La città, la democrazia, l'amore:
le passioni romane di Margaret Fuller

di Francesco Guida

La Fuller che giungeva in Italia nel 1847 portava naturalmente con sé il ricco patrimonio di una personalità formatasi in anni di studi e interventi culturali, ma era anche una esperta giornalista. Era stata la redattrice della rivista culturale "The Dial", ma già da tempo collaborava al "New-York Daily Tribune" per conto del quale avrebbe svolto il lavoro di corrispondente dall'Europa. È stato osservato, anche se non di frequente, che le ragioni inerenti al compito assuntosi con Greeley1, proprietario del giornale newyorchese, ebbero il loro peso anche per un animo ricco di pulsioni sentimentali come quello dell'intellettuale statunitense. Insomma ella sentì il dovere di soddisfare le attese del suo datore di lavoro, ma sentì anche la necessità di guadagnare per continuare la fondamentale esperienza che stava vivendo in Europa e soprattutto in Italia. Queste esigenze le apparvero più evidenti in seguito al matrimonio, vero o presunto, con Giovanni Angelo Ossoli. Nella descrizione che di lui fa alla propria madre lo delinea sostanzialmente come un uomo privo di mezzi finanziari e, al termine dell'avventura repubblicana, anche in pericolo e impossibilitato a trovare un impiego remunerabile. Di più, le sue idee politiche e la relazione con la Fuller lo avevano posto in pessimi rapporti con la famiglia, cioè con i fratelli, tutti di fede papalina: due servivano nella Guardia nobile, uno presso l'amministrazione di palazzo. Quindi a nulla gli serviva la nascita nobile2.

Se dunque la Fuller non era una giornalista alle prime armi, aveva una propria filosofia del mestiere. «Newspaper writing is next door to conversation and should be conducted on the same principles» scrisse, ma poi da giornalista usò un linguaggio per nulla sciatto, anzi proprio durante l'esperienza europea e italiana la cura stilistica andò crescendo, con l'allontanamento da un certo costume degli scrittori trascendentalisti volti a non investire troppe energie nella forma letteraria3. Credo che la sua visione del giornalismo si possa sintetizzare nella funzione pedagogica che a esso attribuiva: le sue corrispondenze sono infatti piene di messaggi ai suoi concittadini che avrebbero potuto entrare anche in un saggio a se stante del tutto estraneo alle vicende europee e italiane. Gli studiosi sembrano convinti, tuttavia, che quelle riflessioni appartengano al bagaglio ideologico della Fuller, ma trovino modo di essere espresse sotto la sollecitazione di quanto avveniva nei paesi europei e particolarmente in Italia in quegli anni. È notissima l'espressione presente in un articolo: «Gli americani in Europa, se dotati di intelletto e pensiero, possono solo diventare ancora più americani»4. Va precisato che in questa frase diventare più americani significava accostarsi o riaccostarsi al tipo ideale del cittadino partecipe dello spirito del 1776. Gli statunitensi in viaggio in Europa, secondo la nostra corrispondente, potevano essere infatti di tre tipi: l'uomo servile e privo di pensiero, un vero stupido turista, diremmo oggi; il presuntuoso, che non coglie i valori presenti nella cultura e nell'arte europea ed esalta invece quanto prodotto dalla potenza americana; l'individuo dotato di senso critico e pronto a mettere a frutto quanto di meglio trova in Europa. A parte si collocano gli artisti che possono rientrare nelle diverse tipologie. La prima tipologia ovviamente viene disprezzata dalla Fuller, la seconda lascia spazio a qualche speranza per la generosità presente in quanti in essa rientrano, benché i loro gesti e atteggiamenti siano grossolani e sbagliati; alla terza categoria vanno tutte le simpatie della giornalista. Tutto sommato la classificazione da lei proposta sembra essere valida anche per altri popoli, oltre l'americano, e per altre epoche, come la nostra. Quanti turisti del primo e del secondo tipo ognuno di noi conosce?

La Fuller era invece una turista dell'anima e dell'ideale, pervasa da «a profound and sympathetic engagement»5. Trascinato dall'impressione che la sua personalità lascia in chi le si accosti, non vorrei cadere anch'io in un iperidealismo. Aggiungo quindi che la sua condizione sociale e culturale la portò a fare esperienze che non erano possibili per tutti. In Inghilterra e in Francia poté incontrare personalità di grande spessore e che lasciarono in lei una notevole traccia: Carlyle, Wordsworth, Mazzini, George Sand, Mickiewicz. I suggerimenti, le idee di questi grandi personaggi le servirono anche nell'accostarsi6 al popolo umile di Roma che intelligentemente non disdegnò di conoscere anche nella sua essenza più profonda e nei suoi problemi spiccioli. Tornano qui in mente le raccomandazioni che rivolge a Ossoli perché si occupi anche delle faccende di persone qualsiasi dell'Aquila o di Rieti, quali Giuditta e Maria Bonanni7. Ma ci si ricorda anche dell'attenzione prestata alla storia di Germano, l'orfano in balia dei gesuiti che tirano sul prezzo delle messe funebri, il quale è riuscito a educare un amico tanto da trovargli un impiego presso lo studio dello scultore Benzoni. Questa disponibilità a fare un passo in avanti nel suo generico progressismo o umanitarismo è realmente caratterizzante. Nel 1847 il suo padre spirituale, Emerson8, dal quale aveva cominciato da qualche anno a staccarsi, si recò anch'egli in Inghilterra, ma le sue reazioni di fronte alla realtà britannica furono ben diverse da quelle della Fuller. Infatti apprezzò molto la Gran Bretagna e i costumi mentali dei suoi abitanti e soprattutto della sua classe dirigente: esattamente l'inverso di quanto avvenuto per la Fuller. Nel caso di quest'ultima ci si trova di fronte a una vera, progressiva conversione ideologica9.

