Margaret Fuller e la ricerca del materno

di Anna Scacchi

The other day, I met a decrepit old man of seventy, on a journey, who challenged the stage-company to guess where he was going. They guessed aright, «To see your mother».

Margaret Fuller, Woman in the Nineteenth Century

1. La vita di una donna

In anni recenti, vari studiosi hanno deplorato che la biografia di Margaret Fuller continui ad attrarre l'interesse degli specialisti più delle sue opere, e soprattutto che ciò abbia prodotto come conseguenza a livello editoriale la mancanza di edizioni critiche di testi fondamentali o la loro ripubblicazione nelle versioni censurate fatte circolare dal fratello Arthur dopo la sua morte1. Il numero di studi di tipo biografico nella letteratura critica a lei dedicata, ormai di una certa consistenza negli Stati Uniti, è in effetti rilevante. Christina Zwarg, nel suo volume Feminist Conversations, collega in modo deciso il pathos della vita di Fuller alla scarsa attenzione per la sua scrittura, e sembra in qualche misura imputarne la responsabilità, oltre che ai critici, colpevoli di biografismo, a Fuller stessa, a sua volta colpevole di una vita romantica che distrae il lettore dai testi:

[] the dramatic text of Fuller's life has always generated reader interest; new biographies have appeared with rhythmic regularity since her death in a shipwreck in 1850. But because her provocative personal narrative, with its cosmopolitan scale and power, has remained the central focus of scholarly attention, the bulk of her writing continues to remain veiled in mystery or misreading2.

L'esperienza europea, sostiene Zwarg, viene letta dalla maggioranza degli studiosi come una rottura forte con la cultura di origine che costituisce l'inizio di un processo di maturazione e consapevolezza, sia a livello ideologico, sia a livello della scrittura. Ipotesi, questa, che spinge a trascurare tutte le opere di Fuller precedenti al viaggio in Europa, o a leggerle soltanto per trovarvi la conferma della sua dipendenza ideologica nei confronti del gruppo degli intellettuali trascendentalisti3.

Il paradosso critico di un approccio fondato sulla biografia e strutturato sull'idea di una linea ascendente, secondo Zwarg, è che tutti gli scritti precedenti all'esperienza romana vengono liquidati con un'analisi frettolosa e un giudizio più o meno negativo, mentre viene esaltata, come culmine della produzione letteraria di Fuller, un'opera assente, quella misteriosa Storia della Repubblica Romana inghiottita dal mare e forse, a giudizio dei malevoli come Nathaniel Hawthorne, mai scritta4. In pratica, la sua scrittura reale, a noi accessibile, viene neutralizzata per enfatizzare «the work that we literally cannot read»5.

Quella di Zwarg è forse la versione più performativa e postfemminista di una nuova tendenza della letteratura critica dedicata a Fuller, che privilegia i testi e le loro strutture retoriche sugli eventi della vita6. Tale enfasi programmatica sulla Fuller testuale, piuttosto che su quella biografica, potrà produrre cambiamenti significativi nell'ampiezza e nella profondità degli studi dedicati a una figura di intellettuale che, nonostante il recente risveglio di attenzione nei suoi confronti, continua a essere posta ai margini del panorama letterario degli Stati Uniti, perché ritenuta interessante solo per gli storici e le femministe. Ho l'impressione, però, che l'opposizione fact-fiction che questi approcci più o meno esplicitamente intendono decostruire, finisca per riproporsi immutata nonostante lo spostamento dell'enfasi dagli eventi reali della vita alle strategie retoriche di costruzione del sé. E comunque ­ forse perché io stessa mi sono avvicinata a Fuller attraverso la mediazione della sua biografia, superando, anche se non del tutto, il disagio nei confronti di una scrittura che mi respingeva ­ vorrei difendere l'interesse delle donne per la vita di altre donne con le parole di Adriana Cavarero.

In Tu che mi guardi, tu che mi racconti, Cavarero prende le distanze dalla tendenza della critica contemporanea, quella femminista inclusa, a enfatizzare la dimensione retorica della narrazione auto-biografica, prospettiva nella quale, «inghiottendosi la vita, il testo rischia di inghiottire anche l'unicità irripetibile dell'esistente»7. Riprendendo un'immagine usata da Liz Stanley in un noto saggio sulla scrittura autobiografica ­ quella della lettrice che entra in libreria, prende un volume su Hegel e il femminismo, e lo rimette subito a posto, prende l'ultimo giallo di una femminista, lo considera per qualche momento e lo riappoggia, scorge la nuova biografia di X, la prende, legge con attenzione la quarta di copertina, scorre l'interno, e poi va alle pagine centrali di fotografie e si sofferma a scrutarle accuratamente ­ Cavarero si chiede perché «le donne, femministe comprese, leggono assai volentieri biografie di donne scritte da donne», o anche, perché «ci sono molte donne che scrivono le storie di vita di altre donne rivolgendosi a un pubblico di lettrici». Per Cavarero, si tratta di un patto stipulato intorno al desiderio di una vita-con-significato, che invalida la critica del femminismo angloamericano alla nozione dell'unicità del sé in quanto costruzione ideologica del patriarcato: [] a questa prospettiva teorica [ossia la decostruzione del fallogocentrismo e della sua concezione del soggetto basata su presupposti di unicità, trascendenza e integrità] [fa] ostacolo proprio la scena nella libreria newyorchese sopraccitata. È in effetti più che probabile che la nostra lettrice mostri interesse non tanto per i canoni postmoderni di una decostruzione del testo, quanto piuttosto per una storia di vita capace di narrare dell'unicità della sua protagonista. Cos'altro sta infatti cercando nelle fotografie se non quest'unicità della forma del corpo e dell'espressione del volto? Cosa attira la sua concentrazione se non questa "prova" materiale di una donna realmente vissuta, in carne e ossa, in un tempo e in un luogo? [È] infatti assai probabile che il desiderio di leggere auto-biografie altrui sia una sorta di riflesso spontaneo del desiderio di narrazione del sé narrabile. Ed è assai sintomatico che, nella prospettiva del leggere storie altrui, la distinzione tra biografia e autobiografia non venga più a contare. Al contrario di quanto avviene nelle amicizie narrative, non c'è infatti qui né relazione né scambio: il sé narrabile decontestualizza in questo caso il suo desiderio e lo trasferisce sull'opera già confezionata8.

Leggiamo la vita di altre donne, in altre parole, cercando nell'unicità irripetibile della loro esistenza una testimonianza che parli per la nostra stessa unicità.

La vita di Fuller, enormemente più grande di quella che ciascuna di noi può pensare di aver vissuto, e allo stesso tempo tanto più ristretta dal fato e dal contesto storico, si presta in modo particolare a tale operazione di trasferimento del desiderio di narrazione della lettrice, offrendosi in modo plastico a possibili percorsi narrativi diversi9. L'interesse della lettrice, quindi, non nasce soltanto dalla drammaticità e dalla portata cosmopolita degli eventi di una biografia che seduce, dalla forza tragica di una morte da eroina della cultura di massa, colta dal destino proprio "sul punto di", ma anche e soprattutto dalla straordinaria capacità della storia di Margaret Fuller di rispondere al nostro desiderio di una vita-con-significato. L'intrinseco potere di seduzione della sua vita, cioè, non dipende da una deplorevole eccessività che colpisce la nostra immaginazione melodrammatica, distraendoci dai testi e riassorbendone la capacità di critica culturale, come sembra sostenere Christina Zwarg, ma dal suo prestarsi a una relazione narrativa in cui tutte le parti ­ colei che si offre allo sguardo, la biografa, la lettrice ­ soddisfano il loro desiderio di narrazione di sé10.

Tanto la vita quanto l'opera di Fuller sembrano adottare una strategia di sottrazione: rifiutano facili interpretazioni, si rivelano solcate senza sosta da pulsioni contraddittorie, rimandano l'una all'altra in un dialogo continuo, in uno sforzo serrato di definizione reciproca. Vera e propria incarnazione dell'artista romantico, Fuller ha cercato nella scrittura l'autorizzazione della biografia e ha vissuto la vita come una fonte di ispirazione per la scrittura. Tanto che, se riuscissimo a dimenticare la vena malevola del ritratto che ne fa Hawthorne, l'opposizione falso-autentico che lo sostiene, potremmo anche apprezzarne la percettività nei confronti della dimensione performativa di Fuller, che emerge dalle parole che seguono: «She took credit to herself for having been her own Redeemer, if not her own Creator; and, indeed, she was far more a work of art than any of Mr. Mozier's statues»11. Ma egli prosegue decretando il fallimento del suo tentativo romantico di creare se stessa, fallimento determinato a suo avviso da una «rude old potency» che non riesce a modellare in una versione più raffinata e spirituale ­ il suo corpo di donna, cioè, che la inchioda a un destino biologico impossibile da trascendere, spingendola a cadere dal piedistallo come «la più debole delle sue sorelle» ­ e qui non possiamo che separarci nuovamente da lui.

