Potere della parola, parole del potere: Ferrara e Roma verso il 1600*

di Birgit Emich

"Herrschaft ist im Alltag primär: Verwaltung"1. Con questa famosa osservazione Max Weber ha indicato una delle possibilità di guardare al rapporto fra centro e periferia negli stati europei dell’inizio dell’età moderna. Poiché, se l’amministrazione è veramente la manifestazione quotidiana del potere, allora le sue strutture e i suoi meccanismi dovrebbero essere riconoscibili anche nella discussione su decisioni amministrative. Per scoprire i fondamenti del potere moderno in provincia, si è dunque obbligati a gettare un attento sguardo alle condizioni istituzionali, politiche ed economiche. Ma, forse, anche lo scambio epistolare fra il centro e la periferia può, a questo proposito, dare utili contributi, poiché riguarda le quotidiane discussioni tra governanti e sudditi e si occupa di problemi di amministrazione statale. Ad un primo sguardo queste lettere non sembrano fornire molte informazioni, per essere piene di formule stilizzate e stereotipate. Ma sono tuttavia utili come dimostra, oltre alla citazione di Max Weber, un recente filone di ricerca sulla storia delle istituzioni. Chi intende, come appunto gli esponenti di questa corrente storiografica, per istituzioni "degli schemi comportamentali e interpretativi collettivi tramandati e ben studiati"2, non si concentrerà, a differenza dello storico delle istituzioni di tipo tradizionale, sull’organizzazione degli organismi amministrativi, ma saranno invece le pratiche che riflettono i suddetti schemi comportamentali e interpretativi a interessarlo. Queste pratiche e procedimenti possono essere sia non-discorsivi, che discorsivi come sono appunto i carteggi. In altre parole, dato che la corrispondenza scritta è l’espressione di modelli comportamentali e interpretativi, essa mostra chiaramente ciò che un’analisi storico-amministrativa di vecchio stampo non riesce a mostrare: nelle lettere diventa chiaro infatti come veniva visto dai protagonisti il sistema politico coevo. Soprattutto i sudditi dovevano rendersi conto di chi avesse un determinato ruolo, chi dovesse trattare i diversi argomenti e quali fattori fossero infine determinanti per la decisione politica. Dopo tutto era loro intenzione influenzare le decisioni del potere centrale a loro favore. Ecco perché le lettere che riguardano l’amministrazione forniscono proprio, grazie al loro linguaggio codificato, informazioni sulle regole del gioco politico.

Fondamenti del potere e funzionamento del sistema politico: questi sono i temi che tenteremo di delineare in questo lavoro per comprendere il rapporto fra Roma e Ferrara verso il 16003. La prima parte tratterà, dunque, della devoluzione di Ferrara allo Stato pontificio nel gennaio del 1598 e della conseguente riforma degli ordinamenti politici della città sotto Clemente viii. La seconda parte presenterà invece un’analisi dettagliata della corrispondenza fra Ferrara e Roma durante il pontificato di Paolo v (1605-21) sul problema dell’approvigionamento idrico nelle province di Ferrara, Bologna e della Romagna. L’esame della corrispondenza vuole mostrare quale fosse stata, da parte dei Ferraresi, la percezione del sistema politico romano dopo il 1598. La ricerca parte dall’assunto che le diverse strategie argomentative dei Ferraresi siano il segno di un’elaborazione di tale percezione. È da verificare se i Ferraresi riuscirono a comprendere appieno la complessa situazione politica e la suddivisione di ruoli interna alla curia romana. Nella parte conclusiva determineremo l’utilità di questo tipo di indagine storica dopo aver riassunto, nei punti salienti, i risultati.

Quando il cardinale Aldobrandini fece il suo ingresso trionfale a Ferrara nel 1598 non distribuì solo monete alla folla che si era riunita, ma anche medaglie fatte coniare per questa occasione. Sul retro si poteva leggere l’iscrizione: "Ferrara recuperat"4 – Ferrara era finalmente tornata in seno allo Stato pontificio. La devoluzione della città, retta dalla famiglia d’Este per secoli, ma che de iure era sotto l’egida della Chiesa, non fu una sorpresa per gli osservatori dell’epoca5. Dopo tutto i pontefici, durante il xvi secolo, non avevano lasciato dubbi di aver l’intenzione di coronare la crescita del loro potere con un’espansione territoriale, facendo valere i loro diritti su Ferrara6. L’occasione fu data, nell’ottobre 1597, dalla morte del duca Alfonso ii d’Este senza legittimi eredi: così il feudo rimase vacante. Clemente viii era fermamente deciso a sfruttare quest’occasione7. Cesare d’Este, che proveniva da un ramo cadetto della famiglia d’Este e fu designato come erede da Alfonso, non aveva nessuna intenzione di lasciare il ducato nelle mani del pontefice. Ma quando le sue richieste di aiuto non vennero accolte dalle potenze europee e le forze papali si avvicinavano, comandate dal cardinal nepote Pietro Aldobrandini, il pretendente al trono, che tra l’altro era scomunicato, si diede per vinto8. Così, alla fine del gennaio 1598, il vittorioso condottiero col rango di cardinale poté prendere possesso della città e delle sue terre. Le monete coniate per questa occasione non recavano soltanto la frase sopra citata, ma anche l’effigie di Clemente viii: i Ferraresi dovevano avere ben chiaro dinanzi agli occhi chi fosse il loro nuovo padrone.

Meno chiare furono invece quali sarebbero state le conseguenze della devoluzione sulla situazione politica e sociopolitica di Ferrara. Formalmente i quasi 50.000 abitanti di Ferrara, ormai privati di ogni potere, dovettero attendere passivamente le decisioni del papa su come inglobare la nuova provincia nelle strutture dello Stato della Chiesa. Clemente viii aveva in mente due possibili soluzioni: la prima era la creazione di governi, un tipo di amministrazione poco complessa già presente in molte regioni dello stato. La seconda erano le legazioni, che, verso il 1600, esistevano solo a Bologna e in Romagna9. I governatori che risiedevano nelle città erano, per la maggior parte, prelati di rango inferiore ed eseguivano pedissequamente le direttive romane, poiché era presso le congregazioni della Sacra Consulta e del Buon Governo che venivano prese le decisioni riguardanti i comuni privati di poteri10. Queste congregazioni stavano acquisendo sempre maggior potere anche nelle legazioni11, sebbene la maggior parte delle direttive che venivano comunicate ai legati di rango cardinalizio provenissero dalla Segreteria di Stato12. Che a Bologna e Ravenna le persone a capo dell’amministrazione fossero in contatto epistolare soprattutto con la Segreteria di Stato, tradizionalmente incaricata di affari esteri, è dovuto soprattutto alla posizione geografica delle due province. Questa posizione è la ragione per cui i papi esercitavano una minore pressione sulle legazioni che sui governi: nelle regioni del nord, i pontefici non potevano osare di mettere a repentaglio la lealtà dei sudditi verso la Santa sede con una politica fortemente centralizzatrice e così le città delle legazioni potevano godere di maggiore libertà rispetto alle città dei governi.

Controllo o libertà, governo o legazione? Non era difficile indovinare quale modello avrebbe scelto per Ferrara Clemente viii, vista la vicinanza a Venezia. La città lagunare tentava spesso di reclutare per il proprio servizio esponenti di spicco delle aristocrazie di altri stati. Per evitare che ciò si verificasse anche a Ferrara, il pontefice doveva legare a sé l’élite ferrarese e tentare di diminuire l’influenza della Serenissima, proponendo alternative vantaggiose per i Ferraresi13. La decisione che Clemente viii prese nel maggio del 1598 era dunque inusuale, ma nient’affatto sorprendente: fece fare le valigie ai suoi curiali e si recò personalmente a Ferrara e per sei mesi il capo della Chiesa cattolica risiedette, insieme alla propria corte, nella città padana, onorandola in maniera particolare14. Evidentemente il pontefice aveva l’intenzione di ingraziarsi in ogni modo le simpatie dei Ferraresi e questi capirono ben presto che egli era interessato non tanto a uno scontro quanto a una collaborazione, e non sbagliarono, perché Clemente viii creò Ferrara legazione15 e la nomina del cardinal nipote a primo legato rappresentò un ulteriore onore per i Ferraresi. Sebbene Pietro Aldobrandini preferisse vivere a Roma e delegasse il lavoro in loco a un suo stretto collaboratore16, incaricare un proprio parente, anche solo nominalmente, degli affari di Ferrara fu un segno di particolare riguardo da parte del pontefice nei confronti del suo "nuovo acquisto". Il pontefice inondò la città di innumerevoli altri privilegi17, fra i quali uno di tipo particolare: insieme a Bologna, Ferrara era l’unica città che poteva inviare un proprio ambasciatore presso la curia romana18. Una provincia con ambasciatore nella sede del governo centrale faceva sì che il papa non avrebbe potuto condurre più chiaramente una politica all’insegna del dialogo e del compromesso.

Tuttavia egli non espresse chiaramente con chi volesse dialogare: non con tutti i Ferraresi, bensì esclusivamente con l’élite, alla quale confermò infatti tutti i privilegi, sia in materia economica, lasciando tutti quelli del periodo estense, sia in ambito politico, promulgando una nuova costituzione cittadina, che riconfermava il predominio della nobiltà in tutte le posizioni chiave: nel Gran consiglio centumvirale, nella magistratura e nelle cariche diplomatiche19. Il regalo più grande che il papa fece all’élite vecchia e nuova – che era costituita da proprietari terrieri – è riconoscibile solo nei bilanci della città e dello Stato20. Sia il sistema tributario comunale, che la nobiltà ferrarese mise a punto nel Gran consiglio centumvirale con l’approvazione pontificia, sia la politica fiscale di Roma nei confronti di Ferrara non prevedevano infatti la tassazione delle proprietà terriere. Nella nuova legazione si riscossero solo le imposte indirette, e così furono soprattutto gli strati della popolazione meno abbienti a risentire della tassazione regressiva. È chiaro ciò che il papa si riprometteva da questa politica "di classe": egli puntava sulla lealtà dell’élite ferrarese verso il sistema di potere papale che tutelava i loro interessi politici ed economici e che così non dava loro ragione di augurarsi un signore feudale diverso dal papa che, a sua volta, aveva come scopo la stabilità politica nella zona di confine, ottenuta con la politica delle concessioni. Contemporaneamente, la partecipazione dell’élite ferrarese agli introiti del sistema fiscale aiutò il fisco papale ad esercitare un’efficace pressione sul resto della popolazione. L’opinione molto diffusa che Ferrara in quel tempo fosse stata risparmiata dalla pesante tassazione da parte della Camera apostolica e che fosse dunque un’eccezione nel panorama fiscale dello Stato della Chiesa21, si rivela errata se si analizzano attentamente i bilanci della Camera. Infatti la pressione fiscale sulla nuova legazione fu altrettanto forte come quella esercitata nelle province già da tempo appartenenti alla Santa sede. Non si può dunque parlare di un trattamento speciale per Ferrara, ma, dato che il ceto di governo non risentì di questa pressione, non ci furono proteste contro le pretese finanziarie di Roma. Le entrate fiscali furono spese per pagare i soldati e costruire fortezze nella zona confinante con la nemica Venezia: Clemente viii era riuscito a stabilizzare la legazione internamente e a rafforzarla verso l’esterno, senza farla diventare finanziariamente dipendente da Roma. Il bilancio papale era di tutto rispetto.

Anche se dal punto di vista di Roma il nuovo ordinamento di Ferrara voluto da Clemente viii dovette sembrare un grande successo, i provvedimenti presi dal papa appaiono poco originali, se confrontati con quelli attuati in altri stati coevi. Recenti studi hanno infatti dimostrato che addirittura nello stato assolutistico per antonomasia – la Francia – il potere statale nelle province non si basava su una sottomissione assoluta, ma anzi aveva bisogno del sostegno delle élites locali. Secondo Jean-Francois Dubost non era la centralizzazione amministrativa, bensì la tranquillità politica e la certezza di introiti fiscali a rappresentare il traguardo della politica della corona francese22 e addirittura Luigi xiv, per raggiungere questo scopo, concesse all’élite delle province francesi di partecipare ai guadagni23. Tuttavia, la politica di Clemente viii, che faceva gli interessi dei ceti superiori, non era l’unica via verso il successo. Per esempio, Sharon Kettering ha dimostrato nella sua analisi dell’amministrazione delle province, quello che Wolfgang Reinhard ha ipotizzato per tutti gli stati europei all’inizio dell’età moderna e che ha esemplificato analizzando lo Stato pontificio: cioè che il potere agli inizi dell’età moderna si basava su una rete di rapporti interpersonali informali24. Poiché il personale di governo veniva scelto secondo criteri di conoscenze personali (parentela, origini geografiche comuni, amicizia, rapporti di protezione), era legato al proprio padrone da vincoli di gratitudine e fedeltà ed eseguiva ubbidientemente gli ordini impartiti dal centro. Dal momento che i clienti del sovrano avevano il potere decisionale presso gli organi periferici, anche questi potenziali centri di resistenza si mostravano ubbidienti25. Che anche Clemente viii si servisse di queste tecniche di governo di tipo micropolitico è dimostrato già dalla nomina di Pietro Aldobrandini a comandante delle truppe papali e legato a Ferrara: il papa non avrebbe potuto infatti scegliere collaboratore più fidato del proprio nipote. Lo stesso vale per Francesco Biandrata al quale lui stesso aveva conferito la dignità cardinalizia e nominato collegato a Ferrara. Biandrata era dunque una creatura del papa26, e ciò dimostra come egli prestasse particolare attenzione all’affidabilità clientelare del candidato.

