Vittorio Emanuele Giuntella
da testimone a storico dell'internamento

di Luigi Cajani

8 settembre 1943, mercoledì

Alle 20 di sera la radio inaspettatamente dirama la notizia dell'armistizio. La nostra posizione diventa insostenibile. Infatti nella notte dopo una serie di visite del Colonnello tedesco Scharemberg, decisa dal Comando nostro la cessazione di ogni resistenza, si procede al disarmo delle nostre truppe1.

Così scriveva nella sua agendina il tenente degli alpini Vittorio Emanuele Giuntella nella notte fra l'8 e il 9 settembre del '43. Si trovava a S. Lucia, vicino a Gorizia: iniziava lì per lui l'ultima fase della guerra, quella dell'internamento da parte dei tedeschi, che avrebbe influito profondamente sul suo futuro di storico.

Come in molti altri casi, dopo l'annuncio dell'armistizio i tedeschi ricorsero ad un abile inganno per prevenire la reazione dei militari italiani: promisero il rimpatrio in cambio della consegna delle armi. Il 12 settembre Giuntella salì con gli altri commilitoni su un carro bestiame. Nessuna indicazione sulla destinazione: «Milano, Villach, Innsbruck?», annotò Giuntella al momento della partenza. Dopo tre giorni di viaggio il treno entrava in Polonia, e l'inganno divenne palese.

Il primo campo di prigionia fu quello di Hohenstein, in Prussia orientale: «immenso, pieno di baracche, di filo spinato, di lumi e di riflettori», così apparve a Giuntella. Lontano, oltre i reticolati, il mausoleo di Hindenburg. In questo campo vennero sbrigate le pratiche burocratiche: «Sono fotografato, inventoriato, numerato e mi prendono le impronte digitali», annotava Giuntella il 18 settembre. Venne immatricolato come Internato Militare Italiano col numero 52.

Questa qualifica, applicata impropriamente2 a coloro che erano di fatto dei prigionieri di guerra, rifletteva la complicata situazione in cui si trovavano i militari italiani catturati dai tedeschi dopo l'armistizio. Due Stati infatti rivendicavano la sovranità su di loro: il Regno d'Italia e la nuova Repubblica Sociale Italiana. Mussolini riteneva che lo status di prigionieri di guerra fosse incompatibile con il rapporto di alleanza che aveva ristabilito con la Germania, e contava fra l'altro di trovare fra i militari deportati in Germania un numero di fedeli tale almeno da ricostituire quattro divisioni3. Speranza che venne cocentemente delusa, perché degli oltre 600.000 internati solo 15.000 si dichiararono disposti a combattere per la rsi4.

Diversa era la posizione delle autorità tedesche: fin dall'annuncio della destituzione di Mussolini, Hitler aveva tracciato le linee da seguire al momento della defezione dell'Italia, che considerava prossimo: disarmare i militari, selezionando subito fra di loro coloro ­ i fascisti convinti, pensava ­ che intendevano rimanere fedeli all'alleanza, per poi utilizzare tutti gli altri come lavoratori, di cui la Germania aveva sempre più bisogno. L'applicazione della figura giuridica dell'internato militare rispondeva pienamente a queste mire: gli internati militari, infatti, non rientravano fra le categorie protette dalla Convenzione di Ginevra del 1929, e quindi, a differenza dei prigionieri di guerra, potevano essere impiegati liberamente nelle attività proibite dalla Convenzione, in particolare nell'industria bellica. L'esclusione dalla Convenzione di Ginevra ebbe peraltro un'altra conseguenza molto grave per gli Internati Militari Italiani (imi): ciò significava infatti che non godevano della tutela del Comité International de la Croix-Rouge, che provvedeva all'assistenza alimentare dei prigionieri di guerra, e in particolare inviava loro ­ grazie soprattutto alla Croce Rossa statunitense ­ considerevoli quantità di pacchi viveri, che erano indispensabili per affrontare la prigionia senza soffrire la fame, data la scarsità delle razioni distribuite dai tedeschi. Il Comité, a dire il vero, si offrì ripetutamente di inviare viveri anche agli imi, pur non avendo l'obbligo giuridico di tutelarli, e insisté in tal senso fino agli ultimi momenti della guerra, ma il governo della Repubblica Sociale Italiana si oppose, giacché per ragioni di prestigio non voleva che gli imi ricevessero pacchi di viveri provenienti, sia pure indirettamente, da uno Stato nemico, e dichiarò che l'assistenza degli imi era compito suo: un compito che però non ebbe la capacità di svolgere. Pertanto gli imi dipesero soltanto dai pacchi viveri che ricevevano da casa: un aiuto assai scarso e irregolare, e di cui comunque potevano beneficiare solo coloro che avevano parenti e amici nella zona occupata dai tedeschi, giacché i collegamenti diretti con l'Italia in mano agli Alleati erano interrotti. La fame caratterizzò dunque, e da subito, la prigionia degli imi.

