Cattolici liberali e cattolici democratici
fra Settecento e Ottocento *

di Guido Verucci

Com'è noto, a partire dai primi anni del secondo dopoguerra, in consistenti settori della storiografia italiana si è sviluppato un nuovo indirizzo di studi sul movimento cattolico intransigente, avviato da studiosi di diversa ispirazione, fra i primi Fausto Fonzi, Paolo Alatri, Giorgio Candeloro, Pietro Scoppola, Giovanni Spadolini, Gabriele De Rosa, e poi molti altri1.

Ma accanto a questo indirizzo di studi vi è stata anche una ripresa e un rinnovamento dei più tradizionali studi sul cattolicesimo liberale, con Arturo Carlo Jemolo, lo stesso Alatri, Ettore Passerin d'Entrèves, Francesco Traniello, ancora Scoppola2, per parlare solo degli studiosi italiani, mentre altri studi si sono rivolti alle origini e agli sviluppi del cattolicesimo liberale francese, in particolare di quello d'ispirazione lamennaisiana3. Ripresa e rinnovamento che, sempre per l'Italia, hanno portato questi studi ad alcuni significativi risultati. Essi hanno ridotto di molto, forse troppo, con Passerin d'Entrèves4, le cui ricerche pure si sono poste sulla scia di quelle di Ernesto Codignola5, l'apporto particolare del giansenismo al clima e al moto rivoluzionario e democratico di fine Settecento; di quel giansenismo in cui Alatri6, in parte riprendendo le tesi di Ettore Rota7, tornava da parte sua a vedere, in modo piuttosto forzato, le prime origini del cattolicesimo liberale dell'Ottocento. Hanno distinto i cattolici liberali dagli scrittori neoguelfi; hanno soprattutto portato all'abbandono per l'Italia dell'idea di un movimento cattolico liberale unitario, traducendola invece, persuasivamente, nella verifica di una grande varietà di posizioni personali e di gruppi, e sottolineando altresì, di questa, la molteplicità e la ricchezza delle ascendenze culturali e spirituali, nell'ambito delle quali anche la morale d'ispirazione giansenista e il cattolicesimo illuminato settecentesco alla Muratori venivano recuperati.

Sia le ricerche e gli studi sul movimento cattolico intransigente sia quelli sul cattolicesimo liberale erano, come si è implicitamente accennato, terreno d'incontro, di convergenze ma soprattutto di divergenze, nel clima degli anni Quaranta, degli anni Cinquanta, e in parte degli anni Sessanta, degli storici d'ispirazione cattolica con quelli d'ispirazione marxista e liberale. Un altro terreno d'incontro, e anche di divergenze, è stato negli stessi anni, ma con anticipazioni già nei primi anni Quaranta, il triennio rivoluzionario o giacobino del 1796-1799, nel quale gli studi di Delio Cantimori, di Franco Venturi, di Furio Diaz, di Armando Saitta, di Alessandro Galante Garrone, di Renzo De Felice8, e di altri, portavano a individuare la nascita e la valorizzazione di quei motivi di libertà e di eguaglianza, d'indipendenza e di unità politica, di tolleranza, di aspirazioni a riforme sociali, che erano in qualche modo alle origini ideali e politiche del processo nazionale italiano.

Vittorio Emanuele Giuntella inizia il suo lavoro di studioso in quest'ultimo campo, specificamente sulla Repubblica romana del 1798, un campo diverso da quello che era scelto ed era specialmente coltivato dalla maggior parte degli esponenti di quella generazione e di quel gruppo di studiosi di storia cattolici con i quali, quasi quarant'anni dopo, avrebbe scritto di aver percorso un cammino comune «dall'integralismo alla libertà religiosa»9, anche se in esso gli sarebbero stati di guida, fra le altre, le ricerche del maestro ideale di quel gruppo, Ettore Passerin d'Entrèves. Ma in tutti loro c'era lo stesso intento di rivolgersi al passato per comprendere meglio, per dare spessore storico al presente di un cattolicesimo cui aderivano e di una Chiesa italiana nella quale vivevano, nella fase storica caratterizzata, dopo la fine del fascismo, dall'avvento della Repubblica e di un regime democratico.

