Vittorio Emanuele Giuntella
testimone e storico della guerra

di Enzo Collotti

Ho conosciuto Giuntella all'inizio degli anni Sessanta e ne ho conservato l'amicizia e l'affetto sino alla sua morte. Diversi per età, per percorso biografico e per formazione culturale, siamo legati da un vincolo profondo, spesso tanto più profondo in quanto inespresso; anche se non ci vedevamo spesso ogni incontro era un modo di rinnovare un'intesa di cui eravamo complici e consapevoli.

L'occasione del primo incontro fu legata alla collaborazione che allora io davo a Ferruccio Parri per l'organizzazione della partecipazione italiana al Comité d'histoire de la deuxième guerre mondiale, con l'assistenza del segretario generale del Comité Henri Michel. Fu allora che, occupandomi della preparazione del convegno che si sarebbe svolto nel settembre del 1963 a Karlovy Vary sui sistemi d'occupazione delle potenze dell'Asse nell'Europa invasa, colsi l'interesse di Giuntella ad affrontare il tema della deportazione dall'Italia nel quadro della sezione del convegno dedicata al terrore nazista. Mi colpirono soprattutto il pudore e insieme il calore con i quali rievocava la sua personale esperienza del campo di prigionia, ma anche la consapevolezza che la vicenda concentrazionaria non potesse essere omologata in una indistinta condanna di quanto vi era in essa di aberrante, ma andasse affrontata con metodo scientifico e con il senso delle distinzioni tipico dello storico. Credo che pochi come Giuntella abbiano saputo darci l'esempio di ciò che significhi coniugare esperienza autobiografica, ricerca storica ed impegno civile, senza mai venir meno al rigore della fede che lo animava e che fu da lui vissuta in modo tanto coerente quanto personale.

Ciò che ci unì non fu evidentemente solo l'identificazione del metodo scientifico ma il comune sentire, provenendo da presupposti diversi, di valori umani fondamentali e il profondo reciproco rispetto. Dico questo anche perché, più giovane di lui di una quindicina d'anni, avvertii immediatamente la sua capacità di mettere a suo agio l'interlocutore senza in alcun modo fare pesare differenze di età, di esperienza e di sapere.

Studioso di cose settecentesche e risorgimentista nel senso più lato e meno angusto, Giuntella fu spinto ad intervenire negli studi contemporaneistici dall'esperienza della seconda guerra mondiale, alla quale per ragioni generazionali aveva dovuto forzatamente partecipare.

Determinante sicuramente nella presa di coscienza e nell'elaborazione della sua memoria fu l'esperienza del campo di prigionia, che lo portò a riflettere non solo sulla condizione esistenziale dei militari "internati" ma più in generale sulla condizione dei deportati e sull'universo concentrazionario, come espressione di un intero sistema politico e di una concezione dei rapporti di potere e tra gli uomini. «Inizia con Dachau ­ scriverà sin dall'esordio del libro Il nazismo e i lager ­ un nuovo modo di far politica, mediante l'aggressione e la privazione della libertà, legittimate con provvedimenti speciali, in violazione degli ordinamenti costituzionali ancora vigenti, portando alle estreme conseguenze la prassi del fascismo italiano, con maggiore organizzazione e più raffinati metodi.» La vicenda concentrazionaria si poneva in tal modo al centro di uno dei nodi fondamentali della storia del nostro secolo.

Prima ancora di dedicarsi interamente alla storia della deportazione, Giuntella colse nel rapporto tra comportamento degli internati militari e Resistenza nel quadro europeo una delle chiavi di lettura fondamentali per accostarsi a un momento della nostra storia nel quale scelte individuali e scelte collettive si fondevano in un vero e proprio tornante periodizzante. Nel 1954 Giuntella aveva curato un volumetto di testimonianze su Ignazio Vian (Un capo della Resistenza in Piemonte. Ignazio Vian, il difensore di Boves, Roma 1954), il giovane ufficiale giustiziato nel luglio del 1944, con il quale Giuntella aveva condiviso il conflitto interiore tra la fedeltà alle istituzioni e l'educazione cristiana di fronte alla dittatura e poi, attraverso il trauma dell'8 settembre, il passaggio deciso alla Resistenza. E a proposito di questo volume mi piace ricordare il giudizio che ne diedero due amici e due studiosi, più vicini a Giuntella per età ma da lui, e in modo diverso lontani per orientamento culturale, Giorgio Vaccarino e Roberto Battaglia.

