Il nazismo e i lager
nell'interpretazione storiografica
di Vittorio Emanuele Giuntella

di Lutz Klinkhammer

Quando ho conosciuto Vittorio Emanuele Giuntella, nel 1987, stavo appena iniziando le mie ricerche sull'occupazione tedesca in Italia. Non vorrei accennare qui all'impatto che questa conoscenza ha avuto sul mio lavoro: l'intenzione di quest'intervento1 è di analizzare quale era il contesto in cui si inseriva il libro di Vittorio Emanuele Giuntella sul nazismo e i lager e in che modo si è mossa la ricerca storiografica in quegli anni. In altre parole: discutere su che cosa resta di un'opera storiografica quando viene vista nel contesto del suo tempo, cioè quando viene storicizzata. È un compito che permette anche di riflettere su questioni profonde, inerenti al nostro mestiere.

Ognuno di noi [...] sa, che quello che ha prodotto scientificamente, tra 10, 20, 50 anni sarà invecchiato. Questo è il destino del lavoro dello scienziato, anzi è la ragion d'essere alla quale il lavoro scientifico è sottomesso. [...] Chiunque vuole servire la scienza deve accettarla. Il superamento del nostro sapere è il nostro fine. Non possiamo far ricerca senza la speranza che altri arriveranno oltre le nostre conoscenze. In linea di principio questo progresso si muove in direzione dell'infinito2.

Questo giudizio, espresso da Max Weber, è profondamente vero, ma nonostante ciò è abbastanza difficile da interiorizzare da parte di una giovane generazione di storici che sono spinti dalla speranza ­ o dall'illusione ­ di poter creare dei lavori che dureranno a lungo.

Per dirlo subito Il nazismo e i lager è un libro di lunga durata. Anche più di 20 anni dopo la sua pubblicazione è difficile trovare un'opera paragonabile. Se lo confrontiamo con la produzione storiografica tedesca dell'epoca, cioè della fine degli anni Settanta, questo valore è ancora più evidente. Conviene, allora, confrontarlo con uno dei più importanti prodotti della storiografia tedesca sul nazismo. Mi riferisco al libro di Klaus Hildebrand sul Terzo Reich, tradotto anche in italiano, il quale è arrivato ad una diffusione molto alta perché venne adottato ed utilizzato per lungo tempo sia dagli studenti universitari che da buona parte dei docenti. Il volume è ormai arrivato alla quinta edizione, però il contenuto è rimasto sostanzialmente inalterato a partire dalla prima edizione, che risale al 19783. È apparso in una collana della casa editrice Oldenbourg che pubblica libri di testo accademici; ogni volume è diviso in tre parti: la prima parte contiene un saggio storico, la seconda tematizza i problemi di fondo e le controversie scientifiche, la terza parte contiene una bibliografia di oltre 1.100 titoli. Il 90% delle indicazioni bibliografiche si riferisce ad opere pubblicate in lingua tedesca, circa il 10 % cita saggi apparsi in inglese, una dozzina di titoli rinviano alla ricerca francese, mentre non si trova alcun accenno alla ricerca in lingua italiana. Per quanto riguarda il carattere repressivo e distruttivo del nazismo, si può notare che la genesi della cosiddetta "soluzione finale" è trattata abbastanza ampiamente. Si trovano alcuni accenni allo sterminio degli ebrei nelle camere di gas4. Le informazioni sui campi di concentramento si riducono invece ad un unico capoverso che dice in poche parole che all'inizio della guerra esistevano 6 campi, saliti a 15 nel 1942, che il numero dei detenuti era aumentato da 21.000 nel 1939 a 800.000 nel 1945, e che le ss avevano nel sistema concentrazionario un potere assoluto. L'autore accenna poi a vari sottocampi di lavoro che avevano una funzione importante per l'industria bellica tedesca5. Manca completamente una riflessione sui prigionieri di guerra o internati militari, mentre troviamo una sola frase sui 6 o 7 milioni di lavoratori coatti deportati in Germania6.

