Amici e creature.
Micropolitica della curia romana
nel XVII secolo

di Wolfgang Reinhard

1. Il problema e la ricerca

Nel 1966 giunsi per la prima volta a Roma, fortemente desideroso di intraprendere una ricerca sulla microstoria della curia romana. In seguito a studi sulla Riforma della Chiesa del xvi secolo, avevo concluso che cariche e prebende della Chiesa venivano assegnate in proporzione considerevole a parenti, amici e protetti di chi già ne era titolare. Ma soprattutto, mi ero reso conto che questo "sistema" veniva praticato spregiudicatamente anche da eminenti riformatori come Gasparo Contarini e Giacomo Sadoleto, così che non doveva essere considerato in alcun modo riprovevole. Nel frattempo2, avevo addirittura letto come Tommaso D’Aquino ritenesse che i parenti dovessero essere preferiti, qualora fossero di pari dignità e questo potesse evitare uno scandalum3. Al debole divieto contro il nepotismo espresso dal Concilio di Trento4, si opponeva l’impegno dei potenti, riconosciuto da tutti, ad impiegare le risorse disponibili anche per mantenere le persone ad essi legate. Probabilmente il santo cardinale Roberto Bellarmino avrebbe ritenuto molto più indecoroso non procurare al proprio nipote un vescovato piuttosto che farlo, come del resto era abitudine generale5. Ma mi affascinava comunque scoprire i meccanismi di composizione e di funzionamento della curia romana rispetto a queste regole sociali.

Naturalmente la curia doveva e deve ancora servirmi solo da esempio per poter osservare ciò che era un’abituale tecnica di governo nella prima età moderna e che ancora oggi è molto praticata. Si proponeva inoltre come esempio molto valido, in quanto la peculiarità del Papato di essere una monarchia elettiva permetteva un regolare ricambio di personale di ampia portata, che rendeva i processi di reclutamento per molti aspetti più trasparenti che in altri casi. Infine, esistevano allora regolari manuali per quanti volessero fare carriera all’interno della curia6. La prospettiva, che nel 1966 era ancora piuttosto scandalosa, di considerare la curia come una monarchia fra le monarchie, ha trovato nel frattempo, grazie al famoso libro di Paolo Prodi Il sovrano pontefice7, un consenso generale.

Certo, negli anni Sessanta, le ricerche di micropolitica appartenevano ancora all’ambito dell’antropologia e non erano affatto in uso fra gli storici. Dal mondo anglosassone, dove Lewis Namier aveva aperto la strada, dal 1929, con le sue ricerche sul parlamentarismo britannico del xviii secolo8, queste nuove prospettive di ricerca furono introdotte in Francia. Nel 1963 apparve il libro dello storico americano Orest Ranum sul metodo utilizzato da Richelieu per controllare il sistema di dominio reale attraverso clienti opportunamente collocati9. Nel 1972 Roland Mousnier, dopo aver preso le distanze dal comunismo, pubblicò il suo fondamentale e pioneristico saggio sulle relazioni informali e rapporti di fiducia nel ceto dirigente francese10. Infine l’americana Sharon Kettering ha presentato nel 1986 il clientelismo come il segreto del funzionamento dell’amministrazione della provincia francese del xvii secolo11. Così è stato possibile leggere nel 1992 in uno studio americano su Roma sotto Urbano viii12, che la rete, onnipresente e pervasiva, di rapporti padrone-cliente non era solo il lubrificante in grado di garantire il funzionamento delle istituzioni della prima età moderna, come aveva sostenuto Helmut Koenigsberger già molto tempo prima13, ma, in assoluto, la maniera stessa in cui tali istituzioni funzionavano. Nel 1966 queste idee si scontravano a Roma con una generale incomprensione. Devo però ricordare un’autorevole eccezione: Gerd Tellenbach, allora direttore dell’Istituto storico germanico di Roma, riconobbe subito nuove possibilità di ricerca in tali ipotesi. Queste possibili aperture gli apparvero chiare anche dalle sue ricerche sul Medioevo; in effetti, in Germania, sono ancora oggi i medievisti, piuttosto che i modernisti, a prendere in considerazione questo genere di studi. Ma a partire dai tardi anni Settanta lavori sulla microstoria divennero sempre più accettati dal punto di vista scientifico anche in Germania e in Italia, come appare dalla raccolta in cui, nel 1988, Antoni Maczak cercò di riassumere il livello a cui era giunta la ricerca internazionale14. Infine, nel 1990 e nel 1997 sono apparsi i testi più importanti su questo tema: di Renata Ago, Carriere e clientele nella Roma barocca e di Irene Fosi, All’ombra dei Barberini15. Indubbiamente l’analisi del soggetto in questione risulta essere appena iniziata piuttosto che terminata, così che posso sperare di riferirvi oggi ancora qualcosa di nuovo. E quanto meno, perché R. Ago e I. Fosi hanno fondato il loro studio sugli archivi di famiglia del xvii e primo xviii secolo, mentre i miei lavori si basano fondamentalmente sul Fondo Borghese nell’archivio Vaticano e considerano il pontificato di Paolo v Borghese (1605-21). Mi preme di più cercare di compensare la prospettiva dal basso, il punto di vista cioè di coloro che salivano nella gerarchia curiale, con una visuale dall’alto, dalla prospettiva centrale del cardinal nepote, di cui ho sistematicamente sfruttato il carteggio. Non voglio occuparmi tanto delle carriere, quanto del governo, o meglio della dimensione micropolitica del dominio monarchico della prima età moderna, sotto le particolari condizioni create dal Papato e del suo nepotismo.

2. Il modello-base

Cosa bisogna intendere con il termine micropolitica? La micropolitica è l’adattamento, più o meno pianificato, di un reticolo di rapporti personali informali a fini politici, per cui il possesso di una carica e il grado di colui che la ricopre sono normalmente più importanti politicamente rispetto al ruolo svolto al tempo stesso da tale persona. La prova di ciò si trova fra l’altro nei dispacci delle nunziature, dove questioni personali e di etichetta, normalmente, vengono trattati con maggiore attenzione e delicatezza rispetto a questioni politiche, cosa che sconcerta lo storico moderno che, di norma, sarebbe maggiormente interessato a queste ultime16. Per questo motivo, gli studi di micropolitica della prima età moderna sono non solo estremamente fondati, ma anche ineludibili.

I reticolati sociali micropolitici (l’anglicismo Netzwerk si sostituisce al termine Verflechtung17, intreccio, proposto originariamente da chi scrive) sono costituiti da tre o quattro tipi di rapporti. In primo luogo la solidarietà di gruppo da una parte, con il suo caso particolare, ovviamente, la parentela. Queste solidarietà possono essere attribuite, si potrebbe dire anche connaturate, come la parentela di sangue, oppure acquisite, come la parentela artificiale acquisita attraverso il matrimonio e il padrinaggio, oppure con l’appartenenza ad un ordine religioso. Parentela e solidarietà di gruppo possono dunque rappresentare il potenziale per relazioni interpersonali contingenti, se sussistono i presupposti potenziali. Possono essere anche risultati di un’interazione, quando, per esempio, un cliente del papa accede al ruolo di padrino o addirittura di suocero di un nipote. Oppure quando un nipote entra nell’ordine dello zio per farvi carriera. Al contrario, relazioni si sviluppano in concreto secondo due modelli che si possono, alla lunga, stabilizzare. Si tratta o di una relazione padrone-cliente di natura ineguale e caratterizzata da una solidarietà verticale, oppure di un’amicizia eguale con solidarietà orizzontale18. Tuttavia, una relazione padrone-cliente può essere completamente rivalutata moralmente come un reciproco rapporto di fiducia, secondo quanto sosteneva Mousnier, come un’amicizia col significato romantico segnata da un carattere affettivo; ma si può benissimo trattare, in entrambi i casi, di puri legami d’interesse che funzionano secondo il principio della domanda e dell’offerta. La stabilità di tali rapporti intessuti da una persona o da una famiglia che ne dispone si definisce in maniera assolutamente adeguata grazie ad Ago19 e soprattutto a Pierre Bourdieu come "capitale sociale" che occasionalmente porta con sé frutti sociali20. Questi si accumulano soprattutto dalla parte del padrone, dal momento che nessun cliente può eguagliare le sue prestazioni, né produrre una completa reciprocità: tutti loro, infatti, vivono "non già con la speranza de saldare mai del pare", cioè vivono sul credito sociale21. Una bilancia ben livellata convertirebbe automaticamente un rapporto squilibrato patronato-clientela in un’amicizia equilibrata.

