Il cardinale Maurizio di Savoia
e la presenza sabauda a Roma
all’inizio del XVII secolo* 

di Tobias Mörschel

1. Piemontesi a Roma

Nel 1605 venne consacrata a Roma la chiesa nazionale dei Piemontesi intitolata al Ss. Sudario1. Se si paragona la modesta silhouette di questo edificio con quella di altre chiese nazionali come S. Luigi dei Francesi, S. Maria dell’Anima o S. Giovanni dei Fiorentini, si affaccia il sospetto che la presenza di sudditi del duca di Savoia nella città papale non si manifestasse nei modi più splendidi. Di Piemontesi che dimoravano come privati nella città eterna si trovano in effetti poche tracce. Personaggi quali Ascanio Vittozzi, che come ingegnere tentò a Roma di tenere sotto controllo l’inondazione del Tevere2, o il musicista Ottavio Ozasco, che volle perfezionare le sue arti in uno dei più importanti centri della musica barocca italiana, costituivano delle eccezioni3. La maggior parte dei Piemontesi venivano, eventualmente, nella capitale del cattolicesimo solo temporaneamente per sistemare interessi privati, per impetrare grazie e dispense o per seguire controversie giudiziarie pendenti presso la Rota. Una volta regolati affari occasionali, se ne ripartivano alla svelta. Anche nei resoconti degli ambasciatori non vi sono cenni a una colonia piemontese a Roma agli inizi del xvii secolo: la assai modesta chiesetta nazionale del Ss. Sudario ne è già un chiaro indizio.

Sul piano ufficiale la presenza del ducato di Savoia si presentava ad un livello nettamente migliore. Le origini dell’ambasciata sabauda non possono essere chiarite con precisione per la deplorevole situazione documentaria. Si può tuttavia verosimilmente ritenere che Antonio Maria di Savoia, signore di Collegno, abbia operato dal 1558 al 1561 come primo ambasciatore stabile di Savoia presso la corte papale. Né può essere una coincidenza che anche Pio iv, proprio in quegli anni, inviasse a Torino per la prima volta un nunzio stabile4. Come i papi a Torino, i duchi di Savoia potevano contare già prima di quest’epoca su diversi agenti a Roma o, all’occorrenza, avevano inviato dei delegati presso la curia per trattative concrete. A una istituzionalizzazione dei rapporti si arrivò tuttavia solo dopo la pace di Cateau Cambrésis del 1559. Se la costruzione di una rete di rapporti diplomatici aveva rappresentato il necessario presupposto per la rifondazione dello stato sabaudo, essa risultò nuovamente indispensabile per la futura esistenza del giovane stato che, schiacciato tra le due superpotenze Francia e Spagna, aveva di che temere per la propria esistenza. Il sistematico stabilirsi di relazioni diplomatiche permanenti era, al contempo, parte integrante del programma di politica estera della "restaurazione sabauda". Nei primi decenni successivi al 1559 le relazioni diplomatiche si concentrarono su Francia, Spagna e Roma. Se ci si basa, come elemento di valutazione, sulla massa di corrispondenza giunta fino a noi, Roma assunse in quegli anni la posizione di maggior spicco. La seguente tabella fornisce il numero dei "mazzi" disponibili attualmente con corrispondenza diplomatica negli archivi di stato di Torino:

 

  1560-1580 1581-1600 1601-1620 1621-1640
Roma
5
12
12
23
Francia
6
10
8
12
Spagna 
2
8
7
8
Venezia
1
2
4
4
Vienna
2
1
2
4

Sulla scorta di tale accertamento empirico non si potrebbero tuttavia tirare conclusioni troppo affrettate sul significato del Papato per la politica estera dei Savoia, anche se ciò riflette indubbiamente il ruolo particolare della platea diplomatica romana. Gli ambasciatori attivi a Roma, oltre a curare le relazioni internazionali con lo Stato della Chiesa, avevano soprattutto il compito di ottenere notizie e informazioni e tenere i contatti con i rappresentanti di altri stati. Fatta eccezione solo per una breve interruzione, un ambasciatore sabaudo si trovava stabilmente alla corte papale e talvolta venivano nominate in questo ruolo personalità straordinariamente eminenti come Filiberto Gherardo Scaglia conte di Verrua (ambasciatore dal 1597 al 1607). Anche se i Fiorentini potevano disporre sulle rive del Tevere di una ben più potente colonia, dal punto di vista protocollare presso la curia l’ambasciatore del duca di Savoia era equiparato al granduca di Toscana.