Questo volume è lo specchio della ricerca tedesca sui campi di concentramento, che è stata per lunghi anni esigua; il 1978, tuttavia, segnò uno spartiacque con la pubblicazione del libro di Christian Streit sullo sterminio dei prigionieri di guerra russi in Germania e con il libro di Falk Pingel sui campi di concentramento7. La ricerca anteriore non ebbe un'influenza particolare sulla ricerca storiografica. Martin Broszat scrisse nel 1965 che era paradossale il fatto che i campi di concentramento nazionalsocialisti costituissero un dato ormai noto, ma che esistesse poca conoscenza approfondita in merito8. Già nel 1960 era apparso il lavoro pionieristico di Eberhard Kolb su Bergen-Belsen9, e poco tempo dopo furono pubblicate le perizie di Martin Broszat, Hans Buchheim e Hans Adolf Jacobsen utilizzate per il processo contro alcuni degli aguzzini del campo di Auschwitz10. Questo processo, diventato famoso sotto il nome di "Processo Auschwitz", aveva un'importanza fondamentale per la conoscenza dei crimini nei campi di sterminio11. Fino a quella data, tra le pubblicazioni dell'Institut für Zeitgeschichte non si trovava un saggio sui campi di concentramento. Dopo numerose richieste di informazioni sui campi di concentramento, fu avviato un progetto di ricerca che doveva portare ad uno studio sulla storia di tutti i campi di concentramento. Fu creato il nome per una nuova collana che doveva raccogliere questi saggi. Ma l'unico esito del piano ambizioso fu la pubblicazione di un volume collettaneo sui campi di concentramento Fuhlsbüttel, Neuengamme, Mauthausen, Ravensbrück, Bergen-Belsen e Dora, pubblicato nel 197012. Persino uno dei migliori studi sul carattere del Terzo Reich, il libro di Martin Broszat intitolato Lo stato hitleriano13 non tematizzava i campi di concentramento, se si prescinde da una frase sull'impiego dei detenuti nell'ambito dell'impero economico delle ss. Il dibattito tedesco sul nazismo in questi anni ruotava completamente intorno alla domanda relativa al modo in cui avevano funzionato la struttura del regime, il meccanismo del potere e il sistema politico. Si discuteva in quale modo si era imposta la dittatura totalitaria, in quale modo la parte più radicale del nazismo aveva preso il sopravvento sui fiancheggiatori. Le vicende umane delle vittime del nazismo in questa prospettiva "sistemica" interessavano relativamente poco. Anche studi più recenti come quelli di Wolfgang Sofsky hanno esaminato i campi di concentramento più sotto un'angolatura sociologica che storica14. Il primo studio complessivo sul mondo concentrazionario nazista è la ricerca di Gudrun Schwarz15.

A cominciare dalla metà degli anni Ottanta, però, l'interesse per la storia orale, la storia locale e la storia sociale hanno cambiato notevolmente quel paradigma strutturalistico e hanno rafforzato la memoria locale16. Nell'ultimo decennio è stata pubblicata una serie di guide regionali spinte dall'interesse e impegno di mantenere vivo il ricordo dei luoghi del terrore17. Anche la storiografia sul trattamento dei prigionieri di guerra negli Stalag e nei campi di lavoro è ­ grazie agli studi degli anni Novanta e a un gruppo di persone che era riuscito a mantenere viva la memoria dei luoghi nazionalsocialisti di detenzione ­ ormai piuttosto ampia18.

Alla fine degli anni Settanta, però, gli studi scientifici sui campi di concentramento erano ben pochi. A prescindere dalle testimonianze autobiografiche degli anni Trenta pubblicate da rifugiati all'estero19, il volume di riferimento per l'opinione pubblica della Germania federale fu ancora il classico di Eugen Kogon, Der SS-Staat, che nel 1983 aveva raggiunto la 11a edizione con 465.000 copie vendute20. Lo stato dell'arte alla fine degli anni Settanta venne riassunto da Falk Pingel nel saggio Die Konzentrationslager, dal quale risulta la scarsità degli studi complessivi sui campi di concentramento che andassero oltre i racconti di testimoni e sopravvissuti oppure oltre agli studi su singoli campi21.

Quando Vittorio Emanuele Giuntella pubblicò il suo volume sui lager, fu però ben lontano dal dibattito strutturalista tedesco degli anni Settanta. Non volle descrivere la nascita di una struttura, o il funzionamento di un sistema; intendeva invece fornire un "monito" costante. Nella premessa al suo Il nazismo e i lager viene esplicitato che la sua intenzione è quella di «dar voce alle testimonianze, anche a coloro che voce più non hanno, e con la convinzione che il male del lager non sarà cancellato per sempre fino a quando vi sarà chi potrà dire di non aver mai saputo».

