L. Scaraffia e B. Tobia

 

"Cuore" di E. De Amicis (1886) e la costruzione dell'identit� nazionale

 

 

Tutti gli storici, comunque, per quanto diversi possano essere i loro obiettivi, intervengono in questo processo [di ridefinizione del rapporto con il passato] nella misura in cui contribuiscono, in modo pi� o meno inconsapevole, a creare, demolire e ristrutturare immagini del passato che non appartengono soltanto al mondo dell'indagine specialistica, ma anche alla sfera pubblica dell'uomo in quanto essere politico. l�nto vale che si rassegnino a questa dimensione della loro attivit�.

E.Hobsbawm, L'invenzione della tradizione.

 

Tra le difficili questioni che le �lites intellettuali italiane si trovarono a dover risolvere nella seconda met� del secolo XIX' spicca per il suo carattere capitale quella della creazione di una identit� etnica unitaria a partire dalle grandi diversit� geografiche, storiche e culturali tra le regioni della penisola. Uno dei modi attraverso il quale esse si sforzarono di affrontare e risolvere tale problema essenziale fu quello della trasformazione della vicenda dell'unificazione in una vera e propria epopea eroica e unitaria, rispetto alla quale ogni italiano potesse identificarsi come in un mito fondatore e rassicurante. Questa elaborazione storica di un passato tanto recente richiese un certo periodo di tempo, anche perch� le conflittualit� da ricomporre erano numerose e non di poco momento: a quelle fra le varie identit� locali si aggiungevano, infatti, quelle pi� generali fra le diverse, e per certi versi opposte, componenti politiche del Risorgimento, spaccato, in pratica ab origine, fra l'ala democratica e repubblicana e l'ala monarchica e moderata, oppure quella generata dall'irriducibile dissidio tra il nuovo Stato e la Chiesa cattolica, la quale, invece, sino a tempi recentissimi, aveva fornito un formi�dabile cemento culturale fra le popolazioni italiane.

La necessit� di una composizione complessiva di queste lace�razioni si imponeva dunque alla coscienza della nuova nazione e si concretizz�, in un primo momento, attraverso percorsi in gran parte simili a quelli di altri paesi del continente: nella grande at�tenzione ai momenti pedagogici e nel tentativo di rafforzamento dell'immagine simbolica della monarchia. Come ha scritto E. Hobsbavvm: "fu appunto questa l'epoca che vide la comparsa degli esercizi di pubbliche relazioni ‑ a noi cos� familiari ‑ imper�niati sui riti reali o imperiali, enormemente facilitati dalla felice scoperta ‑ o forse sarebbe meglio dire invenzione ‑ del giubileo o anniversario cerimoniale"(1). La novit� di questo genere di ceri�monia risiedeva nel fatto che, proprio come l'insegnamento sco�lastico elementare, essa si rivolgeva alla massa del grande pub�blico e, a questi fini divulgativi, doveva utilizzare un tipo di lin�guaggio simbolico facile e coinvolgente. Fu di preciso in questo periodo che, � sempre Hobsbawm a suggerircelo, "i governanti e gli osservatori borghesi riscoprirono l'importanza degli elemen�ti 'irrazionali' nella conservazione del tessuto e dell'ordine socia�li�(2).

Per l'Italia, se vogliamo, si aggiungeva una difficolt� partico�lare nel raggiungere il fine di una rielaborazione mitica del re�cente passato storico: il fatto stesso che questo passato era, in realt�, un passato prossimo, recente e vivo nella memoria, e che, addirittura, quasi tutti i protagonisti di esso erano ancora viven�ti. Ci� faceva s� che questa narrazione epica, se pure costruita come un mito di fondazione, stentasse a raggiungere cos� facil�mente la presa che, invece, potevano avere le tradizioni datate in un tempo "immemorabile".

