Pauperismo e marginalità
nella storiografia recente.
Appunti in margine ai contributi
di Vittorio Emanuele Giuntella

di Pietro Stella

Le pagine di storia che Giuntella dedica ai poveri e alla povertà hanno sempre qualcosa di tragico, sia che egli presenti Roma nel Settecento, sia che affronti più in generale la storia delle città nell'età dell'illuminismo1. Nella città del Settecento egli ritrova gli squilibri più vari, le situazioni nelle quali il più debole è soccombente. Rimarcando la visione degli utopisti, descrive la città, e Roma in particolare, come il centro di un potere soverchiante, come il pozzo senza fondo che ingoia le ricchezze delle province, la bara di pietra, l'incarnazione del male, l'infernale Babilonia dalla quale non c'è altro scampo se non nella palingenesi della città ideale o nella totale distruzione2. Sono accenti ­ si direbbe ­ che scaturivano dal suo animo esacerbato dalle ferite mai cicatrizzate del lager sofferto in Germania nell'assurdità della guerra, dal settembre 1943 fino ai mesi di attesa interminabile dell'autunno 1945.

Riferendosi alle istituzioni assistenziali che caratterizzarono la Roma del Settecento, egli dichiarava in occasione di una tavola rotonda tenuta nel 1979: «Confesso che gli elementi che mi interessano di più in questa attività assistenziale sono le motivazioni ideologiche, o, per parlare più propriamente, teologiche, che sottendono, positivamente o negativamente a questa attività»3. Roma ­ scriveva ­ era la città dove la «carità» era «elevata a principio di governo»; per ciò stesso era aperta alle contraddizioni più patenti. Città dallo sfarzo principesco e del lusso e «città della fame endemica», città dove c'erano sicuramente i «veri poveri, che Gesù ha proclamato beati», ma anche «gli accattoni, i vagabondi, i malviventi, coloro, cioè, che vivono sfruttando la carità e l'assistenza, divenendo un peso e un pericolo per la collettività»; città perciò dove, come in altre, i momenti di crisi «portano anche con sé l'incremento dei reati contro la proprietà e contro la persona», compromettendo l'immagine di città cristiana ideale, immagine ch'era d'altro canto compromessa da chi sfruttava la carità come motivo di decoro e di carriera, di prestigio e di potere sociale e politico. Roma era «città della fame», ma anche città in cui erano da capire personaggi come il cardinale Pietro Ottoboni o le dinastie dei cardinali Albani e Corsini, i loro palazzi e le loro ville, il loro sfarzo e la capacità che avevano questi «familiari di Cristo» di cambiare «l'apostolato in principato»4. Era da capire ­ notava ­ come il cardinale Alessandro Albani e altri prelati «che gareggiavano in ricchezza con lui, potessero leggere nel breviario, o nel messale, le benedizioni e le maledizioni di Luca, senza esserne personalmente colpiti»5. E incalzava: «Avrà mai pensato il card. de Bernis che i suoi sontuosi banchetti, la cui fama correva per tutta l'Europa, rassomigliavano a quelli del ricco Epulone e che Lazzaro accattava gli avanzi sotto le spoglie del suo connazionale Benoît-Joseph Labre?».

