Presentazione

di Cristina Giorcelli e Giuseppe Monsagrati

Questo fascicolo della rivista ospita le relazioni presentate al Convegno internazionale su "Margaret Fuller: tra Europa e Stati Uniti d'America", svoltosi a Roma dal 20 al 22 novembre 2000.

Va subito dichiarato che dobbiamo la spinta iniziale a tenere questo Convegno a Giuliana Limiti, professore di Educazione comparata all'Università di Roma Tre e presidente della "Mazzini Society". Al momento di licenziare gli Atti, non possiamo che esserle grati per avere proposto e incoraggiato questa iniziativa, nonché per il rilevante contributo che, durante la sua complessa organizzazione, ci è venuto dal suo pragmatismo e dal suo sostegno; alla sua sensibilità per gli aspetti simbolici di una manifestazione dai fini eminentemente scientifici dobbiamo anche se sulla parete esterna del palazzo in cui la scrittrice-giornalista soggiornò durante l'ultima parte della sua residenza a Roma (dal novembre 1848 al luglio 1849), a Piazza Barberini/angolo Via Sistina, campeggia ora una lapide che la ricorda ­ la stessa lapide presso la quale il 14 settembre 2001 si è svolta una pubblica manifestazione di cordoglio per le vittime degli attentati di New York e Washington.

Pensato, dunque, per celebrare il 150° anniversario della morte di Margaret Fuller ­ avvenuta un anno dopo la caduta della Repubblica romana ­ il Convegno si è avvalso dell'appoggio logistico e finanziario di varie istituzioni: dall'Accademia americana di Roma, che ha offerto la sua prestigiosa sede per i lavori e ha ospitato alcuni dei relatori, al dipartimento di Storia moderna e contemporanea dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza", dal Comune di Roma al Ministero degli Affari esteri, dall'Associazione italiana donne dirigenti d'azienda (aidda) ai dipartimenti di Filosofia e di Studi americani dell'Università di Roma Tre. Ai rispettivi responsabili rivolgiamo qui un ringraziamento non formale per l'aiuto prestatoci.

Come si ebbe modo di sottolineare già all'atto della sua inaugurazione, un elemento di indubbio rilievo è rappresentato dal fatto che questo è il primo Convegno interamente dedicato a Margaret Fuller che si sia mai svolto non solo in Italia, ma anche in Europa. Non meno significativo ci sembra il poter constatare come i maggiori studiosi ­ fulleriani e non ­ abbiano accolto con entusiasmo l'invito a presentare in questa sede i risultati delle loro più recenti ricerche.

Studiata a fondo soltanto negli ultimi trent'anni e, fino ad ora, essenzialmente da specialiste di storia delle donne e da storici della letteratura, Margaret Fuller meritava, finalmente, l'attenzione degli storici italiani ed europei sia per il suo spessore di animatrice e ispiratrice di larga parte della ricerca culturale statunitense negli anni Quaranta dell'Ottocento (con un interesse particolare per tutto ciò che contemporaneamente si pensava e scriveva in Europa), sia per il suo lascito teorico-ideologico al movimento per l'emancipazione della donna, sia infine per la sua attività di osservatrice non distaccata degli avvenimenti italiani tra il 1847 e il 1849 per conto del quotidiano "New-York Daily Tribune".

Malgrado il ruolo da lei avuto sul piano del coinvolgimento diretto ­ e cioè non solo come testimone ­ nelle vicende romane del 1849, il suo era un personaggio non ancora sufficientemente conosciuto nel nostro paese. Del resto, è solo in quest'ultimo decennio che anche negli Stati Uniti si è provveduto, con la pubblicazione integrale del suo epistolario, delle sue corrispondenze dall'estero e dei suoi articoli sugli emarginati di New York, a mettere a disposizione degli studiosi gli strumenti indispensabili per una ricostruzione completa e storicamente fondata della sua personalità intellettuale e politica.

Come si potrà dedurre dalla lettura di questi Atti, lo spirito con cui è stato costruito il Convegno è stato quello di favorire il confronto tra storici e letterati di nazionalità diverse (numerosi gli italiani e gli statunitensi, ma erano presenti anche colleghi provenienti dalla Germania, dalla Grecia e dalla Russia) con lo scopo di mettere meglio a fuoco, e da prospettive culturali le più varie, la vasta gamma degli interessi e delle attività di Margaret Fuller. In un momento in cui negli Stati Uniti la sua originalità, intensità, profondita e spregiudicatezza (temute, perché inquietanti, da studiosi e artisti coevi quali R. W. Emerson, E. A. Poe, N. Hawthorne, H. W. Longfellow e H. James) non vengono ormai più messe in discussione, ci è parso giusto che anche in Italia si approfondisse la conoscenza di una scrittrice tanto imbevuta di cultura europea, classica e moderna, e allo stesso tempo così fervida assertrice degli ideali jeffersoniani e dei cardini del movimento filosofico più importante mai scaturito dalla civiltà statunitense, il Trascendentalismo. Instancabile nella sua volontà di conoscere l'"altro", ma anche di capire e far capire meglio il già noto, pur rimanendo fedele fino alla fine ai principi di democrazia espressi nella Costituzione degli Stati Uniti, durante i quasi quattro anni trascorsi in Europa Margaret Fuller si rese anche gradualmente conto dell'aporia che sempre più lo attraversava, tra valori affermati sulla carta e valori disattesi nella pratica. Con coraggio, ma anche con grande fiducia nelle possibilità e potenzialità del suo paese, Fuller denunciò le contraddizioni, i soprusi, le iniquità che il panorama del suo tempo le metteva sotto gli occhi, dall'una e dall'altra sponda dell'Atlantico. In Europa, ma soprattutto in Italia, Margaret Fuller divenne ­ grazie anche ad amicizie vivificanti, come quella con Giuseppe Mazzini ­ un'intellettuale che poteva scrivere e impegnarsi nei campi della letteratura, dell'arte, delle tematiche sociali, dell'analisi storica, delle proposte politiche e, allo stesso tempo, lucidamente soffrire, analizzare e denunciare le pene e le discriminazioni del suo essere donna ­ una donna così in anticipo sul suo tempo.

Se solo ne avesse avuto l'opportunità, nulla avrebbe mai potuto indurla a lasciare il nostro paese. Come affermava dolentemente in una delle sue ultime lettere, «I could have lived here always, full of bright visions, and expanding in my faculties, had destiny permitted».