L’attuale interpretazione economicistica dei rapporti di patronage come rapporti di mercato, che ha messo da parte quella di stampo più idealistico formulata da Mousnier, che vedeva tali rapporti caratterizzati piuttosto dalla fiducia, ha portato di conseguenza, nel corso degli anni Ottanta, a delineare la figura del mediatore del patronage, il broker, ossia di colui che si occupa di mettere in contatto richieste di patronage da una parte e di clienti dall’altra, come nell’amministrazione della provincia francese analizzata da S. Kettering. Da questo punto di vista, il legame che il cliente aveva contemporaneamente con diversi ed alternativi padroni risulta più comprensibile che se valutato secondo le regole, quasi feudali, del rapporto di fiducia. Proprio a Roma doveva valer la pena, a causa degli imprevedibili contrattempi della monarchia elettiva, tenere di riserva più padroni. Nel corso di tali sviluppi, rapporti squilibrati potevano trasformarsi in equilibrati e viceversa. Giulio Mazzarino, da cliente dei Barberini, divenne ministro francese e, pertanto, loro amico di pari rango e, infine, loro padrone allorché persero il potere e, loro stessi, diremmo bisognosi di protezione22. Inoltre una stessa persona poteva svolgere ruoli diversi nei rapporti con diverse persone. Così papa Paolo v era sì il patrono dell’oligarchia curiale e dello Stato ecclesiastico, ma al tempo stesso amico politico dei duchi italiani e infine cliente del re di Spagna, benché il linguaggio del protocollo papale volesse ovviamente far apparire in modo diverso.

3. Analisi del discorso

Tuttavia non è soltanto il discorso protocollare che deve qui essere preso in considerazione e neppure quello del diploma papale tanto caro ai medievisti, che di certo non deve essere preso alla lettera. Esiste anche un regolare discorso patronato-clientelare nella corrispondenza del cardinal nepote Scipione Borghese, sulla cui analisi si incentrano fondamentalmente le nostre riflessioni. La questione determinante per lo storico è di capire fino a che punto le fonti scritte, che testimoniano questa pratica discorsiva, rinviino ad una pratica non discorsiva di carattere sociale, a reali schemi di comportamento dell’antropologia politica del tempo. Qual è il contenuto reale di parole chiave ricorrenti come padrone, amico e creatura? Sarebbe in errore chi volesse riconoscervi l’espressione immediata dei rapporti squilibrati o equilibrati analizzati nel nostro schema23. Quando il cardinal Borghese consiglia al ministro spagnolo duca di Lerma il monaco olivetano Evangelista Perugino con la motivazione: "Io desidero di vedere honorato la sua persona e per la stretta amicitia, che egli ebbe meco, mentre io mi trovavo allo studio di Perugia, et per il merito suo"24, si tratta, originalmente, di un’amicizia fra studenti. Di fatto, siamo già di fronte ad un rapporto di clientela fra monaco e cardinale, come dimostra più esplicitamente l’appoggio di Borghese per il "dottore Frolliero" a Bologna che viene motivato dal suo auditore Cennini con la formula: "essendo il Frolliero amico del cardinale padrone"25. Ciò significa che amico è spesso utilizzato non tanto per definire un rapporto do ut des, quanto piuttosto rappresenta una definizione eufemistica data dal padrone dei suoi clienti. Questo significato viene confermato anche dal fatto che il cliente non oserebbe mai definirsi amico, ma si designa naturalmente "humilissima creatura" del padrone. Ma questa formula non è assolutamente limitata a clienti "privati" del cardinale e della famiglia Borghese. Viene infatti utilizzata anche nella designazione di dipendenze determinatesi per ragioni d’ufficio o d’affari, ma indicati ed utilizzati significativamente come rapporti di clientela. L’Inquisitore di Torino si definisce "creatura" di Borghese perché dal papa, suo zio, era stato sistemato lì quando questo era ancora cardinale e capo del Sant’Uffizio26. E l’affittuario dell’abbazia Borghese a Brindisi, in seguito alla straordinaria crescita delle entrate del nepote, può richiedere come sua creatura per il proprio nipote un posto di sottocollettore della Camera apostolica27.

Se poi si analizza il termine "santo" che ricorre più di rado, s’incontra un intero campo di pratiche discorsive, collegate fra loro. Tale termine, infatti, non viene utilizzato soltanto per designare un padrone celeste, ma anche per uno terrestre, il padrone di una clientela cioè, per cui si possono venire a creare intrecci degni di attenzione. A Malta e in Sicilia la credenza che si arrivi in cielo soltanto con l’aiuto di santi viene ancora oggi utilizzata in maniera metaforica col significato determinante del patronato nella vita sociale e politica28. Ma quando nel 1605 nella tomba del papa Clemente viii, morto poco prima, venne ritrovata una tavoletta votiva per guarigione da malattia, le malelingue romane affermarono che era stata portata dal nipote del defunto, Pietro Aldobrandini, perché verso di lui Clemente si era dimostrato un "santo"29. Il rapporto fra patronage terrestre e celeste si allarga, comunque, ben oltre queste connotazioni metaforiche. In primo luogo, i candidati all’onore dell’altare hanno bisogno di protezione influente presso il papa, per cui entra in gioco soprattutto la solidarietà verticale dei principi. Così scrive il principe di Savoia nel 1605 al papa: "il beato Luigi Gonzaga oltre ad essere di casa da me grandemente honorata, è nato da una mia Vasalla, et ha passato ancora parte dela sua fanciulesa in questa mia corte", così che si sente autorizzato a richiedere energicamente, dopo la beatificazione appena avvenuta, anche la santificazione30, per la quale, tuttavia, si dovette attendere fino al 1726. Allo stesso modo il duca di Modena "come principe christiano e congiunto [...] di sangue alla casa Gonzaga"31. Iniziative analoghe vengono prese da Milano per Carlo Borromeo32 e dai Medici per Filippo Neri, Andrea Corsini e Maria Maddalena de’ Pazzi a Firenze33. Per il processo Corsini la famiglia aveva già da tempo messo a disposizione il denaro necessario34. La monarchia spagnola aveva tutta una serie di clienti celesti e godeva di un certo successo con il suo protettorato a Roma in quanto padrona del papa: Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Teresa d’Avila, Isidoro Labrador, tutti santificati nel 162235. In maniera analoga al rapporto patronato-clientela terrestre, anche dai nuovi santi ci si aspettava che si mostrassero riconoscibili come patroni per l’incremento del suo onore presso Dio e gli uomini mediante l’intercessione celeste. In questo senso i papi hanno immediatamente preso i santi da essi canonizzati come protettori della propria famiglia. Così la cappella Borghese a Santa Maria Maggiore divenne luogo di culto di Carlo Borromeo e di Francesca Romana36, S. Ignazio fu la cappella monumentale dei Ludovisi. Gli schemi di comportamento culturali di famiglia e clientela abbracciano un intero universo: esiste prova più evidente del suo significato?