È difficile per me individuare con precisione le ragioni della scelta iniziale di Giuntella. Vi vedo l'insegnamento del suo diretto maestro all'Università, Alberto Maria Ghisalberti, e l'ambiente dell'Istituto per la storia del Risorgimento italiano in cui Giuntella operava; ogni studioso di storia è il prodotto, per dir così, delle proprie ispirazioni ideali e culturali, ma anche dei libri che scopre, dei maestri che incontra, degli amici con cui lavora, degli ambienti che frequenta. Vi vedo, al di sotto di una grande serenità e pacatezza, una personale vena libertaria, repubblicana. Vi vedo l'aspirazione a verificare che cosa da una esperienza come quella della Repubblica romana avesse significato per la Chiesa, per i rapporti fra Stato e Chiesa, per i cattolici. Quest'ultima aspirazione, ampliandosi successivamente al triennio, e poi per un verso alla Roma del Settecento, e per un altro verso all'età napoleonica e di qui all'intero Ottocento, accennata nei suoi primi lavori, si sarebbe arricchita e approfondita gradualmente, traducendosi, in stretto collegamento con la ricostruzione storica, nella forte ricerca di un significato religioso dei fatti e degli avvenimenti studiati. È da sottolineare che naturalmente il suo interesse, nell'ambito del mondo cattolico, andava a gruppi minoritari, anzi, come avrebbe scritto nella chiusa della Introduzione al suo ultimo libro, a gruppi fortemente minoritari.

Nell'ambito del suo percorso storiografico relativamente ai temi che spetta a me illustrare, temi non certo facilmente separabili dagli altri che egli avrebbe affrontato, si possono individuare alcuni punti di riferimento, alcuni nodi, così come si presentano nella fase iniziale dei suoi studi. Nel saggio su La giacobina Repubblica romana (1950), nella Introduzione al primo volume delle Assemblee della Repubblica romana (1798-1799) (1954) e nell'articolo Cristianesimo e democrazia in Italia al tramonto del Settecento10 (1956), sono indicati sommariamente elementi e spunti che sarebbero stati via via ripresi e ripensati. Così, fra gli altri: la rivalutazione implicita ed esplicita compiuta, anche sulla scia di altri studiosi, della Repubblica romana, rispetto a una pubblicistica e a una storiografia disattenta e denigratoria; la sottolineatura della pace di Tolentino, considerata come atto rilevante di rinunzia del papato a parte del suo Stato temporale, mentre esso riaffermava solennemente la validità e il primato della sua funzione spirituale; soprattutto, il contributo offerto alle repubbliche giacobine dai cattolici democratici, ovvero da coloro che si adoperavano in vario modo per l'accordo fra la religione e i principi democratici, a proposito dei quali Giuntella, abbastanza originalmente, tendeva a riscoprire e a rivalutare la corrente cattolica democratica non giansenista, "ortodossa", distinguendola da quella giansenista. Gli esponenti della seconda erano considerati più chiusi, per via della loro teologia "pessimistica", ai valori della democrazia e del progresso, verso i quali apparivano invece più aperti gli esponenti della prima corrente, teologicamente ortodossi e in qualche modo eredi dell'umanesimo cristiano e del cattolicesimo illuminato settecentesco.

Peraltro Giuntella si sforzava di realizzare nello studio dell'intero gruppo dei cattolici democratici il criterio metodologico di considerarlo estremamente complesso e vario nelle sue posizioni, con percorsi ed esiti diversi rispetto ai problemi posti dai regimi democratici. Sosteneva infine che, al di là della loro collocazione storica e culturale nel triennio, gli scritti dei cattolici democratici esprimono anche interpretazioni del messaggio cristiano e delle sue applicazioni alla vita terrena che si producono periodicamente, come «fermenti sempre presenti», come «filoni sotterranei»11, che riemergono in momenti di crisi del cattolicesimo e della Chiesa.