Chiunque ha studiato le sue corrispondenze italiane ha tenuto a sottolineare in esse la riscoperta dell'America. Come dicevo prima, era naturalmente l'America della democrazia, non quella che sembra dimenticare i principi su cui era stata fondata, per avviare una politica di espansionismo (guerra contro il Messico), mentre rifiuta di risolvere alcuni problemi fondamentali della società, in primo luogo quello della schiavitù, ma anche quelli del disagio sociale o della condizione femminile10. Roma, come nell'ottobre 1847 scrive in una poesia spedita a William James Linton, deve risorgere anche per merito di novelle vestali. Ecco la premessa alla grande ammirazione per Colomba Antonietti di Foligno, caduta a ventun'anni sugli spalti il 13 giugno 1849, accanto al marito ufficiale, o per la popolana che afferra e spegne una delle prime bombe scagliate su Roma dai francesi. E anche altrove la Fuller ci tiene a sottolineare la presenza femminile nella vicenda rivoluzionaria. In linea con questo aspetto ideologico della riscoperta dell'America, rimpiange di non essersi impegnata quanto avrebbe dovuto in patria contro le violenze che gli uomini esercitano su mogli e madri11. A Roma ella ha potuto fare considerazioni da femminista in chiesa dove «non c'era nessun posto comodo per le donne» anche se «c'è parità tra il numero delle sante e delle martiri venerate e quello dei santi e dei martiri»12. Nello stesso atteggiamento psicologico e ideologico rientra il fatto sintomatico che l'inviata del "New-York Daily Tribune" dichiari apertamente in una corrispondenza di comprendere solo ora fino in fondo le ragioni degli abolizionisti, pur senza dimenticarne gli eccessi per i quali non ha voluto mai schierarsi nelle loro file.

Forte è il nesso con le vicende italiane: Fuller invita i suoi compatrioti, almeno gli spiriti progressisti, a esprimere fattivamente simpatia per la Repubblica romana13. Vorrebbe che un cannone offerto da statunitensi portasse il nome di Washington o di Caboto, desidera che il governo americano prenda decisamente posizione a favore del movimento riformistico, prima, della Repubblica ispirata da Mazzini, poi, spingendosi a delineare la figura del diplomatico ideale che dovrebbe essere nominato. Deve essere uno statunitense e non uno straniero, conoscere almeno il francese, se non l'italiano ­ lei, è noto, parlava bene e scriveva con molte imprecisioni la nostra lingua che aveva studiato in tenera età grazie alla volontà illuminata del padre ­ doveva brillare per probità, rendersi conto dei problemi dell'Italia e non incorrere in grossolani equivoci o errori. Nel dicembre 1848 si spinge a dire: «Un altro secolo e potrei chiedere di essere nominata ambasciatrice io stessa [] ma il giorno della donna non è ancora arrivato». Si sa che la sua aspirazione a vedere opportunamente rappresentati gli Stati Uniti d'America a Roma fu soddisfatta poi di fatto dalla nomina (al termine di un dibattito parlamentare in usa) prima di Jacob Martin che, vittima della malaria, dopo poche settimane, divenne una presenza effimera quale incaricato d'affari, e poi di Lewis Cass jr., uomo che, al di là delle proprie istruzioni e della sua iniziale impostazione ideologica, dimostrò spirito di collaborazione e propensione a sostenere i repubblicani: post res perditas procurò passaporti a Mazzini, Avezzana e Ossoli14. La stessa Fuller scrisse di questo suo mutato comportamento15. Nell'intervallo intercorso tra le due missioni diplomatiche il console (democratico) Nicholas Brown e quello ad Ancona James E. Freeman furono quasi i soli rappresentanti esteri a presenziare all'apertura dei lavori della Costituente romana in Campidoglio il 5 febbraio 1849 e il primo, per le sue troppo esplicite simpatie per la Repubblica romana e in seguito a un incidente occorso con gli occupanti francesi, finì per essere richiamato in patria. Certo, da dove poteva venire un conforto all'ardimentoso esperimento repubblicano se non dalla più grande Repubblica al mondo, proprio mentre un'altra Repubblica, quella francese, operava scelte ben diverse e calamitose e un'altra potenza liberale, l'Inghilterra, si asteneva dal fornire qualsiasi sostegno a chi aveva posto fine alla teocrazia per timore che si innescasse una rivoluzione di tipo sociale, come l'inviata del "New-York Daily Tribune" aveva già compreso? Giuseppe Monsagrati ha chiarito in un recente saggio16 che il mancato riconoscimento della Repubblica romana da parte statunitense fu per essa un fatto negativo, ma fu anche una delle ultime occasioni per la democrazia americana di ripristinare una politica interna ed estera fedele alla propria matrice, prima di orientarsi verso una Realpolitik non diversa da quella di potenze di tutt'altro conio.

