Rivoluzione, minoranze e identità
in trent'anni di storiografia americana:
una rassegna

di Giacomo Mazzei

La Rivoluzione americana costituisce il momento fondativo degli Stati Uniti d'America e, in quanto tale, nel corso dei due secoli abbondanti che ormai ci separano dalle gesta dei Founding Fathers, ha conservato una rilevanza simbolica pressoché intatta. Gli ideali proclamati nella Dichiarazione d'indipendenza e i principi cui si ispirarono i Framers nel redigere la Costituzione, rappresentano una parte consistente del patrimonio comune che ancora oggi lega gli uni agli altri gli americani, i quali hanno di volta in volta utilizzato l'evento che forse più d'ogni altro simboleggia l'unità del paese come lo specchio nel quale osservare il volto della nazione. Così è stato, in particolare, nei periodi storici in cui quell'unità ha subito le minacce più temibili. Ogni qual volta l'identità nazionale è stata messa in crisi, gli americani sono infatti tornati a confrontarsi col patrimonio di valori morali e principi politici rappresentati dalla Rivoluzione, per ribadirne o contestarne la validità. Nei primi decenni di vita della democrazia americana i fautori di un'Unione forte introdussero il mito dei Founding Fathers, come risposta alla contestazione del potere federale e poi alla minaccia secessionista da parte degli Stati del Sud, e fu proprio in nome dei valori rivoluzionari che Abraham Lincoln combatté la Guerra civile. A partire dall'Era progressista, in coincidenza con la chiusura della Frontiera e con la massiccia ondata migratoria dei primi del Novecento, gli ambienti radicali della cultura e della politica americane reagirono al fermento sociale, mettendo in discussione quel mito e arrivando ad additare la Costituzione stessa quale l'esito di una controrivoluzione conservatrice. Negli anni che seguirono la chiusura del secondo conflitto mondiale, viceversa, la Guerra fredda serrò le fila della cultura e della politica americane attorno all'anticomunismo e alla difesa dei valori occidentali, il che coincise con la celebrazione delle origini della nazione e con una rinnovata deificazione dei protagonisti della Rivoluzione. Dagli anni Sessanta, infine, con l'affermazione del movimento per i diritti civili, e in seguito alla traumatica esperienza della guerra in Vietnam, la corrente ha nuovamente cambiato direzione.

La storiografia americana sulla rivoluzione è stata naturalmente parte di questa vicenda. I principali filoni della storiografia rivoluzionaria, la scuola Wigh, vicina agli ambienti conservatori della cultura americana, da una parte, e la tradizione di sinistra, dall'altra, hanno fornito le pezze d'appoggio per ogni discorso sulle origini della nazione. Autori come George Bancroft, lo studioso del secolo scorso che pubblicò la monumentale e celebrativa History of the United States from the Discovery of the American Continent, o Charles Beard, lo storico progressista, esponente di spicco della New History, che nel 1913 dette alle stampe uno dei testi più controversi di tutta la storiografia americana, An Economic Interpretation of the Constitution of the United States, tacendo degli autorevoli storici e politologi conservatori che nella seconda metà di questo secolo hanno scritto sulla Rivoluzione, occupano un posto di rilievo nella cultura americana. Negli ultimi decenni, e in particolare negli anni a noi più vicini, il dibattito è stato in gran parte caratterizzato dalla riflessione sugli effetti della Rivoluzione sul destino delle minoranze di genere, etniche e razziali, una riflessione, questa, iniziata a partire dalla seconda metà degli anni Sessanta ed espressa soprattutto nelle forme di una rinnovata denuncia dei limiti della Rivoluzione, del patrimonio ideale che essa rappresenta, dei suoi protagonisti, nonché del suo esito in termini politici e istituzionali. Attraverso quest'articolo si vuole offrire un breve resoconto di questo corpo di studi, con una particolare attenzione ai più recenti contributi: da quelli, numerosi, pubblicati in occasione del bicentenario della Costituzione, fino agli altri, più recenti, che hanno visto le stampe nel corso degli anni Novanta. Saranno quindi riportate, in chiave critica, le posizioni di quegli autori che hanno invece riaffermato la portata storica e ideale della Rivoluzione americana, con riferimento soprattutto all'opera di Gordon S. Wood, uno tra i più rappresentativi studiosi dell'epoca rivoluzionaria delle ultime generazioni.

Negli Stati Uniti gli studi sulle minoranze si sono affermati sull'onda del movimento per i diritti civili degli anni Sessanta e, con rinnovata forza, nell'ultimo decennio, a contatto con il fenomeno culturale che ha segnato questi anni, il multiculturalismo. Il confronto senza più veli con il problema razziale e poi il Vietnam, assieme al femminismo e alla crescita dell'immigrazione non-europea, hanno scosso violentemente la coscienza del paese, creando un nuovo senso del pluralismo americano e mettendo in crisi il tradizionale eccezionalismo da cui, nonostante la straordinaria influenza di una varietà di teorie e prospettive europee e cosmopolite, il grosso della cultura americana negli anni Cinquanta e nei primi Sessanta era ancora ossessionato. Il mutamento sociale e politico ha quindi inciso sugli equilibri nel mondo accademico, contribuendo ad una drammatica democratizzazione nelle università, che ha prodotto l'aggiornamento dei curricula e una moltiplicazione dei dipartimenti di Black Studies e Women Studies. La straordinaria fioritura degli studi di storia sociale e di quelli su etnia e politica, che è seguita, ha coinciso con un ripensamento dell'identità nazionale, che si è poi arricchito negli ultimi anni, grazie ai contributi provenienti dalla riflessione sul multiculturalismo. Nell'ambito di questo mutato contesto accademico e culturale, la nuova storiografia radicale, vicina agli ambienti politici della New Left, e spesso d'ispirazione marxista, è tornata ad indagare sulle origini della nazione, ponendo alcuni legittimi interrogativi sul significato storico della Rivoluzione e sulla caratura morale dei suoi principali artefici, i celebrati Founding Fathers, responsabili di aver consapevolmente ostacolato l'emancipazione dei neri e delle donne, e di aver indirettamente promosso il successivo massacro delle tribù indiane. Una massiccia ondata revisionistica ha investito le interpretazioni tradizionali che, per quanto riguarda soprattutto la valutazione degli effetti della Rivoluzione sulla sorte degli schiavi neri, resistevano almeno dal periodo della Guerra civile, quando gli storici avevano celebrato quello rivoluzionario come un periodo di grande opposizione alla schiavitù, giacché le lotte abolizioniste si erano combattute in nome della Dichiarazione d'indipendenza, considerando i movimenti anti-abolizionisti come un allontanamento dai genuini valori in cui credeva il popolo americano. Questa tesi, rimasta sostanzialmente inalterata durante l'era progressista che, pure, fu protagonista di un'ampia revisione dei tradizionali canoni interpretativi, non venne intaccata nemmeno dalla storiografia del consenso. A partire dagli anni Settanta, mentre molti storici hanno lo stesso continuato a vederla come il momento in cui furono poste le premesse della futura emancipazione dei neri e delle donne, la storiografia radicale ha quindi levato alta la denuncia dei presunti limiti della Rivoluzione.