Non pu� dirsi, per�, che l'obbiettivo tanto ambizioso venisse mancato. Ne abbiamo una significativa testimonianza in un testo di formazione, cosiddetto "per l'infanzia", il libro Cuore di Edmondo De Amicis, che contribu� in un modo insperato ad assicu�rare il successo di questa complessa operazione culturale. Si tratta di un volume mirabilmente strutturato per rispondere alle esigenze di fondazione "culturale" della nuova Italia e che riusci�va, con opportuni accorgimenti, a compensare le evidenti debo�lezze e le palesi difficolt� che presentava lo sforzo di costituire un compiuto mito risorgimentale. In un solo volume, infatti, confluivano tutte quelle funzioni che Hobsbawm individua nella "tradizioni inventate" nell'epoca successiva alla rivoluzione indu�striale: fissare o simbolizzare la coesione sociale o l'appartenen�za a gruppi o comunit� (cio�, nel nostro caso, la nuova apparte�nenza alla nazione italiana); fondare e legittimare una istituzio�ne e un rapporto di autorit� (cio�, il nuovo Stato, rappresentato dalla monarchia sabauda e dalle sue istituzioni con valore di "massa", quali la scuola e l'esercito); promuovere una socializza�zione che inculcasse credenze, sistemi di valore e convenzioni di comportamento (per esempio la frequentazione scolastica come momento di omogeneizzazione sociale e culturale tra i vari ceti)(3). Non pu� stupire perci� se il libro Cuore, data la complessit� dei terni e delle motivazioni implicati ‑ neppure tutti, come � ov�vio, pienamente coscienti all'autore ‑ ebbe una gestazione nien�te affatto facile, n� breve. Nel 1878 De Amicis, scrivendo al suo editore Emilio Treves, diceva di pensare a un libro "nuovo, origi�nale, potente, mio [...], di cui il solo concetto mi ha fatto piange�re di contentezza e di entusiasmo"(4). Impariamo cos� subito a co�noscere il nostro autore, per cui il modo patetico‑sentimentale(5) non � soltanto la cifra stilistica pi� vera e, forse, dominante, ma una costante predisposizione interiore e un atteggiamento men�tale quasi automatico. A met� della sua fatica, comunicava anco�ra una volta al Treves: "Sono in una corrente di entusiasmo [...];met� del lavoro � gi� fatta; fatta tra le lagrime e gli scatti di gioia�(6). Difficile � pensare una cos� piena adesione dell'autore al suo oggetto; ma anche, per certi versi, a voler prestar fede al De Amicis stesso, una consapevolezza programmatica cos� limpida. Infatti, egli, licenziando finalmente l'opera nel febbraio del 1886 (sar� in libreria in ottobre), confidava sempre al suo editore: "i fabbricanti dei libri scolastici apprenderanno come si parla ai ra�gazzi poveri e come si spreme il pianto dai cuori di dieci anni"(7.) Senza dubbio l'obiettivo � stato raggiunto, e al di l� di ogni pi� rosea previsione, tanto che il 1913 si conferma un anno ricco di primati: lasciano l'Italia 870.000 emigranti analfabeti, ma oltre seicentomila lettori hanno acquistato fino allora una copia del li�bro Cuore. Ma che cos'� questo volume, dalla struttura semplice, ma elaborata, di per s� accattivante, e quindi assai efficace ri�spetto al fine di pedagogismo estremo cui � ordinata? Questo volume, a cui � arriso un successo cos� pieno (che non � solo ita�liano: la prima edizione francese � del '92; al 1962 se ne erano vendute quattrocentomila copie)���� (8 )e che ha ottenuto una cos� stupefacente diffusione, durata tanto a lungo (sei edizioni italia�ne in pochi mesi un milione di copie vendute al 1921, oltre tre milioni al 1960) (9)? Che ha mostrato tanta vitalit� da passare re�centissimamente in altri media, nella forma di sceneggiato tele�visivo o di cartone animato? Cuore ‑ come � noto ‑ � il diario, te�nuto dal protagonista Enrico, dell'anno scolastico 1882 di una classe elementare (la terza, oggi sarebbe la quarta) di una sezio�ne (oggi diciamo scuola) maschile di Torino. In questa "cornice" si inseriscono gli episodi e le ricorrenze, cronologicamente disposti, che punteggiano la vita dei ragazzi, osservati e descritti da Enrico; i nove racconti mensili che il maestro di volta in volta fa copiare "in bella calligrafia" e che esemplificano, quasi sempre usque ad effusionem sanguinis, un atto supremo di virt� compiu�to da un fanciullo di una diversa regione italiana; gli insegna‑. menti ‑ meglio sarebbe dire: gli ammonimenti ‑ che il padre, la madre e persino