Il viaggio cerimoniale di Carlo v
dopo Tunisi1

di Maria Antonietta Visceglia

 

1. "Animoso capitano e valorosissimo soldato": la spedizione africana dell’imperatore

"Uno anno o il più illustre di tutti gli altri dell’età nostra, per la pace sicura in casa, per la mirabile clementia dell’aere, e per la vittoria d’Africa nobilitò i principi del pontificato di Paolo iii, dopo i lacrimosi tempi di Adriano e Clemente […]". Così Paolo Giovio iniziava nel libro xxxiii delle Istorie del suo tempo il racconto degli eventi del 1535-36, attribuendo all’impresa di Tunisi la valenza di un evento inaugurale per il Papato farnesiano2. Tunisi — come i contemporanei ebbero chiara coscienza — rappresentò anche, dopo Bologna, una tappa cruciale della costruzione dell’immagine imperiale ed eroica di Carlo v e della ridefinizione dei rapporti tra l’imperatore e il pontefice.

Le biografie encomiastiche che fiorirono sulla vita dell’imperatore narrano la campagna di Africa dipingendo la figura di Carlo v come guerriero e capitano che eroicamente guida in battaglia i suoi soldati. Così Alfonso Ulloa lo rappresenta mentre si lancia in combattimento invocando San Giacomo3. E Ludovico Dolce, un fecondo poligrafo veneziano morto nel 15684, nella sua biografia di Carlo v, scritta in concorrenza con quella di Ulloa, annota enfaticamente: "Egli che, come scrivono alcuni, era armato innanzi a tutti chiamò per contrasegno Santo Jago, protettore de’ cavalieri spagnuoli, e spinse sì fattamente contro gl’infedeli che fece l’ufficio di animoso capitano e valorosissimo soldato […]"5.

Questa glorificazione del valore militare personale è tanto più significativa in quanto dopo la presa de La Goletta il consiglio di guerra aveva a lungo dibattuto se proseguire o meno verso Tunisi con alcune incertezze dello stesso imperatore per essere egli, come Carlo v scriveva a Maria d’Ungheria, "capitain nouveau"6. Se Tunisi fu nella realtà per l’imperatore "su bautizo de soldado"7, l’impresa africana assunse un valore simbolico assai più ampio, fissandosi nell’immaginario storico come un capitolo di una storia ininterrotta che aveva avuto nella presa di Granada il suo antecedente immediato, ma che poteva anche apparire l’evoluzione di un passato più lontano, la riproposizione del lungo, secolare conflitto che aveva contrapposto, nel Mediterraneo, Roma e Cartagine, Scipione e Annibale, cioè "l’eroe esemplare di valore e di bontà", nel cui animo ardeva lo zelo della religione e il fervore della carità e il condottiero le cui virtù guerriere erano offuscate dalla opaca pesantezza di altrettanti vizi8. Dopo Tunisi Cesare-Carlo si proponeva ai suoi contemporanei come l’imperatore che aveva non solo attualizzato le gesta dei suoi migliori predecessori dell’antichità9, ma che le aveva anche superate, in quanto miles Christi. Nella sua proiezione futura Tunisi avrebbe avuto nella riconquista di Costantinopoli il suo unico ineludibile esito.

Fernando Checa Cremades ha ripercorso i momenti salienti della costruzione del simbolismo imperiale, individuandone le componenti complesse di origine cavalleresca e rinascimentale e la loro sintesi originale che si realizzò nella architettura, nella ritrattistica e in una ricca iconografia militare ed eroica, coerente ad una cultura che riscopriva il valore esemplare delle gesta dei grandi condottieri e trionfatori del passato. Se la battaglia di Pavia fu una tappa decisiva della tendenza alla eroicizzazione di Carlo v, la campagna di Tunisi segnò il momento della idealizzazione classicista dell’imperatore10, ma il valore simbolico dell’evento fu potenziato e amplificato dal ritorno in Italia: un vero viaggio cerimoniale lungo tutta la penisola che si protrasse per undici mesi e che si rivelò strategico non solo per la propaganda imperiale, ma anche per la configurazione politica degli equilibri italiani. Il viaggio, ricostruito da numerosi studi di impostazione storico-artistica11 attraverso le sequenze dei trionfi imperiali, fu anche segnato da momenti di acuta conflittualità politica. Nella durata dell’evento si consumò il passaggio dalla pace alla guerra viva, riaperta — dopo la morte, il 1 novembre 1535, di Francesco Sforza — con l’occupazione francese della Savoia; si realizzò il 26 febbraio 1536 il progetto di matrimonio tra Alessandro de’ Medici e la giovanissima Margherita d’Austria; si attuò, dopo la lacerazione del sacco, una non facile e per molti versi ambigua riconciliazione romana. Il viaggio dunque ebbe una dimensione unitaria italiana, ma, allo stesso tempo, ebbe momenti diversi, analiticamente distinguibili secondo congiunture locali. Se Carlo v ne fu protagonista indiscusso, attori non certo minori furono Paolo iii, Pier Luigi Farnese, i grandi nobili napoletani e romani, i fuoriusciti fiorentini... e i membri della corte al seguito del sovrano, come il principe di Portogallo, il gran Maestro dell’ordine di Malta, il duca di Alba, il conte di Benavente, il duca di Medina Coeli, i segretari imperiali, fra cui i consiglieri più influenti Granvela e Cobos12, un gruppo nell’insieme molto numeroso ma difficile da ricostruire e quantificare al quale dovevano aggiungersi i 3.000 soldati della guardia imperiale.

D’altra parte, l’idea stessa del viaggio non fu esente da dubbi. È ben noto come nel più stretto entourage dell’imperatore proprio il viaggio in Italia che avrebbe seguito l’impresa di Tunisi suscitava, già prima della sua realizzazione, dubbi e perplessità. Dopo che, nel 1534, Barbarossa — i cui corsari avevano moltiplicato le incursioni nel Tirreno, sulle coste siciliane, calabre e campane, spingendosi fino a Sperlonga — si impadronì di Tunisi scacciando il legittimo sovrano Muley Hassan, quando Carlo v nel gennaio del 1535 prese la decisione di condurre personalmente la spedizione, il presidente del Real Consejo e Inquisistore generale, il cardinale Juan Pardo y Tavera elaborò un memoriale per il sovrano. L’arcivescovo di Toledo, espressione nel Consiglio di una linea castigliana che peraltro negli anni Trenta appariva meno energica rispetto al periodo di Cisneros e di Isabella, con parole chiare e forti metteva in guardia rispetto ai rischi materiali di quell’azione militare che sarebbe stato meglio affidare a capitani di sicuro valore, quali non mancavano nell’esercito imperiale, e soprattutto rispetto ai rischi politici del successivo viaggio in Italia che avrebbe significato esborsi finanziari e avrebbe moltiplicato l’incertezza a vantaggio della Francia.

Dígaseme — scriveva Tavera — qué mayor comodidad tendría V. M. en Italia que en España, sino encontrarse con gente que no alimenta ni el amor ni la obedencia que alimentan sus soldados, fiarse de personas que amarán más sus intereses que vuestro servicio, hombres que procurarán arrancarle a V. M. las visceras; y quién sabe si no disfrutarán viéndolo en dificultades o no lo meterán en ellas para aprovecharse de él, y no temeran vuestro peligro, porque pensarán que podrán engrandercene y realizar sus intereses13.

Sul viaggio si proiettavano dunque le aspettative di chi vedeva in esso una tappa importante dell’affermazione del ruolo imperiale di Carlo v, ma anche i timori di chi, come l’imperatrice Isabella, paventava una subordinazione degli interessi iberici e castigliani a quelli italiani. Questa contraddizione che dall’inizio gravava sull’impresa di Tunisi si acuì dopo il suo esito vittorioso.

"Lo que acá deseamos es que se acabase de destruir este corsario, y se le tomase a Argel"14: con parole inequivocabilmente chiare l’imperatrice spingeva Carlo a proseguire la guerra in nord Africa, poiché solo dal completamento della spedizione si sarebbero tratti i vantaggi che la Spagna attendeva. Ma già il 16 agosto, scrivendo a Lope de Soria, ambasciatore cesareo a Venezia, Carlo v spiegava come avesse dovuto necessariamente "mudar consejo" per ragioni logistiche — la stanchezza dell’esercito, le difficoltà dell’approvvigionamento anche per il gran numero di prigionieri cristiani liberati — e anche politiche: l’opportunità di un viaggio in Italia, nei regni di Sicilia e di Napoli, per convocare i Parlamenti "y proveer en las cosas de la buena governación y admistración de la justicia"15. Perciò il viaggio che Carlo v decideva di intraprendere doveva essere breve e non doveva rappresentare in alcun modo un accantonamento del progetto di Algeri, ma solo un necessario, fruttuoso rinvio. "Y acabado lo que en Sicilia sa ha de hazer, en lo qual nos occuparemos los menos días que ser pueda, passaremos a Nápoles a hazer lo mismo en lo de ally, y guiar y enderesçar lo que convenga en los negocios delle fee y otros públicos de la Christiandad"16. Queste dunque le premesse.

Nello spazio limitato di queste pagine tenteremo di ricomporre i resoconti, a volte stereotipati, a volte frammentari, che del viaggio le fonti ci consegnano in una linea generale, inscrivibile nella trama concreta delle circostanze, cercando di leggere la celebrazione e il racconto dell’impresa in parallelo agli eventi che accaddero durante il viaggio e che su di esso produssero un forte impatto.

Jean Boutier, Alain Dewerpe e Daniel Nordman in un volume storiograficamente innovativo17 hanno ripercorso il viaggio di Carlo ix durante il biennio 1564-66, dopo l’imposizione da parte di Caterina de’ Medici dell’editto di Amboise (19 marzo 1563) e la proclamazione della maggiore età del re. Un viaggio cerimoniale, ma soprattutto politico per tentare di sedare le passioni, controllare le fazioni, ricomporre la pace civile. Obiettivi certo specifici, ma che comunque dimostrano come il viaggio di un sovrano fosse, nella prima età moderna, una decisione politica, rivelatrice di una antropologia del potere18. Applicando questa griglia metodologica considereremo il viaggio di Carlo v in Italia come un "atto comunicativo", un’iniziativa significativa di una politica dello spazio e di una modalità di governo, una scelta che, proprio perché diretta a molteplici interlocutori, poteva, non solo nell’atto iniziale della sua formulazione, ma anche ad ogni momento successivo, essere messa in discussione e divenire un’occasione di conflitti.

2."Conforme si suol fare nella festa del Sacramento": l’imperatore nei suoi domini

La visita di Carlo v in Sicilia nel 1535 rappresentava un’occasione politica per ricomporre le lacerazioni che, nei primi decenni del secolo durante i due viceregni di Ugo di Moncada e di Ettore Pignatelli, avevano dilaniato la società siciliana in un succedersi di momenti di acuta contrapposizione tra il viceré e la nobiltà dell’isola, di aperta rivolta — come accadde nella transizione dinastica nel 1516-17 —, di congiure (nel 1522 una congiura filofrancese organizzata dal cardinale Soderini progettava l’intervento di Francesco i di Valois), di scontri durissimi che avevano trovato — come scrive Giuseppe Giarrizzo — alla fine degli anni Venti soltanto un aggiustamento "verso un equilibrio basso"19. In quest’ultima fase, inoltre, si acuì la contraddizione tra la situazione isolana di avamposto nel Mediterraneo e un quadro politico generale che privilegiava, nei domini italiani, la lotta alla Francia dei Valois20. L’esposizione militare dell’isola divenne un fattore di rischio sempre più grave e senza compensazioni: la Sicilia, privata dei vantaggi delle sue relazioni commerciali nord-africane, fu chiamata a contribuire con rifornimenti e donativi alla macchina militare spagnola, a fortificare le sue città, a mantenere le truppe. La logica del viaggio, nella sua tappa siciliana, implicava il completamento dello sforzo finanziario, ma anche un riconoscimento politico e il ristabilimento, attraverso la presenza del sovrano, della giustizia e del buon governo che della sovranità erano gli attributi essenziali.

Ma come fu rappresentata in Sicilia la spedizione di Tunisi e come fu celebrato il protagonista di quella impresa vittoriosa?

"Drepanum civitas invictissima in qua Caesar primum juravit": il giuramento dell’imperatore sui privilegi della città di Trapani fu il primo gesto di una linea di riconoscimento delle istanze locali che fu una delle dimensioni che contraddistinse il viaggio dell’imperatore nei suoi domini. Trapani, dove Carlo v sbarcò al ritorno dall’Africa il 20 agosto con 20.000 schiavi cristiani liberati, fu una tappa minore del viaggio imperiale ma per niente insignificante a livello cittadino, essendo posti, durante il soggiorno del sovrano, che si protrasse fino al 25 dello stesso mese, i problemi cruciali per le finanze locali del risarcimento dei danni subiti durante l’impresa e della concessione delle franchigie relative ai diritti di dogana per mare e terra "sicut et quemadmodum nunc gaudet civitas Messinae"21.

Ben più importante fu naturalmente la lunga visita a Palermo, raggiunta il 12 settembre, dopo una breve sosta ad Alcamo e una, più lunga, a Monreale, "ville verdoyante d’oranges, oliviers, vignobles et autres arbelaiges fructiferes"22, sede vescovile di patronato regio23 provvista di pingue entrata, alla quale erano stati nominati nel primo Cinquecento membri di grandi famiglie quali Francisco de Cardona, figlio di Ramón, viceré di Sicilia e di Napoli, (1512-30), l’energico cardinale Pompeo Colonna, esponente di punta dello schieramento imperiale in Italia, luogotenente del Regno dal 1529 al 1532 (anno della sua morte)24 e, da ultimo, Ippolito de’ Medici, cardinal nepote e protagonista del conclave del 153425, coinvolto proprio nel 1535 nella fallita congiura contro Alessandro de’ Medici e morto nell’agosto dello stesso anno presso Fondi26 .

L’ingresso in Palermo, accuratamente orchestrato, fu il primo trionfo di questo viaggio imperiale. L’entrata, come è noto, era una forma cerimoniale consolidata che poteva fare riferimento a diversi modelli secondo il rango e il ruolo politico e/o religioso della persona accolta e secondo il tipo di messaggio che la città voleva comunicare27 . Nella prima età moderna alla forma medievale dell’entrata si sovrappose il modello antico del trionfo militare che la cultura rinascimentale giustificò e arricchì di nuovi significati. Il mito dei trionfi di Scipione e Cesare preesisteva nella cultura del primo Cinquecento all’evento di Tunisi ma la vittoria di Carlo v sembrò ridare vita e attualità al mito e consentì di declinare una precisa versione, tra le molte possibili, dell’ideologia imperiale.