 

2. Piemontesi presso la curia e nel collegio cardinalizio

A livello delle relazioni ufficiali stabilmente istituzionalizzate, la Savoia era dunque presente presso la curia in egual misura di Firenze e Venezia o dei grandi stati cattolici d’Europa. Se non ci si limita però a prendere in considerazione soltanto i rappresentanti diplomatici, ma si guarda ai Piemontesi al servizio del papa attivi presso la curia, il quadro muta considerevolmente a sfavore del ducato. La composizione della Rota romana fornisce un primo indizio in questo senso: a differenza di Savoia, Milano, Venezia e Firenze possedevano di diritto uno dei dodici uditori ed erano con ciò stabilmente presenti con un giudice "nazionale" nel più alto tribunale civile dello Stato della Chiesa5. Ma non solo nella Rota, bensì nell’intero corpo delle autorità curiali non si incontrano che pochi o talvolta nessun Piemontese. Gradino iniziale della prelatura romana e, quindi, presupposto per una carriera curiale era il referendariato delle Due segnature. Esso presupponeva la prova di un grado di dottore canonico e, al contempo, di un reddito minimo di 1.500 scudi annui. Un rilevamento prosopografico esaustivo di tutti i referendari deve essere ancora effettuato, ma i lavori di Klaus Jaitner6 e Renata Ago7 consentono di gettare uno sguardo, cronologicamente limitato ma molto dettagliato, sulle origini regionali dei referendari e sulla composizione della curia.

Dalla ben documentata ricerca di Jaitner sulla corte di Gregorio xv (1621-23) risulta che dei complessivi 138 refendari presenti in curia durante il pontificato di questo papa, 9 erano originari di Genova, 14 di Milano e 13 della Toscana. Dei 41 referendari entrati in carica negli anni tra il 1621 e il 1623, 3 venivano dal ducato di Savoia8. Del resto, una carriera curiale non era automaticamente legata all’acquisizione del referendariato, come testimoniano questi tre referendari piemontesi. Nessuno di loro riuscì infatti ad ottenere un governo ovvero una vicelegazione nello Stato della Chiesa, per tacere degli altri gradini della carriera che potevano andare da una carica curiale attraverso la consacrazione vescovile fino alla nomina a nunzio o addirittura a cardinale9. Tra i 72 vicelegati e governatori di papa Ludovisi si trovava un solo piemontese10. Neppure uno dei diplomatici pontifici proveniva dal ducato. In questo Gregorio xv si poneva nella tradizione dei suoi predecessori: Paolo v (1605-21) non aveva nominato nunzio alcun piemontese e dei complessivi 63 nunzi, straordinari e legati di Clemente viii (1592-1605), non vi era che un solo suddito del duca di Savoia11. In conclusione, tenendo conto dell’origine di tutti i curiali sotto Gregorio xv, la Savoia appare dunque avere un peso trascurabile: secondo quanto ci si attenderebbe, il numero più alto appartiene allo Stato della Chiesa con oltre il 60%, seguito dalla Toscana con il 14%. Almeno il 7% veniva da Milano e il 4% da Genova. Staccato, segue il ducato di Savoia: solamente l’1,4% di tutti i curiali erano piemontesi12.

Circa 40 anni più tardi non si erano registrate variazioni consistenti. Per gli anni dal 1665 al 1733 Renata Ago fornisce cifre precise sul collegio dei referendari. Il loro numero si aggirava tra le 122 e le 150 unità, di cui la metà proveniva dallo Stato della Chiesa e il resto dagli altri stati italiani. Solo pochi Piemontesi tentavano di fare carriera alla curia: in nessun periodo più di tre di essi si trovavano al servizio del papa, tra il 1713 e il 1721 non se ne trova addirittura alcuno. Un piemontese si riscontra di nuovo nel 1733 nelle liste dei referendari. Completamente diverso è il quadro per il granducato di Toscana, che nel medesimo periodo aveva tra 12 e 24 referendari. Ma il bilancio appare migliore anche per gli stati vicini al ducato: il numero dei Milanesi era compreso tra 9 e 16, quello dei Genovesi oscillava tra 7 e e 1313. Non c’è dunque da meravigliarsi, di fronte a tali cifre, che sia sotto Gregorio xv, sia anche verso la fine del secolo, praticamente nessun piemontese possa essere individuato nell’ambito dei funzionari e delle autorità curiali14.