la sorella di Enrico spargono qua e l� a maggio�re edificazione dello scrivente. Alla ferrea struttura compositiva corrisponde pienamente la sicurezza del principio pedagogico: educare attraverso le emozioni. Un principio tanto pi� efficace secondo De Amicis, viene da pensare, quanto pi� applicato a il�lustrare episodi e circostanze non liete o addirittura francamen�te drammatiche: la morte di una maestra, quella della madre di Garrone (il compagno buono e generoso, difensore dei deboli, figlio di un ferroviere), quella di Ferruccio (uno dei protagonisti dei racconti mensili) che, a torto rimproverato, fa getto della propria vita nel tentativo di salvare la vecchia nonna inferma, proteggendola col proprio corpo dal colpo di coltello inferto da uno dei due malviventi, introdottisi nella casa isolata a scopo di rapina. E gli esempi, grandi e piccoli, potrebbero continuare pressoch� all'infinito, tanto che, di fronte agli occhi del lettore odierno, prima stupito e poi quasi frastornato, passa l'immagine di un'Italia di cento anni fa, dolorante, povera, macilenta e de�forme, stracciona e affamata, piena di soffitte e abitazioni malsa�ne, popolate da un'umanit� precaria nel lavoro, nella salute, ne�gli affetti ‑ specchio inconsapevole, ma certamente veridico di un paese ormai alle soglie della sua prima rivoluzione industria�le. Eppure tale pletorica effusione sentimentale, una vera e pro�pria dissipazione di buoni sentimenti (e di correlativi, abbondan�ti sensi di colpa), � strettamente tenuta insieme, sotto la penna di De Amicis, da tre strutture coesive fondamentali, in un giuo�co costante di slittamenti, di rimandi (ma, a ben vedere, di vere e proprie equivalenze): la famiglia, la scuola, l'esercito. Si tratta di tre istituzioni regolate, in fondo, dalle medesime norme (l'obbe�dienza, innanzi a tutte), nelle quali vige il principio gerarchico pi� stretto, temperato dall'amore ‑ sempre austero ‑ dei supe�riori verso gli inferiori e dalla riconoscenza ‑ da suscitare magari attivamente ‑ degli inferiori verso i superiori. Genitori e figli di�vengono cos�, volta a volta, maestri e scolari, ufficiali e soldati e, naturalmente, padroni e operai o, meglio ancora, in maniera pi� indistinta, signori e poveri. Non per caso. Famiglia, scuola e esercito, metafore gli uni degli altri, costituiscono, presi insieme, metafora della societ� tutt'intera: ma della societ�, questo � ov�vio, bene ordinata e nella quale la differenza non si faccia oppo�sizione, secondo l'esempio di un concreto e perfetto utopismo pedagogico. Ma sul significato di questo utopismo torneremo in conclusione. Per ora continuiamo la nostra analisi generale. Se il principio pedagogico di Cuore � l'effusione sentimentale; se la struttura coesiva di tante iperboli emotive � costituita dalla so�ciet� "bene ordinata" (vaso contenitore, per dir cos�, di differen�ze classistiche e morali sempre alla fine pacificate), il valore eti�co riassuntivo, e quindi il "messaggio" ossessivamente trasmesso, � quello della santit� del lavoro, da compiersi sempre e comun�que come quel dovere che � premio a se stesso. Non che anche molte altre virt�, e tutte laiche, non trovino abbondante esem�plificazione nel racconto di quest'anno scolastico. Al contrario, gli stessi compagni di Enrico vengono proposti, a lui stesso e a noi che leggiamo per suo tramite, come exempla viventi di mora�lit�, incarnazioni di virt�, appunto, o, se del caso, ma pi� rara�mente, di vizi. E avremo, perci�, l'ardimento di Robetti, la bont� di Garrone, l'operosit� di Coretti, la liberalit� di Derossi, la vo�lont� di Stardi, la costanza eroica di Precossi, la generosit� dello stesso Enrico (e per converso, sopra tutti, la malvagit� di Franti o la superbia di Nobis e l'invidia di Votini) e cos� via. Ma, intan�to, noteremo un'attenzione pi� assidua verso le virt� "attive", prime fra tutte la volont�, l'operosit�, l'industriosit�; e, in secon�do luogo, non potremo non scorgere nel lavoro compiuto, nel compito assegnato e ben fatto il valore fondamentale, in quanto eticamente costitutivo per l'individuo: elemento imprescindibile della sua umanit�. Ci soccorre qualche esempio illuminante, che dobbiamo limitare per ragioni di spazio. Leggiamo l'incipit del primo (non crediamo per caso) intervento ammonitore del pa�dre di Enrico nel diario del figlio:

 

 

Si, caro Enrico, lo studio ti � duro, come ti dice tua madre; non ti vedo ancora andare alla scuola con quell'animo risoluto e con quel viso ridente, ch'io vorrei. Tu hai ancora il restio. Ma senti: pensa un po' che misera, spregevole cosa sarebbe la tua giornata se tu non andassi a scuola! A mani giunte, a capo a una settimana, domanderesti di ritornarci, roso dalla noia e dalla vergogna, stomacato dei tuoi trastulli e della tua esistenza (10).

 

O pensiamo all'episodio del gesto eroico di Robetti, il primo giorno di scuola (ancora, crediamo, non per caso) che rimarr� storpio tutta la vita per salvare dalle ruote di un carro un compagno pi� piccolo, sfuggito alla stretta della madre. Il clou, ci sembra, � nel risveglio del salvatore:

 

Il Direttore si arrest� un momento, pallido, e sollev� un poco il ragazzo con tutte e due le braccia per mostrarlo alla gente. E allora maestri, maestre, parenti, ragazzi, mormorarono tutti insieme: ‑Bravo, Robetti! ‑ Bravo, povero bambino! ‑ e gli mandavano dei baci; le maestre e i ragazzi che gli erano intorno, gli baciaron le mani e le braccia. Egli aperse gli occhi, e disse: ‑ La mia cartella! ‑ La madre del piccino salvato gliela mostr� piangendo e gli disse: ‑ Te la porto io, caro angiolo, te la porto io. ‑ E intanto sorreggeva la madre del ferito, che si copriva il viso con le mani. Uscirono, adagiarono il ragazzo nella carrozza, la carrozza parti. E allora rientrammo tutti nella scuola, in silenzio (11).

 

Robetti, ferito, al suo risveglio non ha che un pensiero subitaneo: mettere in salvo la sua cartella! Il suo strumento di lavoro: la concrezione materiale del suo compito‑dovere quotidiano, che va ben oltre l'episodio eroico. "Te la porto io!", risponde piangendo la madre del salvato, che intanto cerca di confortare, sorreggendola, la madre del salvatore. E la cartella � elevata a simbolo sacro e luminoso: legame di suprema eticit�, per tramite della madre del salvato, fra la quotidianit� del dovere silenzioso e l'eccezionalit� del sacrificio eroico di s�. La riprova l'abbiamo e contrario, nella descrizione dell'unico carattere veramente negativo di tutto il Cuore: in Franti, la quintessenza della malvagit� irriducibile, lombrosianamente descritto come colui che "ci ha qualcosa che mette ribrezzo su quella fronte bassa, in quegli oc�chi torbidi, che tien quasi nascosti sotto la visiera del suo beretti�no di tela cerata". Costui, che "si porta a scuola degli spilloni per punzecchiare i vicini", non solo strappa i bottoni della propria giubba, e li strappa agli altri, ma, orrore!, "ha cartella, quaderni, libri, tutto sgualcito, stracciato, sporco, la riga dentellata, la pen�na mangiata, le unghie rose, i vestiti pieni di frittelle e di strappi che si fa nelle risse" (12). E potremo ancora continuare, ricordan�do la vicenda del giovane Precossi che redime il padre fannullo�ne con l'esempio del suo lavoro scolastico e lo riconduce, lonta�no dall'osteria, alla fucina di fabbro ferraio dove ritrover�, insie�me al rispetto di s� e degli altri, una nuova vita di operosit� labo�riosa.