Carlo v visitava dunque l’Italia e anzitutto i suoi domini come sovrano, come imperatore e come generale vittorioso.

Nei rituali di accoglienza la scansione dello spazio era minuziosamente prestabilita e significativa anch’essa di un messaggio. Solo i sovrani o i visitatori di grandissimo prestigio e potere erano ricevuti fuori delle porte. Così a Palermo, i magistrati, i nobili e i baroni della città e 100 giovani uscirono ad incontrare Carlo v, attendendolo insieme al clero con un "palio" d’oro "lavorato ad aquile" e un cavallo bellissimo che gli fu offerto in dono. L’imperatore, tra il sindaco Guglielmo Spatafora e il capitano Pietro d’Afflitto, preceduto dalle schiere di schiavi turchi prigionieri e seguito dagli schiavi cristiani liberati, processionalmente entrò nella città, dirigendosi verso il duomo dove il sindaco e altri patrizi si prosternarono in tre riverenze, presentando all’imperatore i privilegi della città e del Regno e chiedendogli di confermarli28. Carlo rispose che la richiesta "era giusta". Quindi, uscito dalla chiesa e rimontato a cavallo sotto il baldacchino, si diresse verso il castello percorrendo, tra edifici tappezzati con i colori della casa d’Aragona, strade decorate con archi di trionfo che illustravano la presa di Tunisi, la fuga di Barbarossa, le "lodi" di Palermo29.

Nella città la durata del soggiorno trascorse fra il tempo della festa, speso nei tornei e nelle giostre dove Carlo apparve splendidamente vestito — "di colore candido, riccio d’oro sopra bianco" — circondato dai gentiluomini della casa imperiale e dai nobili siciliani, e il tempo del negoziato politico. La convocazione del Parlamento30, immediatamente dopo l’arrivo in Palermo, la proposta di un donativo straordinario di 250.000 ducati31, la formulazione di un programma di ripristino dell’ordine e della giustizia32 riaffermavano la volontà e la preminenza sovrana, ma anche le prerogative giurisdizionali e costituzionali del Parlamento. Nei contenuti, però, le richieste più significative del Parlamento all’imperatore, (la riforma dei tribunali, il diritto ad un inviato permanente presso il sovrano, la collaborazione più stretta con la nobiltà nella difesa militare) che mostravano come i ceti dirigenti dell’isola guardassero ad un "modello napoletano" di monarchia, rimasero eluse e l’unica concessione significativa di Carlo v fu il decreto che limitava il potere del tribunale dell’Inquisizione in caso di pena capitale33. Il soggiorno a Palermo che si protrasse per un mese assunse, comunque, una valenza politica non solo cittadina, ma anche "regnicola", come provò la scelta di risolvere allora il problema cruciale della nomina vicereale che la morte, nel marzo del 1535, di Ettore Pignatelli34 aveva posto sul tappeto. La scelta di Ferrante Gonzaga che resterà nel governo vicereale fino al 1543, premierà un uomo legato da vincoli personali di fedeltà al sovrano, che durante il suo governo agirà in una prospettiva imperiale più che siciliana35. Nel 1535 Gonzaga appariva il compagno d’arme dell’imperatore, il valoroso capitano che con Carlo v armato, "andava cavalcando e scorrendo per tutti gli squadroni", "con volto allegro ricordando le passate vittorie"36.

Più elaborato sul piano iconografico il trionfo di Messina del cui allestimento erano stati incaricati il pittore Polidoro da Caravaggio e lo scienziato Francesco Maurolico, "allievo" di Costantino Lascaris, il matematico legato ai circoli più operosi e aperti del primo Cinquecento italiano37. Incontro all’imperatore che, passando da Termoli, Polizzi, Nicosia e Randazzo, era giunto al monastero cistercense di San Placido a dodici miglia dalla città, mossero, il 21 ottobre, cento giovani nobili, armati di archibugi e di alabarde. Carlo v cavalcò sotto quattro archi trionfali verdeggianti di alloro, di rami di quercia, di foglie di edera, di fronde di olivo, simboli rispettivamente di vittoria, di forza, di concordia e di pace38 e, al piano di santa Croce fuori di porta Sant’Antonio, fu accolto dal clero e dal vescovo. Dopo il bacio rituale della croce, circondato dai giurati della città che sostenevano le aste del ricco baldacchino foderato di raso rosso, ricevé dallo strategoto, il conte di Condojanni39 e dall’eletto del popolo le chiavi della città. Alla rituale presentazione dei privilegi seguì il loro riconoscimento sovrano.

Un quinto arco "a portici", "contraffatti di marmo lavorati all’antica"40, era stato innalzato poco discosto dalle mura della città sulla cui porta spiccavano la divisa imperiale Plus Ultra41, metafora del superamento in valore e virtù dei limiti fissati da Ercole e anche allusione ai nuovi spazi conquistati oltre oceano, e la Fama alata, altro simbolo tipicamente rinascimentale, ai cui piedi era stata apposta l’iscrizione A solis ortu ad occasum. Mentre l’imperatore attraversava l’arco di trionfo dalla porta della città uscirono due carri — uno "con un tropheo di sopra portato da sei mori subiugati" e un altro con "le quattro virtù Cardinali" — e quattro angeli sopra i quali "vi era un mondo circondato da sei puttini alati li quali insieme con il mondo meravigliosamente rotavano, e sopra il detto mondo stava l’Imperatore armato in bianco con veste e corona Imperiale"42. Sulla parte anteriore e posteriore di quest’ultimo carro versi latini inneggiavano al ritorno di Astrea e all’ultima vittoria di Roma su Cartagine ad opera di Cesare Carlo.

Non era questo l’unico richiamo alla storia antica. Se gli apparati enfatizzavano l’immagine mitologica dell’imperatore rinnovatore della antica grandezza romana, la città non si lasciava sfuggire un’occasione così importante per riaffermare la sua pretesa al riconoscimento di un primato tra le città siciliane43. Nella piazza antistante la cattedrale dove il corteo si fermò, la città di Messina era raffigurata allegoricamente sulla sommità di una fontana come una donna inghirlandata "che con l’una e l’altra mano aprendosi il petto mostra l’arme di sua Maghestà dentro del core"44. In alto campeggiava questa iscrizione: "spqr, devicto Hierone, statuit me, Siciliae caput, titulo nobilitatis extolli ac fungi potestate Romana". Sulle colonne, ai lati della porta della chiesa erano state poste "due teste antiquissime di marmo per la vetustà in alcune parti corrose, l’una di Scipione Africano e l’altra di Hannibale"45. Dopo aver assistito ad una scenografica discesa di angeli che sul sagrato si impadronirono dei trofei portati dai due carri, l’imperatore nella chiesa ricevé la benedizione dell’arcivescovo e quindi si diresse per incontrare solennemente il corpo municipale verso il palazzo di città innanzi al quale era stato innalzato un ultimo arco trionfale ancora con motti scritti in grandi lettere d’oro inneggianti alla vittoria africana e a Cesare Libycus. Varcando la soglia del palazzo, il pallio fu abbandonato al popolo che lo fece a pezzi.

Ritroviamo nelle due prime entrate del viaggio imperiale molti elementi riconoscibili di un codice cerimoniale codificato che si ripeterà nei successivi ingressi: l’attesa fuori della porta, soglia simbolica e fisica della città, la presenza di giovinetti e adolescenti, l’allestimento degli archi trionfali con decorazioni che illustravano l’impresa di Tunisi attraverso il linguaggio dell’antico, funzionale alla rappresentazione di Cesare, ma anche alle rivendicazioni delle città, la consegna delle chiavi e il riconoscimento dei privilegi urbani, la violenza rituale sugli oggetti simbolici della sacralità del potere sovrano46.

I cronisti concludono il resoconto della visita imperiale a Messina con il racconto della rapprentazione, la domenica successiva, nella cattedrale durante la messa al momento del Vangelo, della presa di Costantinopoli che era stata costruita con "arte mirabile" in "tela fitta" nel centro della navata47.

Andrea Doria e Ferrante Gonzaga raggiunsero l’imperatore quello stesso giorno con 300 uomini e parteciparono alla cerimonia; Carlo v volle formalizzare, prima di lasciare la città, la nomina di Ferrante Gonzaga a viceré di Sicilia che porta infatti la data del 2 novembre 1535. Lasciando la Sicilia Carlo v risalì verso Napoli. Non fu un itinerario casuale, ma accuratamente scelto nel percorso e nella durata delle tappe. Ricevere l’imperatore, trattenerlo sia pure per pochi giorni era un’occasione irripetibile e un onore significativo di una gerarchia di prestigio e di potere per i signori feudali e per le città. Il corteo imperiale attraversò Bagnara e Sinopoli, feudi dei Ruffo, Seminara, feudo degli Spinelli, Monteleone del quale erano signori i Pignatelli, Nicastro, feudo di Ferdinando Caracciolo che ne era conte. Le fonti si soffermano soprattutto sui soggiorni nei numerosi stati feudali dei Sanseverino48. Il grande favore del sovrano verso il principe di Bisignano che "avea servito in corte dell’imperatore col quale gran familiarità e gratia contratto aveva"49, fu dimostrato dal protrarsi della sua sosta nei feudi del principe e dalla sontuosità della accoglienza: Carlo fu a Bisignano l’8 novembre, il 10 a San Marco, nella dimora del principe che lo alloggiò con la corte e organizzò per lui memorabili cacce al cinghiale nei boschi della Calabria. Passando per Laino e per il monastero della certosa di Padula, l’imperatore raggiunse i feudi che i Sanseverino del ramo di Salerno possedevano in Basilicata e in Principato Citra dove fu ricevuto con "spesa reggia"50 e con straordinaria dimostrazione di magnificenza. Tuttavia la scarsità di informazioni su questa sosta non ci consente di sapere se e in quale misura essa potè costituire per il principe di Salerno una sia pur parziale compensazione per la delusione subita dall’orgoglioso barone a Bologna quando, nella cerimonia dell’incoronazione, non era stato inserito nel ristretto gruppo dei quattro grandi signori — due spagnoli (il marchese di Villena e il marchese di Astorga) e due italiani (Alessandro de’ Medici e il marchese di Monferrato) — che portavano le insegne imperiali, cioè lo stocco, lo scettro, il mondo, la corona51.

In questo lungo percorso nel cuore del Mezzogiorno il sovrano ricevè moltissimi doni: gioie, collane, vasi d’argento, monete, per un valore, secondo un anonimo cronista napoletano del tempo, di mezzo milione di ducati52. Come segno del suo favore e della sua grazia volle concedere il privilegio dell’entrata alla città demaniale di Cosenza che lo accolse il 7 novembre con scenografie trionfali, curate dall’umanista locale Bartolomeo Quattromani, che riprendevano su scala minore, nelle forme e nelle allegorie degli apparati, i temi che le entrate delle città siciliane avevano già illustrato: la rappresentazione della città attraverso una figura femminile, la celebrazione dell’imperatore vincitore identificato con Scipione e con Ercole, come figura eroica restauratrice di una nuova Pax e della sospirata età dell’oro53.

Un altro "centro minore" onorato dalla visita di Cesare fu Cava, che offrì all’imperatore un bacile d’oro e 3.000 scudi, probabilmente un piccolo dono rispetto alla grazia del mantenimento della condizione demaniale, nonostante le mire del principe di Salerno. Attraversando Nocera dei Pagani, feudo di Ferrante Carafa, e le rovine di Stabia, Carlo pervenne alle porte di Napoli, ma decise di alloggiare i tre giorni precedenti alla sua entrata nella città capitale a Leucopetra, nella villa di Bernardo Martirano, gentiluomo cosentino che ricopriva la carica di segretario del Regno e fine letterato54.

Notizie e uomini raggiungevano durante il viaggio il seguito imperiale. A Cosenza a visitare l’imperatore si era recato, quale inviato di Paolo iii, Pier Luigi Farnese come ambasciatore di una delicata missione: recava l’invito ufficiale del pontefice a visitare Roma e a discutere con il papa alcuni punti nodali della politica italiana ed europea, quali la questione di Camerino, la pace o guerra con la Francia, la prosecuzione della lotta contro il turco, la convocazione del Concilio. Ma, soprattutto, e forse questo era il vero scopo del viaggio, era sul tappeto la questione del vescovado di Jaén, attribuito al cardinal nepote Alessandro Farnese, "un grande errore" — come scriveva il conte di Cifuentes nella sua corrispondenza — per la mancanza di assenso imperiale e per la giovane età di Alessandro55. Un’iniziativa giustificata da parte papale con la circostanza che il cardinale de Jaén era morto alla corte di Roma e tuttavia una "novedad" assai grave, perché lesiva secondo l’imperatore del diritto stesso di patronazgo e delle bolle dei pontefici predecessori di Paolo iii, Adriano e Clemente vii56, in ogni modo una questione complessa, la cui soluzione si rinviava alla venuta dell’imperatore a Roma.

A Cosenza raggiunse Carlo v anche Ascanio Colonna, postulante mercedi e aiuto dall’imperatore, ansioso, nel conflitto familiare che lo opponeva a sua moglie Giovanna di Aragona, di rafforzare il suo prestigio, ma anche di bilanciare col favore imperiale la sua ormai aperta rottura con Paolo iii57, nonostante il ruolo centrale svolto nella città durante il conclave dell’ottobre del 153458.

A Castrovillari il 13 novembre la notizia della morte del duca di Milano pervenne all’imperatore, che nello stesso giorno inviò un mandato di pieni poteri ad Antonio de Leyva59. A Napoli, il 19 febbraio, Carlo v seppe che, come gli avvisi sui movimenti militari lasciavano prevedere, l’invasione francese della Savoia era avvenuta60. Questi annunci di guerra nel nord dell’Italia si erano andati intrecciando con le notizie non buone sulla ripresa delle incursioni turche sulle isole spagnole che sin dal suo arrivo in Sicilia avevano accompagnato l’imperatore. La viva impressione della presa e del sacco di Mahón da parte di Barbarossa, il primo di settembre, aveva resa più profonda la contraddizione tra la probabile ripresa della guerra continentale e l’attuazione della progettata impresa di Algeri61. A questo scenario complesso si sovrapposero a Napoli i problemi di una non facile situazione interna, caratterizzata da conflitti e tensioni che le elaborate forme cerimoniali dell’accoglienza non riuscirono certamente a dissimulare.

