Margaret Fuller
e i modelli femminili europei

di Giuseppe Monsagrati

Un articolo famoso, The Great Lawsuit: Man versus Men and Woman versus Women, pubblicato nel luglio del 1843 su "The Dial", la rivista del trascendentalismo americano, segnò la prima fondamentale svolta nella vita di Margaret Fuller1, proiettandola di colpo nel vivo di una questione destinata ad agitare presto la società americana. L'eco che quel saggio suscitò nel pubblico dei lettori fu infatti tale da imprimere una nuova direzione non solo all'esistenza materiale della scrittrice, chiamata l'anno dopo a rivolgersi ad un pubblico più ampio collaborando al foglio radicale "The New-York Daily Tribune", fondato e diretto da Horace Greeley, ma anche ad un destino, il suo, che pareva già segnato ed era quello di un'intellettuale costretta prevalentemente a misurarsi con la recente produzione letteraria americana ed europea senza però uscire dalla cerchia angusta dei cultori di generi ­ quali la poesia (tutta la poesia, dalla classica alla moderna, e senza confini geografici), il romanzo, gli scritti filosofici ­ cui erano andate fino ad allora le sue preferenze; condizione, questa, che era stata ribadita anche dalla sua esperienza di docente per così dire privata, la cui voce difficilmente aveva varcato la sala del Conversation Club in cui dal 1839 aveva cercato di fare opera di pedagogia su un gruppetto di discepole per indurle a sviluppare le proprie potenzialità mentali in modo da sottrarsi alla dipendenza psicologica dall'uomo2.

Con l'articolo del 1843, il cui titolo alludeva agli ostacoli che il singolo individuo deve superare per realizzare i propri ideali contro e non con il favore della società, le stesse tematiche affiorate talvolta nel corso delle chiacchierate maieutiche della Fuller con le allieve e materializzatesi nell'evocazione di personaggi femminili della mitologia greca e romana o al massimo nella lettura e discussione di testi scritti da donne, idonei comunque a dimostrare la possibilità di un pensiero al femminile, acquistarono improvvisamente consistenza e organicità quasi di progetto, ponendo sul tappeto la "grande causa" dell'emancipazione della donna e facendone una questione di avanzamento non di un genere ma di una civiltà. E tuttavia lo stesso punto da cui prendeva le mosse la riflessione fulleriana, collocandosi all'interno di una prospettiva essenzialmente intellettuale che non a caso mirava anche a valorizzare i frutti del romanticismo europeo, lasciava intendere che il saggio del 1843, pur così esplicito nell'invocare un profondo mutamento di costume e nel prendere in esame la posizione della donna nella democrazia americana, costituiva il culmine di un'esperienza di studio più che di vita e dunque non poteva ascriversi a quel filone del rivendicazionismo femminista che proprio allora inaugurava la sua stagione inalberando tra le sue bandiere anche quella sicuramente incendiaria dell'abolizionismo.

Che la Fuller fosse per il momento lontana dal clima di lotta in cui si venivano temprando le avanguardie del movimento americano per l'emancipazione femminile3, che anzi guardasse con un certo aristocratico fastidio a quelle che dovevano sembrarle le scompostezze delle prime battaglie civili condotte dalle sue compatriote, ce lo dice anzitutto il percorso di vita da lei tenuto fino al 1843, un percorso all'interno del quale la dimensione dello spirito, la capacità dell'introspezione e il rigetto sdegnoso di ogni forma di materialismo avevano avuto un assoluto rilievo, com'era d'altronde tipico del trascendentalismo. Infatti tanto i fattori della formazione di Margaret Fuller quanto il suo tragitto intellettuale ­ dall'influsso opprimente ma fondamentale del padre, agli studi classici, e infine al magistero, se tale lo si può definire, di Ralph W. Emerson4 ­ avevano fatto maturare in lei l'idea che senza una crescita interiore e senza uno sviluppo della personalità non si sarebbe mai dato nessun progresso né si sarebbe mai riusciti ad intaccare l'elemento consuetudinario di una società come quella americana che aveva pressoché azzerato le capacità di pensiero della donna confinandola nel ruolo totalmente passivo di sposa e madre. Per come la concepiva lei che, come tutti i giovani trascendentalisti, era nata ­ secondo una celebre definizione di Emerson ­ «with knives in [her] brain»5, e che per di più era stata «the only woman in the transcendentalist group to be given a leading role»6, la lotta da affrontare e vincere per prima era quella con la propria innata passività, era innanzitutto autocoscienza, era affrancamento psicologico dall'idea fatalisticamente accettata e mai messa in dubbio della propria soggezione al genere maschile.

Dunque le stesse premesse che spingevano le prime reclute del femminismo a polemizzare contro l'istituzione del matrimonio come anello finale di una catena di schiavitù iniziata già nella famiglia d'origine o a vedere nell'assunzione del cognome maritale la cancellazione dell'identità femminile7, nella Fuller avevano tutt'altro svolgimento. Lo si vide, ancor di più che nel saggio del 1843, nel libro che di quel saggio è considerato l'ampliamento e il completamento8, il celebre Woman in the Nineteenth Century, uscito a New York nel 1845: nel ricordo che ci avrebbe lasciato di colei che, accolta da lui in famiglia, era stata assai più di una semplice collaboratrice, Greeley, che in quel libro aveva creduto facendosene editore, lo avrebbe descritto come «the loftiest and most commanding assertion yet made of the right of Woman to be regarded and treated as an independent, intelligent, rational being»9. Poi, nel commosso profilo che tracciava dell'autrice, Greeley richiamava i concetti di parità giuridica evocati dalla Fuller ma, affacciando un motivo velatamente critico, sottolineava pure come non fosse quello il punto focale della trattazione e come a rafforzarne l'efficacia contribuissero non poco i toni misticheggianti che la innervavano e che egli quasi finiva per privilegiare rispetto ai contenuti più tipicamente di genere ossia più meramente rivendicazionistici. Tutto sommato, può anche darsi che Greeley avesse visto giusto: ciò non toglie che in Woman in the Nineteenth Century i contemporanei scorgessero talvolta più un manifesto del femminismo che quello che effettivamente era e che però, per via di una certa tortuosità e frammentarietà dell'esposizione, era più difficile afferrare: un denso substrato filosofico, frutto dell'influsso esercitato sulla Fuller dalla conoscenza del misticismo swedenborghiano e dall'esperienza trascendentalista, che apriva la via ad una riflessione sulla necessità di ricomporre armonicamente sia il rapporto uomo-donna (che i falsi progressi della civiltà avevano compromesso fino a determinare la subordinazione della seconda al primo), sia la scissione delle due parti, la maschile e la femminile, presenti naturalmente nella personalità di ogni essere umano e separate improvvidamente dalle convenzioni sociali e dalle classificazioni di genere. Per la Fuller, che il padre aveva educata a nutrire un sentimento forte dell'eguaglianza dei sessi10, il nocciolo del problema era tutto qui, nel totale rovesciamento del dato acquisito della incompatibilità dell'elemento maschile e di quello femminile: d'onde l'affermazione più famosa di tutto il libro, il concetto cardine che «there is no wholly masculine man, no purely feminine woman»11.