Nel xvii secolo la carriera curiale di un piemontese rappresentava pertanto l’eccezione, circostanza della quale vale la pena di chiedersi le ragioni. In primo luogo Roma era lontana e, nonostante tutti i passi compiuti verso l’italianizzazione, in quel secolo era la Francia il principale punto di riferimento del ducato, sia dal punto di vista politico che sociale e culturale. Mentre Genova, in quanto piazza finanziaria, godeva di grande rilevanza per lo Stato della Chiesa, che aveva così instaurato con essa numerosi e differenti contatti e comunicazioni, il granducato di Toscana poteva contare a Roma su una rappresentanza influente, non solo grazie alla vicinanza geografica e ai rapporti economici, ma anche grazie ai numerosi papi e cardinali di origine toscana. Questo non era il caso della Savoia: ad essa mancavano innanzitutto le linee di comunicazione (economiche o di parentela) con Roma e facevano altresì difetto le comunicazioni all’interno della città. A questo proposito, non è necessario soffermarsi troppo sulla fondamentale importanza dell’amicizia e del patronage come fattori decisivi di una carriera15. Il patrono più influente a Roma era evidentemente il papa stesso o il suo alter ego, il cardinal nipote. Eletti alla cattedra di Pietro, ai papi stava particolarmente a cuore la promozione della loro famiglia, anche se essi non dimenticavano certo i loro connazionali. Anche nel brevissimo pontificato di Gregorio xv, la curia si riempì subito di Bolognesi16 laddove, nel caso di un papa fiorentino, il numero di Toscani a Roma aumentava velocemente. Accanto al pontefice, importanti patroni erano i cardinali, le cui potenziali influenze, pur se non paragonabili a quelle del papa o di suo nipote, potevano tuttavia essere molto vaste. Senza la protezione di un porporato non c’era da sperare in una carriera curiale. Uno sguardo alla composizione del collegio cardinalizio e all’origine dei papi aiuta a comprendere perché tra i curiali si trovassero così pochi Piemontesi.

Secondo l’analisi di Wolfgang Reinhard, il Piemonte apparteneva a quelle regioni italiane che nel collegio cardinalizio nell’età moderna erano chiaramente sottorappresentate17. Nell’Italia del nord solo Venezia aveva una simile scarsa presenza, che tuttavia viene chiaramente relativizzata se si confronta col numero assoluto dei cardinali. Nel periodo compreso tra Martino iv (1281-85) e Gregorio xvi (1831-46) vennero nominati cardinali solo 28 ecclesiastici piemontesi contro 83 veneziani. Anche Napoli, in proporzione ancora più fortemente sottorappresentata, può tuttavia vantare 111 cardinali. Solo Mantova e Parma-Piacenza, nel panorama regionale del’Italia settentrionale, hanno prodotto meno cardinali del Piemonte: è tuttavia indubbio che, tenendo conto del loro ristretto numero di abitanti, questi stati sono relativamente meglio rappresentati nel collegio cardinalizio. La sola città di Bologna era presente a Roma in questo periodo con 49 porporati, mentre il granducato di Toscana con i suoi 148 cardinali godeva decisamente di un superiore prestigio rispetto al ducato. Ancora più impressionante diviene la superiorità se si guarda all’origine dei papi: dalla sola Firenze provenivano 7 dei 13 papi toscani. Mentre le regioni adiacenti al ducato di Savoia avevano fornito ripetutamente dei papi — sette volte la Lombardia e sei volte la Liguria — il bilancio dello stato alpino è assai magro18: un’unica volta un piemontese salì alla cattedra di Pietro e anche se si trattò dello stesso duca Amedeo viii, ciò non attenua il fatto che egli, con il nome di Felice v (1439-49), figuri nella lista degli antipapi. Dopo la sua volontaria abdicazione, egli venne comunque nominato cardinale e poté così contribuire all’incremento del numero dei cardinali piemontesi. Anche questa doppia carica di Amedeo viii come (anti-)papa e cardinale non altera il dato di fatto che il ducato rappresentava un’autentica terra incognita per il reclutamento della élite dirigente romana.