Giunti in Germania, i soldati e i sottufficiali italiani furono dunque rapidamente avviati al lavoro: solo sporadicamente, e solo all'inizio, venne rinnovata loro la proposta di aderire alla rsi, per venire incontro ai desideri di Mussolini. Diverso fu invece il trattamento dei circa 30.000 ufficiali: vennero chiusi nei campi e nei loro confronti iniziò subito una martellante campagna per convincerli ad aderire in varie forme: dapprima arruolandosi in reparti della Milizia inquadrati nella ss, nell'ottica, appunto, di selezionare i fascisti fedeli. Giuntella segnala una prima richiesta in tal senso già il 23 settembre, sempre nel campo di Hohenstein:

Stamane hanno letto un riassunto degli avvenimenti degli ultimi tempi. Chiesto chi voleva andare a combattere nelle ss e chi fosse inscritto nella Milizia.

Pochi giorni dopo la richiesta veniva rinnovata, nel nuovo campo di D¥blin:

11 ottobre

Ci viene richiesto di rispondere per iscritto all'invito di entrare nelle ss. Si risponde che gli ufficiali italiani hanno una sola parola. Poiché a tale richiesta è già stato risposto di no dalla quasi totalità, non intendiamo tornare sulle nostre decisioni.

Questa prima campagna di adesione fallì quasi totalmente e venne rapidamente abbandonata. Ad essa ne seguì subito una nuova, che proponeva l'arruolamento nell'esercito della rsi: una prospettiva assai diversa da quella di combattere sotto comando tedesco, e che soprattutto dava la possibilità di tornare in Italia. Questa possibilità era tanto più allettante in quanto le condizioni di vita negli Oflag (i campi per ufficiali) si deterioravano rapidamente: fame e freddo cominciarono ben presto a farsi sentire ferocemente. Queste sofferenze erano un argomento che gli emissari repubblichini che venivano a tenere discorsi di propaganda non esitavano ad utilizzare come minaccioso strumento di pressione, mescolandolo a motivazioni più nobili. Ne è una prova, fra tante, la relazione di un ufficiale che, dopo un iniziale rifiuto, finì per aderire:

Dopo averci letto una lettera dell'ambasciatore in Germania, Anfuso, a noi diretta, in cui si parlava della rinascita e della rivendicazione dell'onore dell'Italia quali obiettivi del nostro governo, il generale ci disse alcune parole: aderendo si aveva il trattamento del soldato e ufficiale tedesco che mangia bene ed è ben pagato. Coloro che non avessero voluto aderire sarebbero stati oramai abbandonati al loro destino e avrebbero pensato la fame e l'inverno polacco a servirli. Questo discorso, fatto a gente che, affamata, scarsamente coperta, stava da più di un'ora all'aperto a parecchi gradi sotto zero, ebbe un effetto deleterio. Ci prese una tristezza e uno scoraggiamento infinito: ci si chiedeva di essere dei mercenari, perché non della Patria ci si parlava, ma del soldo e del vitto. Non della fratellanza che sola in tanta sciagura avrebbe dovuto risollevare dal fango l'Italia, ma un italiano minacciava altri italiani di essere abbandonati al loro destino. La fame e l'inverno polacco avrebbero pensato ad eliminare dei fratelli. Anche chi come il sottoscritto era pronto ad aderire e non desiderava altro che ritornare uomo e soldato, sentì un moto di ribellione in se stesso5.