Nell'attesa che gli uomini si decidessero a capirlo, la Fuller chiedeva alle sue simili di liberarsi da ogni senso di inferiorità e di sviluppare le potenzialità di cui disponevano, che non erano solo quelle tradizionalmente loro riconosciute come peculiari del genere ­ creatività, sensibilità, emotività, intuitività, perfino istintività divinatoria, caratteristica, quest'ultima, per mezzo della quale la Fuller valorizzava le qualità spirituali della donna rispetto a quelle fisiche ­ ma anche quelle del pensiero, del ragionamento, dell'argomentazione. Attingendo al ricco patrimonio della sua cultura classica, la Fuller raffigurava questa specie di sdoppiamento con le immagini di Minerva e della Musa, sollecitando dunque le compagne a conservare in sé il lato poetico e spirituale (la Musa), ma anche a potenziare quello mascolino, intellettuale, combattivo (Minerva, che definiva «a virgin & a warrior»12). Era, la sua, un'esigenza di armonia per la quale lei per prima era passata quando si era sforzata tra mille incertezze e paure di costruirsi una personalità compiuta, protagonistica e non certo remissiva; gliene erano derivate in passato alcune sicure complicità femminili, l'ammirazione e il rispetto degli ambienti intellettuali bostoniani e newyorkesi, la sensazione soggettiva di poter discutere su un piano di parità con un mito del calibro di Emerson, la risolutezza critica che le aveva consentito di demolire, recensendolo, H. W. Longfellow13, un poeta a suo dire troppo vacuo per poter sopportare l'aria di superiorità di cui si circondava. Come critico letterario non si era fatta impressionare nemmeno da uno scrittore della levatura di Edgar A. Poe, ma aveva pagato tutto ciò con l'ostilità latente che spesso l'accoglieva quando si trovava in società, se è vero, come avrebbe scritto il cognato W. E. Channing, che «all persons were curious to see her, and in full rooms her fine head and spiritual expression at once marked her out from the crowd; but the most were repelled by what seemed conceit, pedantry and a harsh spirit of criticism, while, on her part, she appeared to regard those around her as frivolous, superficial and conventional»14: sorprende fino ad un certo punto che in ciò si distinguessero spesso proprio le donne che, dirà ancora Greeley, «did not like one who despised them»15 e talvolta reagivano in modo astioso: come avvenne, ad esempio, quando Sophia Peabody, moglie di Nathaniel Hawthorne, si lasciò scappare, terminata la lettura di The Great Lawsuit, che «Queen Margaret», se si fosse sposata sul serio, «would no longer be puzzled about the rights of the women»16. Altri ancora, quando avevano cercato di spingere più a fondo la conoscenza che avevano di lei, ne avevano ridimensionato il radicalismo sociale in una molto meno altruistica propensione ad essere «exclusive in her tastes & aristocratic in her principles»17.

In realtà, a parte le relazioni di amicizia che spesso la coinvolgevano anche emotivamente, proprio Margaret Fuller, dall'alto dell'eccezionale spessore della sua preparazione, non sembrava avere sul piano culturale una grande considerazione delle sue connazionali. Tra tutte, forse soltanto l'abolizionista Lydia Maria Child ­ «the first woman in the Republic», come l'ha definita un recente saggio18 ­ sarebbe stata in grado di non sentirsi in una condizione d'inferiorità standole vicina19. Quando nel volume del 1845 la Fuller volle presentare ai lettori casi di donne particolarmente versate nel campo della scienza o del pensiero, ovvero volle approfondire la questione del rapporto uomo-donna proponendo come modello di perfetta unione matrimoniale quella basata sulla fusione delle migliori caratteristiche individuali, i molti esempi che portò erano quasi tutti ripresi dalla casistica europea, dove spiccavano le grandi individualità di M.me de Staël, di George Sand, della polacca Emily Platen, di Mary Wollstonecraft; passando alle coppie, il suo elogio andava ai pubblicisti inglesi William e Mary Howitt, e perfino ad Alessandro Manzoni e Enrichetta Blondel, i primi a dimostrazione di una complicità intellettuale spinta fin quasi all'identificazione, i secondi come prova del funzionamento e dell'affettività di un legame pur apparentemente viziato da un profondo dislivello culturale20.

Non so se quanto da me appena detto stia a significare effettivamente una maggiore attenzione della Fuller per la società europea e per il suo fervore di studi e di ricerca; sembrerebbe comunque che almeno sotto il profilo del costume e dei comportamenti ella percepisse nell'evoluzione della vita di coppia d'oltre oceano una spregiudicatezza e un dinamismo sconosciuti nel suo paese:

In England, now, ­ osservava in un altro articolo ­ the progress of society has reached so admirable a pitch, that the position of sexes is frequently reversed, and the husband is obliged to stay at home and "mind the house and bairn", while the wife goes forth to the employment she alone can secure21.

Se si escludono le notizie che ricavava dai giornali e dai periodici inglesi e francesi con cui si teneva aggiornata, le sue erano però osservazioni e considerazioni di provenienza in gran parte libresca; che mi risulti, infatti, la sola intellettuale europea di rilievo da lei conosciuta di persona era stata l'inglese Harriet Martineau, che aveva incontrato nell'estate del 1835 al tempo in cui questa esponente del radicalismo britannico aveva compiuto un viaggio in Nord America: significativamente due anni più tardi, la Fuller, che in precedenza aveva avuto in lei il suo «role model» e la sua guida ideale22, si era dovuta ricredere, indispettita dagli schemi utilitaristici e materialistici adoperati da Martineau in un suo libro del 1837 sulla Society in America per criticare, in funzione delle sue tesi antischiaviste, non solo il conservatorismo bostoniano ma anche il trascendentalismo23.

Tutto il resto di quel complesso di idee che componeva la sua visione del mondo la Fuller lo aveva ricavato o dall'introspezione in se stessa o dalle sue esperienze di vita, di quella intellettuale come di quella materiale, in una perpetua e mai soddisfatta ricerca dell'armonia con se stessa e con quanti la circondavano. L'osservazione di Cynthia J. Davis sulla derivazione dalla realtà dell'immagine che della donna del xix secolo ha la Fuller ha valore, in effetti, in rapporto ai contatti personali che ella ebbe nella sua vita quotidiana e si esemplifica sui casi di «jailed prostitutes» o di discriminazione razziale da lei incontrati, non certo sulla conoscenza diretta dei modelli femminili che ella propone al lettore come suoi ideali di vita24.

Quando nel 1846 le riuscì finalmente di compiere il viaggio in Europa progettato da anni e più volte e per più motivi rimandato, già al primo contatto con la realtà umana e culturale del vecchio mondo, e malgrado prima di partire si fosse detta sicura di essere ormai «too much formed»25 per andare incontro ad un cambiamento, capì che aveva inizio la vera svolta di fondo della sua esistenza. Da allora i verbi cui più di frequente fece ricorso nelle lettere a parenti ed amici per descrivere la propria condizione spirituale furono «to learn» e «to develop»26, a significare la fase di crescita in cui era entrata nel momento in cui aveva avuto la possibilità di osservare con i propri occhi il profilo e il concreto dispiegarsi di una civiltà della cui ricchezza non aveva mai dubitato. Se dovessi segnalare quella che a mio parere è la caratteristica principale della sua personalità in questi anni europei, non esiterei ad indicare nell'umiltà e nell'assenza di saccenteria il tratto distintivo del suo approccio antropologico: il che era abbastanza strano in una che come la Fuller si riteneva da sempre un genio27 ed era considerata (e si considerava) una delle donne più colte di tutti gli Stati Uniti, ma rivelava anche quanto fosse forte in lei il desiderio di fare tesoro di questa sua esperienza, favorita in ciò dal momento di particolare effervescenza creativa vissuto dal vecchio mondo negli anni in cui ebbe luogo il suo viaggio (che appunto perciò durò assai più del prevedibile e del previsto). Senza per questo disconoscere o ridimensionare il peso formativo della sua cultura nativa, di una cultura di cui continuò comunque a serbare i valori ideali che l'avevano fondata, ne avvertì però il limite principale nello iato che la teneva lontana dai problemi reali, che erano certamente i problemi della condizione della donna nella società moderna, ma non solo e neanche principalmente, dal momento che una volta in Europa le apparve sempre più importante, soprattutto alla verifica diretta della situazione dell'Italia, il tema della libertà e delle nazionalità in lotta per l'autodeterminazione.

A questa consapevolezza arrivò dopo l'incontro londinese con Giuseppe Mazzini e quello parigino con Adam Mickiewicz28 che le chiarirono entrambi ­ il poeta polacco anche sul piano delle sue scelte personali ­ la prospettiva di vita in cui finalmente era entrata; sicchè alla fine del 1847 era in grado di confessare a Emerson, l'uomo che più l'aveva soggiogata intellettualmente, in qual modo il suo passato si raccordava con il presente (e si può meglio apprezzare il valore delle sue ammissioni tenendo presente quanto ella tenesse al giudizio di Emerson):

I find how true was the lure that always drew me towards Europe. It was no false instinct that said I might find here an atmosphere to develop me in ways I need. Had I only come ten years earlier! Now my life must be a failure, so much strength has been wasted on abstractions, which only came because I grew not in the right soil29.

