos. Più efficace era stato Emile Durkheim. E più di Durkheim, o comunque accanto a Durkheim, Henri Berr. E accanto a Durkheim e a Berr, e forse ancor più di questi ultimi, vero maestro, maestro en profondeur, era stato suo padre, Gustave Bloch.

È peraltro probabile che Bloch dovesse proprio a suo padre e ai suoi interessi culturali, alla sua biblioteca, al suo ambiente intellettuale, la conoscenza delle riviste di Durkheim e di Berr. A lui probabilmente dovette anche l'introduzione al dibattito durissimo suscitato da Durkheim e dalla sua scuola intorno alla histoire traditionnelle. Non a caso nel 1908 troviamo Gustave Bloch presente, e attivamente partecipe, al confronto diretto tra Durkheim e Seignobos. E non si tratta di una partecipazione trascurabile per la nostra questione: sono anzi propenso a credere che scrivendo i passi dell'Apologie sopra citati, Bloch ricordasse ancora il senso di quell'intervento.

Pur distinguendosi dal sociologo Durkheim, Gustave Bloch aveva attaccato duramente lo storico Seignobos: «Io sono veramente spaventato dallo scetticismo (scepticisme) di Seignobos. A dargli retta, che resterebbe della storia? Press'a poco nulla»24. Sono evidenti le tracce lasciate da questo intervento di Gustave nelle frasi di Marc che abbiamo citato sopra, dall'accusa di scetticismo lanciata contro Seignobos, alla formulazione della domanda sui destini della storia, sostituita da Marc, pudicamente, con la domanda sui destini della fisica! Sono segnali lessicali inconfondibili, che svelano la straordinaria "memoria" di Bloch, la sua specifica capacità di riattualizzare perennemente le sue esperienze intellettuali passate.

Del resto lo stesso Bloch ha più volte direttamente sottolineato l'importanza del padre nella sua formazione. Nel 1920 gli dedicò Rois et serfs: «A mio padre, il suo allievo»25. Più tardi, con riferimento più esplicito alla sua formazione di storico, ebbe a dichiarare, nella breve e tenerissima premessa del 28 dicembre 1923 ai Re taumaturghi: «Io debbo a mio padre il meglio della mia formazione di storico; le sue lezioni, cominciate fin dall'infanzia, e che non cessarono mai in seguito, mi hanno segnato con un'impronta che vorrei incancellabile»26.

Comunque si voglia valutare quell'"impronta", certo è che le paginette della Méthodologie apparirebbero assai sorprendenti, improbabili, e forse incomprensibili, senza il retroterra di un ambiente intellettuale capace di collocare uno studente ventenne, "aspirante" storico, alla punta avanzata del dibattito storiografico. A quel dibattito Bloch non si presenta come un passivo e sprovveduto ripetitore di tesi altrui. Vi manifesta le ambizioni di chi già cerca una sua strada alla storia. Una ricerca certo ancora acerba, non aliena da prese di posizione aspre e fors'anche un po' estreme, ma già consapevole dell'importanza delle poste implicate nel dibattito. In quegli appunti compaiono per la prima volta, in "forma fluttuante" e con "contorni vaghi", "idee" destinate a diventare luoghi stabili della sua riflessione matura. "Idee" ancora incerte ma che già lo pongono decisamente fuori e contro la storia evenemenziale. La tessitura del suo futuro "mestiere di storico" vi traspare già in filigrana. La mappa dei problemi che alimenteranno la sua riflessione teorica e metodologica vi è già schematicamente delineata. Certamente i "topoi" costitutivi di quella riflessione si chiariranno meglio nel corso del suo lavoro, e procederanno assai lontano, e acquisteranno una definizione più nitida e luminosa, più ampia e intellettualmente generosa. Tuttavia essi sono già come "profeticamente" annunciati in queste note giovanili: la Méthodologie è una sorta di "prolessi" dell'itinerario intellettuale di Bloch. L'albero che produrrà la sua "nuova storia" ha già gettato qui le sue prime, tenere radici.

2. La "lezione" di Durkheim

2.1. La storia non è una scienza: "fatto storico" e "fatto sociale"

La storia fu sempre, per Durkheim, un terreno di riflessione fondamentale per la costruzione della sua sociologia. Fu, anzi, il terreno privilegiato dal quale riteneva si dovesse trarre la "materia" necessaria alla costruzione di una teoria scientifica della società. Solo guardando al "passato" si poteva dimostrare che la "condotta umana" era riconducibile a "rapporti di causa ed effetto" e, dunque, che era possibile costruire una scienza della società27. Era dunque inevitabile ch'egli si occupasse del valore degli "oggetti" che gli provenivano dalla storia, e che stabilisse con la storia un dibattito vitale, un rapporto al tempo stesso conflittuale e costruttivo. Un rapporto che la stessa Préface all'Année sociologique (1896-97) delinea con chiarezza.

Dando vita alla sua rivista Durkheim si era posto due obiettivi. Da un lato egli intendeva svolgere un servizio interno alla sociologia: fornire ai sociologi una conoscenza critica e articolata delle "scienze speciali", della storia in modo particolare, attraverso la raccolta e l'esame dei materiali empirici di cui esse erano ricche e che egli riteneva indispensabili alla costruzione della "scienza sociale". Senza quei materiali la sociologia si sarebbe condannata a un «vano esercizio di dialettica»; sarebbe stata resa inutilizzabile dalla sua «insufficiente documentazione» e dal «carattere troppo generale delle nostre teorie»28. Era invece necessario «avvicinare la sociologia» alle «scienze speciali», le quali, purtroppo, fino ad allora ne erano rimaste lontane, «con grandissimo danno loro e nostro»29: era urgente accostarle alla sociologia, fino a scioglierle nella scienza generale. Dall'altro egli si proponeva di svolgere un servizio per la storia: sviluppare una critica radicale delle procedure dominanti nella sua tradizione, al fine di spingere lo storico a «oltrepassare il suo punto di vista ordinario». Se i sociologi mancavano di ricerche empiriche, gli storici ne erano invece schiacciati, privi com'erano di una teoria scientifica capace di spiegarle. La storia infatti, non era riuscita fin ad allora a costituirsi in scienza. Era rimasta priva di fondamenta scientifiche, proprio perché priva di una teoria esplicativa («la storia può essere una scienza solo nella misura in cui spiega»). Ed era priva di una teoria esplicativa perché priva di quello strumento fondativo di ogni spiegazione che è la comparazione («e non si può spiegare che comparando»). Senza comparazione la storia era di fatto incapace di realizzare perfino quello che la sua tradizione maggiore aveva sempre considerato come uno dei suoi principali e specifici obiettivi, la descrizione: «anche la semplice descrizione non è quasi possibile altrimenti; non si descrive bene un fatto unico, o del quale si possiedono solo rari esemplari, perché non si può vedere bene»30.

E c'era di più! La storia era priva di fondamento scientifico perché incapace di costruire il suo oggetto scientifico. Tale, infatti, secondo Durkheim, non era quel fait unique, il «fatto unico e irripetibile» che essa poneva al fondo del suo lavoro. Il «fatto unico e irripetibile», incomparabile per definizione, le impediva di costruire quella logica esplicativa che sola definisce la scienza. In tal modo la storia si precludeva la possibilità di attingere alle "questioni generali"; a quelle questioni che sole erano «comparabili», «misurabili», e dunque suscettibili di «spiegazione scientifica», anche quando potevano essere svelate dai «fatti particolari» che la tradizione storica tanto prediligeva. I «fatti particolari», gli «individui», questi oggetti prediletti della storia, costituivano di fatto per essa insuperabili ostacoli epistemologici. Era indispensabile che la storia si ponesse al più presto in condizione di pensare nuovi e diversi "oggetti".

In realtà tutta la riflessione di Durkheim intorno all'oggetto della "scienza sociale" era fondata sulla distinzione tra i fenomeni e gli avvenimenti che costituiscono il materiale della vita sociale. E su questo tema egli impostava il suo rapporto con la storia. Nella Préface aveva cercato di indicare allo storico le caratteristiche di quei "fatti" che soli possono consentire alla storia di assurgere al livello di scienza. "Fatti" pensati in modo radicalmente diverso da quelli utilizzati dalla storia. I "fatti storici", tradizionalmente intesi, i fatti unici, i fatti particolari, gli avvenimenti particolari, le individualità storiche («legislatori, uomini di Stato, generali, profeti, innovatori d'ogni genere ecc.») dovevano essere "eliminati" dalla considerazione di chi voleva fare scienza. Così come doveva essere eliminato «tutto ciò che è biografico sia degli individui, sia delle collettività». Non che tutta questa congerie di fatti dovesse essere rifiutata in via di principio! Essi potevano e dovevano essere trascurati perché di per sé, per la loro «fluidità» e «contingenza», erano privi di qualsiasi «costanza» e di qualsiasi «regolarità», e non avevano dunque significato per l'intelligenza scientifica della storia31.

Solo i fatti che potevano dar vita a gruppi, a tipi, a leggi erano dotati di valore scientifico: per la loro «costanza» e «regolarità» consentivano infatti di essere «comparati» e «misurati». Fatti "determinati", non generici, essi potevano essere reperiti solo su terreni specifici, sul terreno dei costumi, del diritto, delle credenze religiose, ad esempio: solo nell'ambito di questi territori la riflessione, «metodicamente impiegata», avrebbe potuto scoprire l'«esistenza delle leggi». Solo quei fatti, «determinati» dalle «leggi» che li reggono, potevano entrare in un sistema di comparazioni, ed erano dunque «suscettibili di essere, in un futuro abbastanza vicino, incorporati nella scienza». Al contrario, gli avvenimenti della storia politica, «sequenza di dinastie, guerre, negoziati, storie parlamentari», con i quali soltanto, aveva consuetudine la storia tradizionale, erano fatti casuali, indeterminati. Erano «manifestazioni superficiali» della storia; materiali di una "storia apparente".

È evidente che a Durkheim premeva l'espansione in ambito storico del suo concetto di "fatto sociale", vero fondamento della sociologia. Se la storia fosse stata in grado di assumere come fatto storico il fatto sociale, il fenomeno sociale, i rapporti tra le due discipline sarebbero mutati profondamente: non sarebbero stati più necessariamente rapporti antagonistici, bensì rapporti di collaborazione, e forse persino di identificazione. Si sarebbe potuto dire allora: «tutto ciò che è storico è sociologico».

Storia e sociologia, rette da un rapporto fondato sulla condivisione dello stesso "oggetto", dall'identità dei concetti di "fatto storico" e di "fatto sociale", avrebbero guadagnato automaticamente il loro passaggio tra le "scienze positive", entro una scienza sociale unificata: «tutto fa prevedere che esse sono chiamate a confondersi in una disciplina comune in cui gli elementi dell'una e dell'altra si ritroveranno combinati e unificati». Nel rapporto con la sociologia, infatti, la storia avrebbe acquisito quella comparazione che è il "proprio" della scienza sociale. E la sociologia, a sua volta, avrebbe perso quella sua tendenza all'astrazione, a "dogmatizzare", che rischiava di renderla incapace di fondarsi sui fatti; su quei fatti che gli storici certo non sapevano scegliere sul terreno più appropriato, ma per il cui trattamento possedevano tecniche raffinate.