Circa il 75% degli ufficiali internati rifiutò di aderire alla rsi6: si tratta di una percentuale molto alta e storicamente molto significativa per quanto riguarda la legittimazione e il consenso nei confronti della rsi. Questo rifiuto divenne la chiave di lettura di tutta la vicenda degli imi, che ne fecero la loro bandiera e il senso e il valore della loro esperienza come prigionieri dei tedeschi. Le motivazioni del rifiuto di aderire furono molteplici e fra loro variamente intrecciate: una grande importanza aveva il giuramento fatto al re, che portava a considerare legittimo il governo del Regno d'Italia e non quello della rsi; e ancora il rifiuto della guerra fascista e dell'alleanza colla Germania nazista. Giuntella, scrivendo molti anni dopo sull'esperienza dell'internamento, metteva in luce la progressiva maturazione del rifiuto:

In questo rifiuto alle proposte dei nazisti e dei fascisti ci sono alcuni motivi, che debbono essere precisati. È il rifiuto di gente che la guerra l'ha fatta su tutti i fronti [], che ha pagato di persona, dalla sciagurata campagna contro la Grecia alla disastrosa ritirata di Russia, ed ora non vuole continuare a fare la guerra dei fascisti e dei nazisti. L'amara esperienza dei frutti del fascismo fatta sulla propria pelle li porta a respingerlo come esperienza storica irrevocabilmente chiusa con il disastro e la vergogna. Se all'inizio non vi è nella massa degli internati una chiara consapevolezza politica, perché la fedeltà al governo legittimo e al giuramento è per molti ancora il primo argomento, condiviso per ragioni contingenti anche dagli ufficiali di sentimenti repubblicani, vi è però una coscienza comune che una generale risposta negativa al fascismo e al nazismo ha il significato politico di una rottura netta con il passato, e, perciò, in definitiva di un plebiscito da parte di una generazione giovane, che non ha mai votato e che si trova a "votare" per la prima volta in un campo di concentramento per il fascismo o contro il fascismo, e che deve scegliere individualmente, mentre fino ad allora altri hanno segnato il suo destino e scelto al suo posto7.

Fondamentale fu l'opera di organizzazione della resistenza all'adesione, svolta nei vari Oflag da gruppi di ufficiali variamente motivati: «vi erano cattolici e protestanti ­ scriverà Giuntella, che ne fece attivamente parte fin dall'inizio ­ per la prima volta riuniti contro lo spirito del male, contro il regno di Satana, che vedevano incarnato nel fascismo. Vi erano giovani, che avevano resistito alla devastazione ideologica del fascismo [] e ve n'erano degli altri che il distacco dal regime l'avevano maturato a contatto con la tragica realtà della guerra [] vi erano anziani che venivano dalla lunga resistenza al fascismo e portavano una più radicata coscienza politica»8.

In qualche caso, come nel campo di D¥blin, per rinsaldare il morale venne celebrato il giuramento degli allievi ufficiali. Ma per lo più si trattò di un continuo argomentare, un continuo sostenere gli incerti, contro le sollecitazioni ad aderire che spesso arrivavano con la posta da casa, contro la fame e il freddo, contro la paura di epidemie, che si sapeva aver fatto strage fra i prigionieri russi, in quegli stessi campi dove ora si trovavano gli italiani. Giuntella descrive efficacemente nel suo diario il clima di tensione e di agitazione collettiva in cui si trovano gli internati:

21 dicembre 1943

Il generale d'aviazione Ferroni e il maggiore Vaccari, dell'esercito fascista, vengono nel campo a raccogliere adesioni. Vaccari tiene una pubblica concione, alla quale non assisto. L'atmosfera del campo è stasera più che mai eccitata. Molti che speravano sul serio di poter tornare in Italia, anche senza aderire, in virtù di un provvedimento collettivo [...] sono rimasti male a sentirsi dire che soltanto firmando la scheda di adesione si può tornare a casa. I più deboli sono in piena crisi.

