La biblioteca del lager *

di Vittorio Emanuele Giuntella

Le vostre due biografie [di Consolo e Meldini] assomigliano molto alla mia. Anch'io sono vissuto in una famiglia povera, ma nella quale il libro era venerato. E tante cose che avete detto le potrei fare mie perché appunto sono uguali alle vostre. C'è un fatto però che mi distingue: io ho rischiato di essere ucciso per un libro, anzi, per dei libri. Incappai in un lager nazista, ero internato militare, e avevo con me una cassetta di libri che mi tiravo dietro dalla Slovenia. Un ufficiale della Gestapo era seccatissimo da questo fatto. Mi osservò a lungo, alla fine mi disse:

«Du nicht Soldat, du bist Doktor!» (Tu non sei un soldato, sei un dottore).

Io presi il coraggio di guardarlo negli occhi fisso e risposi:

«Ja...».

Poteva andare a finire molto male. L'ufficiale della Gestapo aveva il diritto di uccidere senza nemmeno dire perché aveva ucciso. Dentro quella cassa, inoltre, c'erano dei libri che potevano essere "pericolosi", secondo la sua definizione.

Dovetti fare una marcia a digiuno, perché con il sistema tedesco prima ci portarono via la gamella, poi distribuirono questa sbobba calda, bollente. E vidi uno che la prese nelle mani scottandosi, un alpino che se la fece mettere nel cappello, poi un altro. Io passai senza prendere niente. Questa cassetta e il digiuno erano veramente troppo, ad un certo punto non ce la facevo più, decisi di buttarla via e uno mi si avvicinò e mi chiese:

«Ma che c'è dentro?»

«Libri.»

«Ah! Allora te la portiamo noi!»

Pensate: gente affamata, indebolita; eppure decisero di portarla a turno. Il mio era fino alla stazione di Hohenstein, nella Prussia orientale. Di tanti libri che mi avevano valso il titolo non di soldato, ma di dottore, ossia alla fine di intellettuale, nella mentalità dell'ufficiale tedesco, ciascuno era comunque pericoloso, qualunque fosse. Ed infatti, fra quelli che mi sequestrò, c'era una pubblicazione antitedesca edita in

Per far rivivere il pensiero di un uomo: ricostruisci la sua biblioteca

Marguerite Yourcenar, Taccuini di appunti Francia durante la prima guerra mondiale. L'avevo trovata in antiquariato a Udine; l'ufficiale me la prese e la buttò via. Salvai invece una storia della rivoluzione russa pubblicata da Einaudi il cui autore era un Chamberlin.

«Chamberlin?»

«No, guardi, non è quello. Non è quello.»

Mi venne fatto di dire una bugia.

«È un fascista.»

E me la lasciò. Einaudi 1942.

Poi cominciò a fare dei bolli su quei libri che a lui in qualche maniera non sembravano comunisti. Per esempio prese il Dante Minuscolo hoepliano e, bom!, lo bollò sulla prima pagina. Non so se lo avete anche voi, il Dante Minuscolo hoepliano, o lo usiate ancora all'università: è qualcosa di questa dimensione. Il mio l'ha perduto mia figlia quando cominciò a frequentare anche lei questa facoltà dicendo che lo Scartazzini era troppo pesante da portarsi dietro.

A D¥blin, Ari lager, un campo della fortezza di D¥blin in Polonia, dove si era svolto questo battibecco ­ ripeto: la Gestapo non ci badava tanto a uccidere, bastava molto poco, bastava ridergli in faccia per essere ammazzati ­ il mio Dante servì per una serie di letture. Era l'unica Divina Commedia che si trovava nel campo e tutte le sere me la venivano a prendere. Io andavo a sentire da alcuni professori di italiano la lectura Dantis; poi, me la riportavano. Nel lager di Sandbostel, da cui fummo trasferiti dopo il secondo lager in Polonia, era molto vivo lo scambio e il prestito dei libri, libri salvati attraverso la perquisizione, libri perduti o abbandonati. Io scambiai il mio Chamberlin con una storia della letteratura italiana. Valeva molto meno ma io ero già iscritto a Lettere e mi aiutava a ripassare qualcosa. Per alcuni libri vi era presso il proprietario una lista d'attesa, nella sua baracca, a capo del suo giaciglio. Uno dei più richiesti era naturalmente Le mie prigioni di Silvio Pellico. Le mie prigioni. Ecco, [indirizzandosi nuovamente a Consolo e Meldini] voi avete affermato che i primi libri sono stati importanti, anche se il tuo era soltanto [rivolto a Consolo] di scienza applicata, ma mi pare che anche tu abbia detto di Silvio Pellico. Io l'avevo letto da bambino. Non ho mai fatto la prima elementare, ho fatto due volte la seconda, ma per via dell'aritmetica, per il resto ero molto ferrato nel leggere libri. Nel lager, evidentemente, quest'opera di Silvio Pellico aveva una clientela molto larga perché si volevano raffrontare le sue prigioni con le nostre. Mah, quando l'ebbi e la rilessi, mi dissi che tutto sommato stava meglio lui, almeno quanto al mangiare. Si leggevano volentieri anche le Confessioni del Nievo, e questo l'avevo di mia proprietà ­ non l'ho portato qui perché ora ce l'ho in una casetta in campagna e lo custodisco laggiù. Vedete, le Confessioni del Nievo a noi sembravano molto, molto importanti in tante cose, per la sua vita, e anche per gli accenni a Napoleone come a un tiranno. Ecco, questo a noi faceva molto piacere.