Qui, in fondo, è lo scopo dell'Année sociologique: fare in modo che gli storici «sappiano vedere i fatti storici da sociologi», e i sociologi «possiedano tutta la tecnica della storia». È assurdo che colui che possiede la capacità di scoprire i fatti ignori «in quali comparazioni debbono entrare». Così come è assurdo che colui che possiede le competenze necessarie per porli in comparazione ignori «come sono stati scoperti»32.

Questo è il punto più avanzato segnato da Durkheim nei rapporti tra storia e sociologia. E la Préface è un testo importante per la Méthodologie di Bloch. Ma altrettanto importanti, e forse ancor più determinanti, sono Les Règles de la méthode sociologique, pubblicate nel 1895 e ristampate nel 1901. È importante, in particolare, la forte curvatura che vi assume il concetto di fatto sociale. Le Règles, con maggior determinazione, e più ampie motivazioni di quanto facesse la breve Préface dell'Année, impongono alla sociologia e alla storia di sostituire il fatto individuale, l'événement, con il fait social. Fatto sociale e avvenimento svelano qui la loro diversa natura, le diverse matrici da cui traggono origine: l'uno, infatti, si radica nel substrato dell'individuo, l'altro in quello della società. L'"idea" di Bloch, così perentoria nella Méthodologie, di sostituire l'événement con il phénomène, nasce con tutta evidenza da queste pagine delle Règles.

Le Règles disegnano un "fatto sociale" radicalmente isolato dall'"individuo". Lo ricercano e lo individuano solo all'interno di ambiti che non dipendono dalla coscienza e dalla volontà individuali. Insistono con particolare fermezza sul carattere esterno del fatto sociale: esso è una cosa, ed è sociale in quanto vive en dehors dell'individuo33. E in quanto esterno esso non è una libera scelta dell'individuo: il fatto sociale è per lui una necessità, una imposizione dall'esterno. Definito in rapporto all'individuo il fatto sociale si fonda su due tratti fondamentali: l'esteriorità e la coercizione34.

I "fatti sociali" non sono in alcun modo frutto dell'azione individuale, né possono esserne in alcun modo influenzati. Sono "sociali" solo quei fatti che l'individuo trova costituiti fuori di sé: «Quando assolvo al compito di fratello, di marito o di cittadino, quando eseguo gli impegni che ho contratto, io adempio a doveri che sono definiti, al di fuori di me e dei miei atti, nel diritto e nei costumi. Anche quando essi sono d'accordo con i miei propri sentimenti ed io ne sento interiormente la realtà, questa non cessa di essere oggettiva, poiché non sono io che li ho fatti, ma li ho ricevuti dall'educazione»35. Lo stesso avviene per le "credenze" e le "pratiche" religiose: «il fedele le ha trovate già fatte alla sua nascita; se esse esistevano prima di lui, è perché esistono al di fuori di lui»36.

Su specifici terreni, ad esempio sul terreno delle murs, del droit, delle croyances religieuses, è possibile trovare «modi di agire, di pensare e di sentire che presentano questa notevole proprietà: esistono al di fuori delle coscienze individuali»37. I fenomeni sociali si alimentano al terreno dell'educazione, del diritto e della morale, della religione, dei sistemi finanziari, ecc. e si impongono all'individuo dall'esterno. Sono fatti che non dipendono dall'individuo e che affondano le loro radici in altro "substrato", nel substrato della società. Esistono «al di fuori delle coscienze individuali» e indipendentemente dalle «ripercussioni individuali».

Ma non solo essi «sono esterni all'individuo»: sono anche «dotati di un potere imperativo e coercitivo in virtù del quale si impongono a lui, con o senza il suo consenso»38. La "devianza" dell'individuo dalle loro imposizioni comporta sempre una sanzione, una pena. La società censura o punisce chi ne trasgredisce le regole, lo esclude da sé o gli fa sentire comunque la sua disapprovazione. Ciò vale non solo quando si cerca di trasgredire le regole esplicitamente stabilite dal diritto, il quale, naturalmente, reagisce per impedire e punire i "reati". Vale anche per trasgressioni di valori puramente interiorizzati, morali, non decretati dal diritto. Così come vale per qualsiasi "istituzione" culturale: nessuno mi obbliga a parlare francese in Francia, ma se non lo faccio non vengo capito. Se sono un industriale «nulla mi vieta di lavorare con procedimenti e metodi del secolo scorso; ma se lo faccio è certo che vado incontro alla rovina»39.

I fatti sociali, fatti "regolari" e "generali", affrancati dalla "contingenza" e dalla casualità individuali, costituiscono lo strato profondo della vita sociale e della sua storia. Strato profondo che Durkheim contrappone allo strato superficiale che si manifesta attraverso la congerie dei fatti "particolari", "individuali", attraverso ciò che è biografico, negli individui e nella collettività. Gli avvenimenti della storia politica, «sequenza di dinastie, guerre, negoziati, storie parlamentari (suite des dynasties, guerres, negociations, histoires parlementaires)», sui quali si costruisce la storia tradizionale, sono, tipicamente, «manifestazioni superficiali» (manifestations superficielles) della storia; costituiscono il materiale di una «storia apparente» (histoire apparente).

Qua si trova, con tutta evidenza, la matrice dell'opposizione tra "storia profonda" e "storia superficiale" che sarà propria di Bloch e di tutta la "nuova storia"!40

2.2. La lezione di Durkheim nella Méthodologie

La lettura che abbiamo fatto finora di Durkheim è, naturalmente, lo confesso, una lettura orientata. Chi ha familiarità con l'opera di Bloch avrà avvertito il nostro tentativo di far "sentire", come da lontano, per suggestioni interne, attraverso il lessico ad esempio, i fili del discorso durkheimiano con i quali Bloch, a tratti, tesse i suoi scritti. Abbiamo insomma tentato di individuare la "lezione di Durkheim", ponendoci sulle tracce di Bloch, entrando nelle sue letture, costretti a seguire, a volte, solo segnali lessicali casualmente (almeno in apparenza) disseminati nei suoi scritti, come i sassolini lasciati da Pollicino lungo la strada nel folto della foresta. Abbiamo cercato di delineare con confini ampi, ancorché non molto precisi, il discorso di Durkheim nel quale egli trovò, e ne ritrasse, ciò che andava cercando. Lavoro non inutile, spero. Ma ora è tempo di stringere quella lettura più da vicino, par le dedans, cercando di coagularne in pochi tratti essenziali ciò che noi leggiamo in Bloch.

Un'analisi minimamente attenta degli appunti della Méthodologie può essere sufficiente al nostro fine. Il succo di quella lezione ci appare concentrato in tre tesi fondamentali, le quali seguono, quasi alla lettera, le formulazioni di Durkheim, e risentono, persino nel tono, nel colore della scrittura, del clima creato dalla polemica scatenata da François Simiand:

1. «la storia non ha un'esistenza scientifica (l'histoire n'a pas d'existence scientifique)»;

2. «ciò che importa è sostituire a un metodo cronologico [] e empirico, un metodo analitico (il importe de substituer à une méthode chronologique [] et empirique, une méthode analytique)»;

3. «sostituire alla nozione di avvenimento la nozione di fenomeno (substituer à la notion d'événement celle de phénomène)».

Malgrado la perentorietà, così caratteristicamente giovanile, o forse proprio grazie ad essa, alla sua rinuncia alle nuances, queste "tesi" ci rivelano la presenza della "lezione" di Durkheim, già qui, in questa prima espressione della formazione culturale di Bloch. È qui il punto di avvio del suo itinerario scientifico, con tutta evidenza già fuori e contro la storia evenemenziale; in queste petizioni di principio, dichiarate come "en exergue", ancora prima di avviare una qualche specifica ricerca storica.

La prima "tesi", la tesi generale, annuncia ed enuncia con convinzione l'impegno assunto dal giovane "aspirante storico" nella ricerca di un'epistemologia storica, di una méthodologie, capace di trasformare la storia da "racconto" di avvenimenti in "scienza" di fenomeni sociali. «La storia non ha esistenza scientifica», afferma Bloch. E l'affermazione basta a dirci, in modo inconfutabile, che la sua ricerca del nuovo metodo storico si avvia dall'interno della polemica di Durkheim contro gli storici historisants: «la storia [attuale] non può essere una scienza (l'histoire ne peut être une science)», aveva infatti affermato a sua volta Durkheim.

E aveva continuato, lo abbiamo visto or ora: «la storia non può essere una scienza che nella misura in cui essa spiega; e non si può spiegare che attraverso la comparazione. Persino la semplice descrizione non è possibile altrimenti: non si può descrivere bene un fatto unico o di cui non si possiedono che rari esemplari, poiché [senza comparazione] non lo si può vedere bene (l'histoire ne peut être une science que dans la mesure où elle explique, et l'on ne peut expliquer qu'en comparant. Même la simple description n'est guère possible autrement; on ne décrit pas bien un fait unique ou dont on ne possède que de rares exemplaires parce qu'on ne le voit pas bien)» (corsivo mio)41.

Durkheim aveva stabilito così identità di fondo, da un lato, tra la storia praticata in quegli anni e la descrizione e, dall'altro, tra la scienza e la spiegazione. E di conseguenza aveva costituito un'opposizione frontale tra la storia che descrive e la scienza che spiega: opposizione destinata a diventare uno dei temi fondamentali dei primi anni dell'Année sociologique. Nei suoi appunti della Méthodologie Bloch non fa che ripetere la posizione di Durkheim: la storia non è una scienza, e non lo sarà fino a che non assumerà i tratti distintivi delle scienze naturali; fino a che, in particolare, non abbandonerà la "descrizione" per passare alla explication e dunque alla méthode analytique.

E qui egli dispiega la sua seconda "tesi", riproducendo l'opposizione durkheimiana tra storia e scienza come un'opposizione tra descrizione e spiegazione. Il discredito in cui egli tiene la storia "descrittiva" appare talmente profondo da spingerlo a presentare proprio la "descrizione" come l'ostacolo principale alla costituzione scientifica della storia. Fino a spingerlo a rifiutare la stessa "nozione" di storia. Occorre rinunciare, egli sostiene con determinazione, alla stessa nozione eponima del tradizionale lavoro degli storici: occorre «scartare la nozione di storia (écarter la notion d'histoire)». E bisogna farlo seguendo l'esempio delle scienze della vita organica: «dal giorno in cui si è detto biologia invece di storia naturale, dal giorno in cui si è smesso di descrivere per spiegare e classificare, da quel giorno è stato fatto un gran passo (du jour où au lieu d'histoire naturelle on a dit biologie, du jour où on a cessé de décrire pour expliquer et classer, de ce jour on a fait un grand pas)» (corsivo mio)42. E non si ferma al caso della "biologia". Ancora parla, non diversamente da Durkheim, della "scienza morale": «ora non deve confondersi la scienza dei costumi con la storia dei costumi dalla quale essa prende i suoi materiali. Descrivere l'evoluzione di una idea o di una istituzione, non significa spiegarla (or la science des moeurs ne doit pas se confondre avec l'histoire des moeurs où elle puise sa matière. Décrire l'évolution d'une idée ou d'une institution, ce n'est pas l'expliquer)» (corsivo mio)43.