Nella mente di Giuntella l'asserto che la carità era allora utilizzata in chiave politica implicava con tutta probabilità un'altra amara considerazione: invocata a fondamento dell'attività di governo, in realtà essa veniva banalizzata e strumentalizzata; rivelava inoltre ben deboli legami con quanto si leggeva nella prima lettera di san Paolo ai Corinzi (1 Cor 13, 1-13), dove la virtù della carità era intesa come la partecipazione divina dirompente dell'amore verso gli altri. In una prospettiva di storia della religiosità la sensazione di Giuntella costituiva insomma un altro elemento della sua visione tragica. Ma in chiave di storia politica e di storia economica, si trattava di un elemento che poteva essere considerato come non rilevante. E in effetti, non ha spazio nella monografia dal titolo evocativo La carità come metodo di governo (con esplicito richiamo a Giuntella) che Maura Piccialuti ha dedicato di recente alle istituzioni assistenziali di Roma e dello Stato pontificio dagli anni di Innocenzo xii fino a quelli di Benedetto xiv6. Dall'analisi dei fatti, basata su un ampio scavo archivistico, l'autrice giunge a un giudizio positivo sul riordino operato da papa Lambertini in anni di congiuntura economica tutto sommato favorevole, prima che altri avvenimenti, come la fame degli anni 1764-65, l'offensiva anticuriale e quella illuminista, i ritardi delle riforme economiche compromettessero i risultati raggiunti e iniziassero una fase di deterioramento e di affanno. Spingendo il proprio sguardo al periodo napoleonico, la Piccialuti è anzi propensa a mantenere il suo apprezzamento positivo su ciò che era stato organizzato a metà Settecento7. A suo avviso, lo scardinamento di certe strutture preesistenti operato dall'autorità repubblicana e napoleonica, la soppressione di confraternite e di ordini religiosi, l'insufficiente impianto di istituzioni gestite dall'autorità civile che facessero da connettivo con la collettività civile più fragile servì da pregiudiziale per un ritorno all'impianto antico negli anni che seguirono la seconda recupera8.

Sui problemi politici premevano quelli economici, resi più acuti dalla recrudescenza della fame, dall'accattonaggio, dall'aumento della criminalità e da quello meno appariscente, ma non meno grave, dell'impoverimento, cioè dall'aumento di coloro che non riuscendo a mantenere la propria posizione sociale entravano nella greve nebulosa dei poveri "vergognosi". Per quanto concerne Roma, la storia dei problemi annonari si è arricchita di contributi importanti, tra i quali si distinguono il robusto e corposo volume di Volker Reinhardt, ispirato alla scuola di Wilhelm Abel, e la corrispettiva ricerca di Donatella Strangio9. Sulla criminalità a Roma ha dedicato qualche saggio Luigi Cajani, allievo di Giuntella e attento, come il maestro, alla mentalità popolare non di rado criminalizzata entro i processi di subalternità e di inculturazione tipici dell'Europa moderna10.

L'attenzione ai nessi della città con il territorio è un'istanza metodologica che permea l'insieme di ricerche ispirate da Alberto Monticone, coordinate da Maria Cristina Giuntella (primogenita di Vittorio Emanuele) e pubblicate nel volume Poveri in cammino. Mobilità e assistenza tra Umbria e Roma in età moderna11. La stessa Maria Cristina Giuntella aveva già dedicato un suo contributo, tra storia istituzionale e quella dei comportamenti popolari, al riordino dell'assistenza ai trovatelli in epoca di Benedetto xiv, allorché si cercò di fronteggiare il problema dei bambini esposti inoltrati dal territorio a Roma e affidati all'Ospedale di Santo Spirito12.

La risposta ad alcune suggestioni di V. E. Giuntella, ma anche un'originale lettura dei fatti presi in esame è data dal libro di Marina Caffiero, La politica della santità. Nascita di un culto nell'età dei Lumi 13 tutto incentrato sul processo di beatificazione di Benedetto Giuseppe Labre. L'autrice non è interessata alla santità vissuta dal Labre in rapporto a idealità evangeliche, ma piuttosto, al povero quasi sconosciuto che in vita aveva suscitato ribrezzo per il fetore che emanava e per i pidocchi che ne infestavano tranquillamente la persona, e che dopo la morte diede adito a processi di mobilitazione sociale e a interventi politici in bilico tra arcaicità e reazione, conservatorismo e modernizzazione. Alla sua morte, la povera gente dei rioni romani proiettava le proprie indigenze e le proprie angosce su Labre, sublimandone la figura e proclamandone la santità miracolosa14. L'apparato ecclesiastico si mobilitava, a sua volta, per organizzarne e promuoverne la beatificazione e, soprattutto, per utilizzarne l'immagine a scopi polemici retrivi, finalizzati alla conquista di un consenso o al mantenimento di una propria capacità di controllo delle masse popolari a Roma e via via nel mondo cattolico. Di Benedetto Labre ­ sottolinea l'autrice ­ la letteratura ecclesiastica romana, in polemica contro i philosophes, esaltava la "vera sapienza", vale a dire, il docile ascolto di quanto inculcavano i pastori della "vera chiesa di Cristo". La povertà e la stessa sporcizia del Labre erano utilizzate come moniti celesti rivolti a quei philosophes che indicavano il benessere terreno quale fine supremo dell'uomo. A chi spiegava tutta la realtà mediante i lumi della scienza empirica venivano contrapposti i miracoli operati per intercessione di Labre morto "in odore di santità". In altre parole, nella lettura di Marina Caffiero, Benedetto Labre diviene un emblema (o l'emblema) dell'ideologia antimoderna che pervade le strategie reazionarie dell'apparato ecclesiastico; strategie miranti alla difesa del proprio potere egemonico, secondo un disegno che l'autrice lascia apparire come generalizzato, ben radicato, abilmente e consapevolmente perseguito. È una lettura che s'iscrive ­ a me sembra ­ in una visione storiografica latamente gramsciana, attenta alle sorti del potere egemonico. Il saggio della Caffiero, comunque si voglia valutare, mette in luce, finalmente e con forza, aspetti che l'agiografia tradizionale aveva del tutto trascurati. In questo senso di riflesso pone in evidenza la personalità dell'autrice, allieva di Giuntella, ma con una propria capacità di lettura storica15.