Non pu� stupire perci� se, accanto all'esaltazione del lavoro in quanto valore etico fondamentale, sia continuamente modula�to in Cuore il tema della scuola, il luogo sacro dove si svolge la fatica quotidiana dei fanciulli, veri e propri soldati dell'esercito del sapere, per quel giuoco di equivalenze di cui abbiamo gi� detto:

 

Coraggio dunque, piccolo soldato dell'immenso esercito ‑ scriver� il padre di Enrico ancora nel suo primo intervento nel diario del figlio ‑I tuoi libri sono le tue armi, la tua classe � la tua squadra, il campo di battaglia � la terra intera, e la vittoria � la civilt� umana. Non essere un soldato codardo, Enrico mio (13).

 

La scuola � il luogo sacro dove si celebra il rito del sapere, e come tutti i luoghi sacri esige il rispetto di norme di comporta�mento codificate e fuori dell'ordinario per le funzioni che vi sisvolgono. Un esempio tra i pi� tipici, e che ci introduce diretta�mente al tema che pi� ci interessa, � quella de Il ragazzo calabre�se. L�ingresso in classe di questo giovane allievo ha il sapore di una iniziazione, della consumazione di una cerimonia religiosa, dell'ammissione a un tempio. Ascoltiamo le parole del maestro rivolte alla classe:

 

Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato a Reggio Calabria, a pi� di cinquecento miglia di qua. Vogliate bene al vostro fratello venuto di lontano. [...] Vogliategli bene, in ma�niera che non s'accorga di essere lontano dalla citt� in cui � nato; fate�gli vedere che un ragazzo italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei fratelli. [...] Poi chiam� forte: ‑ Ernesto Derossi! ‑quello che ha sempre il primo premio. Derossi s'alz�. ‑ Vieni qua, ‑disse il maestro. [...] Come primo della scuola, ‑ gli disse il maestro, ‑d� l'abbraccio del benvenuto, in nome di tutta la classe, al nuovo com�pagno; l'abbraccio dei figli del Piemonte al figliolo della Calabria. ‑Derossi abbracci� il calabrese, dicendo con la sua voce chiara: ‑ Ben�venuto! ‑ e questo baci� lui sulle due guancie, con impeto. lbtti batte�rono le mani. ‑ Silenzio! ‑ grid� il maestro, ‑ non si battono le mani in iscuola! � Ma si vedeva che era contento (14).

 

La scuola, luogo sacro, � luogo venerando anche per un altro motivo. Tempio del sapere e ‑ gi� lo sappiamo ‑ luogo di appren�dimento per i soldati della scienza, metafora dell'esercito, essa, in virt� dell'usuale procedimento di slittamenti e di equivalenze, finisce per essere la rappresentazione concreta della stessa unit� etnica della Patria e dell'eguaglianza sociale di un popolo affra�tellato dal sapere: specchio della nazione e della societ�. Del re�sto era stato lo stesso De Amicis a rivelare al suo editore esplici�tamente il suo intento di scrivere un'opera tale da "rendere sim�patica una provincia all'altra" (15). Cos�, diremmo noi, nelle aule scolastiche si celebra il rito di una doppia alienazione: quella delle differenze regionali, da riunificare e da ricomprendere, e quella delle diseguaglianze sociali, da superare in nome della natura comune a tutti gli esseri umani. Il maestro continuer� cos: la presentazione del ragazzo calabrese:

 

Perch� questo fatto potesse accadere, che un ragazzo calabrese fosse come in casa sua a Torino, e che un ragazzo di Torino fosse come a ca�sa propria a Reggio di Calabria, il nostro paese lott� per cinquant'an�ni e trentamila Italiani morirono. Voi dovete rispettarvi e amarvi tutti fra voi; ma chi di voi offendesse questo compagno perch� non � nato nella nostra provincia, si renderebbe indegno di alzare mai pi� gli oc�chi da terra quando passa una bandiera tricolore (16).