La modalità auto-biografica, dunque, sembra imporsi al lettore dall'interno della scrittura di Margaret Fuller. Leggendo le sue opere e la letteratura a lei dedicata ­ a cominciare dall'ondata di testimonianze di amici e conoscenti che subito dopo la sua morte hanno invaso la stampa americana per alcuni decenni ­ non si può fare a meno di notare quanto entrambe siano percorse dallo stesso desiderio, che diventa quasi un'ossessione: quello di spiegare, analizzare, ricondurre le contraddizioni e le opposizioni inconciliabili a un ritratto unificato, in cui tutti i dettagli, a posteriori, illuminino un disegno, componendo una storia che abbia un senso. D'altra parte, come scrive Bell Gale Chevigny commentando la nota frase di Poe ­ «Her acts are bookish, and her books are less thoughts than acts» ­ e citando Thoreau, «To live deliberately, to invent one's biography ­ these were of course, Transcendentalist aspirations, but no one else carried them, literally and figuratively, so far as she»12.

"Margaret Fuller", un intreccio di vita e testualità, continua a imporsi all'attenzione degli studiosi come un enigma, un nodo da sciogliere. Per molte lettrici femministe, "Margaret Fuller" è stata e continua a essere un palinsesto attraverso il quale interpretare la propria storia individuale e collettiva. In questa prospettiva, l'opera di Chevigny mi sembra paradigmatica. Il suo pionieristico volume The Woman and the Myth, pubblicato nel 1976 e ristampato in un'edizione più ampia nel 1994, è un esempio perfetto dell'attività archeologica avviata negli anni Settanta dal femminismo anglosassone con l'intento di recuperare alla memoria collettiva le scrittrici del passato dimenticate o relegate ai margini del canone letterario. In apparenza Chevigny ripete il gesto retorico di Emerson, Channing e Freeman Clarke, curatori del controverso Memoirs of Margaret Fuller Ossoli, scegliendo come loro di mettere insieme un ritratto composito, basato sull'intrecciarsi in un dialogo continuo della voce di Margaret con quelle dei suoi amici e contemporanei. Ma in realtà la sua ripetizione, causata dalla rabbia, vuole sostituirsi all'anatomia post mortem svolta sul corpus di Fuller, addomesticato e persino mutilato per proteggere la reputazione della donna, il cui scandaloso matrimonio italiano continuava a essere oggetto di pettegolezzi e illazioni.

Nel controritratto di Chevigny si inserisce la voce della curatrice, che muovendo dalla prospettiva femminista della ricerca di foremothers ridotte al silenzio e censurate in nome di nozioni patriarcali di rispettabilità e decoro femminile, mira a separare la donna dal mito, la verità dall'ideologia, Margaret dai ritratti che ne sono stati fatti, e a guidare la lettrice ideale nella ricerca della voce autentica di Fuller. Il saggio pubblicato dalla stessa studiosa nel 1983 su "Feminist Studies" e la premessa alla nuova edizione di The Woman and the Myth13, nei quali la ricerca di Margaret si intreccia in modo suggestivo alla ricerca di sé e "Margaret" diviene uno strumento di autoconsapevolezza per la biografa, mi sembrano ugualmente esemplari della capacità di "Margaret Fuller" di trasformarsi in un palinsesto interpretativo.

Credo che Margaret Fuller sia per noi ormai inaccessibile se non attraverso la mediazione, il filtro, di "Margaret Fuller", tuttavia questa dimensione testuale e linguistica, che è il solo modo per avvicinarmi a lei come a me stessa, non toglie che ciò che mi attrae verso Fuller, alla pari della lettrice di biografie di Cavarero, sia il desiderio di cogliere l'unicità della sua esistenza.

2. Chi sono io? Da dove vengo?

La scrittura di Margaret Fuller, sempre profondamente autobiografica anche quando in superficie sembra tutta proiettata verso l'esterno, ritorna continuamente alle domande che, in un frammento del diario del 1840, ricorda di essersi posta da bambina: «I remembered how, a little child, I had stopped myself one day on the stairs and asked, how came I here? How is it that I seem to be this Margaret Fuller? What does it mean? What shall I do about it? I remembered all the times and ways in which the same thought had returned»14. Un'ansia di pervenire a un senso di sé, a una oggettivazione e presa di distanza su cui poter fondare un'identità, che è una ricerca di origine («how came I here?»), e al tempo stesso un'urgenza di riunificare interno ed esterno, privato e pubblico, individuale e sociale («I» e «this Margaret Fuller»), che percepisce da bambina, da adolescente, e più tardi collettivizza ­ prima attraverso le "Conversazioni" di Boston, in cui muove alle allieve le stesse domande, ponendole alla prima persona plurale e con l'enfasi sulla questione della loro identità in quanto donne, e poi attraverso Woman in the Nineteenth Century, in cui affronta la separazione tra la definizione di sé e l'identità sociale di genere come un problema di potere ­ trasformandole in una più vasta critica culturale.

Un'ansia che la costringe a tradursi continuamente nella scrittura attraverso una serie di autoritratti, i quali, presi singolarmente, enfatizzano non tanto la presenza simultanea di sé diversi, quanto piuttosto il temporaneo isolamento di un singolo tratto, che sembra diventare chiave interpretativa e agire da collante che riunifica i frammenti contraddittori in un disegno compiuto. O sarebbe meglio parlare, forse, di impersonificazioni che mettono in scena una serie infinita di Margaret, a testimonianza della sua spiccata teatralità ­ della quale amici e conoscenti erano ben consapevoli ­ che nel tessuto puritano del New England appariva come un tratto esotico e artificiale. William Henry Channing, infatti, confesserà di essere stato colpito negativamente, quando la conobbe, da un atteggiamento che gli sembrava falso: «I then suspected her of affecting the part of a Yankee Corinna»15.

Primo fra tutti il suo autoritratto da adolescente, Mariana, l'individualista esuberante e passionale, talmente estranea alla riservatezza e al rigore del New England che Fuller sente il bisogno di assegnarle un'origine esotica ­ «She was, on the father's side, of Spanish Creole blood» ­ proprio come Channing ed Emerson, nel tentativo di venire a capo dell'enigma, faranno con lei16. Mariana, pura energia incontrollata, vero e proprio rovescio della femminilità sottomessa che Fuller era andata ad apprendere alla scuola di Susan Prescott17, viene censurata dalle compagne per l'anticonformismo e impara, non attraverso l'amore romantico della sentimentale voce narrante, ma attraverso la storia autobiografica raccontata dalla sua insegnante, un'identità relazionale e non oppositiva, la sola modalità di esistenza che la società in cui vive sembra offrirle18.

E poi Miranda, la serena e distaccata figlia del padre, che dall'alto della propria eccezionalità guarda in modo benigno e illuminato le sorelle non ancora emancipate19. E la voce narrante dell'Autobiographical Romance, modulata sulla tonalità del lutto: lutto per il proprio sé naturale, spontaneo, segreto, irrecuperabilmente perduto a causa di un'infanzia dominata da un padre severo, vocato alla disciplina e all'impegno, alla censura delle emozioni e al controllo continuo della propria identità sociale20. E, ancora, le maschere maschili adottate in altri frammenti autobiografici, come Lillo, nel quale la morte della madre, sogno ricorrente che perseguita Fuller da bambina e da adolescente, diventa episodio "reale". Le maschere adottate nelle lettere, che mettono in scena una gamma infinita di soggettivazioni possibili: la bambina obbediente, quella consapevole della propria superiorità intellettuale, l'adolescente travolta da passioni fortemente sensuali per coetanei di entrambi i sessi e per figure femminili materne, l'insegnante sollecita ma anche lucidamente critica, la seduttrice, la profetessa, la complice, la vestale, la baccante, Minerva, la Musa, e così via. Come ha scritto Ann Douglas, «Fuller operated always through an intricate blend of rigorous self-scrutiny, conducted in her journals, her correspondence, and in her ever-vigilant consciousness, with imaginative but not always well-controlled role-playing»21.

Di questa soggettività frammentata e multifocale, però, non sembra soddisfatta. Fuller sembra piuttosto utilizzare la varietà di voci autobiografiche per cercare, come Edipo, la storia di sé, della propria origine, che nessuno intorno a lei si presta a narrarle: chi sono io, da dove vengo? La scrittura attraverso la quale inventa risposte possibili alle sua ricerca di identità ­ dove sembra sempre oscillare tra l'orgoglio per una eccezionalità che la distingue dalle altre e il penoso senso di isolamento, di una diversità che comunque non si traduce, non può tradursi, in autentica libertà dalle costrizioni di genere ­ è pervasa, fino all'età adulta, da due temi che rimandano l'uno all'altro: l'assenza della madre e il desiderio di sostituire a questa assenza, che genera angoscia e nostalgia, una pienezza simbolica attraverso un inventario di figure femminili che le possano restituire l'origine mancante.