In generale, questi studi sono stati indirizzati verso la riscoperta di una storia fino a quel momento mai scritta, o solo in parte raccontata. Una vastissima letteratura si è sviluppata nell'alveo della storia sociale, che dalla fine degli anni Sessanta è venuta prepotentemente affermandosi negli Stati Uniti. Subendo l'influenza della scuola delle "Annales", la storia sociale si è dedicata all'analisi "dal basso" della società e della mentalità, concentrandosi, dato il rifiuto della tradizionale storia evenemenziale, che caratterizza quest'orientamento storiografico, sullo studio dell'epoca coloniale, priva d'eventi memorabili. La nuova storiografia radicale si è dedicata, in primo luogo, ad una rivalutazione della cultura e dell'esperienza della popolazione afroamericana e di quella femminile, nonché delle tribù indiane, volta a dimostrare il coinvolgimento di queste "minoranze" nella creazione di una nuova, ibrida cultura americana, fin dai primordi dell'epoca coloniale. Particolarmente "caldo" si è rivelato il tema riguardante il rapporto tra Rivoluzione e schiavitù che, dopo decenni, se non secoli, di sostanziale silenzio, è stato oggetto di un vivo interesse. Dopo il classico The Negro in the American Revolution, del 1961, dove Benjamin Quarles operava una prima rivalutazione del ruolo attivo svolto dai neri durante la Rivoluzione, come soldati nelle truppe coloniali e in quelle lealiste, sono apparsi una quantità di studi, molti dei quali di storia locale e microstoria, che possiamo considerare come parte di una più generale operazione tesa alla riscoperta e al recupero delle radici culturali degli afroamericani1. Tra i più recenti contributi a questa storiografia, è il caso di ricordare Water from the Rock: Black Resistance in a Revolutionary Age, di Sylvia R. Frey, e Red, White, and Black: The Peoples of Early North America, di Gary B. Nash. In Water from the Rock l'autrice ha valutato, sulla scia del classico lavoro di Quarles, l'impatto del ruolo degli schiavi neri sul corso della Rivoluzione, facendo inoltre luce sulle origini di una distinta cultura afroamericana già agli albori della storia degli Stati Uniti d'America, una cultura nella quale la fede religiosa che era alla base della vita quotidiana delle originarie comunità degli schiavi avrebbe avuto un peso decisivo. In Red, White, and Black Nash ha preso in esame l'interazione sociale tra indiani, afroamericani e americani d'origine europea durante tutta l'epoca coloniale, fino alla Rivoluzione, sottolineando la partecipazione dei nativi e degli afroamericani alla creazione della cultura americana, e rintracciando le origini del pregiudizio razziale sia nel periodo coloniale che in quello rivoluzionario, quando l'eventuale emancipazione degli schiavi pose per la prima volta una seria minaccia al benessere e alla pacifica sopravvivenza della maggioranza bianca del paese2.

Opere come queste si limitano sostanzialmente allo studio dell'esperienza rivoluzionaria vista dalla parte della popolazione afroamericana, e delle conseguenze a breve termine che la Rivoluzione ebbe sul vissuto degli schiavi neri, indagando il carattere originario della cultura coloniale, senza però valutare gli effetti che la Rivoluzione ebbe nel lungo periodo, trattando cioè solo marginalmente il problema centrale della funzione della Costituzione federale nel determinare la sorte dei neri nei decenni tra la Rivoluzione e la Guerra civile. Questo tema, che si colloca in una tradizione di denuncia dell'opera dei Framers, inaugurata agli inizi del secolo dalla New History, è stato analizzato a partire dai primissimi anni Settanta nelle numerose opere indirizzate verso una riconsiderazione della Costituzione federale e della stessa Convenzione di Philadelphia, di cui è stata indicata la pretesa funzione controrivoluzionaria. Nei lavori di studiosi quali Duncan MacLeod e David Brion Davis, si legge che il motivo principale per il quale gli Stati del Sud, prima fra tutti la Virginia di Washington, Jefferson e Madison, spinsero per l'adozione di una costituzione che sostituisse gli Articoli della Confederazione, fu proprio quello di rafforzare la "peculiare istituzione". All'indomani della Rivoluzione, infatti, si sarebbe diffusa al Sud la convinzione che un'eventuale rivolta antischiavista avrebbe potuto compromettere il nuovo assetto politico, e che solo la stabilità dell'ordine sociale, di cui era parte fondamentale la subordinazione della popolazione nera, avrebbe scongiurato quest'evenienza. In questa prospettiva la Costituzione, quale esito principale della Rivoluzione, è stata interpretata come un freno, piuttosto che uno stimolo, all'emancipazione della popolazione afroamericana. Tra i testi di riferimento pubblicati nel corso degli anni Settanta, ricordiamo Slavery in the Structure of American Politics, di Donald Robinson, che ha mostrato il sostanziale disinteresse della classe politica rivoluzionaria per la questione della schiavitù, Slavery, Race, and the American Revolution, di Duncan MacLeod, che ha legato il problema della schiavitù e del razzismo alle disparità d'interessi tra le diverse aree, o sezioni, del paese, che furono poste in essere tra la metà del Settecento e i primi decenni dell'Ottocento, e The Problem of Slavery in the Age of Revolution, di David Brion Davis, che ha indagato il contesto della cultura americana e, più in generale, occidentale, all'interno del quale è opportuno collocare il problema della schiavitù negli anni della Rivoluzione. Un testo fondamentale è poi American Slavery-American Freedom: The Ordeal of Colonial Virginia, dello storico liberal Edmund S. Morgan, che ha offerto un'opportuna contestualizzazione del fenomeno rivoluzionario, collocando l'atteggiamento dei coloni americani nei confronti del lavoro servile nel contesto della cultura occidentale del tempo, all'interno del quale gli atteggiamenti razzistici della maggior parte dei leader rivoluzionari possono essere semplicemente considerati un segno dei tempi. Morgan riprendeva però anche gli argomenti trattati in un breve ma importante articolo di poco precedente, Slavery and Freedom: The American Paradox, nel quale lo sfruttamento sistematico dei neri era interpretato come un freno alla lotta di classe, per cui la spinta all'unità tra i bianchi in nome degli ideali rivoluzionari e l'idea stessa di libertà si erano formate proprio grazie all'esistenza di un regime di schiavitù, e invitava a riflettere sul fatto che, in qualche modo, la negazione della libertà dei neri era stata paradossalmente strumentale alla creazione di una democrazia bianca3.