La giornalista tanto particolare che fu testimone delle vicende del 1847-49 si calò nell'ambiente romano ­ non sembri un paradosso ­ per un verso fino in fondo, per altro verso ad esso restò abbastanza estranea. Spiego il paradosso: la Fuller sposa (ufficialmente o meno) un romano, conosciuto un po' avventurosamente e casualmente e da lui ha un figlio in età non più giovanissima. Da quel legame non consegue però una rete di ulteriori conoscenze: esse almeno non sono testimoniate da lettere o da altre fonti. Egualmente l'intellettuale statunitense ha modo di conoscere e valutare le forze in campo nella battaglia politica prima e dopo la proclamazione della Repubblica; ha modo di vedere il papa, di osservare all'opera più governi, di leggere giornali di diverso indirizzo, di sondare gli effetti che le varie scelte politiche causavano nel popolo e nell'opinione pubblica. Ancora e soprattutto conosce la cultura più profonda del popolo romano: un capitolo a parte potrebbe essere scritto sulle frequenti visite che ella fa alle chiese romane, tra le quali preferisce Sant'Agnese e San Luigi dei Francesi. In quella massa di notizie e dati che il suo cervello registra, ella opera le sue scelte. Il giudizio che dà dell'indirizzo riformistico e di Pio ix non è di poco momento, l'esplicita ripulsa per figure e testate moderate ha un preciso significato. «Sono perfettamente disgusta[ta] con questa Epoca, è divenuto foglio reazionario»17 scrive al marito il 4 aprile 1849, mentre già in marzo gli dice di non volere la "Speranza" [ricordo che le due testate si fonderanno da lì a poco] ma piuttosto la "Pallade"18. Dimostrando una certa coerenza, circa un anno prima, nel maggio 1848, in una lettera a Costanza Arconati Visconti aveva definito Mamiani e Orioli «self-trumpeted celebrities, self-constituted rulers of the Roman state»19, cui fa eco un giudizio negativo sui due della stessa Arconati20. In una corrispondenza aveva definito il filosofo di Pesaro «persona inadeguata» a guidare un governo «poiché solo pieno di retorica». E ancora prima aveva detto di lui che era «privo di esperienza come leader o uomo di Stato». Nella primavera del 1848 comunque riteneva che nessun altro politico fosse in grado di governare visto il dissidio con il pontefice e la nota allocuzione di questi contro il proseguimento della guerra nazionale. Va aggiunto che non aveva saputo o capito che dietro il Don Pirlone che, come tutti, amava e che considerava il Punch di Roma, c'erano degli amici di Mamiani, come Michelangelo Pinto, non a caso fondatore di "Epoca" insieme con Leopoldo Spini21.

Altrove erano gli uomini con i quali simpatizzava: a Milano i giovani componenti del governo provvisorio le sembravano di vedute più larghe e avanzate rispetto ai moderati toscani, romani e napoletani, capaci di qualche gesto significativo come il lancio degli appelli alla nazione germanica e, rispettivamente, ai popoli soggetti alla signoria di casa d'Austria (due documenti che la Fuller inviava al suo giornale perché il pubblico americano ne venisse a conoscenza). Già in quella fase relativamente precoce della rivoluzione italiana esente da vergogne e colpe le sembrava Mazzini, inascoltata Cassandra di fronte agli entusiasmi dimostrati verso i sovrani da parte dei patrioti italiani. Nonostante durante il 1848 tra lei e il genovese non vi fossero rapporti epistolari, l'impressione che Mazzini aveva fatto sull'americana a Londra non era affatto scemata. Anzi, come osserva tra gli altri Larry J. Reynolds22, la Fuller era sulla strada di un progressiva escalation verso il radicalismo, repubblicano, ma anche con elementi di socialismo. Della incrollabile fede mazziniana della Fuller si dice in altro saggio del presente volume23. Qui basti osservare che l'accostamento proposto tra l'opinione che lei aveva dei repubblicani italiani e il giudizio storico-politico che ne diede molti decenni più tardi Antonio Gramsci è un po' forzato, non fosse altro che per l'epoca diversa e il differente punto di vista da cui i due pareri prendevano le mosse24.

L'Arconati Visconti e, insieme, la Belgioioso furono le donne e, più in generale, le persone con cui ebbe una certa frequentazione. La prima le aprì la strada per molte conoscenze, ma più altrove che non a Roma. E nella fase cruciale, quando viene proclamata e poi strangolata la Repubblica romana, tra le due la corrispondenza si riduce quasi a zero, per riprendere quando l'avventura rivoluzionaria è terminata, nonostante la diversità di posizione ideologica che correva tra di loro. In ogni caso le lettere che si scambiarono e quelle che la Fuller scrisse ad altri testimoniano di un'amicizia convinta e di una grande stima reciproca. Della Belgioioso in una lettera al fratello Richard del febbraio 1848 (quindi ben prima del comune impegno come infermiere per i soldati della Repubblica) scrive: «She is a woman of gallantry which M.e Sand is not, though she also has had several lovers, no doubt». La Fuller avrebbe voluto divenire esattamente ciò che fu la nobildonna milanese che guidò duecento volontari da Napoli a Milano e poi fu l'anima dell'assistenza sanitaria ai feriti della Repubblica romana: l'americana non riuscì a pieno nel suo intento, pure essendo nominata anche lei all'ospedale Fatebenefratelli; sicché restò più una testimone che un'eroina della rivoluzione. Certo, assieme alla sfortunata fine ­ come altri ha osservato ­ «the history she told to America as she witnessed it imposed form and meaning upon a failed revolution and upon her life as well»25, facendone appunto quasi un'eroina.