«Man is of woman born», scrive Fuller in Woman in the Nineteenth-Century, «and her face bends over him in infancy with an expression he can never quite forget»22. La memoria lontana di un viso materno chino sul proprio nell'infanzia sembra ossessionare anche lei. In tutte le personae autobiografiche attraverso cui cerca l'origine che le spieghi chi è e la aiuti a rimettersi al mondo, componendo in un insieme organico l'io e la maschera sociale, Fuller si figura priva di madre. Un'assenza che è perdita e lutto nell'Autobiographical Romance, dove lo spazio segreto del materno, il giardino, le è accessibile soltanto come fuga, come momento rubato al controllo paterno e goduto in totale solitudine. Nel frammento di diario in cui racconta la sua fuga nei boschi, dove ha l'esperienza mistica durante la quale ricorda di essersi già posta da bambina quelle stesse domande sull'origine, l'episodio è significativamente incorniciato da una ribellione contro l'autorità paterna e quella religiosa ­ «I was obliged to go to church or exceedingly displease my father»23 ­ che è anche un atto di ribellione contro la patria ­ «It was Thanksgiving day»24 ­ e ha luogo in un paesaggio naturale che evoca un materno da cui l'orfana peregrinante si sente respinta:

I paused beside a little stream, which I had envied in the merry fulness of its spring life. It was shrunken, voiceless, choked with withered leaves. I marvelled that it did not quite lose itself in the earth. There was no stay for me, and I went on and on, till I came to where the trees were thick about a little pool, dark and silent. I sat down there. I did not think; all was dark, and cold, and still.

L'assenza della madre, nella voce pubblica di Miranda, è solo un vuoto che non genera lutto o nostalgia, a livello cosciente, ma semplicemente eccezionalità e isolamento. L'assenza dell'origine materna neutralizza il corpo ­ come tante altre donne, Miranda ne teme il potere ambiguo di radicarla e insieme imprigionarla nella biologia ­ assegnando alla donna un'interiorità priva di colorazione di genere: «What woman needs is not as a woman to act or rule, but as a nature to grow, as an intellect to discern, as a soul to live freely and unimpeded»25. Ma ciò la lascia icona disincarnata della possibilità intellettuale della donna:

She was fortunate in a total absence of those charms which might have drawn to her bewildering flatteries, and in a strong electric nature, which repelled those who did not belong to her; and attracted those who did. With men and women her relations were noble, affectionate without passion, intellectual without coldness. The world was free to her, and she lived freely in it. Outward adversity came, and inward conflict, but that faith and self-respect had early been awakened which must always lead at last, to an outward serenity and an inward peace. [] She had taken a course of her own, and no man stood in her way [] the many men, who knew her mind and her life, showed her confidence, as to a brother, gentleness as to a sister26.

Miranda è un esempio dell'infinita possibilità di espansione femminile per quell'io narrante che dialoga con lei, e che dovrebbe stare per una posizione intermedia tra l'unicità della prescelta dal padre e le masse femminili lasciate nell'ignoranza da genitori meno illuminati. La problematicità di questa visione è che l'assenza della madre indica e genera un vuoto, una mancanza di relazioni, una rarefazione che l'interlocutrice di Emerson sottopone a un attacco serrato nel filosofo. Anche la storia di Mariana è segnata dall'assenza della madre e anche in lei il problema dell'origine vuota genera uno squilibrio di identità, una disarmonia, ma in direzione opposta a quella di Miranda. Mariana è fuoco, passione, carica erotica. Quanto Miranda, dotata di una self-reliance che rende esangui le sue relazioni con gli altri, è avviluppata in se stessa, tanto Mariana è estroversa, mimetica, invasa da un desiderio dello sguardo dell'altro che paradossalmente la isola.

Se il processo di identificazione comincia dall'immagine di sé che il bambino vede riflessa negli occhi materni, è comprensibile che le domande sulla propria origine ­ chi sono io? da dove vengo? ­ percorrano in modo ossessivo la vita di Fuller. Fino a tempi recenti la ricostruzione di Fuller di un'infanzia solitaria, spesa nello studio dei classici, lontana da una madre di salute fragile e sempre impegnata nella cura dei figli minori, è stata accettata senza riserve dai biografi. In realtà, se interpretiamo i suoi scritti autobiografici in senso letterale, Fuller ha sicuramente esagerato tanto la separazione dalla madre quanto l'estraneità alla sfera domestica. In primo luogo, come hanno ampiamente dimostrato Charles Capper e Joan von Mehren, per quanto il curriculum di studi cui venne sottoposta fosse anomalo, esso rientrava in ciò che era considerato normale per i maschi. E non era neanche eccezionale tra le bambine appartenenti alle famiglie intellettuali del New England, soprattutto in quelle attive nell'arena politica27.

È evidente che le accuse mosse da Fuller, ormai trentenne, ai principi educativi di Timothy Fuller sono ampiamente influenzate sia dalla sua esperienza come insegnante, sia dalla visione romantica e trascendentalista del bambino come «padre dell'Uomo». La pietà retroattiva per se stessa, probabilmente, deriva solo in parte dal ricordo dello stato d'animo con cui da bambina aveva vissuto la sua condizione di eletta. Inoltre, sostiene Capper, Margarett Crane non ha mai delegato del tutto al marito le decisioni in merito all'educazione della figlia. Timothy era assente per gran parte della giornata e, dopo il primo periodo in cui si occupò direttamente dell'istruzione della figlia nelle ore serali, a causa dei suoi impegni politici fu costretto a lasciare questo compito alla moglie e alle istituzioni. Per sé preservò un ruolo di supervisore esercitato a distanza attraverso le lettere, ma, ovviamente, la sua lontananza da casa dava il modo a Fuller di continuare a occupare il suo tempo in passatempi frivoli come leggere romanzi e andare ai balli, pur sapendo che il padre non ne era contento. Inoltre il rapporto di Timothy con la moglie, per quanto asimmetrico, era modellato sull'ideale del companionate marriage che si era diffuso nella élite intellettuale americana a inizio del secolo, e Margarett Crane era sufficientemente abile da sfruttare il potere di influenza che ciò le concedeva, come emerge chiaramente dalle sue lettere, nelle quali esprime timori, suggerimenti, consigli, o riporta il parere di familiari influenti, per orientare il marito nella direzione che le sembra più opportuna28.

A ciò si aggiunga che la famiglia Fuller godeva di prestigio ma non era certamente ricca, e le loro condizioni economiche divennero più difficili quando i genitori decisero di ritirarsi a vivere a Groton. Gli aiuti domestici, già minimi a Cambridge, furono ridotti a una sola persona. A Margaret poteva essere risparmiata una parte delle incombenze domestiche che tutte le donne di un nucleo familiare erano tenute a svolgere, ma era certamente costretta a partecipare alle attività quotidiane, dalla cura dei bambini, alla pulizia della casa, alla preparazione dei cibi, al lavoro di cucito, che a volte, come apprendiamo dalle lettere, sottraevano gran parte del suo tempo alla lettura. Il ritratto in bianco e nero cui siamo abituati, che dipinge una donna resa diversa dalle altre ­ anche in modo doloroso ­ dal fatto che è stata allevata "come un uomo" e le è stata risparmiata la sfera del femminile, in questa luce acquista una serie di toni intermedi. L'idea, diffusa ancora oggi, che l'eccezionalità di Fuller dipenda dall'educazione "maschile" di cui ebbe il privilegio di godere e dal fatto che il padre, per usare le parole di Ann Douglas, «forcibly cut her off from the feminine subculture, a world governed by etiquette books and sentimental novels»29 ­ tra l'altro paradossalmente simile a quella che domina le biografie dell'Ottocento, con l'unica differenza che in esse non viene vista come una fortuna, ma come una condanna all'infelicità ­ va pertanto ridimensionata.

Tuttavia è un fatto che questa idea è avallata da Fuller stessa, dal suo racconto di sé tanto quanto dalla sua tendenza a rappresentarsi scissa in due metà, maschile-femminile, intelletto e cuore, anima e corpo, le quali non riescono a integrarsi nell'androginia cui aspira. La condizione di orfana attraverso la quale si rappresenta è metafora di un'assenza che sta per qualcosa di diverso e non va semplicisticamente letta come sintomo della sua precoce sottrazione alla giurisdizione di Margarett Crane. Non è tanto la madre biologica che Fuller sta indicando come assente. Ciò che le manca è un simbolico materno, della cui assenza lei ­ addestrata dal padre a dominare il linguaggio della ragione e a eccellervi, sedotta dal suo potere, per poi accorgersi che esso non le apparteneva ­ è penosamente consapevole. Un simbolico materno che costituisca la sua origine e abbia il potere di radicarla, per sfuggire tanto al destino incorporeo di Miranda quanto a quello isterico di Mariana. Come faranno le femministe di oggi, senza sapere di essere state precedute, Fuller diventa una sorta di archeologa del femminile e, saccheggiando i miti di tutte le culture e la storia, da quella più remota agli avvenimenti a lei contemporanei, si impegna in una caccia che trasformi il vuoto dell'origine in una presenza.