 

E al momento della consegna dei premi scolastici l'apoteosi nazionale � celebrata visivamente dai dodici scolari che in rap�presentanza di altrettante regioni d'Italia hanno il compito di consegnare gli attestati di merito ai vincitori. La raccomandazio�ne del Direttore suona come un imperativo categorico:

 

Accoglieteli con un grande applauso. Sono ragazzi; ma rappresentano il paese come se fossero uomini: una piccola bandiera tricolore � sim�bolo dell'Italia altrettanto che una grande bandiera, non � vero? Ap�plauditeli calorosamente, dunque. Fate vedere che anche i vostri pic�coli cuori s'accendono, che anche le vostre anime di dieci anni s'esaltano dinanzi alla santa immagine della patria(17).

 

Naturalmente il successo � assicurato:

 

Tutt'a un tratto arrivarono di corsa fin sul proscenio e rimasero schie�rati l�, tutti e dodici, sorridenti. Tutto il teatro, tremila persone, salta�ron su, d'un colpo, prorompendo in un applauso che parve uno scop�pio di tuono. I ragazzi restarono un momento come sconcertati. ‑ Ec�co l'Italia! ‑ disse una voce dal palco (18).

 

Rappresentazione vivente della patria, la scuola rimuove e annulla le differenze di classe, diviene luogo di compresenza so�ciale paritaria. � quanto scopre con soddisfazione il padre di Coretti, un carbonaio, che ha condotto in gita il figlio con alcuni suoi compagni:

 

‑ Peccato, eh! ‑ dice ‑ Ora siete tutti insieme, da bravi camerati; e tra qualche anno, chi sa, Enrico e Derossi saranno avvocati o professori, o che so io, e voi altri quattro in bottega o a un mestiere, o chi sa dia�volo dove. E allora buona notte, camerati. ‑ Che! ‑ rispose Derossi ‑per me, Garrone sar� sempre Garrone, Precossi sar� sempre Precossi, e gli altri lo stesso, diventassi imperatore delle Russie; dove saranno loro, andr� io. ‑ Benedetto! ‑ esclam� Coretti padre, alzando la fia�schetta; ‑ cos� si parla, sagrestia! Toccate qua! Viva i bravi compagni, e viva anche la scuola, che vi fa una sola famiglia, quelli che hanno, e quelli che non ne hanno! ‑ Noi toccammo tutti la sua fiaschetta, con le barchette e i bicchieri, e bevemmo l'ultima volta. E lui: ‑ Viva il qua�drato del 49! ‑ grid� levandosi in piedi e cacciando girl l'ultimo sorso; ‑ e se avrete da far dei quadrati anche voi, badate di tener duro come noi altri, ragazzi!‑ (19).

 

Il quadrato del 49� reggimento, a cui aveva appartenuto Co�retti padre, che si strinse attorno al principe Umberto nella bat�taglia di Custoza durante la campagna del 1866: il richiamo pa�triottico � immediato, una societ� affratellata per una patria uni�ta. I due termini, patria e societ�, nella scuola si congiungono, si sovrappongono senza residui, senza possibilit� di corto circuito. Sar� sempre l'entusiasta Coretti a porgere al figlio la mano an�cora calda della stretta del "suo" principe Umberto, divenuto nel frattempo Re, perch� ne sia quasi benedetto, partecipe del toc�co taumaturgico e salvifico del sovrano. Leggiamo:

 

La carrozza arriv� davanti a noi, a un passo dal pilastro. ‑ Evviva! ‑gridarono molte voci.

