Elogium di Jacques Le Goff

di Francesco Pitocco *

Quando proposi alla mia Facoltà di conferire la laurea al prof. Le Goff non pensavo certamente che sarebbe toccato a me l'onore, e l'onere, di farne l'elogio. Nelle mie intenzioni altro collega avrebbe dovuto scrivere e leggere l'elogio del grande medievista. E certo l'avrebbe fatto meglio di quanto possa farlo io: io che non sono un medievista. Solo alcune fortuite circostanze mi hanno posto nella condizione di dover leggere oggi queste poche pagine, qui, in questa aula magna.

Ho ceduto a questa necessità sostenuto dalla mia profonda convinzione che il contributo di Le Goff alla storia vada ben al di là del suo specifico campo di lavoro, il Medio Evo. Del resto nella mia proposta, accanto alla volontà di rendere omaggio a un grande studioso, era anche presente il desiderio, quasi a consuntivo di un secolo, di rendere omaggio a un'intera tradizione storiografica: a quella tradizione annalistica dei Febvre, dei Bloch, dei Braudel, della quale Le Goff è oggi il più eminente rappresentante. Grazie a quella tradizione il Novecento, tra le tante definizioni che gli sono state assegnate, potrebbe ben avere, anche, quella di "secolo della storia".

È infatti nel corso del Novecento che la storia ha pugnacemente cercato la via per collocarsi nel novero delle "scienze", senza timidezze e sensi di inferiorità, elaborando strumenti di analisi originali e diversi da quelli delle altre scienze, certamente, ma non per questo meno rigorosi. Ed è nel corso del Novecento che alla storia sono state riconosciute funzioni essenziali alla vita sociale, dalla formazione delle identità collettive, alla formazione intellettuale e politica delle classi dirigenti. Direi di più: nel corso del Novecento la storia ha contribuito non poco alla costruzione della società democratica, rintracciando nel tempo, al di là dei "grandi personaggi", e restituendola alla coscienza della contemporaneità, la presenza oscura ma attiva degli uomini anonimi, la pressione opaca e forte delle "masse". Vi ha contribuito valorizzando, al di là dei "grandi avvenimenti", la dimensione quotidiana e collettiva della vita sociale. Vi ha contribuito cercando di restituire "dignità storica", coscienza storica, sulla scia del grande, grandissimo Michelet, a quel "popolo" che dalla storia era sempre rimasto escluso, e che della società democratica è, o dovrebbe essere, il "sovrano".

Di questa storia, fin dagli inizi della sua carriera, Le Goff è stato grande protagonista. Grande per i risultati delle sue ricerche, e grande per la sua straordinaria capacità di scrivere in modo comprensibile a tutti, riuscendo a divulgare i livelli alti dell'elaborazione scientifica, valicando ampiamente l'orizzonte della sua specializzazione, raggiungendo lettori lontani, imprevedibili: specialisti, lettori comuni persino bambini.

Storici e "lettori" di storia degli ultimi decenni del secolo debbono in gran parte a lui, alla straordinaria capacità di penetrazione della sua scrittura, la definitiva messa in mora della concezione tradizionale del Medio Evo: una concezione per così dire, "illuministica", che vi vedeva un'età oscura, e addirittura oscurantista: età vuota, età di mezzo, buco nero nella faticosa marcia del progresso e della civiltà. Questa immagine era già stata ampiamente smentita, certo, da decenni e decenni di lavoro scientifico, ma dubito che essa fosse davvero uscita dall'orizzonte della cultura diffusa, e persino dall'orizzonte della cultura cosiddetta "culta".

Tuttavia sarebbe assai paradossale se al di là delle capacità divulgative, sempre alte ed efficacissime, e che costituiscono un tratto peculiare del suo modo di concepire ed esercitare il "mestiere di storico", noi non sottolineassimo, qui, soprattutto, l'innovazione reale e radicale dell'immagine complessiva del Medio Evo che Le Goff ha messo in campo. Un'immagine dilatata per i suoi tempi e per i suoi problemi.