La seconda "tesi" della Méthodologie si presenta dunque, durkheimianamente, come un'opposizione radicale tra décrire e expliquer, tra histoire e science! Il metodo storico attuale è solo un metodo descrittivo (descriptif) e cronologico (chronologique), e in quanto tale «s'oppone al metodo analitico (analytique)»44, il quale è il solo capace di suscitare un'"esistenza scientifica" alla storia. Il rifiuto che Bloch oppone alla storia descrittiva, narrativa, e che sarà più tardi identificata come histoire-récit, si realizza dunque, fin d'ora, sotto lo stimolo di Durkheim.

Né si può dire che ciò avvenga passivamente, per pura imitazione. Quel rifiuto Bloch cerca di motivarlo consapevolmente, epistemologicamente, ponendo una stretta connessione tra descrizione, cronologia e empirismo. Ed è questa connessione che, appunto, tiene la storia lontana e fuori dal campo delle scienze. Egli ne individua la matrice teorica nel nesso che necessariamente lega il metodo storico tradizionale alla forma letteraria descrittiva, e dunque alla concezione cronologica del tempo storico: «il metodo storico», egli dice, è attualmente «un metodo descrittivo (la méthode "historique" est une méthode descriptive)». E più compiutamente: il metodo storico è un metodo descrittivo, empirico, cronologico. L'inserimento qui della cronologia nella non-scienza storica è di importanza assoluta: rivela come fosse già attivo in Bloch, ancora "aspirante storico", l'occhio dello storico futuro, che sarà così attento a rivelare la trama del tessuto temporale, fino a farne la specificità dell'analisi storica, ciò che distingue la storia dalle altre "scienze sociali".

Da questa attenzione posta sul "tempo" prende le mosse la terza tesi durkheimiana di Bloch: «sostituire alla nozione di avvenimento quella di fenomeno (substituer à la notion d'événement celle de phénomène)»45. Il nesso che nella storia corrente lega empirismo, racconto e cronologia trova ora il suo fondamento in una concezione del "fatto storico" inteso come événement. È l'événement che rende quel nesso "paradigmatico". L'avvenimento, infatti, non è suscettibile di analisi scientifica, poiché esso è «un insieme di fatti che hanno come solo tratto comune quello di essere collocati nella stessa casella della categoria tempo (un ensemble de faits qui ont pour seul trait commun d'être rangeés dans le même casier de la catégorie temps)»46. Fatti che non sono "determinati" da nessun rapporto interno e che dunque possono solo essere descritti uno ad uno, narrati e non analizzati. Inevitabilmente torna alla mente un altro passaggio del testo appena citato di Durkheim:

la storia, poiché dispone i fatti in serie lineari e li scagliona su piani differenti, rende impossibile qualsiasi comparazione. Tutto impegnato a distinguere i fenomeni gli uni dagli altri e ad assegnare a ciascuno il suo posto nel tempo, lo storico perde di vista ciò che essi hanno di simile. Egli sa percepire solo avvenimenti particolari che incatena gli uni agli altri; ma allora, rimanendo nel particolare, egli non fa opera di scienza (l'histoire, parce qu'elle dispose les faits en séries linéaires et les échelonne sur des plans différents, rend impossible toute comparaison. Tout occupé à distinguer les phénomènes les uns des autres et à marquer à chacun d'eux sa place dans le temps, l'historien perd de vue ce qu'ils ont de semblable. Il n'aperçoit que des événements particuliers qu'il enchaîne les uns aux autres; mais alors, restant dans le particulier, il ne fait pas oeuvre de science)47.

Non si dà scienza del "particolare". Si dà scienza, aristotelicamente, solo del "generale", perché solo il generale è misurabile e comparabile.

2.3. Durkheim-Bloch: ciò che "vive" e ciò che "muore"

Sulle tracce di Durkheim anche Bloch, nella Méthodologie, sostiene che una vera storia, una concezione scientifica della storia, può essere costruita solo attraverso lo studio dei faits généraux, attraverso l'analisi di «ciò che vi è in essa di più determinato (ce qu'il y a en elle de plus déterminé)». Fatti sociali, fatti generali: fatti determinati. La storia scientifica è "storia delle società", «scienza dei fenomeni del linguaggio, scienza dei fenomeni religiosi, scienza dei fenomeni economici (science des phénomènes du langage, science des phénomènes religieux, science des phénomènes économiques)»48. Questi territori costituiscono lo strato profondo della storia, e possono perciò fornire allo storico fenomeni capaci di essere sottoposti ad analisi scientifiche, appunto perché fatti generali e determinati. È a questi strati profondi della realtà storico-sociale che il ricercatore deve rivolgere la sua attenzione, abbandonando lo strato superficiale della storia dove fiottano gli avvenimenti.

Questa particolare scelta "territoriale" costituisce un'acquisizione stabile, definitiva, per la concezione della storia di Bloch. La concezione della "storia profonda" di Durkheim, storia delle murs, del droit, delle croyances religieuses, si installa nel cuore della Méthodologie, con una lievissima variazione lessicale (fenomeni linguistici, religiosi, economici), e tornerà anche in seguito pressoché con la stessa formulazione. La si ritrova, soprattutto, in uno dei passaggi-chiave delle Fausses nouvelles:

qui è una lezione di scetticismo che ci danno gli psicologi; ma occorre aggiungere che questo scetticismo tocca soltanto cose molto superficiali; la storia giuridica, o economica, o religiosa non è toccata; ciò che vi è di più profondo nella storia potrebbe ben essere anche ciò che vi è di più sicuro (ici c'est une leçon de septicisme que nous donnent les psychologues; mais il faut ajouter que ce septicisme n'atteint guère que des choses fort superficielles; l'histoire juridique, ou économique, ou religieuse n'est pas touchée; ce qu'il y a de plus profond en histoire pourrait bien être aussi ce qu'il y a de plus sûr)49 (corsivo mio).

La presenza di una forte "lezione" di Durkheim in Bloch non pare dunque contestabile: essa incide in modo determinante sulla sua convinzione della non-esistenza scientifica della concezione storica "tradizionale", e sulla sua scelta di cercare fin dagli inizi un "sentiero" lontano dalla histoire historisante. È una lezione fondativa del suo pensiero storico. E sta già fortemente impressa nella Méthodologie, alle origini stesse della formazione dello storico. E tuttavia, pur nel consenso di fondo, Bloch sembra marcare, già nella Méthodologie, una sua specifica autonomia dal durkheimismo50. E lo fa su punti non secondari.

Colpisce, ad esempio, che in tutta la Méthodologie non si incontri una sola volta la parola comparaison. Potremmo esser tentati di spiegarne l'assenza, semplicemente, col carattere estemporaneo di quegli appunti. Tuttavia la circostanza non può non suscitare qualche interrogativo: troppo grande è il rilievo che la comparazione aveva avuto nei testi di Durkheim, e troppo profonda sarà la sua futura incidenza, lo sappiamo, nei lavori maturi di Bloch!

Non può non porre problema il fatto che Bloch non faccia cenno alla comparazione proprio mentre seleziona i suoi fatti plus déterminés e plus profonds negli stessi territori indicati da Durkheim, e da questi scelti proprio perché privilegiati dall'analisi comparativa. Secondo Durkheim (il testo della Préface lo abbiamo già citato, ma è opportuno richiamarlo ancora), si doveva alla comparatistica, e soprattutto ai lavori delle «scuole storiche ed etnografiche» tedesca e inglese, il merito di aver scandagliato e analizzato i luoghi sociali capaci di esibire "fatti" utili per l'analisi scientifica. Da quei luoghi, e non da altri, potevano provenire i fatti sociali suscettibili di essere «incorporati nella scienza», che potevano, cioè, «entrare nella comparazione»51.

Lo spazio sociale compreso tra il droit, la morale e la religion52 costituiva per Durkheim il campo di esercizio privilegiato, ancorché non esclusivo, della comparaison. Proprio la frequentazione di questo spazio privilegiato della comparaison fornirà a Bloch l'inventio dei temi centrali delle sue ricerche, ivi compresa la "regalità mistica", il tema dei suoi Re taumaturghi. Questo spazio, lo spazio della science sociale di Durkheim, gli apparirà sempre, di volta in volta, come il plus déterminé, il plus sûr e il plus profond, il solo capace di offrire un solido fondamento per la "storia delle società".

Non può essere privo di una sua ragione, dunque, il fatto che nella Méthodologie Bloch non usi mai il termine "comparazione". Questo silenzio nasconde evidentemente un qualche imbarazzo. Personalmente sono portato a credere che, pur guardando alla comparaison come all'elemento determinante per spostare la storia dal metodo "descrittivo" al metodo "analitico", e dunque per collocarla sul terreno scientifico, Bloch nutrisse già allora, nei confronti della specifica "comparazione sociologica" di Durkheim, un disagio e una diffidenza che avrebbe esplicitato e formulato in critiche circostanziate solo molti anni più tardi.

La "comparazione" di Durkheim sollecitava lo storico a cercare i propri oggetti lontano nel tempo e nello spazio. Imponeva di porre a confronto "specie sociali distinte", prive di rapporti storici diretti e documentati. Se si vuole «spiegare lo stato attuale» di istituzioni sociali europee come la famiglia, il matrimonio, la proprietà ecc., bisogna uscire dalla «storia comparata delle grandi società europee Bisogna risalire più in alto». Bisogna guardare più lontano, cercare in altre società, le quali, ancorché prive di rapporti storici diretti con l'Europa, si trovino in quello stadio di sviluppo che le società europee hanno attraversato alla loro origine e che hanno ormai lasciato, dimenticato, nel fondo del passato53.

Quel metodo comparativo che Durkheim chiamava "genetico", o delle "variazioni concomitanti", avrebbe dovuto spingere lo storico ad allontanarsi dall'oggetto proprio del suo studio, storicamente circoscritto, per ricercarne l'analogo in altri "paesi" e in altri "periodi". Si trattava dunque di una comparazione intesa come «ricerca metodica delle somiglianze», fondata sull'analogia, e particolarmente diffusa nelle scienze etnografiche e storico-religiose. Durkheim la giudicava una «forma legittima di comparazione»54. Ma Bloch, quando ebbe ad occuparsene in relazione ai lavori di Frazer, nei Re taumaturghi e nel saggio Per una storia comparata delle società europee, la sottopose a una critica sottile e insistita. Richiamandosi al modello della comparazione linguistica di Meillet, e in analogia con la distinzione tra "linguistica generale" e "linguistica storica", definì la comparazione sociologica (ed etnologica) una comparazione «à longue portée», contrapponendole una comparazione a «horizon restreint» che gli sembrava più affidabile55 e più adatta alla prospettiva dell'analisi storica.

