Introduzione

di Irene Fosi

La corte romana, i suoi meccanismi di potere ma anche la costruzione degli apparati di governo curiali e, di conseguenza, il definirsi del rapporto fra centro e periferia nello Stato ecclesiastico della prima età moderna non hanno più, per gli storici, l’accattivante carattere di novità. Sono passati infatti ormai vent’anni da quando, nel 1982, Paolo Prodi pubblicò Il sovrano pontefice che, formulando grandi interrogativi, apriva percorsi di ricerca nuovi, calcati, in maniera differenziata, nella prospettiva e nei risultati, da quanti in seguito si sono confrontati con pur parziali aspetti della storia della monarchia pontificia nell’età moderna. La corte, gli uomini – e le donne – della famiglia papale ed in particolare il cardinal nepote, le congregazioni, le carriere curiali, le "milizie", i cerimoniali e la ritualità hanno trovato così uno spazio ed un’attenzione sempre maggiori nella storiografia italiana, influenzata – non sempre in maniera positiva ed acritica – da suggestioni sociologiche ed antropologiche, sia dopo la riscoperta del modello interpretativo eliasiano che, sebbene in misura minore, con la ricezione delle categorie interpretative della realtà sociale formulate da Niklas Luhmann e da Jürgen Habermas.

Come ricorda W. Reinhard, nei tardi anni Settanta, mentre l’Istituto Storico Germanico a Roma procedeva nella pubblicazione delle Nuntiaturberichte aus Deutschland, l’interesse di alcuni studiosi tedeschi – e suo in particolare! – "costretti" a scavare negli archivi romani e vaticani per continuare questa impresa editoriale, si diresse a scoprire i meccanismi che regolavano il potere nella sempre più complessa articolazione curiale, rafforzata dai compiti universali e temporali che la monarchia pontificia era chiamata ad assolvere con una forza ed una presenza più incisive dopo il Tridentino. Lo studio intrapreso parallelamente sulle fortune economiche di esponenti di famiglie pontificie – in particolare sui Borghese – sembrava compensare, ed al contempo allargare, la prospettiva istutuzionale ed "ufficiale" con la quale si era guardato fino ad allora alla curia romana. Proprio negli stessi anni, ed in riferimento al medesimo contesto di ricerca, Wolfgang Reinhard aveva coniato la categoria interpretativa di Verflectung per spiegare le relazioni informali che determinavano la politica, la struttura amministrativa, e soprattutto, rappresentavano la fase ed il risultato dell’interazione sociale. Parentela, amicizia, provenienza e patronage erano i più rilevanti elementi che concorrevano nel concetto di Verflechtung, assimilato nella sostanza e nella forma, a quello di network. L’analisi dei rapporti sociali condotta usando questa chiave interpretativa veniva però a distinguersi sostanzialmente dalla microstoria e dai suoi risultati: il concetto di Verflechtung è infatti fortemente connotato in senso politico e tenta di indagare, come afferma lo stesso autore nel saggio qui proposto, i rapporti ed i legami informali usati, in modo più o meno pianificato, a scopi politici. Il concetto di micropolitica si è posto inoltre come un possibile strumento di lettura della costruzione e dello spessore dello "stato moderno", diversificandosi così dai risultati, diametralmente opposti, prodotti dalle classiche analisi fondate sul concetto di network. Se, dunque, soprattutto la storiografia italiana più recente, che ha recepito la categoria di Verflechtung, ha guardato con maggiore attenzione i legami di patronage, questi, nell’analisi micropolitica che W. Reinhard ed i suoi allievi hanno condotto, rappresentano una delle molteplici componenti dell’intreccio dei rapporti di interazione sociale. Come si è osservato, l’elaborazione di questo concetto era nata dallo studio di alcuni aspetti – spesso si trattava di aspetti politici e diplomatici – della monarchia pontificia. La sollecitazione offerta dal confronto con altra, ricca ed indubbiamente suggestiva documentazione, come i carteggi, ha aperto poi nuove prospettive per applicare il concetto di Verflectung all’analisi non solo della realtà della corte e della curia, ma anche per misurare, attraverso l’immagine dei cerchi concentrici proposta da Reinhard stesso, il grado di integrazione e di compenetrazione – sociale, politica, amministrativa – fra centro e periferia. Lo studio del nepotismo, nella sua funzione di "assistenza" e mediazione, già analizzato in precedenti studi, aveva convinto lo storico tedesco che sia la curia che lo Stato ecclesiastico fossero retti da cerchi concentrici di rapporti interpersonali segnati appunto dalle varie "componenti" del concetto di Verflechtung: parentela, amicizia, patronage, provenienza. Stessa lettura poteva darsi anche dei rapporti fra Roma e gli stati europei, guardati, fino ad allora con la lente della "tradizionale" storia diplomatica.