Dell’entrata in Napoli di Carlo v le fonti cronachistiche — disponiamo, come è noto, fra le altre di una cronaca eccezionale, quella di Gregorio Rosso, notaio, eletto del Popolo, protagonista non minore, come vedremo, degli eventi del 153562 — mettono anzitutto in luce la dimensione cittadina dell’evento che doveva significare per la città la riconsacrazione del suo ruolo di capitale del Regno. A Leucopetra, la mattina del 23 novembre, primi "à baciare il ginocchio e la mano à Sua Maestà Cesarea"63 si recarono gli eletti del corpo di città per esprimere, attraverso le parole dell’eletto del seggio di Capuana, "il grande amore, e fedeltà che tene la Nobiltà e Popolo di Napoli alla sua Corona". Gregorio Rosso riferisce come l’imperatore replicò "con humanità, e amorevolezza grande", parlando in spagnolo e dicendo "che le cose della Città e Regno di Napoli le teneva dentro del cuore, come cose de figli suoi più che de vassalli"64 .

Nobiltà, Popolo, Corona: le parole chiave sono già nel messaggio iniziale della città che si proclama "fedelissima"65 e chiede al sovrano un rapporto diretto di fedeltà e protezione. Sin dalle sequenze iniziali del rito di accoglienza appare chiaro come, attraverso i gesti cerimoniali, la città vuole con forza inserire nella continuità della sua storia passata la visita del sovrano e far sì che essa illustri e consolidi gli equilibri istituzionali del Regno. I racconti dell’entrata enfatizzano la partecipazione di tutti i segmenti della società napoletana alla festosità dell’accoglienza: "signori e gentilhuomini; mà anco populari, e della più vile plebbe di Napoli"66 fanno ala nel percorso da Leucopetra a Napoli, curiosi di vedere il sovrano, di godere in qualche modo del privilegio della sua presenza. A Poggio Reale Carlo v viene raggiunto dai rappresentanti degli organismi istituzionali del Regno e della città: primi, vestiti tutti allo stesso modo, i titolari dei Sette Offici67 che condividevano con il sovrano funzioni e virtù del suo potere, quindi i capi delle piazze di Napoli, molti alti prelati, gli ufficiali di tutti i tribunali. La composizione della rappresentanza che si reca ad accogliere l’imperatore, in un contesto di grande elaborazione formale, è significativa dunque della complessità delle strutture istituzionali del Regno e della città. Da Poggio Reale a porta Capuana, la cavalcata procede secondo un ordine in cui la maggiore o minore vicinanza al sovrano è significativa di una gerarchia di potere. Il corteo, infatti, era aperto dai rappresentanti delle piazze cittadine e dalla nobiltà nei suoi diversi segmenti (gentiluomini, cavalieri, baroni, titolati), quindi procedevano cinque dei sette grandi officiali, il viceré, alla cui sinistra cavalcava Ferrante d’Aragona duca di Montalto che, per essere principe di sangue reale, precedeva tutti i nobili titolati del regno; seguiva, nella sua qualità di gran scudiero il marchese del Vasto "con uno stocco in mano" e quindi il regio tesoriere "che buttava monete" e gli araldi imperiali che precedevano Carlo v, vestito alla borgognona, con il Tosone in petto. Dopo l’imperatore che era quindi al centro del corteo, incedevano il suo cappellano maggiore, i prelati, i consiglieri di Stato, i magistrati dei tribunali. Conflitti e disaccordi si manifestano nel protocollo già in questa prima fase dell’accoglienza fuori delle mura. Carlo v non volle riconoscere a tutti i baroni titolati la facoltà di restare a capo coperto alla sua presenza, come era loro concesso dai privilegi aragonesi, ma neppure negò questa prerogativa, bensì la consentì solo ad alcuni, creando o consolidando, come ha osservato Aurelio Cernigliaro68, gerarchie e antagonismi. Il conte di Potenza, Carlo de Guevara, gran siniscalco non considerò la presenza fisica del sovrano una ragione sufficiente per superare l’inimicizia con il marchese del Vasto, causa della morte di suo figlio. Lo stesso d’Avalos non volle permettere a Pier Luigi Farnese e agli altri signori forestieri di prendere posto nella cavalcata vicino all’imperatore, onore che di solito si concedeva ai forestieri nelle manifestazioni pubbliche, e fece prevalere la sua opinione "che in quella giornata non si doveva levare à Regnicoli il loco loro"69; perciò il figlio del papa e il suo seguito e anche molti nobili spagnoli non ebbero "loco stabilito", ma "andarno ad alto e a bascio, dove a ciascuno più li piacque"70.

Il protagonismo della nobiltà del Regno ed in particolare degli esponenti di grandi famiglie con un ruolo di primo piano nell’apparato militare imperiale — come i Colonna, i d’Avalos, i Sanseverino — fu dunque sin dall’inizio un tratto distintivo della cerimonia napoletana, enfatizzato dalle fonti anche con un chiaro intento politico.

In ogni modo il corteo quale si è formato fuori delle mura rappresenta prevalentemente la declinazione sovrana e regnicola del potere. Un cambiamento dell’ordine avviene alle porte e l’iconografia deve illustrarne le valenze e visualizzarne i significati. Gli ideatori degli apparati napoletani (l’architetto Giovanni da Nola, lo scultore Girolamo Santacroce, il pittore Andrea da Salerno) progettarono una complessa iconografia trionfale in cui la celebrazione dell’impresa si intrecciava all’esaltazione della città, alla rievocazione del suo passato greco, alla manifestazione di venerazione verso i suoi santi patroni. Una prima specificità dell’entrata napoletana fu nella scelta di scandire lo spazio fisico e politico della città nella sua divisione in seggi e di delimitarlo attraverso giganteschi simboli, secondo una pratica figurativa, già sperimentata in altre occasioni cerimoniali, come l’ingresso di Carlo v in Londra nel 152271. Fuori porta Capuana infatti, furono posti due colossi, rappresentanti l’uno la sirena Partenope e l’altro il dio fluviale Sebeto, ma sulla porta erano state erette due statue dei patroni celesti, sant’Aniello e san Gennaro, "dij tutelares che racomandano la Città al Imperatore" con una scritta ammonitrice, affinché egli, dopo l’accrescimento dell’impero ricevuto da Dio, la favorisca con la sua clemenza e la protegga con la sua giustizia72. Altri colossi erano posti a guardia dei territori dei seggi: Giove e Minerva per il seggio di Capuana, Atlante ed Ercole per il seggio di Montagna, Marte e la Fama per il seggio di Nido, Iano e Furore per il seggio di Portanova, il dio marino Portumno e la Fortuna per il seggio di Porto. I luoghi di governo della città erano anch’essi segnati da figure mitologiche. Un colosso che rappresentava la vittoria alata, coronata di lauro era in San Lorenzo, sede del tribunale di città. A sant’Agostino, luogo del seggio del Popolo, si ergeva "il simulacro della Fede vestito di un panno bianco con una mano coperta (mentre) con l’altra mostra[va] quel luogo essere il domicilio e templo suo per la fedeltà del popolo di Napoli con letre: Hic mihi certa domus tuta, hic mihi numinis ara"73. Infine alla Selleria, cioè alla piazza del Popolo, una straordinaria scenografia rappresentava i Giganti che tentano di salire sull’Olimpo per scacciare Giove. Napoli riceveva quindi orgogliosamente Carlo v autocelebrandosi e celebrandolo. Il maestoso arco di trionfo all’entrata di porta Capuana offriva una grande superficie, circondata da colonne e divisa in riquadri, sulla quale erano raccontate più storie: quella dei grandi eroi del passato, Scipione e Annibale, Alessandro e Cesare, quella degli imperatori di Casa d’Austria e delle loro gesta fino ai fatti di Vienna, d’Ungheria e di Tunisi, quella delle azioni eroiche dei grandi capitani cesarei (il marchese del Vasto e Andrea Doria). Sull’arco erano inoltre raffigurate sequenze significative degli eventi importanti della storia contemporanea (ad esempio il rogo di libri luterani) e delle prerogative e della vastità geografica del potere imperiale (così ricorrevano animali e piante esotiche per significare i nuovi domini), ma erano anche iscritti più simboli che richiamavano i miti della città e della sua storia74.

Davanti a porta Capuana il vicario arcivescovile e il clero già disposto processionalmente attendevano il sovrano che compì, scendendo da cavallo, il consueto omaggio alla Croce. Quindi, risalito a cavallo, Carlo v incontrò il corpo di città che era a piedi, con tutti i suoi rappresentanti vestiti con magnificenza, e condotto dal sindaco. La sequenza rituale della consegna delle chiavi della città fu a Napoli un’azione corale compiuta dagli eletti di tutti i seggi, ciascuno dei quali compì un gesto significativo della collegialità del corpo politico cittadino. Finalmente le chiavi tornarono nelle mani del sindaco. Il corteo allora si ricompose secondo un altro ordine che doveva integrare città, Regno, potere imperiale e potere religioso in una unità. È perciò molto significativo che in una così importante occasione cerimoniale "il Sindaco si mise alla Cavalcata inanzi lo Viceré, con lo stendardo Reale in mano, e li Eletti avanti li sette Officij"75 e che il giuramento dei privilegi e delle grazie concesse alla "fedelissima Città" fosse compiuto dopo un solenne Te Deum nel Duomo, dove gli eletti parteciparono attivamente alla configurazione dell’azione cerimoniale.

Il modello dell’entrata di Carlo v a Napoli fu, come le fonti ci dicono esplicitamente, la processione eucaristica del Corpus Domini. Sappiamo bene — Miri Rubin ce lo ha dimostrato su scala europea76 — che tra il rito dell’entrata (l’entrata del vescovo o del sovrano) e la processione del Corpus Christi vi era un legame profondo che ci riconduce alla teoria cristocentrica della sovranità occidentale e anche all’idea del sacramento come patto (foedus) tra Dio e il popolo77. A Napoli, come in altre città europee, il Corpus Domini era il culto cittadino per eccellenza e il suo itinerario segnava il territorio urbano in sfere di influenza politica che corrispondevano alle aree del potere dei seggi78. Allo stesso modo si organizzò la processione che seguiva l’imperatore che aveva preso posto sotto il baldacchino. Nel primo tratto da porta Capuana all’Arcivescovado il pallio fu portato da cinque nobili del seggio di Capuana e da un rappresentante del popolo, quindi il sovrano attraversò gli altri quartieri passando da San Lorenzo, dal seggio di Montagna, dal seggio di Nido per la Vicaria fino al seggio di Portanova e di Porto, "scambiandosi da Seggio in Seggio li cinque Cavalieri che lo portavano, e conforme si suol fare nella festa del Sacramento, rimanendoci sempre uno per lo Popolo, e uno per lo Baronaggio..."79.

L’iconografia che segnava lo spazio civico e la configurazione spaziale del percorso erano perciò due aspetti di uno stesso messaggio politico: la città voleva autorappresentarsi in un linguaggio mitico e storico che integrasse la realtà politica dell’evento. Se il percorso dell’imperatore si modellava, come del resto era consueto nelle entrate, sul rito del Corpus Domini, l’iconografia e l’itinerario processionale, pure scandito da immagini e gesti che enfatizzavano il potere imperiale80, rinviavano alla originaria sacralizzazione della città attraverso la metafora del Corpus Christi.

Il viaggio di Carlo v cadeva del resto in una delicata congiuntura politica interna napoletana. L’invio a Napoli nel 1532 — il maggior artefice della sua nomina fu il potente segretario imperiale Francisco de Los Cobos81 — di don Pedro di Toledo aveva rappresentato una svolta negli equilibri politici realizzati nei primi decenni del viceregno spagnolo. La politica fiscale del nuovo viceré, il suo autoritarismo di impronta castigliana che si manifestò già nei primi anni del suo incarico in una energica azione di ristabilimento dell’ordine pubblico e in progetti di riforma della giustizia82, l’importanza della sua rete di parentele e di allenze politiche con alcune famiglie della nobiltà regnicola e italiana provocarono il risentimento e lo scontento di importanti settori della società napoletana. La visita dell’imperatore, voluta secondo alcune fonti da prestigiosi esponenti della nobiltà del Regno, quali il d’Avalos, i Sanseverino, il principe di Sulmona83, quegli stessi aristocratici che, come si è visto, si attribuiscono un ruolo cerimoniale centrale, era considerata un’occasione irripetibile per esprimere in presenza del sovrano l’opposizione al viceré, fino "all’aperta richiesta di rimozione"84 che fu formulata non soltanto da alcuni grandi signori del regno ma, il 16 dicembre, dallo stesso eletto del Popolo, Gregorio Rosso85. Gli elementi di contrasto al Toledo non si composero in un’organica strategia di alternativa politica ma si tradussero, in una fase di dominio spagnolo ormai consolidato a Napoli, dopo l’ultima grave crisi del 1527-28, nel moltiplicarsi nelle manifestazioni di lealismo e nella ricerca di rapporti diretti con il sovrano, al di là della figura dell’ingombrante viceré. È in questo contesto di conflitti che occorre leggere il linguaggio cerimoniale e i suoi messaggi, non come espressione della risoluzione dei contrasti in un "ordine" formale, ma come elemento ulteriore di complicazione del conflitto politico.

Cruciale è d’altronde l’analisi delle reazioni e delle decisioni politiche di Carlo v durante il suo lungo soggiorno napoletano, rispetto alle diffidenze esplicite e implicite che si erano manifestate contro il suo viceré. Dall’8 gennaio al 3 febbraio del ’36 fu convocato in San Lorenzo il Parlamento generale del Regno86 inaugurato dallo stesso imperatore che sedé in un palco in alto sotto un baldacchino circondato dai titolari dei Sette Offici che "con apparati superbi" portavano le insegne imperiali87, mentre a destra e a sinistra prendevano posto i titolati secondo la loro precedenza con il sindaco al primo rango e infine gli officiali e i consiglieri di Stato lungo le scale del palco reale. Nel suo discorso solenne di apertura della sessione del Parlamento Carlo v precisava gli scopi della visita: certamente provvedere al patrimonio regio attraverso lo strumento del donativo, ma anche riorganizzare l’"assetto" e la "forma" del regno con il consiglio e l’assistenza dei membri del Parlamento e "ordinare, et provedere in questo Regno tutto quello che convene al benefitio vostro generale e particulare tanto ne le cose che principalmente tocano ala justitia retto, et quieto vivere de li populi, quanto in tutte le altre vostre occurentie"88. Nelle formule retoriche consuete, attraverso il riferimento ai temi del buon governo e della giustizia sovrana, l’imperatore poneva comunque sul tappeto la questione della ristrutturazione amministrativa del regno che implicava il problema, difficile in sè, e ancor più nella situazione napoletana del momento, dei poteri del viceré. Una risposta immediata venne alla richiesta del donativo. Il giorno successivo al discorso inaugurale il baronaggio determinava una contribuzione di un milione e cinquecentomila ducati "per le spese fatte, e da farnosi in varie guerre per reputatione della sua Corona e sicurezza dello nostro Regno"89, ma la decisione dové essere vagliata da una deputazione, composta da baroni titolati, baroni privati, rappresentanti dei seggi e sindaci delle città demaniali, formatasi il 12 gennaio con il compito di elaborare anche il testo delle grazie e capitoli da sottoporre al sovrano. Attraverso gli studi puntuali di Guido d’Agostino, Aurelio Cernigliaro, Carlos Hernando Sánchez conosciamo bene la storia di quel Parlamento: puntando sugli eletti del Popolo — Andrea Stinca e Domenico Terracina che avevano sostituito Gregorio Rosso decaduto dopo il suo colloquio con l’imperatore90 — e su esponenti del baronaggio con incarichi nell’apparato di governo, quali Scipione de Somma, avvocato dei poveri e Cesare Pignatelli, Pedro di Toledo riuscì a contrastare il fronte che si era creato contro la sua linea di governo. La mancata destituzione del viceré, interpretata come una vittoria di una politica centralizzatrice e assolutistica91, ci appare anche l’esito di un collegamento di tipo fazionario che si strinse tra i "nemici" degli esponenti più rappresentativi dell’opposizione a Toledo: i Sanseverino, Andrea Doria, Alfonso d’Avalos, cioè i protagonisti militari della presa della Goletta e della battaglia di Tunisi. La "resolutione" del marchese del Vasto, il più prestigioso e tenace "nemico" del viceré92 , di abbandonare la deputazione fu il gesto simbolico del rifiuto di una sconfitta non accettata, ma ormai inevitabile.