Nel calarsi nel popolo romano la Fuller non poté evitare un parziale processo di idealizzazione. Avviata l'avventura repubblicana, ne sottolinea l'ignoranza, ma gli attribuisce «però un istinto che gli permette di riconoscere i provvedimenti che gli sono utili», come prova l'alta affluenza alle urne per l'elezione della Costituente (che trova dotata di un "doppio mandato" ­ romano e italiano ­ e più borghese nei suoi componenti rispetto alla precedente Consulta); quell'affluenza le sembra superiore in termini proporzionali a quella registrata di norma negli usa26. Pur ammettendo che senza la fuga di Pio ix i cittadini avrebbero continuato a riconoscere il pontefice, per lei la rivoluzione «come tutte le rivoluzioni autentiche, è stata spontanea» ed è frutto di un vero soprassalto morale del popolo bene esemplato in un discorso ipotetico che la giornalista americana gli fa pronunciare: «Sì, è vero, è detto con cognizione, sì, le cose dovrebbero andare così, gli uomini di chiesa dovrebbero essere migliori e più saggi degli altri uomini. Se lo fossero veramente non avrebbero bisogno di ricorrere alla pompa e al potere temporale per imporre il rispetto. È vero, non dovremmo mentire né cercare di sopraffarci vicendevolmente. Dovremmo preferire che i nostri figli si guadagnassero onestamente il pane anziché ottenerlo con la truffa, l'elemosina o la prostituzione delle loro madri. Sarebbe meglio comportarsi meritevolmente e benevolmente, poiché con ogni probabilità questa condotta sarebbe più gradita a Dio di uno sterile sbaciucchiamento di reliquie. Per molto tempo abbiamo sentito oscuramente che le cose stavano così, ora lo sappiamo con certezza»27. In seguito ai tradimenti dei monarchi la mentalità popolare è profondamente mutata. Non le sfugge allo stesso tempo che i primi a indossare il berretto frigio sono le persone più abiette e volgari28. Più oltre ribadisce la Fuller che «i sentimenti più nobili escono da ogni bocca» anche se concede che i popolani affermino: «La Madonna ci protegge dalle bombe; non vuole che Roma sia distrutta». Quando ormai i soldati francesi sono entro Roma da qualche giorno le sembra che il popolo romano stia perdendo lo smalto che le vicende rivoluzionarie gli avevano impresso. «Gli uomini di Roma ­ scrive il 10 luglio 1849 ­ avevano incominciato ad avere un'energia sconosciuta prima, pieni com'erano di nuove speranze; camminavano spediti, gli occhi scintillanti, felici dei loro doveri e delle loro responsabilità: un anno di vita così avrebbe sconfitto la loro effeminatezza. Ora, sconfortati, senza lavoro, bighellonano per la strada, con la sensazione che ogni strumento di lavoro, ogni segno di speranza è stato loro strappato»29. Quindi non possono applicare a pieno quella resistenza passiva e sprezzante verso l'occupante cui li invitava un anonimo proclama del 4 luglio nel quale persino le meretrici erano chiamate a riscoprire in sé l'amore di patria.

Un rapporto forse più intenso che con gli abitanti, la Fuller lo ebbe con Roma in senso fisico. Non le dispiace infatti descrivere l'ambiente della città e l'impressione che in lei suscita, cerca di riprodurne i colori, ne piange la distruzione durante l'assedio: alberi, giardini, monumenti, case che le bombe o misure di sicurezza preventive condannano alla cancellazione sono altrettante ferite inferte alla sua anima sensibile e innamorata della Città eterna30. Questa è descritta nelle feste piene di speranze del 1847 e del 1848, durante il carnevale (sia quello ancora in regime papalino, sia quello repubblicano), con i suoi contadini che giocano a morra, gli innumerevoli mendicanti, i bimbi di strada, le donne impudiche, i trasteverini dal coltello facile; tutti elementi cui invano dovrebbero fare pendant i nobili con le loro carrozze e i servitori in livrea. Ecco, l'ambiente della nobiltà romana passa un po' sotto silenzio nelle pagine fulleriane, un silenzio molto significativo. Porta in primo piano invece i romani che «si divertono anche quando si trovano nelle situazioni più serie []. Le truppe romane sono partite per andare a combattere tra canti e danze, senza per questo battersi meno coraggiosamente»31. In margine resta il dubbio che la Fuller non avesse piena contezza dello scarso peso del contributo che Roma poteva dare alla guerra nazionale. Nel suo giro di ispezione, quando la città è già occupata, dichiara di capire tardivamente come i capi della difesa di Roma non fossero in grado di comprendere in quali termini tattici e tecnici si organizzassero l'assedio e l'assalto francese alla città.

Dei politici protagonisti del biennio rivoluzionario in Italia dà in genere un giudizio fortemente negativo: Gioberti è un «vero ciarlatano», prolisso e inconcludente, propugnatore di una Lega dei principi assolutamente improponibile e non credibile e naturalmente a lui nel giudizio negativo è associato Mamiani, riguardo al quale si è già vista la scarsa stima che nutriva la Fuller. Per lei, nell'ultima parte della sua attività di presidente del Consiglio, Gioberti32 è stato però vittima forse dell'astuzia di Carlo Alberto, che ella giudica uomo dotato di coraggio fisico, ma privo di coraggio mentale e, in ultim'analisi, autore di un triplice tradimento della causa nazionale: un giudizio piuttosto ingeneroso che l'Arconati cercò di fare mutare nel 1850. A Montanelli sono riservate solo lodi, contrariamente a quanto avviene per Leopoldo ii e, sullo scorcio dell'esperienza rivoluzionaria, per lo stesso popolo fiorentino, sceso a patti con gli austriaci. Sembra tuttavia che la Fuller non colga la differenza di vedute tra Montanelli e Mazzini in fatto di Lega. Non sorprendono le peggiori accuse lanciate contro l'aggressore e affossatore della Repubblica Oudinot, che definisce «spregevole figura» su cui ritorna frequentemente per metterne in luce i difetti, le viltà, gli inganni. Lesseps le sembra quanto meno ingenuo («la sua condotta è stata infantile»)33 nella sua mediazione non autorizzata a pieno dal governo di Parigi, progressivamente inclinante verso la soluzione peggiore per le sorti della rivoluzione romana. Della tragica figura di Pellegrino Rossi, l'American pilgrim ripete in genere quello che ne dice il partito democratico: uomo volto a frenare le riforme e svuotarle di significato piuttosto che portarle alle estreme conseguenze, politico vittima di un atto certo violento, ma pure carico di una sua grandezza, a mo' di giustizia popolare. È un concetto questo che si incontra anche nella corrispondenza con la madre34, mentre colpisce un paragone con Mazzini: ambedue ricevono senza titolo naturale la cittadinanza romana. Il genovese, pur vivendo per lunghi anni all'estero, mai aveva abiurato alla sua italianità, Rossi invece era divenuto pari di Francia, rinunciando alle proprie radici e origini. E la cittadinanza la ricevette appena ventiquattro ore prima di cadere sotto il coltello di Luigi Brunetti, il figlio di Ciceruacchio. Per Muzzarelli, l'ultimo Presidente del consiglio nominato da Pio ix, ma approdato alla successiva fase di transizione verso la Repubblica, si fa cenno a dignità e coraggio, tanto da presentarsi sulla scena politica come laico e non da monsignore quale era. Accanto ai politici un nome di una famiglia potentissima, i Torlonia. Quando muore Carlo Torlonia, noto per donazioni e atti di carità, si parla di crepacuore per le accuse mosse contro il fratello Alessandro, grande proprietario e speculatore. La Fuller, illuministicamente, riferisce la credenza popolare: «Ciò che egli [Alessandro] dona a Roma a Roma viene tolto»35. A Emelyn Story la Fuller confessava che tutto il suo ambiente si restringeva (siamo nel gennaio 1849) a Ossoli e a Pietro Maestri, tra i suoi migliori amici sin dai tempi in cui si trovava a Milano, e ora tra i capi del partito repubblicano. E Maestri, quando poteva concederle un'ora, era di estremo interesse per lei per le informazioni che le forniva36. Risale invece a epoca molto anteriore e ben più calma il tentativo (non saprei dire se andato in porto) di avviare uno scambio di copie tra il "Contemporaneo" ­ come chiesto da Masi ­ e alcuni giornali statunitensi37.