Anche sotto un altro aspetto Amedeo vii contribuì considerevolmente a migliorare la statistica savoiarda, almeno per essere stato a lungo l’unico Savoia sulla cui testa fu posto un cappello cardinalizio. Dalla metà del xv secolo, e in particolare a partire da Alessandro vi, era divenuta sempre più una consuetudine che le grandi dinastie europee e italiane vedessero elevato alla dignità di cardinale un rappresentante delle loro famiglie, di solito un figlio o un fratello del principe regnante. Questa tendenza toccò la sua acme nei circa cento anni che intercorrono tra Paolo iii (1534-49) e Innocenzo x (1644-55), durante i quali numerosi rappresentanti con nomi illustri arricchirono l’organico del collegio cardinalizio. I re di Polonia e di Portogallo, gli Asburgo o i Borboni — per non menzionare che i più celebri — resero più volte felice la chiesa cattolica con un cardinale proveniente dai ranghi delle loro famiglie. Di gran lunga più spesso le grandi dinastie italiane, come i Medici, i Farnese, i Gonzaga o gli Este, vennero rappresentati nel Sacro Collegio. Avevano un bel volere, i Savoia, ad accampare una netta superiorità in prestigio rispetto alle altre dinastie italiane nel xvii secolo relativamente alla loro origine e discendenza: sulla platea romana essi dovevano lasciare il campo ai loro concorrenti e brillavano per la loro assenza.

3. Bilancio provvisorio

Al tempo di Carlo Emanuele i (1580-1630), il ducato di Savoia era sottorappresentato a Roma da diversi punti di vista. Il modesto numero di Piemontesi nel collegio cardinalizio faceva mancare gli influenti patroni porporati che avrebbero potuto favorire gli interessi e le carriere dei loro connazionali. Di conseguenza, al circoscritto impegno individuale corrispondeva l’assai debole posizione del ducato nella costellazione romana. Tale circostanza d’altra parte non restava senza conseguenze per la promozione degli interessi sabaudi presso la curia. Non si poteva contare infatti su un’estesa rete di relazioni informali e di contatti che consentisse di poter esercitare qualche tipo d’influenza nei processi decisionali. Anche i rapporti internazionali ne risentivano, poiché, nella politica della Savoia, Roma non aveva certo il rilievo di Spagna o Francia, sebbene non mancassero motivi di collaborazione ed occasioni di mostrare benevolenza reciproca. Tutto ciò non riguardava solo gli ambiziosi progetti del duca, come ottenere dal papa la corona regia lungamente agognata, o vedere uno dei suoi antenati elevato agli onori dell’altare. I rapporti romano-sabaudi avevano, di regola, come oggetto questioni di carattere locale. Si doveva per lo più raggiungere un accordo con Roma per l’assegnazione di prebende e di posti ecclesiastici, da parrocchie a cariche inquisitoriali fino a sedi vescovili.

Se i feudi spirituali e papali si integravano nel territorio dello stato sabaudo secondo il desiderio del duca, mentre i confini diocesani e quelli degli ordini provinciali dovevano armonizzarsi con i confini dello stato, questo poteva avvenire solo con l’approvazione del papa. Lo stesso avveniva per l’allentamento intenzionale delle prescrizioni di digiuno, per la divisione delle giurisdizioni spirituali e per il reclutamento del clero piemontese con il sostegno finanziario delle casse dello stato. Nel quadro della progressiva italianizzazione del ducato contava inoltre molto assicurarsi l’appoggio ideale e possibilmente anche materiale dei papi. Era compito degli ambasciatori negoziare a Roma tutte queste richieste, anche se la debole posizione del ducato presso la curia lo rendeva un compito faticoso. Capitò a Carlo Emanuele i l’opportunità di rafforzare la posizione sabauda alla curia con una presenza più massiccia e, di conseguenza, con un’influenza più forte sulle decisioni papali. Di fatto il duca effettuò diversi sforzi particolarmente in due direzioni. Egli mirava, da una parte, a imparentarsi con una delle famiglie papali regnanti, dall’altra a sollecitare la promozione di una famiglia cardinalizia. Entrambi i progetti saranno successivamente perseguiti, con i maggiori sforzi rivolti al cardinalato, impresa nella quale il duca era destinato al successo. Una particolare attenzione venne rivolta alla ricostruzione degli antecedenti storici che avevano portato alla creazione del cardinale di Savoia e, parimenti, all’esame degli effetti che questo cardinalato aveva avuto sulla presenza sabauda a Roma e sui rapporti tra Roma e la Savoia, particolarmente sotto Paolo v. Al contempo, si lavorava al progetto matrimoniale del duca di Savoia.