‑ Evviva! ‑ grid� Coretti, dopo gli altri.

Il re lo guard� in viso e arrest� un momento lo sguardo sulle tre me�daglie.

Allora Coretti perd� la testa e url�: ‑ Quarto battaglione del quaran�tanove!

Il re, che s'era gi� voltato da un'altra parte, si rivolt� verso di noi, e fissando Coretti negli occhi, stese la mano fuori della carrozza.

Coretti fece un salto avanti e glie la strinse. La carrozza pass�, la folla irruppe e ci divise,

perdemmo di vista Coretti padre. Ma fu un mo�mento. Subito lo ritrovammo, ansante, con gli occhi umidi, che chiamava per nome il figliolo, tenendo la mano in alto. Il figliolo si slan�ci� verso di lui, ed egli grid�: ‑ Qua, piccino, che ho ancora calda la mano! ‑ e gli pass� la mano intorno al viso, dicendo: ‑ Questa � una carezza del re.

E rimase l� come trasognato, con gli occhi fissi sulla carrozza lontana, sorridendo, con la20pipa tra le mani, in mezzo a un gruppo di curiosi che lo guardavano(20).

 

Nell'episodio, uno dei pi� famosi e conosciuti di tutto Cuore, si congiungono i due moduli essenziali attraverso i quali viene trasmesso il messaggio patriottico e costruita mitograficamente l'immagine della patria e della sua unit�: da un lato, il riferimen�to all'atto eroico, fino al supremo sacrificio di s� (nella chiusa Coretti padre affermer� di essere disposto a dare il sangue per il suo Re, come lo difese nel '66 a costo della vita); dall'altra la presentazione della figura mitica, eccezionale, fuori dell'ordina�rio, dotata di capacit� quasi sovraumane (il principe Umberto � presentato nel folto della mischia

 

a cavallo, che guardava intorno, tranquillo, con l'aria di domandare: ‑C'� nessuno graffiato dei miei ragazzi?) (21).

 

I due moduli sono costantemente riproposti in tutti i luoghi di argomento risorgimentale. Nei racconti mensili de La piccola ve�detta lombarda e Il tamburino sardo risuona il tema dell'omaggio all'eroismo sereno e silenzioso dei due giovani protagonisti: il primo ucciso da una fucilata austriaca mentre appostato su un albero segnala ai soldati piemontesi le mosse del nemico; il se�condo amputato della gamba, ferita nel tentativo di raggiungere a ogni costo le linee italiane per chiedere rinforzi:

 

Quando i primi uffiziali del battaglione videro il piccolo cadavere di�steso ai piedi del frassino e coperto della bandiera tricolore, lo saluta�rono con la sciabola; e uno di essi si chin� sopra la sponda del riga�gnolo, ch'era tutta fiorita, strapp� due fiori e glieli gett�. Allora tutti i bersaglieri, via via che passavano, strapparono dei fiori e li gettarono al morto. In pochi minuti il ragazzo fu coperto di fiori, e uffiziali e soldati gli mandavan tutti un saluto passando: ‑ Bravo, piccolo lombardo! ‑ Addio, ragazzo! ‑ A te, biondino! ‑ Evviva! ‑ Gloria! ‑ Addio! ‑ Un ufficiale gli gett� la sua medaglia al valore, un altro and� a ba�ciargli la fronte. E i fiori continuavano a piovergli sui piedi nudi, sul petto insanguinato, sul capo biondo. Ed egli se ne dormiva l� nell'er�ba, ravvolto nella sua bandiera, col viso bianco e quasi sorridente, po�vero ragazzo, come se sentisse quei saluti, e fosse contento d'aver dato la vita per la sua Lombardia.

Il capitano die' un passo indietro, inorridito.

Il ragazzo non aveva pi� una gamba: la gamba sinistra gli era stata am�putata al di sopra del ginocchio: il troncone era fasciato di panni in�sanguinati.