Venendo ad anni più recenti, vediamo che, nel 1987, le celebrazioni per il bicentenario della Costituzione hanno offerto l'occasione per un'ulteriore riflessione sul tema. Tra i contributi più rilevanti ricordiamo quelli della già citata Sylvia R. Frey, di Paul Finkelman e di Larry E. Tise. In Liberty, Equality, and Slavery: The Paradox of the American Revolution, Sylvia R. Frey ha tirato le fila degli studi condotti durante gli anni Settanta, stimolando una riflessione sui limiti e le ambiguità dell'ideologia rivoluzionaria, che fu incapace di ispirare una rivolta morale contro la schiavitù, anche tra i suoi principali sostenitori. L'autrice ha dimostrato quanto l'ideologia schiavista, che già veniva giustificata con i riferimenti biblici dai pulpiti nelle chiese, si fosse fusa al repubblicanesimo rivoluzionario, in virtù della centralità che in esso aveva la difesa del diritto di proprietà, snaturandolo e trasformandolo in uno dei puntelli ideologici dell'ordine sociale imposto dagli slaveholders. Quanto a Paul Finkelman, agguerrito revisionista, votato alla sconsacrazione della carta fondamentale americana, egli ha pubblicato un saggio, Slavery and the Constitutional Convention, il cui eloquente sottotitolo, Making a Covenant with Death, riprendeva un'espressione di William Lloyd Garrison, l'abolizionista ottocentesco che aveva denunciato la Costituzione degli Stati Uniti d'America come il frutto di un terribile compromesso tra libertà e schiavitù, definito in tono profetico un "patto con la morte". L'autore ha ripreso questa posizione ottocentesca e ha analizzato la Costituzione, isolando puntualmente gli articoli che favorirono esplicitamente lo sviluppo della schiavitù, dalla famosa three-fifths clause, alla commerce clause, che proibì al Congresso di porre fine al commercio degli schiavi prima del 1808. Secondo Finkelman, tali clausole, ma non solo quelle, incoraggiarono gli Stati del Sud ad intensificare l'importazione di schiavi, e forniscono la dimostrazione evidente di come la Costituzione fosse volta ad impedire qualsiasi politica federale che avesse come obiettivo la soppressione della schiavitù. Le tesi radicali di Finkelman fanno della schiavitù uno tra i temi centrali dibattuti durante la Convenzione di Philadelphia, anche se nella Costituzione non se ne trova alcuna traccia evidente4.

Sconsacrare la convenzione di Philadelphia significa anche colpire l'immagine della classe dirigente rivoluzionaria, dei simboli stessi della nazione americana: i Founding Fathers. E infatti, Finkelman ha valutato a fondo la figura di Thomas Jefferson, ribaltandone infine la reputazione di convinto oppositore della schiavitù, di cui ha sempre goduto quale autore della Dichiarazione d'indipendenza e in virtù delle considerazioni in favore dell'emancipazione degli schiavi contenute nelle sue Notes on the State of Virginia. Finkelman è interessato soprattutto a svelare le contraddizioni della sua personalità e del suo pensiero: la falsa opposizione alla schiavitù, l'intimo pregiudizio razziale. Negli ultimi decenni, tuttavia, le ambiguità dell'antischiavismo di Jefferson, come di altri celebrati padri della patria, sono finite nel mirino di diversi storici. Il capitolo iniziale di questa sorta di "regolamento di conti" storiografico, occorre ricordarlo, risale ai primi anni Sessanta e, precisamente, al 1963, anno di pubblicazione di Jefferson and Civil Liberties: The Darker Side, nel quale l'autore, Leonard W. Levy, sosteneva per la prima volta che la reputazione di liberale antischiavista a lungo goduta dall'autore della Dichiarazione d'indipendenza, fosse dovuta esclusivamente all'agiografia di cui era stato oggetto regolarmente da parte dei suoi numerosi biografi. Ma con l'esplosione del multiculturalismo le accuse si sono moltiplicate, ed è stata avviata un'opera di sistematica demolizione del mito dei Founding Fathers, primo fra tutti, non a caso, proprio Jefferson, uno dei personaggi storici più popolari tra gli americani: l'attacco contro Jefferson è stato un attacco contro l'America. Il Jefferson che emerge dai lavori di questa recente storiografia è oggetto di quelle stesse critiche che in questi anni sono state rivolte all'America nel suo complesso: l'autore della Dichiarazione d'indipendenza è accusato di egoismo, razzismo, falso liberalismo. Il contributo di questa storiografia d'assalto, tuttavia, è quantomeno dubbio. Spesso il sano istinto revisionista si è ridotto ad una polemica accanita, che ha concentrato tante energie nello studio di particolari di scarsa rilevanza5.

Sempre nel 1987, l'ideologia rivoluzionaria in rapporto al problema della schiavitù è stata oggetto di uno studio che ha posto diversi interrogativi sul retaggio della Rivoluzione nella cultura americana. In Proslavery: A History of the Defense of Slavery in America, 1701-1840, una ricca e argomentata storia dell'ideologia schiavista che comprende alcuni interessanti capitoli sul periodo rivoluzionario, Larry E. Tise ha sostenuto che durante la Rivoluzione non furono poste solo le basi del futuro movimento abolizionista, ma anche quelle dell'ideologia schiavista. Contestualizzando opportunamente il fenomeno della schiavitù nel quadro dell'arretrata società coloniale, Tise ha riconosciuto che fosse stata solo la Rivoluzione a minacciarne per la prima volta l'esistenza in America. E tuttavia, ha mostrato anche come negli stessi anni in cui la schiavitù diveniva visibile agli occhi degli americani, e si levavano le prime condanne morali, il pericolo di una crisi dell'ordine sociale avesse prodotto una reazione di difesa tra chi, fino a quel momento, non aveva avuto alcun bisogno di difendere un'istituzione la cui solidità era data per scontata. Le tendenze conservatrici più forti, inoltre, si trovarono, in un primo momento, al Nord e non al Sud, come vuole l'opinione più diffusa dai tempi della Guerra civile. Al Sud, infatti, la stabilità del regime di subordinazione dei neri era maggiore, e ciò permise negli anni della Rivoluzione e nei decenni immediatamente successivi la persistenza di un certo spirito libertario. Secondo Tise, che si è rifatto evidentemente all'interpretazione progressista della Costituzione, le tendenze conservatrici vanno collocate invece nell'ambito della politica federalista, vera responsabile della dipartita dagli originari valori rivoluzionari. Fu proprio la diffusione dell'ideologia schiavista a determinare quindi il fallimento degli ideali della Dichiarazione d'indipendenza, con l'approvazione della nuova costituzione federale. Il compromesso di Philadelphia segnò una svolta politica e culturale decisiva, perché indebolì per molto tempo la portata radicale della Rivoluzione, che costituiva l'unico freno possibile all'affermazione di una mentalità apertamente razzista in America. Si trattò di una controrivoluzione conservatrice, che segnò non tanto l'allontanamento del Sud dal resto del paese, quanto la piena adozione di un'ideologia apertamente razzista, che ebbe origine al Nord e che, da allora, costituì a lungo uno dei tratti forti del carattere della società americana6.

