Gli studi di Vittorio Emanuele Giuntella sulla
donna nel Settecento

di Carlo Bordini

Per quel che riguarda l'Illuminismo e la questione femminile, bisogna dire che Vittorio Emanuele Giuntella tenne per due anni accademici, nel 1978-79 e nel 1979-80, un corso su "La donna nel Settecento". «Qualche anno prima ­ cito da un suo scritto ­ che ricerche del genere divenissero di interesse corrente.» È opportuno ricordare che altri corsi, oltre a quelli citati in questa commemorazione, furono incentrati sulla tolleranza nel Settecento, sulla polemica antischiavistica, sull'utopia. Si tratta di corsi che non fecero parte dei grandi filoni della ricerca di Vittorio Emanuele Giuntella, che furono il periodo giacobino, gli studi sul nazismo e sulla Roma settecentesca, ma che sono la testimonianza di una sensibilità a una tematica storiografica e sociale che stava emergendo e che sarebbe poi diventata di notevole importanza nella nostra epoca. L'attività didattica intorno a questi argomenti servì a formare una serie di giovani studiosi che poi dettero il loro contributo storiografico su questi temi o su temi analoghi, anche in questa Facoltà. È necessario sottolineare che quest'attività didattica, oltre a testimoniare della sensibilità di cui ho parlato (erano questioni che l'epoca poneva, e con forza) va anche inserita nell'idea che Vittorio Emanuele Giuntella aveva del Settecento come di un'epoca di tensione di riforme finalizzate ad un progetto (a volte contraddittorio, a volte inattuato, ma sempre largamente presente) di liberazione umana. Vorrei quindi soffermarmi anche su questo punto ­ il suo rapporto col Settecento ­ richiamandomi a quello che è già venuto alla luce in altri interventi, e interpretare quindi la sua figura di studioso alla luce di quello che ne è l'elemento centrale, o uno degli elementi centrali, ossia il forte contenuto etico della sua ricerca e dei suoi interessi. Giuntella non si vergognava di attualizzare sempre il contenuto della sua ricerca, né di dirlo esplicitamente; per lui la ricerca era "ricerca" di una via per un mondo migliore; quelle suggestioni etiche che sono alla base del lavoro di una buona percentuale di storici e che spesso vengono celate con più o meno grande pudore, egli le affermava, ne faceva anzi un centro. E al centro di questo vi era chiaramente la sua fede religiosa (che aveva anche, se mi è consentito dirlo, una sua sfumatura eterodossa ed eretica, e mi rifaccio anche a due interventi riportati in questo fascicolo: quelli di Verucci che lo ha chiamato «credente libero», e di Scoppola, che ha messo in rilievo gli elementi di "anarchia" insiti nella sua religiosità).

Possiamo dire, per usare un termine abusato, che Vittorio Emanuele Giuntella facesse anche una sorta di metastoria, di ricerca del significato recondito della storia; ricerca storica per lui significava anche ricercare quale fosse il significato etico della vicenda umana. Giuntella era uno studioso continuamente alla ricerca di valori, e sempre attento, quindi, come studioso, al valore etico delle vicende e degli argomenti che studiava. Basta citare la sua interpretazione storica della Roma settecentesca, e anche la sua ricerca continua di contatti col mondo reale, col mondo contemporaneo; un modo di fare cultura che concepiva la storia come qualcosa di non rinchiuso nel mondo accademico, ma aperto ad altre forme culturali, in una continua contaminazione: come il citare versi di uno spiritual e brani delle Città invisibili di Calvino nella Premessa del suo libro La città dell'Illuminismo1, tanto per fare un esempio metodologico. Possiamo aggiungere, inoltre, che da questa tensione etica proveniva il suo rapporto con l'utopia e quindi il rapporto particolarmente intenso e problematico col Sessantotto, come si vede nelle bellissime pagine della Premessa della Città dell'Illuminismo dedicate appunto ai suoi studenti del Sessantotto: un Sessantotto visto come utopia umana laica che Giuntella cercava anche in qualche modo di collegare, di confrontare con l'utopia cristiana. E a proposito di utopia, bisogna ricordare che Vittorio Emanuele Giuntella dedicò un suo corso all'utopia settecentesca, mutuando molto dal volume di Baczko2e dalla sua idea di utopia come elemento presente nella storia e valido come premessa per il futuro.

Nell'Illuminismo, Giuntella vedeva dunque la tensione etica e nello stesso tempo l'altro, il confronto con l'altro, l'innovatore laico, che costituiva, per lui, sfida e nutrimento al tempo stesso (il confronto con l'innovatore laico lo vediamo anche nel peso e nel rilievo che ha avuto nella sua attività di studioso lo studio del periodo giacobino). Dedicare due anni al corso sulla donna nel Settecento significava dunque per lui vedere come nel Settecento si esprimesse l'emancipazione della donna: questo era il tema centrale intorno a cui tutto girava: un'investigazione sui cambiamenti della condizione femminile in quello che molti contemporanei definirono appunto «il secolo delle donne».