Nell'Autobiographical Romance, scritto a trent'anni, Fuller sembra interpretare il privilegio dell'educazione classica ricevuta dal padre ­ ed è un paradosso per colei che di lì a poco scriverà Let them be sea-captains, if they will! ­ dall'interno di un'ideologia che voleva la donna costituzionalmente troppo debole per impegnarsi in una serrata attività intellettuale. L'esagerato curriculum di studi impostole dal padre, racconta, genera incubi, sonnambulismo, eccitazione nervosa, e distrugge per sempre la sua salute, lasciandola incapace di applicarsi nel lavoro e nello studio per più di qualche ora. Ma forse il rancore con cui guarda al suo destino di figlia prescelta dal padre è ancora più profondo, sotterraneo. Forse ha a che fare con lo scetticismo con cui comincia a guardare al suo futuro e alla possibilità di impiegare l'istruzione ricevuta a uno scopo che non sia solo ornamentale. Forse ha a che fare con la consapevolezza di essere stata illusa, dal padre come dalla madre, che l'educazione "maschile" le potesse garantire un diverso destino da adulta. L'ideale della "Madre repubblicana", che era in fondo il motivo che aveva spinto Timothy Fuller a far studiare la figlia, il quale pensava di farne la compagna intellettuale ideale per un cittadino americano, ma probabilmente non vedeva per lei ruoli diversi da quelli tradizionali di moglie e madre, a Margaret Fuller non poteva bastare. Tanto più che era quella stessa educazione a frapporsi come un ostacolo nei suoi rapporti con gli uomini.

L'indipendenza intellettuale, quindi, non le consente l'accesso alla sfera maschile del pubblico, e allo stesso tempo le preclude quella femminile degli affetti privati. Ma Fuller scorge nell'insegnamento, e in seguito nel giornalismo, uno spazio intermedio attraverso cui accedere a una voce in cui possano mescolarsi le due sfere con i loro discorsi contrapposti30. Ai precetti educativi paterni, basati sull'idea del bambino come contenitore vuoto, e finalizzati all'acquisizione di rigore intellettuale e morale e di precisione di espressione attraverso l'applicazione costante e la memorizzazione dei classici, Fuller sostituisce un modello maieutico, basato sul coinvolgimento dell'insegnante in una conversazione di cui è la guida ma della quale non può avere il totale controllo, sulle domande volte a portare alla luce ciò che l'allieva possiede già dentro di sé. Gli obiettivi di rigore e precisione rimarranno gli stessi, ma il rapporto tra la maestra e l'allieva recupera la "madre" assente dall'infanzia di Fuller e il processo educativo viene modellato in modo esplicito sulla relazione madre-figlia, divenendo un mettere al mondo qualcosa che c'era già prima31.

3. La madre ritrovata

Arrivata in Italia, il 20 dicembre del 1847 Fuller scrive una lettera a Emerson in cui sembra prendere in modo definitivo le distanze da lui e dagli Stati Uniti insieme:

I find how true was the lure that always drew me towards Europe. It was no false instinct that said I might here find an atmosphere to develop me in ways I need. Had I only come ten years earlier! Now my life must be a failure, so much strength had been wasted on abstractions, which only came because I grew not in the right soil32.

E più volte torna nella corrispondenza a quest'immagine di un'esule che è finalmente tornata a casa: «Italy receives me as a long-lost child, and I feel myself at home here»33. Roma, «the Mother of Nations», come la definisce nella lettera al "Tribune" del 6 maggio 1849, è sempre presente nei resoconti di Fuller non come uno sfondo, un teatro su cui si svolgono gli eventi che racconta, ma come una figura materna, che piange, spera, veglia sul destino dei figli. Roma è anche «my Rome», la madre assente, negata, che finalmente si concede all'abbraccio. Ma Fuller abbandona presto il tono della figlia, per un altro ben diverso, quello della Mater Dolorosa, identificandosi con Roma in veste di madre e parlando per lei.

È facile far coincidere questo rovesciamento di ruoli con la sua maternità, che la obbliga all'inizio dell'estate del 1848 ad abbandonare la città e a interrompere i resoconti sulla Repubblica romana per sei mesi. Nelle storie che si sono accumulate negli anni, l'Italia, e soprattutto Roma, rappresenta sempre il luogo in cui la ricerca di Margaret Fuller si compie, o si avvia al compimento. Roma, la città dell'anima, viene ad assumere, in un certo senso, la valenza di uno spazio iniziatico. È a Roma che le sue potenzialità si dispiegano e prendono senso, che si realizza l'agognata unione tra l'«I» e «this Margaret». Ce lo dice Fuller, che ripetutamente descrive la sua permanenza a Roma come un homecoming, e lo ripetono in varia misura tutti quelli che si sono interrogati su di lei. Non solo i biografi del secolo scorso, ma anche gli studiosi contemporanei ­ in qualche misura persino quelli, come Zwarg, che intendono decostruire la storia di Fuller "da a" ­ i quali sottolineano l'importanza del suo passaggio da una posizione di osservazione, di speculazione distanziata, alla partecipazione in prima persona.

Ma, in questa narrazione di disvelamento e realizzazione di cui Roma è il culmine, che cosa significhi Roma per Fuller dipende da ciò che crediamo Fuller fosse "veramente", fin dall'inizio. Rivela, in altre parole, quale obiettivo assegniamo alla sua tortuosa ricerca di sé. Nei racconti degli amici e dei biografi del secolo scorso, Roma si coniuga fatalmente all'incontro con Ossoli e alla gravidanza, che vengono letti come la soddisfazione di un desiderio segreto, sempre tenuto a freno a causa della scarsa capacità di attrarre un marito, fonte e origine di tutte le sue eccentricità. Emerson, Channing e Clarke costruiscono in modo esplicito la loro biografia di Fuller come un percorso che va da un disagio esistenziale profondo al finale riconoscimento del proprio destino naturale, tragicamente interrotto dal fato. L'anomalia di Fuller ­ la mancata realizzazione di una naturale vocazione femminile, soffocata e pervertita dall'esagerato sviluppo di quella intellettuale, vocazione mascolina artificialmente sollecitata dal padre ­ viene "curata" da Roma e dal marchese Ossoli e il naufragio interrompe il suo addomesticamento ormai in corso. Tutti ne sembrano sicuri ora che è morta, ma quando era ancora in vita e aveva parlato della sua intenzione di tornare negli Stati Uniti, la reazione, invece, era stata di preoccupazione e timore. A parte la questione del matrimonio, riguardo al quale Fuller non sembrava desiderosa di fugare ogni dubbio, c'era il problema delle sue idee politiche, apparentemente ancor più radicali di quando era partita. Un consiglio dei suoi amici più cari ­ Emerson, Channing, Marcus e Rebecca Spring ­ decide che è meglio che rimanga all'estero e si affretta a comunicarglielo. «If you return you will lose the power to write», le scrive Rebecca, usando parole che sembrano ipotizzare la possibilità di una censura, da parte americana, a chi portava con sé la fama di essere una socialista. «It's because we love you we say "stay"!»34.

Nonostante l'ammirazione e la stima per le qualità intellettuali di Fuller, William Henry Channing è tra i primi ad accreditare il ritratto di una donna che aveva investito nell'applicazione allo studio un'energia cui non riusciva a dare sfoghi più appropriati e naturali:

But the tragedy of Margaret's history was deeper yet. Behind the poet was the woman, ­ the fond and relying, the heroic and disinterested woman. The very glow of her poetic enthusiasm was but an outflush of trustful affection; the very restlessness of her intellect was the confession that her heart had found no home. A "bookworm," "a dilettante," "a pedant," I had heard her sneeringly called; but now it was evident that her seeming insensibility was virgin pride, and her absorption in study the natural vent of emotions which had met no object worthy of life-long attachment. At once, many of her peculiarities became intelligible. Fitfulness, unlooked-for changes of mood, misconceptions of words and actions, substitution of fancy for fact, ­ which had annoyed me during the previous season, as inconsistent in a person of such capacious judgment and sustained self-government, ­ were now referred to the morbid influence of affections pent up to prey upon themselves35.