È innegabile, dunque, che il calcolo politico che alcuni settori dell’élite feudale del Regno, unita da vincoli matrimoniali e da solidarietà "culturali" profonde, avevano realizzato sulla visita dell’imperatore fu smentito dalle dinamiche che si instaurarono durante il viaggio. Nel marzo del 1536 Carlo v, considerando "con quanta prudenza, vigilanza e sollecitudine"93 si era comportato Pedro de Toledo nell’espletamento del suo ufficio, lo confermò per tre anni nel suo incarico di viceré, consegnandogli nuove istruzioni: un lungo testo94 dove si passavano in rassegna tutte le disfunzioni dell’apparato amministrativo e giudiziario del regno. Introdotti dalla formula, por que entendemos, por que somos informado, i paragrafi dell’istruzione indicavano quale doveva essere la linea politica del viceré su ogni singola questione: il problema posto nei processi del tribunale di Santa Chiara dalla parentela tra giudici e giudicati, gli illeciti arrendamenti delle entrate fiscali da parte degli ufficiali della Sommaria, la pratica della Vicaria di lasciare in libertà condannati delinquenti acclarati ma protetti, le prevaricazioni in materia di giustizia penale degli eletti di Napoli, gli abusi degli ufficiali provinciali, i limiti della giurisdizione feudale, la frequenza con cui si accoglievano nel Regno eretici provenienti da altri regni della Corona, la non estensione dell’indulto concesso ai ribelli filofrancesi ai beni loro confiscati e ormai alienati... La vastità e l’articolazione dei problemi affrontati nella Istruzione mostra quanto fosse stata ampia l’opera di informazione e di "ascolto" cui Carlo v si era dedicato durante il suo soggiorno napoletano. Il testo delle Istruzioni, quello delle 31 grazie generali e delle 24 grazie particolari proposte dal Parlamento e spedite al sovrano, la riunificazione delle precedenti prammatiche napoletane con le 37 prammatiche più recenti, pubblicata il 22 marzo 153695 provano altresì come la visita napoletana coincise con una intensificazione dell’attività di elaborazione normativa e di pubblicazione delle leggi. Se le iconografie delle entrate tendevano ad enfatizzare la figura di Cesare imago aequitatis, il lavoro di riordino e redazione delle norme, in corrispondenza con la sessione del Parlamento del Regno, mostrava un’altra dimensione del concetto di sovranità: soltanto dal re viene il principio della legislazione.

La visita, nonostante le contrapposizioni fazionarie, lo scontro aperto tra l’élite feudale ancora potentissima nel Regno e il viceré che si proponeva di creare un blocco di potere su scala italiana, non antinobiliare ma alternativo agli antichi lignaggi, rafforzò dunque l’autorità imperiale.

Il consenso ebbe naturalmente un prezzo. Numerosi memoriali, datati Napoli 1536, ci mostrano le richieste che vennero inoltrate all’imperatore: l’attribuzione, in compenso di servizio e fedeltà, di uffici vacanti nelle magistrature centrali e periferiche dello Stato96, la richiesta di abiti di Santiago e di Calatrava, prevalentemente da parte di uomini d’arme che avevano combattutto per la Spagna97, le suppliche per la provvisione di benefici sulle entrate ecclesiastiche dei Regni di Napoli e Sicilia di patronato del re98. L’analisi nominativa degli intercessori di queste richieste di favori ci disegna le reti di patronage e clientage che le sorreggono. Gli abiti cavallereschi furono domandati direttamente dagli interessati, ma anche da grandi nobili per i loro protetti come fece, ad esempio, il duca di Amalfi per Decio de Ruggiero e Silverio de Silveriis "que han muy bien servido y residen con el y son de casa noble"99, pensioni, benefici, sedi vescovili furono sollecitati per amici, familiares e parenti di sangue da cardinali, come il cardinale Cesarini che avanzò molteplici pretese, il cardinale di Napoli e altri porporati100, e anche dal viceré. Ancora più frequente fu l’intercessione dello stesso viceré nelle suppliche per gli uffici, molti dei quali si erano resi vacanti anche per la militanza dei loro precedenti titolari, definiti rebeldes, nello schieramento filofrancese. La visita di Carlo v coincise, dunque, con un momento cruciale del processo di ridistribuzione di onori, offici e rendite che aveva avuto inizio nei primi anni del viceregno spagnolo e che si era bruscamente accelerato durante l’ultima crisi del 1527. Il consolidamento del possesso di beni e rendite, concesse con patto di retrovendita, nelle mani di nuovi possessori fu fondamentale nel cementare la fedeltà e nel rafforzare anche il ruolo politico di alcune figure, come avvenne ad esempio per Alfonso Castriota, duca di Atripalda, consigliere reale, governatore di provincia, che si distinse nella deputazione eletta il 12 gennaio come uno dei signori feudali più restii a concordare un donativo molto ampio, ma anche come uno dei più strenui sostenitori del viceré Toledo101.

Di questo flusso di grazia sovrana non meno beneficiati furono però gli oppositori del viceré Pedro di Toledo. La lista delle mercedes hechas dall’imperatore nei primi mesi del 1536 si componeva di 124 voci consistenti in pagamenti fiscali, tratte, rendite, concessi a feudatari piccoli e grandi, tra i quali figuravano più volte i Sanseverino, il Piccolomini, il marchese del Vasto, e anche a nobili non napoletani con interessi feudali nel regno, come Giovan Battista Savelli, Francesco d’Este che aveva da poco sposato la Marchesa di Padula, Giulio Gonzaga del ramo di Novellara, il conte di Belgioioso e molti altri...102. In questo modo il favore sovrano, nonostante il peso finanziario del donativo che era stato comunque nella deliberazione finale del parlamento concordato a 1.500.000 ducati, rateizzati nell’arco di sei anni103, agglutinava intorno al potere imperiale interessi compositi, aggregava uomini e famiglie differenti, spesso tra loro in competizione o addirittura nemiche.

Si trattava in ogni caso di equilibri politici assai difficili, come dimostrarono le successive vicende del 1536: la nomina di Pedro Pacheco, vescovo di Mondoñedo a visitatore generale e quella di Bartolomeo Camerario a conservatore generale del Real Patrimonio, due provvedimenti probabilmente tra loro legati104 e certamente connessi alla permanenza dell’imperatore a Napoli, alla gravità delle disfunzioni della macchina di governo centrale e periferica che le contrapposizioni avevano impietosamente messo a nudo in presenza dello stesso sovrano, e alle non poche difficoltà nella riscossione del donativo105.

Ma torniamo alla visita di Carlo. Al fine di tessere e rafforzare un rapporto diretto con il sovrano, non meno importante fu per l’aristocrazia l’organizzazione di una intensa cerimonialità festiva. La nobiltà feudale del Regno che aveva partecipato per "farsi onore" alla spedizione di Tunisi e che aveva combattuto valorosamente, trovò nei tornei, nelle giostre, nelle battute di caccia la proiezione festiva dell’ethos cavalleresco che l’impresa aveva ravvivato. La presenza del sovrano faceva sì che a Napoli tornasse, sia pure per un periodo molto breve, una vera corte. Questo significò un susseguirsi di banchetti, di accademie poetiche — come quella tenuta in dicembre nel giardino di Poggio Reale106 —, di balli — come quello sontuosissimo dato in Castel Capuana per le nozze di Margherita d’Austria e di Alessandro de’ Medici il 29 febbraio, o quello per il matrimonio, pure voluto dal sovrano, tra Isabella Colonna e Filippo de Lannoy, principe di Sulmona —, di giochi — come la corrida in piazza Carbonara il 3 gennaio —, di feste — come quella organizzata durante il carnevale —, nella quale, dopo la rappresentazione della vittoria di Tunisi, l’imperatore, mascherato alla moresca, "danzò con nobilissime donne rimettendo alquanto la gravità sua"107. Ma questo era solo un aspetto della cronaca napoletana di quei mesi.

Con la consueta perspicacia Gregorio Rosso annotava: "mentre l’Imperatore stette a Napoli, nell’estrinseco se attendeva à feste, e giochi, ma nell’intrinseco se trattava da vero la guerra contro lo Re de Franza, se intendeva, che oltre la pretendenza dello Ducato di Milano, haveva protestato la guerra allo Duca di Savoia cognato delo Imperatore"108.

Il negoziato diplomatico a Napoli divenne febbrile e la città meta di principi e alti prelati, attori anch’essi delle iniziative cerimoniali, ma soprattutto protagonisti di trattative politiche. In una lettera da Napoli all’imperatrice, il 18 gennaio 1536, Carlo elencava le più importanti visite che aveva ricevuto nella capitale del Regno: i cardinali legati del papa, cioè Giovanni Piccolomini, arcivescovo di Siena, decano del sacro collegio e Alessandro Cesarini, romano, vescovo di Albano che erano ripartiti con Pier Luigi Farnese per preparare la tappa romana del viaggio, quattro ambasciatori veneziani, ricevuti con molto onore e trattenuti per 15 giorni, gli ambasciatori lucchesi, il duca di Ferrara, venuto a rendere omaggio all’imperatore, il duca di Firenze, i cardinali Ridolfi e Salviati e si attendeva anche il duca di Urbino109. I problemi sul tappeto erano molteplici e tutti intrecciati: la questione di Camerino che aveva avuto il suo inizio nel 1527 con la morte di Giovanni Maria Varano, ultimo duca di questa famiglia che deteneva la signoria della città dal xiii secolo, ma che aveva subito una brusca accelerazione durante il conclave del 1534110 , quando si era conclusa l’alleanza matrimoniale tra Giulia Varano, figlia di Giovanni Maria e Guidobaldo della Rovere, principe ereditario di Urbino, nonostante il formale divieto del collegio cardinalizio. Eletto papa, Paolo iii non esitò a prendere una dura posizione contro il matrimonio111, celebrato ma non consumato, fino alla scomunica il 17 febbraio 1535 di Giulia e Guidobaldo. La diffidenza subentrata tra i Farnese e i della Rovere, i timori della Santa Sede rispetto all’unione territoriale tra Urbino e Camerino, forse le mire del nuovo pontefice su Camerino come possibile signoria territoriale per i nipoti spiegano la dura posizione papale che si spinse fino alla minaccia di un intervento armato, ma allo stesso tempo rendono conto di come i Varano e i della Rovere cercassero alleanze e protezioni nello schieramento italiano e internazionale: presso i Gonzaga e direttamente presso l’imperatore al cui arbitrato fu rimesso il conflitto112.Molto più spinosa, ma i due problemi erano legati, — poiché, come scriveva Cifuentes, "los forascidos de Florencia se van jundando con el Estado del ducato de Urbino"113 — la situazione creata dall’attività antimedicea dei fuoriusciti toscani. Gli oppositori antimedicei, potenti nella corte di Roma e nel sacro collegio ove erano presenti tre loro rappresentanti, i cardinali Salviati, Ridolfi e Gaddi114, avevano intensificato l’offensiva politica nei primi tempi del pontificato di Paolo iii. L’età del pontefice, la fragilità della sua salute avevano alimentato l’opinione, come leggiamo in una memoria anonima indirizzata all’ambasciatore spagnolo a Roma, di "un papa per pochi giorni e che fra quatro, o sei mesi bisognarà ritornar a proveder d’un nuovo"115. Lo sconosciuto servitore dell’imperatore chiedeva all’ambasciatore di avvertire Granvela di un’intesa tra il cardinale di Lorena, gli inquieti signori dei rami minori dei Gonzaga, soprattutto il Gonzaga "Cagnino", il cardinale Salviati per puntare sulla candidatura di quest’ultimo al soglio papale, disegno che prevedeva la simulazione di assoluta fedeltà a Carlo v, anche se certa era l’appartenenza degli autori del piano al partito francese116. Nonostante queste oscillazioni e contraddizioni, all’imperatore continuarono ad essere indirizzati appelli e messaggi dai fuoriusciti, come quello non datato, ma certamente risalente all’estate del 1535, in cui i "fedelissimi servitori della Sacra Cesarea Maestà insieme con tutta la città di Fiorenza" denunciavano la tirannide del duca Alessandro che si manifestava non solo nelle persecuzioni dei repubblicani, ma anche nel divieto delle adunanze confraternali, nell’attacco alla religiosità cittadina, nei bandi contro l’emigrazione verso altre città italiane e soprattutto verso Roma "patria commune di tutti i Christiani"117.

In questo contesto si inserì, a Napoli all’inizio del 1536, mentre il duca Alessandro diventava genero dell’imperatore, la missione impossibile dei cardinali Ridolfi e Salviati.

Salviati e Ridolfi, cardinali — narrava Paolo Giovio — si sforzarono di spogliare il duca Alessandro di ogni reputazione e del principato di Toscana e finalmente della moglie, ancorché le nozze fossero apparecchiate, offerendogli [all’imperatore] tutti d’accordo gran somma di denari ogni anno, se rifiutato il genero e cacciatolo da Fiorenza egli rimetteva la città nella sua libertà di prima. Percioché eglino con orationi scritte e pubblicate lo chiamavano per ingiuria bastardo, nato da una fante contadina e crudel tiranno della nobilissima patria. Ma l’Imperatore havea talmente in odio quella città la quale chiaramente favoriva la parte di Francia, e per ragioni di guerra per lo delitto delle infedeltà, havea meritato ogni male per essere trattata come nimica che non volle accettare conditione nessuna per metterla in libertà118.