A conti fatti rimangono ancora senza risposta gli interrogativi che Giuntella si poneva nell'intervento del 1979. Altrettanto è da dire a proposito di alcune notazioni che Gabriele De Rosa aveva fatto analizzando l'incidenza che la personalità carismatica di Gabriele dell'Addolorata, redentorista laico, aveva avuto sulla religiosità magico-sacrale della Lucania a metà Settecento. Egli, inoltre, si era interrogato sugli effetti e sulle variazioni sia religiose che politiche (tra loro non sempre omologabili) che, successivamente, nell'Ottocento e Novecento, tale personalità aveva provocato tanto sul conformismo religioso borghese quanto sulla religiosità rurale, pervenuta a comportamenti più vicini ai modelli ideali ispirati al santo laico redentorista e oscillante tra religiosità taumaturgica e intima spiritualità, più vicina agli ideali dell'annunzio evangelico16. In questo senso si tratta di una storia religiosa che non riduce i convincimenti e il vissuto, la mentalità e i comportamenti individuali e collettivi entro schemi di lettura politica. Manca in particolare una storia della religiosità che il povero visse entro un proprio mondo mentale, sia tutelandola e coltivandola alla stregua di un Labre, di una Anna Maria Taigi o di una Elisabetta Canori Mora, sia stemperandola o anche abbandonandola per collocarsi entro le categorie sociali che la borghesia di metà Ottocento definiva classi pericolose17.

Allargando gli orizzonti al di là del magistero di Giuntella, ci si può interrogare sulle fortune oggi della storiografia relativa ai poveri e ai marginali. Affiora l'impressione che, dopo anni di attività febbrile, quello del pauperismo e della marginalità sia un cantiere, se non in disarmo, quanto meno in temporanea quiescenza. Dopo gli anni Settanta e Ottanta sembra si sia affievolita la produzione di saggi esplorativi, di rassegne, di sintesi e di antologie18. Non mancano tuttavia contributi che merita segnalare, come quello della Laberge sulla marginalità negli Stati Uniti tra Settecento e Ottocento19, i lavori seminariali sull'assistenza nelle grandi città europee della medesima epoca20, lo sguardo d'insieme di von Hippel sui poveri e i vagabondi in Germania in età moderna21, il saggio di F. M. Di Sciullo sulla mobilità dei lavoratori poveri ora sospinti verso la città, ora respinti per ragioni di controllo o per tornaconto degli stessi lavoratori22. Vanno inoltre ricordati gli studi relativi al funzionamento dell'assistenza ospedaliera23.