In questo quadro, Vittorio Emanuele Giuntella svolse attività didattica con l'attiva partecipazione degli studenti. Devo ricordare anche i seminari che incoraggiò i suoi collaboratori a svolgere, quello di Luigi Cajani sulla scienza medica e sull'ostetricia nel Settecento, quello di Marina Caffiero su Rousseau e la donna e quello del sottoscritto sulla donna nella letteratura settecentesca; le numerose tesi, e tutta una serie di ricerche sull'istruzione femminile e sui diritti delle donne, in cui veniva dato molto peso ad anticipatori come Poullain de la Barre, a Mary Wollstonecraft e al suo I diritti della donna, alle idee di Diderot e dell'Encyclopédie, a Condorcet e alla sua battaglia per i Droits de Cité; molto peso, quindi, al rapporto tra illuministi e donna, alla condizione della donna religiosa, al lavoro femminile.

Una sfida e un'investigazione anche impietosa, che mettevano in rilievo le leggi settecentesche di limitazione alla libertà di matrimonio e l'imperio dei padri sulle scelte matrimoniali delle figlie che permaneva in Italia e la misoginia che non mancava nel pensiero dell'epoca dei "lumi". E, ancora, un'analisi dei cataloghi delle donne illustri, con tutto il loro bagaglio di agiografia, di ingenuità, e i vari stati della donna (la donna laica, la donna religiosa, la non sposata, la vedova). E voglio ricordare che da queste ricerche uscì anche uno dei primi libri dell'epoca, quello di Taricone e Bucci, La condizione della donna nel xvii e xviii secolo, del 1983, con tutte le ingenuità e lo spirito acerbo del primo femminismo.

Tutti temi, come si vede, che sono poi stati ripresi, ampliati e sviluppati numerose volte, in epoche successive, fino a diventare un filone stabile della nostra storiografia. Possiamo dire che Vittorio Emanuele Giuntella ha avuto il merito di iniziare queste ricerche quando ancora rappresentavano, a livello accademico, un'innovazione e una novità, e di sensibilizzare quindi alcuni giovani che avrebbero poi dato un contributo a questa ricerca (tra questi giovani di allora va ricordata Marina Caffiero, e i suoi contributi attuali sulla religiosità femminile; io stesso non avrei fatto il poco che ho fatto in quella direzione se non ci fosse stato lo stimolo di quei corsi e di quel clima).

Mi sia consentito ora di terminare quest'intervento con un aneddoto: l'aneddoto della mia prima partecipazione ad una lezione, molti anni fa, di Vittorio Emanuele Giuntella. C'erano due giovani, in piedi, che gridavano, contrapponendo due distinte tesi storiografiche. Giuntella, pazientemente, cercava di mettere ordine e di indirizzare costruttivamente il dibattito, che era acceso e appassionato. Uno di quei giovani era Luigi Cajani. Erano gli anni immediatamente susseguenti al Sessantotto. Voglio dire, al di là dell'aneddoto, che Vittorio, nel suo modo morbido e schivo, accettò ed assorbì (anche, è doveroso ricordarlo, sotto la spinta e l'impulso dell'amatissima moglie) l'insegnamento e la sfida della parte migliore del Sessantotto, ossia non quello del rifiuto della cultura ma dell'emancipazione dello studente attraverso la cultura, della partecipazione attiva dello studente alla vita dell'università. Anche il Sessantotto, come l'Illuminismo, rappresentò per il libero credente Giuntella l'innovatore laico con cui confrontarsi, con cui polemizzare e da cui imparare. E questo non avrebbe potuto avvenire senza quella tensione etica che lo portava a cercare di imparare dall'altro, e che quindi lo poneva nei confronti degli studenti in una posizione profondamente diversa da quella della media del corpo docente. Vittorio Emanuele Giuntella cercò, in quel periodo, di imparare dai suoi studenti. «Debbo ai miei studenti di allora la sollecitazione a mettermi sulla strada di Gerusalemme, abbandonando le mie pretese sicurezze», scrisse, qualche anno dopo, nella già citata Premessa del suo La città dell'Illuminismo.

Note

1. V. E. Giuntella, La città dell'Illuminismo. L'idea e il nuovo volto, Studium, Roma 1982.

2. B. Baczko, L'utopia. Immaginazione sociale e rappresentazioni utopiche nell'età dell'illuminismo, Einaudi, Torino 1979.