E Horace Greeley, in Recollections of a Busy Life, dopo aver citato Channing, ne traduce il gergo trascendentalista nell'idioma diretto e concreto di un uomo d'affari newyorchese: «If I had attempted to say this, I should have somehow blundered out that, noble and great as she was, a good husband and two or three bouncing babies would have emancipated her from a deal of cant and nonsense»36. Hawthorne, in modo meno grossolano ma forse più meschino, scriverà:

Thus there appears to have been a total collapse in poor Margaret, morally and intellectually. [] She took credit to herself for having been her own Redeemer, if not her own creator; and, indeed, she was far more a work of art than any of Mr. Mozier's statues. But she was not working on an inanimate substance, like marble or clay; there was something within her that she could not possibly come at, to re-create and refine it; and, by and by, this rude old potency bestirred itself, and undid all her labor in the twinkling of an eye. On the whole, I do not know but I like her the better for it, ­ the better, because she proved herself a very woman, after all, and fell as the weakest of her sisters might37.

Nello scontro tra natura e cultura, corpo e spirito, arte e materia, la parte inerte, passiva, femminile ha la meglio, condannando la "povera Margaret" al suo destino biologico. Sophia Hawthorne, anni prima, aveva espresso l'idea analoga che il femminismo di Fuller derivasse dalla sua insoddisfazione sessuale e sentimentale, in una lettera alla madre: «It seems to me that if she were married truly, she would no longer be puzzled about the rights of woman. This is the revelation of woman's true destiny and place, which never can be imagined by those who do not experience the relation»38. L'autrice di un ritratto biografico di fine secolo, da una posizione di simpatia e stima per Fuller, soprattutto per la sostenitrice dei diritti delle donne, è ugualmente pronta a identificare in Roma, luogo dell'amore coniugale e della maternità, lo spazio di liberazione di Fuller:

Whatever the seeming incongruities, however, the union between Margaret and her husband was a deep and true one. []

But even more than the wife, Margaret was the mother, and she threw herself into this new relation with naive, almost childlike fervor. [] Thus, motherhood was the goal for her, the clue to all life's mazes. Her whole being was refreshed and born anew with the life of her child. Her letters take on a clear, fresh ring, different from anything we have heard before, as she prattles of his baby ways and doings; and we hardly recognize the tragic, sybilline Margaret, whose freed, joyous spirit soars and sings like a bird39.

Molti ritratti di Fuller scritti da donne nel secolo scorso esaltano l'esperienza della maternità come la realizzazione di una femminilità repressa, pur mantenendosi distanti dai toni arroganti e riduttivi di certi racconti maschili. Ma l'unione con Ossoli e la gravidanza diventano importanti fattori di trasformazione anche per le studiose contemporanee40. La tentazione di leggere la ricerca di Fuller della madre, di un'origine e di un senso di sé, come un percorso che culmina nel successo, confermato e/o prodotto dalla sua maternità biologica, è forte. La scrittura romana, durante il 1848, è ricolma di immagini e metafore piene di sensualità, che rimandano alla fecondità, alla pienezza, al materno. Persino l'istanza utopica, il senso di un futuro che preme, di una vita che cresce, di speranze inarrestabili, sono facilmente leggibili in un quadro di riconciliazione con il femminile attraverso la maternità. La costante tensione all'interpretazione di sé sembra scomparire nel puro piacere della presenza, del radicamento, o nella sofferenza fisica del corpo in gravidanza, nel dolore per le sorti di Roma, nella preoccupazione per quelle di Ossoli o di Angelino41. Ma mi chiedo se l'ipotesi di un percorso di Fuller verso il materno non sia pericolosamente contigua alla sua reiscrizione all'interno di una domesticity di cui metteva in discussione i limiti.

Quanto è distante l'approccio femminista che mette l'accento sulla liberazione della sua sessualità da quello dei biografi dell'Ottocento? Il secolo scorso ha elaborato varie strategie di contenimento e spiegazione: l'eccezionalità, la mostruosità, l'uomo mancato, la "povera Margaret" costretta a reprimere la sua femminilità. Nella varietà di posizioni, tutte queste strategie fanno intravedere una struttura comune: il terzo elemento, quello che potrebbe scardinare il binarismo, soprattutto quello sessuale e di genere, viene reso innocuo attraverso l'assorbimento in uno dei due poli, o attraverso la categoria dell'unicità, che riduce enormemente il suo potenziale di critica culturale. Ho il timore che in qualche misura leggere la maternità di Fuller come una finale realizzazione di sé sia un riassorbimento di una donna eccessiva, fuori misura, nella sua identità biologica, che finisce per renderla innocua.

4. Le contraddizioni del corpo materno

Fuller diventa madre in Italia, è vero, ma aveva impersonato il ruolo della madre e adottato una voce materna, come strategia retorica in grado di articolare un discorso per le donne, ben prima. Mi riferisco principalmente alle sue relazioni con le allieve e con le donne che partecipavano alle "Conversazioni", cui ho già accennato, ma anche a un ruolo materno più concreto, più vicino al lavoro di cura che generalmente la maternità biologica comporta. Figlia maggiore di una famiglia numerosa e non ricca, Fuller aveva spesso assunto su di sé parte del carico di impegni di Margarett, in particolare per ciò che concerneva l'educazione dei fratelli, di cui era la sola responsabile. Alla morte del padre assunse su di sé anche un ruolo "maschile", combinandolo con quello più materno, di riferimento morale e spirituale per la famiglia, che aveva in precedenza. Da adulta aveva esteso con molta facilità ­ con una facilità che non lega con l'immagine di arcigna ed egocentrica zitella che sembra tuttora diffusa ­ tale capacità di cura a tutti i bambini con i quali era venuta in contatto: dalla figlia della sorella, che era nata nel suo stesso giorno e portava il nome della zia, a Una Hawthorne, a Waldo Emerson, a Pickie Greeley.

Nei ritratti ambivalenti che ne fanno i suoi conoscenti ­ arrogante, aggressiva, egocentrica e dominatrice, secondo gran parte degli uomini, sensibile, attenta, capace di ascoltare, nonostante i modi imperiosi, secondo la maggioranza delle donne ­ spesso emerge come tratto secondario, senza che l'autore percepisca la contraddittorietà dei suoi ricordi, un'incredibile capacità di sviluppare relazioni di particolare intimità, soprattutto con le altre donne, con i bambini, con i domestici. Horace Greeley, per esempio, dopo aver sottoscritto gran parte dei pregiudizi della sua epoca riguardo a Fuller, anche per lui una donna di grande intelligenza trasformata dal regime del padre in un'invalida incapace di trovare il giusto sfogo al suo "naturale" desiderio femminile di maternità, ci offre poi senza accorgersene una illuminante scena di maternage:

Yet I very soon noted even before I was prepared to ratify their judgment, that the women who visited us to make or improve her acquaintance seemed instinctively to recognize and defer to her as their superior in thought and culture. Some who were her seniors, and whose writings had achieved a far wider and more profitable popularity than hers, were eager to sit at her feet, and to listen to her casual utterances as to those of an oracle. Yet there was no assumption of precedence, no exaction of deference, on her part; for, though somewhat stately and reserved in the presence of strangers, no one "thawed out" more completely, or was more unstarched and cordial in manner, when surrounded by her friends. Her magnetic sway over these was marvellous, unaccountable: women who had known her but a day revealed to her the most jealously guarded secrets of their lives, seeking her sympathy and counsel thereon, and were themselves annoyed at having done so when the magnetism of her presence was withdrawn. I judge that she was the repository of more confidences than any contemporary; and I am sure no one had ever reason to regret the imprudent precipitancy of their trust. Nor were these revelations made by those only of her own plane of life, but chambermaids and seamstresses unburdened their souls to her, seeking and receiving her counsel; while children found her a delightful playmate and a capital friend. My son Arthur (otherwise "Pickie"), who was but eight months old when she came to us, learned to walk and to talk in her society, and to love and admire her as few but nearest relatives are ever loved and admired by a child42.

Ma, naturalmente, non c'è da meravigliarsi che per Greeley solo un figlio generato dal corpo avrebbe potuto realizzare il desiderio di maternità di Fuller. Nei ricordi delle amiche, delle allieve, il suo talento nel trasformare se stessa in un tramite attraverso cui l'altra viene alla luce nella relazione amicale ­ nell'offrire all'altra il mezzo per narrarsi ­ emerge con chiarezza. Sarah Freeman Clarke, la sorella di James, che inizialmente ebbe una reazione istintiva di resistenza nei suoi confronti, ne scrisse in seguito:

Though she spoke rudely searching words, and told you startling truths, though she broke down your little shams and defenses, you felt exhilarated by the compliment of being found out, and even that she had cared to find you out. [] Many of us recoiled from her at first; we feared her too powerful dominion over us, but as she was powerful, so she was tender; as she was exacting, she was generous. She demanded our best, and she gave us her best. To be with her was the most powerful stimulus, intellectual and moral. It was like the sun shining upon plants and causing buds to open into flowers. This was her gift, and she could no more help exercising it than the sun can help shining43.

Edna Dow Cheney ne parla con toni analoghi nelle sue memorie:

Whatever she spoke of revealed a hidden meaning, and everything seemed to be put into true relation. Perhaps I could best express it by saying that I was no longer the limitation of myself, but I felt that the whole wealth of the universe was open to me. [] She did not make us her disciples, her blind followers. She opened the book of life to us and helped us to read it for ourselves44.