Orbene, quelle critiche contro la "comparazione" sociologica sono in embrione già presenti nella Méthodologie, almeno per due aspetti assai caratterizzanti. È già embrionalmente accennato quell'attacco al "ragionamento per analogia" che nei Re taumaturghi troverà la sua espressione "chiara e distinta". Già nel 1906, infatti, Bloch non giudica rassicurante l'analogia, sa che essa può essere trompeuse56. Egli avverte, probabilmente in modo non del tutto chiaro, che sul modo di concepire la comparazione non gli è possibile convenire del tutto con Durkheim. Ma questo disagio di fronte alla comparazione, sulla quale il sociologo aveva costruito l'oggetto stesso della sua "scienza sociale", il suo "fatto sociale", è per noi un segnale di allerta, la spia di un possibile più ampio disagio: ci avverte a non schiacciare troppo rapidamente Bloch su Durkheim. E ci apre un orizzonte di dubbi. E ci spinge a tentare altri orizzonti.

3. Da altre terre, lontane da Durkheim: gli "aînés"

3.1. Una diversa concezione della società e della storia

L'assenza della nozione di "comparazione" nella Méthodologie, e le considerazioni che essa suscita, ci spingono, dunque, a sospettare che Bloch non assorbisse passivamente e acriticamente la "lezione" di Durkheim. È lecito ipotizzare che il disagio di fronte alla comparazione, di fronte cioè all'elemento sul quale Durkheim aveva costruito il "fatto sociale", si ripercuotesse e si ripetesse anche nei confronti di altri aspetti della "lezione" e, appunto, anche di fronte allo stesso "fatto sociale"?

In realtà quel concetto è posto a fondamento della critica durkheimiana alla storia, ed esso ebbe un ruolo decisivo nel collocare Bloch fuori e contro la storia historisante.

Nella Préface all'Année sociologique, come abbiamo visto, Durkheim aveva affermato con determinazione che il principio della comparazione sarebbe stato sufficiente a tener fuori dalla considerazione della rivista «i lavori nei quali il ruolo delle individualità [] è l'oggetto principale e esclusivo della ricerca []. In una parola, tutto ciò che è biografico sia degli individui, sia delle collettività è, attualmente, senza utilità per il sociologo»57. Affermazione importante, che il giovane Bloch accolse pienamente.

Pienamente? O solo a metà? Certo egli condivideva pienamente la condanna dei lavori che riservavano uno spazio esclusivo alle "individualità storiche". Così come condivideva il rifiuto per il trattamento biografico o cronologico di tutto ciò che anch'egli identificava con delle manifestazioni superficiali della storia (le dinastie, le guerre, i trattati ecc.). E tuttavia, da una lettura fatta "sospettosa", e più attenta, forte ci viene l'impressione che alla "lezione" di Durkheim egli opponesse una sorta di "censura", un filtro capace di rigettarne alcuni tratti e di accoglierne altri.

Proprio qui, sul "fatto sociale", nel cuore stesso di quella "lezione", sembra attivarsi nel giovane "aspirante storico" un dissenso neppure tanto sotterraneo, e che, anzi, a ben guardare, risulta esplicito e consapevole. La pura e semplice esclusione dell'individuale dal sociale, dovette apparirgli troppo astratta, semplicistica, in fondo inaccettabile. Bloch rifiutò l'esclusione dell'individuo dall'universo del sociale e, di conseguenza, rifiutò l'esclusione della psicologia dall'analisi storica. Ed è a partire da questo punto che, deviando da Durkheim, Bloch aprì la sua personale via alla storia: non a caso egli divenne uno storico e non un sociologo!

Può sembrare paradossale, ma è probabile che proprio Durkheim, in Qu'estce qu'un fait social?, offrisse a Bloch la via di fuga dal suo dominio, indicandogli un terreno di lavoro prossimo alla sociologia ma da questa nettamente distinto. Nell'intento di isolare concettualmente il fatto sociale da qualsiasi interferenza con il fatto particolare e individuale, il sociologo li aveva ancorati a substrati diversi e distinti, rispettivamente alla società e all'individuo, costituendoli in una vera e propria dualité de nature. Questa operazione gli aveva consentito di estraniare dal campo della sociologia persino quei fatti che, pur essendo "generali" e "sociali", risultassero però percepibili solo attraverso le loro manifestazioni private. Per Durkheim il vero fatto sociale «è distinto dalle sue ripercussioni private». Queste ripercussioni interessano certo la sociologia, ma non ne costituiscono l'oggetto immediato. Esse non sono «fenomeni propriamente sociologici», perché non sono frutto soltanto della società, ma dipendono anche dalla «costituzione organico-psichica (constitution organico-psychique) dell'individuo». Sono dunque di «natura mista», sono fatti che «appartengono nello stesso tempo ai due regni», al regno sociale e al regno individuale: «li potremmo chiamare socio-psichici (on pourrait les appeller socio-psychiques)».

Ora l'individuazione di questo tertium tra l'individuale e il sociale (intesi alla maniera di Durkheim) è per Bloch di assoluto valore: egli vi scopre lo spazio per una concezione della società che lo allontana in modo deciso da Durkheim.

Si apre qui, dinanzi a lui un continente nuovo, alternativo certo alla "storia tradizionale", ma alternativo anche alla "sociologia". E questo nuovo territorio Bloch identifica come il territorio proprio della storia. Non di una storia parcellizzata, ma di una storia che tenga insieme i fili della vita individuale e della vita sociale. Qui egli fonda la specificità della storia, un modo di concepire la società e i suoi fatti da "storico", e non da "sociologo".

È la stessa nozione di società, dunque, a segnare la separazione di Bloch da Durkheim. In Durkheim la società è un tutto organico, che non si identifica con la somma degli individui che la compongono (il tutto non è uguale alla somma delle parti). Ed anche per Bloch la società non è la meccanica somma degli individui. Ma non è neppure qualcosa di assolutamente distinto dagli individui, di esterno agli individui. Egli cerca di definirla in modo diverso, un po' a tentoni, forse, ma in modo nuovo. La società è un "ensemble" di individui, «o meglio non un insieme, ma un raggruppamento (ou mieux pas un ensemble, mais un groupement)». Una personalità, dirà più tardi, non una cosa. La società è una realtà distinta dagli individui, e possiede certo sue leggi specifiche. Ma queste leggi si sovrappongono (se superposent) a quelle che governano gli individui, non s'impongono (s'imposent) ad essi, come voleva Durkheim.

In questa differenza tra insieme e raggruppamento, tra sovrapposizione e imposizione, si apre il varco destinato, fin dall'inizio, a tener lontano Bloch dall'organicismo durkheimiano. Si apre da qui lo spazio per quell'analisi del rapporto individuo-società, che costituirà il tratto fondamentale della sua "scienza storica", e che già nella Méthodologie, nel momento di sua massima vicinanza alla sociologia durkheimiana, egli chiama non sociologia ma psico-sociologia.

3.2. La storia della "critica storica": Gabriel Monod

L'attività di questa "censura" ci invita a pensare che già nella Méthodologie il durkheimismo giungesse a Bloch non direttamente, ma condizionato e filtrato. Forse attraverso la stessa "scuola" di Durkheim, già ricca, ai primi anni del secolo, di contributi variegati; attraverso Simiand certamente. Ma soprattutto attraverso l'ambiente intellettuale in cui il giovane Bloch vive, e al quale lo apre il padre Gustave. Nella Méthodologie, non a caso, avvertiamo attive altre letture e altre riflessioni, che si affiancano e complicano quelle provocate da Durkheim. Altre voci parlano in queste poche righe, alcune esplicitamente citate, tracce di un universo di interessi e di curiosità non comune negli storici del tempo. Bisognerà aspettare la pubblicazione degli appunti di lettura consegnati nel manoscritto dei Mea, o di altro materiale inedito analogo, per poter meglio apprezzare pienamente l'orizzonte culturale in cui si muove Bloch. E tuttavia, dalle poche citazioni esplicite, alcune piste si possono già individuare, sia pure in forma di abbozzo assai approssimativo.

Particolarmente interessanti, naturalmente, sono i riferimenti al lavoro di alcuni storici del xix secolo, che lasciano intravedere la ricerca di una tradizione trasversale cui ricollegare, senza pregiudizi, le posizioni acquisite contro la "storia tradizionale". I riferimenti alla storia del "metodo di ricerca" della storia sono significativi di uno sguardo rivolto alla tradizione storiografica tutt'altro che succube della sociologia, e teso a cercare e rilevare un filo rosso metodologico, di pensiero storico, a cui alimentarsi nella sconvolta situazione culturale del nuovo secolo. È evidente il suo tentativo di trovare per sé una collocazione precisa all'interno della storia della storiografia, un punto dove collocarsi, entro una tradizione specifica, anche se in gran parte ancora da ricostruire, di storia come scienza, e in particolare di storia come scienza sociale.

È noto che nell'Apologie quella storia è distesamente narrata, nel terzo capitolo dedicato alla Critique. Il primo paragrafo vi è intitolato, appunto, all'abbozzo di una Storia del metodo critico. Là si trova tracciato uno schema interpretativo fondato su una periodizzazione assai scarna, è vero, ma anche assai precisa. Bloch identifica la prima tappa di questa storia con la generazione dei grandi eruditi nati negli anni del Discorso sul metodo di Cartesio, Mabillon in testa. Ad essi va riconosciuto il merito di aver fondato il metodo critico nell'analisi dei testi: la data di fondazione della "critica dei documenti", cioè la pubblicazione nel 1681 del De re diplomatica, fu «una grande data nella storia dello spirito umano»58.

La seconda tappa viene individuata nel «coscienzioso sforzo del xix secolo», teso a evitare lo "scisma" tra l'erudizione e l'elaborazione storiografica, tra «la preparazione e la messa in opera», tra l'interpretazione e il lavoro tecnico: i due momenti essenziali del lavoro storico. Grave è il "pericolo", e difficilmente evitabile, che l'interpretazione cada inconsapevolmente vittima di «temi stereotipati imposti dalla routine», e che il lavoro tecnico scada nel «peggiore degli sprechi», nella «erudizione che gira a vuoto»! Ma contro di esso un lavoro efficace seppero svolgere la "scuola tedesca" e, in Francia, Renan e Fustel de Coulanges, i quali «hanno reso all'erudizione il suo rango intellettuale», riconducendo lo storico a lavorare su basi ben fondate (à l'établi)59.