Si direbbe che gli allievi di Michel Mollat, Stuart J. Woolf, Bronislaw Geremek, Olwen H. Hufton, Jean Pierre Gutton siano ormai appagati dei loro contributi particolari e delle sintesi da loro stessi prospettate. Per quanto concerne la Francia e l'Italia, ci si potrebbe chiedere se il passaggio dalla nouvelle histoire di Marc Bloch, Lucien Febvre e Fernand Braudel alla nuova storiografia della terza generazione della scuola, privilegiando l'antropologia sulla sociologia non abbia avuto come effetto il disinteresse nei confronti di una storia istituzionale, politica e sociale della povertà24. Eppure, anche l'intersezione con l'antropologia non può che rivelarsi promettente. Così lasciano intendere sia il classico saggio di Nathan Wachtel sulla marginalizzazione, ma anche la sopravvivenza e la memoria dei "popoli vinti" del Nuovo Mondo dopo la conquista spagnola25, sia le analisi di Roger Chartier sui modi di lettura del mondo popolare tra analfabetismo e cultura dotta, con la conseguente produzione a stampa di testi scritti e figurati "popolari"26. Le ricerche antropologiche dopo Lévi-Strauss o dopo i saggi brillanti di Carlo Ginzburg e, in campo di analisi letterarie, dopo quelli di Piero Camporesi, possono certamente stimolare in direzione dell'elaborazione di modelli che consentano di rivisitare la storia sia dei poveri, dei marginali e della migrazione, sia quella dei gruppi etnici in crisi di estinzione o sotto la pressione del mondo volto verso la globalizzazione. A questo tipo di ricerche era propenso lo stesso Giuntella, attratto com'era, fin dagli anni giovanili, dal mondo degli indigenti e da quello degli zingari27.

Note

1. V. E. Giuntella, Roma nel Settecento, Cappelli, Bologna 1971; Id., La città dell'illuminismo. L'idea e il nuovo volto, Studium, Roma 1982.

2. Id., La città dell'illuminismo, cit., p. 28.

3. M. Rosa, A. Monticone, V. E. Giuntella, P. Stella, Poveri ed emarginati: un problema religioso, in "Ricerche per la storia religiosa di Roma", 3 (1979), pp. 24 ss.

4. Ivi, p. 28 (citazione di una predica recitata al Palazzo Apostolico dal cappuccino, poi cardinale, Francesco Maria Casini da Arezzo, edita la prima volta nel 1713).

5. Ivi, p. 27 (per esattezza, non si tratta del Vangelo di Luca, ma di Mt, 25, 34-46).

6. M. Piccialuti, La carità come metodo di governo. Istituzioni caritative a Roma dal pontificato di Innocenzo xii a quello di Benedetto xiv, Giappichelli, Torino 1994. L'autrice conclude: «Impensabile immaginare a Roma un vasto movimento riformatore laico che potesse sostituire (sic) la virtù teologale della carità (sic) con i diritti dell'uomo che di lì a pochi anni sarebbero stati proclamati, oltre oceano, dai primi tredici Stati Uniti della nuova nazione americana» (p. 295). Giuntella, data la sua sensibilità, avrebbe scritto che «era impensabile a Roma a metà Settecento una forza politica laica capace di porre fine (non alla virtù, ma) al regime di carità, imperniando le riforme dello stato su quei princìpi dei diritti dell'uomo che di lì a poco sarebbero stati proclamati negli Stati Uniti d'America e che sarebbero stati sottoscritti significativamente senza riserve anche da John Carrol, il futuro primo vescovo di Baltimora»: modalità diverse di scrittura storica!

7. Id., Dalla carità romana alla bienfaisance publique. A proposito di ospedali e soccorsi pubblici nella Roma napoleonica, in "Rivista Storica del Lazio", 1 (1993), pp. 199-231. Sulle confraternite cfr. A. Serra, Problemi dei beni ecclesiastici nella società preindustriale. Le confraternite di Roma moderna, Istituto di Studi romani, Roma 1983.

8. A. Buratta, Il card. Giuseppe Antonio Sala e la visita apostolica agli ospedali di Roma, in "Rivista di storia della Chiesa in Italia", 41 (1987), pp. 433-44; A. L. Bonella, Gli ospedali romani nell'età della restaurazione, in "Archivi per la storia. Rivista dell'Associazione archivistica italiana", 5 (1992), pp. 59-76. Cfr. inoltre "Ricerche per la storia religiosa di Roma", 6 (1985), numero monografico sul tema Storiografia e archivi delle confraternite romane, a cura di L. Fiorani.