22 dicembre 1943

Nel pomeriggio gli aderenti sono partiti dal campo, per le località della Germania dove saranno allestite le divisioni fasciste. [...] Intanto la crisi dei più deboli di spirito è in pieno sviluppo. C'è gente che in piena notte si sveglia e cerca e chiede carta e penna per firmare l'adesione; altri che dopo aver firmato vanno a furia a consegnarla al Comando tedesco per tema di doverci ripensare sopra.

Dove quest'opera di contropropaganda mancò o fu insufficiente, come nel caso, rimasto peraltro unico, dell'Oflag di Bia}a Podlaska, il morale degli imi franò, sotto la spinta della fame, del freddo e della paura delle epidemie: in quel campo quasi tutti i 2.500 internati aderirono9.

La propaganda per rifiutare l'adesione era resa più difficile dalla paura di rappresaglie tedesche: lo spettro di Katyn, di cui molti attribuivano la responsabilità ai tedeschi e non ai sovietici, aleggiava di tanto in tanto, come riferisce Giuntella:

3 gennaio 1944

Il Comando tedesco ha chiesto d'urgenza l'elenco dei non aderenti. Ciò ha fatto nascere il panico in coloro che in fondo ai loro riposti pensieri conservano l'incubo della fossa di Katin.

Egli venne anche a conoscenza di un'informazione ancora più spaventosa e angosciante, che tenne accuratamente segreta, per le conseguenze che avrebbe potuto avere sul morale dei compagni di prigionia:

A Deblin Irena un tenente degli alpini aderì immediatamente quando i tedeschi chiesero le prime adesioni. Lo rimproverai di avere aderito e lui mi disse: «Ho lavorato con mio padre nel villaggio di Mauthausen; nel campo di concentramento c'è una camera a gas. Io aderisco perché non voglio finire nella camera a gas»10.

La campagna per l'arruolamento nell'esercito di Salò si concluse, di fronte a questo sostanziale fallimento e a causa dello scarso entusiasmo dei tedeschi, agli inizi del '44, e venne sostituita da un'altra, quella per il lavoro volontario in Germania. I tedeschi esitavano evidentemente a costringere degli ufficiali a lavorare, forse per una forma di rispetto della dignità dei gradi o della Convenzione di Ginevra, che esentava gli ufficiali dal lavoro, e quindi volevano che essi accettassero di farlo: in cambio del lavoro promettevano un sostanziale miglioramento del vitto. Sebbene fosse moralmente meno impegnativo lavorare che combattere, in quanto non implicava il riconoscimento della rsi, i nuclei di resistenza dei vari Oflag si batterono perché non si cedesse neanche in questo ai tedeschi.

In alcuni campi l'opera di resistenza venne sostenuta anche dalla diffusione di notizie sull'andamento della guerra, ottenute grazie a radio clandestine costruite con mezzi di fortuna. Nel campo di Sandbostel, dove Giuntella venne trasferito il 16 marzo, si venne subito a sapere del successo dello sbarco in Normandia, e gli internati, assai imprudentemente, manifestarono la loro gioia riempiendo di barchette di carta una grande pozza fra le baracche, detta il laghetto.