Questa ricostruzione non è senza significato per la "collocazione" di Bloch entro la storia della storiografia francese. Essa disegna le linee di una tradizione storiografica alternativa a quella storia "historisante" contro la quale aveva combattuto tutta la vita. Ne designa il punto di avvio (Mabilion ecc.), come pure designa il punto d'avvio del suo proprio lavoro (Renan, Fustel ecc.): il punto nel quale, giovanissimo, egli inserì la sua "aspirazione" a fare storia.

Ora è da notare che lo schema di Bloch sembra seguire assai da vicino la ricostruzione fatta a suo tempo da Gabriel Monod. Già nel 1876, infatti, Monod aveva colto nell'erudizione del xvii secolo la tappa iniziale della "critica" storica, e aveva posto nel xix secolo la nascita vera della storia. La "grande erudizione" del xvii e del xviii secolo aveva fatto, con una «pazienza e un impegno» ammirevoli, «un primo lavoro di collezione e di classificazione». Ad essa avevano fatto seguito i primi «storici filosofi, generalizzatori, artisti, del xviii e xix secolo» che avevano tentato di «intraprendere la costruzione dell'edifico», sia pure prematuramente, in assenza delle condizioni necessarie60.

Il tentativo di questi «storici filosofi, generalizzatori, artisti» era stato "prematuro". Certo! E tuttavia essi avevano avuto il grande merito di indicare la meta da perseguire: «cercare nella storia l'uomo stesso, la sua apparenza esterna come la sua vita intima, le leggi che hanno determinato lo sviluppo delle sue idee e dei suoi sentimenti»61 (corsivo mio). Ma è la generazione di Chateaubriand, Thierry, Guizot, Michelet, Tocqueville che ha fatto avanzare in modo decisivo l'"edificio". Questi storici avevano posto rimedio al grande rischio che aveva minato la storiografia francese, «la separazione o, per meglio dire, la specie d'antagonismo che per molto tempo si è voluta stabilire tra la letteratura e l'erudizione»62.

Grazie al loro lavoro, anche gli storici che li hanno seguiti, e attualmente all'opera, diceva Monod, hanno capito «il pericolo delle generalizzazioni premature, dei vasti sistemi a priori che hanno la pretesa di abbracciare tutto e di spiegare tutto. Si è capito anche lo scarso interesse offerto dalle ricerche di pura curiosità, che non sono guidate da alcun'idea d'insieme, da alcun piano tracciato in anticipo»63. E anche se non nasceranno, nella seconda metà del secolo, «opere storiche altrettanto brillanti di quelle che hanno illustrato la prima», si può star certi che il lavoro ormai ben avviato continuerà. E del resto "progressi" sono già presenti e evidenti, «nella pubblicazione dei testi, nella critica delle fonti, nello studio paziente e dettagliato delle epoche»64. Per il momento l'erudizione del xix secolo «riprende con procedimenti più sicuri, un metodo più scientifico, il lavoro di esame e di classificazione fatto un po' in fretta nel xvi e xviii secolo»: più tardi, certamente, arriveranno anche gli "spiriti generalizzatori", gli "artisti", cioè gli storici tout court65.

Non è possibile non sentire nel Monod di queste frasi uno dei "predecessori", dei "maggiori" (aînés), di Bloch: nell'abbozzo storico della critica, nel rapporto stabilito tra interpretazione ed erudizione, nell'indicazione dell'uomo come oggetto della storia, il Bloch dell'Apologie avrà ritrovato tratti familiari alla sua concezione della storia. Non a caso nell'Apologie gli eruditi del xvii-xviii secolo e gli storici del xix citati da Monod sono tutti nel pantheon di Bloch. Bloch vi aggiunge, è vero, i nomi di Renan e Fustel De Coulanges (non presenti nelle pagine di Monod), come di coloro che «hanno restituito all'erudizione il suo rango intellettuale». Ma si tratta di nomi che probabilmente anche Monod avrebbe fatto, se avesse ritenuto opportuno esplicitare i nomi dei protagonisti dei nuovi "progressi" compiuti dopo Michelet e compagni. Quel che mi pare innegabile è che la ricostruzione storica di Monod ha offerto a Bloch un quadro efficace per costruire la sua identità storiografica.

Se così è, una curiosità non vacua nasce ineludibile. Quando Bloch avrà letto per la prima volta questo Monod del 1876? Non è pensabile che ciò sia avvenuto solo nelle vicinanze dell'Apologie. Sta di fatto, comunque, che una traccia interessante potremmo individuarne, ancora una volta, nella Méthodologie del 1906. Una traccia che ci conferma la straordinaria capacità di Bloch di seguire nel tempo le sue piste di lavoro, con costanza e continuità; di non perdere mai nulla delle sue pur lontanissime acquisizioni, facendole lievitare senza mai lasciarle morire. Qui, negli appunti giovanili, troviamo un rapido accenno alla storia della "critica storica" che ci spinge ad associarli all'Apologie. È vero che non vi si fa cenno dell'erudizione del xvii-xviii secolo, la prima fase dello schema di Monod e dell'Apologie. E tuttavia essa vi è chiaramente implicita. E comunque vi sono esplicitate le altre due fasi indicate da Monod: il ruolo della storiografia del xix secolo e la situazione contemporanea. Soprattutto vi si ritrovano, proprio a individuare il punto di inserzione di Bloch in questa filiera storiografica, i nomi di Renan e di Fustel, esattamente come nell'Apologie. Il che stabilisce, se non un rapporto diretto ed esplicito tra il primo e l'ultimo scritto di Bloch, quantomeno un'assonanza, suscitata e stimolata da richiami, che non possono non suscitare la nostra attenzione.

3.3. Ernest Renan: la filologia e la critica alla sociologia

Certamente troppo brevi sono i passi relativi a Renan e Fustel per consentire qualche conclusione sicura. E tuttavia sono sufficienti a consentirci di aprire legittimamente qualche ipotesi più che verosimile. Non inutile dunque spendervi qualche attenzione.

Di Renan, sappiamo già, Bloch farà una lettura costante lungo tutta la vita, conferendogli valori simbolici in momenti decisivi della sua militia vitae. Si ricorderà che nel Testamento steso nel 1941, nel cuore della Seconda guerra mondiale, pensò proprio a Renan per trarne una epigrafe esemplare per la sua morte: «Dilexit veritatem». Epigrafe, del resto, già annotata negli appunti di lettura nel 1917, nel pieno della Prima guerra66. Ora Renan è già presente qui, nella Méthodologie, e senza essere risparmiato da alcune critiche giovanilmente sarcastiche di Bloch. Critiche, tuttavia, a ben vedere, che sembrano voler sospingere in avanti le posizioni criticate, premendo per perfezionarle piuttosto che per condannarle.

Sotto la rubrica Méthodes d'étude, viene ampiamente utilizzato l'Avenir de la science, e in particolare il capitolo dedicato alla Filologia. Cioè, di fatto, le pagine che riguardano il "metodo critico" e la sua storia. E qui Bloch apre il nostro sguardo su un testo animato da proposte analoghe a quelle che abbiamo già trovato in Monod. Ed egli non avrà certo mancato di stabilire i nessi e le parentele, come a tessere un reticolo di referenze da utilizzare per la sua propria costruzione intellettuale.

Vi ritroviamo, infatti, l'elogio degli eruditi, degli "umili artigiani" che con il loro paziente lavoro hanno tratto dalla cava qualche pietruzza per «ricostruire l'edifico del passato»: «È possibile che agli occhi dell'avvenire, una certa mente pesante e mediocre, ma paziente, che ha fornito a quest'opera gigantesca una pietra di qualche importanza, occupi un posto più alto di quello occupato da certi speculativi di second'ordine, che si son dati il titolo di filosofo, e che non hanno fatto che chiacchierare sul problema, senza fornire un solo dato nuovo per la sua soluzione»67. Vi ritroviamo ampiamente sviluppato anche il tema dell'Apologie relativo alla «restituzione del rango intellettuale all'erudizione». La "vera filosofia" non può fare a meno del lavoro filologico, della "critica", pena l'insignificanza scientifica. Il "fine" della scienza non si raggiunge che per il "mezzo" della «conoscenza erudita dei dettagli», anche se qualcuno può giudicarli inutili e oziosi. Di più: i "risultati generali" che non si fondano sulla solida conoscenza dei più minuti dettagli si rivelano inevitabilmente vuoti e falsi. Mentre, al contrario, le "ricerche particolari" sono massimamente preziose quando risultano condotte secondo un "metodo severo". Il timbro più vero della scienza è dato dalla «comunione intellettuale (communauté intellectuelle)» che unisce l'erudito e il pensatore68. Questa "unione" deve essere il carattere del «lavoro intellettuale della nostra epoca», poiché «il pensatore suppone l'erudito»69.

Nel testo di Renan non manca neppure un abbozzo di periodizzazione della "storia della critica", in vero assai vicino a quello che abbiamo visto attivo in Monod e nell'Apologie, con analoga valorizzazione dell'erudizione del xvii-xviii secolo, e della storiografia del xix. Renan, infatti, vede porsi in movimento, dopo il 1820, una "rivoluzione" profonda. Essa ha spazzato dalla scena i "filosofi" vuoti e chiacchieroni, proprio grazie a quegli storici che hanno appoggiato il loro lavoro sulle fatiche degli eruditi dei due secoli precedenti. Quella rivoluzione «ha cambiato completamente la faccia degli studi storici, o per meglio dire ha fondato la storia tra noi». Apparvero allora i «lavori pieni di originalità» dei Guizot, dei Thierry, dei Michelet. Lavori che non avrebbero certamente mai visto la luce senza le «collezioni benedettine» e gli altri «lavori preparatori». I Mabillon, Muratori, Baluze, Du Cange, «non erano grandi filosofi», e tuttavia essi contribuirono allo sviluppo della "vera filosofia" più di quanto non abbiano fatto «tanti spiriti vuoti e sistematici» che «hanno voluto costruire in aria l'edificio delle cose, e dei quali non resterà una sillaba tra le acquisizioni definitive»70.

Mi pare, infine, che da questa lettura di Renan si possa trarre un ultimo contributo alla conoscenza del giovane Bloch. La lettura de L'Avenir de la science si trova infatti inserita subito dopo un gruppetto di linee nelle quali Bloch qualifica la storia come "psico-sociologia". È là che Bloch si allontana in modo chiaro da Durkheim, rifiutandone al tempo stesso la distinzione tra fenomeno psichico e fenomeno sociale e la radicale opposizione tra individuo e società. Ed è subito dopo che egli cita una frase di Renan, relativa alla concezione della storia come scienza dell'uomo («la scienza di un essere che vive in un perpetuo divenire non può essere che la sua storia»), nella quale ognuno può cogliere agevolmente l'assonanza con la più matura concezione della storia come "scienza del cambiamento".