Ma anche nei confronti dei propri sudditi Clemente viii puntava tutto sui rapporti interpersonali e informali. Fu così che non basò tutto su una politica "di ceto", con la quale si era assicurato le simpatie della vecchia nobiltà, ma aggiunse una serie di regali, per assicurarsi il sostegno di alcuni maggiorenti locali. Ad esempio, come ringraziamento per l’offerta di monsignor Luigi Bevilacqua di tradire Cesare d’Este cambiando campo nella battaglia per il dominio di Ferrara, Bonifazio Bevilacqua ricevette dal papa la dignità cardinalizia, i suoi fratelli laici ottennero molti altri privilegi27, ma soprattutto furono le loro richieste di favori per se stessi e per terzi a trovare terreno fertile presso gli Aldobrandini. Chi voleva un posto nel ceto nobiliare del consiglio cittadino poteva, grazie all’intercessione dei Bevilacqua, sperare nella nomina da parte del papa28. Poiché questi privilegiati dovevano esser grati sia ai loro protettori romani che ai brokers29 nella provincia, con questa politica di favore delle famiglie cresceva di continuo l’influenza dei Bevilacqua e il séguito degli Aldobrandini a Ferrara. Cosa ciò significasse per il potere papale nella nuova provincia, lo dimostrano i nomi dei funzionari comunali: sia i capi delle magistrature che il personale diplomatico della città venivano infatti reclutati tra le file della fazione dei Bevilacqua, rafforzata con l’aiuto di Clemente viii. Così, dopo il 1598, il papa ritrovava tutte le posizioni, ricoperte da uomini fidati del suo cliente e broker più importante nella provincia, per permettere ai Ferraresi di soddisfare i propri desideri30.

Al contempo questa situazione esemplifica chiaramente perché nello Stato della Chiesa i meccanismi di potere informali fossero più facili da riconoscere che altrove e perché il Papato addirittura permetta un’analisi del network sociale. Mentre nelle case regnanti d’Europa si ereditava non solo la corona, ma anche la clientela, in una monarchia di tipo celibatario con ogni cambio di potere al vertice non cambiava solo il papa, ma anche il potere di una determinata famiglia e della sua clientela. Così a Ferrara, quando morì Clemente viii nel marzo 1605, e dopo il breve regno di Leone xi seguito dal lungo pontificato di Paolo v, si mise in moto una giostra di personale. Dopo tutto papa Borghese sapeva di non potersi fidare nè del cardinale legato Pietro Aldobrandini, nè della famiglia dei Bevilacqua come testa di ponte della famiglia papale che aveva regnato fino ad allora. Il cardinal nipote rimasto orfano non poteva, secondo le regole del sistema romano, che scontrarsi con la famiglia Borghese31, ora giunta al potere, e i Bevilacqua, in questa situazione, non si sarebbero potuti sottrarre ai loro doveri clientelari nei confronti degli Aldobrandini32. Quanto avvenne nei mesi successivi al cambio di potere a Roma non dovette sorprendere nessuno. Il cardinal Aldobrandini poteva nominare come legato il successore del collegato Biandrata ammalatosi e poteva sempre ricevere e rispondere alle relazioni scritte di quest’ultimo. Ma non è sicuramente senza l’approvazione del papa che il vicelegato Orazio Spinola fu mandato in missione a Ferrara33. Inoltre, Aldobrandini si vedeva poco a poco tagliato fuori dalla corrispondenza scritta con il nuovo vicelegato34. Il cardinal nipote di Paolo v, Scipione Borghese, capo della Segreteria di Stato e soprintendente dello Stato ecclesiastico, si occupava ora ufficialmente degli affari, così Aldobrandini non aveva più da tempo niente a che fare con la legazione di Ferrara, quando nel maggio 1606 venne trasferito alla diocesi di Ravenna35. Il cardinal nipote privato di potere poté mantenere il titolo ormai solo nominale ancora per un paio di mesi: solo nel settembre 1606 Paolo v nominò Orazio Spinola, che risiedeva da più di anno nella città padana, cardinale e legato della provincia di Ferrara36.

Con l’investitura di Scipione Borghese a nuovo cardinal nipote, Pietro Aldobrandini perse influenza e cariche politiche37 e con ciò iniziò un nuovo corso nella politica di patronage. Era il nipote di Paolo v che, come capo della clientela familiare, diventò responsabile del reclutamento e dell’assistenza del suo seguito: poiché le famiglie già appartenenti ad altre fazioni, come quella dei Bevilacqua, non erano più considerate un sostegno informale dei Borghese, altre potevano subentrare ad esse. A Ferrara questo ruolo fu ricoperto dai Bentivoglio. Enzo Bentivoglio ben presto prese in mano le redini nel Consiglio cittadino con l’aiuto del proprio protettore romano, mise un amico a capo della magistratura, un’altra volta si fece nominare ambasciatore e se Borghese suggeriva un candidato per l’università di Ferrara o un giudice, Bentivoglio si occupava di esaudire il suo desiderio38. I vantaggi che vennero alla famiglia di Enzo Bentivoglio grazie alla fedeltà nei confronti dei Borghese sono di diversa natura: lo dimostrano i guadagni di Enzo e le cariche per suo fratello Guido, che fece carriera sotto Paolo v e ottenne, unico ferrarese durante il pontificato Borghese, la dignità cardinalizia39. Ma anche la famiglia pontificia approfittò positivamente del sostegno dei propri clienti. Per esempio, Guido Bentivoglio non era solo uno dei diplomatici più valenti di Paolo v, ma anche uno dei servitori più fedeli del cardinal nipote, anche dopo il pontificato. Come nunzio in Fiandra scelse per Scipione Borghese dei gobelins preziosi nelle fabbriche tessili di Bruxelles e come cardinale lo sostenne fedelmente durante i conclavi del 1621 e del 162340. Mentre Guido illustrò con il suo continuo impegno per la famiglia Borghese i vantaggi del reclutamento del personale secondo le regole della micropolitica, suo fratello Enzo fu un esempio perfetto di come un coinvolgimento clientelare dei maggiorenti locali potesse aiutare il potere papale nella provincia. Nel periodo in cui fu ambasciatore si impegnò più a favore degli interessi dei Borghese a Ferrara che a favore degli interessi di Ferrara presso la curia. Addirittura quando il cardinal nipote decise di mettere un proprio parente al posto che spettava ai Ferraresi nel Collegio degli avvocati concistoriali, Enzo continuò a propugnare gli interessi dei Borghese in questioni di politica del personale nel Consiglio comunale41. Un concittadino in una posizione tradizionalmente riservata ai Ferraresi avrebbe senza dubbio agito nell’interesse della propria città presso la curia. Il nipote del cardinale, invece, che era stato eletto ad avvocato concistoriale con l’aiuto di Enzo, non aveva ragione di impegnarsi per le sorti di Ferrara, e così Bentivoglio, adempiendo ai suoi doveri di cliente, contribuì a indebolire ulteriormente la posizione della città presso la curia romana.

Che cosa possiamo concludere considerando il nuovo ordinamento politico, economico e clientelare a Ferrara? Soprattutto questo: come gli altri regnanti della prima età moderna in Europa, anche i papi fondarono il loro potere nella provincia su un sistema a doppio binario consistente, da un lato, in concessioni ad un particolare ceto e, dall’altro, nella creazione di un sistema clientelare basato su singoli individui. Con il trattamento di favore nei confronti dell’élite ferrarese Clemente viii se ne era assicurato le simpatie; conferendo poi cariche di importanza a uomini affidabili del loro séguito, gli Aldobrandini e i Borghese si garantivano la lealtà dell’apparato amministrativo; infine, con la promozione dei propri clienti appartenenti alla nobiltà cittadina, i pontefici guadagnarono l’aiuto di influenti brokers che, come rappresentanti della comunità, agivano dietro le quinte, sempre pronti a sostenere i desideri di Roma per quanto riguardava la politica del personale. Con questi presupposti, resta da vedere come funzionasse, in pratica, la politica.

Ciò che i Ferraresi avevano imparato negli anni dal 1598 fino al pontificato di Paolo v sul funzionamento del sistema romano verrà qui esemplificato osservando un particolare progetto politico: la costruzione di un sistema di irrigazione nella zona del Po42. Questo dibattito è significativo per varie ragioni. Durante il pontificato Borghese non ci fu tema più importante per i Ferraresi dal momento che la tutela del terreno agricolo, essendo una delle maggiori fonti di guadagno per il ceto nobiliare, rappresentava una priorità per l’élite ferrarese. Così la classe politica di Ferrara aveva tutto l’interesse a usare ogni mezzo a disposizione per influenzare Roma, poiché una decisione in proposito spettava solo alla curia romana. Ferrara, Bologna e la Romagna erano tre province dello Stato che venivano colpite dalle alluvioni del Po e dei suoi affluenti, ma i piani per regolare il corso dei fiumi nelle rispettive zone erano molto diversi fra loro. La situazione delle acque non permetteva una soluzione univoca per tutte le province, e così le proposte di una provincia andavano a discapito dell’altra: spettava dunque al papa prendere una specifica decisione in materia.

Questa decisione era stata già assunta nel 1604 quando Clemente viii aveva accettato la proposta dei Ferraresi per assicurarsi il favore dei nuovi sudditi, e Paolo v, dopo un veloce esame della situazione, era stato disposto a confermare il breve del predecessore. Ma non si iniziarono mai i lavori. Furono soprattutto i Bolognesi a fare di tutto per ostacolare il progetto e, visto che i desideri di questa città non potevano venir ignorati, ogni protesta da parte di Bologna serviva a riaprire la discussione sulle precedenti decisioni. Clemente viii aveva addirittura istituito un apposito ufficio che doveva occuparsi di tutti i problemi connessi alla "Bonifica Generale" nel nord dello Stato pontificio: la Congregazione delle Acque. Dopo l’inizio del pontificato di Paolo v questo organo, composto soprattutto da cardinali, fu interessato anch’esso dal generale rinnovamento del personale, ma papa Borghese non alterò le competenze di questa congregazione: così ci si sarebbe potuto attendere che questo ufficio fosse il primo chiamato in causa dalle parti. In effetti i Ferraresi si rivolsero a singoli membri43, ma mai all’organo in sè. Le richieste venivano in genere indirizzate a due persone, che in verità, secondo un sistema amministrativo moderno, non avrebbero dovuto ricevere nessuna missiva: al papa stesso e al cardinal nipote. Per la mentalità di allora il gesto era invece più che naturale: il pontefice era un "padre comune" al di sopra delle parti che amava i propri sudditi in egual misura. Ma in fin dei conti, nonostante questa rappresentazione di carattere spirituale, egli non era che un monarca assoluto per il quale la congregazione era solo un organo con carattere consultivo. Il papa poteva solo delegare il compito decisionale a un cardinale che fosse suo parente e che, portando lo stesso nome, poteva valere come alter ego: il cardinal nipote. Che il nipote del papa eletto al rango di Soprintendente dello Stato ecclesiastico non fosse solo a capo della Segretaria di Stato, bensì anche prefetto della Congregazione più importante44, quella delle Acque, si spiega col fatto che essendo a capo di questi organi relativamente giovani, egli conferì loro e alle loro decisioni una certa autorità che altrimenti non avrebbero avuto45. Non c’era quindi lettera della curia romana che non portasse in calce la firma del cardinal nipote e sarebbe stato strano se i Ferraresi, da parte loro, non si fossero rivolti a lui.