Nel solco tracciato da questi ultimi lavori è possibile collocare Race and Revolution, del già citato Gary B. Nash. Apparso nel 1990, il testo ha offerto una completa e aggiornata carrellata dei principali contributi alla trattazione dell'argomento. Appena del 1998 è invece Many Thousands Gone: The First Two Centuries of Slavery in North America, di Ira Berlin, che ha preso in esame l'evoluzione della cultura degli schiavi africani nell'epoca coloniale e nelle diverse regioni del Nord America. Secondo Berlin, la Rivoluzione americana lasciò dietro di sé un'eredità duplice, che al tempo stesso favorì e rallentò il processo d'emancipazione. Se da un lato, infatti, fu solo la Rivoluzione a rendere visibile la schiavitù agli occhi degli americani, dall'altro, proprio in quegli anni venne definendosi una nuova e negativa percezione della differenza razziale da parte dei bianchi americani, da cui sarebbe germogliata la mala pianta del pregiudizio razziale, ancora oggi così difficile da estirpare. La stessa ideologia rivoluzionaria venne manipolata, servendo così la causa degli schiavisti, in virtù di una lettura ribaltata dei principi libertari proclamati nella Dichiarazione d'indipendenza, secondo la quale, se tutti gli uomini erano stati creati uguali e alcuni di loro erano schiavi, forse, quelli che erano rimasti in una tale, degradata condizione di dipendenza, non erano del tutto uomini. Berlin ha contribuito così a spiegare l'adozione delle prime politiche in favore del mantenimento della schiavitù in un regime repubblicano, grazie ad un'ideologia repubblicana che, da un lato fomentò l'abolizionismo e fornì ai neri l'ideologia per lottare e per farsi, loro, i campioni della libertà, liberando quelle forze che avrebbero un giorno portato all'abolizione della schiavitù, mentre dall'altro incitò alla repressione7.

A questa corposa produzione sugli effetti della Rivoluzione rispetto alla sorte della popolazione d'origine africana che abitava le tredici colonie britanniche del Nord America ai tempi della Rivoluzione, si è affiancata nel corso degli anni Settanta una parallela storia delle donne nel periodo coloniale e rivoluzionario, dove registriamo nuovamente lo sforzo di ricostruire l'esperienza di una minoranza (in questo caso in termini politici ma non numerici) sin dalle origini dei moderni Stati Uniti. Sulla scia del movimento femminista si sono affermate studiose quali Linda K. Kerber e Mary Beth Norton, autrici rispettivamente di Women of the Republic: Intellect and Ideology in Revolutionary America e Liberty's Daughters: The Revolutionary Experience of American Women, 1750-1800, due lavori, entrambi pubblicati nel 1980, che ricostruivano la vicenda delle donne americane che, seppur indirettamente, parteciparono alla Rivoluzione. Linda K. Kerber, già autrice di importanti studi sul periodo rivoluzionario, ha messo in luce gli effetti positivi che la Rivoluzione, di là dalle intenzioni dei ribelli, ebbe sulla condizione femminile in America. Grazie all'impegno, pur marginale, nel boicottaggio delle merci inglesi, e al ruolo attivo svolto nelle retrovie e nella produzione domestica a sostegno dello sforzo bellico, le donne americane assunsero una responsabilità e un ruolo pubblico inediti. La studiosa americana ha evidenziato anche come, in seguito alla Rivoluzione, le donne godettero indirettamente dello sfaldamento della società tradizionale e della diffusione di una mentalità fortemente individualistica, immediatamente prima che la fase iniziale dell'industrializzazione del paese ne favorisse l'emancipazione. Naturalmente, come nel caso degli afroamericani, anche le donne bianche scontarono le ambiguità dell'ideologia rivoluzionaria, che riservava pieni diritti civili solo al cittadino uomo e indipendente, in possesso cioè di uno status economico e sociale superiore a quello di neri e donne. Con la Rivoluzione, infatti, trovarono una loro sistemazione nell'ordine sociale solo come republican mothers, depositarie dei genuini valori repubblicani, cui era delegato il compito di educare alle virtù civiche i propri figli e di correggere, all'occorrenza, i loro stessi mariti. Era, questa, una condizione che ne confinava la partecipazione politica a una sfera separata, rinforzando al contempo la tradizionale dipendenza dall'uomo. In Women of the Republic Kerber ha rilevato come quest'ideologia "sessista" debba essere considerata quale misura del carattere conservatore dell'eredità lasciata dalla Rivoluzione. Quanto a Mary Beth Norton, in Liberty's Daughters ella ha per prima studiato con sistematicità il vissuto familiare nell'epoca coloniale e, alla luce di un'accurata e documentata analisi, ha potuto valutare gli effetti che la Rivoluzione ebbe sulla condizione delle donne americane, giungendo alla conclusione che, sebbene non avesse coinciso con l'estensione dei diritti civili alla popolazione femminile di origine europea, nondimeno essa vide per la prima volta il conferimento di un ruolo pubblico alle donne, offrendo nuove opportunità in termini di indipendenza nella sfera familiare e avanzamento nella vita professionale, e favorendo l'emancipazione, dal punto di vista psicologico, nei confronti di un contesto sociale che fino ad allora ne aveva spento qualsiasi ambizione8.

La stessa vena polemica che apprezziamo nello scritto di Linda Kerber la ritroviamo in una buona parte dei lavori apparsi in occasione del bicentenario della Costituzione. Tra questi è il caso di ricordare, in particolare, il breve ma significativo saggio di Elaine F. Crane, Dependence in an Era of Independence: The Role of Women in a Republican Society che, per la sua aspra critica rispetto al contributo della Rivoluzione in favore della condizione femminile, può essere considerato ampiamente rappresentativo dell'orientamento storiografico che stiamo prendendo in esame. Secondo l'autrice, l'ideologia rivoluzionaria, con la sua enfasi sulla funzione di republican mothers attribuita alle neocittadine americane, ebbe, come effetto principale, quello di rafforzare la separazione, già esistente nell'epoca coloniale, tra la sfera dell'azione sociale riservata alle donne e quella riservata agli uomini. Se poi torniamo alla produzione di Linda K. Kerber, abbiamo modo di osservare come in uno scritto più recente, The Paradox of Women's Citizenship in the Early Republic: The Case of Martin vs. Massachusetts, 1805, ella sia nuovamente tornata a lamentare il presunto carattere conservatore della Rivoluzione. Questa, come nel caso della schiavitù, ebbe il merito di rendere per la prima volta visibile il problema della subordinata condizione della donna nella società americana. E tuttavia, l'originaria spinta ugualitaria fu frenata dalla politica conservatrice dei federalisti, e con il varo della Costituzione si verificò contro l'emancipazione delle donne quella stessa reazione "termidoriana" che, secondo Sylvia R. Frey, si era consumata contro l'abolizione della schiavitù. A riprova di questa tesi, Kerber adduce l'analisi della causa Martin vs. Massachusetts, sottoposta all'attenzione della Corte suprema nel 1805, nella quale fu discussa la restituzione di un cospicuo patrimonio confiscato durante la Guerra d'indipendenza ad una ricca lealista, fuggita col marito in Inghilterra, e reclamato adesso dal figlio, legittimo erede. La corte decise per la restituzione della proprietà al figlio, sostenendo che la madre non era imputabile dell'accusa di tradimento che pendeva sulla famiglia Martin. Ella aveva, infatti, seguito le decisioni del marito, secondo la tradizionale convenzione della coverture, che col matrimonio trasferiva al marito l'identità civile della moglie9.