4. Il cardinal nepote e la sua segreteria

Il più importante patrono terreno nella curia romana era indubbiamente il cardinal nepote, nel nostro caso il figlio della sorella di Paolo v, Scipione Caffarelli-Borghese. Accanto all’importanza che rivestiva nell’accumulo della fortuna familiare37, tema analizzato altrove, il patronato costituiva la sua funzione politica centrale. Tutti i cardinal nepoti hanno sì ottenuto sconfinati poteri per il governo come soprintendente dello Stato ecclesiastico al posto del papa attraverso il breve di nomina, ma hanno potuto utilizzarli solo di rado in maniera autonoma, come voglio ribadire38 ancora una volta contro quanto sostenuto da Madeleine Laurain-Portemer39. Questi studi hanno messo in evidenza l’enorme quantità della corrispondenza politica della segreteria di stato e delle congregazioni responsabili dell’amministrazione temporale sottoscritta dal nipote, sebbene le relative decisioni fossero prese spesso senza il suo intervento fra il papa e il capo della burocrazia competente. Si trattava infatti di un artificio di protocollo volto ad alleggerire il peso politico che gravava sul papa e a favorire progressivamente l’efficienza amministrativa: insomma si trattava di un procedimento di modernizzazione proprio del tempo. Da un lato, i crescenti affari amministrativi non si lasciarono più sbrigare con testi scritti firmati dal papa ai quali, tradizionalmente, spettavano carattere di documento e, con questo, di irreversibilità. Dall’altro, il nuovo apparato amministrativo curiale in via di formazione non era ancora abbastanza istituzionalizzato e stabilizzato, bensì ancora dipendente dalle relazioni personali. Per questo motivo risultava ancora impossibile rinunciare ad un uomo di fiducia che fosse personalmente molto vicino al sovrano. Quando il papa voleva ringraziare per dei regali, ottenere informazioni discrete, risolvere una questione estragiudizialmente, ma, soprattutto, quando si trattava di politica familiare e clientelare, agiva attraverso la scrittura del cardinal nepote40. Proprio perché il papa era generalmente creatura di precise fazioni del collegio cardinalizio doveva distanziarsi da questa sua origine nell’interesse del suo potere ed assumere il ruolo di "padre commune" super partes di tutti i curiali e cristiani. Il ruolo di capo della famiglia e della clientela, allora, spettava al cardinal nepote. Naturalmente era spesso lo stesso pontefice che, dietro le quinte, tirava le fila. Dall’analisi di un diario segreto di un segretario del cardinal Borghese41, così come dalla corrispondenza di quest’ultimo42, si può facilmente verificare come fosse possibile che, da questioni personali e politiche, si arrivasse a conflitti fra Paolo v ed il cardinale Borghese, poiché il papa si dava da fare per applicare norme più severe di attitudine e di giustizia rispetto a suo nipote. Pertanto, la corrispondenza del nipote rappresenta fedelmente non solo la misura ma anche i limiti della matrice micropolitica, del reticolato personale della curia romana.

Strumento di questa centrale attività del cardinal nepote è una segreteria particolare che, nell’età dei Barberini, venne denominato Segreteria in proprio43. Come è solito in queste istituzioni incomplete, in via di sviluppo, la loro natura cambia con la costellazione personale nello stretto ambito di papi e nipoti. Questo procedimento, almeno in parte, si lascia ricostruire dai registri e dalle annotazioni dorsali della corrispondenza. Fra il 1612 ed il 1621 esiste un segretario particolare per la corrispondenza privata e patronale del nipote, che regolarmente ottiene le disposizioni dal suo auditore. Le relative lettere di nunzi papali sono sì solite passare attraverso la segreteria di stato come le altre, ma portano l’indirizzo di questo segretario e da lì gli vengono recapitate, senza essere aperte44, e inserite anche in un particolare registro. A questa segreteria spetta anche la riproposizione di pratiche in scadenza, come si dice nel moderno gergo burocratico. Quando nel 1608 il cardinal Barberini, futuro papa Urbano viii consiglia, previdente, un protetto come successore del malato vescovo di Bitonto, Borghese ordina al suo segretario a tergo della lettera di presentare nuovamente lo scritto, non appena il vescovo fosse morto, poiché Borghese voleva fare del suo meglio, anche se il papa mostrava poca inclinazione ad assecondarlo45.

5. Il discorso delle raccomandazioni

Uno dei compiti principali di questa segreteria consiste nella ricezione e nella stesura di lettere di raccomandazione di tutti i tipi, un’occupazione alla quale il papa si accinge qualora si tratti di un principe. Dal momento che metodi di reclutamento razionalmente standardizzati e conseguentemente formalizzati non sono ancora estesi completamente — delle eccezioni parleremo subito — l’unica valida alternativa è la conoscenza personale dei candidati. Qualora questa manchi, cosa inevitabile per molti interessati in un apparato piuttosto grande, non esiste alcuna alternativa alle raccomandazioni. Per questo bisogna anche considerare, in contrasto con Gottfried Schramm46, che nei maggiori centri di potere, il sistema patronato-clientela è, o perlomeno era, documentato in ampi scambi epistolari. Wojciech Tygielski ha condotto un’accurata analisi della corrispondenza del potente cancelliere polacco e di Hietman Jan Zamoyski analoga a quella condotta da noi a Roma47.

Le raccomandazioni, in un tale sistema, sono talmente normali che, a buon diritto, ci si può domandare se il discorso di raccomandazione non contenga forse una realtà non-discorsiva, o se la sua analisi non dovrebbe esser condotta con successo dalla storia della letteratura. Si potrebbe anche imboccare una via di mezzo e interpretare così l’immensa quantità di richieste e di raccomandazioni, su un metapiano storico sociale, come una sorta di tributo letterario al potere, simile ai complimenti, agli scritti di auguri di Natale, Pasqua e occasioni speciali che costituiscono il secondo genere conservato in massa. Il mio tentativo di esaminare una scelta casuale di raccomandazioni per prebende con l’aiuto del registro delle suppliche per verificare la loro realizzazione ha sempre portato un risultato assolutamente negativo. Per fortuna, il grado dell’effetto di raccomandazioni si lascia riscontrare almeno là dove si incontrano molteplici raccomandazioni per la stessa persona. Già per la corrispondenza Sforza nel xv secolo, Vincent Ilardi aveva potuto riscontrare che vi erano state raccomandazioni serie e non, discretamente ritrattate48. Anche a un cardinal nepote non rimaneva molta scelta che soddisfare i desideri di un potente, magari di un altro cardinale, qualora questi esigesse raccomandazioni da un terzo49, benché non ne avesse affatto voglia. Nella corrispondenza di Borghese si trovano talvolta ulteriori domande, su quale delle diverse persone raccomandate contemporaneamente per un posto, dovesse, di fatto, ottenerlo50. Oppure si può trovare notizia che la decisione era stata presa in favore di una persona che avrebbe potuto condurre a termine il relativo compito con minore spesa51, poiché Borghese aveva lasciato liberi di decidere riguardo all’accettazione della raccomandazione. In tali circostanze possono essere proposti diversi candidati, nonostante l’esame di concorso previsto dal concilio di Trento per l’occupazione di parrocchie52. Qualora, infatti, non superassero il "concorso" o si dimostrassero comunque inadeguati, non avevano bisogno di essere tenuti in considerazione53. In caso di necessità, si poteva inoltre affermare che la raccomandazione era arrivata dopo la chiusura del processo54 . Analogamente avviene per gli interventi a prima vista decisamente sconvenienti nel corso di processi con scritti di raccomandazione da parte di Borghese a favore di un partito del processo giudiziario, talvolta significativamente addirittura per tutte e due le parti55. Una volta, il destinatario dello scritto, il cardinale legato di Ferrara, viene istruito di intervenire solo oralmente e di non consegnare nulla di scritto; non c’è da meravigliarsi, dal momento che l’avversario nel processo si chiama cardinal Priuli56. Se poi l’altra parte si ostinava, allora Borghese faceva marcia indietro: ha potuto trattarsi solo57 "di una lettera generale sopra l’amministrazione di buona giustizia, poiché per qualsivoglia raccomandazione c’abbia fatta [...] non ha mai inteso d’impedir la giustitia"58. Ciononostante qualcuno cerca di assicurarsi con una lettera a Borghese che il suo avversario nel processo potesse ottenere da lui una raccomandazione59. Ma forse non era già sufficiente il favore di un processo "presta espeditione"?60