Gli studi successivi, ancora degli anni Cinquanta, poi degli anni Sessanta e Settanta, alcuni di ricerca, altri con carattere di sintesi, mostrano l'inserimento pieno di Giuntella nell'ambito dei problemi e delle interpretazioni storiche del triennio rivoluzionario e del giacobinismo. Sono la Premessa alla Bibliografia della Repubblica romana del 1798-1799 (1957), il saggio su L'Italia nell'età napoleonica nella Storia d'Italia coordinata da Nino Valeri (1959), il saggio su L'esperienza rivoluzionaria nelle Nuove questioni di storia del Risorgimento e dell'Unità d'Italia (1961), la ricerca su Stato democratico e cattolicesimo nelle concezioni politico-religiose di Pietro Paolo Baccini (1962), l'Introduzione e la parte riguardante la bibliografia della Rivoluzione francese e dell'Impero napoleonico nella Bibliografia dell'età del Risorgimento in onore di Alberto Maria Ghisalberti (1971), e il libro Roma nel Settecento (1971)12. Si possono anche qui sottolineare alcuni aspetti principali, molto sommariamente quelli non strettamente pertinenti i temi qui affrontati. Innanzitutto l'uso da parte di Giuntella, a differenza di studiosi come Cantimori, Saitta e De Felice, del termine giacobinismo nel senso tradizionale, cioè di qualsiasi corrente politica che in Italia collabori con i francesi; l'attenuazione, rispetto a Saitta e a De Felice, della forza e della incisività del programma sociale dei giacobini; la sua insistenza sulla precoce ostilità delle masse popolari, specie contadine, agli stessi giacobini, in particolare per ragioni religiose, e dunque il peso prevalente attribuito alle stesse motivazioni nelle insorgenze13, pur naturalmente nella consapevolezza dei caratteri di fanatismo, di superstizione e di barbarie di costumi che vi erano connessi.

Inoltre, appare sempre più chiara, netta, direi anche rigida, negli scritti di Giuntella, la differenziazione, all'interno dei gruppi cattolici democratici del triennio, fra gli estremisti come Claudio Della Valle e Giovanni Antonio Ranza, alla maggior parte dei quali, in evidente polemica con Renzo De Felice, Giuntella nega la definizione di «evangelisti democratici», e che considera sostenitori di programmi di riforma religiosa che sono al di fuori di ogni esperienza cristiana; i giansenisti, come Benedetto Solari, Eustachio Degola, Vincenzo Palmieri, e tutti i numerosi altri, il cui incontro con i rivoluzionari sarebbe avvenuto non sul piano dei principi, ma su quello delle necessità contingenti, propugnando essi la riforma e la democratizzazione della Chiesa, e infine i cattolici democratici ortodossi, che sostenevano come i principi democratici non solo non fossero inconciliabili con il Cristianesimo, ma trovassero in esso origine e alimento, e in cui egli individua una visione più serena del progresso umano e convinzioni interessanti sulla libertà e sulla libertà di coscienza: sono i Baccini, cui dedica, come si è detto, un saggio, i Bartoli, i Bottazzi, i Mangiatordi, e altri.

Vi è ancora in questi scritti un'indicazione, appena accennata ma pur molto netta, della «grande apertura verso il futuro» del piccolo gruppo dei cattolici democratici "ortodossi", di un primo contributo da essi offerto alla discussione di idee alle quali il secolo successivo, cioè l'Ottocento, avrebbe dato una sistemazione teorica più sicura; dove appare evidente il riferimento ai cattolici liberali. Parallelamente si fa più insistita la sottolineatura della "apertura verso il futuro", per dir così, di un fatto considerato da Giuntella gravido di conseguenze molto positive, liberatorie, nell'Ottocento e nel Novecento, cioè la crisi, alla fine del Settecento, del potere temporale dei papi. Nel libro su Roma nel Settecento, in particolare, forte è l'affermazione che questa crisi, alcuni aspetti della quale erano già stati colti da Benedetto xiv, è essenzialmente religiosa; nel quadro di una ricostruzione molto documentata, rigorosa e critica di gran parte delle espressioni della religiosità romana, è di nuovo rilevato, forse enfatizzato il ruolo della pace di Tolentino14.