Tuttavia non erano solo i molteplici incarichi che ponevano il cardinal nipote al centro della complessa rete di comunicazione alla curia. C’erano altre due funzioni che egli ricopriva in vece del proprio zio che, per ragioni "ideologiche", non poteva impegnarsi. Queste cariche comportavano altri due tipi di corrispondenza46: come capo dell’ufficio, egli dirigeva la corrispondenza con gli incaricati a Ferrara e, come capo della clientela, era responsabile della corrispondenza con il protettore. E, dato che faceva parte di un sistema nepotistico, doveva pensare ad arricchire la propria famiglia, vi si aggiungeva anche la corrispondenza privata sulle proprie entrate e altri interessi della casata. Quindi corrispondenza d’ufficio, di protezione e privata non sono categorie inventate a posteriori, bensì dei piani reali presenti nella corrispondenza scritta e nella politica. I contemporanei sapevano ben riconoscere i diversi ruoli del nipote: coloro che scrivevano al Borghese rendevano ben chiaro dall’inizio con formule di un certo tipo, a quale delle diverse funzioni del cardinale essi si appellassero: e il nipote del papa sbrigava i diversi tipi di corrispondenza in diversi uffici. Il fatto che durante il pontificato del Borghese esistesse sia un ufficio curiale per la posta del cardinale sia un segretariato per gli affari clientelari e anche un ufficio per la cura dei propri interessi privati è il segno più chiaro della separazione netta fra i diversi piani di attività.

L’organizzazione degli uffici curiali reagì con una grande diversificazione alle varie funzioni del cardinal nipote. Ma come reagirono i Ferraresi? Quali conseguenze trassero dallo strapotere formale di Scipione Borghese e dalle sue diverse funzioni? Come vedevano il ruolo del papa come "padre comune"? Per rispondere a queste domande è importante fare un confronto fra le diverse strategie argomentative usate dai Ferraresi, cioè dal loro legato Spinola, nel comunicare con i diversi uffici del cardinal Borghese. Ci sono tre piani diversi nelle lettere dello Spinola. Primo: un discorso di politica che domina le lettere ufficiali. Secondo: un discorso di tipo clientelare nella corrispondenza con il protettore. Terzo: un altro, di carattere privato, quale emerge dalle lettere sull’amministrazione privata dei Borghese. Era vero che i Ferraresi seguirono questa differenziazione? Quale fu il loro apporto nelle varie articolazioni? Tutto ciò dovrebbe apparire da un confronto fra le diverse lettere, ma si deve anche capire quali fossero i principali temi trattati e quale significato assumessero all’interno della curia.

Quale fosse il significato del discorso politico nella corrispondenza lo dimostra lo scambio di lettere che il legato ferrarese Spinola, "come servitore di Nostro Signore"47, ebbe con il Borghese come capo della Segreteria di Stato. Anche nel trattare altre questioni, e soprattutto quella delle acque, Spinola mostrò sempre di voler fare ciò che era necessario "per servitio di questi stati et d’utile et dignità alla Sede Apostolica"48. Due cose gli sembrarono importanti: le entrate della Camera apostolica in provincia – derivanti dalla pesca e dall’agricoltura – che soffrirono i danni durante le alluvioni, e la lealtà dei Ferraresi, le cui simpatie per il dominio papale divennero sempre più deboli dopo ogni nuova, e per loro negativa, decisione relativa alla bonifica della zona49. Clemente viii, quando aveva riordinato l’organizzazione dell’ex stato estense, aveva voluto garantire le entrate della provincia e la stabilità della città: era quanto anche Spinola cercava ora di assicurare. Le decisioni che il cardinal Borghese prese in nome del papa e che comunicò agli amministratori locali dimostrano che anche Paolo v era disposto a far dipendere le decisioni in materia di politica delle acque dalle conseguenze politiche ed economiche che da esse potevano derivare. Il papa gli raccomandò vivamente di non far scorrere ulteriore acqua nel territorio adibito alla pesca: una raccomandazione che il presidente della bonifica generale trovava spesso nelle lettere da Roma, poiché rappresentava un possibile danno per la Camera apostolica50. Spinola invece ottenne ripetutamente l’incarico di tranquillizzare i Ferraresi, e così il legato li rassicurò più di una volta sostenendo che Paolo v "col suo amor paterno verso questo stato non permetterà che per sodisfattione d’altri se gli facci danno et pregiuditio alcuno"51.

Queste formulazioni dovevano rendere ben chiaro ai Ferraresi di come dovevano rivolgersi al papa: come a un amorevole padre comune di tutti i sudditi che non aveva parte negli interessi particolari delle parti in causa. Solo il bene dello stato era la sua preoccupazione e fu proprio questa la strategia argomentativa usata dai Ferraresi nei confronti di Paolo v52. Nelle loro lettere essi apparivano sempre come fedelissimi e devotissimi servi, sudditi, e vassalli, ma tra le righe il "Beatissimo Padre" poteva leggere le richieste formulate non solo in termini di sottomissione53. Infatti, quando i Ferraresi nelle loro lettere accennavano al fatto che la politica delle acque proposta da Roma potesse arrecare danni, il papa sapeva che essi alludevano alle conseguenze negative sull’economia ferrarese. Poiché i danni al raccolto agricolo nella provincia comportavano anche una diminuzione delle entrate fiscali per la Camera apostolica, gli interessi statali e quelli comunali in questo caso venivano a coincidere: questo fu sfruttato al massimo dai Ferraresi e così il papa sentiva ripetersi che le richieste di Bologna sarebbero state lesive dei suoi interessi54.

Un’ulteriore possibilità di identificare i desideri della città con quelli dello stato si nasconde dietro l’appello dei Ferraresi alla misericordia del papa55. D’altra parte, anch’egli sapeva che, in cambio della loro fedeltà, non doveva solamente rassicurarli del suo amore, ma anche dimostrarlo concretamente. La lezione l’aveva imparata già nel 1606: i rapporti con Venezia erano tesi, Ferrara era città di confine, i suoi abitanti non nascondevano simpatie per il loro vicino settentrionale, e il solo pensiero che la nobiltà di Ferrara potesse divenire la quinta colonna di Venezia era uno degli incubi maggiori del pontefice. I Ferraresi erano consapevoli di avere un asso nella manica e si rendevano perfettamente conto degli sviluppi del conflitto. Prima ancora che la crisi tra Roma e Venezia subisse un’escalation, un’istruzione dei Ferraresi all’ambasciatore esprimeva chiaramente che con le misure prese da Roma, "si mette a manifestissimo pericolo di sommergere la Città di Ferrara, la quale è pure la fronte dello Stato Ecclesiastico, Città di tanta nobiltà e di tanta consequenza alla Santa Sede"56. In altre parole, era meglio che Paolo v ci pensasse bene prima di prendere una decisione svantaggiosa per Ferrara nel progetto di bonifica in pianura padana se non voleva spingere la nobiltà cittadina nelle braccia di Venezia. I responsabili a Roma non potevano rimanere indifferenti di fronte ad una prospettiva del genere e anche Spinola avvertì ripetutamente che determinate decisioni sui progetti di bonifica potevano scatenare conseguenze nefaste. Non sarebbe stato saggio proprio quest’anno prendere decisioni che i Ferraresi vedevano come rovinose per la loro città, "essendo materia che fa far pazzie a questa città"57. Gli avvertimenti non rimasero senza effetto e malgrado il papa non ritenesse sensate le richieste di Ferrara, durante la crisi di Venezia andò incontro ai desideri della città58 che riaffermò in cambio: "La nostra parte ci pare la fede e la devozione"59.

I Ferraresi si lamentavano certamente delle accuse mosse loro da Bologna, di sfruttare la tensione con Venezia per i loro interessi in materia di politica delle acque60, ma non si può certo negare che essi approfittarono veramente del conflitto che si stava svolgendo ai loro confini. Tuttavia la tensione tra Roma e Venezia si calmò dopo il compromesso del 1607 e, dal momento che Paolo v non poteva ignorare le richieste delle altre regioni di confine, i Ferraresi non risultarono completamente vincitori nella causa riguardante la situazione idrica. Le loro argomentazioni riuscirono solo a far evitare il peggio, ma di questo fu capace anche Bologna. Paolo v doveva rispettare tutti i partiti in gioco e, dato che non fu diverso per i suoi successori a capo di uno stato ancora piuttosto debole, il progetto deciso nel 1604 non venne concluso né durante il pontificato di Paolo v, né in seguito61.

Non era colpa dei Ferraresi se avevano presentato i loro interessi come quelli dell’intero stato e, così facendo, avevano trovato argomenti adeguati al discorso politico, portati avanti nel carteggio d’ufficio e degni di esser presentati al papa. Dunque, i Ferraresi avevano tentato di portare dalla loro parte il papa, non suo nipote, sebbene il suo ruolo fosse determinante. Era lui, infatti, che doveva rispondere, invece di suo zio, alle richieste scritte di Ferrara. In quale veste egli lo facesse appare chiaramente quando si prende in esame il tipo di linguaggio usato nelle lettere. Quasi senza riferirsi al fatto che fosse il papa a dettare cosa si dovesse dire o scrivere, egli comunicava ai sudditi le risposte di Sua Santità: il tono era fattuale e preciso, a volte anche severo e sempre parlava per il papa, del quale portava il nome62. Non diversi suonavano gli ordini che il nipote dava come capo dell’amministrazione al personale a Ferrara; con le sue risposte scritte ai sudditi ricopriva infatti lo stesso ruolo come nelle lettere d’ufficio indirizzate agli amministratori cittadini: egli era la personificazione dell’autorità papale.

Tuttavia il cardinal Borghese nella questione delle acque non doveva rispondere solo alle lettere di Ferrara al papa, perché il magistrato si rivolgeva direttamente al nipote in ogni questione riguardante la bonifica: il cardinale, come soprintendente dello Stato della Chiesa, era infatti responsabile per tutto ciò che stava a cuore ai Ferraresi. Perciò appare strano l’atteggiamento della città. L’ambasciatore pregò Paolo v – molto tempo prima che il nipote fosse nominato soprintendente – di poter andare da quest’ultimo con delle questioni riguardanti Ferrara, e anche nel problema delle acque il magistrato non attese che Scipione Borghese fosse eletto prefetto della Congregazione63. La ripetuta rinuncia del magistrato a parlare nelle proprie lettere del ruolo di prefetto di Scipione Borghese dimostra chiaramente che non erano certo le cariche ricoperte dal cardinal nipote a renderlo un ineludibile punto di riferimento. Nelle lettere della città al cardinal nipote non si allude mai all’esistenza della Congregazione delle Acque e, di conseguenza, non vi si trova neanche la preghiera di far valere la sua influenza a vantaggio di Ferrara64 come prefetto.

Ma perché, allora, era usanza dei diplomatici accreditati a Roma voler parlare con il nipote del papa e informarlo dei loro desideri?65 E perché il magistrato, ogni volta che scriveva una lettera al papa, allegava una missiva per il cardinale Borghese? Per il segretario della città queste lettere parallele devono esser state un peso: dopo tutto egli doveva variare il testo a seconda del destinatario. Per noi i documenti, scritti spesso nella stessa giornata e abbozzati sullo stesso foglio di carta66, diventano la prova del reale ruolo del nipote nei confronti dei Ferraresi. Mentre Paolo v trovava nelle lettere a lui indirizzate una spiegazione oggettiva delle posizioni di Ferrara e un accenno agli interessi che questi avevano per la Santa sede, Borghese si trovava di fronte a pretese ben precise ed espresse in modo conciso e urgente con la preghiera di "intercessione" e "protettione" presso Paolo v67. Bisognava spiegare al papa i terribili danni dell’acqua alta e pregare il cardinal nipote come unico possibile protettore della città di aiutarli: questa era la via per raggiungere gli obiettivi in materia di politica delle acque68. Borghese era d’accordo: Paolo v si sarebbe occupato del caso, e lui stesso avrebbe sfruttato ogni suo "ufficio" presso Sua Santità per fare del bene alla città69. Questa divisione di compiti espressa nelle lettere del cardinal nipote sembra provare che i Ferraresi avessero scelto la via giusta, iniziando con l’uso differenziato della loro strategia di comunicazione e terminando con la formula di saluto finale. Come fedeli sudditi e vassalli del papa si rivolgevano a lui che, come padre comune, doveva prendere una decisione obiettiva e giusta; al "Cardinale Padrone" essi invece chiedevano come "umilissimi, e devotissimi servitori" che li proteggesse e sostenesse presso suo zio70. Era questo il modello seguito dal magistrato e dai suoi ambasciatori dal primo all’ultimo giorno del pontificato Borghese71, ed è un’evidente spia su chi il magistrato percepisse come persona determinante per le sorti positive della città: il papa in primo luogo, dal quale non c’era altro da aspettarsi, ma soprattutto il cardinale Scipione Borghese72. I Ferraresi non sembrano aver avuto nessun problema a dichiarare, da un lato, che le decisioni del papa avvenivano in forza dei loro argomenti e, nello stesso tempo, ad ammettere di aver goduto dei favori del cardinal nipote e, di conseguenza, del papa. Convinto dalle parole del nipote, Paolo v, che stava al di sopra delle parti, con le sue decisioni su determinate questioni, dimostrava di favorire un partito piuttosto che un altro. Per poterle presentare come tali, si serviva del nipote, mediatore negli atti di grazia del papa sia per i sudditi, nel nome dei quali lui e solo lui poteva intercedere presso Paolo v. Concessioni non potevano esser fatte nel nome del papa, ma senz’altro nel nome dei Borghese che erano la sua famiglia e venivano rappresentati da suo nipote: Scipione Caffarelli Borghese aveva avuto il compito di rendere chiaro a tutti i postulanti a chi dovevano favori e vantaggi e a chi dovevano massima riconoscenza: non ad un’istituzione sovrapersonale come il Papato, era rappresentato per caso temporaneamente da Paolo v, bensì alla sua famiglia e alla sua persona.