Il libro è articolato in sette capitoli. Il primo capitolo esamina il lager come strumento di potere, il secondo analizza la dottrina nazista, il terzo tratta la deportazione nell'ambito dei piani economici di guerra, il quarto si occupa della popolazione dei lager (sia detenuti che aguzzini) con un'attenzione particolare al destino degli zingari ­ un tema abbastanza sconosciuto nel 1979 ­ il quinto capitolo esamina la sorte degli italiani nei lager (e qui vediamo come lo storico Giuntella sappia riassumere e generalizzare la propria esperienza personale in una dozzina di pagine molto dense sull'internamento dei militari italiani). Il sesto tratta il "segreto" dei lager, il settimo tematizza la resistenza nei lager.

L'immediatezza e la crudeltà dell'esperienza nei lager risaltano in ogni pagina. Si osserva che la tensione tra il compito dello storico e la violenza vissuta dal testimone gli erano ben noti. Certamente egli aveva anche presente quello che Benedetto Croce disse nel 1950: che, cioè, non avrebbe mai scritto la storia del fascismo perché lo odiava troppo e che ­ scrivendo questa storia ­ avrebbe rischiato di non trovare il distacco necessario e l'oggettività dovuta. Giuntella si misura con questo conflitto inevitabile e non si ritira in un comodo impossibilismo. Scrive invece che «il lettore noterà quanto il tentativo di non lasciarsi fuorviare dai ricordi e dai sentimenti (e peggio dai risentimenti) non sia sempre riuscito. L'aver tentato era dovere dello storico, non esserci riuscito è difetto dell'uomo».

Quest'affermazione è un understatement. Lo storico Giuntella è riuscito ad imporsi nei confronti del testimone Giuntella. Solo quando descrive, per esempio, l'effetto devastante della fame, si capisce che questa descrizione così neutra respira una conoscenza diretta da parte dello storico-testimone. Questa consapevolezza però non va a scapito del carattere scientifico del libro, ma porta ad una maggiore incisività della descrizione. Dietro lo storico appare un uomo con una particolare sensibilità:

Tra i ricordi c'è quello sconvolgente di un trasporto di donne e bambini deportati che si affiancò al nostro nella stazione di Lipsia. Non capivamo, non volevamo capire che anche le donne e i bambini soffrissero quel che a noi appariva in qualche modo giusto che soffrissimo, e non sapevamo a quale più grande sofferenza della nostra quelle donne e bambini andassero incontro. Questo ricordo non mi ha mai abbandonato da allora e ha avuto il suo posto mentre scrivevo. Vi è un altro ricordo che è rimasto vivo in me, quello delle ebree polacche internate in un sottocampo di D¥blin. Non le vedevamo, perché un muro ci separava, ma la sera ascoltavamo da loro la storia del ghetto di Varsavia e della sua eliminazione. Non volevamo credere, e soprattutto non volevamo accettare che queste donne, come dicevano, si sentissero tutte votate a morte sicura, ma le loro parole ebbero il risultato di rendere più dura la nostra intransigenza [...]22.

Da questi ricordi dolorosi deriva un grande gesto umano: la rinuncia a tematizzare le proprie privazioni e le violenze subite e la decisione di dedicare il libro non soltanto alla propria moglie, ma a tutte le donne che soffrirono per la deportazione; cioè, a quelle che subirono la deportazione in prima persona, ma anche a quelle donne che vissero nel loro spirito ora per ora la sofferenza del lager, con la profonda intuizione delle donne che amano.

Questa dedica rivela la natura più profonda di questo libro: è la ricerca dell'umanità persino nella perversione della vita (e della morte) nei campi di concentramento. Questa ricerca è il frutto di una fede religiosa molto profonda come si rivela nel capitolo Il tempo del lager tempo di Dio. L'esperienza religiosa nei lager; le reazioni alla violenza moderate da una fede, riscoperta o rinvigorita; di princìpi etici che non sono assorbiti dalla lotta per sopravvivere; l'attitudine di fronte alla morte, momento supremo di verifica e di forza, anche nell'impotenza più assoluta e nella resa totale nei confronti di chi la commina23: dietro queste tematiche c'è un'impostazione che cerca di salvare un'immagine positiva dell'uomo nonostante l'esperienza crudele del campo. Il lager è quindi la riscoperta della possibilità, da parte di pochi, anzi di pochissimi, di una grandezza umana persino in circostanze terribili. Giuntella condivide l'osservazione dello psicologo Frankl (anch'egli internato):

Di questa grandezza, pochi uomini sono capaci, ma è loro riuscito, fu loro concesso, di arrivare, nel fallimento estremo e persino nella morte, a una grandezza umana, che non avrebbero mai raggiunto prima, nella loro esistenza quotidiana24.