Leggevamo pure il Salvatorelli, Il pensiero politico italiano, anch'esso di mia proprietà. Badate, Einaudi ha pubblicato in quel tempo libri che erano veramente molto importanti: Il pensiero politico italiano e i Ricordi e pensieri di Gino Capponi.

Nel Salvatorelli c'era una citazione del Foscolo, dalla Lettera apologetica a Napoleone:

Napoleone non aveva patria se non un trono rapito di sotto ai cadaveri.

Ce li passavamo l'uno con l'altro, ed è lì che è cominciata l'avversione totale per Napoleone. Per me furono molto preziose le citazioni di Cesare Balbo, nel suo Sommario della storia d'Italia, e anche due volumetti di poesie di Victor Hugo, anch'essi miei, in edizione francese, su cui meditavo spesso. Me le ero ricopiate e riposte nel mio castello, in quelle incastellature a più ripiani in cui si dormiva in tanti.

C'era questo verso di Victor Hugo, che era importante, me l'ero messo lì, sperando che il tedesco che veniva ogni tanto a visitare la mia baracca non sapesse il francese:

Une aube meilleure sur nous brillera / nous attendons l'heure, mais l'heure viendra.

Vedete, son quelle cose trovate nei libri di quella cassetta che mi aiutarono a tirare avanti. Cose come quest'altro verso di Hugo:

En attendant le jour, que chaque instant amène

Ve li traduco in italiano, perché ormai il francese lo sanno solo quelli della mia età: «Un'alba migliore brillerà su di noi, noi attendiamo l'ora, ma l'ora verrà». «Arriverà quel giorno ed ogni istante lo porta.»

E l'Alcyone di D'Annunzio, anche questo mio. Vedete, me li ero portati dietro per la Slovenia. Là la mia angoscia era quella di trovarmi in una nazione che, qualunque cosa si dicesse, non era nostra; ed io lì ero, quanto in Grecia, convinto che fossero gli sloveni e i greci ad avere ragione e noi torto.

È per questo che non ho mai ucciso nessuno.

E poi quella Imitazione di Cristo regalatami nella traduzione di Cesare Guasti, una traduzione che forse oggi non sarebbe apprezzata perché è molto bella e molto limpida ma anche un po' ridondante. Ed anche questa con il visto della Gestapo. Da lì trassi una frase per il mio Zibaldone:

Niuno sicuramente si rallegra se non chi abbia in sé un testimonio della buona coscienza.

Vedete, il lager è stato anche questo. In fondo eravamo convinti che tutti noi avessimo ragione, e che i tedeschi fossero tutti abbietti: tutti. Eravamo manichei, non sapevamo che esistevano un Bonhoeffer, un padre Delp, che esistevano i giovani della congiura della Rosa Bianca a Monaco, che c'era un gruppo comunista, che agiva come agiva e di cui molti furono decapitati.

Di Dante, del mio Dante minuscolo, c'era un versetto di Tre donne intorno al cor che andava proprio bene per noi:

l'essilio che m'è dato, onor mi tegno.