Postulanti che cercavano come "servitori" la "protezione e l’intercessione" del cardinal nipote, il cardinale moderatore della grazia papale, che prometteva di attendere ai suoi "uffici": questi erano i concetti chiave nel carteggio tra Ferrara e il Borghese ed erano anche le formule centrali nella corrispondenza del capo della clientela. Fino nei minimi particolari i Ferraresi calibravano il loro linguaggio nelle lettere clientelari. Se, per esempio, Spinola scriveva in veste di "creatura" di Paolo v e di cliente del cardinal nipote73, e non in veste di coscienzioso rappresentante della Sede apostolica, le sue richieste non suonavano diversamente da quelle dei Ferraresi. E se il nipote accordava il proprio aiuto al legato, non era dissimile dal tipo di aiuto che assicurava ai Ferraresi74. Eppure c’era una differenza: per governanti come Spinola, ai quali era dovuta, come ricompensa per la loro fedeltà, una particolare attenzione da parte del cardinal nipote, Borghese faceva il possibile. Per Ferrara, invece, nella questione delle acque non fece nulla75. I rappresentanti della città presso la curia naturalmente notarono questo fatto. Uno degli ambasciatori che rimase in carica più a lungo, Annibale Manfredi, scrisse nel marzo 1616 che bastava informare Borghese delle linee generali di un problema e pregarlo di intervenire presso Sua Santità. Dopo tutto la presentazione dei memoriali al cardinal nipote era solo una formalità per mostrare rispetto nei suoi confronti, senza per questo attendersi un intervento concreto da parte del nipote stesso76.

La poca sollecitudine del Borghese è comprensibile se si considera che la disputa tra le province a proposito delle acque era estremamente logorante. Tra l’altro, come capo degli affari clientelari, egli era addetto agli affari di singoli clienti piuttosto che di intere collettività, come Ferrara. Infine, si potrebbe supporre che il dibattito sulle acque fosse una questione di competenza di esperti e non andasse risolta secondo criteri clientelari. Presupporre questo è però un errore, come dimostra la corrispondenza del nipote che era ben disposto a entrare in merito alla politica idrica: non tanto a nome di Ferrara, quanto di singoli personaggi ferraresi. Il suo cliente più importante nella provincia si chiamava Enzo Bentivoglio e, se questi lo desiderava, il cardinal Borghese faceva addirittura arginare il Po, o piuttosto permise che Enzo costruisse un argine attraverso il fiume, per rifornire di acqua il proprio mulino77. I Ferraresi si sarebbero volentieri lamentati della condotta del Borghese che nuoceva agli abitanti della zona, ma l’ambasciatore della città doveva il proprio incarico all’influenza di Enzo nel Gran consiglio e, quindi, non poteva presentare le lamentele della collettività a Roma. Il Presidente della Bonifica generale avrebbe avuto il dovere, come rappresentante del potere, di intervenire contro l’azione del Bentivoglio, ma, come cliente del Borghese, aveva ritenuto più importante la raccomandazione di Enzo dei suoi doveri di ufficio. Borghese stesso si sarebbe dovuto opporre alle iniziative del Bentivoglio sul Po, visto che era prefetto della Congregazione delle Acque, ma come capo della clientela sapeva ciò che doveva ai fedeli del papa a Ferrara. Rimaneva Paolo v che era l’unico a poter fermare le attività dei Bentivoglio. L’ambasciatore e amico dei Bentivoglio, Manfredi, riferisce a proposito del cardinal Borghese "ch’egli è necessitato à procedere con molta circonspizione in questo particolare, perche Nostro Signore sa ch’egli è parziale di V. S. Ill.ma"78. Ma Paolo v venne informato del caso solo quando Enzo non ebbe più bisogno della diga e, così, lo stesso Manfredi – che si scusava con il magistrato adducendo l’inerzia del nipote papale in fatto di politica delle acque – poteva rassicurare il Bentivoglio che nessuno lo avrebbe osteggiato in fatto di argini grazie all’aiuto del protettore79.

Come questo episodio prova chiaramente, le tecniche di governo informali dello Stato della Chiesa avevano il loro prezzo. L’assegnazione di incarichi amministrativi ai propri clienti e il supporto di maggiorenti locali certamente stabilizzava il potere centrale, ma quando il protettore di tutti i clienti voleva remunerare uno dei suoi fedeli per i suoi sforzi, il suo zelo poteva scontrarsi con la politica del papa stesso. In questo caso il rapporto fra il papa ed il cardinal nipote diventava concorrenziale80. Al contrario del proprio nipote, Paolo v era sempre preoccupato di proteggere l’interesse della maggioranza contro gli effetti disfunzionali del sistema clientelare, ma capitava che addirittura il papa avvantaggiasse una persona singola a scapito di altre. Questo appare in maniera molto chiara nel terzo tipo di corrispondenza del cardinal nipote.

Se il Borghese era disposto a mettersi contro la volontà della maggioranza per favorire un cliente come Enzo Bentivoglio, resta da chiarire come influirono gli interessi economici privati del cardinal nipote sull’amministrazione dello Stato pontificio. Un primo effetto si può riconoscere nel ruolo che aveva il personale romano: quando Orazio Spinola, nel gennaio 1608, seppe che Paolo v aveva devoluto al proprio nipote l’abbazia di San Bartolo nella provincia di Ferrara, il legato ricevette un nuovo incarico: non voleva più solamente figurare come leale legato nel carteggio d’ufficio e come cliente pieno di gratitudine, come dimostra il carteggio con il protettore. Adesso voleva anche essere l’amministratore dei Borghese. "Io come suo servitore obligato mi constituisco suo Agente"81 scrisse Spinola al nipote, ma questi aveva già incaricato il vicelegato di Ferrara Innocenzo Massimi dell’amministrazione dei propri interessi privati82. Perciò era d’ora in poi compito di Massimi entrare in corrispondenza con il segretario privato del cardinal nipote e con l’amministratore dei beni del Borghese. Non vi è accenno alla Sede apostolica e ai suoi interessi nella suddetta corrispondenza: "uffici" e "protezione" sono parole che vi compaiono solo di rado. Spesso si trovano concetti come "danno" e "utile", poiché non si trattava d’altro nell’amministrazione dei beni dei Borghese: danni e utili per la famiglia Borghese, e ovviamente entrate in denaro. Bisognava trovare affittuari che avessero i soldi necessari, aumentare le entrate e tenere lontano ogni pericolo dalle terre. Il più grande pericolo per San Bartolo era l’acqua, come lo era anche per gli altri proprietari terrieri ferraresi. Dopotutto i terreni dell’abbazia si trovavano nella zona più fertile della legazione. Non c’è da meravigliarsi che più d’uno a Ferrara fosse infastidito dal fatto che la ricca abbazia cistercense, con i suoi terreni, fosse stata data in commenda al Borghese garantendogli cospicue entrate83. Ma per la posizione della città nella questione delle acque questo provvedimento del papa, inteso ad arricchire il proprio nipote, era provvidenziale. Finalmente i Ferraresi potevano richiamare l’attenzione del papa e del cardinale sulle questioni d’importanza per lo Stato che adesso coincidevano con gli interessi di Ferrara. Così l’apertura delle chiaviche che avrebbe messo in pericolo il territorio di Ferrara e i terreni dell’abbazia dei Borghese venne sì ordinata, ma prima i Ferraresi fecero pervenire una nota laconica al Borghese nella quale informarono che gli amministratori lo avrebbero presto messo al corrente delle conseguenze di una tale impresa84. Anche il Massimi allarmò il cardinale e gli spiegò, senza troppe divagazioni, cosa dovesse fare85. Borghese non indugiò, corse da suo zio e gli fece fermare tutta l’azione86, quindi riferì ai Ferraresi che gli era stato facile convincere Sua Santità con un tono che nulla aveva in comune con quello in genere da lui usato nelle sue lettere d’ufficio87. Ambedue le parti si sforzavano di mantenere la forma: Borghese rassicurò i suoi interlocutori dicendo che, naturalmente, avrebbe agito nella stessa maniera anche se si fosse trattato esclusivamente degli interessi di Ferrara e i Ferraresi risposero affermando che si sarebbero rivolti a lui – ottimo protettore della città – anche se non fosse stato interessato in prima persona88. Eppure tutti sapevano che l’amato protettore non era entrato in azione per amore di Ferrara: ben pochi erano, infatti, i clienti, tra cui Enzo Bentivoglio, per i quali lui si sarebbe adoperato.

La paura del cardinal nipote era senz’altro una delle carte vincenti nelle mani dei Ferraresi, che, tuttavia, sapevano di dover dosare molto bene il loro potere e la loro influenza. Malgrado Paolo v, che in genere si sforzava di essere obiettivo, fosse pronto a revocare le disposizioni precedenti, non appena si fosse reso conto che le entrate di suo nipote erano in pericolo, non sarebbe più stato disposto a tanto. I sudditi potevano provare a convincerlo degli interessi della Camera apostolica che egli aveva il dovere di difendere, ma il fatto che l’abbazia di suo nipote corresse il pericolo di venir sommersa non avrebbe dovuto interessarlo come regnante dedito al bene del suo Stato. Quindi bisognava parlarne al cardinale perché questi lo riferisse alle sfere più alte del potere papale89.

I Ferraresi avevano ben compreso il funzionamento del sistema politico, al quale appartenevano dal 1598 in poi, con tutte le sue finzioni e messinscene, usando tre differenti tipologie comunicative, a seconda dei referenti curiali e degli argomenti. Anche se la politica dello Stato della Chiesa è documentata dalla corrispondenza d’ufficio, fra i relativi funzionari ed il cardinal nipote, che ricopriva il ruolo fittizio di capo amministrativo90, i sudditi Ferraresi si rivolgevano direttamente al papa come padre comune e gli presentavano i loro interessi come interessi dello Stato, inserendosi così nel discorso della politica "oggettiva". Nel discorso clientelare tra il nipote, come capo del sistema clientelare, e le persone del suo séguito all’interno e all’esterno dell’apparato di governo erano presenti e attivi anche loro: la clientela ferrarese pregava il cardinale, che impersonava la grazia papale, di proteggerla e, nel contempo, gli offriva la massima devozione della città. I Ferraresi potevano effettivamente offrire dei servigi, quando si trattava di interessi privati: da un lato i funzionari diventavano amministratori del cardinale, e dall’altro i Ferraresi scrivevano a Scipione Borghese nella sua nuova funzione di proprietario terriero quando erano coinvolti i suoi e i loro interessi.