4. I progetti matrimoniali romani di Carlo Emanuele i

Le nozze della nipote di Clemente viii, Margherita Albobrandini, con il duca di Parma Ranuccio Farnese nel 1600 rappresentavano sicuramente il modello per il piano del duca di Savoia, che mirava a far sposare suo figlio ed erede al trono, Filippo Emanuele, con un’altra nipote del papa. Solo pochi mesi dopo che, all’inizio del 1601, il cardinal nipote di Clemente viii Pietro Aldobrandini aveva negoziato con successo la pace di Lione tra la Francia e la Savoia, Carlo Emanuele i mise in atto il suo progetto. Inviò a Roma un legato speciale per condurre le trattative matrimoniali insieme con l’ambasciatore sabaudo conte di Verrua. Non ci è noto quale delle figlie di Giovanfrancesco Aldobrandini si augurasse Carlo Emanuele i di avere come nuora, ma siamo a conoscenza della dote che Clemente viii avrebbe dovuto pagare per sua nipote: il duca chiedeva al papa il conferimento alla casa Savoia della dignità reale, l’investitura (infeudazione) di Avignone, l’accordo e il benevolo sostegno all’occupazione di Ginevra e, da ultimo, il generalato nel caso di una futura lega contro i Turchi19. Clemente viii non era tuttavia disposto ad acquisire la parentela con la casa Savoia a un prezzo così alto, sicché la missione del legato speciale fu inutile.

Carlo Emanuele i riprese più volte l’idea di un legame matrimoniale con una famiglia papale al potere, per cui egli incalzò sempre più i pontefici con le sue richieste. Nel 1605 disegnò nel suo testamento politico uno scenario simile a quello del 1601. Uno dei suoi figli avrebbe dovuto sposare un nipote o una nipote del papa Paolo v, in particolare, pensava all’ultimogenito Tommaso. Oggetto della dote non era più Avignone ma Ferrara, entrata a far parte dello Stato della Chiesa nel 1598. Inoltre veniva rinnovata la richiesta della dignità reale e l’appoggio papale all’occupazione di Ginevra20. Il progetto tuttavia non venne ulteriormente perseguito dal duca, che, dal 1610, rivolse i suoi sforzi a cercare di stabilire un vincolo matrimoniale con i Borghese, proponendo di maritare la propria figlia Catarina con il primogenito dei Borghese, Marcantonio21. A Roma la reazione fu di respingere tale proposta e il cardinal nipote Scipione Borghese invitò l’ambasciatore di Savoia a riflettere sul fatto che la

modestia del papa che, riconoscendo la sproportione delle case et famiglie, non le pareva conveniente d’entrar in questa prosuntione. Secondo la tenera età del giovine che non consente all’esecutione, terzo la gagliarda et robusta natura di S. S.tà che la promette ancora qualche anno di vita et da speranza d’haver tempo. Quarto e quel che più importa la proposta dell’alienatione di Ferrara che (rispetto al pericolo nel qual metteva il cardinale Borghese dopo la morte del papa, come uno di quei casi ne quali si punisce l’affetto ancor che non sia seguito l’effetto) fu sentito tanto come che sotto titolo di parentela si pensasse sin adesso attaciar la sua rovina che a fatto se ne licentiò la pratica22.

La giovane età di Marcantonio, proprio come la presunta modestia del papa, era accampata soltanto perché i Borghese, per la sposa dell’erede della loro famiglia, avevano intenzione di puntare molto in alto: si mirava infatti al matrimonio con una figlia naturale di Enrico iv o con una delle figlie del granduca di Toscana. Circa un anno dopo l’offerta dei Savoia, Marcantonio era già fidanzato con Camilla Orsini, figlia minore del duca di Bracciano23.