Nello stesso anno in cui usciva il volume su Roma nel Settecento, Giuntella pubblicava un saggio, Qualche riflessione sui cento anni dopo l'emancipazione, nel lavoro miscellaneo su 1870. La breccia del ghetto (1971)15, in cui sottolineava il significato profetico, in una con quello della fine dello Stato temporale dei papi, della fine del ghetto. Vi citava il teologo Hans Küng, vi parlava di antisemitismo cattolico e di libertà dell'atto di fede. Apparivano ormai evidenti in lui, nel suo lavoro storico, le tracce della suggestione esercitata sul mondo cattolico italiano, sugli studiosi cattolici, dalle conclusioni del Concilio Vaticano ii e dall'atmosfera postconciliare.

Un'ulteriore fase dei suoi studi su cattolici liberali e cattolici democratici fra Settecento e Ottocento si apriva in quegli anni. Già nella prolusione Il Risorgimento come problema religioso all'anno accademico 1977-78 dell'Istituto Universitario di Magistero "Maria Ss. Assunta"16, l'apertura al futuro dei cattolici democratici del triennio trovava la sua conferma. Il taglio dato alla prolusione, cioè la verifica di quale contributo avesse offerto il Risorgimento alla costruzione del mondo dell'uomo e della storia quali li concepisce il cristiano, un taglio insomma di filosofia o di teologia della storia, che risentiva dell'apporto delle riflessioni di Pietro Maria Toesca, da Giuntella esplicitamente riconosciuto, metteva in risalto da un lato la consapevolezza anche di Pio ix della diversità della sua funzione spirituale da quella di principe temporale, con l'allocuzione del 29 aprile 1848 e, ancora, il carattere profetico della fine del potere temporale; dall'altro il peso avuto su questa, secondo i suoi propri termini, nuova epoca della storia umana avviata dalla Chiesa, dall'indirizzo cattolico illuminato alla Muratori, dal cattolicesimo democratico del triennio giacobino e dai cattolici liberali dell'Ottocento, fra i quali si mettevano particolarmente in rilievo Cesare Balbo e Antonio Rosmini, e tra i francesi Maret, considerati in una certa continuità fra loro, convergenti in uno sforzo, in uno "scioglimento provvidenziale", poi sancito, nella visione di Giuntella, dal primato della coscienza riconosciuto dalla dichiarazione conciliare Dignitatis humanae (1965).

I principali lavori successivi su questi temi, Il cattolicesimo democratico nel triennio giacobino (1981) e poi il libro antologico La religione amica della democrazia (1990), pubblicato due anni dopo averne pubblicato uno analogo sulla polemica cattolica controrivoluzionaria e antidemocratica italiana, Le dolci catene. Testi della controrivoluzione cattolica in Italia (1988)17, riprendevano molte delle questioni affrontate e delle analisi svolte in quelli precedenti, ma in qualche caso, specie nel secondo di tali lavori, scritto del resto a distanza di diversi anni dal primo, in modo più disteso e sfumato.

Il primo saggio, che mette a frutto anche i lavori sul Settecento religioso di Mario Rosa18 e quelli sul periodo rivoluzionario di Daniele Menozzi19, si caratterizza per lo sforzo da un lato di tener fede al proposito metodologico di ricostruire la varietà delle posizioni dei cattolici democratici del triennio, dall'altro lato di misurare concretamente l'atteggiamento delle singole personalità di fronte ai diversi problemi dello Stato, della libertà dei culti e dell'eguaglianza di tutte le religioni di fronte alla legge, dell'autonomia della sfera politica, del diverso rapporto fra Cristianesimo e democrazia. Giuntella rileva bene la diffidenza irriducibile di molti giansenisti verso la rivoluzione e il giacobinismo, sottolinea le ambiguità e le contraddizioni, gli esiti talora di tipo integralista del pensiero di non pochi cattolici democratici "ortodossi". Restava peraltro, nella sua visione, molto rigida, alla fine poco persuasiva, la distinzione fra i giansenisti, di cui a suo modo di vedere sarebbe stato molto sopravvalutato l'apporto al triennio rivoluzionario, sempre per mera tattica aderenti alla democrazia, sempre giurisdizionalisti, spesso non tolleranti, dei quali solo si valutava positivamente, probabilmente per la suggestione degli studi di Rosa, il peso della loro "democrazia ecclesiastica", e i cattolici democratici non giansenisti, eredi di Muratori e di Amaduzzi, assertori del diritto naturale cristiano e del primato della coscienza morale.