Se la questione di Camerino e il governo di Firenze erano due problemi di primo piano della congiuntura politica del 1535-36, cruciale e soprattutto urgente appariva la decisione politica sullo Stato di Milano. Nel 1536 la possibilità di una successione francese a Milano attraverso il matrimonio del duca di Angoulême e la duchessa vedova Cristina di Danimarca, nipote di Carlo v, che era stata lungamente dibattuta nelle corrispondenze diplomatiche negli anni precedenti, pareva ancora realizzabile119, ma si parlava anche di mire della casa Farnese e soprattutto queste ipotesi contrastavano con la realtà della situazione militare in Lombardia saldamente controllata dall’esercito imperiale. Federico Chabod in pagine insuperate ha ricostruito nella sua complessità e ambiguità questa congiuntura. "In tutto questo intrecciarsi di voci e di trattative" — scriveva Chabod — "una sol cosa certa: che il destino di Milano non era ancora definitivamente deciso. Nulla ancora della sicurezza di dopo Cateau-Cambrésis: Milano non era e non appariva dominio spagnolo indiscusso […]. Le forze politiche reali che volevano e tenevano Milano erano spagnole; il fondamento giuridico e formale della loro azione si chiamava, invece, impero"120. In ogni caso al consiglio imperiale e allo stesso Carlo v era ormai chiaro da tempo che non del solo Milanesado si trattava, ma dell’egemonia politica dell’intera penisola, che se Milano era la porta di Italia, era anche un "sobborgo" di Napoli121 e che controllare l’Italia significava pure difendere il Piemonte, garantirsi il controllo dell’inquieta e frantumata geografia politica delle signorie padane, avere un principe alleato a Firenze e un pontefice che favorisse, nella loro complessità, gli interessi imperiali. Perciò, nella primavera del 1536, la prosecuzione del viaggio verso Roma, più volte rinviata, diventava ormai improrogabile, per le urgenze militari che richiamavano a nord l’imperatore ma anche per l’importanza politica dei colloqui con Paolo iii, un papa romano che aspirava a comportarsi da principe indipendente, ma anche ad usare in modo energico l’autorità spirituale che la sua carica gli conferiva.

3. "In molti luoghi la cittade ha mutato di forma": l’accoglienza di Roma a Carlo v

Se nel 1530 il progetto di Carlo v, un programma troppo ambizioso, come aveva consigliato la prudente Margherita d’Austria e perciò abbandonato122, era stato quello di farsi incoronare a Roma come Carlo Magno e poi prendere possesso dei suoi regni del mezzogiorno d’Italia, il viaggio del 1536 poteva rappresentare la realizzazione di quel piano originario, con un percorso inverso dal sud verso il nord123. Da un punto di vista romano, il viaggio del 1536 non era percepito allo stesso modo. Il sacco di Roma aveva rappresentato una smentita tragica e sanguinosa dei sogni degli umanisti italiani e nel 1536 non si poteva pensare alla venuta di Carlo senza connettere questo evento allo scenario apocalittico del 1527. La lettura dell’entrata imperiale va dunque riportata a questo contesto: essa non fu una esaltazione senza riserve della grandezza imperiale124, ma un atto comunicativo complesso ed elaborato in cui il linguaggio dei simboli tendeva a ribadire che non poteva esserci alcuna realizzazione dell’idea di impero senza Roma.

"Noi aspettiamo in pubblica laetitia e in privato luctu sua Cesarea Maestà" scriveva Paolo Giovio in una lunga, celebre lettera inviata da Roma il 28 dicembre 1536 a monsignor di Carpi, vescovo di Faenza e nunzio in Francia, descrivendo con ironia lo scenario possibile dell’atteso arrivo di Carlo v. Giovio evocava le difficoltà economiche della Camera apostolica e del Campidoglio che "non vorrebbe contribuire agli archi e ai colossi", immaginava le feste in onore di Cesare che "data la elemonisa al Santo Spirito anderà a toccare il polso alla lupa", elencava quelle che gli parevano essere le maggiori implicazioni politiche dell’incontro: l’impresa di Costantinopoli, il Concilio, il governo dello Stato di Milano, quest’ultima la questione più spinosa — "uno zucchero brusco"125. Con tono più enfatico e solenne Marcello Alberini, patrizio romano, magistrato municipale, così ricostruiva nei suoi Ricordi che intraprese a scrivere nel 1547 i febbrili preparativi per ricevere degnamente Carlo v:

con el principio di questo anno 1536, quale Idio ci porti felice et fortunato, aspettandosi da un papa uno imperatore in una Roma stava ogni uno con speranza grande di vedere cose magnifiche, perchè di rado accadeno le venute di così fatti principi. Et però, volendo Nostro Signore riceverlo secondo la grandezza dell’uno et dell’altro, et della cittade, oltre alli altri provvedimenti elesse nel magistrato romano gentihomini certo honorati i quali non sono menore ornamento al magistrato che il magistrato soglia esserlo a loro126.

L’Alberini ci offre nelle sue pagine alcune indicazioni utilissime per comprendere il linguaggio politico che la corte di Paolo iii scelse di utilizzare per accogliere l’imperatore: fare del trionfo dei due massimi poteri della cristianità un’occasione irripetibile per ripristinare l’antica grandezza della città, affidando ad un gruppo di uomini dell’entourage pontificio — umanisti e magistrati municipali — una sofisticata operazione di trasformazione urbanistica che andava nel senso del recupero della romanitas che, dopo i pontificati medicei, apparve sin dal possesso di Paolo iii127 la cifra culturale e politica del Papato farnesiano.

Il ricevimento di un imperatore a Roma era un evento rituale previsto dal cerimoniale romano e più volte verificatosi (l’ultimo imperatore incoronato a Roma era stato Federico iii nel 1452): da un punto di vista procedurale l’accoglienza di Carlo v poteva fare quindi riferimento a regole scritte e definite. Ma la dimensione che Paolo iii volle dare all’evento superava la consuetudinaria applicazione del cerimoniale. Apparve chiaro, sin dall’autunno del 1535, che l’intervento dei magistri viarum, i moderni edili della Roma rinascimentale128, sarebbe stato straordinario. Angelo del Bufalo dei Cancellieri e Latino Giovenale Manetti, il dotto archeologo, priore dei caporioni nel 1533, conservatore del municipio romano e commissario all’antichità, "con la nobilitade del Principe che si piaceva la munificentia delli edifici come nella sua storia lo dimostra, cominciarno a voler fare le strade, […] talchè in molti luoghi la cittade ha mutato di forma"129.

La cultura romana tra xv e xvi secolo era profondamente improntata dai moduli ideologici e retorici dei trionfi antichi130: l’antichità di Roma era per Pomponio Leto, il noto umanista maestro di Alessandro Farnese, il cuore dell’identità più profonda della città. Nel De vetustate urbis Leto aveva offerto una rilettura dello spazio romano che era anche una risignificazione dei luoghi ispirata alla riscoperta del linguaggio dell’antichità. Le opere di Leto circolavano in latino, ma nella prima metà del secolo sarebbero state oggetto di traduzioni e di edizioni in volgare131. A partire da Flavio Biondo, "il primo dei moderni", la storiografia e letteratura umanistica, incentrata sulla Roma antica, opera certamente di una cultura cortigiana, era anche divenuta una forma di intervento "militante" che si proponeva con molta chiarezza un’azione di trasformazione della città132. Francesco Albertini nel suo Opusculum de mirabilibus novae et veteris Urbis Romae, dedicato a Giulio ii, aveva riservato il secondo libro agli archi trionfali dell’antica Roma e alla grandezza dei trionfi e dei trionfatori133. Al modulo dei trionfi si adattava, trovando in un intreccio di liturgia e antiquaria forme inedite, la cerimonialità papale e anche le feste profane e cittadine come il carnevale134.

Nell’entrata imperiale romana non si trattava, perciò, di costruire una scenografia, ma di svelare e riscoprire la città. Il papa si assumeva la missione di rifondare la città (o perlomeno avviava formalmente questa opera di rifondazione) attraverso un’operazione profondamente simbolica, l’invenzione di un percorso nuovo rispetto a quello tradizionalmente usato per i visitatori che provenivano dal sud135.

La forma urbis che fu tracciata per l’itinerario del corteo imperiale prevedeva nella prima parte del percorso la creazione di due rettifili, che rendevano anche più agevole la cavalcata136; il primo dalla porta S. Sebastiano a S. Sisto Vecchio e di qui, attraverso la vigna dei Benzoni (tra porta S. Paolo e Santa Sabina) e la villa di Gennaro Maffei, fino all’arco di Costantino, il secondo dall’arco di Tito direttamente all’arco di Settimio Severo. Questo itinerario, tracciato affinchè Carlo v "vedesse la meraviglia della antiquitate"137, ripristinava l’antica via trionfale e l’antica via sacra, svelando, tra il clivo di Scauro sul monte Celio e il Palatino, le rovine del Settizonio, il tempio fatto erigere in onore dei Sette Pianeti dall’imperatore Settimio Severo. Il Palatino e il Campidoglio erano i due fulcri sacrali che venivano restituiti alla loro funzione rituale originaria di culla e simbolo della città. Forse seguendo l’ammonimento del suo antico maestro — "sed malum omen est imperio romano quod propria sedes est inhabitata"138 — sul Palatino di fronte alla basilica di Massenzio, prima dell’arrivo dell’imperatore, Paolo iii, fece eseguire complessi lavori, edificando, dopo imponenti opere di sostegno e terrazzamento, i celebri Horti Farnesiani.

La piazza di San Marco, resa anch’essa "più magnifica et il palazzo più espedito"139 attraverso le demolizioni, costituiva uno snodo per la seconda parte del percorso che seguiva in senso inverso, con poche variazioni, la via papalis, la strada che percorreva la processione papale dal Vaticano al Laterano, quando il neoeletto pontefice prendeva possesso della sua chiesa come vescovo di Roma. Il senso profondo dell’itinerario era dunque nella sua valenza unitaria — da San Paolo a San Pietro — un asse sacro alternativo rispetto al percorso da San Pietro a San Giovanni che si effettuava il giorno del possesso, ma anche nelle sue scansioni interne (la chiesetta del Quo Vadis, porta Capena, il Circo Massimo, il Colosseo, il Palatino, il Campidoglio, piazza S. Marco, il ponte Sant’Angelo) e nella trama narrativa che si creava tra il valore simbolico dei luoghi urbani e le scenografie dell’allestimento. La porta Capena, l’antica porta trionfale140, era adornata con pitture: le armi del Papa e di Cesare al centro, Romolo "armato in figura eroica", vestito di una toga rossa, incoronato da re, ma con in mano un bastone ritorto, "un pastorale da vescovo", con a fianco le figure di Numa Pompilio (a destra) e di Tullio Hostilio (a sinistra) e una grande iscrizione Quirinus Pater, "per essere stato il primo Re e conditore di Roma, onde fonno poi dirivati questi duoi Imperij spirituale temporale"141. La porta, inoltre, era stata tutta indorata e ai lati erano state erette due statue l’una del Cristo, l’altra di S. Pietro con la scritta Domine,Tu hic eras. Redi, hic sedem meam consitue. Le due grandi torri che fiancheggiavano la porta illustravano il trionfo degli Scipioni e la sconfitta di Annibale. L’iconografia della porta S. Sebastiano, progettata dal Peruzzi142, esprimeva dunque la celebrazione di Roma "come seme dei due poteri"143 su due piani: quello della sua storia profana e quello della sua storia sacra inaugurata da Cristo e da Pietro. Lungo tutto l’itinerario fino a San Marco nessun altro elemento decorativo effimero era stato apposto, splendevano solo le miracolose ruine emerse dalla demolizione degli edifici moderni con tutta la loro forza evocativa: il tempio della Pace, il colonnato di Antonino e Faustina, il tempio di Saturno. Tra l’arco di Tito e quello di Settimio Severo, ove erano stati eseguiti i lavori di demolizione e ristrutturazione più importanti, il percorso di Carlo v era sovrastato dalle splendide terrazze farnesiane: "lasciando il diletto de le anticaglie" — scriveva Zanobio Ceffino — "penso che le moderne non manco li dovessero dilettare"144.

L’entrata romana, giudicata dai contemporanei meno ricca di quella napoletana e anche di quella messinese, fu in realtà differente, segnata soltanto nella seconda parte del percorso da interventi architettonici provvisori. In piazza San Marco il "superbissimo arco" di legno, disegnato da Antonio da Sangallo, il primo architetto di palazzo Farnese, raccontava nei dipinti che ornavano le sue facciate multiple un’altra storia, quella degli imperatori di casa d’Austria fino a Carlo e alla vittoria di Tunisi, soffermandosi sulla liberazione degli schiavi cristiani a Tunisi, rappresentati in ginocchio, mentre "donano [all’imperatore] una corona di quercia il quale honore era a darsi ai Romani ob cives servatos"145, ma, al di sopra di tutto il fregio, si ergeva una gigantesca statua di Roma. L’altro apparato scenografico provvisorio fu quello allestito in ponte Sant’Angelo, dove a ciascuno dei dieci pilastri era fatta corrispondere una statua: da un lato, S. Pietro con i quattro evangelisti, dall’altro, S. Paolo con i quattro patriarchi. Infine le porte di San Pietro erano state ornate con colonne di granito, con capitelli e cornicioni lavorati, "fregiati di bellissime pitture, e di sopra statue di vittorie che tengono l’arme loro, con un San Pietro in cima, che dava loro la benedizione"146. Nel mezzo campeggiava una grande iscrizione: Carolo v, Augusto Christianae Reipublicae Propagatori.

Il significato dell’invenzione dell’asse urbanistico tra San Paolo e San Pietro era così enfatizzato dal continuo richiamo al rapporto tra Pietro e Paolo e la città di Roma che l’iconografia riprendeva. Sotto la protezione dei due santi era posta la persona di Carlo v cui Roma e il vicario di Cristo chiedevano di essere un nuovo Costantino, come ribadiva anche la decorazione posta sulla porta del palazzo apostolico, dove l’imperatore fu ospitato negli appartamenti borgiani.