Su Pio ix il giudizio della Fuller muta nel corso dei mesi come avviene per tanta parte dell'opinione pubblica romana e italiana. Vicina alle posizioni democratiche, anche nel momento del trionfo popolare non ne resta incantata, ma ne apprezza la bontà, senza però scorgere in lui una mente eccelsa. Insomma anche tra il 1847 e la prima parte del '48 si palesa nelle righe dell'americana un minimo di prudenza. All'inizio di maggio del 1848 lo accusa di cecità riguardo ai gesuiti che difese come se venissero attaccati in quanto ordine religioso e non invece, come era, per la loro attività politica. Il risultato: «dei mezzi provvedimenti che sono sempre i peggiori possibili. Il Pontefice non voleva cedere completamente e il popolo non voleva cedere affatto. In apparenza l'ordine venne sciolto, ma in effetti gran parte dei gesuiti si trova ancora a Roma sotto mentite spoglie ed è fonte costante di irritazione e discordia»38. Dalla primavera fino allo scorcio del 1848, l'assenza forzosa da Roma per potere dare alla luce in un ambiente più tranquillo il figlioletto Angelo causò l'interruzione39 delle corrispondenze al "New-York Daily Tribune" e quindi non è possibile seguire come maturò il cambiamento di valutazione sul pontefice e sulla politica dei governi Fabbri e Rossi da lui insediati. La Fuller tornò a informare i suoi lettori americani all'inizio di dicembre quando ormai i fatti erano andati troppo avanti e il papa aveva abbandonato ogni programma riformistico insieme con la capitale del suo Stato per rifugiarsi a Gaeta dove ­ come riportava la Fuller ­ il Don Pirlone lo disegnava in gabbia pronto a cantare come il re di Napoli desiderava. A ben vedere i commenti dell'americana in quella fase non furono eccessivamente pesanti, attribuendo più debolezza che malizia al pontefice. In ogni caso era conscia che «la perdita di Pio ix è grave»40 poiché mancavano uomini dotati di un'autorità paragonabile alla sua e forse intendendo che alla sua ombra era più semplice sviluppare un programma di riforme. Nella primavera avanzata del 1849 scrisse invece che con l'allocuzione del 29 aprile, pronunciata da Pio ix contro il liberalismo, era caduta «l'ultima ombra d'illusione» e si era spezzato «l'ultimo fragile filo che lo legava al popolo romano». Il pontefice, a suo dire, aveva fatto intendere come, se mai fosse tornato a Roma, il suo regno sarebbe stato improntato al dispotismo41.

Nella galleria dei personaggi proposti dalle pagine della Fuller un posto a parte occupa poi Mazzini, il vero eroe della narrazione fulleriana, uomo di fede, di principi, saldo come roccia anche nei momenti più difficili e incapace di qualsiasi gesto vile. Gli uomini come lui «sono sempre vincitori, vincitori anche nella sconfitta»42. Minore spazio trova in quelle pagine la figura di Garibaldi, ma anche per lui il giudizio è positivo con sfumature idealizzanti: il suo volto è sempre giovane perché ne riflette la carica spirituale. Di riflesso anche i suoi uomini sono tratteggiati con colori positivi in aperta polemica con le critiche dei benpensanti, compresi quelli statunitensi: sì, gli uomini in tunica rossa sono briganti come lo furono Gesù, Mosé ed Enea. «Per me ­ dice la Fuller ­ uomini che con tanta disinvoltura si buttano alle spalle le comodità della ricchezza e le gioie degli affetti, per amore di quello che giudicano essere l'onore, sotto qualsiasi forma, questi sono gli uomini "rispettabili"»43. Anche se non nega che tra le loro file ci siano pure disperati e avventurieri, come confermano un paio di lettere di marzo e luglio 1849 dove teme qualche soperchieria o violenza proprio da simili elementi usi a farsi le trecce ai capelli44.

È stato osservato che, stranamente, la Fuller non informò i suoi lettori delle riforme di carattere sociale che la Repubblica attuò all'indomani della sua costituzione: abolizione della tassa sul macinato, impiego per gli operai tessili e gli artigiani disoccupati, confisca e distribuzione delle proprietà della Chiesa, l'assegnazione ai poveri degli ambienti che avevano ospitato il Santo Uffizio45.