Il Medio Evo di Le Goff è veramente un "altro" Medio Evo, come egli ama definirlo. Un «lungo Medio Evo che è durato dal ii o iii secolo della nostra era per morire lentamente sotto i colpi della rivoluzione industriale ­ delle rivoluzioni industriali ­ tra il xix secolo e i nostri giorni». È un Medio Evo certamente "nuovo". E non solo perché valorizza a pieno, lussuosamente, la nozione di lunga durata propugnata e divulgata da Braudel fino a imporla al lessico comune, quasi fosse una moda. È una terra nuova che egli ci invita a esplorare e conoscere. Una terra che egli ausculta con sensibilità da rabdomante, su cui posa un orecchio attento, acuto, pronto a sentir nascere e crescere, in lontananza, le radici della civiltà moderna.

Non a caso i suoi problemi storici si incarnano, già agli inizi del suo lavoro, in figure sociali che egli vede protagoniste del suo Medio Evo, ma che lo sono ancora della società moderna: il mercante e l'intellettuale. Sono loro che ai suoi occhi aprono una fenditura, destinata nel tempo a diventare sempre più profonda, nella vita sociale ancora orientata e dominata da una particolare tradizione della Chiesa, statica, e persino arcaica. Sono loro le figure prometeiche che rubano al Dio il tempo e il lavoro: un tempo mutevole e flessibile, non più rigidamente scandito dal campanile e dalla preghiera, e un lavoro "riabilitato", risarcito della primordiale condanna biblica. Sono gli annunci della "libertà moderna" che Le Goff sente squillare da lontano.

Un Medio Evo "creatore", dunque, un tempo «che ha creato la città, la nazione, lo Stato», come Le Goff sottolinea. Un Medio Evo, come si può intuire, visto con gli occhi d'un homme de ville, di un uomo di città, come egli si definisce, e di città vissute come porti di mare, il quale, per altro, sia detto tra parentesi, non sembra amare di tutto cuore, con tutta spontaneità, i "rurali", la loro campagna e i loro problemi.

Debbo pregarvi, promettendo di non cedere alle tentazioni dell'autobiografia, di consentirmi di dire qualcosa su come la mia generazione è venuta a contatto con la storiografia delle "Annales", e dunque con Le Goff.

Io penso che la penetrazione delle "Annales" in Italia si sia realizzata, il più delle volte, non secondo ordinate discendenze scolastiche, ma per vie traverse e imprevedibili, non dissimili, forse, da quella che io stesso mi son trovato a seguire. Ne è conferma il fatto che, nella mia generazione, i più attenti alle sue suggestioni, mi sembrano provenire dalle fila della storia religiosa, nel cui ambito io mi son formato, molto più di quanto non provengano dalla storia economica o dalla storia politica, o altra storia ancora. Del resto, per i miei coetanei, scoprire quella storiografia, non in quanto luogo di lavori singolarmente interessanti, ma in quanto portatrice di un nuovo "paradigma storiografico", non era impresa facile. Bisognava perforare uno spesso muro di pregiudizi, un'alta barriera di ripulse, che la più ampia parte della generazione precedente aveva innalzato con cura.

Vi erano state certo eccezioni. Ma anche tra i pochi "maestri" che avevano percepito la specifica portata storiografica delle "Annales", i più vi si erano opposti frontalmente. Chi non ricorda il terribile giudizio di Delio Cantimori sulla Mediterranée di Braudel (e parlo di Cantimori per parlare di uno storico che per le sue "eresie" e le sue "utopie" io ho seguito sempre con grande attenzione). Nel 1949 ne aveva sconsigliata la pubblicazione a Einaudi con queste parole: «si tratta ormai di una geo-socio-storia, che associa in una rappresentazione tanto brillante e suggestiva quanto evasiva, tanto piccante quanto indigesta, i motivi della geopolitica, delle sociologie pseudo storicistiche tedesche [...]. Tutto è "significativo" in questo sfavillante Mediterraneo: ma in questo luccichio di significazioni e di evocazioni si rimane abbarbagliati: non si capisce più niente. Non è realismo storiografico; è bruto naturalismo». E non si trattava del giudizio estemporaneo su un libro particolare e non amato. Era il giudizio su una "politica culturale", sospettoso e avverso a tutto il "gruppo" delle "Annales": «non ritengo utile, ­ diceva Cantimori ­ anzi dannoso, diffondere, per mezzo della traduzione di un'opera così ben scritta [...] il metodo, o il sistema, o il regime, o l'arte, o la retorica, chiamateli come credete, del gruppo di L. Febvre, Morazé, Braudel, ecc. ecc.».