Simile per interessi e toni a quella appena passata in rassegna, è la storiografia che ha ricostruito la vicenda degli indiani d'America nell'epoca rivoluzionaria. Nella vasta letteratura dedicata alla tragica epopea degli originari abitanti degli odierni Stati Uniti, un capitolo non trascurabile è infatti quello relativo alla Rivoluzione, nel corso della quale le diverse tribù indiane si schierarono alternativamente con i patrioti o con le truppe lealiste, oppure rimasero neutrali. Nondimeno, nei decenni successivi alla Rivoluzione, queste tribù condivisero il medesimo destino: furono massacrate e spogliate delle proprie terre. Tra gli studi che hanno ricostruito questa storia spesso trascurata, vale la pena di ricordare The American Revolution in Indian Country: Crisis and Diversity in Native American Communities, di Colin G. Calloway. Questo lavoro si distingue dalle più comuni storie che hanno raccontato la vicenda degli indiani d'America durante la Rivoluzione, concentrandosi soprattutto sul ruolo attivo svolto dagli indiani nel corso delle operazioni belliche, e offre un efficace spaccato delle comunità indiane, che permette di valutare appieno l'impatto della Rivoluzione sull'esistenza e la sopravvivenza stessa degli indiani d'America10.

Se negli ultimi anni molti storici hanno denunciato i limiti della Rivoluzione e il suo impatto per molti versi negativo sulla condizione degli afroamericani, non sono mancati quelli che hanno continuato a vederla come il primo, significativo passo verso l'abolizione della schiavitù e l'emancipazione dei neri d'America. Tra questi, non solo gli esponenti di quella storiografia che resta semplicemente nell'alveo della tradizione, ma anche diversi specialisti di storia coloniale e Black Studies. Questi storici, che pure non hanno inteso sminuire le gravi responsabilità della classe dirigente rivoluzionaria, hanno contribuito ad una migliore contestualizzazione degli atteggiamenti razzistici presenti nell'America del xviii secolo, affermando nuovamente la forza radicale dell'ideologia repubblicana. In The Founding Fathers and Slavery, del 1972, William W. Freehling, pur dipingendo impietosamente i padri della nazione americana come dei proprietari di schiavi e dei razzisti, ha tuttavia invitato a valutare gli effetti della Rivoluzione nel lungo periodo. Solo in questa prospettiva è possibile apprezzarne l'impatto. L'ideologia ugualitaria, infatti, mise in discussione ogni forma di dipendenza personale, rendendo la schiavitù un'anomalia sempre più intollerabile nell'America democratica, fornendo peraltro un valido strumento di lotta nelle mani degli stessi schiavi. Nel 1983 Benjamin Quarles ha sviluppato queste considerazioni, presentando gli afroamericani come i veri titolari dell'eredità della Dichiarazione d'indipendenza. Secondo Quarles, gli schiavi liberati durante la Guerra d'indipendenza fecero degli ideali rivoluzionari la pietra angolare della loro identità politica e della lotta per l'emancipazione11.

Anche nel campo della storia delle donne non sono mancate le voci che hanno espresso una valutazione sostanzialmente positiva della Rivoluzione americana. Oltre alle posizioni della già citata Mary Beth Norton, val la pena di ricordare The Rights of Man and Woman in Post-Revolutionary America, un recente saggio di Rosemarie Zagarri. Secondo l'autrice, anche se la Rivoluzione produsse pochi concreti cambiamenti immediati ­ come hanno ampiamente dimostrato altre studiose quali Kerber, Crane e Wilson ­ essa sollevò per la prima volta la questione dei diritti delle donne. Ne sarebbe una prova il grande successo di pubblico che ebbe nei giovani Stati Uniti d'America A Vindication of the Rights of Woman, di Mary Wollstonecraft, nel quale l'autrice chiedeva il riconoscimento dei diritti umani universali anche alle donne. Zagarri ripercorre i passaggi del dibattito che si aprì all'indomani della pubblicazione dell'opera, un dibattito la cui vivacità dimostra come la retorica rivoluzionaria, portata alle logiche conseguenze dalla Wollstonecraft, andando di là dalle intenzioni degli stessi rivoluzionari, offrisse alle donne uno strumento per rivendicare i propri diritti, così come aveva dato ai coloni la possibilità di contestare lo status quo delle istituzioni imperiali. La studiosa americana fa inoltre un'importante distinzione tra il destino delle donne e quello dei neri. Mentre i rivoluzionari americani trattarono i neri come esseri umani di seconda classe, indegni d'essere titolari d'alcun diritto, riconobbero alle donne certi diritti, seppur differenti da quelli garantiti agli uomini. Questa concessione ebbe una grande importanza perché, avendo le donne guadagnato lo status di portatrici di diritti, ebbero da allora l'autorità morale per richiedere la piena condivisione dei diritti civili già riconosciuti agli uomini12.

Lo storico che più d'ogni altro ha difeso e celebrato il valore simbolico e il retaggio ideale della Rivoluzione è stato però Gordon S. Wood, autore di una delle più ambiziose e discusse opere degli ultimi anni, The Radicalism of the American Revolution, dove trovano spazio i frutti di un lavoro più che ventennale, condotto per dare sostanza alle intuizioni feconde presenti già in The Creation of the American Republic, 1776-1787, classico studio sull'ideologia rivoluzionaria che si collocava nell'alveo della Republican Synthesis, la scuola che ebbe i suoi principali ispiratori in J. G. A. Pocock e Bernard Bailyn, maestro e mentore di Wood13. The Radicalism of the American Revolution è un poderoso affresco dell'America di fine Settecento e inizio Ottocento, dove la Rivoluzione è parte di un vasto fenomeno sociale e culturale che interessa almeno mezzo secolo e costituisce il motore di una trasformazione in senso marcatamente democratico della società coloniale, fino allora costretta nelle rigide maglie dell'ordine gerarchico proprio dell'ancien régime. In quei decenni cruciali, scrive Wood, le tradizionali istituzioni coloniali furono rimpiazzate dalla più avanzata forma repubblicana del mondo occidentale, mentre la cultura ­ in un'accezione più ampia, la mentalità ­ di quelli che prima erano stati i sudditi inglesi del Nord America e adesso erano i cittadini americani subì una profonda trasformazione. Il paternalismo e l'ossequio per la gerarchia lasciarono il posto ad un nuovo spirito egalitario e liberale, e cambiò il significato di istituzioni sociali quali la famiglia e il lavoro, come anche la pratica religiosa della maggior parte degli americani, che aderirono numerosi alle nuove chiese evangeliche. Questa grande trasformazione ­ sociale, culturale e politica a un tempo ­ era già in essere nella prima metà del Settecento, quale frutto del processo di mercantilizzazione ed espansione demografica in atto in tutto l'Occidente. In America, in virtù di peculiari condizioni sociali e geografiche, essa non trovò sulla sua strada ostacoli rilevanti, e fu accelerata e plasmata dalla Rivoluzione, che liberò le energie presenti nel paese indirizzandole verso la creazione di un nuovo ordine sociale, democratico e borghese. Neppure l'élite federalista, figlia della gentry e appartenente per sensibilità e cultura al vecchio mondo delle colonie inglesi, riuscì ad ostacolare oltremodo il corso delle cose.

All'interno di questo quadro, la crisi con la Gran Bretagna e la riforma delle istituzioni, non furono altro che episodi chiarificatori nella storia più generale della modernizzazione americana. La Rivoluzione, tuttavia, conferì alla politica americana il suo tipico carattere egalitario, e produsse un'economia capitalistica relativamente più aperta di quella europea. Protagonista ed erede ultima della Rivoluzione fu quindi la nascente middle-class americana, l'emergente ceto dei "produttori", una vasta area sociale composta da industriali, operai, artigiani e commercianti, differenziata per ricchezza ma non per cultura, e accomunata da un irresistibile desiderio d'avanzamento sociale. Enormemente favorita dalla Rivoluzione ­ sia dal punto di vista economico, grazie alle forniture all'esercito, all'espansione del credito commerciale, e all'inflazione, sia dal punto di vista politico ­ la parte più dinamica della popolazione, fatta di uomini e donne disposti a lavorare sodo per il proprio benessere, abbracciò la nuova mentalità individualistica e spinse l'America verso lo sviluppo economico, come le api nell'alveare della favola di Mandeville.