Forme di maternità vicaria, si potrà dire, ma, se è ammissibile che i contemporanei vedessero Fuller come una donna incompleta perché non aveva marito né figli, a noi non sono più leciti tali pericolosi essenzialismi.

Però vorrei aggiungere qualcosa invece sulla biologia, sull'esperienza fisica concreta che Fuller stava vivendo a Roma, e che mi sembra molto più problematica di quanto non si sia detto finora. Il primo effetto che ha su di lei la gravidanza non è, non potrebbe esserlo anche a causa delle circostanze, il piacere della pienezza, ma l'estremo disagio di un corpo che la costringe a confinarsi in un letto. Come ha scritto Rosella Mamoli Zorzi, «i primi mesi di gravidanza sono di grande sofferenza psicologica e fisica» e non possono sfuggire al lettore i ricorrenti riferimenti, nelle lettere di questo periodo, agli odori nauseabondi45. La maternità, per quanto a un certo punto accettata, ha per primo risultato la limitazione della sua libertà di movimento. Fuller non scrive, è costretta a diradare le sue uscite in pubblico, e poi a nascondersi, ad autoesiliarsi da Roma, dal teatro storico in cui voleva recitare la sua parte. È attanagliata dalla paura della censura sociale, dal timore del parto, dalle ristrettezze economiche. È sola, annoiata, lontana dalla madre Margarett, della quale forse sente come mai prima il desiderio della presenza, e dai rapporti sociali che sono per lei vitali. Vede la morte come unica via d'uscita da quello che le appare un «incubo», e poi la teme quando il momento della nascita si avvicina.

Ma sono stati d'animo transitori, che supera con la fine della gravidanza. Nei primi mesi dopo il parto sembra approdare a una condizione di gioiosa fusionalità con il bambino, che viene interrotta, con il suo ritorno a Roma, dalle preoccupazioni, i dubbi, l'angoscia per il figlio affidato alle cure di estranei. Ma la lettera alla sorella Ellen del dicembre del 1849, nella quale ripercorre quel primo anno di maternità, offre uno scorcio diverso sulla sua esperienza come madre, da cui emerge un'ansia profonda, un conflitto interno che con ogni probabilità non aveva alcun mezzo per risolvere, perché legato a uno dei tabù più forti della sua società. Vale la pena di citarla per esteso, perché aggiunge un altro tassello al ritratto:

Still all this I had felt before in some degree [l'amore per un uomo]. The great novelty, the immense gain to me is my relation with my child. I thought the mother's heart lived in me before, but it did not. I knew nothing about it. Yet before his birth I dreaded it. I thought I should not survive, but if I did, and my child did, was I not cruel to bring another into this terrible world. I could not at that time get any other view. When he was born that deep melancholy changed at once into rapture, but it did not last long, then came the prudential motherhood, then came Mrs. Edgeworth, Mrs. Smith. I became a coward, a caretaker not only for the morrow but impiously faithless twenty or thirty years ahead. It seemed wicked to have brought the tender little thing into the midst of cares and perplexities we had not feared in the least for ourselves. I imagined everything: he was to be in danger of every enormity the Croats were then committing upon the babies of Lombardy. The house would be burned over his head, but if he escaped, [] his father was to be killed in the fighting, and I to die of my cough46.

Non solo la maternità è incubo e non, come voleva l'ideologia della true womanhood, sogno e completamento di sé. C'è da chiedersi come Margaret Fuller, che aveva spostato il discorso utopico, orientato al futuro, della democrazia americana sull'Europa e in particolare sull'Italia, convivesse con questo emergere dentro di sé di un immaginario catastrofico, distopico. Come vivesse l'incontrollabile restringersi di un orizzonte collettivo, politico, alla dimensione esclusivamente privata, personale di una madre preoccupata per il proprio figlio. Il conflitto profondo che Fuller vive, in altre parole, riguarda il ruolo politico e sociale che in Italia era riuscita a fare proprio, e che ora le appare minacciato da una maternità che la obbliga a stare accanto al figlio, insidiato da un corpo materno che desidera una continuità prossima all'annullamento di sé.

La maternità, insomma, sembra condannarla, non solo dall'esterno ma dall'interno, alla rinuncia a una soggettività autonoma. Fuller lascia Angelino a Rieti e torna a Roma, ma lo sogna morente ed è divorata dall'ansia: «I yet often seemed to hear Angelino calling to me amid the roar of the cannon, and always his tone was of crying»47. Come strategia di resistenza, forse, elabora la sua identificazione con la città assediata che vede morire i figli e con la Mater Dolorosa, figura di una maternità superiore, collettiva, che assume in sé il dolore di tutte le madri costrette a donare il figlio alla causa, che sola può giustificare la sua scelta di tornare a Roma. Fuller si identifica con le madri della romanità, che incitavano il figlio a tornare vittorioso o disteso sullo scudo, ma questa operazione di sublimazione non le riesce, e continua sempre nella lettera a Ellen: «It seemed then I was willing he should die. But when I really saw him lingering as he did all July and August between life and death, I could not let him go unless I could go with him. [] I resolved to live day by day and hour by hour for his dear sake and feed on ashes when offered». Il desiderio di fusione con il figlio, almeno per il momento, ha vinto e la presenza di Angelino le dà un senso di pienezza che sostituisce qualunque ambizione alla sfera pubblica: «What a difference it makes to come home to a child! ­ how it fills up all the gaps of life, just in the way that is most consoling, most refreshing! Formerly, I used to feel sad at that hour; the day had not been nobly spent, I had not done my duty to myself and others, and I felt so lonely!»48.

Decide di lasciare Roma e poi l'Italia per gli Stati Uniti, in cerca di un luogo tranquillo dove crescere il figlio. Affiora ripetutamente nelle sue lettere la preoccupazione di come i suoi amici accoglieranno lei e il bambino, e soprattutto Ossoli, così diverso da loro, così disarmato sul piano intellettuale, ricco solo di una capacità di amore che essi non possono comprendere. Affiora, anche, il desiderio di una vita domestica, ritirata, concentrata sul marito e sul figlio:

My relation to Ossoli has been like retiring to one of those gentle, lovely places in the woods ­ something of the violet has been breathed into my life, and will never pass away. It troubles me to think of going to America. I fear he will grow melancholy-eyed and pale there, and indeed nothing can be more unfit and ill-fated outwardly than all the externals of our relation. I can only hope that true tenderness will soothe some of them away. I have, however, no regrets; we acted as seemed best at the time. If we can find a shelter for our little one, and tend him together, life will be very precious amid very uncongenial circumstances. I thought I knew before what is the mother's heart, I had felt so much love that seemed so holy and soft, that longed to purify, to protect, to solace infinitely; but it was nothing to what I feel now, and that sense for pure nature, for the eager, spontaneous life of childhood, was very partial in me before. [] I should not be sorry to leave Italy till she has strength to rise again, and stay several years in America. I should like to refresh my sympathy with her great interests and great hopes. I should like to do anything I could for people there; but to go into the market, and hire myself out, will be as hard as it never was before: my mind has been very high-wrought, and requires just the peace and gradual renovations it would find in still, domestic life.

Con questa citazione non voglio sostenere la tesi che Fuller si fosse riconciliata con l'ideale domestico, che aveva sempre visto come soffocante, e si preparasse a tornare in America per entrare nella schiera dei difensori della sacralità della casa. Tutt'altro. Molti hanno speculato sulle opere che avrebbe potuto scrivere dopo il ritorno negli Stati Uniti. A me piacerebbe, più che leggere la storia della Repubblica romana o il resoconto del suo viaggio, vedere quale tipo di discorso avrebbe elaborato per venire a patti con il conflitto tra il desiderio di una vita privata e la necessità di un ruolo pubblico, costretta come sarebbe stata dalle circostanze a lasciare a Ossoli la cura del figlio, sia pure con l'aiuto di Margarett Crane, e a dedicarsi al compito di unico sostegno economico per la famiglia. Un discorso che articolasse con coraggio e anticonformismo, come Fuller poteva fare, la conflittualità del materno avrebbe forse reso meno dolorose le vite di alcune donne che verranno dopo di lei.

Penso a Charlotte Perkins Gilman, che a causa dello stesso conflitto lotta con la depressione per tutta la vita, non solo dopo il parto, ma anche dopo il divorzio e dopo la decisione di lasciare la figlia al marito per dedicarsi al suo compito politico di madre della società futura. Le cose sono andate in un altro modo. Charles Walter Stetson, primo marito di Gilman, commenta nel suo diario che Charlotte ha cominciato un corso di lettura sulle donne, ma ciò non sembra far altro che peggiorare il suo stato, fino a farla scoppiare in lacrime. Tra questi testi, c'era Woman in the Nineteenth Century49.