Riassumendo, si può affermare che la visione che la Fuller aveva del quadro politico europeo e, più approfonditamente, di quello italiano non andava molto al di là di quanto osservava la stampa dell'epoca di parte democratica e comunque su tali argomenti nelle corrispondenze al "New-York Daily Tribune" e nelle lettere personali le osservazioni sono spesso rapide o persino frettolose, con giudizi non troppo argomentati riguardanti i singoli personaggi. Non le sfugge comunque che c'è poco di che fidarsi del voto popolare francese (che sarà decisivo per le sorti di Roma), mentre enfatizza l'avversione della classe dirigente inglese per la rivoluzione, un'avversione che considera superiore a quella nutrita dallo zar. Sintomatico l'isolamento degli Stralts, nuovi proprietari del giornale inglese pubblicato a Roma, "Roman Advertiser", a causa della linea politica progressista e italofila che hanno dato a quella testata: molti lettori non rinnovano l'abbonamento per tale motivo. E per questo ella dà alla vicenda romana una dimensione universale: «Può darsi che questa lotta duri un cinquantennio [] ma l'esito è sicuro. L'intera Europa [] sarà retta nel prossimo secolo da governi repubblicani»46. Suona eccessivo il sospetto ricorrente nelle corrispondenze di complotti e provocazioni; ogni incidente reale o evitato la Fuller lo considera un tentativo delle forze della reazione decise a mettere in cattiva luce quelle del progresso e a indurre il popolo a gesti irruenti; e ciò per lei vale da Napoli a Milano, passando per Roma e Firenze.

Maggiore invece è l'attenzione alle vicende romane e più attenti i giudizi, salvo che in questo caso la partecipazione emotiva, l'affiliazione ideologica fecero premio sul lavoro di reporter e di commentatrice. Una commentatrice che vorrebbe raccogliere fondi tra i privati in usa per sostenere la Repubblica, come era avvenuto in altri anni per la Grecia e per la Polonia. In cambio il coinvolgimento della Fuller negli eventi favorì la produzione di alcune pagine letterariamente non di basso profilo. Reynolds47 scrive che le corrispondenze rappresentano di per sé un'opera compiuta e la migliore della scrittrice statunitense, quasi da indurre a non rimpiangere l'opera sulla Repubblica romana andata perduta nel naufragio in cui ella pure, con il marito e il figlio, perì. Si ricordi al riguardo che nei giorni seguenti il naufragio sulla spiaggia di Fire Island, Henry David Thoreau andò cercando tra altre carte giunte a riva anche il manoscritto della Fuller, ma invano48.

Il giudizio della Fuller in alcuni casi è troppo condizionato dalle sue convinzioni: in Roma occupata dai francesi i soldati inviati da Luigi Bonaparte e i volontari le appaiono «materia confrontata con lo spirito» e i primi non diversi dai militari austriaci. Francamente, l'americana si attendeva un po' troppo da uomini che facevano uno dei mestieri più brutti e pesanti del mondo e che non potevano certo avere alle spalle una raffinata formazione intellettuale, come invece capitava con più di un volontario al seguito di Garibaldi. Non era lontana dal vero l'affermazione che «in due giorni di ordine francese sono stati commessi più atti di violenza che in due mesi durante il triumvirato»49.

Finita l'avventura repubblicana, l'empito ideale e la nuova maturazione ideologica non trovano fine con essa. «Il ricordo di questi giorni sarà di consolazione in mezzo alle scene di viltà e di egoismo, di mancanza di fedeltà che la vita può ancora avere in serbo per il pellegrino», scrive il 21 giugno50; e alcuni giorni più tardi: «Dovunque io vada in futuro, un'ampia parte del mio cuore rimarrà per sempre in Italia» che per questo crede di poter chiamare anche il suo Paese51. D'altronde ben prima, nell'aprile del 1848 aveva scritto: «Se anche le mie speranze dovessero infrangersi, il mio ideale non si modificherà, ma la lotta necessaria per la sua realizzazione è per me d'interesse vitale»52 e appunto per questo motivo si era decisa a restare a Roma, nonostante gli inviti che le giungevano perché ritornasse in patria. A un secolo e mezzo di distanza con tranquillità si può riconoscere la testimonianza (nelle corrispondenze come nell'epistolario) di Margaret Fuller come un documento imprescindibile degli eventi politici e militari del 1848-49, ma soprattutto di una mentalità (la propria e l'altrui, dei singoli e delle masse) in evoluzione, modello di ulteriori riflessioni sulla strada di nuove conquiste del pensiero umano e della civiltà. Non per caso molti sogni della pellegrina americana diversi anni dopo la sua scomparsa si sono trasformati in realtà.

Note

1. «An ardent Fourierist», ma non «radical» avviò le pubblicazioni del suo giornale nel 1841 per favorire l'elevazione culturale delle masse; cfr. B. G. Chevigny, The Woman and the Myth. Margaret Fuller's Life and Writings, revised and expanded edition, Northeastern University Press, Boston 1994, p. 288.

2. Molto si disse prima e dopo la morte della Fuller su quel matrimonio, né l'argomento è stato tralasciato dagli studiosi in anni recenti. Qui ci basta ricordare che quel legame sentimentale, giudicato come una tardiva e sospirata realizzazione di un aspetto della personalità forte e complessa della Fuller, fu decisamente fuori delle norme dell'epoca per l'età di Ossoli, per la sua cultura di molto inferiore a quella della moglie, per le modalità dell'incontro e dei rapporti successivi; cfr. N. Tonkovich, Domesticity with a Difference. The Nonfiction of Catharine Beecher, Sarah J. Hale, Fanny Fenn and Margaret Fuller, University of Mississippi, Jackson 1997, p. 186. A Ossoli è stata riconosciuta la capacità di restituire alla consorte la calma che spesso ella perse in quella breve esperienza matrimoniale; cfr. P. Blanchard, Margaret Fuller from Transcendentalism to Revolution, Addison-Wesley, Reading 1987, p. 316. L'amore compiuto e la maternità furono per l'intellettuale americana, alla soglia dei quaranta anni «acts of self-discovery and release» (Chevigny, The Woman and the Myth, cit., p. 366). Sbrigativamente Jeffrey Steele nell'introduzione a un'antologia di scritti fulleriani da lui curata scrive: «love and revolutionary fervor could reinforce each other» (J. Steele, The Essential Margaret Fuller. Margaret Fuller edited and with an introduction of J. S., Rutgers University Press, New Brunswick 1995, p. xli).