Del resto già nel 1945, Cantimori, recensendone il libro su Margherita di Navarra, aveva accusato Febvre di quello che chiamava «decadentismo storiografico, derivato forse da stanchezza o forse da un eccessivo distacco dalla considerazione concreta e realistica dei fenomeni storici». Un giudizio aspro, anche quello, che passava dai dubbi sulla "importanza d'una storia psicologica" che gli appariva incapace di produrre vere "ricerche storiche", all'ironia sulla scrittura "letteraria", sul gusto per "le descrizioni e le immagini e le allusioni e i riferimenti analogici e le ripetizioni evocative", capace solo di produrre "tautologie" invece del rigoroso "definire" e "giudicare" che è proprio della storia. Critiche aspre, che miravano a colpire un modello di storia che agli occhi di Cantimori si smarriva in divagazioni sulle "intenzioni e l'intimo del cuore", come diceva, sulla "mentalità" e sull'"ambiente", invece di puntare a "ciò che per lo storico è essenziale": "l'importanza oggettiva" delle "azioni" degli uomini.

Che con questi maestri fosse difficile arrivare alle "Annales" è cosa intuitiva. Ma di colpo negli anni Sessanta l'università italiana si aprì, sia pure parzialmente, alle scienze sociali, alla sociologia e all'antropologia soprattutto, consentendo così, alla generazione che si formava allora, l'apertura di un sentiero verso una storiografia che sul rapporto con le scienze sociali aveva da sempre fondato la sua originalità e la sua fecondità.

Ma bisogna esser giusti! Quel Cantimori che tanto duramente aveva respinto le "Annales" e la loro "storia psicologica", la loro "retorica", la loro "scrittura letteraria", fu poi, per noi, un tramite importante. Mentre facevo le mie prime letture di Le Goff, usciva per Einaudi un'imponente antologia di articoli di Febvre, Studi su Riforma e Rinascimento, tradotta da Corrado Vivanti, ma introdotta proprio da Cantimori. Si apriva così quella che sarebbe diventata, nel giro di pochi anni, la felice stagione italiana delle "Annales" e dei suoi storici, un poco per merito del mondo universitario, molto per merito di due editori, Einaudi e Laterza, moltissimo forse per merito di una generazione di giornalisti assai "curiosi di storia", purtroppo ormai "in pensione", e che non sembrano aver lasciato eredi.

Di colpo i titoli "evocativi", "sfavillanti" della storiografia delle "Annales", come avrebbe potuto definirli il Cantimori degli anni Quaranta, divennero di moda, e furono venduti a migliaia e migliaia di copie. Il "quotidiano", l'"immaginario collettivo", il "meraviglioso", l'"altro Medioevo" o il "Medioevo lungo", le formule predilette di Le Goff, trovarono di fronte a sé la strada del grande pubblico, spianata dai giornali, dalle radio, persino dal cinema. Erano certo formule "vaghe" e "ambigue", come egli stesso definiva la storia delle mentalità, regina di quel trionfo. Formule che dicevano il "non so che della storia" e che, malgrado il loro successo, continuarono, e a volte continuano ancora, a suscitare la perplessità e l'irritazione di parte non piccola della storiografia universitaria. Ma che altro deve fare la ricerca storica se non studiare il "non so che"? ciò che non si conosce? Che altro, se non frequentare territori nuovi e ignoti? E con tutti i mezzi e gli strumenti possibili, con l'aiuto della psicologia e della sociologia, dell'economia e della statistica. E ancora: che altro deve fare se non comunicare i risultati del suo lavoro in modo "accattivante", anche con le astuzie della "retorica", e il fascino della "scrittura letteraria", pur di ampliare l'orizzonte culturale dei suoi lettori?