Nonostante che la predisposizione a comprendere la mentalità europea fosse stata sempre presente in lei, in ciò facilitata dalla curiosità e dall'assenza di ogni pregiudizio, non le riuscì affatto semplice trovare la sintonia piena con un mondo che presentava una così grande varietà di aspetti e che richiedeva sul piano dei rapporti di classe e delle relazioni internazionali chiavi di lettura molto più sofisticate di quelle di cui si era servita in precedenza per leggere la molto meno complessa realtà del suo paese. Come è stato sostenuto a proposito di gran parte dei viaggiatori americani dell'Ottocento, l'Italia aveva fino a metà Ottocento rappresentato per essi «an area of experience wanting in the Anglo-Saxon world, which was to that extent incomplete»30: era stata, cioè, soprattutto il serbatoio di cultura e di passato a cui farà riferimento James R. Lowell rievocando quella ricerca di un'eredità ideale che in passato aveva spinto molti dei suoi connazionali a varcare l'oceano31. Con le convulsioni rivoluzionarie del 1848-49 la Penisola divenne, almeno per alcuni di essi, qualcosa di più, e dalla Fuller in particolare la sua storia e il suo presente furono vissuti e sentiti come un richiamo costante alla validità dei principi di libertà su cui era sorta la nazione americana, «a reharsal of the birth of her nation»32, anzi il luogo stesso da cui ridare vigore ai valori della democrazia offuscati in patria dalla corsa al benessere materiale e dallo spirito isolazionista che ne era derivato33.

Nella Fuller questa consapevolezza si fece strada lentamente costringendola a rimettere a fuoco, si può dire ex novo, un sistema di valori ormai sedimentato. Quando era da poco giunta a Parigi, nel novembre del 1846, aveva detto di sentirsi nella società europea «if not like a bird in the air, at least as easy as a fish in water»34, ma nello stesso tempo non aveva celato il disagio che aveva provato nelle serate londinesi in cui aveva avuto modo di conoscere Thomas Carlyle, lo storico scozzese che per più di un risvolto della sua personalità di studioso e di uomo (l'individualismo, l'antimaterialismo, il retroterra romantico della visione della storia, il culto di Goethe) avrebbe avuto tutti i requisiti per calzare in pieno con le sue concezioni. Vedere che in Mazzini gli stessi ingredienti che formavano il pensiero di Carlyle portavano a conclusioni del tutto diverse quando non addirittura antitetiche e sfociavano, riempiendolo di nuovi contenuti, nell'associazionismo di matrice francese che già le era noto attraverso la versione che ne aveva fornito Fourier, rappresentò per la Fuller un puzzle abbastanza arduo da risolvere35.

Non che ci impiegasse molto a venirne a capo. Quantunque continuasse a rispettarlo come storico, come uomo Carlyle le apparve immediatamente odioso (anche perché parlava sempre lui impedendo agli altri la minima interruzione36: che a dirlo sia proprio lei, che molte fonti descrivono abituata a seppellire l'uditorio sotto un torrente di parole37, fa subito intuire il livello dello scontro), ma non per questo la Fuller si sentì ricacciata verso la propria dimensione di cittadina degli Stati Uniti e dunque esentata dall'obbligo di approfondire la conoscenza di ciò che stava avvenendo in Europa. Per quanto potessero lusingarla le proposte di collaborazione che le arrivavano dai periodici inglesi e francesi, preferì non distrarsi; e così perfino uno dei suoi idoli di qualche anno prima, Mary Howitt, si sentì opporre un rifiuto al progetto di impegnarla in una serie di profili biografici da pubblicare su una rivista appena fondata dal marito. Il motivo? «I have such opportunities now of learning and seeing what may never be before me again that I cannot bear to lose them and I feel that I shall be so much better fitted to write after them that I am hardly willing to at present»38; parole quasi identiche aveva usato un mese prima con un editore newyorkese che le aveva proposto qualcosa di analogo39. Non passava nemmeno un anno che la Fuller, al termine di un soggiorno a Milano nel corso del quale aveva frequentato circoli e personaggi del patriottismo lombardo senza tuttavia rinunziare alle amicizie altolocate che vedremo, spiegava al fratello Richard cosa avesse ricavato da questi contatti: «I knew there a circle of the aspiring youth, such as I have not in any other city. I formed many friendships and learned a great deal»40.

Imparare, nel suo caso, non voleva solo dire saperne di più ed essere così messa in condizione di fare meglio il proprio mestiere; significava soprattutto modificare un metro di giudizio consolidato ed elaborare una visione del mondo nuova, significava in definitiva cambiare radicalmente dentro, modificare perfino il senso del tempo41, sacrificare il sonno42, correre dietro ad ogni sollecitazione, come succede quando ci si trova di fronte ad una realtà tale da sconvolgere ogni precedente impalcatura di pensieri e verità: nulla di strano, dunque, che Emelyn Story, rivedendo Margaret a Roma alla fine del 1847, confessasse di aver trovato in lei una donna del tutto diversa dalla persona distante, presuntuosa e quasi disumana che aveva conosciuto in patria: «To me she seemed so unlike what I had known her in America, that I continually said to her "how have I misjudged you ­ you are not at all such a person as I took you to be in America"»43. Credo che questa constatazione possa riguardare non solo i comportamenti interpersonali ma anche la mentalità complessiva della Fuller che forse aveva messo a frutto la maggiore libertà sociale che la permanenza all'estero era solita consentire alle americane44; l'Italia, in particolare, le offrì ciò che lei, non diversamente dai suoi compatrioti, vi cercava, e cioè «an area of experience wanting in the Anglo-Saxon world, which was to that extent incomplete»45: e però, spingendosi oltre questa capacità puramente ricettiva, la Fuller ­ come dimostrano con chiarezza i Dispatches ­ fu la sola che arrivasse ad abbattere l'immagine convenzionale che, attraverso l'approccio letterario proprio della sua cultura romantica, si era fatta della Penisola. Caduto il velo dello stereotipo, bucato il diaframma del sentito dire, ella fu in grado di aderire pienamente alla vita reale di una comunità i cui problemi e le cui sofferenze le avevano fatto meglio comprendere la condizione spirituale del proprio paese e dunque le avevano parlato nella chiave universale che più le si adattava.

Della sua evoluzione, o meglio del suo apprendistato, non era stata responsabile soltanto l'ideologia mazziniana, pur ritenendo che, al di là di talune stiracchiature interpretative che hanno tentato di avvicinare il suo nome a quello di Marx, si possa dire che alla fine tutti gli impulsi che le verranno dall'esterno la porteranno a convergere prima sull'analisi che Mazzini le proponeva del riformismo dei sovrani italiani, poi sulle sue stesse posizioni politiche, infine sulla direzione da lui data al governo della Repubblica romana. In verità tutte le tappe dell'avvicinamento all'Italia avevano insegnato qualcosa a Margaret Fuller: si spiega così il suo graduale coinvolgimento nelle vicende della Penisola, in quelle rivoluzionarie e repubblicane più che in quelle della guerra regia, e si spiega così anche il parziale oblio delle sue tematiche femministe. Ma si può davvero parlare di oblio? Direi piuttosto che, vista sullo sfondo di un'epoca e di un panorama così ricchi di fermenti, anche la questione femminile le si era precisata nei suoi contorni ed era uscita dalle secche delle elucubrazioni teoriche rivestendosi degli elementi dell'azione ed integrandosi nella prospettiva di una ricostruzione dell'intero consorzio civile su nuove e più libere e più giuste basi. La Fuller era così andata incontro alla stessa dilatazione di pensiero che aveva già ampliato il suo orizzonte politico consentendole di giustapporre agli apporti del pensiero sociale francese quelli della mazziniana idea di nazione: ferma restando la petizione di principio relativa ai presupposti di elevazione mentale che a suo dire dovevano avere le aspirazioni delle donne ad emanciparsi, il dato di cui ora andava in cerca non era più soltanto quello di genere, che in passato ne aveva assorbito gran parte delle energie, ma quello ­ comune a tutti, uomini e donne ­ della capacità di mettersi in gioco e di assumersi la responsabilità di contribuire fattivamente, collettivamente, al progresso generale e alla liberazione dell'umanità.