L'idea di una Rivoluzione americana che aprì le porte del potere alla gente comune e pose le fondamenta di una nazione, e il cui patrimonio ideale venne originariamente segnato da una cultura politica democratica e intimamente liberale, parrebbe fare di Wood l'erede della storiografia conservatrice, espressione della Mainstream America. D'altra parte, l'attenta considerazione dei complessi fattori che definivano il contesto sociale all'interno del quale ebbe luogo la Rivoluzione, lo collocano in una linea di continuità con la storiografia radicale, tanto che l'interpretazione della Rivoluzione come fenomeno dal carattere politico e sociale marcatamente radicale si pone in aperto contrasto rispetto all'opera di un Hartz o di un Hofstadter. In The Radicalism of the American Revolution leggiamo, allora, una riconsiderazione delle origini della nazione, depurata dai toni celebrativi della Consensus History, come dalla vena dissacratrice e fortemente polemica della storiografia progressista e neoprogressista, che afferma la forza liberatrice dell'ideologia rivoluzionaria, capace di sovvertire l'ordine tradizionale, e la condivisione di questa da parte della grande massa della popolazione americana, partecipe dell'epos nazionale. Quella raccontata da Wood non è quindi la storia della popolazione afroamericana ancora costretta in schiavitù all'indomani della Rivoluzione, e non la storia delle donne di origine europea e degli ex schiavi, cui non venne riconosciuto alcun diritto politico nella giovane repubblica degli Stati Uniti d'America, né tantomeno la storia delle tribù indiane che restarono fuori dal "contratto sociale" vergato a Philadelphia, e che pure avevano a lungo intrattenuto rapporti, non solo bellici e a volte assai stretti, con diverse comunità coloniali. È, piuttosto, la storia della "rivoluzione dell'uomo bianco", vero protagonista del dramma. Il tema controverso degli effetti della Rivoluzione sulla condizione delle minoranze razziali, etniche e di genere, e della partecipazione attiva di queste agli eventi, resta infatti in gran parte estraneo alla narrazione. Nella corposa ricostruzione storica di cui è autore, Wood gli dedica appena un paio di pagine scarse, nelle quali in sostanza riprende le considerazioni già espresse da Bernard Bailyn nel suo classico, The Ideological Origins of the American Revolution. Spiega Wood che nell'America coloniale la condizione servile, cui erano ridotti gli schiavi, veniva considerata solo come la più infima delle molteplici forme di dipendenza personale che informavano l'ordine sociale, e non era, per questo, oggetto di alcuna particolare denuncia. La Rivoluzione portò quindi il primo, serio attacco all'istituzione della schiavitù, rendendola per così dire visibile agli occhi degli americani, che cominciarono a percepirla come un problema morale oltre che d'ordine pubblico, mentre fornì un'ideologia libertaria per combatterla, conducendo inesorabilmente alla Guerra civile14.

All'indomani della pubblicazione, The Radicalism of the American Revolution è passato sotto il fuoco incrociato di diverse critiche, provenienti in particolare dalla storiografia radicale, che ne ha contestato con decisione l'argomento principale: l'universalizzazione della middle-class e dell'ideologia rivoluzionaria nella società americana dei primi dell'Ottocento. In primo luogo, rifacendosi al classico lavoro di E. P. Thompson, The Making of the English Working Class, e riflettendo la tipica considerazione del liberalismo quale credo imposto dall'élite dominante, i New Left historians attribuiscono ai piccoli proprietari terrieri, agli agricoltori, agli artigiani e agli operai che vissero durante la Rivoluzione, una egalitarian small-producer ideology, cercando le coordinate di un conflitto sociale caratterizzato dalle richieste di una maggiore giustizia economica: voci che caddero nel vuoto, ma che sarebbero la prova di una complessità sociale di cui Wood sembra non tener conto. Allo stesso modo, autori quali Gary B. Nash, Sylvia Frey e Michael Zuckerman lamentano la quasi assenza nell'opera di Wood del tema delle minoranze, caro alla storiografia radicale degli ultimi anni, ribadendo la visione neoprogressista di una Rivoluzione americana sotto diversi aspetti "conservatrice"15.

Quella avanzata in The Radicalism of the American Revolution, tuttavia, resta una tesi forte. La mentalità individualistica, consumistica e materialistica che contraddistingue la società americana fin dalle origini dei moderni Stati Uniti, non venne imposta dall'alto da una cricca di potenti uomini d'affari, grazie all'assetto istituzionale introdotto con la Costituzione federale. Troppo debole era l'aristocrazia federalista, e troppo poco consistente la schiera, pur nutrita, di grandi mercanti coloniali che per interessi e mentalità appartenevano all'élite d'origine coloniale, per giustificare una tal egemonia politica e culturale. L'America frenetica ed in continua espansione dell'epoca della frontiera, meta di milioni di immigrati, che si preparava a diventare una potenza mondiale, non può essere stata l'opera di una minoranza. Fu, invece, il frutto del lavoro di centinaia di migliaia d'uomini comuni, che con quel passato avevano tagliato i ponti e speravano in una prosperità futura. La storiografia radicale degli ultimi trent'anni ha prodotto una letteratura ricca e oramai indispensabile, scavando in un passato scomodo e colpevolmente ignorato dagli studi precedenti, ma ha anche risentito eccessivamente, come già la storiografia conservatrice e la New History, del clima politico contemporaneo, esasperando la tematica del conflitto sociale e tradendo a volte un atteggiamento profondamente anacronistico nel valutare eventi che risalgono a oltre due secoli or sono. Proprio l'abilità nel contestualizzare il complesso fenomeno rivoluzionario è invece il tratto distintivo dell'opera di Wood, che infatti considera la condizione sofferta dalle minoranze nel quadro della società americana di fine Settecento, all'interno del quale l'emancipazione degli americani bianchi e maschi doveva necessariamente precedere quella dei neri e delle donne. L'affermazione di una mentalità ugualitaria e la creazione di nuove istituzioni democratiche, l'accesso alle quali era sostanzialmente riservato alla popolazione bianca di sesso maschile, che nelle colonie si trovava costretta dentro forme più o meno dure di dipendenza personale, costituirono lo stesso una conquista di portata storica. La storiografia radicale, secondo Wood, ha generalmente snobbato il protagonista di questa decisiva rivoluzione: l'ordinary white male16.