3. L. J. Reynolds, European Revolutions and the American Literary Renaissance, Yale University Press, New Haven-London 1988, p. 78. Senza ricorrere al barthesiano «piacere del testo», si può qui ricordare il titolo significativo di una recente monografia di C. Zwarg, Feminist Conversations. Fuller, Emerson, and the Play of Reading, Cornell University Press, Ithaca 1995.

4. R. Mamoli Zorzi (a cura di), Margaret Fuller. Un'americana a Roma, Lettere 1847-1849, Studio Tesi, Pordenone 1986, p. 23.

5. Steele, The Essential Margaret Fuller, cit., p. xlii, con riferimento specifico all'esperienza italiana. Si ricordi inoltre che la Fuller scrisse nel settembre 1847 «Italy receives me as a long lost child and I feel myself at home here»; cfr. The Letters of Margaret Fuller, 6 vols., R. N. Hudspeth (ed.), Cornell University Press, Ithaca and London 1983-1994, iv, p. 293.

6. Scrive N. Tonkovich, Domesticity with a Difference, cit., p. 23: «Although this facility at friendship is generally attributed to Fuller's talent as a listener, it must also be connected with Fuller's emerging skills at adaptive behavior» e «she was able to adapt herself to any social encounter» anche per il tipo di educazione impartitole.

7. The Letters of Margaret Fuller, cit., v, p. 80.

8. Per Zwarg, Feminist Conversations. Fuller, Emerson, and the Play of Reading, cit., p. 2, nei rapporti con Emerson si coglie il vero significato della Fuller «as a feminist and as a theorist».

9. Chevigny, The Woman and the Myth, cit., p. 369, parla di «necessary transition to the modern radical analysis toward which she was moving when her life ended».

10. «As the friend of the negro assumes that one man cannot, by right, hold another in bondage, so should the friend of woman assume that man cannot, by right, lay even well-meant restrictions on woman»; cfr. M. Fuller, Woman in the Nineteenth Century, cit. in D. M. Robinson, Margaret Fuller and the Transcendental Ethos: Woman in the Nineteenth Century, in "Publications of the Modern Language Association of America", 97, 1982, 1, p. 91.

11. Mamoli Zorzi (a cura di), Margaret Fuller, cit., p. 205. Bell Gale Chevigny (The Woman and the Myth, cit., p. 291) ha scritto che il femminismo della Fuller crebbe con la sua coscienza sociale.

12. Mamoli Zorzi (a cura di), Margaret Fuller, cit., p. 116.

13. Un solo statunitense, Thomas Crawford, entrò nella Guardia civile romana; per gli altri suoi compatrioti gli italiani e i romani «were not like our people»; cfr. M. Fuller, At Home and Abroad, or, Things and Thoughts in America and in Europe, ed. by A. B. Fuller, Boston-London 1856 (reprinted by K. Press), pp. 346-8. Gli statunitensi presenti a Roma quando iniziò il bombardamento della città da parte francese si riunirono in casa Diez sotto la protezione della bandiera.

14. Il 5 ottobre 1849 Cass scrisse alla Fuller che egli aveva fornito solo tre passaporti per uscire da Roma (senza specificare i nomi degli intestatari) e perciò non capiva perché ella temesse un prossimo richiamo del rappresentante statunitense in patria; cfr. Blanchard, Margaret Fuller from Transcendentalism to Revolution, cit., pp. 333-4.

15. The Letters of Margaret Fuller, cit., v, p. 267. Da Firenze il 4.10.1849 la Fuller scrive a Cass che Ossoli benché fornito di passaporto statunitense viene infastidito dalla polizia.

16. Alle prese con la democrazia. Gran Bretagna e U.S.A. di fronte alla Repubblica Romana, in "Rassegna storica del Risorgimento", lxxxvi, 1999, suppl. al fasc. iv, pp. 287-306. Altri ha notato che nella Costituzione della Repubblica romana non vi fu la minima affinità con il modello federale statunitense; cfr. E. Morelli, La Costituzione americana e i democratici italiani dell'Ottocento, in "Rassegna storica del Risorgimento", lxxvi, 1989, iv, p. 428.

17. The Letters of Margaret Fuller, cit., v, p. 222.

18. Ivi, p. 219.

19. Ivi, p. 69.

20. E. Detti, Margaret Fuller Ossoli e i suoi corrispondenti, Le Monnier, Firenze 1942, pp. 299-300.

21. Su Pinto si veda F. Guida, Michelangelo Pinto, un letterato e patriota romano tra Italia e Russia, Archivio Guido Izzi, Roma 1998.

22. Reynolds, European Revolutions, cit., p. 59: «Fuller acquired the socialism that became such a firm and intense part of her thought».

23. J. Rossi, The Image of America in Mazzini's Writings, Wisconsin University Press, Madison 1954, p. 61, afferma che con la morte della Fuller Mazzini perse un'ottima propagandista negli anni in cui l'opinione pubblica degli Stati Uniti diveniva favorevole alla politica di Cavour.

24. Cfr. Zwarg, Feminist Conversations. Fuller, Emerson, and the Play of Reading, cit., p. 196, che, trascinata dalla suggestione che promana dal constatare che Karl Marx iniziò a collaborare al "New-York Daily Tribune" solo due anni dopo la morte della Fuller, scrive: «one could argue that she prepared a space for Marx» (ivi, p. 198). Che la Fuller fosse alla vigilia di sposare il socialismo marxista e che anche il suo libro scomparso nel naufragio in cui perse la vita, fosse dedicato non solo alle vicende italiane, bensì anche ai sommovimenti di carattere sociale avvenuti a Parigi nel 1848, è un'ipotesi suggestiva, ma sostenuta solo da indizi, peraltro non numerosi; cfr. Chevigny, The Woman and the Myth, cit., pp. 382-3, 395, 399 (nota 22).