In questo senso nessuna delle grandi figure di donne europee in cui si imbatté le servì da modello e tutte però le offrirono qualche lezione di vita perché tutte le parvero animate dalla vivacità intellettuale e dalla necessaria capacità di imporsi all'attenzione stando in pieno nel proprio tempo e operando in esso. A Londra come a Parigi le scrittrici, le attrici di teatro, le giornaliste (Mary Clarke, Joanna Baillie, Pauline Roland, Elisa Félix) riscossero la sua ammirazione per la loro forza di carattere non meno che per il senso sempre vigile della realtà in cui vivevano, ma non fu privo di significato il fatto che verso George Sand, che un tempo aveva amato e recensito come modello di carattere e di nobiltà d'animo, autentico esempio vivente della sintesi di testa maschile e cuore femminile46, ora, dopo l'emozione sincera provata nell'incontrarla a quattr'occhi, si sentisse costretta a temperare il giudizio sempre elogiativo sulla forza del suo pensiero con la constatazione della discutibilità di una vita privata fitta di errori e certo assai lontana con le sue fragilità47 da quell'ideale, alla Fuller ancora caro, di altezza morale e di sintonia tra il pensiero e l'azione. Se pure è vero, come è stato sostenuto da Bell Gale Chevigny48, che George Sand era stata l'unica donna da lei accettata come modello (e certamente lo era stata per quello che le aveva insegnato con la sua forza di carattere), le sue tortuose vicende sentimentali e familiari non le permettevano più di considerarla tale. Anche la principessa di Belgioioso, notava la Fuller dopo averla conosciuta, aveva avuto molti amanti, ma se non altro era «a woman of gallantry which M.e Sand is not»49. Si profilava così, attraverso il riferimento alla «gallantry», miscela intraducibile di qualità morali e di spirito aristocratico (e probabile ulteriore prelievo da una classicità idealizzata), la formulazione di un metro di giudizio che avrebbe trovato il suo riscontro più pieno nel personaggio della marchesa Costanza Arconati Visconti, «a specimen of the really high-bred lady, such as I have not known», ma anche una bella testa, «much cultivated by intercourse both with books and men»50. Presenta inoltre qualche motivo di interesse il fatto che di entrambe le donne la colpissero, in modo diverso, il rapporto che esse avevano con i figli e i problemi che ne erano scaturiti.

In Costanza Arconati51 la Fuller trovò una confidente, un'amica, perfino una benefattrice disposta a soccorrerla anche materialmente nei momenti delle più gravi difficoltà economiche. Eppure tra le due la distanza sotto il profilo ideologico non sarebbe potuta essere maggiore, tutta giobertiana e filosabauda e moderata nel suo indipendentismo la Arconati, via via sempre più radicale nel suo repubblicanesimo la Fuller, che era ben consapevole di questa differenza e però non faticava ad accettarla perché, spiegava all'amica nei giorni che precedevano di poco la nascita della Repubblica a Roma, «I have done, may do, many things that would be very unpleasing to you; yet there is a congeniality, I dare to say, pure, and strong, and good, at the bottom of the heart»52. Prima e dopo questa affermazione la relazione epistolare tra la scrittrice americana e la nobildonna lombarda53 si era svolta lungo linee di grande sincerità e di affetto reciproco, che, rinvigorite dal sentimento e dalle ansie della comune maternità, tali resteranno fino agli ultimi scambi di saluti alla vigilia del viaggio di ritorno della Fuller verso gli Stati Uniti. Direi anzi che era stata appunto la maternità, con tutte le complicazioni dovute ad un matrimonio segreto (se anche fu mai celebrato, come peraltro mi sembra molto probabile), ad una gestazione prima travestita54 e poi portata a termine lontano da Roma, ad uno svezzamento reso difficile da una salute precaria e più volte interrotto e affidato alle balie per potere stare vicino al marito nei giorni cruciali dell'assedio francese ma anche per poter seguire con occhi da testimone (che però già si poneva il problema della storicizzazione degli eventi55) la fine dell'esperimento repubblicano, era stato, dicevo, tutto ciò a piegare la sensibilità di Margaret Fuller verso interessi e tematiche più ampi rispetto a quelli della sua stagione "femminista". E, all'interno dell'arricchimento che senz'altro le venne dall'esperienza italiana e che la portò a bilanciare con il peso di una tradizione culturale ancora fertile il poco incoraggiante spettacolo della depressa condizione femminile nella Penisola, mi sembra degno di nota il giudizio assai duro che spesso le occorse di pronunziare sulle donne del popolo in cui si imbatté personalmente durante il periodo romano, così a Rieti ­ dove era stata molto in ansia sulla scrupolosità delle balie alle quali aveva lasciato il figlio56 ­ come a Roma, dove si era presto stancata della naiveté delle popolane che alla fine le erano apparse «so very unintellectual»57 e dove la sua cameriera, la «atrocious Virginia»58, aveva raccolto in sé le colpe e i difetti di tutte le donne di servizio, italiane, americane e francesi.

Se misurato con il metro delle sue riflessioni del 1843-45, a mio parere nessuna delle figure di donna da lei incontrate o conosciute durante la sua permanenza in Europa fu tale da soddisfare in pieno i suoi convincimenti passati; il fatto è, però, che quei convincimenti non erano più gli stessi per lo scarto che a partire dallo sbarco sul vecchio continente e soprattutto a ridosso del 1848 si era verificato tra la sua visione della vita, quasi tutta di matrice letteraria e introspettiva, e la vita nel suo concreto dispiegarsi. Si ricordino in proposito i moniti che le aveva rivolto Mickiewicz nel 1847 incitandola ad agire con la stessa forza che aveva messo nei suoi libri: «J'ai taché de vous faire comprendre que vous ne devez pas circonscrire votre vie dans des livres et des réveries»59; e pochi giorni dopo: «Vôtre esprit ne veut pas encore croire, qu'une époque nouvelle commence et qu'elle est dejà commencé. Nouvelle pour la femme aussi. Vous le savez, mais vous n'y croyez pas assez et vous vivez encore spirituellement en societé de Shakespeare, de Schiller, de Byron. La littérature n'est pas la vie toute entière»60. Senza dubbio le esortazioni del poeta polacco andarono a segno, anche per la contemporanea opera di proselitismo messa in atto nei confronti della Fuller da Mazzini. Venendo meno, o meglio riorientandosi verso altri obiettivi e caricandosi di più espliciti contenuti di riscatto sociale, la sua fede nel carattere prioritario della lotta per l'emancipazione femminile, non mutò tuttavia il nucleo di pensiero che l'aveva alimentata, e cioè l'idea che alla base del processo di liberazione della donna e dell'umanità dovesse esserci l'armonizzazione nello stesso individuo dei due elementi, il maschile e il femminile. Forse ciò che di Mazzini aveva maggiormente colpito la Fuller, tanto più al confronto con la dirompente personalità di Carlyle, erano state proprio la sua sensibilità e la sua delicatezza d'animo, puntualmente confermate dal vincolo assai forte che legava l'esule italiano alla madre e dalla sua non nascosta propensione a circondarsi di adoranti amicizie femminili61. Non è certo un caso che nell'unica sua lettera a Mazzini giunta sino a noi la Fuller si offrisse di stargli vicino ­ si era allora alla vigilia dell'arrivo di Mazzini a Roma nel marzo del 1849 ­ dicendosi sicura che i migliori amici di un uomo di carattere sono le donne; né è un caso che soggiungesse: «You have your mother; no doubt you have others, perhaps many; of that I know nothing; only I like to offer also my tribute of affection»62: una frase in cui il riferimento alla madre di Mazzini, da lei conosciuta e poi trattata con grande affetto e confidenza in una lettera inedita che contiamo di dare presto alle stampe, sembra quasi alludere al fatto che la maternità, anche quella spirituale, fosse il punto di approdo di una donna che al suo arrivo in Italia si era sentita accogliere come «a long lost child»63.