Anche questa frase stava appiccata in una baracca dove si leggeva tutte le sere un canto di Dante. Poi c'era una raccolta di canti popolari greci Avevo insomma una biblioteca, sia pure di libretti non più grandi di questi, che erano la mia unica salvezza contro la fame e le privazioni. Badate, la fame non è l'appetito, è qualcosa che prende il cervello prima dello stomaco. Una volta ebbi una grande paura perché improvvisamente mi accorsi che per tre giorni non avevo più pensato alla mia famiglia, a mia moglie, alla bambina che era nata durante la mia prigionia. Ecco perché questi libri hanno in qualche modo salvato la mia anima. Ma lasciate infine che ricordi, tra le mie letture del lager, almeno una riflessione di Massimo D'Azeglio e che dai suoi Ricordi vi legga brevemente due versi. Vedete, [mostra un vecchio libro] questo era il mio Zibaldone, qui scrivevo. Ecco, sulla prima pagina: «Dottor Vittorio Giuntella», perché quell'ufficiale della Gestapo mi aveva fatto diventare ancora più dottore, e poi il numero che mi avevano dato, 52 i b. Non volli fare la fila perché dico: faccio la fila e potrò essere il numero uno, il numero due, il numero tre; no, fui il numero 52. E qui avevo scritto di mio pugno: «molto grato a chi venendone per accidenti in possesso volesse restituirmelo», e me l'ero fatto scrivere in tedesco, che in queste pagine c'era solo letteratura e poesia. Ecco, questa è la pagina: La torre pendente di Pisa, di Giusti. Vedete, è tutta scritta a mano, in qualche rigo l'inchiostro è sbiadito, in altri no:

Quanta letizia ravviva in mente / Quella marmorea torre pendente / Se rivedendola molti anni appresso / Puoi compiacendoti dire a te stesso / Non ho piegato né pencolato.

Erano le mie letture del tempo. Oggi questi versi li leggo con un'altra mentalità. Ma allora mi ci sentivo tutto dentro, contro la torre pendente.

Dei Miei ricordi di Massimo d'Azeglio c'è anche questo brano, guardate, ho scritto tantissimo, e con la paura sempre; mi ricordo che quando Lazzati dovette lasciare l'ultimo campo ci siamo incontrati divisi da un reticolato e lui si era impegnato a dirmi se aveva salvato i libri, tra i quali uno che era mio e che non mi ha mai restituito. Quindi per il processo di canonizzazione questo furto lo dovrò dichiarare Ma dicevo di Massimo D'Azeglio, che parla di suo padre nei Miei ricordi:

Così passarono circa due mesi senza che a lei [la madre] giungesse notizia del marito. Finalmente seppe ch'egli era vivo, illeso e in prigione in Francia; e la gioia dell'inaspettata fortuna fu una nuova percossa per il suo organismo già indebolito. [] Già essa ed i suoi speravano poterlo presto riabbracciare, ma alla sua liberazione era posta la condizione di non più servire contro la Repubblica [francese] fino a cambio reciproco, e mio padre rispose che mai in eterno avrebbe firmata la promessa di non battersi pel suo paese e contro i suoi nemici. Preferì rimanere in quella triste ed amara prigionia, stentando la vita, lontano dalla moglie e dai figli, che erano e furono sempre il suo solo amore, e sofferse questi tormenti per altri sei mesi piuttosto che mancare a ciò ch'egli giudicava suo dovere.

Altri sei mesi. Io ne ho passati venti di mesi in mano ai nazisti, sempre dicendo che mai sarei voluto passare dalla loro parte. Grazie.

Note

* Si riporta qui l'intervento di Vittorio Emanuele Giuntella all'incontro: "La biblioteca tra realtà e metafora. Vincenzo Consolo, Vittorio E. Giuntella, Piero Meldini, Alberto Merola parlano di biblioteche frequentate nella memoria e nel sogno", svoltosi il 3 maggio 1995 presso la Biblioteca del Dipartimento di storia moderna e contemporanea dell'Università "La Sapienza" di Roma. Si ringraziano Luigi Cajani e Jacopo Landrini per la trascrizione e revisione del testo.

La biblioteca di Vittorio Emanuele Giuntella nel lager

c. balbo, Della storia d'Italia dalle origini fino ai nostri tempi .

g. capponi, Ricordi e pensieri, Einaudi, Torino 1942.

w. h. chamberlin, Storia della rivoluzione russa, Einaudi, Torino 1942.

g. d'annunzio, Alcyone.

m. d'azeglio, I miei ricordi.

dante, Tre donne intorno al cor mi son venute.

u. foscolo, Lettera apologetica a Napoleone.

j. gerson, L'imitazione di Cristo, volgarizzamento di C. Guasti, Hoepli, Milano 1922.

v. hugo, Poesie (probabilmente J. Lemonnyer, Paris 1885).

Il Dante minuscolo hoepliano, Hoepli, Milano 1932.

i. nievo, Le confessioni d'un italiano.

s. pellico, Le mie prigioni.

l. salvatorelli, Il pensiero politico italiano dal 1700 al 1870, Einaudi, Torino 1935.