Con quest'impostazione e con la dedica, Giuntella ha dato lui stesso un esempio di grandezza umana che costituisce il quadro dal quale non si può staccare il contenuto del libro. Quest'ultimo rappresenta una sintesi basata sulla storiografia precedente, una sintesi che si distingue chiaramente dalla categoria della storiografia dei testimoni oculari per il suo approccio scientifico. Su ognuno dei capitoli potremmo ora, alla luce di vent'anni di ricerche approfondite, aggiungere una serie di nuovi dettagli e di indicazioni bibliografiche, ma il volume rimane una delle poche sintesi esistenti e i suoi giudizi scientifici rimangono validi. Questo fatto dipende anche dalle caute valutazioni di Giuntella, ad esempio nel caso della questione di come si svolse la genesi dell'olocausto: Giuntella sottolinea la svolta profonda che venne raggiunta con l'arrivo della guerra, con un giudizio che si contrappone ad interpretazioni più recenti che vedono nella diffusione di un antisemitismo di carattere sterminatorio una costante della storia tedesca.

Molto cauti sono anche la valutazione dell'attività della Santa Sede ed il discorso sul "silenzio" di Pio xii25. Giuntella dimostra dettagliatamente che la Santa Sede fu al corrente dello sterminio di massa degli ebrei nell'Est europeo, ma giudica che «la Santa Sede preferì all'aperta protesta un'azione di salvataggio dei singoli»26. Egli aggiunge, giustamente, che l'atteggiamento della Santa Sede va esaminato nel contesto di una singolare indifferenza degli alleati e degli altri governi, Unione Sovietica compresa27. Giuntella non descrive però la deportazione degli ebrei romani ed evita anche la domanda sul perché Pio xii continuò a tacere quando la deportazione si svolse letteralmente davanti alle finestre del Vaticano. Analizzando il silenzio papale nella prospettiva del paragone con l'atteggiamento di altri Stati sovrani, si perde però di vista la questione del "capitale morale" del Papa come capo del cattolicesimo. Un limite del saggio di Giuntella consiste invece nel fatto che non tiene conto della ricerca tedesca degli anni Settanta sul carattere policratico del regime nazista. Questa mancanza si nota in particolare nel secondo capitolo che tratta l'ideologia nazista.

Ma come visione d'insieme, come sintesi, rimane un'opera importante che non ha trovato un seguito in Italia, forse anche perché l'impostazione del libro sul mondo del lager si è rivelata troppo chiusa in se stessa. Sappiamo dalle ricerche degli anni Ottanta che lo sterminio, in particolare quello degli ebrei, ma anche quello delle popolazioni slave nei territori occupati dalla Wehrmacht tedesca, non iniziò nei campi di concentramento, ma soprattutto nell'immediato retroterra del fronte, con l'impiego delle Einsatzgruppen28. Questo elemento, di cui si venne a conoscenza già ai tempi del processo Auschwitz, non aveva avuto una larga diffusione. L'effetto dei due grandi processi contribuì alla divulgazione di un'altra narrazione egemonica: il processo contro Eichmann a Gerusalemme e il processo Auschwitz a Francoforte. Ambedue i processi misero in evidenza la vicenda della deportazione e la morte nei campi di sterminio. Dopo gli studi di Krausnick-Wilhelm sugli Einsatzgruppen e la ricerca di Browning sui battaglioni di polizia, che è stata diffusa ampiamente grazie al dibattito sulle tesi di Goldhagen, il quadro generale si è spostato29 verso i "killing fields" soprattutto nell'est europeo.

La genesi dell'olocausto ­ una domanda che Giuntella non tematizza ­ non può essere discussa soltanto nell'ambito di un discorso sui lager.