Ma la realtà dei cattolici democratici mi sembra che sia di fatto ancora più complessa, sulla base non solo delle ricerche di Menozzi, che ha mostrato come esigenze di riforma ecclesiastica emergessero anche in ambienti cattolici democratici "ortodossi", o come invece negli stessi persistesse l'aspirazione a mantenere un regime di cristianità20, ma anche sulla base dello stesso quadro presentato da Giuntella. In esso, per esempio, un uomo di formazione giansenista come Gaetano Giudici appare sinceramente guadagnato al rispetto della libertà dei non cattolici e favorevole alla distinzione fra contratto matrimoniale e sacramento e all'introduzione del matrimonio civile e della stessa possibilità del divorzio nella legislazione matrimoniale della Repubblica Cisalpina, mentre per esempio Baccini, come si è visto, e altri cattolici democratici "ortodossi", mostrano la tendenza a stabilire un rapporto eccessivamente immediato e diretto, discutibile, fra Cristianesimo e democrazia.

Ma nel saggio del 1981 un altro aspetto da rilevare è l'accento messo da Giuntella su personalità come Antoine-Adrien Lamourette, il vescovo costituzionale francese studiato da Menozzi, che parla precocemente di un Cristianesimo dell'età di Costantino, in cui sul piano teologico il peso della Roma aristocratica vinta sarebbe prevalso sulla democrazia del Cristianesimo, e su un problema come quello della secolarizzazione, certo assai meno vistoso nel triennio di quanto non sarebbe stato circa due secoli dopo, e nel quale pure Giuntella vede «il problema della comunità dei credenti immersa nella società dei non credenti»21.

Ancora più ricco, più sfumato, più problematico, più consapevole delle questioni in gioco nel triennio rivoluzionario, alle quali egli guarda sempre più alla luce dei problemi del cattolicesimo del Novecento, del periodo postconciliare, appare l'approccio di Giuntella al problema dei cattolici democratici nel libro La religione amica della democrazia. La Rivoluzione francese è per Giuntella il segno di una rottura, o dell'avvio di una rottura, della vecchia cristianità, solidale con il vecchio regime, e da tempo in via di disgregazione. E il segno di un primo, necessario e importante confronto fra i cattolici e i principi di quella Rivoluzione, che inducono a una rimeditazione della dignità della persona e dei diritti che ne scaturiscono. I giansenisti e i non giansenisti sono accomunati in questo confronto. Giuntella analizza in modo approfondito, sempre attento alla molteplicità e diversità delle origini e degli itinerari dei singoli, le posizioni che questi, laici, clero, vescovi, assumono rispetto alla libertà, all'eguaglianza, alla fraternità, alla democrazia, alla tolleranza, alla sovranità del popolo e alla fonte del potere politico, alla separazione fra Stato e Chiesa, all'idea di una Chiesa diversa, più evangelica. Individua incertezze, esitazioni, limiti, in un dibattito che, dice, non si apre a una vera teologia della libertà, che generalmente non mostra soluzioni adeguate sui problemi che a Giuntella appaiono giustamente decisivi, quello dell'accettazione da parte dei cattolici democratici della società secolarizzata e quello della libertà religiosa, o della libertà dell'atto di fede. Un dibattito alla ricostruzione del quale davano un importante contributo, negli stessi anni, come in parte si è visto, anche gli studi di altri autori.

Giuntella coglieva in questo libro tutta l'importanza delle discussioni svoltesi nel triennio in ambito cattolico democratico, e rilevava la peculiarità della situazione italiana, per la presenza in Italia del potere temporale del papato. Pur restando fedele alla distinzione fra l'ispirazione pessimistica dei giansenisti e quella più ottimistica degli altri cattolici democratici, la stemperava al punto da porre al centro dell'attenzione gli esiti tra i più avanzati di due personalità d'ispirazione giansenista, Vincenzo Palmieri e Gaetano Giudici; al punto da sottolineare chiaramente la «presenza culturale ed etica notevole» dei giansenisti, la traccia da essi lasciata nel «primo liberalismo cattolico dell'Ottocento»22. Pur attento a non stabilire continuità troppo dirette e lineari, non nascondeva affatto il ruolo svolto, alla luce degli sviluppi del cattolicesimo contemporaneo, dai cattolici democratici del periodo rivoluzionario. Lo conferma la sottolineatura di "modernità" attribuita al passo dello scritto di un anonimo di quegli anni: «La Chiesa con la sua potestà non è che una società di viandanti i quali "non habent hic permanentem civitatem, sed futuram inquirunt"»23.