Se si guarda alla sostanza della politica idrica celata dalla retorica della comunicazione, la prima cosa che emerge è la debolezza del governo romano che evidenzia i presupposti sui quali si reggeva il sistema politico: il potere papale aveva il carattere di compromesso, sancito dal nuovo ordinamento attuato da Clemente viii. Con le concessioni politiche ed economiche fatte alla nobiltà cittadina papa Aldobrandini aveva creato, da un lato, solide basi per il potere di Roma nella provincia. Poiché queste basi non dovevano venir toccate né a Ferrara, né a Bologna, il Papato, nel perseguire la propria politica, non poteva agire contro la volontà di una di queste due province. A queste condizioni, già il fatto di impedire uno qualsiasi dei piani era da considerarsi come un successo e Ferrara ne ebbe più d’uno. In tempi di tensione in politica estera, bastava che i Ferraresi mostrassero il loro malcontento, che subito il papa doveva accontentarli per poter contare sulla loro lealtà. Ma la via più sicura e diretta per raggiungere l’orecchio del pontefice era sicuramente il cardinal nipote. Come protettore di Ferrara, egli si limitava a dispensare vaghe rassicurazioni, ma quando si toccavano i suoi interessi privati o quelli della sua famiglia, la sua volontà era da considerarsi un ordine. Quando si trattava dell’abbazia di San Bartolo la volontà del nipote fece comodo ai Ferraresi, ma quando ne andava dei desideri del potente cliente Enzo Bentivoglio, le conseguenze erano piuttosto dolorose per i sudditi: l’utile privato della famiglia papale era più importante dell’utile comune, e l’interesse di fedeli clienti più importante dell’interesse della maggioranza. I sudditi potevano dirsi fortunati se e quando interessi privati venivano a coincidere con quelli pubblici.

Gli sporadici interventi del cardinal nipote nell’amministrazione locale non trovavano giustificazione nella funzione ufficiale del Borghese, bensì nella sua funzione di protettore della clientela e di persona privata. Dal momento che il suo precipuo interesse era quello di arricchire la famiglia Borghese, egli utilizzò le strutture amministrative per i propri interessi privati; e dato che come guida della clientela doveva remunerare i maggiorenti locali per i loro servigi, Borghese sfruttava la propria influenza anche a loro favore. Ambedue le cose gli furono possibili non tanto per la sua carica ufficiale, bensì per la sua posizione di potere all’interno della micropolitica romana, poiché come sommo protettore era responsabile per gli affari clientelari e gli uomini di governo eseguivano i suoi ordini senza badare a criteri oggettivi. Lo studio delle fondamenta del potere non è possibile senza uno sguardo approfondito al funzionamento dell’amministrazione del quotidiano. Se si guarda ai meccanismi che facilitavano il potere papale in provincia, quelle che risultano colonne portanti del sistema sono la partecipazione dell’élite locale e il coinvolgimento del personale e dei sudditi nella rete clientelare del cardinal nipote. Gli svantaggi di un sistema retto dal compromesso e dal modo informale di regnare possono esser individuati chiaramente quando si analizzino i contrasti nati all’interno dell’amministrazione locale, la loro elaborazione scritta e infine – per dirla con Max Weber – l’amministrazione quotidiana del potere.

Abbreviazioni

abent corr: Archivio di Stato Ferrara, Archivi di Famiglie e di Persone, Archivio Bentivoglio, corrispondenza;

ca: Archivio di Stato Ferrara, Fondo Comune: Archivio Storico Comunale, Serie H: Ambasciatori, Agenti e Procuratori di Ferrara a Roma, corrispondenza con la Comunità;

cc: Archivio di Stato Ferrara, Fondo Comune: Archivio Storico Comunale, Serie i: Cardinali, corrispondenza con la Comunità;

cp: Archivio di Stato Ferrara, Fondo Comune: Archivio Storico Comunale, Serie L: Prelati, corrispondenza con la Comunità;

e: Biblioteca Apostolica Vaticana, Fondo Boncompagni-Ludovisi, E: Codices, quos epistolares appello;

fb: Archivio Segreto Vaticano, Fondo Borghese;

hc: Hierarchia Catholica, vol. iv, Medii et Recentioris Aevi, a cura di K. Eubel et al., Münster 1935;

mf: Biblioteca Comunale Ariostea, Ferrara, miscellanea ferrarese;

ms cl i: Biblioteca Comunale Ariostea, Ferrara, Manoscritti classe prima;

reg: Archivio Storico del Comune di Ferrara, delibere del Consiglio,

sec brev: Archivio Segreto Vaticano, Segreteria dei Brevi;

ss: Archivio Segreto Vaticano, Segreteria di Stato

Bo: Nunziature e Legazioni, Bologna

Card: Lettere di Cardinali

Fe: Nunziature e Legazioni, Ferrara

Part: Lettere e particolari

Ppi: Lettere di principi e titolati

Vesc: Lettere di vescovi e prelati

Note

* Per la traduzione ringrazio sentitamente Claudia Privitera.

1. M. Weber, Wirtschaft und Gesellschaft. Grundriß der verstehenden Soziologie, ed. rivista da J. Winckelmann, Mohr, Tübingen 19765, p. 126.

2. Questo filone di ricerca che si ispira alle scienze sociali e politiche è stato presentato e analizzato in relazione alla sua utilità per l’analisi storica in R. Blänkner, B. Jussen (hrsg.), Institutionen und Ereignis. Über historische Praktiken und Vorstellungen gesellschaftlichen Ordnens, Vandenhoeck u. Ruprecht, Göttingen 1998. La citazione è tratta dall’introduzione del curatore del volume, Institutionen und Ereignis. Anfragen an zwei alt gewordene geschichtswissenschaftliche Kategorien, ivi, pp. 9-16.

3. Il seguente lavoro riassume alcune tesi esposte in B. Emich, Bürokratie und Nepotismus unter Paul v (1605-1621). Studien zur frühneuzeitlichen Mikropolitik in Rom, Hiersemann, Stuttgart 2001; B. Emich, Integrationsprozesse in der Frühen Neuzeit. Ferrara und der Kirchenstaat (in preparazione).

4. Cfr. A. Morelli, I procedimenti di coniazione e le monete in circolazione a Ferrara nel Seicento, in La Chiesa di S. Giovanni Battista e la cultura ferrarese, Catalogo della mostra tenuta a Ferrara nel 1981-82, Milano 1981, pp. 191-4. In tale catalogo sono riprodotte alcune delle monete in circolazione a Ferrara nel xvii secolo, tra le quali anche le medaglie commemorative sopra citate (nn. 26 e 27, p. 195).

5. Cfr., a proposito delle rivendicazioni territoriali dei papi su Ferrara e dei tentativi dello Stato pontificio fino al 1597 di inglobare la città, l’abbozzo di G. Pardi, Sulle cause della devoluzione di Ferrara alla Santa Sede, in "Atti e Memorie della Deputazione Ferrarese di Storia Patria", s. i, 24 (1922), fasc. 2, pp. 113-41.

6. Che anche nel territorio dei papi esistesse una tendenza verso la formazione di uno stato che superava in molti ambiti lo sviluppo statale degli altri paesi dell’Europa dell’inizio dell’età moderna nel xvi secolo, è stato dimostrato per primo da P. Prodi, Il sovrano pontefice, un corpo e due anime: la monarchia papale nella prima età moderna, Il Mulino, Bologna 1982.

7. Per il confronto sul problema di Ferrara iniziato dopo la morte di Alfonso ii e protrattosi fino alla regolamentazione definitiva con il contratto di Faenza del 12 gennaio 1598 rinvio a E. Callegari, La devoluzione di Ferrara alla S. Sede (1598) da documenti inediti degli Archivi di Stato di Modena e Venezia, in "Rivista Storica Italiana", 12, 1985, pp. 1-57; M. B. Barbiche, La politique de Clément viii à l’égard de Ferrare en Novembre et Décembre 1597 et l’excommunication de César d’Este, in "Mélanges d’Archéologie et d’Histoire", 74, 1962, pp. 289-328; V. Prinzivalli, La devoluzione di Ferrara alla S. Sede secondo una relazione inedita di Camillo Capilupi, in "Atti e memorie della deputazione Ferrarese di Storia Patria", s. i, 10, 1898, pp. 119-333. Cfr. inoltre L. von Pastor, Geschichte der Päpste seit dem Ausgang des Mittelalters, Bd. 11, Herder, Freiburg 1927, pp. 589-97. Su alcuni problemi sono utili anche Pardi, Sulle cause della devoluzione di Ferrara, cit., e A. Frizzi, Memorie per la storia di Ferrara. Con giunte e note di Camillo Laderchi, v, A. Servadio, Ferrara 18482, pp. 1-16.

8. Il testo della convenzione faentina del 12 gennaio 1598, nella quale gli Estensi rinunciavano a Ferrara e furono definite le modalità del passaggio di potere, si trova in Frizzi, Memorie, cit., pp. 13-6; un riassunto del contenuto in Prinzivalli, Sulle cause della devoluzione di Ferrara, cit., pp. 247-50.

9. Sulla forma di governo vedi I. Stader, Herrschaft durch Verflechtung. Perugia unter Paul v (1605-1621), Studien zur frühneuzeitlichen Mikropolitik im Kirchenstaat, Lang, Frankfurt a. M. 1997. Riguardo alla situazione bolognese cfr. il contributo di Nicole Reinhardt in questo fascicolo.

10. Cfr. Stader, Herrschaft durch Verflechtung, cit., p. 25 s. e la bibliografia ivi citata.

11. Contro l’opinione comune che le legazioni fossero indipendenti dalle congregazioni romane, si consideri che i funzionari e i comuni della Romagna sottostavano al potere del Buon Governo e che addirittura il legato di Bologna riceveva direttive della Consulta. Cfr. A questo proposito Emich, Bürokratie und Nepotismus, cit, cap. iii, 1 a; anche Stader, Herrschaft durch Verflechtung, cit., pp. 81-5, dimostra che malgrado l’invio occasionale di un cardinale legato a Perugia, la provincia sottostava alle suddette autorità.

12. Da qui la grande mole di documenti riguardanti Bologna e la Romagna nella Segreteria di Stato, nelle nunziature e nelle legazioni. Secondo Stader, Herrschaft durch Verflechtung, cit., p. 24, anche la corrispondenza dei governatori veniva a volte amministrata dalla Segreteria di Stato, per esempio quando si trattava di riferire di viaggi di personalità di rango.

13. Gli ambasciatori veneziani Paruta (cfr. p. 423) e Dolfin (p. 467 s.) nelle loro relazioni finali dell’anno 1595 e 1598 (cfr. Relazioni degli Ambasciatori Veneti al Senato durante il secolo decimosesto. Raccolte ed illustrate da Eugenio Albèri, vol. x, ii, iv, Società Editrice Fiorentina, Firenze 1857, pp. 355-504) risposero ampiamente alla domanda di rinnovamento che il Senato si augurava di introdurre tra le fila dei nobili dello Stato della Chiesa interessati a svolgere servizio militare per Venezia. Secondo Dolfin, per lo Stato pontificio era importante, ora più che mai, ingraziarsi proprio i favori di questi nobili (p. 467). A proposito dei Ferraresi, Dolfin riferisce, nell’anno della devoluzione, che: "e tutti, quando parlano di questa Serenissima Repubblica, parlano con gran desiderio di dover obbedirle un giorno" (p. 502).

14. Il viaggio del papa e la sua trionfale entrata nella città di Ferrara sono riferiti dettagliatamente in Prinzivalli, Sulle cause della devoluzione di Ferrara, cit., pp. 276-302. A proposito del soggiorno di Clemente viii a Ferrara vedi Frizzi, Memorie, cit., pp. 22-36, in cui si descrive gran parte dei provvedimenti presi in quel tempo. Che i Ferraresi si sentirono onorati della vista del papa lo si può leggere nelle cronache di allora, soprattutto in quella di Filippo Roddi, Annali di Ferrara, sec. xvii, 3 voll. (ms. cl. i, 645) e Claudio Rondoni, Cronaca dalli 29 Gennaio a tutto li 28 Giugno 1614 (ms. cl. i, 536, originale, e Collezione Antonelli 250, copia del 1783, che furono due dei più importanti cronisti coevi e che descrissero quel periodo con entusiamo).

15. A proposito dell’organizzazione della legazione di Ferrara, vedi anche L. N. Cittadella, Notizie amministrative, storiche, artistiche relative a Ferrara, D. Taddei, Ferrara 1868; A. De Benedictis, Il Seicento. Politica e società, in F. Bocchi, (a cura di), Storia illustrata di Ferrara, vol. 2, Milano 1987, pp. 481-96; G. Tocci, Le legazioni di Romagna e di Ferrara dal xvi al xviii secolo, in A. Berselli, (a cura di), Storia della Emilia Romagna, vol. 2, L’età moderna, University Press Bologna, Bologna 1977, pp. 65-99. Va sottolineato che la legazione comprendeva due territori amministrati in maniera differente: da un lato, la città stessa e i comuni del contado, il cui podestà veniva eletto dal parlamento cittadino di Ferrara; dall’altro, i comuni restanti della provincia, retti dai governatori eletti dalla Consulta. Va precisato comunque che questi governatori non dipendevano direttamente dalla Consulta, bensì dal cardinal nipote che comunicava alla curia romana ciò che avveniva nei governi e che, viceversa, comunicava ai governatori le decisioni del papa. A causa della funzione mediatrice del legato non si può parlare di un tipo "lineare" di governo descritto da Stader, Herrschaft durch Verflechtung, cit., pp. 86-103, a proposito dell’Umbria.