L’entrata di Carlo v, molto studiata sulla base di un corpus documentario e iconografico esile ma non inconsistente, è stata letta come prefigurazione del programma urbanistico di Paolo iii, una complessa scelta erudita che si pone come momento centrale del Rinascimento romano e che trascende l’occasione particolare. Storici dell’arte e urbanisti sono concordi nel considerare Paolo iii il primo pontefice che pensa alla città come ad una struttura e non come ad uno spazio neutro su cui operare singoli interventi architettonici. Il nesso tra entrata e valore simbolico del percorso che si afferma a Roma con Carlo v resterà un archetipo per occasioni analoghe successive anche alquanto recenti. Italo Insolera, ad esempio, suggerisce l’opportunità di un confronto, sia per l’itinerario che per l’allestimento, tra la visita di Carlo v e quella di Adolf Hitler nel 1938 che fu sulla prima "in non piccola parte ricalcata"147. Una suggestione interessante, anche se di non agevole riscontro documentario148, che permette di esemplificare l’ambiguo gioco di rinvii e di appropriazioni della propaganda dei regimi totalitari rispetto all’idea di impero e all’antichità classica.

In questa sede, ci pare opportuno insistere soprattutto sulla contestualizzazione dell’operazione culturale e politica effettuata da Paolo iii e dai suoi dotti archeologi nel 1536.

Storici di grande finezza come Frances Yates e André Chastel, da un punto di vista differente, ma comunque problematico, ponevano il problema dell’efficacia del simbolismo nella renovatio imperiale della prima età moderna. La Yates sottolineava la distanza tra le differenti teorie della missione imperiale che circolavano nei primi decenni del Cinquecento: quella di matrice feudale e cavalleresca, con l’identificazione tra Carlomagno e Carlo v, quella che aveva trovato il suo più fervido sostenitore in Mercurino da Gattinara che riprendeva il sogno dantesco della monarchia universale, quella più aggressiva e "riformatrice" di Alfonso de Valdés149. Ciascuna di queste declinazioni della categoria di impero implicava una relazione differente tra i due massimi poteri della cristianità. Rischia perciò di apparire semplificante vedere nel linguaggio dell’antico soltanto la funzione di propaganda di una concezione dell’impero che rivendicava l’universalità rispetto a qualsiasi altro potere e considerare l’entrata romana come l’apoteosi più efficace per chi, come Carlo v, aspirava alla renovatio imperiale150. Il ricorso al linguaggio dell’antico mostra in realtà proprio nell’entrata romana le sue molteplici valenze. La separazione netta che giustamente A. Chastel sottolineava tra la prima parte del percorso fino a piazza S. Marco in cui "la symbolique imperiale est colorée de Tite Live et de la tradition latine, sans allusion contemporaine"151 e la "contemporaneità" del programma interamente personale scelto da Antonio Sangallo per l’arco posto in quella piazza significava un avvertimento contro facili appropriazioni. La monarchia mondiale apparteneva di diritto alla città di Roma e al popolo Romano e l’imperatore non poteva essere il solo dominus mundi, ma un nuovo Costantino il cui potere dipendeva da Dio.

Ritardando più volte, soprattutto per motivi finanziari, come chiarisce nella corrispondenza con l’imperatrice, la sua partenza da Napoli152, fermandosi dal 23 al 25 marzo in Capua — città ghibellina e anche depositaria del mito della resistenza contro i cartaginesi durante le guerre puniche — ove fu ricevuto dalla nobiltà locale e dai potenti signori di Altavilla153, poi a Gaeta, a Terracina, a Velletri (1 aprile), ove trovò ad attenderlo i cardinali Trivulzio e Sanseverino, infine a Marino nei possedimenti dei Colonna, Carlo v giunse a Roma il giovedì precedente la domenica delle palme, al cui rito partecipò il 9 aprile. Questa coincidenza liturgica, probabilmente non casuale nell’organizzazione dell’arrivo da parte imperiale, non fu affatto valorizzata dai cerimonieri pontifici, come aveva invece fatto Paride de’ Grassi per l’ingresso trionfale di Giulio ii nel 1507 dopo la riconquista di Bologna, creando un ibrido cerimoniale tra il trionfo antico e l’entrata di Cristo in Gerusalemme154. Inoltre le fonti riportano come il percorso in Borgo fino a piazza San Pietro, "era tutto coperto da arazzerie, a guisa del giorno del Corpus Domini"155, ma non identificano affatto l’entrata imperiale con una cerimonia che ripercorse lo schema della festa liturgica legata al culto eucaristico come avevano proposto invece le cronache napoletane. Una differenza non secondaria che va ricollegata alla valenza specifica che la devozione del Corpus Domini aveva assunto in Roma come visualizzazione rituale del nuovo concetto di sovranità spirituale e temporale che si incarnava nella figura del Papa-Re156. Se dunque a Napoli il corteo imperiale seguì il percorso della processione che delimitava le sfere di influenza dei seggi sacralizzando il territorio cittadino, a Roma la concentrazione della processione del Corpus Christi nell’area vaticana e il suo nesso esclusivo con la sovranità papale, non consentì facili assimilazioni tra il simbolismo imperiale e il simbolismo religioso. In conclusione, nel trionfo romano non ritroviamo nessun riferimento ad una teologia politica, ma al contrario una puntigliosa precisazione degli ambiti e delle gerarchie dei due supremi poteri.

Ma torniamo alla cronaca dell’evento. L’ingresso ebbe in realtà del trionfo antico il carattere di una poderosa sfilata militare, aperta dai signori dell’impero — il marchese del Vasto con 4.000 fanti spagnoli, il duca di Alba con la sua corte, 500 uomini armati e 10 stendardi, il duca di Sessa, il principe di Ascoli, il conte di Benavente con la sua corte, il marchese di Aguilar, il conte di Chinchón, tutti armati e vestiti di splendide livree157 — e chiusa da 1.500 soldati di fanteria, 300 cavalleggeri "alla borgognona" e 1000 archibugieri158. Un carattere che i contemporanei percepirono comunque come una minaccia. Scriveva Giovio:

Haveva menato seco per presidio una legione di soldati vecchi spagnoli e settecento uomini d’arme, ciò con minor allegrezza di popolo, perciocchè molti riconoscevano ancora quei medesimi terribili volti de’ soldati, i quali rinovavano in loro le memoria del sacco fresco e di tutti i supplicij che havevano patito e accrescevasi ancora la noia, e il dispiacere loro, perchè Papa Paolo iii con esempio nuovo haveva messo una taglia a tutti i collegij dei mercanti e degli artefici e ciò per honorare molto con importune spese gli imperiali, da’ quali essi havevano ricevuto ingiurie e danni gravissimi159.

Il soggiorno romano di Carlo v non coincise con il dispiegarsi di una festività cavalleresca e cortigiana, come era accaduto a Palermo e a Napoli, ma l’imperatore preferì "andare vedendo privatamente con alcuni suoi più familiari le cose antiche e curiose"160 e rese visita soltanto a due influenti dame di casa Colonna, D. Giovanna d’Aragona, moglie di Ascanio, e Vittoria, marchesa di Pescara. La settimana santa trascorse in pratiche di pietà e di devozione: la lavanda ai dodici poveri il giovedì santo, il pellegrinaggio alle Sette Chiese il sabato, la messa del papa il giorno di Pasqua, con l’assistenza dello stesso Carlo v "come usavano gli antichi imperatori"161.

Poi il lunedì di Pasqua, il famoso discorso in castigliano, tenuto in concistoro, davanti al sacro collegio e agli ambasciatori stranieri. Si trattò di un gesto politico non inaspettato, nè sorprendente, ma piuttosto dimostrativo e propagandistico, strutturato da un punto di vista retorico in parti distinte. Anzitutto la supplica al papa per la convocazione del Concilio162 e la richiesta dell’appoggio della sua autorità spirituale e politica nella lotta al Turco e nella difficile situazione italiana. Poi un excursus storico sulle relazioni conflittuali tra le due grandi monarchie dall’usurpazione della Borgogna alla violazione di accordi matrimoniali concertati e non realizzati, le accuse dirette a Francesco i di aver disatteso i trattati, di non aver collaborato, nonostante le richieste papali in tal senso, all’impresa di Tunisi, di aver anzi avuto intelligenza e pratiche con il Barbarossa, di aver invaso il ducato di Savoia, occupando militarmente alcuni feudi imperiali. Infine le proposte: il consenso imperiale per cedere Milano al duca di Angoulême, con precise garanzie e condizioni, oppure una soluzione di tipo cavalleresco — un duello personale tra i due sovrani — o infine la guerra, cui l’imperatore si vedeva in certo modo costretto163. Il contenuto politico del discorso era scontato: da mesi a Roma il conte di Cifuentes e frate Vicente Lunel, generale dei francescani, avevano trattato con il papa la questione del ducato di Milano, ma era parsa subito chiara la ferma convizione del pontefice di non deflettere da una linea di rigida neutralità:

Respondióme — scrive il francescano riferendo all’imperatore di un colloquio con il Papa — que aunque otros Pontífices han buscado discordia entre los príncipes Christianos y que no falta quien le aconseje lo mismo, dándole a entender que por esta vía entreterná su dominio en paz, que él no quiere ne busca otra cosa sino la universal concordia, y que de su parte lo escriviese a V. M.164.

In sostanza il papa rivendicava la sua libertà nelle relazioni con la Francia e rispetto alla politica imperiale165. Le questioni nodali del quadro politico italiano erano già state dunque tutte esaminate, prima del discorso pubblico, nei colloqui diplomatici preparatori, tenuti dagli agenti spagnoli a Roma e negli incontri riservati tra Paolo iii e Carlo v: il problema di Camerino che stava molto a cuore al papa "como persona"166 e che si decise di sospendere per sei mesi, i rapporti con la repubblica di Venezia in caso di guerra, le condizioni per la cessione del Milanesado al terzogenito di Francesco i — cioè il matrimonio con Cristina e il ritiro dei francesi da Piemonte e Savoia167 —, il patronazgo della corona sulle chiese di Spagna per il quale l’imperatore ottiene, al fine di evitare ogni incertezza, come era stato per Jaén, una conferma dal pontefice. Tutti questi temi erano ripercorsi nella lunga lettera che Carlo scriveva all’imperatrice lo stesso 18 aprile, nella quale significativamente sorvolava sul discorso, appena pronunciato davanti al collegio cardinalizio, ma entrava nel dettaglio dei preparativi militari e delle emergenze finanziarie: 400.000 - 300.000 ducati dovevano essere richiesti "con muy grande diligencia buscando y executando para ellos todos los medios y expedientes que se puedan haver" in Castiglia, e 200.000 dovevano essere presi in prestito dalla Banca Grimaldi168. Una guerra già decisa, dunque, come scrivevano da parte francese169, non dichiarata e non soltanto tatticamente per preparare le risorse finanziare, ma anche per una maniera lenta, non lineare, sempre apparentemente negoziale di fare politica170. Il soggiorno a Roma si chiudeva, così, nonostante gli appelli verbali alla concordia universale, in uno scenario marcatamente conflittuale: la assoluta neutralità del papa significava che il pontefice riconosceva a sè solo il ruolo arbitrale di un vero potere universale171.

In questo senso può essere significativo richiamare la ricostruzione che dell’"ingresso solenne" di Carlo v offrirà l’erudito abate Francesco Cancellieri tra xviii e xix secolo in una fase di crisi profonda del potere religioso e politico del Papato.

Dentro un giro di un solo novennio — egli scriveva, prima di riportare il testo della descrizione del trionfo — [la città] accolse fra le sue mura lo stesso autore della sua passata rovina... Non si legge che in questa occasione furono fatte quelle magnifiche e grandiose dimostrazioni che abbiam vedute nei tempi anteriori al sacco172; e — dopo aver riportato la fonte che includeva nel suo studio sui possessi dei papi — aggiungeva: questa città tornò due anni dopo a rivedere un altro Trionfo. Poichè volendo dimostrare il Popolo Romano quanto grato gli fosse il ritorno di Paolo iii in Roma, dopo d’avere in beneficio di tutta la Cristianità fatta la pace tra l’Imperatore e il Re di Francia andarono a incontrarlo a Ponte Molle a 24 di luglio 1538173.

A livello cerimoniale, dunque, un altro trionfo fa da contrappunto a quello di Cesare: il trionfo che Roma e la corte vollero tributare a Paolo iii nel 1538 dopo l’incontro di Nizza come vero restauratore della pace174.

4. Verso la guerra

Dopo la partenza da Roma il viaggio di Carlo v prese un altro ritmo. Non più cacce, tornei, ma soste più brevi, dettate dall’urgenza: l’imperatore il 24 aprile fu a Siena, il 28 a Firenze, il 5 maggio a Lucca, poi si diresse attraverso la signoria dei Cybo-Malaspina, in Val di Taro e ad Asti. Da un punto di vista cerimoniale le entrate toscane presentarono, rispetto agli ingressi precedenti, interessanti variazioni nella scenografia e nell’allestimento. A Siena dove si attendeva Cesare dall’anno dell’incoronazione di Bologna, ad accogliere l’imperatore si recarono i membri della Signoria con quattro stendardi, i gonfalonieri, "100 fanciulli nobili, di 10 anni, bellissimi tutti et di persona e di volto, in saio tutti di drappo bianco" e Alfonso Piccolomini, duca di Amalfi, capitano generale della Repubblica che, mentre i magistrati e il clero attendevano a porta romana, "corse avanti" verso il corteo imperiale, cavalcando poi a destra dell’imperatore175. Nell’iconografia predominarono i riferimenti alla vastità e potenza dei domini imperiali, come mostrava l’impiego dell’insegna Plus Ultra sul grande arco trionfale allestito a porta Romana e soprattutto il curioso apparato mobile, collocato nella piazza del Duomo: una statua equestre, opera di Domenico Beccafumi, rappresentante Carlo v, vestito all’antica e incoronato d’alloro, che travolgeva tre personaggi, allegorie delle varie parti del mondo che si arrendevano a Cesare: omnis Caesareo nam patet orbis equo176. Questo dispositivo, ispirato probabilmente secondo Chastel177 a certe invenzioni di Leonardo, e l’impiego di altre macchine diedero un carattere teatrale all’entrata in Siena178. Daniele Seragnoli ne ha approfondito la dimensione politica e ideologica, oltre che culturale, evidenziando l’ambiguo simbolismo spaziale del percorso, tangenziale alla piazza del Campo che non fu mai raggiunta, ma solo intravista179. Solo nel terzo giorno di permanenza Carlo v entrò nel Campo e incontrò la Signoria nel palazzo di città. Qui l’accademia degli Intronati, il cenacolo cui apparteneva anche il duca di Amalfi e che era aperto ad altri aristocratici di ambiente napoletano come il marchese del Vasto e il principe di Salerno, aveva previsto l’allestimento scenico di una commedia, l’Amor costante di monsignor Alessandro Piccolomini, autore di discorsi e orazioni, come l’Orazione de la pace (1531), in cui l’opzione politica di adesione alla Spagna era messa in scena e recitata. L’Amor costante non fu rappresentato forse anche per la brevità del soggiorno senese dell’imperatore, ma è utile ricordare che nella commedia la figura imperiale era esaltata, in una prospettiva provvidenzialistica, come l’eroe della cristianità. Gli apparati, le macchine, la commedia del Piccolomini convergevano nell’enfatizzare la dedizione della città a Carlo v, praesidium libertatis nostrae, e la "tensione utopica" all’armonia sociale e alla concordia politica che la sottomissione al potere imperiale avrebbe garantito180.