Il braccio di ferro fra i tedeschi e gli ufficiali internati sulla questione del lavoro continuò fino all'inizio del 1945. La battaglia di chi animava la resistenza contro questa forma di collaborazione si faceva sempre più difficile, perché la fame diveniva sempre più atroce e insopportabile, quasi un'ossessione, e i decessi per esaurimento fisico e per malattie, in particolare la tubercolosi, si moltiplicavano. Coloro che cedevano erano sempre più numerosi. Agli inizi di febbraio i tedeschi decisero di tagliar corto e di non insistere oltre nell'ottenere un'adesione, e imposero a tutti il lavoro. Il 13 febbraio 1945, nel campo di Wietzendorf (dove si trovava dal 26 novembre del 1944), Giuntella annotava l'annuncio dell'inizio di questa nuova fase:

Alle ore 10.30 adunata in teatro. Un capitano tedesco, aiutato da un interprete, ci spiega il punto di vista tedesco sulla questione del lavoro: gli accordi di Hitler e del Sig. Mussolini hanno fatto sì che decadesse l'applicazione nei nostri confronti delle norme protettrici delle convenzioni internazionali di Ginevra. Ergo tutti gli ufficiali italiani compresi quelli in spe, esclusi solo medici, cappellani, generali, superiori ai 60 anni, malati in via permanente saranno avviati al lavoro. Le opinioni politiche dei singoli non interessano al Comando tedesco.

Nonostante che l'obbligo di lavorare potesse essere una scappatoia dalla responsabilità della scelta, i nuclei di resistenza del campo, animati dal fiduciario degli internati, il colonnello Pietro Testa, insistettero perché non si cedesse all'imposizione e perché nessuno compilasse, come richiesto dal Comando tedesco, la scheda in cui dichiarare la propria professione. E solo poco più di un centinaio di ufficiali, sui circa 5.000 presenti, compilò la scheda. Il Comando tedesco comunicò allora che chi avesse continuato a rifiutarsi di lavorare sarebbe stato consegnato alla polizia: il che significava il campo di punizione. Poi, agli inizi di marzo, il braccio di ferro finì e l'obbligo di lavorare venne revocato11: il tracollo della Germania era imminente. Giuntella raccontava che quegli ultimi giorni furono durissimi. Fame e freddo ricorrono insistentemente nei suoi appunti:

28 febbraio

Sono estremamente debole. Non mi reggo in piedi. Mi fa male la testa e a stento riesco a leggere qualche rigo. Le mie mani non hanno più sangue. Quanta fame; quanta sofferenza.

Ma anche speranza, alimentata dalle notizie ­ sempre clandestine ­ sull'avvicinarsi del fronte: «14 marzo: Passato il Reno»; e il 3 aprile: «Sono vicini». La liberazione del campo si fece attendere ancora alcuni giorni, fra ordini e contrordini di evacuazione e rumori di combattimenti nelle vicinanze. Poi, il 16 aprile, arrivò l'avanguardia angloamericana:

Verso le 16.30 è un gran correre all'ingresso del campo. È arrivato un maggiore inglese in un'auto privata. I suoi carri sono fermi a 4 km. dal campo perché un ponte sul fiume è saltato in aria [] l'atto finale della nostra tragedia: la liberazione. Un entusiasmo indescrivibile è in tutti, ma muto e raccolto. Sembra impossibile essere liberi.

Il ritorno in Italia, dopo un'esperienza così forte anche sul piano etico e politico, fu difficile, caratterizzato da una diffusa incomprensione del valore di una scelta antifascista in cui i protagonisti si riconoscevano. Giuntella ricordava spesso, come particolarmente significativo del clima nel quale si trovò al ritorno, un episodio che gli capitò sul finire del 1945:

Convocato al ministero della difesa mi sentii chiedere: «Lei ha dichiarato di non aver aderito alla rsi e alle richieste di lavorare per i tedeschi. Perché l'ha fatto?». Io credetti che per la prima volta qualcuno volesse elogiarmi! Spiegai le ragioni del mio rifiuto e il colonnello, che mi interrogava soggiunse: «Ma se lei avesse aderito alle richieste dei tedeschi non sarebbe stato trattato meglio?». «Certo ma» ed esposi le motivazioni della mia scelta, sempre convinto che l'altro si sarebbe commosso! A questo punto, invece, il colonnello disse: «Proprio non capisco». E finalmente capii io e gli risposi seccamente: «Che lei capisca, o no non mi interessa» e lo lasciai in asso12.