9. V. Reinhardt, Überleben in der frühneuzeitlichen Stadt. Annona und Getreideversorgung in Rom 1563-1797, Niemeyer, Tübingen 1991; D. Strangio, Crisi alimentari e politica annonaria a Roma nel Settecento, Istituto nazionale di Studi romani, Roma 1999.

10. L. Cajani, Giustizia e criminalità nella Roma del Settecento, in V. E. Giuntella (a cura di), Ricerche sulla città del Settecento, Edizioni Ricerche, Roma 1978, pp. 261-312. Cfr. inoltre U. Levra (a cura di), La scienza e la colpa. Crimini, criminali, criminologi: un volto dell'Ottocento, Electa, Milano 1985; La "Leopoldina". Criminalità e giustizia criminale nelle riforme del '700 europeo, ricerche coordinate da L. Berlinguer, Giuffrè, Milano 1988-95, 13 voll.

11. A. Monticone (a cura di), Poveri in cammino. Mobilità e assistenza tra Umbria e Roma in età moderna, FrancoAngeli, Milano 1993.

12. M. C. Giuntella, Aree di gravitazione, fenomeni di transito, stabilità e mobilità della popolazione in relazione alle strutture assistenziali in Umbria nel Settecento, in Orientamenti di una regione attraverso i secoli: scambi, rapporti, influssi storici nella struttura dell'Umbria (Atti del x Convegno di studi umbri, Gubbio, 23-26 maggio 1976), Libreria Universitaria, Perugia 1978, pp. 589-99. Il contributo, che si inserisce in un lavoro di ricerca iniziato da Alberto Monticone presso l'Università di Perugia, è fondato sui documenti di una visita apostolica svolta da mons. Innico Caracciolo nel 1740.

13. Laterza, Roma-Bari 1996. Di M. Caffiero è da ricordare anche il volumetto L'erba dei poveri. Comunità rurale e soppressione degli usi collettivi nel Lazio (secoli xviii-xix), Edizioni dell'Ateneo, Roma 1983, dove è preso in esame il nesso tra processi di pauperizzazione del fragile entroterra con la città di Roma.

14. A questi comportamenti già si riferiva Giuntella in Roma nel Settecento, cit., pp. 139 ss., 173-5.

15. Tutto ciò è stato posto in luce in un saggio sui recenti contributi storiografici relativi a temi di agiografia da O. Niccoli, A proposito di qualche libro recente di storia religiosa, in "Studi Storici", 38 (1997), pp. 107-34.

16. G. De Rosa, Chiesa e religione popolare nel Mezzogiorno, Laterza, Bari 1978.

17. Per gli anni tra antico regime e rivoluzione qualche spunto può essere offerto dal volume Pratiques religieuses, mentalités et spiritualités dans l'Europe révolutionnaire (1770-1820), Actes du colloque, Chantilly, 27-29 novembre 1986, sous la direction de Bernard Plongeron, Brepols, Turnhout 1988; dai lavori degli allievi di Jean Delumeau, ad esempio nel volume collettaneo La religion de ma mère. Le rôle des femmes dans la transmission de la foi, Cerf, Paris 1992; dall'abbozzo sintetico di L. Châtellier, La religion des pauvres, Aubier, Paris 1993 (trad. it., Garzanti, Milano 1994).

18. Sono ancora degli anni Ottanta: P. Piasenza, "Povertà", costruzione dello stato e controllo sociale in Francia: alle origini del problema, in "Rivista di storia contemporanea", 9 (1980), pp. 1-36 (con un preambolo sugli orientamenti storiografici); P. Messina, Poveri e mendicanti nell'Europa moderna, in "Studi storici", 29 (1988), pp. 231-43; G. Politi, M. Rosa, F. Della Peruta (a cura di), Timore e carità. I poveri nell'Italia moderna, Atti del convegno "Pauperismo e assistenza negli antichi stati italiani", Cremona, 28-30 marzo 1980, Biblioteca Statale e Libreria Civica di Cremona, Cremona 1982; F. Baroncelli, G. Assereto, Sulla povertà. Idee, leggi, progetti nell'Europa moderna, Herodote, Genova-Ivrea 1983; E. Bressan, Povertà e assistenza in Lombardia nell'età napoleonica, Cariplo, Laterza, Bari 1985; M. G. B. Altan, P. Caracci et al.), Storia della solidarietà in Friuli, Jaca Book, Milano 1987; G. Botti, L. Guidi, L. Valenzi (a cura di), Povertà e beneficenza tra rivoluzione e restaurazione, Morano, Napoli 1989.