In quel momento pass� un medico militare, piccolo e grasso, in mani�che di camicia ‑ Ah! signor capitano, ‑ disse rapidamente, accennan�dogli il tamburino, ‑ ecco un caso disgraziato; una gamba che si sareb�be salvata con niente s'egli non l'avesse forzata in quella pazza manie�ra; un'infiammazione maledetta; gri�do! Ero superbo che fosse un ragazzo italiano, mentre l'operavo, in parola d'onore. Quello � di buona bisogn� tagliar l� per l�: Oh ma... un bravo ragazzo, gliel'assicuro io; non ha dato una lacrima, non un razza, perdio! ‑

E se n'and� di corsa.

II capitano corrug� le grandi sopracciglia bianche, e guard� fisso il tamburino, ristendendogli addosso la coperta; poi, lentamente, quasi non avvedendosene, e fissandolo sempre, alz� la mano al capo e si le�v� il chepp�.

‑ Signor capitano! ‑ esclam� il ragazzo meravigliato, ‑ Cosa fa, signor capitano? Per me!

E allora quel rozzo soldato che non aveva mai detto una parola mite ad un suo inferiore, rispose con una voce indicibilmente affettuosa e dolce: ‑ Io non sono che un capitano; tu sei un eroe.

Poi si gett� con le braccia aperte sul tamburino, e lo baci� tre volte sul cuore (22).

 

Nelle ricorrenze che riguardano i cosiddetti grandi uomini ri�suona invece il motivo della personalit� eccezionale, dell'indivi�duo "fuori della norma", del "padre" della patria, ma di difficile accessibilit�, che potr� essere compreso ‑ si insiste particolar�mente ‑ solo quando si sar� entrati pienamente nell'et� adulta. Questi brani, infatti, rappresentano, a ben vedere, l'unico riferimento esterno alla quotidianit� scolastica, familiare, urbana che costituisce il tessuto connettivo del racconto. � una qualit� che conferisce loro un risalto particolare: oltre la realt� di ogni gior�no, sperimentatile da un bambino, esiste soltanto un mondo di eroi, ai quali viene attribuito il supremo merito di aver unificato la patria italiana. Si tratta della creazione di una narrazione sto�rica, di una epopea che si propone come mito unificante su cui fondare una tradizione comune a tutti i sudditi della nazione nuova. Che il libro Cuore costituisca un momento fondamentale nella divulgazione di questa epopea, la quale ‑ come vedremo ‑si veniva formulando proprio in quegli anni, � stato riconosciuto da alcuni importanti commentatori. A. Monti attribuiva al De Amicis il merito di aver ripassato per gli ignari "la lezione del Ri�sorgimento" e di aver mantenuto "fresco fra i ceti pi� modesti il ricordo di quella recente epopea2 facendo della scuola "il luogo e strumento del culto dei padri�(23) . Poco dopo, Spadolini defini�va Cuore "il codice della morale laica" e perci�, in quanto tale, erede diretto dell'anticlericalismo risorgimentale, attribuendogli il merito di aver raggiunto l'equilibrio "fra borghesia e popolo, tra giovani del salotto buono e della soffitta", di aver propiziato "l'incontro postumo fra Vittorio Emanuele II e Mazzini, fra la monarchia e la rivoluzione" (24). Vediamoli dunque in dettaglio questi "medaglioni" che De Amicis dedica ai quattro eroi del Ri�sorgimento : il Re, Vittorio Emanuele; il ministro, conte di Ca�vour; il repubblicano, rivoluzionario Mazzini; il generale Gari�baldi.

Essi, senza eccezioni, vengono presentati come figure com�patte, prive di dubbi e cedimenti, non conflittuali tra loro: unifi�cate dall'amore per la patria da edificare e, soprattutto, dall'at�mosfera funebre nella quale � pienamente calata la loro comme�morazione. Se, per quanto riguarda il Re e Garibaldi, una con�centrazione cos� ravvicinata sul momento della morte e delle esequie sembra avere una immediata giustificazione dalla vici�nanza cronologica dei due decessi (per Garibaldi addirittura il trapasso arriva in corso d'a