Evidentemente le lettere di raccomandazione erano, un po’ come oggi, biglietti da visita per essere presi in considerazione, ma di poco valore per l’avanzamento successivo. Nel 1615, un parente dei Borghese, vicino alla famiglia perugina Montesperelli, pregò di ottenere una raccomandazione per la Repubblica di Lucca, dal momento che soltanto presentando una "lettera di principe" si poteva essere presi seriamente in considerazione come candidato alla Rota locale. Ma per ben tre volte, nel 1615, 1617 e 1619, la raccomandazione del nepote non fu ascoltata61. Nel 1620 Borghese fa scrivere al governatore di Perugia senza tanti giri di parole: "sapend’ella che le mie raccomandationi sono state tutte con molta riserva, potrà far la risolutione, che giudicherà più conveniente"62. Talvolta viene anche minacciato apertamente di non prendere troppo sul serio una raccomandazione, nel caso in cui la persona in questione e i suoi propositi non siano del tutto conosciuti63. Può capitare che chi ricopriva un ufficio, appena punito, abbia ottenuto in seguito la più calda raccomandazione64. Non si riesce così a determinare se questo dovesse essere lodato per sbarazzarsene, se fosse noncuranza dell’estensore, oppure se ci è sfuggito un contrordine o un discreto cenno, come si usa nell’odierna lingua codificata dei certificati di servizio tedeschi. Queste raccomandazioni di comodo vengono affidate da Borghese al segretario sotto la definizione "raccomandazione semplicissima o ordinarissima"65. Le raccomandazioni serie dovevano essere più circostanziate per essere più facilmente riconoscibili di queste ultime66. Il maggiore effetto lo otteneva sicuramente una frase di chiusura autografa dello stesso Borghese, come in una lettera con la quale, nel 1614, raccomanda caldamente gli affari della famiglia di suo cugino il cardinal Millino al nunzio di Firenze: "Prego vostra Signoria con molto affetto à voler favorire con ogni suo potere questi parenti del signor cardinal Millino, che obligarà me infinitamente, premendomi i loro interessi fuor di modo"67.

6. Il contenuto delle raccomandazioni

Questa pratica può essere considerata tipica, poiché Borghese chiaramente pronuncia poche raccomandazioni di propria iniziativa, "a proprio privato nome"68, mentre talvolta su incarico del papa che, invece di emanare un breve, raccomanda "per mio mezo", come scrive il nepote69. Più spesso, però, raccomanda su indicazione di un terzo, o su richiesta della stessa persona in questione oppure del suo patrono. Le sue cosiddette raccomandazioni private riguardano soprattutto fidati servitori di casa Borghese70, sui cui misfatti spesso chiude generosamente un occhio71, prassi che Paolo v non voleva senz’altro condividere. Nello Stato della Chiesa, il cui viceré era formalmente il nepote, il sistema delle raccomandazioni acquista comprensibilmente una più ampia dimensione. Addirittura per la scelta dei loro agenti a Roma, Borghese manda raccomandazioni ai vescovi esterni72. Non di rado incontriamo anche lettere nelle quali si ricordano le implicazioni sociali della raccomandazione, come, ad esempio, quella per un povero chierico che necessita di uno stipendio, poiché il padre deve mantenere nove figli73. Naturalmente l’importanza, e con essa il successo, dipendono dal fatto che il nipote sia più o meno attivo nei riguardi di familiari dell’oligarchia dello Stato ecclesiastico, in modo particolare dei cardinali74. Già all’inizio del suo pontificato, il papa aveva coperto i 79 posti di palafreniere della sua corte in via di formazione con 7 vecchi servitori di quando era cardinale e con 72 persone raccomandategli da cardinali e ambasciatori75. In ultima analisi, il nipote e le persone di sua fiducia non si ritiravano neppure di fronte a manipolazioni elettorali e simili, come quando, nel 1617, un certo dottor Angelo Felici, su desiderio di Borghese fu promosso con ogni mezzo membro della Rota di Perugia dal governatore Antonio Diaz76. Se Borghese esita, allora dipende o dal papa che ha preso un’altra decisione77 o dalle circostanze: non è infatti possibile ottenere un vescovato già ceduto o ancora occupato78.

Anche fuori dallo Stato della Chiesa, incontriamo soprattutto raccomandazioni in tre ambiti: per ottenere un favore davanti alla legge, per posizioni mondane e per benefici ecclesiastici. Dal momento che questi ultimi dovevano essere ricoperti, nella maggior parte dei casi, con la partecipazione dei ceti dirigenti del luogo, il successo in quest’ambito non sembra essere di molto superiore a quello ottenuto nel mondo laico, che a prima vista, fuori dallo Stato ecclesiastico, doveva subire un più leggero intervento di Roma. Ma la situazione giuridica veniva, in entrambi i casi, corretta dalla costellazione micropolitca. Così, per esempio il caso estremo in cui mi sono imbattuto avvenne quando la principessa di Stigliano nel 1619, improvvisamente, mandò al cardinal Borghese una patente in bianco per coprire la carica di "governatore" nel suo feudo di Itri, con l’invito ad inserire il nome della persona alla quale voleva destinare il posto79: la principessa di Stigliano apparteneva alla casa Carafa imparentata con i Borghese. Il punto nevralgico si trova evidentemente nell’ambito di dominio spagnolo, e cioè a Napoli prima ancora che in Sicilia, Milano o la stessa Spagna. A Napoli, dove per Roma c’era da prendere il massimo, per secoli vennero alimentati innumerevoli curiali e clienti della famiglia papale di turno con prebende spirituali e secolari. Si potrebbe quasi parlare di una sorta di colonialismo della Chiesa, di un "drain of wealth", come più tardi in India, poiché molte delle entrate di Napoli scorrevano in questo modo verso Roma. Fino al xviii secolo fu soprattutto dovuto alla partecipazione alle risorse di Napoli che permise a Roma di vivere al di sopra delle sue effettive possibilità economiche. Nella penisola spagnola, invece, era l’alta nobiltà che usufruiva massimamente del sistema. Papa Borghese, che nel 1593 aveva stretto molte amicizie a Madrid quando era nunzio, e suo nipote svolsero un ruolo primario certo non gratuitamente. Entrate spagnole per i nipoti e concessioni spagnole a Napoli erano il prezzo: si trattava infatti di ottenere soprattutto il principato di Sulmona e il titolo di un Grande de España per i Borghese80.