La citazione è indubbiamente importante. E tuttavia si direbbe, dal suo commento, che Bloch consideri Renan sostenitore di una "analogia ingannatrice" (analogie trompeuse), che egli giudica drasticamente irricevibile, tra la scienza storica e le "scienze della materia e della vita". Contrariamente alla storia, scienza del "perpetuo divenire", le scienze naturali ("la scienza") non accettano il mutamento: «il proprio della scienza mi pare, al contrario, sia quello di cristallizzare il divenire, in qualche modo di fissarlo per renderlo intellegibile, di decomporlo in leggi statiche. L'analogia con le scienze della materia e della vita è qui ingannevole, se non vi si fa attenzione»71.

Ebbene, se apriamo il testo de L'Avenir e lo restituiamo come contesto dell'appunto di Bloch, facciamo una scoperta sorprendente: quella sua critica sull'analogia ingannevole non è rivolta a Renan. In realtà si direbbe che il lettore-Bloch, entrando nelle pagine altrui, consideri come suo interlocutore diretto non solo l'autore-Renan, ma ogni qualsiasi altro interlocutore richiamatovi da Renan stesso. Così, per quella sua critica, l'interlocutore a cui è indirizzata, non è Renan, ma un autore che Renan critica a sua volta. Il "caso" vuole, e ciò non è senza significato, che essa sia la stessa critica che Bloch rivolge a Durkheim nella Méthodologie (benché egli non ne faccia esplicitamente il nome) sul tema dei rapporti tra psicologia e storia, e sul tema della distinzione da introdurre tra le scienze della natura e le scienze umane, tra storia e sociologia. E neppure è senza significato scoprire che l'autore criticato da Renan non è altri che l'antesignano di Durkheim, il "fondatore" della sociologia, Auguste Comte.

Secondo Renan, Comte, «preoccupato soprattutto del metodo delle scienze fisiche e aspirando a trasportare quel metodo negli altri rami della conoscenza umana», ha messo capo a una concezione chiusa e grossolana della «scienza dello spirito umano e dell'umanità». Egli non ha capito «l'infinita varietà di questo fondo sfuggente, capriccioso, multiplo, imprendibile che è la natura umana», e ha finito perciò con il sottovalutare sdegnosamente la psicologia: «la psicologia è per lui una scienza senza oggetto». Ma allo stesso modo ha finito per non comprendere la storia, da lui ridotta a una «incoerente compilazione» di fatti ordinata secondo criteri di "irrazionalità". La nuova scienza di Comte, la sociologia, si rivolge a questa "indigesta compilazione" solo per «prendervi in prestito degli esempi» (in modo in fondo non molto diverso da quanto proporrà Durkheim), per poi lavorarli a suo modo, secondo una razionalità astratta che troppo risente dell'esprit de géométrie72.

Per quanto Bloch critichi, a sua volta, l'eccesso di esprit de finesse messo in campo da Renan, seguendo la scia della sua lettura de L'Avenir ci riesce più agevole comprendere il senso del riferimento complessivo di Bloch al modello delle scienze naturali. Certamente quel riferimento lo avvicina a Durkheim. Ma ora comprendiamo che, al tempo stesso, e proprio grazie alla lettura di Renan, esso gli apre anche lo spazio per un primo passo in altra direzione, per andarne lontano, lontano da quella "sociologia". Durkheim, come Comte, il suo "aîné", non ha capito che l'analogia tra "scienza dell'uomo" e "scienza della natura" può anche essere ingannevole, che non ha valore assoluto. Anzi, meglio: Durkheim ha un'erronea concezione delle stesse scienze naturali, una sorta di concezione volgare che somiglia a quella di Comte. Questi "scientifiques", che vogliono riportare sul terreno della scienza dell'uomo il modello della scienza della natura, imponendone anche le "classificazioni rigide" e le "leggi statiche", non si sono accorti che in realtà questa concezione non ha più corso scientifico tra gli scienziati. A ben vedere, infatti, «uno dei progressi del pensiero moderno è stato di introdurre nella biologia e fin nella fisica e la chimica la nozione di divenire» (corsivo mio).

I «fenomeni fisico-chimici» hanno infatti un «carattere statico» solo in apparenza. È vero che questa apparenza «ha offerto rapidissimamente l'occasione» per stabilire «classificazioni rigide». Ma esse sono inevitabilmente «superficiali», e sono «oggi completamente scartate». Allo stesso modo essa ha offerto l'occasione per stabilire «leggi statiche», le quali «sussistono ancora oggi», è vero, ma «non dànno un ruolo abbastanza grande alla nozione di evoluzione». Resta comunque il fatto che la "vera scienza" è costituita non da queste "leggi" e "classificazioni", ma dalla legge analitica. E non occorre molta audacia per ipotizzare che «uno dei primi progressi della biologia moderna sarà di spiegare l'evoluzione attraverso le leggi dell'embriologia». Del resto Darwin non aveva scoperto delle "vere leggi" all'interno della sua "teoria dell'evoluzione"?

Ciò che deve dunque passare dalle scienze della natura alla scienza dell'uomo è il loro strumento di lavoro, l'analisi, la loi analitique, nocciolo di ogni "vera scienza", non la rigidità e la staticità che il senso comune assegna alle loro "leggi" e "classificazioni". Siamo, mi pare, sulla strada per concludere legittimamente che Bloch non dovette aspettare l'Apologie73 per pensare una concezione non dogmatica e necessitante dei rapporti tra le scienze naturali e le scienze dell'uomo.

3.4. Fustel de Coulanges: l'uomo e la società

«L'opera del xix secolo è stata quella di provare il metodo della ricerca storica come strumento di lavoro (instrument de travail): il metodo critico è stato portato al suo punto di perfezione. Esso ha fatto ancora dei progressi dopo Fustel» (Elle a encore fait des progrès depuis Fustel)74. È, questa, la sola citazione di Fustel de Coulanges nella Méthodologie. È evidente che in tali condizioni far parlare Fustel da questi appunti giovanili di Bloch è certamente arduo. E tuttavia bisogna tentare. Mi rendo conto che sto cercando di dar voce all'implicito, al quasi silenzio. Ma considero che le riflessioni di un uomo, a volte anche di estrema importanza per la sua costruzione intellettuale, non sono sempre messe nere su bianco, non sono sempre "documentate" con abbondanza. Il che non significa che esse non esistano e non agiscano. Per questo occorre, a volte, adattarsi a far parlare il silenzio. Bisogna acuire lo sguardo e l'orecchio. Bisogna sentire, e rilevare, la traccia di questi passaggi intellettuali poco ciarlieri, taciturni, non segnalati esplicitamente. Qui anche il semplice sentore può esserci di aiuto.

Per quanto riguarda Fustel, nella Méthodologie non abbiamo altro che le poche parole riportate più sopra. Dobbiamo accontentarci di questa asettica presenza? O si può rilevare altra e più significativa presenza, ancorché non dichiarata, tacita? Il tentativo di cogliere quale fosse il Fustel che Bloch aveva in mente mentre ne faceva il nome, non può essere del tutto eluso a causa dell'assenza di testimonianze dirette ed esplicite. Bisogna tentare l'impresa, anche se siamo costretti, inizialmente, a rincorrere assonanze e associazioni che possono rilevarsi dal contesto lessicale in cui quel nome si trova inserito, e che sentiamo risuonare in altri contesti, in altri scritti di Bloch. La Méthodologie è costituita da una serie di appunti. E gli appunti hanno una funzione particolare nell'opera di un autore. Per principio non sono chiusi in se stessi. Sono aperti ad altri scritti futuri. Sono vergati per essere utilizzati altrove, quando occorra o sia opportuno, in luoghi e tempi non preventivati. Sono fatti per essere utilizzati in altri e futuri scritti, più organicamente pensati. Ma nel frattempo essi agiscono, non scompaiono; restano attivi, icone silenziose, formule che fermentano e crescono tacite nella mente che riflette senza scrivere, fornendo la loro capacità levatrice in modo non programmato, imponderabile e imprevedibile, impregnando la mente di una prole a volte persino non voluta.

Per il momento non abbiamo altro a disposizione. Per scoprire l'azione di una qualche storiografia nel Bloch della Méthodologie, a prima vista immersa in un clima tutto "scientista", così aspramente contraria alla "storia" fino a rinnegarne il nome, bisogna forzare la lettera. Non possiamo che continuare a fiutare anche le orme più leggere, come abbiamo fatto per Monod e per Renan, affidandoci alle assonanze e risonanze lessicali. Del resto lo stesso Bloch sapeva bene che «ogni termine, ogni giro di stile caratteristico» può diventare «un vero strumento di conoscenza»75. La nostra ricerca di "assonanze" o "risonanze" lessicali da un testo all'altro ha la leggerezza di un gioco intellettuale. Ma non è inutile. La "pista" Fustel potrebbe essere troppo importante per non tentare di disboscarla con qualsiasi mezzo. Possiamo porci una prima domanda sul testo che abbiamo di fronte: quali sono i "progressi" compiuti dalla critica storica "dopo Fustel"? Bloch naturalmente non lo dice. Ma ecco che a questa domanda troviamo una risposta, molti anni dopo, nell'Apologie. Anche qui infatti troviamo il "dopo" Fustel associato ai "progressi" della "critica". Ma questa volta i progressi sono esplicitati, qualificati. Si tratta di progressi legati all'acquisizione della "semantica storica" all'interno della "critica delle testimonianze". Di essa Fustel e altri avrebbero dato "ammirevoli modelli": «dopo il loro tempo (depuis leur temps)», dopo il tempo dei «nostri maggiori (nos aînés)», di predecessori come Fustel (comme Fustel de Coulanges), «i progressi della linguistica hanno ancora raffinato lo strumento (les progrés de la linguistique ont encore aiguisé l'outil76. Nel 1906 Bloch aveva scritto: il «metodo critico», «strumento di lavoro (instrument de travail)» della ricerca storica «ha fatto ancora dei progressi (a encore fait des progrès depuis Fustel)».

Le "assonanze e risonanze" sono evidenti tra i due testi. Possiamo concludere che nel 1941 Bloch avesse dinanzi a sé gli appunti del 1906, e che nel 1906 egli pensasse già a un Fustel cultore di semantica storica? Difficile trarre questa conclusione. Anche se esiste una continuità storica tra il "metodo critico" della Méthodologie e quello dell'Apologie, è evidente che al metodo della Méthodologie manca ciò che gli ha consentito di crescere fino all'Apologie: la psicologia della testimonianza e, appunto, la linguistica storica.