Ricordo una pagina, nella quale ancora Cantimori poneva una distinzione radicale tra lo storico e lo studioso di storia. Egli si poneva, con modestia, e con orgoglio, tra gli studiosi di storia, tra coloro che interpretano questo mestiere di storico come occasione per svolgere con estremo rigore, con fatica e umiltà, un lavoro fatto di onestà intellettuale, di lucido esercizio della ragione, senza nulla concedere alla fascinazione della fantasia, all'immaginazione, all'"arte" della scrittura. Ora si dà il caso che gli storici delle "Annales", da Bloch a Febvre, da Braudel a Le Goff, siano tutti studiosi di storia, certo, ma anche scrittori di storia, e scrittori di talento. Per fare il verso a quei sostenitori del Linguistic Turn, i quali da mezzo secolo tentano di punzecchiare gli storici, li direi anch'io volentieri produttori di "discorsi".

Io non so cosa il prof. Le Goff pensi di questa polemica, ormai annosa e anche un po' noiosa, che senza tener conto delle procedure e delle operazioni specifiche della ricerca, del "fare storia", tende a ridurre la storia al suo linguaggio, al suo "discorso", al pari di un romanzo o di qualsiasi altra opera di letteratura, pretendendo per questa via di negarne ogni capacità di farsi scienza, di conoscere qualcosa di "oggettivo", che sia esterno a se stessa e al suo linguaggio. Non so cosa egli ne pensi, ma oso credere che un poco ne sorrida, sornionamente. In realtà egli possiede una coscienza chiarissima della complessità del processo di produzione del "discorso" storico, sia pure assunto in quell'ultimo stadio del "testo" comunicato al lettore, in cui solo riescono a coglierlo i fautori del Linguistic Turn.

In un'intervista concessa qualche anno fa, assai bella e importante, significativamente pubblicata con il titolo Una vita per la storia, Le Goff invitava il suo intervistatore a tener conto che per lo storico la storia non è solo quell'asettico e ascetico lavoro scientifico che immaginava certo positivismo di fine Ottocento. La storia è, per lui, la sua stessa vita, ed è dunque, se posso prolungare quel pensiero, un discorso teso anche alla sua vita, sulla sua vita, non mirato solo alla classificazione di "cose" esterne, passate e oggettive! È un libro, quell'intervista, che pur nella sua forma discorsiva, parlando apparentemente, come casualmente, di questo e di quello, racchiude una miniera di osservazioni luminose sul mestiere dello storico interpretato da Le Goff.

Tra le altre cose Le Goff, amante di cinema, amico di cineasti, e forse un poco anche "uomo di cinema", vi ricorda la sua esperienza di consulente della trasposizione cinematografica del Nome della rosa di Umberto Eco. E ha così modo di richiamare l'attenzione dell'intervistatore sulle condizioni di produzione del discorso cinematografico, da un lato, e sulle sue condizioni di ricezione, dall'altro. Distinzione interessante, forse anche un po' naïve, come egli stesso dice, ma capace, di colpo, di gettare luce sulla produzione del suo "discorso" storico e sul suo personale lavoro per un'efficace ricezione di quel discorso.

Le Goff si dice affascinato dal fatto che i piani, le sequenze del film proiettato in sala, non si trovino generalmente nell'ordine con il quale sono stati girati, e che «l'opera si fa soprattutto al montaggio». Il montage modifica l'ordine del tournage. Questa manipolazione, egli dice, contribuisce non poco a rendere "appassionante" la "creazione cinematografica". E conclude: «un grande cineasta è l'equivalente di un grande poeta, di un grande romanziere il cinema è davvero un'arte à part entière».