Qui, e in questo libro, si svela completamente il senso di ricerca spirituale e religiosa del lavoro storico di Vittorio Emanuele Giuntella, in riferimento al tema dei cattolici liberali e dei cattolici democratici fra Settecento e Ottocento. Credo egli ritenesse le dichiarazioni del Concilio Vaticano ii, soprattutto quella sulla "libertà religiosa", una risposta adeguata alle inquietudini della sua vita di studioso d'ispirazione cattolica.

Se avessimo potuto discutere, lui e io, su questo punto e su altri, del Concilio e del post-Concilio, è probabile che non ci saremmo trovati d'accordo. Ma per me è sicuro che, da credente libero, Vittorio Emanuele Giuntella avesse, al di là delle formule istituzionali, della libertà di coscienza e della libertà di scelta ideale, una visione analoga alla mia.

Note

* Nell'approntare per la pubblicazione questa relazione, le ho mantenuto il tono discorsivo e il carattere che essa aveva, di tentativo di ricostruire sommariamente, in precisi limiti di tempo, la genesi e gli sviluppi degli studi di Vittorio Emanuele Giuntella, specificamente all'argomento assegnatomi e indicato nel titolo, sullo sfondo della storiografia italiana, e non solo italiana, sullo stesso argomento. Per queste ragioni, anche i riferimenti bibliografici di carattere generale sono stati limitati all'essenziale.

1. Si veda ora un bilancio bibliografico, vasto ma purtroppo ancora lacunoso, di questi studi: Archivio per la storia del movimento sociale cattolico in Italia, Mezzo secolo di ricerca storiografica sul movimento cattolico in Italia dal 1861 al 1945: contributo a una bibliografia, a cura di E. Fumasi, Introduzione di A. Canavero, Editrice La Scuola, Brescia 1995.

2. Mi limito a citare di A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni (1948), nuova ed. riveduta e ampliata, iii ristampa aggiornata, Chiesa e Stato in Italia dalla unificazione ai giorni nostri, Einaudi, Torino 19713, e Il cattolicesimo liberale dal 1815 al 1848, in "Rassegna storica toscana", Atti dell'xi Convegno storico toscano (Castiglioncello-Volterra, 24-27 aprile 1958), iv (1958), 3-4, pp. 239-50; di P. Alatri, Appunti per una storia del movimento cattolico in Italia, in "Società", v (1949), 2, pp. 244-63 e Profilo storico del cattolicesimo liberale in Italia, i, Il Settecento. Giansenismo, filogiansenismo e illuminismo cattolico, Flaccovio, Palermo 1950; di E. Passerin d'Entrèves, Cattolicesimo liberale, in Il mondo contemporaneo, direttore Nicola Tranfaglia, Storia d'Europa, i, a cura di B. Bongiovanni, G. C. Jocteau, N. Tranfaglia, La Nuova Italia, Firenze 1980, pp. 91-104, rinviando per gli altri lavori alla sua bibliografia pubblicata in F. Traniello (a cura di), Dai Quaccheri a Gandhi. Studi di storia religiosa in onore di Ettore Passerin d'Entrèves, Il Mulino, Bologna 1988, pp. 21-40; di F. Traniello, fra gli altri, il saggio Le origini del cattolicesimo liberale, poi raccolto nel libro dello stesso, Da Gioberti a Moro. Percorsi di una cultura politica, FrancoAngeli, Milano 1990, pp. 11-24; di P. Scoppola, i saggi raccolti nel libro dello stesso, Coscienza religiosa e democrazia nell'Italia contemporanea, Il Mulino, Bologna 1966.

3. A questo proposito rinvio a G. Verucci, Félicité Lamennais. Dal Cattolicesimo autoritario al radicalismo democratico, Istituto italiano per gli studi storici, Napoli 1963.