Tuttavia nell'Apologie Fustel lascia altre tracce "risonanti" di sé, e che possono guidarci a fare altre ipotesi, più attendibili, sulla sua presenza silenziosa nella Méthodologie. Lo troviamo, ad esempio, associato a Michelet nel grande testo dello storico-orco. A Michelet e Fustel la storia deve, secondo Bloch, l'individuazione del suo stesso oggetto di studio: «da gran tempo i nostri predecessori (nos grands aînés), un Michelet, un Fustel de Coulanges, ci avevano insegnato a riconoscerlo: l'oggetto della storia è l'uomo. Diciamo meglio: gli uomini. Più del singolare, favorevole all'astrazione, il plurale, che è il modo grammaticale della relatività, conviene alla scienza del diverso. Dietro i tratti sensibili del paesaggio, dietro gli scritti in apparenza più gelidi e le istituzioni in apparenza più completamente distaccate da coloro che le hanno fondate, sono gli uomini che la storia vuol cogliere. Chi non vi riesce non sarà mai altro, nel migliore dei casi, che un manovale dell'erudizione. Il buon storico, lui, somiglia all'orco della leggenda. Là dove fiuta la carne umana, là sa ch'è la sua preda»77.

L'associazione di Fustel a Michelet, esplicitata dall'Apologie è fondativa della concezione della storia di Bloch. Oltre che nella stessa rubrica de gli storici-orco, li troviamo ancora associati, poche pagine dopo, in un'altra caratterizzazione dello storico. Bloch riconosce in loro quel tratto misterioso, quel "dono di fate", quella «capacità di cogliere la vita (faculté d'appréhension du vivant78, che è il segno distintivo (la qualité maîtresse) del grande storico. Infine li troviamo ancora insieme quali sostenitori di una storia "totale", della necessità, per lo storico, di cogliere l'unità dell'uomo al di là delle sue espressioni politiche, religiose, letterarie; di cogliere, insomma, l'unità del "tutto" al di là dei "frammenti"79.

In queste associazioni vive, in fondo, un'unica concezione. Sono varianti attraverso le quali Bloch costruisce l'identità del suo modo di concepire la storia, del suo oggetto (l'uomo) e del suo soggetto (lo storico-orco): è la sua concezione della storia come scienza sociale, o "scienza delle società umane", come aveva detto Fustel con una formula che Bloch amava ripetere e riproporre ai suoi interlocutori.

Ora tale "formula" si trova esplicitamente citata in una nota al testo dello storico-orco. Nota che è stata utilizzata e pubblicata per la prima volta da Etienne nella sua edizione critica, e che è per noi importante e rivelatrice. Ancora una volta vi ritroviamo l'associazione Fustel-Michelet nella comune concezione della storia come "scienza dell'uomo". Di Michelet vi viene citata una frase tratta da un corso del 1929 all'École normale e tratta da La vie et la pensée de Jules Michelet di Gabriel Monod: «Noi ci occupiamo al tempo stesso dello studio dell'uomo individuale, e sarà la filosofia, e dello studio dell'uomo sociale, e sarà la storia». Di Fustel si cita quella che per Bloch era appunto la "formula" di Fustel: «La storia non è l'accumulazione degli avvenimenti di ogni tipo accaduti nel passato. Essa è la scienza delle società umane»80. Formula efficace, che Bloch utilizza quasi come un meccanismo mnestico da offrire ai suoi lettori o ai suoi ascoltatori, per fissarne l'attenzione. E la utilizza ripetutamente. Di fatto non si trova soltanto nell'Apologie. Bloch l'aveva già citata nel 1937 in Que demander à l'histoire?, definendola una «formula quasi profetica»; e, ancor prima, in un'importante recensione alla Histoire des institutions politiques de la France nel 193081.

Ora la nota allo storico-orco pubblicata da Etienne, indicando la referenza bibliografica, ci rivela l'origine antica del giro di pensieri che Bloch vi esprime: «Fustel de Coulanges, leçon d'ouverture de 1862, dans Revue de synthèse historique, t. ii, 1901, p. 243»82. E ci rivela, soprattutto, la via attraverso la quale Bloch conosce Fustel: la "Revue de Synthèse Historique" di Henri Berr, appunto. Ma nella Leçon pubblicata da Berr non troviamo la "formula profetica". Essa è tratta non dalla Leçon ma dall'introduzione all'Alleu et le domaine rural pendant l'époque mérovingienne. Ce lo dice Febvre, anche lui utilizzatore della "formula", nel suo Monde en ruines del 191983.

In realtà la referenza bibliografica di Bloch era legata solo al passo dell'Apologie relativo alla storia come «scienza che ha per oggetto l'uomo». Questa formula ristretta, di cui l'altra non sarà che l'espansione, è effettivamente presente nella Leçon84. Un testo, questo della "Revue de Synthèse", che Berr aveva definito «sympatique» con le posizioni che la rivista andava propugnando, e che dovette avere sul giovane Bloch un'influenza difficilmente sottovalutabile. Tracce di questa incidenza non è difficile rilevare già nella Méthodologie.

Vi si trovano alcune delle posizioni di fondo che abbiamo visto costituirsi in quegli appunti. Vi si trova l'affermazione generale della storia come "scienza" dell'uomo. E di una scienza certamente assai vicina a quella che Bloch andava sottolineando nella lettura di Renan, scienza di «ciò che cambia» e di «ciò che è mobile» nell'uomo. La storia è scienza del cambiamento, perché «tutto cambia nell'uomo». Mentre gli altri esseri viventi «obbediscono a leggi che non lasciano libertà e non permettono il cambiamento», l'uomo «per le sue facoltà native, per le condizioni d'esistenza, per gli atti e i progressi che ha realizzato» gode del privilegio della libertà, e «si distingue e si separa dal resto della creazione» proprio per questo.

Di qua la differenza tra le scienze dell'uomo e le scienze della natura, quella differenza a cui Bloch riconduce la condanna dell'analogie trompeuse stabilita da Comte e da Durkheim, e che evidentemente egli trae da questo Fustel della "Revue de Synthèse": «la scienza che ha per oggetto l'uomo non può dunque servirsi delle stesse procedure della botanica o della fisiologia. La botanica prende una pianta e quando l'ha ben osservata è sicuro di conoscerla quale essa è sempre stata []. Ma l'uomo non è oggi ciò che era tremila anni fa; non pensa ciò che pensava allora, e non vive come viveva. Ne consegue che per conoscere completamente questa natura variabile e perfettibile, bisogna averla osservata in tutti i periodi della sua esistenza; si possono studiare gli altri esseri attraverso la semplice osservazione; non si conosce l'uomo che attraverso la storia»85.

Bloch trovò dunque nella Leçon di Fustel posizioni che lo aiutarono certamente a lasciare Durkheim per aprirsi a un "sentiero" nuovo. Non che vi trovasse motivi per un rifiuto della sociologia, ché anche per Fustel storia e sociologia si identificavano. Vi trovò le ragioni per correggere la rigidità di Durkheim, il suo rifiuto assoluto dell'individuo e della piscologia.

E vi trovò altro. Vi trovò soprattutto la sorgente più viva della sua "psico-sociologia" messa in campo nella Méthodologie. Là Bloch scoprì fortemente associate storia e psicologia: lo scoprì nella convinzione di Fustel che lo «psicologo e lo storico condividono (se partagent) lo studio» dell'uomo.

E vi trovò, ancora, una critica dell'avvenimento diversa da quella che gli aveva messo a disposizione Durkheim: la storia di Fustel non sapeva accontentarsi di esaminare i dettagli, di raccontare una biografia brillante, di scegliere gli avvenimenti più luminescenti. Soprattutto Fustel non amava restare alla superficie, né arrestarsi davanti alle apparenze, davanti al falso: alla storia, alla sua storia, era indispensabile «scrutare le favole, i miti, i sogni dell'immaginazione, tutte queste vecchie falsità sotto le quali deve scoprire qualcosa di molto reale, le credenze umane. Là dove l'uomo è passato, là dove ha lasciato qualche debole impronta della sua vita e della sua intelligenza, là è la storia»86.

Il lettore non avrà difficoltà a sentir "risuonare", nel lessico e nella struttura sintattica di questa frase di Fustel, la frase dello storico-orco dell'Apologie («Il buon storico, lui, somiglia all'orco della leggenda. Là dove fiuta la carne umana, là sa ch'è la sua preda»). Ma ormai il nostro "gioco" è andato oltre ogni limite. E dobbiamo chiuderlo. Resta ancora molto da scavare nella formazione dell'"aspirante storico" e nel "sentiero" che egli scelse così precocemente. Ben altra strada che quella tracciata da Durkheim bisognerà percorrere per inseguirlo. Ben altri percorsi dovremo rintracciare. Uno almeno bisognerà qui indicare, come compito da eseguire altrove: senza la mediazione di Berr e della sua "Revue" Bloch non avrebbe trovato il suo "sentiero", non avrebbe trovato le lenti attraverso le quali leggere anche i suoi aînés, i suoi Michelet e i suoi Fustel de Coulanges Di là egli prenderà a inseguire la psicologia della testimonianza, la semantica

Note

* Seconda parte. La prima parte è stata pubblicata in "Dimensioni e problemi della ricerca storica" n. 1/2000, pp. 5-45.

1. Su questo cfr. M. Mastrogregori, Il manoscritto interrotto di Marc Bloch, Istituto Editoriale e Poligrafici Internazionali, Roma 1996, pp. 46-7.

2. Va detto che a volte Bloch aveva formulato in modo un po' corsivo la sua concezione dei rapporti tra storia e sociologia, in modo certo non perfettamente corrispondente all'utilizzazione che egli concretamente ne faceva. Nel 1938, ad esempio, in una recensione al libro di P. M. Schuhl, Machinisme et philosophie, possiamo trovare un'affermazione come questa: «Insomma, la promessa di un bel libro di storico o di sociologo ­ tutti sanno che qui non diamo una grande importanza alla distinzione tra questi due qualificativi ­ finisce in uno stimabilissimo libro di moralista» (corsivo mio), cfr. M. Bloch, Un beau problème, in "Annales d'histoire économique et sociale", 1938, n. 52, p. 355).

3. L. Febvre, La société féodale: une synthèse critique, in "Annales d'histoire sociale", t. iii, 1941, pp. 125-30.

4. Cfr. R. C. Rhodes, Emile Durkheim and the Historical Thought of Marc Bloch, in "Theory and Society", 1978, n. 5, pp. 53-73.

5. Cfr. C. Ginzburg, A proposito della raccolta dei saggi storici di Marc Bloch, in "Studi medievali", 1965, fasc. 1, pp. 339, 243, e Id., Prefazione a Bloch, I re taumaturghi, Einaudi, Torino 1973, p. xi.