Dove, però, le aspirazioni e le opinioni della Fuller sul matrimonio come fusione perfetta di «two halves of one thought», di «pilgrimage towards a common shrine» si realizzarono perfettamente fu nell'unione con Ossoli. Quanto meno lei lo credette e non si stancò di ripeterlo64. Si potrà dire tutto ciò che si vuole su Giovanni Angelo Ossoli e sulla sua sfuggente e forse non eccelsa levatura intellettuale (e molto infatti dissero i contemporanei, soprattutto tra i compatrioti della Fuller65): ma come è possibile pensare che non soddisfacesse le sue aspettative più profonde l'uomo di cui ella poteva affettuosamente dire che «his heart is fixed on the child as fervently as mine»66? La sua speranza era che la loro «mutual tenderness»67 non avesse mai a finire. E comunque, per quanta differenza potesse esserci tra loro, l'importante, in un matrimonio che rientrava nella casistica della «intellectual companionship» su cui a suo tempo si era soffermata la Fuller, era che marito e moglie lavorassero insieme «for a common purpose», non essendo affatto fondamentale che facessero lo stesso lavoro o avessero gli stessi interessi. L'armonia, aveva sentenziato tre anni prima la scrittrice, «exists in difference, no less than in likeness, if only the same key-note governs both parts»68: lei che si dilettava in profezie69 non poteva immaginare con quanta precisione queste sue parole avessero descritto nel 1845 ciò che le sarebbe capitato nel 1848; quello che invece aveva compreso già da molti anni era che, mentre con gli amici si comportava come una sibilla appunto perché sapeva profetizzare loro qualche circostanza fortunata, quando si trattava di decifrare il proprio futuro impersonava un carattere molto più inquietante: Cassandra70.

Come si vede dalle sue lettere, era infatti fortissimo in lei il senso della tragedia che le incombeva addosso sin dall'infanzia. Quando alla fine i suoi presagi di morte si avverarono colpendo lei, il marito e il figlio, fu come se si fosse compiuto un destino da tempo atteso, ma la lezione di vita che aveva tentato di dare soprattutto ai suoi compatrioti non morì con lei. Tracce consistenti della sua predicazione in favore di una democrazia che si conservasse fedele ai valori originari e che significasse libertà per tutti rimasero nella tradizione democratica americana, in particolar modo in quella del movimento delle donne. Julia Ward Howe, che l'aveva conosciuta e amata, ci ha tramandato il ricordo di una festa di compleanno virtuale celebrata in occasione del 60° anniversario della nascita di Margaret Fuller71; e appunto a lei doveva pensare Edgar Lee Masters quando scelse di dedicare uno degli epitaffi che compongono la «formicolante commedia umana dove i vizi e il valore di ciascuno germogliano sul terreno assetato e corrotto» di una intera società72 a un personaggio che chiamò Margaret Fuller Slack, e il riferimento, nel suo valore simbolico e rappresentativo di un genere, era tutt'altro che casuale: perché, diceva Masters, Margaret Fuller Slack, una donna che sarebbe potuta essere «grande come George Eliot», era stata nel corso della sua vita una «liberale» che era passata «tra le vette della fantasia» e aveva capito alla fine «quanto è difficile evitare che l'anima si disperda in frammenti»73. Non so a voi, ma a me pare che una definizione così dolente e dolorosa potrebbe attagliarsi benissimo alla nostra Margaret Fuller. Perché non pensare che possa essere stata proprio lei l'archetipo che l'ha ispirata?

Note

1. Costretto comunque ad operare una selezione nella vasta congerie di saggi e nei numerosi e sempre più completi profili biografici di M. F. (cfr. in proposito i tre repertori bibliografici di J. Myerson, Margaret Fuller: An Annotated Secondary Bibliography, Burt Franklin, New York 1977; Supplement to Margaret Fuller: An Annotated Secondary Bibliography, in Studies in the American Renaissance, 1984, pp. 331-85, e Margaret Fuller: An Annotated Bibliography of Criticism, 1983-1995, Greenwood Press, Westport-London 1998), mi sono avvalso per gli aspetti più generali di questa relazione dei seguenti lavori e delle fonti in essi citate: E. Detti, Margaret Fuller Ossoli e i suoi corrispondenti, Le Monnier, Firenze 1942; J. J. Deiss, The Roman Years of Margaret Fuller, Thomas Y. Crowell Company, New York 1969; P. Blanchard, Margaret Fuller. From Transcendentalism to Revolution, Delacorte Press/Seymour Lawrence, New York 1978; C. Capper, Margaret Fuller: An American Romantic Life, i, The Private Years, Oxford University Press, New York-Oxford 1992; B. G. Chevigny, The Woman and the Myth: Margaret Fuller's Life and Writings, Northeastern University Press, Boston 1994; J. von Mehren, Minerva and the Muse. A Life of Margaret Fuller, University of Massachusetts Press, Amherst 1994; E. Kornfeld, Margaret Fuller. A Brief Biography with Documents, Bedford Books, Boston-New York 1997. Ho tuttavia tenuto presente, oltre che naturalmente gli scritti e le lettere di M. F. che citerò più avanti, anche i titoli da me utilizzati per la compilazione della "voce" Fuller, Margaret, in Dizionario Biografico degli Italiani, Istituto dell'Enciclopedia Italiana, l, Roma 1998, pp. 703-7. Quanto a "The Dial", ricorderò che la Fuller l'aveva fondato nel 1840 e ne aveva assunto la direzione assieme a George Ripley, che era rimasto al suo fianco per un anno; ritiratosi Ripley, il compito di editor, svolto dalla Fuller per un altro anno, era passato nel 1841 a Emerson (C. Crowe, George Ripley Transcendentalist and Utopian Socialist, University of Georgia Press, Athens 1967, pp. 89 ss.; Capper, Margaret Fuller, cit., pp. 335-48).

2. Elizabeth Cady Stanton, negli anni Ottanta esponente di punta del femminismo militante, avrebbe molti anni dopo affermato che le conversazioni, di cui ella stessa aveva seguito un ciclo, erano in realtà «a vindication of woman's right to think» (von Mehren, Minerva and the Muse, cit., p. 119; Kornfeld, Margaret Fuller. A Brief Biography with Documents, cit., p. 37). Sul tema cfr. anche Capper, Margaret Fuller as cultural Reformer: The Conversations in Boston, in "American Quarterly", 39, 1987, pp. 509-28.

3. Colloca la Fuller tra le progenitrici del movimento per i diritti delle donne E. C. DuBois, Feminism and Suffrage. The Emergence of an Independent Women's Movement in America 1848-1869, Cornell University Press, Ithaca and London 1995 (viii ed.; la i ed. è del 1978), p. 21; più in generale sul tema, oltre le vecchie indicazioni di M. Curti, The Growth of American Thought, Harper & Row Publishers, New York, Evanston and London 1964 (i ed., 1943), pp. 373-8, si vedano ora, nella vasta letteratura disponibile, A. Douglas, The Feminization of American Culture, New York 1977, e N. F. Cott, The Grounding of Modern Feminism, Yale University Press, New Haven and London 1987.

4. I biografi della Fuller si sono soffermati a lungo sul rapporto che la legò ad Emerson esaminandone le dinamiche psicologicamente assai complesse messe in moto dall'incontro di due personalità che, conoscendosi perfettamente e stimandosi reciprocamente, erano sempre in cerca di un equilibrio che evitasse ad ognuno di questi due ego decisamente ipertrofici («mountainous» quello della donna, a parere di Emerson, come si legge in R. W. Emerson; W. H. Channing, J. F. Clarke (eds.), Memoirs of Margaret Fuller Ossoli, 2 vols., Phillips, Sampson and Company, Boston 1852, i, p. 236) di sovrastare l'altro. Illuminante una considerazione che sull'amica e discepola Emerson affidava il 22 ottobre 1841 al suo diario: «Margaret is "a being of unsettled rank in the universe"; so proud and presumptuous, yet so meek; so worldly and artificial and with keenest sense and taste for all pleasures of luxurious society, yet living more than any other for long periods in a trance of religious sentiments; a person who, according to her own account of herself, experts everything for herself from the Universe» (R. W. Emerson, Journals, ed. by E. W. Emerson and W. E. Forbes, vi, 1841-1844, Houghton Mifflin Co., Boston and New York 1912, p. 97). La Fuller non gli era da meno quanto a sarcasmo, ad esempio quando ne criticava la freddezza e la superbia (Crowe, George Ripley Transcendentalist and Utopian Socialist, cit., p. 76; Emerson riconobbe che il rilievo era giusto e ammise di guardare gli altri come «across a gulf», in Emerson, Journals, cit., v, p. 324) o lo accusava di egoismo (Capper, Margaret Fuller, cit., pp. 328-9): ma, al di là delle schermaglie, è innegabile l'effetto che ciascuno dei due (e non solo Emerson) esercitò sull'altro (v. C. Zwarg, Feminist Conversation: Fuller, Emerson, and the Play of Reading, Cornell University Press, Ithaca 1995).