Ulteriori sforzi per contrarre un matrimonio con i Borghese non vennero più effettuati da parte dei Savoia. Poco dopo che Gregorio xv successe nel 1621 a Paolo v, Carlo Emanuele i si rimise nuovamente in azione proponendo a sua figlia Isabella, duchessa di Modena, di far fidanzare la figlia con l’undicenne nipote di papa Ludovisi. La salute cagionevole di Gregorio xv costituiva, agli occhi del duca, il motivo principale per tale unione. Poiché il papa poneva come condizione il raggiungimento della maggiore età da parte degli sposi, le nozze equivalevano ad un’unione morganatica: il presunto fidanzato non si si trovava infatti in "quello stato che merita vostra figlia", come diede ad intendere il duca a sua figlia24. Solo il parentado con una famiglia papale al potere interessava al duca di Savoia e certo un ruolo primario giocava in questo l’orgoglio aristocratico: se l’antichissima, alta nobiltà dei Savoia, da sempre fieri di esibire le loro origini e la stretta parentela con molte famiglie reali e principesche d’Europa25, era già pronta ad allacciare un legame di parentela con una famiglia papale di recente affermazione, ciò rappresentava un disegno destinato a maturare con la morte del pontefice. Le richieste di Carlo Emanuele mostrano quanto poco i vari progetti matrimoniali da parte sabauda fossero animati dalla volontà di accrescere il prestigio, e quanto piuttosto si radicassero nella speranza di ulteriori concessioni da parte del leader di quella famiglia, con la quale ci si voleva imparentare. Solo se al vertice della nobiltà nepotistica vi fosse stato un pontefice regnante, si sarebbero potuti avere dal legame i vantaggi desiderati, cioè continuare a sperare nel conseguimento della dignità regale o nell’investitura di una parte dello Stato della Chiesa.

Dopo che né gli Aldobrandini né i Borghese né i Ludovisi si erano dimostrati disposti ad aprirsi alle condizioni poste dal duca, quest’ultimo si dispose a più ampie concessioni nei confronti dei Barberini, allorché lanciò la proposta di un matrimonio tra una delle sue figlie e il nipote di Urbano viii: "Noi le daressimo in dote il principato d’Oneglia, riservandoci di esso il supremo dominio, et N. S. ci potrebbe rimettere le ragioni che egli ha sovra il prencipato di Messerano e Crevacore"26. Entrambe le località menzionate erano feudi papali nel Piemonte orientale che già da tempo Carlo Emanuele i aveva meditato, senza successo, di includere nel suo stato. Inoltre il duca sollecitava l’accordo di Urbano viii per ottenere il feudo spirituale della diocesi di Asti27, fino ad allora sempre precluso dal veto papale. Per quanto gli obiettivi perseguiti attraverso questa unione fossero certo limitati in confronto agli scopi che ci si era precendentemente prefissi, non si giunse ad alcun legame matrimoniale neanche tra i Savoia e i Barberini.

Il fatto che, malgrado i ripetuti sforzi, nessuno di questi progetti giungesse a buon fine, si dovette in parte anche alle esagerate pretese avanzate dal duca. Anche l’opzione romana aveva sempre rappresentato solo una possibile variante nei numerosi e tra loro paralleli progetti intrapresi da Carlo Emanuele i per far sposare i propri figli. Oltre a ciò, egli non ricercò mai un eventuale legame con una famiglia papale al potere con particolare determinazione, mentre, al contrario, l’energia e la caparbietà con la quale egli condusse analoghe trattative con la casa reale inglese degli Stuart dimostrano che per lui Roma fu sempre soltanto la seconda scelta28. Va infine considerata la circostanza che, viste le peculiarità della monarchia elettiva di Roma — ogni elezione di un nuovo pontefice significava al tempo stesso un cambio di dinastia — i vantaggi che ci si poteva attendere dall’imparentarsi con una famiglia papale erano, quindi, solo temporanei. Se gli interessi dei Savoia a Roma avessero voluto trovare un sostegno durevole, sarebbe stato necessario seguire un’altra strada: potenziare la presenza sabauda nella curia, cioè nel collegio cardinalizio.

5. Promozione di un cardinale di famiglia

Anche Carlo Emanuele i doveva essere giunto a tale valutazione, se nel 1606 scriveva nel suo testamento politico:

E perché i papi non durano molto, conviene stabilir anco le cose di Roma con un cardinale di questa casa; e per questo conviene che Maurizio mio figlio quartogenito sia cardinale, come presto se ne supplicherà il papa, per poter in Roma con la fazione del S. cardinale Aldobrandino, che si mostra ora tanto mio, ed altri signori cardinali miei amici, aver sempre la più gagliarda parte nel pontificato. Così si verrà sempre a tener quest’appoggio tanto importante e necessario per il bene, grandezza e quiete del prencipe [Vittorio Amedeo] e di questi stati e confirmazion de privilegi29.