6. Cfr. F. Simiand, Méthode historique et science sociale. Etude critique d'après les ouvrages récents de M. Lacombe et de M. Seignobos, in "Annales e.s.c.", 15e année, janvier-février, 1960, n. 1, pp. 83-119. Il testo, fondamentale nella storia del dibattito storiografico d'inizio secolo, era stato pubblicato in "Revue de Synthèse Historique", 1903, t. vi, pp. 1-22 e 129-47. Ora lo si può leggere in F. Simiand, Méthode historique et sciences sociales (Choix et présentation de Marina Cedronio), Editions des archives contemporains, Paris 1987, pp. 113-69. Ne esiste una traduzione italiana in B. Arcangeli, M. Platania (a cura di), Metodo storico e scienze sociali, La Revue de Synthèse historique (1900-1930), Bulzoni, Roma 1981). Le "Annales" del 1960 lo ristamparono con questa nota: «Le "Annales" pubblicano oggi un débats et combats che ha cinquant'anni: l'articolo classico di François Simiand, preso a prestito dalla Revue de Synthèse historique del 1903 (con l'autorizzazione dell'attuale Revue de Synthèse), è ben noto a tutti coloro che fecero il loro apprendistato prima del 1939. Noi lo pubblichiamo soprattutto per i giovani storici, per permettergli di misurare il cammino percorso in mezzo secolo, e di comprendere meglio questo dialogo della Storia e delle Scienze sociali che resta lo scopo e la ragion d'essere della nostra Rivista».

7. Giustamente Ginzburg annota: «il discorso era ovviamente autobiografico» (cfr. Prefazione ai Re taumaturghi, cit., p. xi).

8. Cfr. la recensione a La Terre et l'évolution humaine, in "Revue critique", 1924, n. 145, p. 236.

9. Ivi, pp. 238-9. Il testo di Bloch è di estremo interesse e meriterebbe un'analisi più approfondita di quanto possiamo fare qui: Febvre «ha visto molto bene che la discussione tra i sociologi e i geografi riconduce, almeno in una certa misura, alla controversia che mise alle prese parecchie volte sociologi e storici "historisants": da un lato, i geografi e gli storici, sensibili soprattutto ai legami che crea tra i diversi fenomeni sociali, in apparenza disparati, un'unità di luogo o di tempo, studiano di preferenza questi insiemi spaziali o cronologici che sono una regione o una civiltà; dall'altro i sociologi tendono, al contrario, a ritagliare queste realtà troppo complesse, a loro piacere, per formare presentemente un oggetto di scienza, e s'impegnano di preferenza nello studio attraverso il tempo e lo spazio d'un fenomeno d'un tipo determinato, il sacrificio, per esempio, o la ripartizione della popolazione. Ma ponendo così chiaramente in luce questa opposizione di principio, Febvre è stato completamente giusto riguardo al punto di vista così rigorosamente difeso da certi storici, Simiand per esempio? Dopo tutto il procedimento analitico, malgrado i suoi pericoli è quello della maggior parte delle scienze. Del resto questi pericoli, che sono evidentemente l'astrazione e lo schematismo, sono poi così grandi? Se, seguendo il consiglio di Simiand, un geografo avesse studiato in diversi paesi ben scelti la ripartizione delle abitazioni, i risultati delle sue ricerche, le carte che avrebbe stilato, comparate ad altre carte (dei punti d'acqua, per esempio), non ci avrebbero sbarazzato dell'importanza quasi superstiziosa attribuita a certe causalità più rapidamente di quanto l'abbiano fatto molti studi regionali? Febvre seziona ammirevolmente la nozione di nomadismo; ma, dopo la sua critica, rimane il fatto dell'esistenza, se non di un tipo, almeno di alcuni tipi abbastanza precisi di vita nomade, i quali vale la pena studiare per se stessi, comparandoli tra loro».

10. Cfr. la recensione cit. a La Terre et l'évolution humaine, p. 388.

11. Cfr. M. Bloch, Apologie pour l'histoire ou métier d'historien, édition critique préparée par Étienne Bloch, Armand Colin, Paris 1993, pp. 75-6.

12. Cfr. M. Wessel, Réflexions pour le lecteur curieux de méthode. Marc Bloch et l'ébauche originelle du Métier d'historien, in "Genèses. Sciences sociales et histoire", 3, mars 1991, p. 157. L'importantissimo testo, annuncio dell'Apologie, era stato già pubblicato da M. Mastrogregori in Due scritti inediti di Marc Bloch sulla metodologia storiografica, in "Rivista di storia della storiografia moderna", 1988, n. 2-3, pp. 152-80.

13. Ibid.

14. Ibid.

15. «Altri ricercatori, tuttavia, presero in quello stesso momento un atteggiamento molto diverso. Non riuscendo a inserire la storia nei quadri del legalismo fisico, particolarmente preoccupati, in più, a causa della loro prima educazione, dalle difficoltà, dai dubbi, dai frequenti ricominciamenti della critica documentaria, essi trassero da queste constatazioni, prima di tutto, una lezione di disincantata umiltà. La disciplina alla quale avevano votato tutti i loro talenti non gli parve, in fin dei conti, capace, né al presente, né al futuro, di molte prospettive di progresso. Essi presero a vedere in essa, più che una conoscenza scientifica, una sorta di gioco estetico o, al più, di esercizio d'igiene profittevole alla salute della mente. A volte sono stati chiamati "historiens historisants": nomignolo ingiurioso della nostra corporazione, perché sembra fissare l'essenza della storia nella negazione stessa delle sue possibilità» (Bloch, Apologie, cit., p. 76).

16. Esiste, precedente alla Méthodologie, almeno un altro carnet di appunti, intitolato Philosophia del 1902, dal quale Etienne Bloch trae una citazione che lascia intuire un precocissimo interesse "teorico" di Bloch: «Je suis historien le matin et philosophe le soir» (cfr. M. Bloch, Histoire et historiens. Textes réunis par Etienne Bloch, Armand Colin, Paris 1996, p. 3).

17. Cfr. Bloch, Apologie, cit., p. 69: «Io sono stato allievo di questi due autori, specialmente di Seignobos. Essi mi hanno dato, l'uno e l'altro, segni preziosi della loro benevolenza. La mia prima educazione ha dovuto molto al loro insegnamento e alla loro opera. Ma essi non ci hanno solo insegnato, tutti e due, che lo storico ha come primo dovere di essere sincero; inoltre non nascondevano che il progresso stesso dei nostri studi è fatto della contraddizione necessaria tra le generazioni successive dei lavoratori. Resterò dunque fedele alla loro lezione criticandoli, là dove lo credessi utile, molto liberamente, così come mi auguro che un giorno i miei allievi critichino me a loro volta».

18. Una traccia assai esplicita e significativa di questo sentimento verso il maestro si trova nella Préface a Rois et serfs et autres écrits sur le servage, La Boutique de l'Histoire, Paris 1996, p. 17.

19. Marc Bloch, Nouvelles personnelles, in "Annales d'histoire économique et sociale", 1929, n. 4, pp. 583-4: «né, per parlare chiaramente, le ricerche di struttura sociale ­ l'articolo che pubblicò nel 1902 su Le origini della nobiltà francese, del resto così penetrante, concerne il problema solo sotto l'aspetto politico ­ né in alcun modo la storia economica, sembrano aver mai attirato questa mente, pur curiosa di tante cose. Non più del resto della storia religiosa o intellettuale viste in profondità. Per lui lo studio del passato pareva essere, prima di tutto, un gioco estetico, ­ osiamo anche dirlo, una scuola d'ironia: perché c'era, credo, in questo erudito rigoroso, in questo giudice equanime, un gran fondo di scetticismo. Non era forse giunto, verso la fine della sua vita, a voler ridurre tutta una parte della storia a non essere altro che una scelta di documenti, se non riprodotti parola per parola, almeno semplicemente analizzati? E quale parte della storia, e quali documenti! la storia dei sentimenti e delle idee, tra tutte la più difficile da restituire e da comprendere dall'interno, ­ quei documenti letterari, il cui midollo può essere estratto solo a prezzo del più delicato sforzo d'interpretazione. Quest'uomo così intelligente, parve sempre più afflitto da ciò che potremmo chiamare la rinuncia storica».

20. Cfr. ivi, p. 77.

21. Cfr. ivi, p. 69. Bloch individua in quel rifiuto la ragione della sua "opposizione" alla storiografia di Seignobos, «fin dall'inizio, e senza averla cercata».

22. Cfr. ivi, p. 76.

23. Ibid.

24. Cfr. Durkheim, Seignobos, Débat sur l'explication en histoire et en sociologie, in "Bulletin de la Société française de philosophie", n. 8, 1908, ora in E. Durkheim, Textes, v. i, Eléments d'une théorie sociale, présentation de V. Karady, Les Editions de Minuit, Paris 1975, p. 211.

25. M. Bloch, Rois et serfs. Un chapitre d'histoire capétienne, Champion, Paris 1920, ristampato da La boutique de l'Histoire, Paris 1996, come Rois et serfs et autres écrits sur le servage, con una postfazione di D. Barthélemy.

26. M. Bloch, Les Rois thaumaturges. Étude sur le caractère surnaturel attribué a la puissance royale particulièrement en France et en Angleterre, Armand Colin, Paris 1961, p. vii. Sull'insegnamento di G. Bloch cfr. la testimonianza di un coetaneo amico e collega di Marc Bloch: «Gustave Bloch è andato in pensione nel 1919 e noi siamo ancora oggi un battaglione assai fitto di professori che hanno ricevuto l'insegnamento di questo maestro incomparabile. All'epoca in cui gli uomini della mia generazione prendevano i loro gradi alla Sorbona, la sezione storica vi contava maestri eminenti, ma G. Bloch sopportava senza difficoltà il confronto con i più illustri. Per i giovani studenti che uscivano dal liceo i suoi corsi erano una rivelazione; di una intelligenza lucida e penetrante, diventato maestro nell'arte delle relazioni luminose e solidamente costruite, esigente nei suoi propri confronti come nei confronti dei suoi studenti, egli ha lasciato in eredità al figlio le sue belle qualità di intelletto, è stato il suo primo maestro e lo ha guidato lungo tutti i suoi studi. Così, educato in un ambiente di alta spiritualità, Marc Bloch non ha incontrato nel corso dei suoi studi gli ostacoli che hanno infastidito o ritardato lo sviluppo di tante giovani menti. Che egli abbia avuto piena coscienza del debito che aveva nei confronti del padre, che fu il suo primo maestro, nei confronti di una madre che restò sempre per lui la confidente affettuosa dei suoi pensieri e dei suoi progetti, la dedica che compare in testa ad alcuni suoi scritti ne offre commovente testimonianza, benché il figlio abbia espresso i suoi sentimenti di gratitudine con la discrezione piena di delicatezza che era uno dei tratti del suo carattere. Del fatto ch'egli abbia avuto la consapevolezza di essere stato, per alcuni versi, un privilegiato, io vedo la prova nella sollecitudine particolarmente attenta che manifestò verso giovani ricercatori giunti alla dignità di un'alta vita intellettuale malgrado le costrizioni di una giovinezza mediocre, come se volesse con questa recrudescenza di cure far dimenticare i favori che il destino gli aveva riservati» (Ch.-E. Perrin, L'oeuvre historique de Marc Bloch, in "Revue Historique", a. 72, t. cxcix, Avril-Juin 1948, pp. 161-2).