4. Per gli scritti di Passerin sul giansenismo, diversi dei quali pubblicati nella rivista "Quaderni di cultura e storia sociale" fra il 1952 e il 1954, si rinvia alla sua bibliografia pubblicata in Dai Quaccheri a Gandhi, cit. Si veda anche la rassegna di E. Passerin e F. Traniello, Ricerche sul tardo giansenismo italiano, in "Rivista di storia e letteratura religiosa", ii (1967), 3, pp. 279-313.

5. Gli studi principali di E. Codignola sono l'ampia Introduzione e la cura dei Carteggi di Giansenisti liguri, 3 voll., Le Monnier, Firenze 1941-42, e il libro Illuministi, giansenisti e giacobini nell'Italia del Settecento, La Nuova Italia, Firenze 1947.

6. Si fa riferimento agli scritti di Alatri citati alla nota 2.

7. Si fa riferimento in particolare al noto scritto di E. Rota, Il Giansenismo in Lombardia e i prodromi del Risorgimento italiano, in Raccolta di scritti storici in onore del prof. Giacinto Romano, Pavia 1907, pp. 363-626.

8. Fra gli scritti di D. Cantimori, si possono ricordare Utopisti e riformatori italiani, 1794-1847. Ricerche storiche, Sansoni, Firenze 1943, e la Nota all'edizione degli scritti dei Giacobini italiani, da lui curata, i vol., Laterza, Bari 1956, pp. 407-16; di F. Venturi, cfr. la relazione La circolazione delle idee, in Atti del xxxii Congresso di Storia del Risorgimento italiano (Firenze, 9-12 settembre 1953), Vittoriano, Roma 1954, pp. 33-52; di F. Diaz, cfr. La questione del "giacobinismo italiano", in "Critica storica", iii (1964), 5, pp. 577-602; di A. Saitta, cfr. La questione del "giacobinismo italiano", ivi, iv (1965), 2, pp. 204-52; di A. Galante Garrone, cfr. Primo giacobinismo piemontese, in "Il Ponte", v (1949), 8-9, pp. 954-65; di R. De Felice, molti dei suoi numerosi saggi sull'argomento sono raccolti in Italia giacobina, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1965, e si veda anche, a cura dello stesso, I giornali giacobini italiani, Feltrinelli, Milano 1962. Si vedano inoltre la Nota bibliografica del vol. i, Le origini del Risorgimento, della Storia dell'Italia moderna di G. Candeloro, Feltrinelli, Milano 1956, pp. 377-428, in particolare pp. 390-2, e le pagine che al giacobinismo dedica W. Maturi, Interpretazioni del Risorgimento. Lezioni di storia della storiografia, pref. di E. Sestan, aggiornamento bibliografico di R. Romeo, Einaudi, Torino 1962, pp. 609-12, 653-5. Buoni bilanci delle ricerche e delle discussioni di quegli anni sul triennio rivoluzionario sono il libro antologico di C. Capra, L'età rivoluzionaria e napoleonica in Italia, 1796-1815, Loescher, Torino 1978, e il suo saggio su Età napoleonica, in F. Levi, U. Levra, N. Tranfaglia (a cura di), Il mondo contemporaneo, Storia d'Italia, 1, La Nuova Italia, Firenze 1978, pp. 362-76.

9. Cfr. Itinerario di una generazione dall'integralismo alla libertà religiosa, in Dai Quaccheri a Gandhi, cit., pp. 323-69.

10. La giacobina Repubblica romana (1798-99). Aspetti e momenti, in "Archivio della Società romana di storia patria", vol. lxxiii, 1950, fasc. i-iv, pp. 1-213; Introduzione al i vol. delle Assemblee della Repubblica romana (1798-99), 3 voll. da lui curati, i, Zanichelli, Bologna 1954, ii, Accademia nazionale dei Lincei, Roma 1977, iii, Accademia nazionale dei Lincei, Roma 1993; Cristianesimo e democrazia in Italia al tramonto del Settecento (appunti per una ricerca), in "Rassegna storica del Risorgimento", xlii (1955), 2-3, pp. 289-96.