Le motivazioni di centinaia di migliaia di individui, l'antisemitismo diffuso almeno a livello culturale, sono elementi ormai evidenti e l'attenzione rivolta ai campi di sterminio negli anni Sessanta e Settanta poteva anche servire come eventuale giustificazione per quei milioni di tedeschi che pretendevano di non aver saputo niente dei crimini commessi nell'est europeo.

Quello che rimane di grande importanza è invece il discorso sul lager come luogo di lavoro coatto. Lo sfruttamento economico è una tematica oggi più attuale che mai, ma che non è stata ancora tematizzata esaurientemente sul piano storiografico. Lager in questo senso significa non soltanto campo di concentramento, ma si riferisce anche ai campi di internamento dei soldati, ai campi di lavoro coatti degli stranieri. È rimarchevole che Giuntella non fornisca una definizione di lager. Qui si rivela la sua esperienza personale. Egli sapeva cos'erano i lager, non bisognava spiegarlo. Si rischia però di non distinguere bene tra le diverse realtà del mondo concentrazionario tedesco. In una frase, Giuntella sottolineava che il destino dei deportati nei campi di concentramento non era paragonabile al destino degli internati militari. Però, generalmente, il lettore ha l'impressione che non ci sia una grande differenza tra i diversi campi. Il fatto che Giuntella ricolleghi la storia dell'internamento alla storia dello sterminio degli ebrei e degli zingari, mi pare un tentativo di abbinare esperienze troppo diverse, di allontanare la vicenda dello sterminio degli ebrei (e degli zingari30) da un'interpretazione che ne sottolinei l'unicità. Dal momento che sceglie di non isolare la storia dello sterminio degli ebrei dalle vicende dei deportati nei campi di concentramento e da quelle degli internati militari nei campi di internamento, egli tende a contribuire ad una visione unificante del mondo dei lager, dove i sopravvissuti condividono in un certo modo quello che hanno patito31. Una metafora biblica nella premessa va letta in questo senso:

È una storia, questa dei lager, che rassomiglia (e spesso le rassomiglianze impressionano) a quella dei patimenti d'Israele, della desolazione di Gerusalemme, della deportazione dei suoi abitanti, del ritorno dei prigionieri [...]. Ma in questo altro capitolo della storia sacra con gli ebrei lungo i fiumi di Babilonia, nell'abominio della desolazione, tra coloro che sono partiti piangendo e tornano lieti, ci sono uniti nella sofferenza e nel ricordo delle erbe amare dell'esilio altri fratelli.

La ricerca della fratellanza in condizioni umane estreme, di estrema umiliazione, è certamente stata una spinta forte per Giuntella. Far sapere al mondo quello che è successo è il tentativo di far sopravvivere la memoria degli uccisi. In un certo senso, Giuntella si deve essere sentito vicino a Emanuel Ringelblum, storico di professione, che a Varsavia procedette alla raccolta di un vero e proprio archivio ebraico: «Con quanta gioia ­ ha lasciato scritto in yiddish un operaio di 19 anni, David Graber, durante la liquidazione del ghetto di Varsavia ­ abbiamo raccolto ogni nuovo pezzo! Noi eravamo consapevoli di tramandare un brano di storia, e questo è più importante che la vita di un particolare»32. Che la resistenza ebraica nei ghetti fosse riuscita a trasmettere la memoria delle atrocità commesse dai nazisti è stato dimostrato recentemente con la pubblicazione del diario che fu "imbottigliato" e, nascosto per decenni, è diventato noto come Il Libro ritrovato33. In questo senso, anche la storiografia compie un'opera di formazione politica e morale, cercando di dare un'impronta alla nostra memoria, alla memoria culturale e al nostro pensiero. In questo modo, la memoria influenza la storiografia e la storiografia incide sulla memoria delle generazioni che degli eventi non sono state protagoniste.

Note

1. Si riproduce il testo marginalmente rielaborato dell'intervento pronunciato a Roma, il 28 novembre 1997, in occasione della giornata di studi in memoriam di Vittorio Emanuele Giuntella. I rinvii in nota sono stati limitati all'essenziale.

2. M. Weber, Il lavoro intellettuale come professione. Due saggi, traduzione di Antonio Giolitti, nota introduttiva di Delio Cantimori, Einaudi, Torino 1976.