Mentre leggevo queste pagine mi ero lasciato chiudere nell'orizzonte di una sala cinematografica. Ma quest'ultima espressione, un'arte à part entière, mi aveva riportato d'improvviso alla mente, con un'associazione imperiosa, un libro di storia che io amo molto: L'histoire à part entière di Lucien Febvre. Confesso di aver pensato che, forse, anche Le Goff, definendo in quel modo l'arte del cinema, avesse in mente la definizione di storia data da Febvre. Sta di fatto che egli chiudeva di colpo il suo discorso sul cinema, stringendo sulla storia: «Queste riflessioni sono ingenue, diceva, ma esse hanno trovato dei prolungamenti nel mio mestiere di storico. Io credo che la scrittura dello storico è più vicina al montaggio di un film di quanto non lo sia, per esempio, al récit di un romanzo».

Dunque grande consapevolezza del valore artistico, letterario e persino cinematografico, del discorso storico. Ma del discorso storico colto in quel particolare momento in cui è pensato per attivarne la ricezione da parte del lettore. Su questo punto i fautori del Linguistic Turn non sospettano neppure quanto abbiano ragione, quanto sforzo costi allo storico di talento la costruzione di metafore e immagini per meglio veicolare la comunicazione del suo lavoro scientifico. Ma dirò di più:

per meglio comprendere egli stesso il suo lavoro scientifico, per supplire alle difficoltà della formulazione concettuale delle sue analisi. Sforzo tanto più necessario, tanto più ricco di metafore e di immagini, quanto più nuove sono quelle analisi, quanto più esse hanno difficoltà a trovare strumenti adeguati nel vocabolario e nella sintassi tradizionali, inevitabilmente costruiti su conoscenze già ampiamente frequentate, già consolidate. Solo le nozioni "note", al punto di esser forse già esauste, sono facilmente suscettibili di formalizzazioni concettuali pure, espresse in un linguaggio per così dire "denotativo". La terra incognita nella quale penetra lo storico "creatore", non può fare a meno di metafore e di immagini: il suo repertorio "artistico", o "retorico" che dir si voglia, è a volte il solo strumento utilizzabile per far penetrare e acclimatare le sue novità in quel vocabolario e in quella sintassi. All'invenzione di concetti nuovi, di immagini nuove, lo storico è costretto se non altro per adattare la nostra lingua attuale a dire cose del passato, che non sono più attuali, e di cui essa non ha più cognizione, se non, a volte, nebulosa e incerta. Si pensi a quanto straordinariamente, visionariamente ricco, fosse il repertorio "artistico" di quel geniale e infaticabile inventore di storia che fu Michelet!

Ma permettetemi, per chiudere, di fare ancora un piccolo passo con le mie riflessioni sul lavoro della "scrittura" di Le Goff. Forse egli potrebbe non accettare, o accettare solo in parte, la definizione di "uomo di cinema" che gli attribuisco. Ma certo non rischio di sbagliare, perché egli stesso ama così definirsi, se lo chiamo "uomo della notte". Del resto, egli diceva parlando di cinema, che il buio della sala cinematografica gli era necessario per godere di un film: di quel film la televisione non sarebbe in grado di garantire una corretta e piena ricezione.

Anche questa è un'osservazione naïve. Certamente. Ma può introdurci a un altro aspetto del lavoro di Le Goff. La notte! ambiente in cui egli dice di vivere come un pesce nell'acqua. La notte gli è necessaria, egli afferma, per la sua opera di "creatore" di storia. Curiosa espressione, anche questa, "creatore", da cucire sul petto di uno storico! Ma egli insiste a dirsi al tempo stesso ricercatore e scrittore. E dunque gli pare naturale, per il suo lavoro, andare in cerca della notte, di «questa penombra propizia al ribollire di immagini e di idee». Certo il giorno gli è pure indispensabile: «Il giorno è fatto per lavorare, per prendere appunti, per fare dei piani». Ma per scrivere non c'è che la notte, egli sostiene: «per scrivere degli articoli, dei libri nei quali si vorrebbe mettere un po' di passione, la notte è incomparabile». La notte è il luogo dell'ispirazione, di quell'ispirazione, confessa, che non lo raggiunge se non dopo le dieci di sera!