16. Pietro Aldobrandini era diventato legato già al tempo della sua nomina a comandante delle truppe papali l’8 novembre 1597 (cfr. Frizzi, Memorie, cit., p. 6, e Barbiche, La politique de Clément viii, cit., p. 292), ma il vero e proprio incarico di occuparsi degli affari di Ferrara avvenne solamente il 19 gennaio 1598, cioè dopo il contratto con Faenza (cfr. K. Jaitner, Il nepotismo di Papa Clemente viii: il dramma del Cardinale Cinzio Aldobrandini, in "Archivio Storico Italiano", 146, 1988, pp. 57-93). Dopo che il papa ebbe lasciato Ferrara il 27 novembre 1598, il cardinale Francesco Biandrata de’ Conti di San Giorgio, chiamato anche cardinal San Clemente per la sua chiesa titolare, fu nominato "Collegato" e gli venne conferito l’incarico di occuparsi di Ferrara. Cfr. Frizzi, Memorie, cit., p. 36.

17. I privilegi che Clemente viii conferì a Ferrara (e non invece ai governatorati dei territori in pianura, che anch’io, emulando il papa, tralascerò di trattare) sono comparsi in Privilegia summorum Pontificum Constitutiones, indulta et decreta, urbi Ferrariae concessa, vol. i, 1598-1632, apud Franciscum Succum, Ferrara, s. a.

18. Il Breve, quo concedit civitati Ferrariae retinere posse Oratorem apud Pontificem & in Romana Curia porta la data del 1° marzo 1599 e si trova in Privilegia, cit., p. 44 ss.

19. La Approbatio, & Confirmatio exemplorum, & exemptionum, & immunitatum varij generis. Quas Ducem olim EstensesEcclesijs, Monasterijs, Locis pijs, Nobilibus, alijsq. Civibus privatis concesserunt, con la data del 24 ottobre 1598 è apparsa in Privilegia, cit., pp. 39-43. La costituzione cittadina del 15 giugno 1598, comunemente chiamata Bolla Centumviralis, si trova in diverse edizioni: cfr.ivi, pp. 1-16, con il titolo Ferrariae civitatis recte administrandae ratio. A sanctissimo Clemente viii, Pont. Max. sapientissime instituta. Una versione in volgare abbastanza fedele è presentata dal Roddi, Annali di Ferrara, cit., vol. 3, ff. 882v-888r. I membri del Gran consiglio centumvirale, che inizialmente erano 100, erano suddivisi in tre ordini: il primo con 27 nobili eletti dal papa, il secondo con 55 cittadini eletti ogni tre anni su suggerimento dei consiglieri dal Gran consiglio, e il terzo ordine, con 18 artisti che venivano nominati ogni tre anni dalle sei più importanti corporazioni delle arti. Malgrado questo apparente equilibrio numerico, non c’è dubbio sulla dominanza della vecchia élite cittadina. Si consideri il caso del Giudice de’ Savi: egli presiedeva ai dieci savi nominati ogni anno che aiutavano il magistrato eletto dal Gran consiglio centumvirale – il magistrato era l’organo esecutivo della politica cittadina. Il Giudice de’ Savi era sempre un membro del primo ordine. Anche l’ambasciatore nominato dal magistrato apparteneva alla nobiltà cittadina. Il primo ordine nel 1619 contava, grazie alla nomina papale di "aggiunti", ben 50 membri che, a differenza degli altri consiglieri, non cambiavano ogni triennio, ma venivano riconfermati dal papa nelle loro cariche e potevano addirittura trasmetterle agli eredi.

20. Le seguenti considerazioni sul sistema tributario comunale e statale a Ferrara, così come la distribuzione, la somma e l’utilizzo dei prelievi fiscali si basano sulle fonti dirette d’archivio che non possono essere in questa sede discusse singolarmente; si rinvia quindi a Emich, Integrationsprozesse, cit., cap. 4. 1.

21. Si veda il giudizio di A. Caracciolo in M. Caravale, A. Caracciolo, Lo stato pontificio da Martino v a Pio ix, utet, Torino 1978, pp. 393 e 448, così come E. Stumpo, Il capitale finanziario a Roma fra Cinque e Seicento. Contributo alla storia della fiscalità pontificia in età moderna (1570-1660), Giuffré, Milano 1985, pp. 44 s.

22. Cfr. J.-F. Dubost, Absolutisme et centralisation en Languedoc au xviie siècle (1620-1690), in "Revue d’histoire moderne et contemporaine" 37, 1990, pp. 369-97.

23. Si veda a questo proposito l’eccellente lavoro pionieristico di William Beik, Absolutism and Society in Seventeeth-Century France. State Power and Provincial Aristocracy in Languedoc, Cambridge University Press, Cambridge 1985.

24. Cfr. S. Kettering, Patrons, Brokers, and Clients in Seventeenth-Century France, Oxford University Press, Oxford 1986, e inoltre il contributo di W. Reinhard nel presente fascicolo.

25. Grazie al lavoro già concluso di Ingo Stader su Perugia e di Nicole Reinhardt su Bologna (v. nota 9), che sono stati svolti sotto la guida di Wolfgang Reinhard nell’ambito di un suo progetto di ricerca sul pontificato di Paolo v, si può delineare un quadro differenziato sullo Stato della Chiesa: i Perugini che si offrirono di buon grado di diventare clienti della famiglia papale non erano più necessari a fini governativi in una provincia già amministrativamente ben controllata e inglobata, i senatori bolognesi che avrebbero potuto rendere buoni servigi al dominio dei Borghese in un Senato spesso renitente, in gran parte non erano interessati ad intrattenere rapporti di clientela. Tuttavia, nelle due province sia il reclutamento di personale papale che la nomina di cariche da parte di organi locali avvenivano secondo le regole di conoscenze personali, sistema che, per il potere papale si rivelò di grande importanza, seppur indirettamente.

26. Biandrata era stato promosso da Clemente viii al rango di cardinale il 5 giugno 1596 (cfr. hc iv, p. 5). Dato che il papa si mantenne fino alla fine fedele al proprio Collegato fino alla morte di questo, il 16 luglio 1605, Biandrata deve aver ben servito le intenzioni del proprio "creatore".

27. A proposito della promozione a cardinale di Bonifazio Bevilacqua il 3 marzo 1599 cfr. hc iv, p. 5. Che si fosse trattato di un baratto – un tradimento in cambio del cappello da cardinale – è dimostrato da una specie di dossier dal titolo Promesse et Richiesteper levarse dalla parte del Duca di Ferrara et venir à quella della Chiesa, in fb iii 119 d, fogli non numerati e s. a., così come anche dal carteggio di Pietro Aldobrandini che cita i Bevilacqua e la loro politica fino alla rinuncia di Cesare d’Este a Ferrara, cfr. fb iii 11; cp, 298, 315; ss Fe 1,92, 117, 213v, 236, 255. Informazioni particolareggiate sui fratelli Bonifazio, Luigi e Alfonso Bevilacqua come anche sui loro privilegi si trovano in A. Frizzi, Memorie storiche della nobile famiglia Bevilacqua, Parma 1779, p. 145-63. I loro privilegi – un Breve decretò che nel 1601 poterono entrar a far parte della famiglia Aldobrandini e di conseguenza usare il loro stemma – sono descritti in Onori, e Privilegi della Famiglia Bevilacqua (mf 399, 37).

28. Tra gli 11 "aggiunti", che Clemente viii "aggiunse" ai 27 membri nobili della prima classe del Consiglio cittadino ferrarese se ne trovano tre (Luigi Ariosti, Annibale Castelli, Giovan Battista Giraldi) che, al dire di Frizzi, Memorie storiche della nobile famiglia Bevilacqua, cit., pp. 155-63, potevano vantare una stretta parentela con un membro della corte del cardinal Bonifazio Bevilacqua. Ulteriori connessioni fra le famiglie degli "aggiunti" e quella dei Bevilacqua sono facili da determinare.

29. Termine usato nel senso usato da Kettering in Patrons, Brokers, and Clients, cit.

30. Appartenevano alla fazione dei Bevilacqua che venivano rappresentati nel Gran consiglio centumvirale dal marchese Luigi, uno dei fratelli del cardinale, Scipione Giglioli e Luigi Montecuccoli che ambedue presiedettero la magistratura per due anni. Un altro membro della famiglia Giglioli, il fratello di Scipione, Girolamo, rappresentò presso la curia la città di Ferrara durante l’intero arco del pontificato Aldobrandini. Non solo Girolamo Giglioli, che il marchese Luigi Bentivoglio tentò invano di osteggiare nel 1607, perchè era egli stesso interessato all’incarico di ambasciatore presso il papa (cfr. reg c, 175v-177v), ma anche l’agente della città incaricato di aiutare il diplomatico, erano al servizio dei Bevilacqua, come anche nei primi anni del pontificato di Paolo v. Durante una disputa a proposito di un mulino di Enzo Bentivoglio, il suo agente nel 1607 gli riferì che l’origine della disputa "sono il Signore Cardinale Bevilacqua e l’Agente di Ferrara" (abent corr 9, 42, 38). Quello che l’agente aggiunse a proposito dei motivi di Bevilacqua dimostra chiaramente che si tratta di un conflitto fra chi reggeva fino ad allora le fila delle vicende di Ferrara e il suo successore in questo ruolo: "Mi è stato riferito ch’il Signore Cardinale fu il personaggio che ha opinione che V. S. Ill.ma sia quella che impedisce ch’il Marchese suo fratello non sia elletto Ambasciatore per la Città di Ferrara [...] ma la causa principale credo che sia perché non vorrà vederla di tanta autorità, ne così amato in cotesta Città" (ivi, p. 39).

31. Cfr. W. Reinhard, Papal Power and Family Strategy in the Sixteenth and Seventeenth Centuries, in R. G. Asch, A. M. Birke (eds.), Princes, Patronage, and the Nobility. The Court at the Beginning of the Modern Age c. 1450-1650, Oxford University Press, Oxford 1991, pp. 329-56.

32. In effetti il cardinal Bevilacqua come anche il secondo dei cardinali nominati da Clemente viii – Carlo Emanuele Pio (cfr. hc iv, p. 8) – si trovavano ancora nel conclave all’interno della fazione degli Aldobrandini dopo la morte di Paolo v. Cfr. Pastor, Geschichte der Päpste, cit., vol. 13, 1, p. 28.

33. Dato che Biandrata morì a Lucca nel luglio 1605, dove si trovava in cura, la grave malattia del Collegato dovrebbe essere la causa per la nomina di Orazio Spinola a vicelegato il 26 giugno 1605 (cfr. il suo decreto che i Ferraresi registrarono nei loro protocolli del Consiglio: reg c, 31). L’attività dello Spinola come vicelegato a Bologna è documentata dal suo carteggio dei mesi della lite attorno alla città di Ferrara, cfr. ss Fe 1, 213s., 219, 253; fb iii 61 c1, 117, 126, 127. Che i rappresentanti dei legati assenti venissero nominati piuttosto dal papa che dal loro immediato superiore, lo prova l’invio di Camillo Borghese a Bologna. Fu ufficialmente Montalto, allora cardinale legato in carica, a nominare nel 1588 il futuro Paolo v 1588 vicelegato, ma di fatto fu Sisto v a sceglierlo. Cfr. a questo proposito W. Reinhard, Ämterlaufnahn und Familienstatus. Der Aufstieg des Hauses Borghese 1537-1621, in "Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken", 54 (1974), pp. 328-427.

34. Il funzionamento viene esemplificato in esteso in Emich, Bürokratie und Nepotismus, cit., cap. ii, 1, b.

35. A proposito dell’allontanamento dell’Aldobrandini, che aveva litigato con il Borghese già nel dicembre 1605, cfr. Pastor, Geschichte der Päpste, cit., vol. 12, p. 44.

36. A proposito della promozione di Spinola a cardinale l’11 settembre 1606 v. hc iv, p. 9, per quanto concerne la sua nomina a legato di Ferrara il 25 settembre 1606 v. ss Ppi 155, 425; ss Fe 238, 110vf.; fb ii 322, 211. Le sue facoltà risalgono alla medesima data e si trovano in sec brev 593, 291-298r e 236-242r.