19. D. Laberge, Marginaux et marginalité. Les États-Units aux xviiie et xixe siècles, L'Harmattan, Paris 1997.

20. Croma, Dipartimento di Economia, Università degli Studi Roma Tre, École Française de Rome, Assistenza e filantropia nelle capitali (xviii-xix secolo), Ciclo seminariale sulle capitali europee, 28-29 novembre 1997.

21. W. von Hippel, Armut, Unterschichten, Randgruppen in der Frühen Neuzeit, Oldenbourg, München 1995 (Enzyclopädie deutscher Geschichte, 34). Sullo stesso tema, B.-U. Hergenmöller (hrsg.), Randgruppen der spätmittelalterlichen Gesellschaft, Fahlbusch, Warendorf 1994.

22. F. M. Di Sciullo, Stato e assetto sociale: mobilità e controllo dei poveri nell'Inghilterra del xviii secolo, in L. Gambino (a cura di), Stato, autorità, libertà. Studi in onore di Mario d'Addio, Aracne, Roma 1999, pp. 211-38.

23. G. Gozzini, Il segreto dell'elemosina. Poveri e carità legale a Firenze 1800-1870, Olschki, Firenze 1993; L. Valenzi, Poveri, ospizi e potere a Napoli (secc. xviii-xix), FrancoAngeli, Milano 1995; E. Giuriolo, Curare e guarire gli indigenti: forniture alimentari per gli ospedali di Cuneo e Mondovì, in "Gli archivi per la storia dell'alimentazione", Atti del convegno, Potenza-Matera, 5-8 settembre 1988, iii, Ministero per i beni culturali e ambientali, Roma 1995, pp. 1581-9; A. Gonnella, L'assistenza pubblica a Trieste: l'alimentazione nell'Istituto dei poveri (1818-1918), ivi, pp. 1590-608; P. Grisoli, Vitto e spese "plateali" nelle istituzioni ospedaliere dipendenti dall'Ordine dei SS. Maurizio e Lazzaro (secoli xvii-xix), ivi, pp. 1607-26; L. Nasto, Tra '700 e '800, assistenza e beneficenza a Roma. La questione della mendicità, in "Rassegna storica del Risorgimento", 83 (1996), pp. 441-62; S. Balzaretti, Il sistema assistenziale dell'Ospizio dei poveri di Vercelli nel Settecento, in "Bollettino storico vercellese", 26 (1997), pp. 55-87.

24. Cfr. F. Pitocco, Ritorno alle radici. Febvre, Bloch e la "storia delle mentalità", in Id. (a cura di), Storia delle mentalità, vol. i, Bulzoni, Roma 1996, pp. 9-100.

25. N. Wachtel, La vision des vaincus. Les Indiens du Pérou devant la Conquête espagnole 1530-1570, Gallimard, Paris 1971 (trad. it., Einaudi, Torino 1977).

26. R. Chartier, Lectures et lecteurs dans la France d'Ancien Régime, Éd. du Seuil, Paris 1987 (trad. it., Einaudi, Torino 1988). Con approccio analogo, G. Cavallo, Scrivere leggere memorizzare le Sacre Scritture, in Morfologie sociali e culturali in Europa fra tarda antichità e alto medioevo, Settimane di studio del Centro italiano di studi sull'alto medioevo, Spoleto, 3-9 aprile 1997, Centro italiano di studi sull'alto medioevo, Spoleto 1998, pp. 987-1008.

27. V. E. Giuntella, giovane universitario, era un attivo socio della Conferenza di san Vincenzo de' Paoli nella parrocchia di santa Croce in Flaminio: lo segnala S. Misiani, La Società di san Vincenzo de' Paoli a Roma. Lineamenti e prospettive di una ricerca, in C. Franceschini (a cura di), Federico Ozanam e il suo tempo, Il Mulino, Bologna 1999, p. 219.