In una recensione pubblicata nel marzo del 1956 ne "Il Movimento di liberazione in Italia" Giorgio Vaccarino, dopo avere sottolineato l'importanza di un profilo biografico per comprendere il passaggio alla Resistenza di uomini come Vian, aggiungeva: «La breve biografia, ampiamente documentata, quale è questa preparata dal Giuntella [] è appunto uno di quei saggi che si vorrebbero portare ad esempio, per metodo e compiutezza, di tale genere di ricerche» (p. 59).

A sua volta Roberto Battaglia, nell'ampia relazione sulla storiografia della Resistenza che tenne al convegno di Genova del maggio 1959 dell'Istituto nazionale per la storia del movimento di liberazione in Italia, che recava significativamente come sottotitolo Dalla memorialistica al saggio storico, individuava proprio nel lavoro curato da Giuntella uno dei momenti significativi del momento della memorialistica e dell'agiografia dei martiri sulla via della fondazione di una vera e propria produzione storiografica: «Il ritratto ­ scriveva Battaglia ­ ad esempio, che il Giuntella ci dà di Ignazio Vian, è già ritratto critico e delineato con severa indagine filologica» ("Il Movimento di liberazione in Italia", n. 57, ottobre-dicembre 1959, p. 160).

È con lo stesso spirito ­ fatto di profonda partecipazione umana e insieme di controllo critico ­ che Giuntella si accostò alla storia dell'internamento militare e della deportazione in genere. La relazione di Karlovy Vary, se non erro, a prescindere da un più breve intervento su "Terzo Programma" del 1962 (segnalato da A. Devoto nella sua bibliografia del 1964), fu la prima occasione nella quale Giuntella abbozzò i lineamenti di una storia unitaria della deportazione italiana nei lager nazisti dopo l'8 settembre del 1943 (ma non gli era sfuggito che italiani erano stati deportati nei lager anche prima di questa data: come gli emigrati antifascisti e i reduci della guerra di Spagna catturati dai tedeschi nella Francia occupata). Già allora, problematizzando l'esperienza del lager ed essendo perfettamente consapevole dell'esistenza di forme e gradi diversi della deportazione ­ la deportazione degli ebrei, la deportazione politica, la deportazione dei militari e la deportazione per razzia di lavoratori ­ al di là dei caratteri e delle modalità concrete dell'esistenza dei lager che potevano omologare la condizione dei deportati (tenendo sempre ben ferma la distinzione fondamentale tra campi di concentramento e campi di sterminio), emergeva chiara l'esigenza di rendere la complessità dell'esperienza della deportazione dall'Italia senza isolarne le molteplici componenti né dal punto di vista del reducismo corporativo né dal punto di vista storiografico. La relazione di Karlovy Vary recava come titolo Gli italiani nei lager nazisti; egli volle ampliare ulteriormente questo concetto e tratterà qualche anno dopo de «L'aspetto italiano del mondo concentrazionario» (nel n. 4 dei "Quaderni del Centro di studi sulla deportazione e l'internamento" del 1967, p. 17). Infine nel volume Il nazismo e i lager (1979) dedicherà un capitolo, il quinto, a La sorte degli italiani.