Note

1. L'eccessivo biografismo degli studi di Fuller era già stato indicato nel 1982 da David M. Robinson (Margaret Fuller and the Transcendental Ethos: Woman in the Nineteenth Century, in "Publications of the Modern Language Association of America", 97, n. 1 [1984]), come una conseguenza del fatto che la sua rivalutazione negli ultimi decenni del xx secolo si basava più sull'interesse per una figura di donna trasgressiva e nettamente diversa dall'ideale femminile ottocentesco, che su una maggiore sensibilità contemporanea nei confronti della sua scrittura. Lo scarso interesse per le sue opere si è tradotto nella mancanza di edizioni critiche di testi importanti come Woman in the Nineteenth Century, che fino al 1994, anno in cui Mary Kelley ha curato un'antologia in cui esso viene riproposto nella versione originale, era disponibile solo nella versione curata da Arthur B. Fuller nel 1855. Che l'orientamento della critica stia cambiando è testimoniato anche dal fatto che negli anni Novanta sono state pubblicate nuove edizioni di testi fuori stampa, come Summer on the Lakes, curato da Susan Belasco Smith, e raccolte dei suoi articoli per il "Tribune".

2. C. Zwarg, Feminist Conversations: Fuller, Emerson, and the Play of Reading, Cornell University Press, Ithaca 1995, corsivo mio.

3. Zwarg si riferisce esplicitamente a Bell Gale Chevigny e Larry Reynolds, i quali vedono nell'esperienza italiana il dispiegamento di una diversa consapevolezza di Margaret Fuller. In proposito si vedano nel volume di Zwarg, sopra citato, l'introduzione, pp. 1-31, e, nel capitolo dedicato ai saggi di argomento americano apparsi sul "New-York Daily Tribune", le pp. 189-97. Lo studio di Zwarg, invece, parte dall'ipotesi che la principale forma di azione intellettuale di Fuller sia stata, sin dalle prime prove, la critica culturale esercitata attraverso la lettura, e ribalta la tradizionale idea della sua dipendenza da Ralph Waldo Emerson, trasformando il loro epistolario in una sorta di conversazione nella quale è la donna a svolgere la funzione di guida, addestratrice intellettuale e prima destinataria di idee che verranno in seguito elaborate dal filosofo trascendentalista nei saggi (in questa ottica il famoso commento di Emerson nell'apprendere della morte dell'amica in seguito al naufragio del mercantile che la riportava negli Stati Uniti ­ «I have lost in her my audience» ­ assume un tono, per quanto egocentrico, meno supponente). Zwarg non soltanto si limita a trattare le opere di Fuller scritte negli Stati Uniti, ma concentra l'analisi su testi generalmente trascurati, in quanto considerati non creativi, quali le traduzioni, le recensioni e i saggi di critica letteraria.

4. Hawthorne, in realtà, si limita a riportare ciò che gli ha raccontato lo scultore americano Mozier, il quale aveva rapporti stretti con Margaret a Roma, ma nel contesto del suo malevolo ritratto della "povera Margaret", come la chiama, questa notizia è un altro tassello in un mosaico che tende a dare un'immagine di Fuller modulata sul concetto di falsità: «Mr. Mozier added, that Margaret had quite lost all power of literary production, before she left Rome, though occasionally the charm and power of her conversation would re-appear. To his certain knowledge, she had no important manuscripts with her when she sailed, (she having shown him all she had, with a view to his procuring their publication in America); and the History of the Roman Revolution, about which there was so much lamentation, in the belief that it had been lost with her, never had existence» (N. Hawthorne, The French and Italian Notebooks, ed. T. Woodson, Ohio State University Press, Columbus 1980, p. 156).

5. Zwarg, Feminist Conversations, cit., p. 11.

6. Penso, per esempio, a saggi recenti i cui autori (tra gli altri, oltre a Zwarg, Jeffrey Steele, Annette Kolodny, Sandra Gustafson) concordano nell'ipotesi che le peculiarità della scrittura di Fuller, che molte lettrici femministe continuano a trovare astratta, digressiva, poco efficace, dipendano dalla sua ricerca di una modalità di discorso femminista entro e oltre i confini del linguaggio logocentrico.

7. A. Cavarero, Tu che mi guardi, tu che mi racconti. Filosofia della narrazione, Feltrinelli, Milano 1997, p. 60.

8. Ivi, pp. 93-4, 99. Cavarero colloca la scena raccontata da L. Stanley (in The Auto/biographical, I: The Theory and Practice of Feminist Auto/Biography, Manchester University Press, Manchester 1992), probabilmente avvenuta in Inghilterra, dove la sociologa vive e insegna, a New York (v. pp. 89-90).

9. A questo proposito, si veda il saggio di Liana Borghi in questo volume.

10. Il pericolo, naturalmente, è quello di trasformare Fuller in un pretesto per fare la propria autobiografia. Sul problema dell'identificazione della biografa con il proprio soggetto, si veda B. G. Chevigny, Daughters Writing: Toward a Theory of Women's Autobiography, in "Feminist Studies", 9, n. 1 (Spring 1983). Adriana Cavarero mette in guardia dalla «trappola empatica che ogni scena di reciprocità narrativa, tanto più nel caso dei gruppi di autocoscienza, rischia comunque di innescare», ossia la possibilità che il riconoscimento del proprio sé nella storia dell'altra produca un'identificazione che ingloba e cancella la sua unicità (si veda in Cavarero, Tu che mi guardi, cit., il capitolo L'altra necessaria, pp. 105-20).

11. Hawthorne, Notebooks, cit., p. 157.

12. B. G. Chevigny, Foreword to the Revised Edition, in Ead., The Woman and the Myth: Margaret Fuller's Life and Writings (rev. ed.), Northeastern University Press, Boston 1994, p. xviii. Chevigny include nella sua antologia il brano di Poe da cui è tratta la citazione (pp. 162-3). La prima edizione del volume è stata pubblicata nel 1976 da Feminist Press.

13. Chevigny, Daughters Writing: Toward a Theory of Women's Biography, cit.

14. R. W. Emerson, W. H. Channing, and J. F. Clarke (eds.), Memoirs of Margaret Fuller Ossoli, 2 vols., Phillips, Sampson and Company, Boston 1852, i, p. 140. Il passo racconta l'esperienza di tipo mistico avuta da Fuller quando aveva ventun'anni, ma le domande sulla propria identità sono invece un ricordo collocato in modo imprecisato nell'infanzia.

15. Memoirs of Margaret Fuller Ossoli, cit., ii, p. 7. È superfluo, qui, ricordare tutti gli aspetti in cui affiorava il talento di Fuller nell'impersonare ruoli, la sua passione per il teatro, l'attenzione estrema per la performance sociale, che, uniti a tratti considerati poco appropriati per il suo sesso, quali la capacità di dominare la conversazione, la tendenza ad accentrare su di sé l'attenzione degli altri e il gusto per la satira e la battuta tagliente, hanno certamente contribuito a procurarle, soprattutto tra i conoscenti di sesso maschile, la reputazione di artificiosità e affettazione («She was a great humbug», scrive Hawthorne di lei [Hawthorne, Notebooks, cit., p. 156]). Mi limito a rimandare per questo punto al saggio di Cristina Giorcelli, in questo volume, e a riportare le osservazioni di Horace Greeley al riguardo: «She had marvellous powers of personation and mimicry, and, had she condescended to appear before the foot-lights, would soon have been recognized as the first actress of the Nineteenth Century» (H. Greeley, Recollections of a Busy Life, Ford, Brown, & Co., New York 1896, p. 179).

16. Fuller, Summer on the Lakes, in The Portable Margaret Fuller, ed. M. Kelley, Penguin, New York 1994, p. 118. Trovo interessante che Emerson abbia esotizzato Fuller ­ che egli quasi sempre riuscì con notevole autocontrollo a tenere a distanza, in modo da salvaguardare la propria atarassica serenità dalla sua presenza intossicante e dagli attacchi sferrati senza ritegno alla sua privacy ­ con una collocazione etnica analoga, marcata dall'ideologia contemporanea come razzialmente ambigua, al confine tra neri e bianchi: «In the first days of our acquaintance, I felt her to be a foreigner, ­ that with her one would always be sensible of some barrier, as if in making up a friendship with a cultivated Spaniard or Turk» (Memoirs of Margaret Fuller Ossoli, cit., i, p. 227). Channing, invece, nel suo ritratto tutto modulato sull'ossimorica copresenza di aspetti contrastanti, sia nel fisico sia nella personalità, scrive: «Finally, in the animation, yet abandon of Margaret's attitude and look, were rarely blend the fiery force of northern, and the soft languor of southern races» (Memoirs of Margaret Fuller Ossoli, cit., ii, p. 36).