7. Strategie clientelari

Per poter partecipare con successo al discorso di raccomandazione condotto dai Borghese, i potenziali clienti dovevano innanzitutto trovare una via per legarsi ad essi. Soltanto una minoranza poteva contare sulla parentela, naturale o acquisita, con i Borghese, oppure su una "servitù" ereditata, un ruolo clientelare di cui un certo Lodovico Mazzancolli si vantava, grazie al servizio che un suo zio, Onofrio da Terni, aveva esercitato per molti anni presso i Borghese81. Anche da parte dei Borghese poteva entrare in gioco una vecchia amicizia o comunque un vecchio ruolo di cliente. Borghese scrisse al principe di Massa: "La Santità di nostro Signore ha memoria dell’amicitia, che passò tra il signor Marcantonio suo padre et il signor Cardinale zio di vostra eccellenza"82. E quando il figlio del morente Senator Guastavillani ottenne dal papa la carica del padre, ciò avvenne con la giustificazione "per esser nipote [...] di Papa Gregorio xiii, al quale sua santità deve molto"83.

Comuni mortali dovevano utilizzare eventuali visite al nepote o udienze dallo stesso papa come occasioni per farsi tenere in considerazione. Oppure formulare gli auguri per i giorni di festa in maniera particolarmente insistente a "ricordarli l’obligatissima e sincera servitù mia, la quale si stimerà tanto più aventurosa in questo novo anno, quanto più li cresceranno occasioni di potersi impiegare e spendere le fatiche et il sangue negl’interessi personali di Vostra Signoria Illustrissima e dell’eccellentissima casa Borghese, di cui vivo e viverò eternamente consacrata creatura" — così scriveva lo zelante nunzio a Napoli Deodato Gentile il 20 Dicembre 161384. Altri facevano riferimento a buoni rapporti con persone e famiglie vicine ai Borghese, cioè volevano creare catene clientelari di "amici degli amici"85, cercavano di profilarsi come informatori86, mandavano regali87, per quanto il pignolo giurista Paolo v lo avesse proibito88, dedicavano libri89, promettevano di rivelare il segreto della fabbricazione dell’oro90, scrivevano lettere di raccomandazione o semplicemente in cui supplicare, non dimenticavano di offrire la loro "servitù" come "fedel vassallo et servitore" e dove si delineavano come "creatura (et) fattura"91, ancor prima di aver ricevuto i favori che li avrebbero portati ad esser tali.

Nelle lettere si poteva ricordare che il papa, prima dell’elezione, si era fermato presso qualcuno92, che lo si era conosciuto quando era stato vicelegato a Bologna dal 1588 al 159193 oppure durante il suo viaggio di legazione in Spagna nel 159394, che si era stati attivi prima presso la curia romana, come affermava un ex ambasciatore di Avignone95. Chances più sicure si potevano attendere da persone che avevano qualcosa da offrire: come, ad esempio, il vescovo di Sulmona, quando, in occasione dell’acquisizione del principato di questa città da parte dei Borghese, indirizzò a Roma una lettera di devoto omaggio96. Così il segretario di congregazione Odoardo Santarelli ricordava i suoi fedeli servizi e sottolineava che i suoi colleghi godevano tutti da tempo di pensioni clericali: era un appello al dovere del patrono di occuparsi delle esigenze dei suoi clienti, che ebbe effetto immediato97. Il sistema di amministrazione curiale si basava ancora, come ovunque in Europa, più sulla fiducia personale di un servitore che su una astratta fedeltà al servizio98. Un esempio viene dall’influente personalità locale come il conte Ercole Mosti da Ferrara, appena riconquistata e ancora meno legata ai Borghese piuttosto che ai loro rivali Aldobrandini di Clemente viii. Pregava di ottenere un’intercessione del vicelegato Innocenzo Massimi, persona vicino ai Borghese, per "padronanza e protettione" del cardinal nepote, per sostenere i suoi figli tramite il nunzio dei Paesi Bassi, presso l’arciduca Alberto, e offriva in cambio il suo ingresso nella clientela dei Borghese, concretamente la "ferma certezza di esser sempre obedita ne suoi commandamenti", nelle questioni di controllo politico di Ferrara99.

Clienti orgogliosi possono ostentare pretese come il duca Virginio Orsini, che nel 1610 esige una licenza di esportazione per il suo frumento con la seguente giustificazione: "Da l’hora, che Vostra Signoria Illustrissima accettò il carico di esser mio protettore, si constitui in obligo di favorirmi in tutte le occasioni, come ha sempre fatto, e come son più che certo, che farà in avvenire. La sua benignità dunque, e la mia devozione mi fanno ricorrer sempre liberamente alle sue gratie, come fò col mezzo di questa"100. Apertamente programmatico risulta uno scritto dell’uditore della Rota ferrarese Francesco Sacrati allo stesso papa, quando nel 1612 rivaleggia con il fiorentino Coccini per la successione a Francisco Peña al posto di decano della Rota. Contro la severità della legge, che parla a favore del suo concorrente, oppone l’equità, cioè la preferenza del suddito designato come "vasallo" piuttosto che lo "straniero", e del cliente dei Borghese piuttosto che un non cliente: "non resterò di metter in consideratione alla Santità Vostra, che in oltre per me sta la somma equità contro sommo rigore. Si tratta di vasallo contro forestiero, e di patria molto scarsa nel partecipare le cose della Santità Vostra, et segnalatamente nella persona e casa mia molto più beneficiato che l’avversario. Et non ho altra dipendenza che la Santità Vostra et sua Sua illustrissima casa, soprache posso dare giustificatione per atti positivi, quando occorresse. Però per questi rispetti la Santità Vostra et Sua illustrissima casa si possono sempre promettere più devota servitù da me che dall’avversario mio"101. Si potrebbe considerare tipico di Paolo v il fatto che, nonostante tutto, abbia dato priorità a Coccini, grazie alle sue migliori pretese, ma abbia ricompensato adeguatamente Sacrati: diventa prodecano, arcivescovo titolare di Damasco e assistente al trono, suo padre Tommaso, invece, cameriere papale.

8. Il contesto coevo

Il discorso clientelare della prima età moderna non si limita assolutamente ai carteggi da noi analizzati. Si possono trovare tracce anche nell’epigrafia romana moderna; e una lingua simbolica, dello stesso significato, non verbale si esprime102 nelle ordinazioni come nel culto dei morti, dei santi e dei monumenti funerari a Roma — tutti ambiti che ancora attendono di essere analizzati sistematicamente da questa angolatura di microstoria politica. Non è proprio questa sua onnipresenza il più palese indizio del fatto che rappresenti un’esauriente articolazione della micropolitica del tempo? Se la letteratura politica coeva sembra prenderla poco in considerazione, ciò si spiega con il fatto che veniva ritenuta una cosa normale. Nel xvii secolo viene criticata come manifestazione di corruzione della comunità, ma in sostanza si muovevano critiche perché alla nobiltà della monarchia assoluta poteva offrire una base di potere concorrenziale103.