3. K. Hildebrand, Das Dritte Reich, Oldenbourg Grundriss der Geschichte, vol. 17, Oldenbourg, München 1991.

4. Ivi, pp. 80-3.

5. Ivi, pp. 70 ss.

6. Ivi, pp. 72 ss. Il volume non tiene conto della produzione storiografica internazionale sui campi di concentramento: Il "Biuletyn Glownej Komisiji Badania Zbrodni Niemieckich (nast. Hitlerowskich) w Polsce" (Bollettino n. 30), Varsavia 1981, contiene una bibliografia di circa 3.500 saggi pubblicati in 30 lingue. Invece, tematizza il mondo concentrazionario nazista persino la breve sintesi di N. Frei, Der Führerstaat. Nationalsozialistische Herrschaft 1933 bis 1945, dtv, München 1987, p. 122 e pp. 152 ss. Un'opera che dà spazio in modo molto più esplicito della dimensione europea dello sterminio nazista è quella di J. Dülffer, Deutsche Geschichte 1933-1945. Führerglaube und Vernichtungskrieg, Stuttgart 1992.

7. C. Streit, Keine Kameraden. Die Wehrmacht und die sowjetischen Kriegsgefangenen 1941-1945, Stuttgart 1978, ed. ampliata Bonn 1991; F. Pingel, Häftlinge unter SS-Herrschaft. Widerstand, Selbstbehauptung und Vernichtung im Konzentrationslager, Hamburg 1978.

8. M. Broszat, in Anatomie des SS-Staats, 2 voll., Freiburg-Olten 1965, ristampa dtv, München 1968, p. 11.

9. E. Kolb, Bergen-Belsen. Vom "Aufenthaltslager" zum Konzentrationslager 1943-1945, Gottinga (edizione ampliata) 1986.

10. Anatomie des SS-Staats, cit. Purtroppo, questo studio fondamentale non è stato mai tradotto in italiano.

11. Per quanto riguarda il processo che durò dal 1963 al 1965 e sul quale l'autorevole e conservatore "Frankfurter Allgemeine Zeitung" decise di informare dettagliatamente sullo sviluppo di ogni giorno di udienza, cfr. G. Werle, T. Wandres, Auschwitz vor Gericht. Völkermord und bundesdeutsche Strafjustiz. Mit einer Dokumentation des Auschwitz-Urteils, Beck, München 1995.

12. M. Broszat (hrsg.), Studien zur Geschichte der Konzentrationslager, con contributi di H. Timpke, W. Johe, G. Rabitsch, I. Arndt, E. Kolb, M. Bornemann, M. Broszat, Stuttgart 1970. Nel 1972 Barbara Distel, l'attuale direttrice del museo di Dachau pubblicò il suo saggio Konzentrationslager Dachau, a cura del Comité International de Dachau, Bruxelles 1972. Nel 1983 uscì l'importante volume su Dachau di H.-G. Richardi, Schule der Gewalt. Das Konzentrations lager Dachau, Beck, München 1983, Piper, München 1995.

13. M. Broszat, Der Staat Hitlers. Grundlegung und Entwicklung seiner inneren Verfassung, dtv, 9. Aufl., München 1981.

14. W. Sofsky, Die Ordnung des Terrors. Das Konzentrationslager, Campus, Frankfurt am Main 1993.

15. G. Schwarz, Die nationalsozialistischen Lager, Campus, Frankfurt am Main-New York 1990; Fischer Tascabile, Frankfurt am Main 1996. Fino all'ottobre 1997 questo volume non aveva ancora superato la soglia delle 5.000 copie.

16. Con le due eccezioni della Gedenkstätte Dachau, inaugurata nel 1965, e della Gedenkstätte Bergen-Belsen, con la prima mostra del 1966, l'impegno di mantenere vivo il ricordo dei luoghi nazisti del terrore fu molto attivo a partire dagli anni Ottanta. Nel 1980 fu aperta la Alte Synagoge di Essen, nel 1981 la Gedenkstätte Neuengamme e la Gedenkstätte del carcere della Gestapo di Colonia (el-de-Haus), nel 1982 la Gedenkstätte Wewelsburg presso Paderborn, nel 1983 la Gedenkstätte Hadamar presso Limburg, nel 1984 la Gedenkstätte Breitenau presso Kassel, nel 1985 la Gedenkstätte Oberer Kuhberg presso Ulma, nel 1987 quella di Hannover Ahlem. Anche negli anni Novanta furono aperte nuove Gedenkstätten che molto spesso svolsero anche attività di ricerca. L'idea principale fu di abbinare la memoria del terrore con un centro di documentazione e di ricerca. Cfr. il dizionario che contiene i luoghi del terrore comune per comune: U. Puvolgel, M. Stankowski, Gedenkstätten für die Opfer des Nationalsozialismus. Eine Dokumentation, vol. i, Baden-Württemberg, Bayern, Bremen, Hamburg, Hessen, Niedersachsen, Nordrhein-Westfalen, Rheinland-Pfalz, Saarland, Schleswig-Holstein, Bonn, prima edizione 1987, seconda edizione ampliata ed aggiornata Bonn 1995. Cfr. anche le pagine relative su Internet p. es. <www.ns-gedenkstaetten.de/nrw> oppure l'elenco delle organizzazioni <www.uni-oldenburg.de/diz/dizlinks.htm>.