Ma qui occorre essere attenti. Attenti, curiosi e cauti! Posso avanzare l'ipotesi che la notte non procuri a Le Goff soltanto l'"atmosfera", l'ambiente più opportuno per una scrittura creativa? A me pare che qui ci sia dell'altro, e di più. È vero che il giorno «è fatto per lavorare», per attivare la parte faticosa del lavoro storico, per avviare e compiere quelle che sono le procedure più esplicitamente e propriamente scientifiche della ricerca storica. Il giorno dello storico è animato, egli dice, dalla stessa «ginnastica intellettuale, fisica e materiale» che anima la giornata del cineasta; animato dalle fatiche di quel tournage che precede sempre il montage, che è premessa e condizione del montage. Il lessico diurno dello storico è povero di metafore e di immagini, ed è pieno invece di cose e luoghi che richiedono un'interminabile ginnastica intellettuale e persino fisica: fonti, controlli filologici, archivi, biblioteche ecc.

Ma il giorno e la notte si alternano nel ritmo di lavoro dello storico come si alternano nel ritmo della natura. E certamente, se il materiale scoperto, raccolto e analizzato durante il giorno non è di valore, non c'è notte che sia capace di farlo brillare di qualche luce.

Per questo, a me pare, la notte di Le Goff non sia solo esornativa, non produce solo ispirazione per la inventio delle "immagini". Produce anche "idee": è una "cultura della notte", come egli stesso riconosce. Essa dunque condiziona il lavoro del giorno, gli indica almeno parte delle strade e dei sentieri in cui cercare e raccogliere: «Nel buio succedono delle cose, mentre sotto il sole tutto è sovraesposto». E Le Goff ha bisogno della notte per "ritrovare il passato", per dialogare con il passato: ne ha bisogno, insomma, per attivare quel va-et-viens continu tra presente e passato che è il proprio del lavoro storico: va e vieni tra giorno e notte, va e vieni tra ragione e immaginazione.

La concettualizzazione che Le Goff ci offre del Medio Evo, non è forse prodotto anche della sua notte, oltre che del giorno? La sua adesione alla concettualizzazione dello spazio e del tempo, che è forse il frutto più duraturo della tradizione delle "Annales", da Bloch, a Febvre, a Braudel, non ha nulla a che fare con la sua notte? Il suo "lungo medioevo", lo spazio della foresta medievale ampio e silenzioso come il deserto, non sono anche il frutto di quella sua cultura della notte? Sentiamolo:

Diciamo che ciò che io colgo della notte, è il tempo rallentato, che è anche quello che mi interessa in storia. Per quanto riguarda lo spazio, io amo quello che si sente dall'altra parte della finestra aperta sull'ombra: il sentimento dello spazio si prova con più forza la notte che il giorno. La notte ci libera, tuffandoci in uno spazio quasi infinito e in un tempo quasi immobile.

La notte, l'immaginazione, libera lo storico dalle abitudini mentali del presente, lo libera a quella riconquista delle abitudini mentali d'altri tempi che è essenziale al dialogo tra presente e passato; essenziale a evitare quell'anacronismo che Febvre giudicava il peccato capitale dello storico: ridurre il passato alle categorie mentali del presente.

La verità è che Le Goff è uno storico incontentabile, insaziabile. Il giorno non gli basta, e non gli basta la notte. È la vita che egli cerca nella storia, ricca di tutte le più varie esperienze umane. Il suo immenso appetito di storia, appetito di vita, non lo abbandona mai, che brilli il sole o la luna. Non a caso il capitolo a lui dedicato di un libro di ego-histoires di parecchi anni fa, si intitolava L'appetit de l'histoire. E mi ha fatto piacere ritrovare nel titolo di un libro che i suoi amici gli hanno dedicato l'anno scorso, in occasione del suo 75° compleanno, quell'immagine di ogre historien con la quale Marc Bloch aveva definito la figura dello storico e che io ho sempre mentalmente applicato a Le Goff: «Il buon storico somiglia all'orco della fiaba. Là dove fiuta carne umana, là egli sa che si trova la sua preda».

Tale a me appare Le Goff, storico di raro talento.

* Ordinario di Storia moderna e contemporanea.