37. Per la promozione di Scipione a cardinale il 18 luglio 1605 cfr. hc iv, p. 9. La Deputatio in superintendentem generalem omnium negotiorum status ecclesiastici cum facultatibus di Borghese del 10 settembre 1605 si trova in sec brev 399, 384-389 (cfr. anche Laurain-Portemer, Absolutisme et népotisme. La surintendance de l’État ecclesiastique, in Bibliothèque de l’École de Chartes, 131 [1973], p. 487-568). Cfr. Reinhard, Ämterlaufbahn, p. 394 per quanto riguarda la chiamata di Borghese nella Consulta. A proposito delle sue facoltà nella Congregazione del Buon Governo vedi Laurain, Portemer, Absolutisme et népotisme, cit., p. 512. Dal 3 settembre 1605 in poi Borghese sottoscrisse anche la corrispondenza della Segreteria di Stato, che decretò così la sua presa di potere nominale (cfr. J. Semmler, Das päpstliche Staatssekretariat in den Pontifikaten Pauls v und Gregors xv (1605-1623), Roma 1969, pp. 52 s. e Emich, Bürokratie und Nepotismus, cit., cap. ii, 1, a.

38. Il nesso fra l’elezione del capo della suprema magistratura giudiziaria nel giugno 1607 e dell’ambasciatore nel febbraio 1608 è stato reso con acutezza da un contemporaneo: "non per altro fu eletto Battista Muzarello alla carica di Giudice se non perché il Bentivoglio riuscisse Ambasciatore" (Rondoni, Cronaca, cit., 244). L’influenza di Enzo Bentivoglio nel dirigere la scelta del personale ferrarese nel proprio interesse e in quello del nipote è ampiamente trattata in Emich, Integrationsprozesse, cit., cap. 5. Perciò in questa sede vorrei limitarmi a una citazione che illustra non solo gli stretti legami tra Enzo e la famiglia Borghese e anche la disponibilità di quest’ultimo ad aiutare il Bentivoglio, ma altresì in quale difficoltà versasse Bevilacqua, cliente degli Aldobrandini al tempo di Paolo v. Quando nel 1612 pervenne alla curia papale il memoriale rivolto contro gli interessi dei Bentivoglio, il papa rassicurò il proprio cliente "ch’essendo farina di Bevilacqua e degl’adherenti non può produrre altr’effetto", cioè non avrebbe nessun effetto negativo su Bevilacqua (abent corr 10, 68, 195).

39. Per quanto riguarda i privilegi e gli aiuti ad Enzo Bentivoglio, v. infra. Guido divenne nunzio in Fiandra nel 1607, e in seguito nunzio in Francia, e l’11 gennaio 1621 cardinale. Cfr. in proposito A. Merola, Guido Bentivoglio, in "Dizionario Biografico degli Italiani", 8, Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma, 1966, pp. 634-8 e hc iv, p. 14.

40. Anche Reinhard nel suo contributo in questo volume accenna alle attività di Guido nel commercio di oggetti d’arte. La fedeltà del cardinal Bentivoglio alla fazione dei Borghese durante i due conclavi ai quali assisté Scipione Borghese per adempiere ai propri doveri clientelari che, in genere, si risolvevano con una promozione alla fine del pontificato, è descritta in Pastor, Geschichte der Päpste, cit., vol. 13, 1, pp. 28 e 228.

41. La concezione che Enzo aveva della funzione di un ambasciatore è espressa chiaramente nella sua lettera del 13 agosto 1611. Riferendosi a una raccomandazione che il cardinal nipote aveva espresso in merito a una carica da ricoprire, egli scrisse al magistrato: "Non posso non replicare a V.V. S.S. Ill.me e porre loro in consideratione il gusto del Signore Cardinale". (ca 138, 622v). Il 23 novembre 1616 il cardinal Borghese, nato Scipione Caffarelli, raccomandò il proprio giovane parente Fausto Caffarelli al legato ferrarese (fb ii 416, 174), il quale gli consigliò di scrivere al magistrato e al suo capo (fb iii 8 b, 219 s.). Il cardinal Borghese lo fece (fb ii 416, 226 s.), ma chiese aiuto anche a Enzo Bentivoglio (ivi, 241). Dato che il magistrato diede il prorio assenso il 16 dicembre 1616 (reg. d, 339-341), Borghese potè scrivere le lettere di ringraziamento il 28 dicembre 1616. Prima di tutto al magistrato (cc 156, 583) e poi ad Enzo, al quale comunicò solo la propria intenzione "ch’ella [...] habbia havuto grandissima parte con l’efficacia delle pratiche, le quali havrà mosse per corrispondere all’affetto, che sempre suol mostrar nelle cose che sà che mi premono" (abent corr 10, 78, 132).

42. Per maggiori dettagli e dimostrazioni cfr. Emich, Integrationsprozesse, cit., cap. 3.

43. In occasione di dispute nella politica delle acque il magistrato scriveva anche ai cardinali della Congregazione, al loro segretario e ai Ferraresi presenti a Roma. Per quanto riguarda le lettere, le strategie argomentative delle parti interessate e il loro successo cfr. Emich, Integrationsprozesse, cit., cap. 3. 2.

44. Dato che Borghese era anche prefetto della Congregazione delle Acque, le lettere indirizzategli dai Ferraresi corrispondevano veramente ad una idea amministrativa di tipo moderno. Resta da vedere se la città di Ferrara iniziò a rivolgersi a Scipione Borghese solo dal giorno in cui divenne prefetto o già prima.

45. Sul ruolo nominale e reale del cardinal nipote nelle congregazioni cfr. Emich, Bürokratie und Nepotismus, cit., cap. iii, 1.

46. Sulle diverse funzioni del cardinal nipote e i rispettivi livelli di corrispondenza, il suo disbrigo, gli uffici e il personale preposti e l’impegno del cardinale cfr. Emich, Bürokratie und Nepotismus, cit. Vorrei qui sottolineare che le lettere del cardinal nipote indirizzate alla città di Ferrara riguardo la politica delle acque, con molta probabilità, sono state compilate dal segretario della Congregazione. Le considerazioni che seguono a proposito della corrispondenza privata e pubblica del Borghese e del disbrigo della medesima nei diversi uffici valgono perciò solo per la sua corrispondenza con il legato di Ferrara. Come verrà dimostrato in seguito, quello che emerge da questa corrispondenza è evidenziato anche nel carteggio tra il Borghese e la città.

47. Spinola a Scipione Borghese, 15 aprile 1609, fb ii 318, 157 v.

48. Spinola a Scipione Borghese, 15 novembre 1608, fb ii 320, 135.

49. Ambedue le problematiche sono espresse molto bene in una lettera dello Spinola al Borghese del 15 aprile 1609. Al dire dello Spinola "non conviene essasperare questi popoli, i quali oltre che sono nuovi, meritano anche molto per la bontà et obedienza loro". Perciò egli consigliava di non procedere ad alcun provvedimento che fosse indirizzato "à privar in poco tempo l’entrata delle Valli di Comacchio alla Camera Apostolica [...] con haversi irritati gl’animi degl’habitanti" (fb ii 318, 157v).

50. "Sua Beatitudine ricorda et incarica molto à V. S. Ill.ma che si faccia in modo et proveda di maniera che nelle piene che veranno non habbiano da entrare altre acque nelle Valli di Comacchio perché saria la total rovina di esse con danno notabile della Camera Apostolica" (Borghese al presidente Caetano, 31 dicembre 1608, ss Bo 185, 171).

51. Così Borghese chiese a Spinola il 29 luglio 1606 di "assicurare che l’intentione di Sua Santità è volta solo al servitio publico, et non vuole il danno di nissuno et massime di cotesta Città" (fb ii 364, 80v). Il 28 maggio 1608 Spinola scrisse al Borghese che egli aveva calmato i Ferraresi con le rassicurazioni di cui sopra (fb ii 39, 161).

52. Indicare il papa come padre comune era normale anche per i Ferraresi, come dimostra la lettera del magistrato diretta all’ambasciatore (3 febbraio 1621). A proposito del conclave dopo la morte di Paolo v vi si dice del cardinale bolognese Ludovisi: "e fatto che fosse Papa divenisse padre di tutti" (ca 12, 23v). Era però solo un discorso teorico e i Ferraresi lo sapevano! Così, rispetto alle possibili conseguenze per la politica delle acque in seguito all’eventuale elezione del Ludovisi, scrissero: "tuttavia l’amor della patria, che mai non si perde, e la sollicitudine de’ Bolognesi ci durebbono un gran che fare a diffenderci" (ibid.).

53. Le formule di saluto e il modo di rivolgersi al papa sono presenti in tutte le lettere indirizzate dalla città di Ferrara a Paolo v. Cfr. gli originali in fb i 513, 62; e 53, 17, 20, 42, 45; fb iii 60 fg, 323, 336, 341.

54. In una lettera del gennaio 1606 il rappresentante della città fece notare al papa il "danno di Nostro Signore perdendosi il Pollesine per rispetto delle Gabelle" (28 gennaio 1606, ca 139, 560). Già nel dicembre 1605 l’ambasciatore spiegava a Paolo v che i danni alle "Valli di Comacchio" fossero "interesse particolare di Sua Santità" (ca 4, 246 v).

55. Così il magistrato pregò Paolo v in una missiva del 24 gennaio 1610 "a degnar, almeno per pietà, di poner ora in qualche modo l’ultima mano a questo negozio, acciò una volta s’esca [...] di tanti danni, e dispendi infruttuosi" (cp 171, a, 37).

56. Ferrara all’ambasciatore, 11 gennaio 1606, ca 4, 260 v.

57. Spinola a Borghese, 17 giugno 1606, fb ii 322, 51.

58. Quando i Ferraresi insistettero sull’uso del legno per la costruzione di due dighe, per esser sicuri che queste sarebbero state rimosse al più presto, Paolo v diede ordine "che le due [chiaviche] disegnate à S. Nicolo, et à Consandolo si faccino di legno per tanto più assicurar li Ferraresi che debbano riserrarsi finita la bonificatione ancorche per servitio di lor medesimi Sua Santità giudichi fosse meglio di farle di pietra, perche l’impeto dell’acque non faccia rottura" (Borghese a Spinola, 10 giugno 1606, fb ii 364, 50).

59. Il 27 maggio 1606 l’ambasciatore, dopo le domande del papa sulla situazione nella zona di confine della sua città, aveva consigliato ai Ferraresi di fornire a Paolo v regolarmente delle informazioni "per mostrare alla Santità Sua la vigilanza, et il zelo di lor Signori nel servizio della Santa Sede, e di Sua Beatitudine medesima" (ca 4, 406 v). Questa missiva ottenne la risposta citata nel testo del 3 giugno 1606 (ivi, 420v).

60. Il 19 luglio 1606 il magistrato doveva pregare l’ambasciatore di difendere presso i "padroni" la città contro il seguente rimprovero: "La novella levata da medesimi Bolognesi contro di noi ciò è che noi valendoci della congiuntura de rumori di Vinezia diciamo francamente di non voler chiaviche a S. Niccolò, è senza fallo altrettanto temeraria, ed importuna, quanto apertamente è mendace" (Ferrara all’ambasciatore, ca 4, 516v).

61. Sulla bonifica generale nella seconda metà del xviii secolo e i tentativi di risolvere finalmente i vecchi problemi, rimando a M. C. Crisafulli, Il Cardinale Boncompagni e la bonifica in Emilia Romagna, in "Clio" 21 (1985), pp. 395-419.

62. Borghese scrisse la lettera del 10 giugno 1606 "a nome di Nostro Signore", già dal tono severo, come notarono i Ferraresi sul retro. Il nipote, incaricato da Paolo v, comunicava che rimanevano valide "tutte quelle provissioni, che stima di essere utile à cotesta Città, così e necessario ch’elle vadano facilitando di costà l’essecutione di quelche si è risoluto per servitio universale, com’io m’assicuro, che faranno" (cc 156, 73). Suona simile il "consiglio" che il Borghese diede ai Ferraresi scontenti della politica delle acque a nome di Paolo v il 16 agosto 1606: "sarà bene che deponghino ogni disgusto che n’habbino" (ivi, 91).

63. Il 13 agosto l’ambasciatore venne lodato dal magistrato con le seguenti parole: "Ha fatto prudentemente a supplicare la Santità Sua, di poter conferire i negoci col Signore Cardinale Nipote, non potendo essere senon d’utile, e riputazione" (ca 4, 131).