Giuntella riconosceva in questo rifiuto di valorizzare il "no" degli internati militari le tracce di una volontà di pacificazione rispetto a coloro che avevano aderito alla rsi. «Per gli internati militari vi fu [] ­ egli scrisse ­ la manifesta volontà delle autorità militari del tempo, o di una notevole parte di esse, quella che aveva accettato di servire la rsi, di confondere tutto e tutti in una generica "pacificazione", invocata da quanti non volevano subire le conseguenze della loro trasgressione»13.

Ben presto venne fondata l'Associazione nazionale ex internati, riconosciuta come Ente morale il 2 aprile 194814, che si distinse sia dalle associazioni di ex combattenti che da quelle partigiane, rivendicando la peculiarità dell'esperienza fatta in Germania, che verrà efficacemente definita come "resistenza senz'armi". Questa scelta di autonomia fu peraltro fonte, nel clima della guerra fredda, di un certo isolamento e di molte incomprensioni. Giuntella ricordava che varie parti politiche «svolsero nei primi anni dopo la liberazione una vera azione di sabotaggio alla costituzione di nostre sezioni, anche in Roma»15, e citava anche un caso di incomprensione che lo aveva particolarmente meravigliato, dato il personaggio che vi era stato coinvolto:

A poca distanza di anni dagli eventi, il generale Cadorna, che era stato comandante del Corpo volontari della libertà durante la Resistenza, si oppose in Senato all'approvazione del disegno di legge, che concedeva agli ex internati non aderenti la croce di guerra, accampando testualmente le dichiarazioni della radio della rsi sull'ottimo trattamento ad essi riservato. Riuscii fuori dell'aula della commissione legislativa a spiegargli che era mal informato e debbo riconoscere che cambiò parere e me ne diede atto in più occasioni16.

L'impegno di Giuntella all'interno dell'anei fu determinante per affermare all'esterno il senso antifascista del rifiuto di collaborare con i fascisti e con i tedeschi e per organizzare un'attività di ricerca storica che raccogliesse la memoria dell'internamento e collocasse quest'esperienza nel contesto generale dei rapporti tra la Germania e la rsi. Fu proprio in occasione di un convegno di storici che maturò la svolta nei rapporti fra le associazioni partigiane e l'anei. Durante il Congresso internazionale della Resistenza tenuto a Karlovy Vary nel 1964, Giuntella incontrò Ferruccio Parri, al quale spiegò la vicenda degli internati militari, che egli non conosceva. Poco dopo Parri intervenne al Congresso nazionale dell'anei, dove riconobbe il valore antifascista del rifiuto di collaborare manifestato dagli internati. Dopo di allora, le associazioni partigiane e gli istituti di storia della Resistenza fecero giungere sempre il loro saluto ai congressi dell'anei17. Nel 1964 Giuntella promosse anche la pubblicazione della rivista storica dell'anei, i "Quaderni del Centro di Studi sulla deportazione e l'internamento"18. Questa rivista, che egli seguì costantemente, si caratterizzò perché non limitava l'attenzione alla vicenda degli imi, ma affrontava i vari aspetti della politica di deportazione praticata dalla Germania nazista come strumento di potere. Una riflessione dalla quale sarebbe poi nato il volume Il nazismo e i lager19. Sui "Quaderni" vennero pubblicati, oltre a saggi storici, documenti e numerose testimonianze, fra cui particolarmente importanti quelle sul campo di Dora20; molta attenzione venne riservata agli zingari, verso i quali Giuntella nutriva un forte affetto; in un numero speciale, il quinto, pubblicato nel 1968, vennero pubblicati i risultati di un'inchiesta svolta fra gli associati dell'anei per ricostruire le vicende dell'8 settembre. Da questa intensa attività nacquero altre iniziative, che contribuirono a ricostruire la storia dell'internamento: due volumi antologici di memorie, Il lungo inverno dei Lager21, pubblicato nel 1973, e Resistenza senz'armi22, del 1984, e due convegni scientifici tenuti a Firenze nel 198523 e nel 199124, il primo dedicato specificamente alla vicenda degli imi, e il secondo alla storia di tutti i prigionieri in mano tedesca, come specchio di una ricerca internazionale ormai affermata.