Nella curia, comunque, appaiono già alcuni testi critici coevi che lamentano il prevalere degli "interessi propri" su quelli della Chiesa104 e l’ascesa di indegni propter amicitias et clientelas105. Tuttavia sembra esistere un discorso alternativo, quello della "virtù" e dei "meriti"106. Ma forse veniamo fuorviati da tali osservazioni se immaginiamo una società moderna fondata sull’efficienza. Nelle nostre fonti, infatti, non importa che in via agonale il miglior candidato venga onorato con la concessione di una carica, ma soltanto che venisse trovato il miglior candidato dal punto di vista di allora. Quest’ultimo "è ben nato, et di buonissime lettere adornato, dotato di costumi irreprehensibili, con un’arte et moderatione di governo estraordinario, et esperienza"107. Questi non vanno assolutamente considerati parametri di giudizio della moderna società fondata sull’efficienza, ma elementi che rendevano un candidato veramente degno di "favore et protettione" dei suoi padroni108. Così il rudimentale discorso meritocratico viene integrato senza soluzione di continuità in quello clientelare e inoltre non si può assolutamente parlare ancora di parità, di opportunità tipica della società fondata sull’efficienza. Al contrario, disparità di trattamento legate alle differenze di ceto sono la regola ed appaiono assolutamente razionali109. Nello stesso senso va considerato il rispetto della "riputazione" di colui che stendeva la supplica e della sua famiglia, che solitamente aveva maggior peso di argomentazioni concrete110.

9. Diritti e doveri di patrono e cliente

Una buona politica a servizio del bene comune è da ritenersi quella che soddisfa persone importanti e riveste posizioni con persone, la cui lealtà sia garantita dai loro legami111. Così, all’inizio del 1606, Paolo v per il ruolo subordinato di un "bargello" scelse il capitano Cesare Rossi, che allora rivestiva questa carica a Spoleto e "serviva nell’officio dell’Auditore della camera in tempo che Sua Santità haveva suddetto officio". Anche un pesante tentativo di corruzione da parte di chi fino ad allora era stato proprietario dell’ufficio non servì a nulla112. In modo analogo, fra le più importanti prerogative di un patrono c’era anche la possibilità di assegnare un posto nella "famiglia" di un cliente113. Ma non è usuale ancora oggi che, per esempio, al novello titolare di una cattedra, vengano caldamente "consigliati" degli assistenti da coloro ai quali deve l’acquisizione del posto?

Le prestazioni concrete che devono essere fornite o giocano un ruolo minore rispetto ai punti di vista personali e politici, oppure sono, fin dall’inizio, maggiormente collegate alle persone piuttosto che alle prestazioni stesse: da amici e clienti ci si aspetta un’amministrazione leale piuttosto che competente dell’ufficio in questione. In caso, devono saper indirizzare i loro voti in elezioni ed altre decisioni secondo i desideri del patrono e per questo le più importanti congregazioni della curia furono rivestite con clienti affidabili. L’alfa e l’omega di questo tipo di rapporto era di far passare un seguito leale nel conclave, se il nipote del defunto pontefice fosse stato obbligato, con l’aiuto delle sue creature, a mandare avanti nel collegio un candidato dal quale ci si potesse aspettare che non intaccasse le conquiste fatte dalla sua casa durante il pontificato appena concluso. Da qui derivavano gli affanni per riempire il collegio dei cardinali di queste "creature" del nepote, da qui gli auguri dei suoi clienti, qualora gli fosse nuovamente riuscita una delle sue mosse di scacchi, da qui gli innumerevoli manoscritti, nei quali la scelta del papa viene rappresentata come compromesso fra la fazione dei cardinali di quello appena deceduto e di quella ancora relativamente numerosa del penultimo papa da una parte, della fazione francese e spagnola dall’altra114.

A tali compiti si univano anche prestazioni "private" per il nepote. I diplomatici papali dovevano, come gli altri clienti, scrutare per scoprire posti vacanti con ricche prebende di cui il nipote poteva impossessarsi o utilizzare per sistemare altri clienti115. Questi, così come i loro collaboratori, potevano essere usati in caso di necessità per amministrare eventuali benefici e possedimenti del nipote nel proprio ambito. Come avveniva sotto i Borghese soprattutto a Napoli, ma anche a Milano e in Spagna. Potevano inoltre guadagnare meriti anche nel soddisfare speciali interessi del cardinal nepote, soprattutto nel fornire statue116 e arazzi117, ma anche cigni e altri animali per la Villa Borghese118.

Come controprestazione, o meglio, come prestazione anticipata da parte del patrono, il cliente poteva attendersi non solo cariche più o meno redditizie, ma soprattutto concessioni e altri favori, come pensioni, accessibili anche ai laici119, dispense, spettanze, e soprattutto la concessione della così importante facultas testandi, che autorizzava un possessore di prebende a lasciare alla sua famiglia i beni ottenuti con mezzi spirituali, che altrimenti, secondo il diritto canonico, avrebbero dovuto essere restituiti alla Chiesa120. Un effetto collaterale, sicuramente non indesiderato, era che i benefici giungevano a persone che, anche formalmente, possedevano lo status di membro della casa, di "familiari" del papa o di uno dei cardinali. Ciò significava che, a causa delle vigenti regole sulle riserve papali di lunga durata, sparivano nel pool dei benefici che serviva al papa per la sistemazione dei curiali, parte essenziale del tradizionale sistema geografico di redistribuzione delle risorse della Chiesa universale alla curia e a Roma. I clienti, tuttavia, potevano contare sui loro patroni anche in ambito puramente mondano, come per combinare un matrimonio o anche per ripararne uno mal riuscito. Nel 1620 per esempio, il vescovo di Faenza scriveva che grazie alla "protettione" di Borghese gli era riuscito di "maritar mia nipote in persona di qualità", infatti con l’erede di un senatore di Bologna121. Anche in caso di ascesa sociale i patroni erano soliti avere le loro mani in pasta122.

10. Conclusioni

Il sistema micropolitico delle amicizie e dei rapporti patronato-clientela, come si delinea nella curia romana, si dovrebbe differenziare da quello praticato nel resto d’Europa, soprattutto perché fondato su risorse spirituali e per la sua instabilità dovuta al celibato e alla monarchia elettiva. Molteplici relazioni alternative erano qui più necessarie che altrove. Accanto alla maggiore trasparenza del sistema, si potrebbe rilevare una minore impronta di quello che Mousnier una volta definì fedeltà quasi feudale, che sembra esistita, perlomeno per un periodo, nella nobiltà francese. Per il resto si tratta dello stesso modello di base diffuso ovunque, di una politica orbitante principalmente intorno a persone e alle loro rispettive posizioni. Questa è stata inevitabile quando divennero necessari ampi apparati amministrativi, mentre, al tempo stesso, i modelli formalizzati e istituzionalizzati di carriera ed organizzazione delle moderne burocrazie si dovevano lentamente affermare, non ultimo anche attraverso un cambiamento di mentalità, per dirla con Max Weber, attraverso il passaggio dalla fiducia personale del servitore a quella astratta del servizio. Ciò significa però, che il sistema che abbiamo analizzato non rappresenta affatto, da un punto di vista storico, un abisso di corruzione, ma semplicemente un necessario e per questo funzionale e adatto gradino di sviluppo sulla strada verso lo stato moderno. Sicuramente la curia è stata per troppo tempo ferma su questo gradino, per motivi particolari, che non è il caso di analizzare in questa sede. Dal punto di vista dell’antropologia storica però si tratta di un sistema di modello di comportamento micropolitico eticamente fondato e stabilito, oserei dire, della stessa cultura politica dell’Europa della prima età moderna.

(traduzione di Chiara Polverini)

Note

1. Testo di poco ampliato e corredato di note della conferenza tenuta presso l’Istituto storico germanico di Roma l’11 marzo 1996 in occasione della seduta del comitato scientifico. Si tratta di uno schizzo dei segmenti centrali di una più ampia ricerca sulla corte di Paolo v nell’ambito di un vasto progetto sugli intrecci micropolitici della curia romana in Europa che spero di pubblicare con una prosopografia nel giro di alcuni anni.