Ad oltre due secoli di distanza dal suo scoppio, la Rivoluzione americana resta quindi un tema caldo del dibattito storiografico, e non solo storiografico, americano. Al pari, e forse ancor più, della stessa Rivoluzione francese, anche questa sembra non avere mai fine, tanto è forte l'investimento ideologico di cui continua ad essere oggetto. Lo stesso può dirsi del suo frutto in termini politici, quella Costituzione federale che, pur emendata in alcune sue parti, resta la più antica carta costituzionale scritta ancora in vigore. In misura ben maggiore rispetto a quanto accade in Europa, in quello che Sebastian De Grazia ha definito «il paese senza nome», la fedeltà alla nazione si esprime soprattutto, per riprendere la nota espressione coniata da Jürgen Habermas, nella particolare forma del «patriottismo della costituzione», vale a dire un attaccamento ai principi contenuti nella carta fondamentale che costituisce il collante ultimo della convivenza civile. L'equazione Rivoluzione/Costituzione uguale nazione, tuttavia, è stata messa più volte in discussione nel corso della storia americana. Da ultimo, l'affermarsi di una nuova sensibilità "multiculturalista" in una parte della società civile e soprattutto nel mondo accademico, ha prodotto un'ondata revisionista in campo storiografico di cui la letteratura appena passata in rassegna rappresenta un capitolo rilevante. Non a caso, il significato profondo di quest'operazione culturale, al di là delle comprensibili rivisitazioni in chiave polemica del "sogno americano", sta proprio nella ricerca e nell'affermazione di una più ricca e sfaccettata identità americana, che risponde all'esigenza di garantire anche alle minoranze storicamente oppresse del paese una propria "epica", che non necessariamente vuole essere integrata nel corpus della più generale storia patria. Ma questo tentativo rischia di risolversi in una nuova celebrazione delle origini, questa volta di un particolare gruppo sociale e non della nazione, riflettendo il pericolo di un'estrema frammentazione culturale, radicalmente illiberale, che i critici più acuti e severi del multiculturalismo hanno indicato come sua possibile conseguenza17.

Se torniamo quindi all'opera di Gordon S. Wood, conviene osservare come sia stato senza dubbio un merito dell'autore di The Radicalism of the American Revolution, quello di aver rimesso al centro della scena gli ideali rivoluzionari. La sua visione dell'ideologia libertaria ed egalitaria imposta all'America dalla Rivoluzione, nonostante il tentativo controrivoluzionario della parte più conservatrice del paese, esalta la potenza dell'idea democratica. La concezione di quest'ideologia come strumento di liberazione, non solo per la popolazione maschile bianca ma anche, in un secondo tempo, per le minoranze, va nella direzione di un'affermazione del liberalismo come terreno di coltura per la convivenza civile in una società pluralista. Eppure, la consueta lettura della storia americana alla luce di un inesorabile sviluppo delle libertà, nella quale l'oppressione razziale è solo una curiosa anomalia, un incidente della storia destinato ad essere corretto nella realizzazione progressiva del destino e della missione della nazione, rischia di esaurirsi in una riproposizione oltremodo unilaterale del dogma americano del progresso automatico, che si è a lungo scontrato con la dura realtà dell'emarginazione, e che ancora oggi deve fare i conti in particolare con il persistente pregiudizio razziale che segna la vita civile del paese. Di qui, l'utilità dei lavori di un Larry E. Tise o di un Ira Berlin, che aiutano a scoprire le spesse radici dell'odio razziale, fomentato dalle scelte politiche ed istituzionali della classe dirigente rivoluzionaria e acuito dalle ambiguità della stessa ideologia repubblicana. Di qui anche l'opportunità di una riflessione che indaghi le ragioni dei limiti a lungo denunciati dalla democrazia americana nel mantenere la promessa di uguaglianza contenuta nella Dichiarazione d'indipendenza del 1776, che per lungo tempo ha tradito quella che Hannah Arendt definì «la desolante inefficacia di tutte le dichiarazioni, proclamazioni o enumerazioni di diritti umani che non furono immediatamente incorporate in un diritto positivo, la legge del paese, e applicate agli uomini che in quel paese vivevano»18.

Scriveva Alexis de Tocqueville nel suo classico La democrazia in America, «più i bianchi degli Stati Uniti saranno liberi, più tenteranno di isolarsi». Ciò è stato vero sin dalla nascita della democrazia americana, caratterizzata poi, per circa due secoli, da un'estensione della cittadinanza compromessa dall'oppressione razziale, ma il grosso della storiografia americana si è a lungo rifiutato di guardare dentro quello che Nathan I. Huggins, uno dei maggiori storici afroamericani, ha definito «lo specchio deformante della verità». Ben più della discriminazione su base sessuale o etnica, è stata la schiavitù, col suo lungo strascico di pregiudizi, a costituire la palese anomalia del sistema politico statunitense. Comprendere la dinamica e le ragioni ultime di tale anomalia non è semplicemente un esercizio di political correctness, ma può rappresentare il tentativo di pervenire ad una sintesi interpretativa delle origini della nazione americana, che ancora non è stata scritta. La strada è probabilmente quella segnata da Edmund S. Morgan, che un quarto di secolo fa avanzò l'argomento paradossale, secondo il quale la libertà dei bianchi si fondò originariamente sulla negazione della libertà dei neri. «The challenge of the paradox ­ come ha osservato con lucidità Nathan I. Huggins ­ is that there can be no white history or black history, nor can there be an integrated history which does not begin to comprehend that slavery and freedom, white and black, are joined at the hip.»19

Note

1. Per quanto riguarda questa letteratura, oltre a B. Quarles, The Negro in the American Revolution, The University of North Carolina Press, Chapel Hill 1961, cfr. J. J. Crow, L. E. Tise (eds.), The Southern Experience in the American Revolution, The University of North Carolina Press, Chapell Hill, 1978; I. Berlin, R. Hoffman (eds.), Slavery and Freedom in the Age of the American Revolution, University of Illinois Press, Chicago 1983; P. H. Wood, "Impatience of Oppression": Black Freedom Struggle on the Eve of White Independence, in "Southern Exposure", 12, n. 6, 1984.

2. S. R. Frey, Water from the Rock: Black Resistance in a Revolutionary Age, Princeton University Press, Princeton, New Jersey 1991; G. B. Nash, Red, White, and Black: The Peoples of Early North America, Englewood Cliffs, N. J. 1992. Di Gary B. Nash cfr. anche Forging Freedom: The Formation of Philadelphia Black Community, 1720-1840, Harvard University Press, Cambridge 1988.

3. D. L. Robinson, Slavery in the Structure of American Politics, 1765-1828, Norton, New York 1971; E. S. Morgan, Slavery and Freedom: The American Paradox, in "Journal of American History", lix, 1972, pp. 5-29; Duncan J. MacLeod, Slavery, Race and the American Revolution, Cambridge University Press, Cambridge 1974; D. B. Davis, The Problem of Slavery in the Age of Revolution, 1770-1823, Cornell University Press, Ithaca 1975; E. S. Morgan, American Slavery-American Freedom: The Ordeal of Colonial Virginia, W. W. Northon & Co., New York 1975.

4. S. R. Frey, Liberty, Equality, and Slavery: The Paradox of the American Revolution, in J. P. Greene (ed.), The American Revolution: Its Character and its Limits, New York University Press, New York 1987, pp. 230-52; P. Finkelman, Slavery and the Constitutional Convention: Making a Covenant with Death, in R. Beeman, S. Botein (eds.), Beyond Confederation: Origins of the Constitution and American National Identity, University of North Carolina Press, Chapel Hill 1987, pp. 188-225. Questo saggio è stato poi inserito in Finkelman, Slavery and the Founders: Race and Liberty in the Age of Jefferson, M. E. Sharpe, New York 1996.