5. Citato da Capper, Margaret Fuller, cit., p. 183.

6. Blanchard, Margaret Fuller, cit., p. 3.

7. Cfr. in proposito F. Bosch, Rebelles américaines au xixe siècle. Mariage, amour libre et politique, Méridiens Klunksieck, Paris 1990.

8. Era anzi la Fuller stessa a presentarlo ai lettori come «a reproduction, modified and expanded» dell'articolo del 1843 (cito da M. Fuller Ossoli, Woman in the Nineteenth Century and Kindred Papers relating to the Sphere, Condition and Duties of Woman, ed. by A. B. Fuller. New and complete Edition, with an Introduction by H. Greeley, Greenwood Press, Westport 1977, reprint dell'ed. del 1855, avvertendo che tutti gli scritti della Fuller pubblicati dalla famiglia dopo la sua morte indicavano l'autrice con il cognome da sposata).

9. H. Greeley, Margaret Fuller, in Id., Recollections af a Busy Life, J. B. Ford & Co., New York 1868, pp. 169-91 (il passo citato sopra è a p. 175). Presentando il personaggio, Greeley aveva anche scritto: «[...] when I first made her acquaintance, she was, mentally, the best instructed woman in America» (ivi, p. 171).

10. La Fuller evoca questa influenza positiva del padre attraverso il personaggio di Miranda, che in Woman in the Nineteenth Century, cit., pp. 38 ss., riveste di tratti autobiografici (cfr. Kornfeld, Margaret Fuller. A Brief Biography with Documents, cit., p. 165, nota 11).

11. Di conseguenza un'integrazione nello stesso individuo dell'elemento maschile con quello femminile avrebbe rappresentato il superamento del dualismo prodotto dalla storia e ricondotto l'umanità allo stato di natura, là dove, cioè, non si erano ancora verificate la distinzione e quindi la contrapposizione tra maschile e femminile: «Male and female represent the two sides of the great radical dualism. But, in act, they are perpetually passing into one another» (questo passo, che si chiude con l'affermazione riportata sopra, in Fuller, Woman in the Nineteenth Century, cit., p. 103).

12. Capper, Margaret Fuller, cit., pp. 303 s.

13. Ivi, pp. 340-1; von Mehren, Minerva and the Muse, cit., p. 226.

14. Emerson, Channing, Clarke (eds.), Memoirs of Margaret Fuller Ossoli, cit., i, p. 166.

15. Greeley, Margaret Fuller, cit., p. 172.

16. Chevigny, The Woman and the Myth, cit., p. 231.

17. Le parole sono di un amico di gioventù della Fuller, James F. Clarke: le menziona Capper, Margaret Fuller, cit., p. 314.

18. C. L. Karcher, The First woman in the Republic: A Cultural Biography of Lydia Maria Child, Duke University Press, Durham 1994 (vi sono illustrati i rapporti intercorsi tra lei e M. F.).

19. Che la ricorda «with respect and gratitude» in Woman in the Nineteenth Century, cit., p. 148. Sulla considerazione che Child aveva di lei cfr. Chevigny, The Woman and the Myth, cit., pp. 500-1.

20. Per tutta questa parte si veda Fuller, Woman in the Nineteenth Century, cit., pp. 73-80.

21. Fuller, American Women, in Woman in the Nineteenth Century, cit., p. 219.

22. Capper, Margaret Fuller, cit., p. 225.

23. Ivi, p. 223, che spiega come la Fuller fosse particolarmente indispettita dall'oltranzismo abolizionista della pubblicista inglese.

24. C. J. Davis, Margaret Fuller, Body and Soul, in "American Literature", 71, 1999, pp. 38-9.

25. La citazione in Chevigny, The Woman and the Myth, cit., p. 295.

26. Si vedano ad esempio le lettere del 30 ottobre 1846 (a Evert A. Duyckinck), del 23 maggio 1847 (a Mary Rotch) e del 25 settembre 1847 (a Richard F. Fuller), in The Letters of Margaret Fuller, 6 vols., R. N. Hudspeth (ed.), iv, 1845-47, Cornell University Press, Ithaca and London 1983-1994, rispettivamente alle pp. 234, 273 e 295.

27. Sul lato fortemente egotistico del suo carattere, sulla sua autostima che spesso anche gli amici trovavano eccessiva e che forse, condita com'era spesso di autoironia, era uno schermo verso l'esterno, una specie di scudo protettivo, si sofferma a lungo Capper, Margaret Fuller, cit., pp. 95, 264-5, 394 nota 19 e passim, citando numerose testimonianze di contemporanei. Di grande finezza psicologica la considerazione che le dedicava H. James, Hawthorne, Macmillan and Co., London 1879, p. 79, dicendo che «in some of her utterances it is difficult to say whether pride or humility prevails ­ as for instance when she writes that she feels "that there is plenty of room in the universe for my faults, and as if I could not spend time in thinking of them when so many things interest me more"». Un'altra frase della Fuller ricordata come prova della sua arroganza è quella che ella avrebbe rivolta ad un amico, Sam Ward, affermando «that she had seen all the people worth seeing in America, & was satisfied that there was no intellect comparable to her own» (citata da Capper, Margaret Fuller, cit., p. 264).

28. Su queste due autentiche svolte dell'esistenza di M. F. si soffermano tutti i biografi da me citati alla nota 1 (meno ovviamente Capper, del quale è prossimo alla pubblicazione il volume ii della biografia dedicato al periodo 1841-1850); aggiungerei, sul rapporto con Mazzini, J. Rossi, The Image of America in Mazzini's Writings, The University of Wisconsin Press, Madison 1954, pp. 47-60, mentre, sull'influenza esercitata sulla Fuller da Mickievicz, segnalerei, oltre alla relazione di K. Zaboclicki a questo stesso congresso, il vecchio lavoro di L. Wellisz, The Friendship of Margaret Fuller D'Ossoli [sic] and Adam Mickiewicz, Polish Book Importing Co., New York 1947, e un mio intervento (intitolato "Mickiewicz e il fantasma di Margaret" e attualmente in corso di stampa) al convegno internazionale tenutosi a Roma nel dicembre 1998 in occasione del bicentenario della nascita del poeta polacco.

29. Lettera del 20 dicembre 1847, in The Letters of Margaret Fuller, cit., iv, p. 315.

30. N. Wright, American Novelists in Italy. The Discoverers: Allston to James, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1965, p. 34. In proposito cfr. anche P. R. Baker, The Fortunate Pilgrims. Americans in Italy 1800-1860, Harvard University Press, Cambridge 1964, in particolare pp. 188-9.

31. «[...] to the American, especially if he be of an imaginative temper, Italy has a deeper charm. She gives him cheaply what gold cannot buy for him at home, a Past at once legendary and authentic, and in which he has an equal claim with every other foreigner» (J. R. Lowell, Leaves From My Journal in Italy and Elsewhere, in Id., Literary Essays Among My Books, My Study Windows, Fireside Travels, Houghton, Mifflin and Co., Boston and New York 1892, p. 124).

32. L'espressione, riferita a M. F., è di L. Buonomo, Exploring Italy, Reinterpreting America (1831-1866), Associated University Press, Madison and London 1996, p. 32.