2. W. Reinhard, Die Reform in der Diözese Carpentras unter den Bischöfen Jacopo Sadoleto, Paolo Sadoleto, Jacopo Sacrati und Francesco Sadoleto 1517-1596, Reformationsgeschichtliche Studien und Texte 94, Aschendorff, Münster 1966, pp. 46-71.

3.Summa theologica , 2 ii q. 63 a. 2 ad 1.

4. Sessio xxv c. 1 de ref.

5. Cfr. W. Reinhard, Papstfinanz und Nepotismus unter Paul v (1605-1621). Studien und Quellen zur Struktur und zu quantitativen Aspekten des päpstlichen Herrschaftssystems, vol. 1, Päpste und Papsttum6 i, Hiersemann, Stuttgart 1974, p. 158 ss.

6. Il genere degli Avvisamenti per la corte di Roma ampiamente rappresentato nelle biblioteche non solo italiane.

7. P. Prodi, Il sovrano pontefice. Un corpo e due anime: la monarchia papale nella prima età moderna, Il Mulino, Bologna 1982.

8. Soprattutto con L. Namier, The structure of politics at the accession of George iii, Macmillan, London 19572.

9. O. Ranum, Richelieu and the councillors of Louis xiii. A study of the secretaries of state and superintendents of finance in the ministry of Richelieu 1635-1642, Clarendon Press, Oxford 1963.

10. R. Mousnier, Les concepts d’"Ordres", d’"états", de "fidélité" et de "monarchie absolue" en France de la fin du xve siècle à la fin du xviiie, in "Revue historique", 502, 1972, pp. 289-312.

11. S. Kettering, Patrons, brokers, and clients in seventeenth-century France, New York 1986.

12. L. Nussdorfer, Civic politics in the Rome of Urban viii, Princeton University Press, Princeton 1992, p. 163.

13. H. G. Koenigsberger, Patronage and bribery during the reign of Charles v, in Id., Estates and revolutions. Essays in early modern european history, Itaca-London 1971, pp. 166-75, qui p. 166 [dapprima 1961]?.

14. A. Maczak (hrsg.), Klientensysteme im Europa der Frühen Neuzeit, Schriften des Historischen Kollegs, Kolloquien 9, Oldenburg, München 1988.

15. R. Ago, Carriere e clientele nella Roma barocca, Laterza, Roma-Bari 1990; I. Fosi, All’ombra dei Barberini. Fedeltà e servizio nella Roma barocca, Bulzoni, Roma 1990.

16. Cfr., fra l’altro, R. Schnitzer, Neuere Forschungen zur Geschchte des päpstlichen Staatssekretariats, in "Römische Quartalschrift" 62, 1967, pp. 109-11, e A. Kraus, Der Kardinalnepote Francesco Barberini und das Staatssekretariat Urbans viii, in "Römische Quartalschrift", 64, 1969, pp. 191- 208.

17. W. Reinhard, Freunde und Kreaturen, "Verflechtung" als Konzept zur Erforschung historischer Führungsgruppen, Römische Oligarchie um 1600, Schriften der Philosophischen Fachbereiche der Universität Augsburg 14, München 1979.

18. Ivi, pp. 35-41.

19. Ago, Carriere e clientele, cit., pp. 55 s.

20. P. Bourdieu, Okonomisches Kapital, kulturelles Kapital, soziales Kapital, in R. Kreckel (hrsg.), Soziale Ungleichheiten, Schwartz, Göttingen 1983, pp. 183-90.

21. Archivio Segreto Vaticano (d’ora in poi asv), Fondo Borghese (fb), iii 49 d, c. 396.

22. Cfr. Reinhard, Freunde, cit., pp. 69 s.

23. A. L. Herman, The language of fidelity in early modern France, in "Journal of modern history", 67, 1995, pp. 1-24, poté dimostrare, grazie all’impiego di una prospettiva linguistica, che Mousnier aveva preso troppo alla lettera la lingua delle fonti del suo tempo, ma anche che non sarebbe meno sbagliato contestare al discorso di fedeltà ogni elemento storico di realtà. Ma i testi non vogliono dire sempre, come da noi, ciò che sembra ad una prima lettura!

24. asv, fb, i 948, c. 101v.

25. Ivi, iii 62 c-g, c. 45v.

26. Ivi, iii 42 d, c. 276.

27. Ivi, iii 114e, cc. 5, 17, 24, 63; ii 401, c. 999.

28. J. Boissevain, Friends of friends. Networks, manipulators and coalitions, Oxford 1974, p. 80.

29. Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi bav), Urbinates latini 1073, c. 698.

30. asv, fb, iv 292, n. 3.

31.Ibid.

32. asv, fb, ii 434, c. 107.

33. bav, Barberino latino 7938, cc. 46, 71, 72; bav, Boncompagni E 9, cc. 108, 110, 112; E 11, c. 65; Biblioteca Angelica, Roma (d’ora in poi Angelica), 1228, c. 155.

34. bav, Urbinates latini 1084, c. 390.

35. Cfr. bav, Barberino latino 8262passim; Boncompagni E 8, c. 154; asv, fb, ii 422, c. 327v.; ii 488, c. 370.

36. Reinhard, Papstfinanz, cit., pp. 152-5.

37. Ivi, pp. 72-100; V. Reinhardt, Kardinal Scipione Borghese 1605-1633. Vermögen, Finanzen und sozialer Aufstieg eines Papstnepoten, Bibliothek des Deutschen Historischen Institut in Rom 58, Niemeyer, Tübingen 1984.

38. Per questa controversia cfr. Reinhard, Freunde , cit., p. 61.

39. M. Laurain-Portemer, Absolutisme et népotisme. La surintendance de l’état ecclésistique, in "Bibliothèque de l’école des chartes", 131, 1973, p. 487-568.

40. asv, fb, i 511, c. 123; i 906, c. 550v; i 929, cc. 537v, 554v, 555v, 572.

41. bav, Barberino latino 4810.

42. asv, fb, i 929, c. 58v; i 954, c. 365v; ii 335, c. 27; ii 420, c. 383v; ii 434, cc. 78v, 598, 638.

43. Cfr. la controversia fra Schnitzer e Kraus (come nota 16).

44. asv, fb, i 692, c. 83.

45. Ivi, ii 11, c. 151.

46. G. Schramm, Patronage im Staat, Patronage an Stelle des Staates, in Maczak (hrsg.) Klientelsysteme, cit., pp. 153-8 (la cit. a p. 157).

47. W. Tygielski, A faction which could not lose, ivi, pp. 177-201.

48. V. Ilardi, Crosses and carets:renaissance patronage and coded letters of recommendation, in "American Historical Review", 92, 1987, pp. 1127-49.

49. Per esempio, asv, fb, iii 119: lettera al cardinal Taverna del 30 Ottobre 1606.

50. Ivi, iii 44 b, c. 407; iii 45 d, c. 143; iii 50 b, c. 37.

51. Ivi, i 836, c. 411.

52. Ivi, ii 401, cc. 116, 206; ii 422, cc. 227v, 264v; iii 44 b, c. 188.

53. Ivi, iii 3 a, c. 194; iii 41 c, c. 103; iii 44 b, c. 89; iii 49 abc, c. 183; iii 50 a 2, c. 129.

54. Ivi, iii 44 b, c. 287.

55. Ivi, iii 41 c, c. 118; ii 417, c. 493.

56. Ivi, ii 420, c. 209v.

57. Ivi, ii 416, c. 243.

58. Ivi, iii 45 d, c. 7v.

59. Cfr. Ivi, ii 401, c. 351v.

60. Ivi, iii 47 a, c. 159.

61. Ivi, iv 240 b, c. 47; ii 401, c. 333v; iii 10 b, c. 36; ii 419, c. 443.

62. Ivi, ii 422, c. 318.

63. Ivi, ii 417, cc. 102, 102v; ii 419, cc. 356, 356v.

64. bav, Barberino latino 8262, 29, 30; Barberino latino 8530 (carte non numerate), dove, comunque, si tratta di una raccomandazione del re di Spagna.