25. Reynolds, European Revolutions and the American Literary Renaissance, cit., p. 78. George Sand in precedenza aveva costituito per la Fuller fonte di grande attrazione, divenendo «her own androgynous ideal»; cfr. Chevigny, The Woman and the Myth, cit., p. 300.

26. Mamoli Zorzi (a cura di), Margaret Fuller. Un'americana a Roma, cit., pp. 233-4. Blanchard (Margaret Fuller from Transcendentalism to Revolution, cit., p. 300) nota che la Fuller dimentica di sottolineare che si trattava di un suffragio universale riservato agli uomini ed escludeva le donne.

27. Mamoli Zorzi (a cura di), Margaret Fuller. Un'americana a Roma, cit., p. 219.

28. Ivi, p. 235.

29. Ivi, p. 355. Si veda quanto dice Cass a fine luglio 1849 su Roma ritornata papalina: 50.000 persone, egli afferma, riempiono San Pietro per il Te deum ordinato da Oudinot e le finestre (non solo dei palazzi nobiliari) sono ornati di drappi purpurei. Ma in dicembre osserva che i romani non fanno cortesie ai francesi e per questo hanno riacquistato la sua simpatia (cfr. Blanchard, Margaret Fuller from Transcendentalism to Revolution, cit., pp. 319-22, 333-4).

30. Ivi, p. 309: riprende una sconsolata lettera della Fuller a Emerson.

31. Mamoli Zorzi (a cura di), Margaret Fuller. Un'americana a Roma, cit., p. 216.

32. Ben altro parere aveva su Gioberti la grande amica della Fuller, Costanza Arconati Visconti che lo riteneva la «étoile polaire à nous qui ne sommes pas républicains»; Detti, Margaret Fuller Ossoli e i suoi corrispondenti, cit., p. 299.

33. Mamoli Zorzi (a cura di), Margaret Fuller. Un'americana a Roma, cit., p. 325.

34. H. R. Marraro, American Opinion on the Unification of Italy, Columbia University Press, New York 1932, p. 51 (che si rifà alle Memoirs della Fuller e alle lettere pubblicate dal fratello Arthur B. Fuller con il titolo At Home and Abroad, cit.). Steele ha scritto che la descrizione dell'assassinio è tale che «it is difficult to believe that she was not present» (Steele, The Essential Margaret Fuller, cit., p. xlii). Paula Blanchard (Margaret Fuller from Transcendentalism to Revolution, cit., p. 298) riporta a proposito del politico romano assassinato un'opinione che Carlyle espresse riguardo agli unitariani, destinati «to be hunted as a rat among cats and a cat among rats».

35. Mamoli Zorzi (a cura di), Margaret Fuller. Un'americana a Roma, cit., p. 105.

36. The Letters of Margaret Fuller, cit., v, p. 169.

37. Ivi, p. 62; ivi, vi, p. 371.

38. Chevigny, The Woman and the Myth, cit., p. 370 parla di «slowly evolving portrait of the Pope and the people of Rome», ma crede che in una prima fase la Fuller trasferisse nel pontefice i suoi sentimenti di orfana di un padre dalla forte personalità (ivi, p. 378).

39. Ossoli fu con lei nei giorni del parto (5 settembre 1848) ma poi dovette tornare a Roma per servire nella Guardia civica nella quale si era arruolato sino dal 15 novembre 1847, servizio che gli valse una promozione. Chevigny (The Woman and the Myth, cit., p. 374) e Tonkovich (Domesticity with a Difference, cit., p. 187) credono tale separazione dei coniugi voluta e non riconducibile alla necessità di tenere nascosto il loro rapporto.

40. Mamoli Zorzi (a cura di), Margaret Fuller. Un'americana a Roma, cit., p. 165.

41. Cfr. Marraro, American Opinion on the Unification of Italy, cit., pp. 51-3.

42. Un unico limite riscontrava nel Genovese: «he sees not, perhaps would deny, the bearing of some events, which even now begin to work their way [] I allude to that of which the cry of Communism, the systems of Fourier etc. are but forerunners»; cfr. Fuller, At Home and Abroad, cit., p. 320; si tratta, però, di un giudizio contenuto in una corrispondenza apparsa sul "Tribune" del 15 giugno 1848, cfr. Mamoli Zorzi (a cura di), Margaret Fuller. Un'americana a Roma, cit., pp. 156-7.

43. Mamoli Zorzi (a cura di), Margaret Fuller. Un'americana a Roma, cit., pp. 348-9

44. The Letters of Margaret Fuller, v, pp. 207, 245. Qualche tempo prima aveva invece offerto da bere e mangiare ad alcuni garibaldini incontrati sulla via del ritorno da Rieti a Roma, dopo avere visitato il piccolo Angelino; cfr. Blanchard, Margaret Fuller from Transcendentalism to Revolution, cit., p. 305.

45. Chevigny, The Woman and the Myth, cit., p. 386.

46. Mamoli Zorzi (a cura di), Margaret Fuller. Un'americana a Roma, cit., pp. 284, 286, 320.

47. Reynolds, European Revolutions, cit., p. 57.

48. Mamoli Zorzi (a cura di), Margaret Fuller. Un'americana a Roma, cit., p. xxx.

49. Ivi, p. 351.

50. Ivi p. 336. Blanchard scrive che la difesa di Roma era senza speranza, ma Mazzini sapeva che «even a useless defense could be an inspiration to Italians in the years ahead. It was not a remarkable view for a man who, even at look at him, seemed made for martyrdom. What was remarkable was that the whole city shared it» (Margaret Fuller from Transcendentalism to Revolution, cit., p. 308).

51. Mamoli Zorzi (a cura di), Margaret Fuller. Un'americana a Roma, cit., p. 358.

52. Ivi, p. 167.