33. Il motivo della decadenza degli usa e della perdita della spinta rivoluzionaria compare già in una lettera della Fuller a W. H. Channing del 1840, cioè nel pieno della stagione trascendentalista: «Since the Revolution, there has been little, in the circumstances of this country, to call out the higher sentiments. The effect of continued prosperity is the same on nations as on individuals ­ it leaves the nobler faculties undeveloped» (R. W. Emerson, W. H. Channing, J. F. Clarke (eds.), Memoirs of Margaret Fuller Ossoli, cit., ii, p. 27). Più in generale, sulla varietà di motivazioni e di atteggiamenti con cui i viaggiatori e i letterati americani guardano alla fase rivoluzionaria che si apre in Europa e in Italia con il 1848 rinvio alla introduzione premessa a Fuller, "These Sad But Glorious Days". Dispatches From Europe, 1846-1850, ed. by L. J. Reynolds and S. Belasco Smith, Yale University Press, New Haven and London 1991: si tratta delle corrispondenze giornalistiche dall'Europa, parte delle quali pubblicata in versione italiana con il titolo Un'americana a Roma 1847-1849, a cura di R. Mamoli Zorzi, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1986. Altro rinvio sul tema è a G. Monsagrati, Gli intellettuali americani e la rivoluzione romana del 1848-1849, in Gli Americani e la Repubblica romana del 1849, Gangemi, Roma 2000, pp. 21-52 (volume nel quale ruotano attorno alla figura della Fuller anche gli altri saggi che lo compongono, dovuti a S. Antonelli, D. Fiorentino, C. Giorcelli, T. Niegosh Petrovic e M. Sanfilippo).

34. Lettera a R. W. Emerson del 16 novembre 1846, in The Letters of Margaret Fuller, cit., iv, p. 245.

35. Tutto ciò è raccontato con la consueta precisione e con una notevole ricchezza documentaria da Blanchard, Margaret Fuller, cit., pp. 256-8; da Chevigny, The Woman and the Myth, cit., pp. 298, 308, 352-5, e da von Mehren, Minerva and the Muse, cit., pp. 235-9; si veda inoltre E. Morelli, L'Inghilterra di Mazzini, Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, Roma 1965, ad indicem. Alcune indicazioni sull'interpretazione che Mazzini diede del pensiero storico di Carlyle in un mio saggio su Garibaldi e il culto vittoriano dell'eroe, in "Studi Storici", 42, 2001, pp. 165-80.

36. «The worst of hearing Carlyle is that you cannot interrupt him [...]. To interrupt him is a physical impossibility; if you get a chance to remonstrate for a moment, he raises his voice and bears you down»: così la Fuller nella lettera a Emerson del 16 novembre 1846 in cui, giunta a Parigi, la donna descriveva minuziosamente la serata trascorsa in casa dello storico scozzese e gli contrapponeva la figura di Mazzini (The Letters of Margaret Fuller, cit, iv, p. 248).

37. Crowe, George Ripley, cit., p. 81, la definisce «much given to the monologue in the conversational gatherings»; James, Hawthorne, cit., p. 78, aveva riconosciuto e celebrato le sue doti oratorie con una formula sacralizzante: «she was a talker, she was the talker, she was the genius of talk». Secondo George J. Holyoake, citato da R. N. Hudspeth in una nota a The Letters of Margaret Fuller, cit., iv, p. 250, proprio Carlyle aveva in un'occasione fatto le spese, assieme a G. H. Lewes e W. J. Fox, della foga oratoria dell'americana: «[...] when Margaret Fuller took her turn they were all silenced, and [...] their turn came no more». In generale sulle sue doti di conversatrice cfr. Capper, Margaret Fuller, cit., pp. 99-100 e 298-9.

38. Lettera a Mary Howitt, Roma, 18 aprile 1847, in The Letters of Margaret Fuller, cit., iv, p. 267. Il corsivo è mio.

39. Scriveva infatti a Evert A. Duyckink da Londra il 30 ottobre 1846: «Several fine openings have been made for me where I might have taken up important subjects and published my view in excellent places, but I cannot now possibly get time to write without sacrificing many valuable opportunities of learning. A year hence will not be too late» (The Letters of Margaret Fuller, cit., iv, p. 234; corsivo mio).

40. Ivi, p. 295, lettera da Firenze del 25 settembre 1847 (anche qui il corsivo è mio).

41. M. Fuller a R. W. Emerson, 18 gennaio 1847: «I can hardly tell you what a fever consumes me, from sense of the brevity of my time and opportunity» (The Letters of Margaret Fuller, cit., iv, p. 258).

42. M. Fuller a R. W. Emerson, 16 novembre 1846: «[...] I got engaged in such a crowd of acquaintance that I had hardly time to dress and none to sleep during all the weeks I was in London»; e il 18 gennaio 1847: «Here I cannot sleep at night, because I have been able to do so little in the day» (The Letters of Margaret Fuller, cit., iv, pp. 245, 258).

43. Citato da Chevigny, The Woman and the Myth, cit., pp. 403-4. La stessa fonte riporta pure la risposta di M. F. che confermava in pieno l'impressione della sua interlocutrice: «I am not the same person, I am in many respects another, my life has new channels now and how thankful I am that I have been able to come out into larger interests ­ but partly, you did not know me at home in the true light» (ivi). Secondo Julia Ward Howe, anche Frederic H. Hedge, amico d'infanzia della Fuller, incontrandola a Roma l'aveva trovata «much changed and subdued» (J. Ward Howe, Reminiscences 1819-1899, Houghton Mifflin Co., Boston 1910, p. 301).

44. E questo perché, osserva Buonomo, Exploring Italy, cit., p. 31, nelle grandi città e negli ambienti internazionali non valevano i codici morali e comportamentali del paese di provenienza. Da notare che un esempio di questo cambiamento ce lo offre la Fuller stessa quando in una delle sue corrispondenze della fine del 1847 dichiarava di aver modificato totalmente il giudizio sugli abolizionisti («at home they were so tedious, often so narrow, always so rabid and exaggerated in their tone») e di vedere ora in loro, alla luce delle esperienze di lotta europee, degli idealisti cui non manca «a high motive, something eternal in their desire and life» (cfr. "These Sad But Glorious Days", cit., p. 166).

45. Wright, American Novelists, cit., p. 34.

46. Capper, Margaret Fuller, cit., pp. 260-2, dove tuttavia si sottolineano alcune riserve della Fuller sulla probabile dipendenza del vigore concettuale riscontrato in alcuni romanzi di George Sand dalla collaborazione di un uomo. In un testo scritto quando si trovava in America la Fuller aveva ripreso un verso di Elizabeth Barrett che, rivolto alla scrittrice francese, la definiva: «Thou large-brained woman and large-hearted man» (From a Notice of George Sand, in Fuller, Woman in the Nineteenth Century, cit., p. 233).

47. Sono spunti e accenni, questi, che si colgono nella sua corrispondenza privata del periodo: a Elizabeth Hoar raccontava il 18 gennaio 1847, da Parigi, che parlando con un amico francese di G. Sand gli aveva detto di non scorgere «a good sign» nelle frequenti rotture delle sue amicizie (The Letters of Margaret Fuller, cit., iv, p. 256); ancora più nette le parole incluse in una lettera al fratello Richard l'8 febbraio 1848, quando era già da qualche mese a Roma: «I liked and loved M.e Sand, but should not care particularly to know her more, now I have the true picture of her. She is a woman, who, except by her lovers, may be as well known through her books as any other way» (ivi, v, p. 51).

48. Chevigny, The Woman and the Myth, cit., p. xxxiii e 301.

49. Lettera a Richard F. Fuller, 8 febbraio 1848, in The Letters of Margaret Fuller, cit., v, p. 51.

50. Lettera a Elizabeth Hoar del settembre 1847, da Firenze, ivi, iv, p. 294.

51. Sulla quale si veda il vecchio saggio dedicatole da A. Luzio, Profili biografici e bozzetti storici, Cogliati, Milano 1927, ii, pp. 1-60, in particolare le lettere a Giovanni Arrivabene del 1847-1848 (pp. 53-9) che chiariscono il suo orientamento politico in rapporto al tema dell'indipendenza. Secondo Chevigny, The Woman and the Myth, p. 255, Costanza Arconati rappresentò per la Fuller «the model of the European woman Margaret had admired ever since she had read M.me de Staël's books in her teens».