A Firenze, dove l’accoglienza agli ospiti stranieri illustri aveva una tradizione importante, peraltro precocemente formalizzata nel libro cerimoniale di Francesco Filarete181, la raffinatezza ed elaborazione del trionfo, organizzato con grandi investimenti di risorse dal duca Alessandro per il suocero, raggiunsero il culmine. Giorgio Vasari con Raffaello da Montelupo e Battista Franco misero a punto un programma iconografico in cui si faceva ricorso a piene mani a tutti i simboli e i miti imperiali: la divisa di Carlo v — Plus Ultra — l’identificazione dell’imperatore con Ercole, con Augusto e con Giasone, le allegorie della Prudenza e Giustizia, la gigantesca figurazione della Pace in palazzo Medici182. Un’apoteosi di gloria per l’imperatore nell’accoglienza forse la più celebrativa rispetto a tutte le entrate allestite per Carlo v nel viaggio del 35-36. Una cerimonia che, per certi aspetti, riecheggiava l’ingresso di Leone x nel 1515 e mostrava il gioco di prestiti tra miti imperiali e miti medicei, nell’identificazione con Ercole, il mitico fondatore di Firenze, nell’allegoria della pace come inizio di una nuova età dell’oro183. Pur nella appropriazione della romanitas, il corteo, nel tracciato diretto del percorso lungo tre rettifili — via dei Serragli, via s. Agostino, via Maggio — eludeva i luoghi tradizionali del potere e mirando al centro della città, si allontanava dall’itinerario castrense, "tipico degli ingressi rituali medicei"184. Con le colossali statue, i fondali negli snodi, gli archi trionfali Firenze, "mascherata di carta pesta, di legno e stucco, sembra[va] voler esorcizzare la città reale, con tutti i suoi problemi politici, economici e sociali, proponendo una imago urbis monumentale, per archiviare definitivamente quell’immagine che sarà poi lo stesso Vasari a rendere perenne e duratura, nella Sala di Clemente vii in palazzo Vecchio: la città assediata dalle truppe imperiali"185.

Lucca, infine, festeggiò Carlo v con i consueti archi trionfali — a porta di Borgo per la quale l’imperatore entrò, la città aveva fatto iscrivere Nostrae spes una salutis — e lungo il percorso "con apparati di tappezzarie, Fontane e altri diversi ornamenti e massime di armi di sua Maestà con l’aquila Imperiale, e le colonne co’l motto Plus Ultra"186. In piazza del palazzo dei Gigli si ergeva "una grandissima Pyramide" dedicata a Carlo l’Africano e in piazza San Giovanni una "altissima colonna" con la scritta Pacis Auctori, Fundatori Religionis, Conservatori Quietis187.

Il modulo culturale e artistico del trionfo celava però differenze profonde tra le diverse realtà toscane. Con il matrimonio di Alessandro de’ Medici e Margherita d’Austria si era sancita una scelta politica che faceva dello Stato fiorentino il punto di forza dello schieramento imperiale nell’Italia centrale. La cerimonia di accoglienza a Carlo v era in realtà una cerimonia di Stato della rafforzata, ma comunque instabile dinastia medicea e giustamente "l’abbandono del modello castrense di ingresso" che essa rappresentò è stato attribuito alla ancora minacciosa realtà, negli anni Venti-Trenta, dello schieramento politico repubblicano188. Comunque essa si inseriva nel complesso processo di transizione che R. Trexler ha descritto nei suoi lavori su Firenze189 da una ritualità civica ad una cerimonialità del principe. Siena e Lucca, d’altra parte, declinavano solo apparentemente un linguaggio unitario di dedizione all’impero. Siena era per costituzione politica una città fazionaria, logorata dalle lotte interne alle consorterie che avevano caratterizzato il secondo Quattrocento e il primo Cinquecento e la tradizione ghibellina della repubblica conviveva con una situazione di continua instabilità190. Alfonso Piccolomini che nella cerimonia di entrata a Siena ebbe, come comandante militare della città, un ruolo centrale, fu protagonista delle contrapposizioni fazionarie prima e dopo l’ingresso di Carlo v: le stesse magistrature (quella dell’Ornato e della Grascia), istituite per organizzare le sequenze dell’entrata imperiale, erano parte degli schieramenti fazionari191. Lucca, feudo imperiale, come la protezione pagata e accordata nel 1521 aveva ribadito, accolse l’imperatore con le parole del gonfaloniere che compì il gesto rituale della consegna delle chiavi, "demonstrative di farne lo assoluto Padrone e Signore". Anche a Lucca il linguaggio unitario del cerimoniale celava dure contrapposizioni interne tra l’élite di governo e i popolari. Questi ultimi si erano costituiti in partito nel 1531 giovandosi di forti protezioni a Firenze, dove il fenomeno del fuoruscitismo lucchese fu alimentato da Alessandro de’ Medici, ancor più dopo l’elezione di papa Farnese, legato a famiglie importanti della repubblica come i Guidiccioni. Ma, come Marino Berengo dimostrava nella sua ormai classica monografia su Lucca nel Cinquecento, i due partiti — quello del Palazzo e quello dell’opposizione — avanzavano le stesse richieste a Carlo v: protezione, garanzia della propria "libertà", anche a costo di porre Lucca sotto il governo imperiale192. La rivendicazione della libertà era dunque un linguaggio ambiguo193, comune a fronti contrapposti, e Carlo v poteva rappresentare un baluardo e un’istanza di giustizia per gli uni e per gli altri. Questo analogo investimento ideologico attraverso gli stessi simboli da parte di schieramenti fra loro nemici non riusciva ad armonizzare tensioni e conflitti che la certezza della guerra tendeva invece a radicalizzare.

A Siena Carlo v riceveva il cardinale di Lorena per un ultimo tentativo di trattative di pace, ma intanto scriveva all’imperatrice: "assy hazemos dar grand diligencia en todas las provisiones necesarias para la guerra" e le annunciava il movimento di 4.000 soldati tedeschi verso Milano194.

Da Lucca, dove erano stati alloggiati a spese della città dodicimila soldati, l’imperatore reiterava l’ultimatum a Francesco i195, dava ad Isabella direttive finanziarie — "redimir juros […] y tornarlos a vender a mayores presçios, o subir y cresçer el precio... como otras veces se ha hecho, porque desto se podrá haver alguna buena cantidad de dineros"196  — e provvedeva al vettovagliamento dell’esercito197. Il viaggio cerimoniale per celebrare il trionfo della pace dopo la vittoria diveniva così nelle sue ultime tappe una marcia militare verso una nuova guerra.

In conclusione, il viaggio rappresentò un’occasione culturale per un nutrito gruppo di umanisti e artisti: architetti, pittori, retori, espressione anche della vivace cultura dei centri minori oltre che delle grandi capitali italiane del Rinascimento, al fine di preparare operazioni di allestimento e spettacolo che certamente attingevano a un bagaglio comune di simboli e miti, ma utilizzandoli per tessere la trama di un discorso volta a volta diversificato. Studiando il viaggio come un unitario atto linguistico dialogico, appare evidente che occorre rapportare il messaggio che i riti di accoglienza veicolano non solo al destinatario, ma anche e soprattutto ai soggetti che lo elaborano e alla loro intenzione di costruire una rappresentazione identitaria di sé stessi. Politicamente il viaggio non fu meno importante per la società nobiliare italiana del primo Cinquecento che riuscì a compattarsi e a potenziare solidarietà interne che per il sovrano che si proponeva di consolidare il sentimento di lealtà verso l’impero. Ma l’irruzione della guerra e i mutamenti che si registrarono nella diacronia breve del viaggio provocarono una stridente e vistosa contraddizione tra il linguaggio "ideale" dei simboli e il cupo scandirsi degli eventi, creando un contesto pieno di tensioni, del tutto inedito rispetto alle intenzioni iniziali del progetto.

Note

1. Ripubblico qui con molte correzioni, dovute alla mancata revisione delle bozze, e con alcuni indispensabili aggiornamenti, il testo della relazione presentata al convegno Carlos v y la quiebra del humanismo político en Europa (1530-1558), svoltosi a Madrid nei giorni 3-6 luglio 2000, coord. general J. Martínez Millán, Madrid 2001, vol. ii, pp. 133-72. La ricerca è stata effettuata all’interno di un Programma murst dal titolo Politica, fazioni e istituzioni nell’Italia spagnola dall’incoronazione di Carlo v (1530) alla pace di Westfalia (1648), diretto dalla prof.ssa Elena Fasano Guarini dell’Università di Pisa.

2. P. Giovio, Delle Istorie del suo tempo, divise in libri quarantacinque tradotte da M. Lodovico Domenachi, al segno delle Colonne, Venezia 1581, p. 167. Cfr. sulla storiografia di Giovio F. Chabod, Paolo Giovio, in Scritti sul Rinascimento, Einaudi, Torino 1967, pp. 243-67, e T. C. Price Zimmermann, Paolo Giovio. The Historian and the Crisis of Sixteenth-Century Italy, Princenton University Press 1995. Sulla sua attività di collezionista, cfr. F. Haskell, History and its images. Art and the interpretation of the past, Yale University Press, New Haven and London 1993, pp. 46-52.

3. A. Ulloa, La Vita dell’Invittissimo Imperator Carlo v, appresso Vincenzo Valprisio, Venezia 1560 (ii ed., ivi 1566, iii ed., ivi 1573). L’Ulloa, autore di un Dialogo della dignità dell’uomo (1564) e di un Comentario de la ida in Flandes del duca d’Alba (Venecia 1569), fu curatore della traduzione in castigliano dell’Ariosto di Don Hieromino de Urrea (Venecia 1553) e traduttore di Furio Ceriól.

4. G. Galante Garrone, "Dizionario Biografico degli Italiani" (dbi), Istituto dell’Enciclopedia Italiana, vol. 40, Roma 1991, pp. 399-410 (sub voce).

5. L. Dolce, Vita dell’invittissimo e gloriosissimo Imperatore Carlo Quinto, appresso Gabriel Benzone, Napoli 1561 (con dedica a Emanuele Filiberto, duca di Savoia, p. 37v.). Cfr. anche ancora P. Giovio, Gli elogj d’huomini illustri di guerra antichi e moderni (trad. di Ludovico Domenachi), Venezia 1558, che inizia la sua rassegna da Romolo e Alessandro Magno e include Carlo v tra i grandi condottieri del suo tempo, con un preciso riferimento a Tunisi, (ivi, pp. 543-7)

6. M. Fernández Álvarez, Carlos v, el Cesar y el Hombre, Espasa, Madrid 1999, p. 508.

7. Ivi, p. 513.

8. È questa la presentazione del "duello" tra Annibale e Scipione che Lodovico Dolce tratteggia nella prefazione dedicata a Ferrante Francesco d’Avalos della traduzione delle storie di Appiano. Cfr. Tre libri di Appiano, cioè della guerra illirica, della spagnuola e della guerra che fece Annibale in Italia, tradotti da Lodovico Dolce, appresso Gabriel Giolito de’ Ferrari, in Vinegia 1559 (introduzione senza indicazione di pagina).

9. L. Dolce, Le vite de tutti gl’imperatori, composte dal nobile cavaliere Pietro Messia... tradotte ampliate e divise in due parti, aggiuntati in questa seconda impressione la vita dell’invitissimo Carlo Quinto, Venezia 1561. Sul mito cinquecentesco del perfetto capitano che proprio nell’età di Carlo v acquista "una nuova fisionomia grazie alla ripresa di una "semiosi" bellica connessa alla renovatio imperii", cfr. M. Fantoni, Il "Perfetto Capitano": storia e mitografia, in Il "Perefetto Capitano". Immagini e realtà (secoli xv-xvii), a cura di M. Fantoni, Bulzoni, Roma 2001, pp. 15-66, in part. p. 26.

10. F. Checa Cremades, Carlos v y la imagen del héroe en el Renacimiento, Taurus, Madrid 1987, pp. 77-112. Essenziale il riferimento a F. A. Yates, Astrea.The Imperial Theme in the Sixteenth Century, Routledge and Kegan Paul, London and Boston 1975, trad. it. Astrea. L’idea di Impero nel Cinquecento, Einaudi, Torino 1978 e 1990. Sul paradigma classicista dell’imperator nell’ideologia imperiale di Carlo v e sull’uso propagandistico di questo canone, cfr. ora M. Fantoni, Carlo v e l’immagine dell’imperator, in M. Fantoni (a cura di), Carlo v e l’Italia, Bulzoni, Roma 2000, pp. 101-18.

11.Les fêtes de la Renaissance, ii, Fêtes et Cérémonies au temps de Charles Quint. Études réunies et présentées par Jean Jacquot, Paris 1960 (2a ed., cnrs 1975); R. Strong, Art and Power, The Boydell Press, Suffolk 1973 (tr. francese Les fêtes de la Renaissance, 1450-1650, Art et pouvoir, Solin, Arles 1991, dalla quale si cita); I. Gagliardi, Entrées triomphales en Italie. État de la recherche historiographique, in Les Entrées. Gloire et déclin d’un Cérémonial. Actes du colloque tenu au Château de Pau les 10 et 11 mai 1996, sous la présidence du Professeur Bernard Guenée, réunis par Ch. Desplat et P. Mironneau, Société Henri iv, Biarritz 1997, pp. 49-61.

12. Sul ruolo di Francisco de Los Cobos nel viaggio di Carlo v cfr. H. Keniston, Francisco de Los Cobos secretario de Carlos v, Editorial Castalia, Madrid 1980, pp. 164-77.