La porpora cardinalizia per suo figlio quartogenito Maurizio appariva al duca la via maestra per migliorare qualitativamente la presenza e l’influenza dei Savoia presso la curia. Una tale intenzione poté essere seriamente presa in considerazione per la prima volta solo all’inizio del xvii secolo. Allorché, all’inizio del xvi secolo, cominciarono ad affermarsi i cardinali dinastici, per i Savoia la situazione di partenza non era stata sfavorevole, quando nel 1530 Clemente vii aveva fatto sperare a Carlo iii di far ottenere la porpora al suo secondogenito Emanuele Filiberto30. A causa della morte dell’erede al trono, Emanuele Filiberto dovette tuttavia interrompere nel 1535 la sua carriera ecclesiastica e, in seguito, assumere la difficile eredità di suo padre. La rifondazione del ducato, dopo le lunghe occupazioni francese e spagnola, ambì ad avere carattare di modello, solo che per la sopravvivenza biologica dell’appena risorto stato la situazione non fu a lungo delle migliori. Le nozze di Emanuele Filiberto i con Margherita di Valois consentirono per la prima volta, dopo alcuni anni, di generare un erede al trono, anche se mancava un secondogenito che potesse essere destinato alla carriera ecclesiatica e quindi al cardinalato. Carlo Emanuele i era sotto molti aspetti diverso dal padre, non soltanto nelle sue ambizioni politiche di scala europea e nel suo stile di governo, ma anche come padre di famiglia. Accanto ai suoi undici figli illegittimi, egli ebbe solo dal matrimonio con la figlia del re di Spagna nove figli, di cui cinque maschi. Con ciò i Savoia riavevano a disposizione, all’inizio del xvii secolo, per la prima volta un grosso potenziale dinastico, che non solo consentiva ogni sorta di alleanze matrimoniali, ma anche la creazione di un cardinale di famiglia.

Ancor prima che Carlo Emanuele i si impegnasse a promuovere il proprio figlio con estrema caparbietà, erano stati tuttavia già effettuati da lui, come anche da suo padre Emanuele Filiberto i, vari tentativi per rafforzare la presenza sabauda nel collegio cardinalizio. Nello spazio di quattro anni erano stati nominati cardinali da Pio iv tre membri di prestigiose famiglie piemontesi, cioè Pietro Francesco Ferrero nel 1561, suo nipote Guido Ferrero nel 1563 e, sempre nel 1563, Marcantonio Bobba31. Per una successiva promozione di un piementese dovevano comunque trascorrere oltre vent’anni, fin quando l’arcivescovo torinese Girolamo della Rovere, creato cardinale nel 1586 da Sisto v, rappresentò non solo per questa famiglia, ma anche per il ducato, la possibilità di riavere un proprio cardinale a Roma. Dopo la sua morte, nel 1592, per un ulteriore quarto di secolo mancò nel collegio cardinalizio un suddito del duca sabaudo, sebbene non fossero mancati gli sforzi da parte di Carlo Emanuele i per mutare questa situazione: sollecitò la nomina di due cardinali piemontesi, ma il papa non si mostrò affatto disposto a esaudire questa richiesta e informò il duca:

Et poiché l’A. V. parla liberamente co’noi, faremo lo stesso con lei, dicendoli parerci stranissima cosa che, dovendo essere i cardinali i consiglieri dei papi, et tali che debbano posporre all’interesse di questa Santa Sede ancora la propria vita istessa, vogliano i principi costringere i papi a pigliar per loro consiglieri chi paria loro, i quali prepongano agli interessi di questa Santa Sede ogni minima soddisfazione di quei a preghiera dei quali son promossi, di che siamo bonissimi testimoni noi, che habbiamo scorso la vita nostra sempre in questa corte. Questo dichiamo, però l’A. V. non si maravigli, se, nel far cardinali a istanza dei principi, ci trova tanto ritrosi. I quali, se volessero pesare quando strano lor pareria, se la Santa Sede Apostolica volesse nei consigli loro di Stato haver persone dependenti da Lei, conoscerebber niente essere più vero di quello che dichiamo32.