A conclusione del volume che raccoglieva gli atti di quest'ultimo convegno, Giuntella tracciava un quadro del lavoro di ricerca che aveva promosso e di cui era stato protagonista, e ribadiva il valore antifascista della scelta di non aderire con queste parole che ben sintetizzano il messaggio da lui dato con passione ai suoi studenti e ai suoi amici:

Il Lager degli italiani non fu un universo di vinti e di affamati; fu un mondo di resistenti, che prese su di sé la dignità e l'onore di un Paese, che aveva assistito al crollo di ogni autorità militare e civile, e lottò in condizioni, che non è esagerato dire eroiche. Fu la presa di coscienza di un gruppo di italiani, che nella maggior parte aveva avuto come sola esperienza politica quella del fascismo, ma che aveva valutato direttamente e sulla propria pelle i disastri della guerra fascista, che l'imbelle retorica dei suoi gerarchi non poteva più nascondere. Nel Lager avvenne un fatto anomalo. Proprio lì, in un mondo dove era preclusa ogni volontà ed ogni scelta personale, fu chiesto agli italiani per la prima volta di esprimere individualmente una adesione, o un rifiuto, e si pronunciarono in massa per il rifiuto []. Nella storia degli italiani è uno dei rarissimi casi di una decisione collettiva presa con piena consapevolezza del rischio di morte, che comportava []. Una resistenza disarmata, ma non inerme e inefficace, significativa soprattutto come affermazione di valori morali, che sono sempre da difendere, anche quando tutto il resto è perduto25.

Note

1. Questa citazione, come le altre simili, è tratta da vari diari manoscritti di proprietà della famiglia Giuntella.

2. La figura giuridica dell'internato militare esisteva già nel diritto internazionale, e indicava quei militari di paesi belligeranti i quali, trovandosi in un paese neutro, venivano disarmati e posti sotto custodia dalle autorità di quest'ultimo, affinché non potessero intraprendere azioni belliche (cfr. R. Socini Leyendecker, Aspetti giuridici dell'internamento, in I militari italiani internati dai tedeschi dopo l'8 settembre 1943, Atti del convegno di studi storici promosso a Firenze il 14 e il 15 novembre 1985 dall'Associazione nazionale ex internati nel 40 anniversario della liberazione, a cura di N. Della Santa, Giunti, Firenze 1986, pp. 134-53).

3. Mussolini, nell'ottobre-novembre del 1943, insistette molto perché, attraverso un'adeguata propaganda, venisse reclutato un nuovo esercito repubblicano fra i militari rinchiusi nei Lager. In un colloquio telefonico con Keitel, il 13 novembre, egli affermò orgogliosamente: «Io mi sentirei disonorato, se fra tanti internati non si trovassero 50.000 volontari per costituire queste quattro divisioni». «Non posso entrare in merito a ragioni politiche ­ replicò Keitel ­ e ne riferirò quindi immediatamente al Führer. Debbo però dire che gli internati non li vogliamo noi per ragioni militari e perciò dal punto di vista militare, se il mio parere sarà richiesto, darò al Führer parere negativo» (E. Canevari, Graziani mi ha detto, Magi-Spinetti, Roma 1947, p. 298).

4. Cfr. G. Schreiber, I militari italiani internati nei campi di concentramento del Terzo Reich. Traditi, disprezzati, dimenticati, Stato Maggiore dell'Esercito - Ufficio storico, Roma 1992 (versione originale Die italienischen Militärinternierten im deutschen Machtebereich 1943-1945, verraten, verachtet, vergessen, R. Oldenbourg Verlag, München 1990), p. 454.