A distanza ormai di diversi decenni e, soprattutto, alla luce dei risultati delle ricerche e del dibattito storiografico su temi come "stato moderno", centro e periferia e sul concetto stesso di "modernità", l’ipotesi avanzata da Reinhard che i legami clientelari in provincia servissero a compensare la scarsa consistenza della presenza statale, può oggi essere rivista e riformulata per cercare nuove risposte, come prospettato anche dai saggi su Bologna e Ferrara in questo volume. Ci si chiede, ad esempio, quale sia il motivo del perdurare dei rapporti informali, dei legami di patronage quando, anche la monarchia pontificia conobbe un’indubbia fase di rafforzamento che ebbe, come conseguenza, anche una più consistente presenza nelle diverse province. Così, sia a Bologna che a Ferrara, si cerca di indagare la direzione di questi legami, ed in quali ambiti, non solo politici, fecero sentire i loro effetti. Riuscirono, poi, a far integrare le oligarchie provinciali nei ranghi della clientela papale e, successivamente, ad ascriverla ad un ceto nobiliare di "servizio"? L’ottica è focalizzata sul pontificato di Paolo v, un momento particolare per la corte romana che vide la istituzionalizzazione della figura e dei compiti del cardinal nepote ma anche, nel contesto europeo, un avvicinamento alla monarchia spagnola, per compensare lo squilibrio creato in precedenza dal favore alla Francia, uscita dalle guerre di religione e retta ora dal convertito Enrico iv: prospettiva europea che, in realtà, in questi studi appare un po’ sfumata a vantaggio di un’indagine che mira al particolare. Certo l’osservazione con la lente della micropolitica potrebbe essere estesa ben oltre il pontificato Borghese per misurare sia la validità di questo parametro interpretativo sia, soprattutto, se i cambiamenti subiti dallo Stato ecclesiastico nel corso del xvii secolo definiscano più sottilmente i caratteri della sua "modernità" e della "decadenza".

Fonte privilegiata, ma non unica, per queste analisi di micropolitica sono i carteggi: quelli ufficiali fra il cardinal nepote e i legati – rappresentanti del potere papale in provincia – ma anche la corrispondenza "in proprio" che il cardinal nepote intratteneva per difendere i propri interessi e quelli della sua famiglia. È difficile restare indifferenti alle suggestioni offerte da questa documentazione che deve tuttavia essere esplorata senza dimenticare i differenti registri di scrittura che imponevano l’adozione di formule non necessariamente spia di sentimenti "individuali". È proprio dall’esame della corrispondenza che emerge sia la difficoltà iniziale per una famiglia pontificia di crearsi una clientela in provincia, sia di mantenerla e servirsene, non tanto per il conclamato "bene comune", ma specialmente per difendere i propri interessi, soprattutto economici acquisiti localmente. I clienti non sembrano, insomma, aver compensato il deficit amministrativo in provincia, ma furono presi in considerazione, ed i loro interessi soddisfatti, solo dopo che Roma si era garantita uno stabile apparato amministrativo nelle legazioni, nelle città, nei governi.