65. asv, fb, i 510, c. 281v; iii 44 b, c. 85v; iii 40 a, c. 11, c. 63v.

66. Ivi, iii 47 c, cc. 268, 269.

67. Ivi, i 909, cc. 327v-328.

68. Ivi, i 929, c. 27; ii 434, c. 279.

69. Ivi, i 930, c. 309v.

70. Ivi, i 691, c. 62; i 938, c. 102v; ii 420, c. 48v.

71. Ivi, ii 488, cc. 148, 174v.

72. Ivi, ii 420, c. 413v; Angelica 1228, c. 314.

73. Ivi, ii 420, cc. 249v, 250.

74. Ivi, ii 434, c. 85; iii 43 ab, c. 177; bav, Boncompagni E 15, cc. 239; 525, 237.

75. asv, Confalonieri 64, c. 75.

76. asv, fb, iii 50 a 1, c. 19; iii 50 a 2, cc. 204, 205, 205v; iv 240 b, c. 142.

77. Ivi, ii 434, 709v; iii 47 b, 188; iii 119 a (20 Ottobre 1607, carta non numerata).

78. Ivi, iii 44 a, c. 156v.

79. Ivi, i 836, c. 259.

80. W. Reinhard, Amterlaufbahn und Familienstatus. Der Aufstieg des Hauses Borghese 1537-1621, in "Quellen und Forschungen aus italienischen Archivien und Bibliotheken", 54, 1974, pp. 328-427, in part. p. 401, 424-6.

81. asv, fb, i 692, c. 155.

82. Ivi, ii 488, c. 39v.

83. Ivi, iii 128 d, c. 72v.

84. asv, Segreteria di Stato, Nunziatura di Napoli 20 B, c. 229.

85. asv, fb, iii 45 b, c. 53; i 834, c. 243; bav, Boncompagni E 42, cc. 216-219; asv, fb, iv 240 b, c. 48.

86. Angelica 1219, c. 122v. Ironicamente, si tratta in questo caso del giurista Giacomo Antonio Marta, che di lì a poco sarebbe stato condannato come estensore di un pamphlet antiromano, cfr. W. Reinhard, Papst Paul v. und seine Nuntien im Kampf gegen die supplicatio ad imperatorem und ihren Verfasser Giacomo Antonio Marta, in "Archiv für Reformationsgeschichte", 60, 1969, pp. 190-238.

87. asv, fb, iii 50 a 1, c. 177; iii 41 c, c. 158; ii 417, c. 275; iii 45 d, c. 137; i 691, c. 138; iii 49 abc, c. 169; iii 44 b, c. 373.

88. bav, Urbinates latini 1079, c. 878v.

89. asv, fb, ii 417, c. 283v; iii 49 abc, c. 36; Angelica 1219, 120v: ancora una volta era l’infausto Marta (cfr. nota 86).

90. asv, fb, iii 3/3, c. 55; iii 3 a, c. 329.

91. Ivi, i 836, c. 302; i 858, c. 182; ii 488, c. 588v; iii 4 a, c. 217; iii 42 d, c. 8; iii 46 c, c. 259; iii 132, c. 279; iv 226, c. 14.

92. asv, Confalonieri 64, c. 72.

93. asv, iii 44 b, c. 318; bav, Boncompagni E 54, c. 42; asv, fb, i 648, c. 142.

94. bav, Urbinates latini 1073, c. 299v; asv, fb, i 717, c. 236; i 834, cc. 27, 35; i 835, c. 157; i 929, c. 133; ii 434, c. 395; iii 43 ab, cc. 58, 305; iii 44 b, c. 368; iv 203, c. 283v.

95. asv, Secreteria brevium 405, c. 270; 406, c. 64; fb, i 949, c. 113; i 510, c. 326; ii 401, c. 983.

96. Ivi, i 717, c. 299.

97. Ivi, iii 44 a, c. 13.

98. Cfr. M. Weber,Wirtschaft und Gesellschaft. Grundriß der verstehenden Soziologie, Mohr, Tübingen 1956, p. 167.

99. asv, fb, iii 59 a, c. 288.

100. Ivi, i 855, c. 40.

101. Ivi, iv 134 (carte non numerate).

102. Cfr. le notizie sulle consacrazioni di vescovi attraverso cardinali in bav, Urbinates latini 1073-88 passim; 1080, c. 332v; 1084, c. 252v. Si veda inoltre F. Combaluziern, Sacres épiscopaux à Rome de 1566 à 1602, in "Sacris Erudiri", 19, 1969-1970, pp. 437-77; F. Nagy, La comune genealogia episcopale di quasi tutti gli ultimi papi (1700-1978), in "Archivum Historiae Pontificiae", 17, 1979, pp. 433-53.

103. Cfr. W.Weber, Prudentia gubernatoria. Studien zur Herrschaftskehre in der deutschen politischen Wissenschaft des 17. Jahrhunderts, Niemeyer, Tübingen 1992, pp. 238-44.

104. asv, fb, iii 43 ab, c. 260.

105. bav, Vaticano latino 14093, 34, 247.

106. Cfr., per esempio, asv, fb, i 948, c. 165v, 166; ii 401, c. 1008; ii 434, c. 631v; iii 45 d, c. 105; iii 46 c, c. 78.

107. Ivi, ii 430, c. 12.

108. Ivi, i 857, c. 244 e iii 4 a, c. 251.

109. Cfr. ivi, i 693/694, c. 214 con ii 432, c. 246; inoltre ii 369, c. 52v; ii 432, cc. 7-8.

110. Ivi, iii 42 d, cc. 203, 208; iii 41 b, c. 36; i 647, c. 240; i 944, c. 331; ii 432, cc. 101-104v; iii 46 d, c. 130; iii 47 c, c. 40; iii 60 fg, cc. 4, 7.

111. Ivi, iii 45 d, c. 220; iii 59 b, c. 236.

112. bav, Urbinates latini 1074, c.14v.

113. Cfr. asv, fb, ii 416, c. 9; iii 42 ac, c. 201; ii 420, c. 539.

114. Ivi, i 993, c. 41v; ii 422, c. 427; iii 44 b, c. 388; iii 45 b, cc. 36, 64; iii 119 (2 ottobre 1606, carta non numerata).

115. Cfr. ivi, ii 432, cc. 409-410, 469-470v; ii 422, c. 73v.

116. Ivi, i 836, c. 27; ii 419, cc. 136v, 303v; Reinhard, Papstfinanz, cit., p. 63-70. Cfr. anche C. Gries, Erzherzog Ferdinand von Tirol. Konturen einer Sammlerpersönlichkeit, in "Frühneuzeit-Info" 4, 1993, pp. 162-73, dove si riferisce qualcosa di analogo riguardo a questo principe.

117. Qui ci si riferisce soprattutto al nunzio a Bruxelles, dove avevano sede le più importanti officine di arazzi. Cfr. asv, fb, ii 401, c. 322v; iii 45 d, c. 344; ii 416, cc. 264-265.

118. Ad esempio, ivi, ii 401, 610v, 703-703.

119. Cfr. bav, Urbinates latini 1083, c. 293.

120. bav, Boncompagni E 22, 291; asv, fb, iii 50 a 2, c. 42.

121. Ivi, i 858, c. 77.

122. Ivi, ii 416, c. 190v; iv 121, c. 154.