5. Gli internati militari in Germania nella relazione di un ufficiale della Repubblica di Salò, in "Il Movimento di liberazione in Italia", n. 21 (nov. 1952), p. 24, cit. in V. E. Giuntella, Il Nazismo e i Lager, Edizioni Studium, Roma 1979, p. 110.

6. Cfr. G. Rochat, Memorialistica e storiografia sull'internamento, in I militari italiani internati dai tedeschi dopo l'8 settembre 1943, cit., pp. 23-69, qui p. 36.

7. Giuntella, Il Nazismo e i Lager, cit., p. 112.

8. Ivi, p. 114.

9. Cfr. L. Cajani, Appunti per una storia degli Internati Militari Italiani in mano tedesca (1943-1945) attraverso le fonti d'archivio, in I militari italiani internati dai tedeschi dopo l'8 settembre 1943, cit., pp. 81-119, qui p. 93.

10. V. E. Giuntella, Memoria storica e dovere della testimonianza, in Il dovere di testimoniare, Atti del convegno, Torino 28-29 ottobre 1983, Consiglio regionale del Piemonte, Torino 1984, pp. 130-40, qui p. 130.

11. Cfr. P. Testa, Wietzendorf, Centro di Studi sulla deportazione e l'Internamento, Roma 1973, p. 236.

12. V. E. Giuntella, L'Associazione Nazionale ex Internati e la memoria storica dell'internamento, in I militari italiani internati dai tedeschi dopo l'8 settembre 1943. Atti del convegno di studi storici promosso a Firenze il 14 e 15 novembre 1985 dall'Associazione nazionale ex internati nel 40° anniversario della liberazione, Relazioni, interventi, tavola rotonda, bibliografia, a cura di N. Della Santa, Giunti, Firenze 1986, pp. 70-6, qui p. 71.

13. V. E. Giuntella, I giovani e la memoria storica della deportazione, in Consiglio regionale del Piemonte-Aned, Storia vissuta, Atti del Convegno internazionale, Torino, 21-22 novembre 1986, Milano 1988, pp. 134-45, cit. in Consiglio regionale del Piemonte-Aned-Centro studi Amici del Triangolo Rosso, Vittorio Emanuele Giuntella: lo storico, il testimone, a cura di M. Anastasia, FrancoAngeli, Milano 1999, pp. 46 ss.

14. Cfr. N. Labanca, La memoria ufficiale dell'internamento militare. Tempi e forme, in Fra sterminio e sfruttamento. Militari internati e prigionieri di guerra nella Germania nazista (1939-1945), a cura di N. Labanca, Le Lettere, Firenze 1992, pp. 269-99, qui p. 277.

15. Giuntella, L'Associazione Nazionale ex Internati e la memoria storica dell'internamento, cit., p. 72.

16. Ivi, p. 71.

17. Cfr. Labanca, La memoria ufficiale, cit., p. 296.

18. I primi 5 numeri sono usciti con cadenza annuale, poi sempre più irregolarmente, fino all'ultimo, il tredicesimo, pubblicato nel 1995.

19. V. E. Giuntella, Il nazismo e i lager, Studium, Roma 1979.

20. Si vedano Testimonianze sul campo di Dora, in "Quaderni del Centro di studi sulla deportazione e l'internamento", iii (1966), pp. 36-46, e il dossier di documenti e testimonianze pubblicato nel numero x (1978-1982), alle pp. 39-64.

21. A cura di P. Piasenti, La Nuova Italia, Firenze.

22. Associazione nazionale ex internati, Resistenza senz'armi. Un capitolo di storia italiana (1943-1945) dalle testimonianze di militari toscani internati nei lager nazisti, prefazione di L. Amadei, Le Monnier, Firenze 19882.

23. Cfr. I militari italiani internati dai tedeschi dopo l'8 settembre 1943, cit.

24. Cfr. Fra sterminio e sfruttamento, cit.

25. Giuntella, Considerazioni finali, in Fra sterminio e sfruttamento, cit., pp. 345-50, qui p. 350.