Elemento fondamentale di governo e mediazione, costruzione di clientele e di consenso furono, in questa prospettiva, i legati e governatori. La politica pontificia si diresse, come a Bologna, a costruire una clientela non fra le famiglie della più antica nobiltà senatoria, ma piuttosto reclutando, con favori e benefici, fra le compagini minori, per le quali proprio questo legame clientelare divenne un motore di ascesa sociale e di inserimento fra le file dell’antica nobiltà cittadina. Insomma, quando il "bene comune" non coincideva con gli interessi papali – e del cardinal nepote, soprattutto – ed anche di suoi potenti clienti la provincia non poté beneficiare del legame di clientage stabilito fra Roma ed alcune famiglie locali. La risoluzione del problema delle acque a Ferrara, problema che si trascinerà, con punte di acuta frizione fra la città e Roma, fino alla metà del Settecento, ne è un esempio inconfutabile. Nello strutturarsi del sistema di clientele, se da un lato, almeno fino alla metà del Seicento, rimase determinante il ruolo svolto da legati e governatori, sempre minore fu invece il peso degli ambasciatori che città come Bologna e Ferrara avevano il "privilegio" di inviare alla corte papale per rappresentare gli interessi della propria città. Nella corte romana del Seicento il loro compito divenne sempre più formale, mentre i veri interlocutori del potere papale per difendere gli interessi "nazionali", della "patria" e, naturalmente, della propria famiglia e del parentado legato ad essa, erano i cardinali. Uno sguardo alla composizione del Sacro Collegio, alla provenienza dei porporati, alle politiche matrimoniali da essi intessute per "accrescere" la propria famiglia, ma anche per assicurarsi onore e prestigio attraverso un mirato mecenatismo, che assolveva anche una indiscussa funzione politica, evidenzia la posizione segnata da diverse "fedeltà" che dovevano garantire stabilità in una monarchia ereditaria ed in un contesto internazionale condizionato da schieramenti fazionari. Era un compito che erano chiamati ad assolvere anche i cardinali principi, figure ormai ben diverse dal cardinale principe del Rinascimento, come ben teorizzava anche la ricca trattatistica su questo tema, da Fabio Albergati a Giovanni Botero.

Gli studi dei giovani ricercatori tedeschi che qui si propongono affrontano alcuni aspetti di queste problematiche che, in tutti casi, hanno rappresentato il tema di ricche e ben documentate Dissertationen – le imponenti ricerche che il sistema universitario tedesco ancora impone per conseguire il titolo di Doktor. Tutte sono nate dalla riflessione e dalla critica sulla applicazione del concetto di Verflechtung ed hanno guardato alla corte romana, al dialogo centro/periferia nello Stato ecclesiastico, ma anche al rapporto fra Roma e altre realtà statali italiane con la lente della micropolitica, nei termini formulati da Wolfgang Reinhard, di cui quasi tutti sono allievi o, quanto meno, ne hanno recepito la stimolante lezione. Sono anche i primi risultati di un progetto di ricerca che si propone di indagare, con l’ottica micropolitica, i rapporti fra Roma, le realtà provinciali dello Stato ecclesiastico, gli stati italiani e le monarchie francese e spagnola durante il pontificato di Paolo v Borghese. Non è sembrato perciò privo di interesse presentare ricerche condotte con un metodo che, pur acquisito e praticato anche da storici italiani, non è stato spesso compreso interamente, soprattutto nelle sue complesse implicazioni concettuali e metodologiche: il patronage non sussume infatti tutto il termine di Verflechtung e la micropolitica non è microstoria.

Congratulandomi, la scorsa estate, con W. Reinhard per il conferimento del Deutsche Historikerpreis, mi rispose con la consueta cortese modestia che, finalmente, anche gli storici tedeschi si erano accorti che non era tempo perso studiare la corte romana, lo Stato ecclesiastico, l’Italia. Qualche anno prima, in occasione di un convegno sul tema Kurie und Politik organizzato dall’Istituto Storico Germanico di Roma, aveva ancora lamentato la scarsa attenzione della storiografia tedesca a questi problemi, eredità di uno scetticismo e di una diffidenza che, lo storico di Friburgo riassumeva, icasticamente, con due significative espressioni: Italiana non leguntur, catholica non leguntur. Nel licenziare queste pagine offerte ad un maestro ed amico nell’anno in cui lascia l’insegnamento, vorrei ringraziare, per l’interesse e l’aiuto finanziario concesso per le traduzioni dei testi, i professori Christof Dipper (Darmstadt) e Pierangelo Schiera (Berlino-Trento).