64. L’unica eccezione risale al periodo immediatamente prima della nomina del Borghese a prefetto: "La nostra Città, che vede uscir dalla Sacra Congregatione sopra il negotio della bonificatione tutte le determinationi a suo danno e ruvina, si duole e gride infino al cielo" (lettera di Ferrara a Borghese, s.d., ma del 7 giugno 1606, cc 156, 49). Che queste lamentele non potessero venir espresse contro una Congregazione presieduta dal nipote – e in effetti non vennero espresse dopo il luglio 1606 – è la ragione per la quale il nipote ebbe tutte quelle cariche: era il suo stesso nome a difendere la Congregazione e con lei l’intera politica delle acque portata avanti da Roma dalla critica dei sudditi. Cfr. Emich, Bürokratie und Nepotismus, cit., cap. iii, 1, a.

65. L’ambasciatore Manfredi il 20 febbraio 1620 riferisce al proprio magistrato dello svolgimento dell’udienza papale: "Diede anche parte di tutto questo al Signore Cardinale Borghese, presentandogli il memoriale, [...] e ciò mi parve di fare, [...] perché tale è il costume di tutti gli Ambasciatori in qualsivoglia negozio" (ca 9, 508).

66. Lettere "doppie" di questo tipo si trovano soprattutto nelle Suppliche al Papa in cp 171, a, 23 s., 36, 37, 39 s., 41 s., 47 s., 61.

67. Già nel gennaio 1606 la città pregò il cardinale "a volerci essere in cosa tanto importante clementissimo protettore, e ad intercedere da Nostro Signore favorita spedizione alla nostra giustissima instanza" (s.d., ma databile nel gennaio 1606, cc 156, 30). Ciò venne ripetuto quasi letteralmente anche nella lettera del settembre 1606 (ivi, 105). Dell’aprile 1609 è la preghiera di "intercessione" e "protezione" recata dall’ambasciatore speciale Luigi Montecuccoli (cp 171, a, 36v).

68. Dopo la protesta del 7 giugno 1606 sulla Congregazione delle Acque la città continuò: "Noi non possiamo aiutarla [la Città, n.d.a.] né consolarla in altra guisa più opportunamente che con il far constare alla somma pietà, e clemenza di Nostro Signore li torti intollerabili, che ci vengono fatti, e col far ricorso alla potente protezione di V. S. Ill.ma in lei sola come nostro unico e principalissimo protettore confidando tanto la nostra afflita patria, quanto in alcun’altro Signore si facesse mai" (cc 156, 49). L’ultima frase era forse un attacco contro il cardinale Aldobrandini che, proprio in quei giorni, era partito per Ravenna ed era forse destinato a mostrare la vittoria del nuovo cardinal nepote sul predecessore per assicurarsi la fedeltà dei Ferraresi?

69. Il 28 luglio 1607 Borghese rassicura la città di Ferrara che Paolo v "haverà quella consideratione che conviene, et io farò sempre ogni amorevole offitio appresso Sua Santità" (cc 156, 133).

70. La formula di saluto qui citata viene apposta in calce ad ogni lettera che ha come destinatario il cardinale padrone. Cfr. ad esempio gli originali in fb i 652, 283; fb iii 50 a2, 167; fb iii 59 b, 174; fb iii 60 fg, 343; fb iv 226, 7; e 53, 34, 36, 40. Le minute di queste lettere si trovano in cc 156.

71. Per esempio, il rappresentante della città già il 13 maggio 1606 aveva scritto a Ferrara: (ca 139, 652): "Di tutto s’informò al solito il Signore Cardinale Borghesi, et al solito s’implorò la sua protettione. Il che S. S. Ill.ma benignamente ci promessi".

72. Il 18 gennaio 1606 il magistrato scrive a Borghese che non ci si sarebbe potuta aspettare nessun’altra e migliore decisione "dalla somma giustizia di Sua Beatitudine", ma poi continua "Et si come la riconosciamo principalmente dall’intercessione di V. S. Ill.ma", gli si volevano porgere "umilissime grazie" (cc 156, 37).

73. Questa autorappresentazione del legato si ritrova in una lettera dello Spinola a Borghese che porta la data del 5 settembre 1607: "Mentre Nostro Signore mi fece sua creatura et mi diede questa Legatione mi obligò di maniera che se io spendessi mille vite in servitio suo et di V. S. Ill.ma non arriverei à compire al debito mio" (fb i 958, 444).

74. Per quanto riguarda la corrispondenza fra il Borghese e Spinola cfr. Emich, Bürokratie und Nepotismus, cap. ii, 2, b.

75. Sulla passività del Borghese nell’amministrazione dello Stato vedi ivi, cap. iii.

76. Annibale Manfredi il 19 marzo 1616 scrisse a Ferrara (ca 9, 555r): "Io non ho mai costumato di dar al Signore Cardinale Borghese le copie precise de’ memoriali, che si presentano a Nostro Signore, poiche basta dar parte a S.S. Ill.ma della sostanza della dimanda, che si fa, e supplicarlo a favoreggiarla con Sua Beatitudine, essendoche nella maggior parte de’ negozi, il presentargli i memoriali serve più tosto per segno della dovuta riverenza, che per molto profitto delle cose, che si desiderano da Nostro Signore".

77. Questo episodio del 1612 viene descritto in dettaglio e comprovato in Emich, Bürokratie und Nepotismus, cit., cap. v, 3, b.

78. Questo scrisse Manfredi a Enzo il 18 agosto 1612 sulla reazione del nipote ad una proposta poco convincente dell’ambasciatore. Tuttavia il giorno appresso potè già riferire "che ’l Signore Cardinale Borghese si è attaccato perappunto al mio parere" (abent corr 10, 66, 817, 818).

79. Manfredi nella lettera ad Enzo del 5 settembre 1612: "qua non mancheran querele (al creder mio) di Bolognesi, Ferraresi, et Argentesi: ma indarno gracchieranno, perché il Padrone vuol ch’ella rimanga consolata" (abent corr 10, 67, 91).

80. Il Borghese stesso espresse la tensione il 4 luglio 1612 in una lettera a Enzo Bentivoglio sulla costruzione della diga: "Sà V. S. meglio d’ogni altro, quanta gelosia governi Nostro Signore della bonificatione Universale di cotesti paesi [...] nondimeno per il desiderio che ho d’ogni suo comodo, scrivo con l’alligata al Signore Cardinale Rivarola [il presidente in carica della bonificazione generale, n.d.a.], che però mentre non sia di pregiuditio al publico, le dia quella maggiore sodisfattione che potrà" (abent corr 10, 57, 117r). Che il Borghese non prese sul serio i propri limiti lo dimostra il suo atteggiamento nella disputa sulla diga di Enzo.

81. Lettera di Spinola al Borghese del 12 gennaio 1608, fb ii 39, 14.

82. Innocenzo Massimi, che Spinola alla fine del 1606 aveva nominato vicelegato dietro suggerimento del Borghese (cfr. fb ii 346, 136), molto probabilmente deve la propria nomina ad amministratore delle cose del Borghese a San Bartolo al fatto che era molto legato al cardinal nipote. Lo stesso giorno in cui Spinola scrisse al Massimi una nota di rallegramento per la nomina (12 gennaio 1608) il Vicelegato scrisse a Borghese, che era in procinto "per andare a pigliare il possesso dell’Abbadia di S. Bartolo come V. S. Ill.ma mi commanda, per quest’altro ordinario manderò il detto possesso, e rimanderò il Breve [...] et manderò a V. S. Ill.ma piena informatione d’ogni cosa" (fb iii 43 ab, 133r). Massimi adempì veramente ai suoi tanti incarichi come procuratore dei Borghese (questa è la denominazione che si trova nel contratto sull’affitto di San Bartolo da lui messo in opera con la data del 1 settembre 1609, sec brev 461 tra f. 11 e f. 12) come dimostrano le lettere da lui scritte in proposito. Le lettere in ss Part 5, 20, 26-29, 35, 152, 210; ss Part 6, 12, 63, 174, 225-227, 277 s., 283, 300, 410 s., 548, 573; ss Vesc 1, 160, 279 s.

83. La Facultas capiendi possessionem Monasterii Sancti Bartholomei in territorio Ferrarien. porta la data del 5 gennaio 1608 (sec brev 595, 13s). Secondo W. Reinhard, Papstfinanz und Nepotismus unter Paul v (1605-1621). Studien und Quellen zur Struktur und zu quantitativen Aspekten des päpstlichen Herrschaftssystems, 2 voll., Hiersemann, Stuttgart 1974, p. 88, San Bartolomeo con le sue entrate di 6.100 scudi (1619) apparteneva ai possedimenti più grandi dei Borghese.

84. Quando, nel maggio 1608, fu ordinata per errore l’apertura di una delle chiaviche, la città fece sapere al cardinal nepote quali fossero le conseguenze a cui andava incontro e commentò: "e ben ne sentirebbe V. S. Ill.ma la nuova da suoi Ministri di questa Abbatia di S. Bartolo" (2 maggio 1608, cc 156, 230).

85. Il 3 maggio 1608 il Massimi comunicò a proposito dell’imminente apertura della chiavica che l’ambasciatore responsabile "ha mostrato esser poco informato di questo negotio, et del Danno che apporterebbe à Ferraresi, et farebbe anco grandissimo Danno a V. S. Ill.ma essendo questa Chiavica [...] vicina alla Badia [...]. Ho voluto come suo servitore avertirle il tutto, et aggiungerle anco che saria di grandissimo utile all’Abbadia" di evitare l’apertura della chiavica. Per semplificare aggiunse "che questa è appunto l’instanza che fanno li Ferraresi, che deve essere da V. S. Ill.ma favorita et per il giusto, et per il Danno che riceverebbe la sua Abbadia facendosi altrimenti" (ss Part 5, 20). Che scrisse una cosa simile anche al Borghese lo testimonia la nota della città indirizzata all’ambasciatore l’8 dicembre 1609: "Monsignore Vicelegato per lo interesse dell’Ill.mo Signore Cardinale Borghese per conto dell’Abbacia [...] scrisse allo stesso Signore Cardinale" (ca 137, 842).

86. Quando Borghese l’8 maggio 1608 firmò la propria risposta ai Ferraresi, era già stato tutto risolto: egli aveva mostrato la lettera al papa e questi aveva deciso "di consolarli" e mandare un corriere a Ferrara con l’ordine di fermare tutto (cc 156, 238).

87. Nel dicembre 1609 doveva venir aperta un’altra chiavica e la città di Ferrara si rivolse di nuovo, e con successo, al cardinale Borghese. Questi il 19 dicembre 1609 scrisse alla città una lettera: "Mi fu facile d’ottenere da Nostro Signore l’ordine che le SS. VV. desideravano che non s’innovasse altro intorno alla Chiavica Paolina" (cc 156, 309).

88. Qualche giorno dopo, si aprì per sbaglio una porta della chiavica e Borghese scrisse a Ferrara che questo piccolo incidente faceva già prevedere le conseguenze deleterie che avrebbe avuto un’apertura completa della chiavica: "il che lascia considerar quanto travaglio ha recato a Sua Beatitudine, di me non le ne dirò, perché l’esserci interessato nel Polesine di S. Giorgio quanto verun altro, può assicurarnele, benche certo se questo rispetto particolare non fosse tanto congionto con il publico di cotesta Città non mi alterarebbe punto" (cc 156, 309). Nella sua lettera di risposta al cardinale, il magistrato espresse la speranza di ulteriori successi nella politica delle acque, "non tanto per salute del nostro paese, quanto per compimento di quel gusto, che la bontà di V. S. Ill.ma mostra di ricever del buon esito di si fatti accidenti, e della sollevazione di questo stato". Infine si affrettò a dire: "Assicurando V. S. Ill.ma che a lei particolarmente abbiamo fatto ricorso non per la comunione degl’interessi, ma per esser ella dopo la persona di Nostro Signore nostro principalissimo protettore e padrone" (26 dicembre 1609, ca 137, 890v).

89. Tuttavia era possibile usare gli interessi del cardinal nipote come argomento da presentare ai collaboratori personali del pontefice. Così i Ferraresi si rivolsero all’auditore dell’epoca del Borghese, Domenico Rivarola, per fargli presente quali fossero gli argomenti del loro ambasciatore in materia di politica delle acque e lo pregarono "d’aiutarlo con quella prontezza, con la quale sarà da noi servita sempre, e che ancora si conviene a gl’interessi del Ill.mo Signore Cardinale Borghese" (cc 167, 7,4).

90. Che Scipione Borghese fosse solo nominalmente a capo della Segreteria di Stato e di alcune congregazioni, ma che in pratica facesse svolgere il compito ad altri, si può vedere dalle note che sono apposte a latere della corrispondenza d’ufficio. Cfr. in proposito Emich, Bürokratie und Nepotismus, cit.