5. Cfr. L. W. Levy, Jefferson and Civil Liberties: The Darker Side, I. R. Dee, Chicago 1963. Un tema tipico, che dovrebbe dare un'idea del tono della polemica, è stato quello dell'oscuro rapporto tra Jefferson e la sua ormai famosa schiava ed amante Sally Hemings. Il caso fu sollevato per la prima volta nel 1802 da un giornalista, James T. Callender, ma ha sempre fatto fatica ad entrare nel dibattito storiografico, egemonizzato dall'agiografia jeffersoniana, ancora oggi viva e vegeta. Adesso, ci si può scrivere un best seller, ma la disputa merita solo le pagine di un settimanale scandalistico. Per gli amanti del genere, ecco alcuni titoli: F. M. Brodie, Thomas Jefferson: An Intimate History, Norton, New York 1974, una psicobiografia da cui è stato anche tratto un romanzo; A. J. Mapp Jr., Thomas Jefferson: A Strange Case of Mistaken Identity, Madison Books, New York 1987; M. Durey, "With the Hammer of Truth": James Thomson Callender and Early America's National Heroes, Charlottesville 1990.

6. L. E. Tise, Proslavery: A History of the Defense of Slavery in America, 1701-1840, The University of Georgia Press, Athens 1987, pp. 16, 32. Tise ha ripreso le considerazioni già espresse in Proslavery a proposito della rivoluzione nel recente L. E. Tise, The American Counterrevolution: A Retreat from Liberty, 1783-1800, Stackpole Books, Mechanicsburg 1998.

7. G. B. Nash, Race and Revolution, Madison House, Madison 1990. I. Berlin, Many Thousands Gone: The First Two Canturies of Slavery in North America, Harvard University Press, Cambridge 1998.

8. L. K. Kerber, Women of the Republic: Intellect and Ideology in Revolutionary America, The University of North Carolina Press, Chapel Hill 1980; M. Beth Norton, Liberty's Daughters: The Revolutionary Experience of American Women, 1750-1800, Brown & Co., Boston 1980. Ma cfr. anche il precedente J. Hoff-Wilson, The Illusion of Change: Women and the American Revolution, in A. Young (ed.), The American Revolution: Explorations in the History of the American Radicalism, Northern Illinois University Press, Dekalb 1976, pp. 386-431.

9. E. F. Crane, Dependence in an Era of Independence: The Role of Women in a Republican Society, in Greene (ed.), The American Revolution, cit., pp. 253-75; L. K. Kerber, The Paradox of Women's Citizenship in the Early Republic: The Case of Martin vs. Massachusetts, 1805, in "American Historical Review", xcvii, 1992, pp. 349-78.

10. C. G. Calloway, The American Revolution in Indian Country: Crisis and Diversity in Native American Communities, Cambridge University Press, Cambridge 1995. Ma cfr. anche il precedente Francis Jennings (ed.), The American Indian and the American Revolution, The Newberry Library, Chicago 1983.

11. W. W. Freehling, The Founding Fathers and Slavery, in "American Historical Review", lxxvii, 1972, pp. 81-120; B. Quarles, The Revolutionary War as a Black Declaration of Independence, in Berlin, Hoffman (eds.), Slavery and Freedom in the Age of the American Revolution, cit., pp. 283-301.

12. R. Zagarri, The Rights of Man and Woman in Post-Revolutionary America, in "William and Mary Quarterly", 3 serie, lv, 1998, pp. 203-30.

13. G. S. Wood, The Radicalism of the American Revolution, Knopf, New York 1992, trad. it. I figli della libertà: alle radici della democrazia americana, Giunti, Firenze 1996; The Creation of the American Republic, 1776-1787, The University of North Carolina Press, Chapel Hill 1998. Per una rassegna completa della Republican Synthesis cfr. R. E. Shalhope, Toward a Republican Synthesis: The Emergence of an Understanding of Republicanism in American Historiography, in "William and Mary Quarterly", 3 serie, xxix, 1972, pp. 49-80; Republicanism and Early American Historiography, in "William and Mary Quarterly", 3 serie, xxxix, 1982, pp. 334-56; I. Kramnick, Republican Revisionism Revisited, in "American Historical Review", vol. 87, 1982, pp. 629-64.

14. Cfr. Wood, I figli della libertà, cit., pp. 248-9; B. Bailyn, The Ideological Origins of the American Revolution, Harvard University Press, Cambridge 1992, cap. vi.

15. Il giudizio che Zuckerman ha dato dell'opera di Wood è esemplare: «The Radicalism of the American Revolution is, aside from a few defensive maunevers, essentially untouched by the issues that have preoccupated innovative scholars of the last generation. It denies class at every turn. It disregards race, gender, and ethnicty almost entirely». Michael Zuckerman, Rhetoric, Reality and the Revolution: The Genteel Radicalism of Gordon Wood, in "William and Mary Quarterly", 3 serie, li, 1994, pp. 693-702, citazione alle pp. 697-8. Per una rassegna delle critiche rivolte a Wood da parte della storiografia radicale cfr. Forum: How Revolutionary was the Revolution? A Discussion of Gordon S. Wood's "The Radicalism of the American Revolution", in "William and Mary Quarterly", 3 serie, li, 1994, pp. 677-716; Forum: Rethinking the American Revolution, in "William and Mary Quarterly", 3 serie, liii, 1996, pp. 342-78.

16. «Ordinary white males who made it, who constituited the sum and substance of the prosperous, scrambling, money-making society that America became, are generally not the kinds of people we academics like to celebrate». G. S. Wood, The Significance of the Early Republic, in "Journal of the Early Republic", viii, 1988, pp. 1-20, citazione alle pp. 18-9.

17. Sulla particolare "anomia" della nazione americana, cfr. S. de Grazia, A Country with No Name: Tales from the Constitution, Pantheon Books, New York 1997. Per una rapida ma efficace riflessione sull'identità nazionale americana, cfr. M. Walzer, What It Means to Be an American, Marsilio, New York 1992, trad. it. Che cosa significa essere americani, Marsilio, Venezia 1992. Sul multiculturalismo, le sue ragioni e i suoi rischi, cfr. A. M. Schlesinger Jr., The Disuniting of America: Reflections on a Multicultural Society, W.W. Norton, New York 1992, trad. it. La disunione dell'America: riflessioni su una società multiculturale, Diabasis, Reggio Emilia 1995; C. Taylor, Multiculturalism: Examining the Politics of Recognition, Princeton University Press, Princeton 1992, trad. it. Multiculturalismo. La politica del riconoscimento, Anabasi, Milano 1993.

18. H. Arendt, On Revolution, Viking Press, New York 1963, trad. it. Sulla rivoluzione, Edizioni di Comunità, Milano 1996, p. 165.

19. A. de Tocqueville, La democrazia in America, Rizzoli, Milano 1996, p. 352. N. I. Huggins, The Deforming Mirror of Truth: Slavery and the Master Narrative of American History, in "Radical History Review", xlix, 1991, pp. 25-48, citazione a p. 38.