11. Cristianesimo e democrazia in Italia, cit., p. 293.

12. Premessa alla Bibliografia della Repubblica romana del 1798-1799, da lui curata, Istituto di studi romani, Roma 1957; L'Italia nell'età napoleonica. Dalle repubbliche giacobine alla crisi del dispotismo napoleonico (1796-1814), in Storia d'Italia, coordinata da N. Valeri, iii, Dalla pace di Aquisgrana all'avvento di Camillo Cavour, Utet, Torino 1959, pp. 225-358; L'esperienza rivoluzionaria, in Nuove questioni di storia del Risorgimento e dell'Unità d'Italia, Marzorati, Milano 1961, pp. 311-43; Stato democratico e cattolicesimo nelle concezioni politico-religiose di Pietro Paolo Baccini, in R. Aubert, A. M. Ghisalberti, E. Passerin d'Entrèves (a cura di), Chiesa e Stato nell'Ottocento. Miscellanea in onore di Pietro Pirri, i, Antenore, Padova 1962, pp. 313-25; Introduzione a La Rivoluzione francese e l'Impero napoleonico, e la corrispondente bibliografia da lui curata, in Bibliografia dell'età del Risorgimento in onore di Alberto M. Ghisalberti, i, Olschki, Firenze 1971, pp. 77-118; Roma nel Settecento, Storia di Roma, vol. xv, Cappelli, Bologna 1971.

13. Sul ridimensionamento di queste motivazioni si veda ora il fascicolo monografico Le insorgenze popolari nell'Italia rivoluzionaria e napoleonica, della rivista "Studi storici", xxxix (1998), 2, a partire dalla Introduzione. La questione delle insorgenze italiane, di A. M. Rao, pp. 325-47.

14. Roma nel Settecento, cit., pp. xii ss., 24, pp. 201 ss. e passim. Sulla stessa linea è uno scritto assai più tardo, La crisi della Chiesa dell'Antico regime, in L'Italia alla vigilia della Rivoluzione francese, Atti del liv Congresso di storia del Risorgimento italiano (Milano, 12-15 ottobre 1988), Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Roma 1990, pp. 115-37.

15. Qualche riflessione sui cento anni dopo l'emancipazione, in 1870. La breccia del ghetto. Evoluzione degli ebrei di Roma, Barulli, Roma 1971, pp. 113-21.

16. Il Risorgimento come problema religioso, Prolusione del prof. Vittorio E. Giuntella, in "Annuario dell'Istituto Universitario Pareggiato di Magistero Maria Ss. Assunta", a.a. 1977-78, pp. 27-49, qui riportato alle pp. 123-37.

17. Il cattolicesimo democratico nel triennio "giacobino", in M. Rosa (a cura di), Cattolicesimo e Lumi nel Settecento italiano, Herder, Roma 1981, pp. 267-94; La religione amica della democrazia. I cattolici democratici del Triennio rivoluzionario (1796-1799), Studium, Roma 1990; Le dolci catene. Testi della controrivoluzione cattolica in Italia, Istituto per la storia del Risorgimento italiano, Roma 1988.

18. Cfr. in particolare i saggi di M. Rosa raccolti nel volume Riformatori e ribelli nel '700 religioso italiano, Dedalo, Bari 1969. Dello stesso autore si veda ora il volume Settecento religioso. Politica della ragione e religione del cuore, Marsilio, Venezia 1999.

19. Si vedano in particolare, di D. Menozzi, "Philosophes" et "Chrétiens éclairés". Politica e religione nella collaborazione di G. H. Mirabeau e A. A. Lamourette (1774-1794), Paideia, Brescia 1976, e l'antologia Cristianesimo e Rivoluzione francese, Queriniana, Brescia 1977.

20. Cfr. ancora il saggio di D. Menozzi, Le chiese italiane e la rivoluzione: il caso di Bologna, in D. Menozzi (a cura di), La chiesa italiana e la Rivoluzione francese, Edizioni Dehoniane, Bologna 1990, pp. 121-79.

21. Il cattolicesimo democratico nel triennio "giacobino", cit., p. 291.

22. La religione amica della democrazia, cit., p. 94.

23. Ivi, p. 47.