52. Lettera del 5 febbraio 1849, da Roma, in The Letters of Margaret Fuller, cit., v, p. 192. La Arconati, a sua volta, le era già andata incontro un anno prima quando, ferma restando la sua distanza politica dal mazzinianesimo, si era spinta sino ad affermare: «Je n'ai pas cru à la calomnie qui accusait Mazzini, depuis que vous me l'avez fait aimer je ne suis plus injuste pour lui» (lettera del 24 gennaio 1848, in Detti, Margaret Fuller Ossoli e i suoi corrispondenti, cit., p. 295).

53. Le lettere di Costanza Arconati a M. F. sono state pubblicate da Detti, Margaret Fuller Ossoli e i suoi corrispondenti, cit., pp. 283-308.

54. Si potrebbe vedere nella maternità occultata di M. F. una variante del tema del travestimento "militare" della donna nell'Italia preunitaria, trattato ultimamente da L. Guidi, Patriottismo femminile e travestimenti sulla scena risorgimentale, in "Studi Storici", 41, 2000, pp. 571-87.

55. E lo risolveva, a quanto è dato sapere, con quel progetto di una History of the Late Italian Revolutions la cui esistenza in forma di manoscritto fu perfino messa in dubbio da qualche contemporaneo (cfr. Chevigny, The Woman and the Myth, cit., p. 419). Il manoscritto invece esisteva e, quando andò perduto nel naufragio che il 19 luglio 1850 costò la vita a tutta la famiglia Ossoli, era in fase di avanzata composizione, tanto che già nell'agosto del 1849, e cioè a poco più di un anno dall'inizio della stesura, Emerson ne scriveva a Carlyle, il quale a sua volta aveva cercato di interessare l'editore Chapman alla pubblicazione (The Correspondence of Emerson and Carlyle, ed. by J. Slater, Columbia University Press, New York and London 1964, p. 456). Va tuttavia ricordato che stando ad Elizabeth Barrett Browning, la quale nell'inverno del 1849-50 aveva spesso ricevuto gli Ossoli nella sua casa di Firenze, il manoscritto fulleriano non era altro che «raw material», un brogliaccio a cui la Fuller teneva molto ma che era tutt'altro che finito (lettera del 24 settembre 1850 a Mrs. J. Martin, in The Letters of Elizabeth Barrett Browning, ed. by F. G. Kenyon, 2 vols., Macmillan and Co., London 1898, i, p. 460).

56. Lettera a Caroline Sturgis Tappan, da Roma, 16 marzo 1849, in The Letters of Margaret Fuller, cit., v, p. 208. Successivamente una malformazione del figlio verrà attribuita da George W. Curtis a «a nurse who spite of madonna beauty served the devil & fed its undiscriminating innocence upon red wine instead of white milk» (la lettera di Curtis a W. W. Story, in data 26 novembre 1849, è riportata ivi, v, p. 288).

57. Lettera a Ellen Fuller Channing, da Roma, 13 marzo 1849, ivi, v, p. 207.

58. Lettera del 25 ottobre 1849 a George W. Curtis, ivi, v, p. 275.

59. La lettera, datata 3 agosto 1847, è stata edita prima da Detti, Margaret Fuller Ossoli e i suoi corrispondenti, cit., pp. 310-2 (il brano da me citato è a p. 311), quindi da Welliscz, The Friendship of Margaret Fuller D'Ossoli and Adam Mickiewicz, cit., p. 22.

60. Lettera del 16 sett. 1847, in Detti, Margaret Fuller Ossoli e i suoi corrispondenti, cit., pp. 313-4, e in Welliscz, The Friendship of Margaret Fuller D'Ossoli and Adam Mickiewicz, cit., p. 25.

61. Su questo aspetto della personalità di Mazzini si dilungano tutte le sue biografie: cfr. da ultimo R. Sarti, Mazzini. A Life for the Religion of the Politics, Praeger, Westport-London 1997, pp. 112-3. Proprio a proposito della Fuller il 27 marzo 1847 Mazzini aveva scritto alla madre «di non desiderare che l'amica mia Americana soggiorni in Londra per aver cura di me» e aveva scherzato sul fatto di avere «una mezza dozzina almeno di giovani donne che si contendono il privilegio di circondarmi di cure amorevoli» (G. Mazzini, Edizione nazionale degli Scritti, xxxii, Galeati, Imola 1921, p. 93).

62. Lettera del 3 marzo 1849, da Roma, in The Letters of Margaret Fuller, cit., v, p. 196.

63. Lettera a Elizabeth Hoar del settembre 1847, da Firenze, ivi, iv, p. 293.

64. Ad esempio nella lettera a William H. Channing del 17 dicembre 1849 (ivi, iv, pp. 300-1), o in quella al poeta inglese Arthur H. Clough del 16 febbraio 1850 (ivi, v, pp. 64-5), scritte entrambe da Firenze.

65. Lo scultore Horatio Greenough, che ebbe modo di frequentare i coniugi Ossoli a Firenze nell'inverno 1849-50, descrisse lui come un uomo «singularly grave and dignified», «selfpoised and truthful», poco portato a gesticolare e vittima di «a great deal of misapprehension» da parte di chi ­ evidentemente i compatrioti della moglie ­ lo aveva conosciuto (Letters of Horatio Greenough to His Brother, Henry Greenough. With Biographical Sketches and Some Contemporary Correspondence ed. by F. Boott Greenough, Ticknor and Company, Boston 1887, pp. 216-8). Tra le fonti utilizzate da B. G. Chevigny, William H. Hurlbut ne parlò come di un uomo taciturno ma capace in qualche occasione di mostrare «a quick and vivid fancy, and even a certain share of humor» (Chevigny, The Woman and the Myth, cit., p. 412), mentre un altro artista, Joseph Mozier, parlò senza mezzi termini di un uomo assai bello «but entirely ignorant even of his own language, scarcely able to read at all, destitute of manners; in short, half an idiot, and without any pretensions to be a gentleman» (ivi, p. 418). In quest'ultimo caso bisogna però precisare che Mozier non era meno severo verso M. F., cui negava ogni capacità letteraria, tanto da definirla «a great humbug» e da negare perfino l'esistenza del suo libro sulla rivoluzione italiana. Direi dunque che questo inficia fortemente il peso della sua testimonianza il cui vero valore consiste dunque nella conoscenza che ci dà di chi l'ha lasciata.

66. Lettera del 17 dicembre 1849 a William H. Channing, in The Letters of Margaret Fuller, cit., v, p. 300.

67. Ivi, v, p. 301.

68. Fuller, Woman in the Nineteenth Century, cit., p. 79. Per la sua concezione del matrimonio si vedano von Mehren, Minerva and the Muse, cit., pp. 299-325; Chevigny, The Woman and the Myth, cit., pp. 253-70 e passim; Kornfeld, Margaret Fuller. A Brief Biography with Documents, cit., pp. 44-7 e 171-5.

69. Occultismo, esoterismo, sonnambulismo, profetismo, misticismo ecc. erano lati non marginali della sua personalità sui quali si soffermano tutti le biografie: cfr. in particolare Chevigny, The Woman and the Myth, cit., pp. 167-9, Capper, Margaret Fuller, cit., pp. 171-3, e Blanchard, Margaret Fuller, cit., pp. 127-9.

70. «It seems I am a sybil for my friends, Cassandra only to myself», scriveva il 7 gennaio 1839 a James F. Clarke (The Letters of Margaret Fuller, cit., vi, p. 310) alludendo alla propria intuitiva capacità di prevedere la fortuna per gli altri e le sciagure per se stessa.

71. J. Ward Howe, Reminiscences 1819-1899, cit., p. 301.

72. Le parole sono di Cesare Pavese: le cita Fernanda Pivano nell'introduzione alla sua versione di E. Lee Masters, Antologia di Spoon River, Einaudi, Torino 1971, p. ix.

73. Ivi, p. 50.