17. Sin dalla pubblicazione di Memoirs of Margaret Fuller Ossoli, la storia di Mariana è stata considerata fondata su un episodio accaduto a Fuller alla scuola di Susan Prescott, anche se di recente alcuni studiosi, come Mary Kelley, hanno messo in dubbio che essa si riferisca a un fatto autobiografico concreto, e tendono piuttosto a considerarla una trasposizione a posteriori del ricordo di un atteggiamento di censura nei confronti della sua esuberanza da parte di compagne e insegnanti. In una lettera del 1830 a Susan Prescott, Fuller ricorda un episodio doloroso che l'insegnante la aiutò a superare (The Letters of Margaret Fuller, R. N. Hudspeth (ed.), 6 vols., Cornell University Press, Ithaca and London 1983-1994, i, p. 160), e in un paio di occasioni si riferisce alla storia come autobiografica, ma ciò non esclude che Mariana sia, più che altro, «a metaphor for extracurricular lessons Fuller mastered at no small cost» (Kelley, Introduction, in The Portable Margaret Fuller, cit., p. xiii). Charles Capper, invece, pur sottolineando che si tratta di un racconto fittizio, nota le somiglianze tra la personalità di Mariana e quella di Fuller e ipotizza che il frammento si riferisca effettivamente a qualche evento traumatico avvenuto a scuola. Agli inizi del 1823 Fuller era stata ritirata dal Boston Lyceum for Young Ladies del Dr. Park, una delle più prestigiose istituzioni del circondario, che offriva un corso di studi molto simile a quello delle scuole maschili, per motivi che rimangono oscuri, e iscritta alla scuola di Susan Prescott di Groton, basata su un curriculum che includeva le tradizionali discipline ornamentali per signorine, nonostante il suo desiderio di frequentare l'istituto diretto dal fratello minore di Emerson. Le biografie più recenti interpretano questa decisione come il tentativo da parte dei genitori di frenare l'aggressività e il gusto per la competizione di Margaret, che le stavano alienando le simpatie delle sue coetanee, dandole un'educazione più "femminile". Sia Charles Capper sia Joan von Mehren attribuiscono la scelta alla preoccupazione paterna riguardo agli effetti che la sua disciplina di studio aveva avuto sulla figlia, ma mentre von Mehren tende a presentarla come una sorta di pentimento tardivo di Timothy Fuller, Capper sottolinea il ruolo svolto dalla madre, la quale in numerose lettere al marito si era lamentata del comportamento sfrontato e irrispettoso di Margaret e della propria incapacità di tenerla a freno (C. Capper, Margaret Fuller: An American Romantic Life, i, The Private Years, Oxford University Press, New York 1992, pp. 57-83; J. von Mehren, Minerva and the Muse: A Life of Margaret Fuller, University of Massachusetts Press, Amherst 1994, pp. 24-7).

18. La scena della "guarigione" di Mariana attraverso il racconto della storia di dolore di un'altra donna, vera e propria figurazione delle relazioni narrative femminili di cui parla Adriana Cavarero (Tu che mi guardi, cit.), merita di essere citata per intero: «"Let me trust you, let me tell you the griefs of my sad life. I will tell to you, Mariana, what I never expected to impart to any one". And so she told her tale: it was one of pain, of shame, borne, not for herself, but for one near and dear as herself. Mariana [] heard the story to the end, and then, without saying a word, stretched out her hand for the cup» (Fuller, Summer on the Lakes, cit., p. 125).

19. Miranda appare in Woman in the Nineteenth Century. Il riferimento alla sua cultura "maschile", e a una figura paterna magnanima che l'ha educata come una persona e non come una donna, ha naturalmente autorizzato la lettura in senso autobiografico di Miranda, tuttavia non bisogna dimenticare che del padre Fuller ha dato un ritratto molto meno benevolo nell'Autobiographical Romance. Inoltre, in Woman in the Nineteenth Century, la presenza di una voce narrante che racconta la storia di Miranda e dialoga con lei rende più complessa l'interpretazione del passo.

20. Sul ruolo del lutto e la sua elaborazione nella vita e nella scrittura di Fuller, si veda J. Steele, Introduction, in The Essential Margaret Fuller, ed. J. Steele, Rutgers University Press, New Brunswick 1992.

21. A. Douglas, Margaret Fuller and the Search for History: A Biographical Study, in "Women's Studies", 4, n. 1 (1976), p. 54.

22. Fuller, Woman in the Nineteenth Century, in The Portable Margaret Fuller, cit., p. 251.

23. Memoirs of Margaret Fuller Ossoli, i, p. 139.

24. Il Ringraziamento non era ancora una festa nazionale (fu istituita da Abramo Lincoln, in seguito a una campagna promossa e sostenuta da Sarah Josepha Hale sul "Godey's Lady Book"), ma era chiaramente una celebrazione della fondazione del paese.

25. Fuller, Woman in the Nineteenth Century, cit., p. 244.

26. Ivi, p. 245.

27. Capper, Margaret Fuller, cit., pp. 29-32. Von Mehren, Minerva and the Muse, cit., pp. 11-3.

28. Ivi, pp. 24-83.

29. Douglas, Margaret Fuller and the Search for History, cit., p. 44.

30. Tra le studiose degli anni Settanta e Ottanta, Ann Douglas è quella che in modo più deciso separa Fuller dalla tradizione culturale femminile del domestico e del sentimentale per collocarla nel genere "maschile" della critica sociale e della storia. Visto il generale giudizio negativo sulla qualità ed efficacia della sua scrittura, condiviso da Douglas, ne dovrebbe conseguire che Fuller si appropria di un discorso "maschile" che però non riesce a dominare. Per una revisione di questa idea, in cui viene messo in luce il suo debito nei confronti della contemporanea retorica sentimentale, si veda S. M. Gustafson, Choosing a Medium: Margaret Fuller and the Forms of Sentiment, in "American Quarterly", 47, n. 1 (1995).

31. Purtroppo le notizie sul metodo seguito da Fuller nell'insegnamento, e in particolare nelle "Conversazioni", sono scarse e di seconda mano, se si eccettuano i riferimenti sparsi nelle lettere (in particolare quella a Sophia Ripley del 27 agosto 1839) e nel saggio Bettine Brentano and Her Friend Günderode. In proposito, cfr. Capper, Margaret Fuller, cit., pp. 290-306; A. Kolodny, Inventing a Feminist Discourse: Rhetoric and Resistance in Margaret Fuller's Woman in the Nineteenth Century, in "New Literary History", 25, n. 2 (1994); Gustafson, Choosing a Medium, cit.

32. Memoirs of Margaret Fuller Ossoli, cit., ii, pp. 224-5.

33. Ivi, p. 220.

34. Rebecca Spring, lettera del 14 aprile 1850, citata in Chevigny, The Woman and the Myth, cit., p. 400, n. 43.

35. Memoirs of Margaret Fuller Ossoli, cit., ii, p. 37.

36. Greeley, Recollections, cit., p. 176.

37. Hawthorne, Notebooks, cit., pp. 156-7.

38. Sophia Peabody Hawthorne, lettera alla madre del luglio 1843, in Chevigny, The Woman and the Myth, cit., p. 231.

39. J. Lazarus, Notable Women: Margaret Fuller, "The Century" (April 1893), pp. 923-34.

40. Si veda, per esempio, Chevigny: «Hindsight tempts us to believe Italy held her by teaching her more fundamental lessons than she would learn in the school of Paris. She learned that the needs of her body could not be met by a mere vacation in Italy to be followed by renewed intellectual vigor and continued physical deprivation. In Italy she took a lover and bore a child, acts of self-discovery and release which, as we shall see, tended more to complement than to conflict with her political development» (The Woman and the Myth, cit., pp. 366-7).

41. Come scrive Charlotte Nekola (vedi saggio in questo volume), finalmente sembra vivere senza interrogarsi continuamente sul senso di ciò che fa.

42. Greeley, Recollections, cit., pp. 178-9.

43. Sarah Freeman Clarke, in T. Wentworth Higginson, Margaret Fuller Ossoli, Houghton Mifflin, Boston 1885, citata in Chevigny, The Woman and the Myth, cit., p. 87.

44. E. Dow Cheney, Reminiscences, Lee & Shepard, Boston 1902, citata in Chevigny, The Woman and the Myth, cit., pp. 230-1.

45. R. Mamoli Zorzi, Introduzione, in M. Fuller, Un'americana a Roma, 1847-1849, Edizioni Studio Tesi, Pordenone 1986, p. xxvi.

46. Lettera a Ellen Channing, 11 dicembre 1849, in Chevigny, The Woman and the Myth, cit., p. 488. A sedici anni, in una lettera a Susan Prescott (14 maggio 1826), aveva scritto: «Now tell me, had you rather be the brilliant De Staël or the useful Edgeworth?» (The Portable Fuller, cit., p. 480).

47. Memoirs of Margaret Fuller Ossoli, cit, ii, p. 301.

48. Ivi, p. 304.

49. C. W. Stetson, Endure, ed. Mary A. Hill, Temple University Press, Philadelphia 1985, p. 352.