Qual è il senso di queste annotazioni? Quello che mi interessa sottolineare è come Giuntella sin dalla relazione del 1963 (che fu pubblicata su "Il Movimento di liberazione in Italia" del gennaio-marzo 1964, n. 74, pp. 3-19) fosse tra i primissimi ad avanzare l'esigenza di una storia della deportazione dall'Italia nella sua complessa articolazione, ma anche come ne individuasse le specificità al di là della semplice connotazione della componente nazionale. Giuntella fu tra i primi ad individuare alcune caratteristiche della parte di deportati dall'Italia e quindi a problematizzare da storico la domanda da rivolgere allo storico: se si scorrono i diversi contributi che ho citato risulta evidente che una delle sue principali preoccupazioni fu quella di chiarire perché tra i deportati dall'Italia, che furono tra gli ultimi ad arrivare nei lager, e che quindi vissero nei lager un'esperienza temporanea, vi fu una mortalità così elevata. Le risposte che già allora diede Giuntella sono le stesse ipotesi sulle quali oggi ancora lavora la storiografia. Non è casuale che una delle due appendici del volume Il nazismo e i lager, sia dedicata a "Problemi di metodo e linea di ricerca della storiografia sulla deportazione", vale a dire a un tipo di attenzione che fa sì che questo libro si distacchi nettamente dal carattere spurio di molti libri sulla deportazione, a cavallo tra memoria e riflessione storica, e si ponga decisamente, secondo i caratteri dei primi saggi sistematici di Giuntella, tra i primi contributi italiani ad una storiografia critica della deportazione.

Al di là della citazione da questo o da altri scritti di Giuntella, due aspetti vorrei sottolineare ancora. Il primo riguarda l'accento già citato posto ai ritardi della storiografia. Ma temo purtroppo che il messaggio sul quale egli insistette ­ «È evidente che se una storia dei lager si potrà fare [] questo compito non può assumerselo che la nostra generazione, quella dei carnefici e delle vittime» ("Quaderni", cit., n. 4, p. 19) ­ rischia di rimanere inascoltato. È un messaggio importante che si collega alla temperie politico-culturale degli ultimi anni. Era un messaggio legato alla trasmissione di una memoria che rischia di andare perduta. Di questa memoria negli ultimi anni Giuntella si era fatto sempre più carico e con l'assillo dell'angoscia di non riuscire più a dare il contributo al quale si sentiva tenuto, non solo il "dover testimoniare", come avrebbe detto Primo Levi, ma anche il debito verso i suoi compagni di prigionia, soprattutto verso i soldati che non sono più tornati. Era assillato dal trascorrere del tempo, ma soprattutto dall'emergere di visioni riduttivistiche o francamente revisionistiche. In questi casi il rigore dello storico si accompagnava ad un senso profondo di indignazione, di sacro furore che era certo sdegno per la menzogna, ma soprattutto per quella che egli riteneva una vera e propria profanazione di memoria.

Ma un secondo motivo, che si ritrova all'origine dei suoi studi critici sulla deportazione e che non può non farci riflettere quando ci si pone il problema di una costruzione di una memoria collettiva, è la precocità con la quale egli avvertì l'assenza nell'amministrazione dell'Italia repubblicana di sollecitazioni e interessi per la raccolta dei dati più elementari in relazione all'internamento militare e alla deportazione in generale, un elemento certo non irrilevante, oggi che cerchiamo di dare un più sicuro fondamento scientifico a certi studi e tentiamo di approfondire la riflessione sui processi di consapevolezza o rimozione che hanno accompagnato il divenire faticoso della nostra società e delle nostre istituzioni democratiche.

Per concludere, Giuntella ci lascia due indicazioni di metodo e interpretative che la storiografia contemporaneistica non potrà disattendere: la prima consiste nell'integrazione della vicenda degli internati militari nella storia più generale della deportazione; la seconda l'integrazione della vicenda degli internati militari e, più in generale, della deportazione nel quadro della storia della Resistenza e della seconda guerra mondiale. Sono aspetti sui quali si sta da tempo lavorando e sui quali la collaborazione tra l'anei e l'aned è fruttuosa ­ ricordo da ultimo proprio il convegno dell'aned sul lager di Dora-Nordhausen, nel quale del tutto evidente è la saldatura tra l'esperienza dell'imi e l'esperienza più generale della deportazione in tutte le sue specificazioni.

E vorrei chiudere con una proposta per la quale penso che la sede di questa giornata sia l'occasione particolarmente adeguata. La proposta di censire e raccogliere gli scritti e gli studi di Giuntella in varia misura dedicati alle vicende dell'internamento militare e alla problematica della deportazione, a testimonianza del contributo specifico che da essi viene anche agli studi contemporaneistici che nella sua operosa esistenza degli ultimi cinquant'anni non furono affatto marginali.