13.Memorial a Carlos v de Juan Pardo y Tavera, arzobispo de Toledo (enero 1535), in F. Chabod, Carlos v y su imperio, Fondo de cultura economica, Mexico, Madrid, Buenos Aires 1992, p. 173. Sulla sottovalutazione dell’universalismo della politica imperiale in Juan de Tavera cfr. anche K. Brandi, Carlo v, trad. it., introd. di F. Chabod, Einaudi, Torino 1961, (ed. orig. Munich 1937), p. 285. Cfr. recentemente J. Pérez, La idea imperial de Carlos v, in Carlos v. Europeísmo y Universalidad. La figura de Carlos v, coord. J. L. Castellano y F. Sánchez-Montes González, vol. i, Sociedad Estatal para la Conmemoración de los Centenarios de Felipe ii y Carlos v, Madrid 2001, pp. 248-9.

14. Isabel a Carlos v, Madrid 26 agosto 1535, in Fernández Álvarez, Carlos v, el César y el Hombre, cit., p. 511.

15. Carlos v a Lope de Soria, Goleta de Túnez, 16 agosto 1535, in M. Fernández Álvarez (ed.), Corpus Documental de Carlos v, vol. i (1516-39), Ediciones Universidad Salamanca, Salamanca 1973, p. 443.

16. Ivi, pp. 443-4.

17. J. Boutier, A. Dewerpe, D. Nordman, Un tour de France royal. Le voyage de Charles ix (1564-66), Aubier, Paris 1984.

18. Cfr. in questa direzione gli studi introduttivi alla riedizione della cronaca del viaggio intrapreso da Filippo ii nel 1548 da Barcellona alla volta di Bruxelles attraverso l’Italia e la Germania: J. C. Calvete De Estrella, El felicíssimo viaje del muy alto y muy poderoso Príncipe don Phelippe, Sociedad Estatal para la Conmemoración de los Centenarios de Felipe ii y Carlos v, Madrid 2001. In particolare sugli aspetti simbolici e politici dell’itinerario italiano del principe, nel 1548-49, cfr. A. Álvarez - Ossorio Alvariño, Ver y conocer. El viaje del príncipe Felipe (1548-49), in Carlos v y la quiebra del humanismo político en Europa (1530-1558), coord . gen. J. Martínez Millán, vol. ii, Sociedad Estatal para la Conmemoración de los Centenarios de Felipe ii y Carlos v, Madrid 2001, pp. 53-106, e P. Venturelli, L’ingresso trionfale a Milano dell’imperatore Carlo v (1545) e del Príncipe Filippo (1548). Considerazioni sull’apparire e l’accoglienza, ivi, vol. iii, pp. 51-83.

19. G. Giarrizzo, La Sicilia dal Cinquecento all’Unità d’Italia, in V. D’Alessandro, G. Giarrizzo, La Sicilia dal Vespro all’Unità d’Italia, in G. Galasso (a cura di), Storia d’Italia, vol. xvi, Utet, Torino 1989, p. 150. Sulla complessa successione di Carlo in Sicilia v. anche D. Ligresti, Dal principe "virtuale" di Machiavelli al principe reale, in Carlos v y la quiebra del humanismo político en Europa, cit., vol. i, pp. 163-77.

20. Giarrizzo, La Sicilia dal Cinquecento all’Unità d’Italia, cit., p. 126.

21. V. Castaldo, Il viaggio di Carlo v in Sicilia (1535) secondo una cronaca manoscritta napoletana, in "Archivio Storico per la Sicilia Orientale", 2a serie, a. v, xxv (1929), p. 91.

22. K. Lanz, Staatspapiere zur Geschichte des Kaisers Karl v, Gedruckt auf Kosten des Literarischen Vereins, Stuttgart 1845 (Anhang Relation über den Zug des Kaisers wider Tunis von Antoine de Pernin, p. 579).

23. Per il giuspatronato regio nelle diocesi meridionali cfr. M. Spedicato, Il mercato della mitra. Episcopato regio e privilegio dell’alternativa nel Regno di Napoli in età spagnola (1529-1714), Cacucci, Bari 1996, che però non studia la situazione siciliana.

24. Il Colonna subentrò al luogotenente Filiberto di Chalons, principe di Orange, comandante dell’esercito imperiale in Italia, quando quest’ultimo, nell’agosto del ’29, fu inviato in Toscana contro la repubblica fiorentina. Il cardinale Colonna fu nominato arcivescovo di Monreale il 14 dicembre 1530. Cfr. G. Coniglio, I Viceré spagnoli di Napoli, Fausto Fiorentino, Napoli 1967, pp. 33-8. Sul Colonna, F. Petrucci, in dbi, vol. 27, Roma 1982, pp. 407-12, ad vocem.

25. Sul ruolo del cardinale de’ Medici nel conclave e sui suoi rapporti con Ascanio Colonna si sofferma lungamente l’ambasciatore imperiale Cifuentes nella sua corrispondenza con Carlo v, Archivo General Simancas (ags), Estado, legajo 862/56,8 settembre 1534, e ivi, 60 e 61. Riferimento fondamentale resta C. Capasso, Paolo iii (1534-1549), Principato, Messina 1924, vol. i, pp. 1-61.

26. Il Cifuentes dà all’imperatore la notizia della morte del cardinale de’ Medici il 27 agosto (ags, Estado, legajo 864/82) e il 31 agosto gli comunica dell’arresto dello scalco del cardinale (ivi, 864/84). Della morte del cardinale e del "dispiacere" del duca Alessandro parla anche il duca di Amalfi in una sua lettera all’imperatore, datata Siena 17 settembre 1535 (ivi, legajo 1458/126) Sulla vicenda Giovio, Istorie del suo tempo, cit., p. 186.

27. La bibliografia è molto ampia. Ci limitiamo ai riferimenti essenziali: per una visione d’assieme, cfr. E. Muir, Ritual in Early Modern Europe, Cambridge University Press, Cambridge 1997, pp. 239-46; per la Francia, cfr. L. M. Bryant, The Medieval Entry Ceremony in Paris, in Janos M. Bak (ed.), Coronations: Medieval and Early Modern Monarchic Ritual, Berkeley, University of California Press 1990, pp. 88-118; Id., The King and the City in The Parisian Royal Entry Ceremony: Politics, Ritual and the Art in the Renaissance, Droz, Genève 1986; per l’Inghilterra, l’ormai classico studio di S. Anglo, Spectacle Pageantry, and Early Tudor Policy, Clarendon Press, Oxford 1997 (1a ed. 1969); per la Spagna, cfr. ora T. Knighton, C. Morte García, Ferdinand of Aragon’s Entry into Valladolid in 1513: the Triumph of a Christian King, in Early Music History, vol. 18, Cambridge University Press, Cambridge 1999, pp. 119-63, e M. J. Del Río Barredo, Madrid, urbs regia. La capital ceremonial de la Monarquía Católica, prologo di P. Burke, Marcial Pons, Madrid 2000, pp. 55-92.

28. "[Carlo v]... giurò tre volte secondo l’usanza di conservare inviolabilmente le leggi della città e della Sicilia" (Falzello, Le due deche dell’historia di Sicilia, tradotta dal latino da M. Remigio, G. Battista Guerra, Venetia 1573, p. 912).

29. V. Saletta, Il viaggio di Carlo v in Italia, in "Studi meridionali", a. ix (1976), fasc. iii, pp. 302-4.

30. A. Mongitore, Parlamenti generali del Regno di Sicilia dall’anno 1446 fino al 1748, Nuova Stamperia dei SS. Apostoli, Palermo 1749, pp. 195-9 (Conclusione del Parlamento straordinario del 1535).

31. "S. M. consegnò al protonotario Ludovico Sances una carta scritta di mano sua dove dimostrava la causa della sua venuta, la cagione insieme la gran spesa fatta in Africa per la santa, pura e cristiana fede e di quanto importante era per il sicolo Regno", in Castaldo, Il viaggio di Carlo v in Sicilia, cit., p. 96.

32. Lanz, Staatspapiere, cit., p. 580.

33. Giarrizzo, La Sicilia, cit., p. 166.

34. J. de Vandenesse, Journal des voyages de Charles-Quint de 1514 à 1551, in Collection des voyages des souverains des Pays-Bas, F. Hayez, Bruxelles 1874, t. ii, p. 113. Ettore Pignatelli duca di Monteleone, uno dei tre consiglieri collaterali, insieme ad Andrea Carafa, conte di Santa Severina e a Giovan Battista Spinelli, conte di Cariati che coadiuvarono il viceré, conte di Ripacorsa dopo la partenza del Cattolico da Napoli (1507); cfr. Biblioteca Nazionale di Napoli, Fondo San Martino, ms. 40, Vita di Hettore Pignatelli.

35. G. Capasso, Il Governo di D. Ferrante Gonzaga in Sicilia dal 1535 al 1543, in "Archivio Storico Siciliano", ns. xxx (1905), fasc. iv, pp. 405-70, e ns. xxxi (1906) fasc. i, pp. 1-112 e fasc. iii, pp. 337-461. Cfr. anche Giarrizzo, La Sicilia, cit., pp. 157 ss.

36. A. Ulloa, Vita del valorosissimo e Gran Capitano, Don Ferrante Gonzaga, principe di Molfetta, appresso Nicolò Bevilacqua, Venetia 1563. Un’analoga rappresentazione di Ferrante Gonzaga, "compagno" di armi dell’imperatore è nel "ritratto" che ne traccia Giovio, Gli elogj d’huomini illustri di guerra antichi e moderni, cit., pp. 567 ss. Cfr. anche R. Tamalio, Il perfetto capitano nell’immagine letteraria e iconografica di Ferrante Gonzaga, in Fantoni (a cura di), Il "Perfetto Capitano", cit., pp. 385-99. Il Gonzaga sbarcò in Africa, dopo la presa della Goletta, essendosi trattenuto in Sicilia per assicurare i rifornimenti e la base logistica alle truppe. Su Ferrante Gonzaga riferimenti fondamentali, F. Chabod, Storia di Milano nell’epoca di Carlo v, Einaudi, Torino 1961, passim; C. Mozzarelli, Patrizi e governatori nella stato di Milano a mezzo il Cinquecento. Il caso di Ferrante Gonzaga, in G. Signorotto (a cura di), L’Italia degli Austrias. Monarchia cattolica e domini italiani nei secoli xvi e xvii, in "Cheiron", ix, 17-18 (1993), pp. 119-34.

37. Su Francesco Maurolico e sul suo ruolo nella vivace cultura messinese del primo Cinquecento cfr. R. Moscheo, Francesco Maurolico tra Rinascimento e scienza galileiana. Materiali e ricerche, Biblioteca dell’Archivio storico messinese, Messina 1988; Id., Mecenatismo e scienza nella Sicilia del ’500. I Ventimiglia di Geraci ed il matematico Francesco Maurolico, Biblioteca dell’Archivio storico messinese, Messina 1990; Id., Fermenti religiosi e vita scientifica a Messina nel xvi secolo, in Sciences et Religions de Copernic à Galilée (1540-1610). Actes du colloque international de Rome (12-14 décembre 1996), École Française de Rome, Rome 1999, pp. 295-349.

38. C. D’Alibrando, Il triompho il qual fece Messina nella Intrata del Imperator Carlo v e l’altre cose Degne di notitia, Messina 1535. Ringrazio la dott.ssa Lina Scalisi che mi ha gentilmente fatto avere la riproduzione di questo rarissimo opuscolo.

39. Sulla figura di Giovanni Marullo, conte di Condojanni, uomo politico e letterato, cfr. Moscheo, Fermenti religiosi e vita scientifica a Messina, cit., pp. 314 ss.

40. D’Alibrando, Il triompho, cit., (pagine non numerate).

41. Cfr. anzitutto P. Giovio, Dialogo dell’imprese militari e amorose, a cura di M. L. Doglio, Bulzoni, Roma 1978, pp. 46-8; fondamentali M. Bataillon, Plus Oultre: la cour découvre le nouveau monde, in Fêtes et Cérémonies au temps de Charles Quint, cit., pp. 14-27 e C. Hernando Sánchez, Las Indias en la Monarquía Católica. Imágenes e ideas políticas, Universidad de Valladolid, Valladolid 1996, pp. 46-7. Cfr. anche S. Leydi, Sub umbra imperialis aquilae. Immagini del potere e consenso politico nella Milano di Carlo v, Olschki, Firenze 1999, pp. 39-47.

42.La Triumphale entrata della Cesarea Maestà in la nobile Città di Messina con tutti li loro progressi, 1535, s .i. p. Un elenco della documentazione cronachistica sulla entrata è in B. Mitchell, The Majesty of State. Triumphal Progresses of Foreign Sovereigns in Renaissance Italy (1494-1600), Olschki, Firenze 1986, pp. 152-3.

43. "[Carlo v]... da Palermo se ne venne a Messina, dove fu ricevuto con pompa eguale a Palermo, perchè quella città garreggia con Palermo" (G. Rosso, Historia delle cose di Napoli sotto l’imperio di Carlo Quinto cominciando dall’anno 1526 per infino all’anno 1537, scritta per modo di giornali, nella stamperia di Giovanni Domenico Montanaro, Napoli 1635, p. 110).

44. D’Alibrando, Il triompho, cit., pagina non numerata.

45.La Triumphale entrata della Cesarea Maestà, cit.

46. Sul saccheggio del baldacchino, cfr. S. Bertelli, Il corpo del Re. Sacralità del potere nell’Europa medievale e moderna, Ponte alle Grazie, Firenze 1990, pp. 90-106.

47. Castaldo, Il viaggio di Carlo v in Sicilia, p. 105.

48. Sulla consistenza del possesso feudale dei Sanseverino nella Calabria del Cinquecento il rinvio è a G. Galasso, Economia e società nella Calabria del Cinquecento, L’arte tipografica, Napoli 1967, pp. 3-19.

49.Dell’historia di Notar Antonino Castaldo libri quattro nei quali si descrivono gli avvenimenti più memorabili succeduti nel Regno di Napoli sotto il governo del Viceré don Pietro di Toledo e de’ Viceré suoi successori sino al Cardinal Granvela, in Istorie del regno di Napoli, vi, Giovanni Gravier, Napoli 1769, p. 48. Su Castaldo cfr. E. Cochrane, Historians and Historiography in the Italian Renaissance, The University of Chicago Press, Chicago and London 1981, pp. 134-9.

50. Rosso, Historia delle cose di Napoli, cit., p. 111.

51. Del risentimento del principe di Salerno riferisce Gregorio Rosso: "Il Principe di Salerno sentì molto non haver loco frà li sopradetti à portare l’insegne delo Imperatore; particolarmente portando due de la natione Spagnuola, il stocco, e lo scettro, giudicava doverse honorare in quella occasione il nostro Regno di Napoli, e che alli Spagnuoli bastava, che havessero portata una delle sopradette insegne, dicono che per questo non volesse poi comparere alla solennità maggiore dell’altra corona, e che andasse ammascarato vedendo la festa e le donne che stavano per le finestre à vedere" (ivi, p. 70).