17. Per rendersi conto della quantità degli studi che furono prodotti nell'ultimo quindicennio su alcuni campi di concentramento (oppure sulla miriade dei loro sottocampi) si può per esempio consultare il volume su Neuengamme di Hermann Kaienburg, Das Konzentrationslager Neuengamme 1938-1945, a cura della kz-Gedenkstätte Neuengamme, Dietz, Bonn 1997. Cfr. anche la bibliografia nel saggio di Schwarz, Die nationalsozialistischen Lager, cit.

18. W. Borgsen, K. Volland, Stalag x b Sandbostel. Zur Geschichte eines Kriegsgefangenen und kz-Auffanglagers in Norddeutschland 1939-1945, Bremen 1991. J. Osterloh, Ein ganz normales Lager. Das Kriegsgefangenen-Mannschaftsstammlager 304 (iv h) Zeithain bei Riesa-Sa. 1941 bis 1945, Leipzig 1997 (Schriftenreihe der Stiftung Sächsische Gedenkstätten zur Erinnerung an die Opfer politischer Gewaltherrschaft). Stalag vi a Hemer. Kriegsgefangenenlager 1939-1945. Eine Dokumentation, Hemer 1995; H. Lauerwald, In fremdem Land. Kriegsgefangene im Stalag viii a Görlitz 1939-1945. Tatsachen, Briefe, Dokumente, Görlitz 1997; K. Hüser, R. Otto, Das Stammlager 326 (vi k) Senne 1941-1945. Sowjetische Kriegsgefangene als Opfer des Nationalsozialistischen Weltanschauungskrieges, Bielefeld 1992. Un'enumerazione dei campi si trova in G. Matiello, W. Vogt, Deutsche Kriegsgefangenen und Internierungseinrichtungen 1939-1945. Handbuch und Katalog, Lagergeschichte und Lagerstempel, 2 Bände, Koblenz 1986-87.

19.W. Bredel, Die Prüfung, London 1934; H. Beimler, Im Mörderlager Dachau, Verlags genossenschaft ausländischer Arbeiter in der udssr, Moskau 1933; Konzentrationslager. Ein Apell an das Gewissen der Welt, Karlovy Vary 1934; G. Seger, Oranienburg. Erster authentischer Bericht eines aus dem Konzentrationslager Geflüchteten, Karlovy Vary 1934.

20. E. Kogon, Der SS-Staat. Das System der deutschen Konzentrationslager, Kindler, München 1974, edizione 198311. La prima edizione risale al 1946. Kogon, detenuto nel Lager di Buchenwald dal 1939 al 1945, stilò il suo saggio come riassunto per l'Intelligence Team del Psychological Warfare Division delle forze americane shaef. In quattro settimane Kogon fece un rapporto di 125 cartelle e allegò circa 150 testimonianze di altri detenuti, per circa 275 cartelle. Nel libro pubblicato, che Kogon scrisse in tre mesi, l'autore non esaminò soltanto il funzionamento del campo di Buchenwald, ma fece un'analisi dell'intero sistema concentrazionario. Pur essendo uno dei pochi studi esistenti in merito, il volume di Kogon non viene citato nella rassegna di Hildebrand, Das Dritte Reich. Un'altra pietra miliare accanto al libro di Kogon è quella di H. G. Adler, detenuto a Theresienstadt, che pubblicò nel 1955 il suo studio Theresienstadt 1941-1945. Das Antlitz einer Zwangsgemeinschaft. Geschichte-Soziologie-Psychologie, Tübingen 1955.

21. F. Pingel, Die Konzentrationslager, in P. Meyers, D. Riesenberger (hrsg.) Der Nationalsozialismus in der historisch-politischen Bildung, Vandenhoeck & Ruprecht, Gottinga 1979, pp. 147-63. Da citare anche il volume monografico sul campo di Sachsenhausen, pubblicato in Germania orientale: Sachsenhausen, a cura del Komitee der Antifaschistischen Widerstandskämpfer der ddr, Berlin 1974 e i due saggi di G. Dieckmann sul kz Dora-Mittelbau apparsi nel 1968 e nel 1971. Dal 1976 uscì anche la collana Buchenwald-Hefte.

22. V. E. Giuntella, Il nazismo e i lager, premessa, Edizioni Studium, Roma 1979.

23. Ivi, p. 275.

24. Ivi, p. 34.

25. Per una discussione sui libri usciti nel 1999-2000 sulla persona di Pio xii mi permetto di rinviare al mio Pius xii, Rom und der Holocaust, in "Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken", 80 (2000).

26. Giuntella, Il nazismo e i lager, cit., p. 119.

27. Ivi, p. 153.

28. H. Krausnick, H.-H. Wilhelm, Die Truppe des Weltanschauungskrieges. Die Einsatzgruppen der Sicherheitspolizei und des sd 1938-1942, Stuttgart 1981. La parte scritta da Krausnick è stata riproposta nel 1985 da Fischer Tascabili, ed è arrivata nel 1993 a 10.000 copie.

29. C. Browning, Ordinary Men. Reserve police battalion 101 and the "final solution" in Poland, New York 1992 (Uomini comuni. Polizia tedesca e "soluzione finale" in Polonia, Torino 1995); D. J. Goldhagen, Hitler's willing executioners. Ordinary Germans and the Holocaust, London 1996. Cfr. anche C. Browning, I massacri compiuti in Europa orientale dal battaglione 101 nelle testimonianze degli esecutori delle violenze, in L. Paggi (a cura di), La memoria del nazismo nell'Europa di oggi, Firenze 1997.

30. I migliori studi disponibili in lingua tedesca sono i volumi di M. Zimmermann, Rassenutopie und Genozid. Die nationalsozialistische "Lösung der Zigeunerfrage", Hamburg 1996; Id., Verfolgt, Vertrieben, Vernichtet, Klartext, Essen 1989. Un riferimento all'Italia si trova in G. Boursier, La persecuzione degli zingari nell'Italia fascista, in "Studi storici", 37 (1996), n. 4. Cfr. anche Ead., La persecuzione e lo sterminio dei Rom e dei Sinti, in "Mezzosecolo. Materiali di ricerca storica", 12, Annali 1997-1998 del Centro studi Piero Gobetti, Istituto piemontese per la storia della Resistenza e della società contemporanea, Archivio nazionale cinematografico della Resistenza, 1999, pp. 265-80.

31. Lo stesso abbinamento si trova anche nei "Quaderni del Centro di studi sulla deportazione e l'internamento", rivista promossa dall'Associazione nazionale ex internati sotto la direzione di Vittorio Emanuele Giuntella. Nel volume 11 (1983-1986), pubblicato nel 1987, si trovano due contributi sulla persecuzione degli zingari, ambedue di Mirella Karpati. Un saggio di Andrea Devoto sul "contributo della psicologia allo studio della deportazione" sottolinea quell'atteggiamento comune nei confronti delle vittime del così complesso mondo concentrazionario nazista. Una riflessione sulle diverse categorie di lager si trova invece nel saggio di G. Lotfi, KZ der Gestapo. Arbeitserziehungslager im Dritten Reich, dva, Stuttgart-München 2000.

32. Giuntella, Il nazismo e i lager, cit., p. 170.

33. S. Guterman, Il libro ritrovato, a cura di Frediano Sessi, Einaudi, Torino 1994 (edizione francese 1991). Cfr. anche il diario dal Ghetto di Lodz, di D. Sierakowiak, Das Ghettotagebuch des Dawid Sierakowiak. Aufzeichnungen eines Siebzehnjährigen 1941-42, con prefazione di A. Mostowicz, Reclam, Leipzig 1993. Il testo è stato pubblicato in Polonia già nel 1961.