Dopo che Carlo Emanuele i aveva ricevuto da Clemente viii un tale brusco rifiuto, non intraprese più alcuna seria iniziativa durante il suo pontificato. Dopo la morte di Clemente viii, il duca affrontò la questione con un’ostinazione fino a quel momento sconosciuta, pretendendo non più solo la promozione di un suo suddito, ma addirittura di uno dei suoi figli.

L’iniziativa partì originariamente dall’ambasciatore sabaudo a Roma. Negli ultimi anni del pontificato di Clemente viii il conte di Verrua aveva più volte sollecitato il duca di Savoia a inviare a Roma uno dei principi per promuovere il suo innalzamento alla porpora. Nel maggio 1605 divenne papa Paolo v. Nella primavera dello stesso anno era morto in Spagna il figlio maggiore del duca, Filippo Emanuele, e al re spagnolo era nato un erede al trono. Le speranze di Carlo Emanuele i per un suo figlio sul trono di Spagna erano così state infrante. Da allora in poi egli intraprese una politica di cauto allontanamento dalla Spagna e di avvicinamento all’Italia. Un elemento fondamentale in questa ormai avviata italianizzazione del ducato era rappresentato dalla promozione di un cardinale di famiglia.

Il cambiamento di queste esigenze si profilava tuttavia molto più complesso e difficile di quanto Carlo Emanuele i si fosse aspettato in partenza. Poiché qui di seguito si farà riferimento agli sforzi necessari per far ottenere a Maurizio di Savoia la porpora cardinalizia, sarà necessario, in primo luogo, precisare cosa si celava, di fatto, dietro l’affermazione che il cardinale Maurizio di Savoia sarebbe stato eletto su richiesta del duca di Savoia. La ricostruzione dettagliata rende però anche possibile gettare uno sguardo sulla complessa composizione sociale del Papato all’inizio dell’era moderna e contribuire a far meglio comprendere significato e ruolo dei cardinali dinastici.

Allorché Carlo Emanuele i si apprestava a pretendere la porpora per uno dei suoi figli, egli pensava in prima linea a Maurizio il quale — così il duca nel suo testamento — "sin dalle fascie" sarebbe stato designato per la Chiesa. Poiché Maurizio nel 1605, con i suoi 12 anni, era comunque troppo giovane per una siffatta dignità, Carlo Emanuele i voleva far nominare cardinale ad interim il fratello maggiore di questi, Filiberto. In seguito tuttavia la porpora avrebbe dovuto essere assegnata a Maurizio, nel frattempo cresciuto, affinché egli si preoccupasse a Roma degli "interessi di questa casa". Per tener conto dell’eventualità della successione, il duca consigliò che Filiberto (e successivamente anche Maurizio) fossero nominati cardinali, tuttavia "senza metterlo in sacris [...] poiché quell’abito non l’obbliga a cosa, che in un bisogno non si possa lasciare senza scrupolo"33.

Innanzitutto contava dunque di ottenere la promozione di Filiberto presso il papa. Il primo ostacolo con cui bisognava fare i conti non era comunque a Roma, bensì a Madrid. Filiberto si trovava dal 1603 alla corte di suo zio Filippo iii. Nel 1605 il duca di Savoia inviò un incaricato in Spagna per ottenere il pieno appoggio di Filippo iii. Nelle istruzioni appositamente redatte, Carlo Emanuele i sollecitava il re di Spagna a intervenire presso il papa in favore della promozione la più rapida ed esclusiva possibile di Filiberto. La motivazione di questa richiesta è molto rivelatrice: questioni di prestigio giocavano un ruolo importante, se si fosse voluto evitare che "prencipi inferiori di qualità e d’età" ottenessero la porpora prima di Filiberto.

Determinante era però un altro elemento. Se altri rampolli di case regnanti fossero divenuti cardinali prima di Filiberto, la sua carriera ecclesiastica sarebbe stata condizionata negativamente, poiché "i figlioli d’altri Prencipi havrebbono aquistata l’aura et il seguito della maggior parte de prelati che difficilmente possono lasciare le servitù et dipendenze già fatte tuttavia che sijno con Prencipi inferiorii"34. Simili cortesie e dipendenze, in altri termini relazioni patrono-cliente, erano di peso decisivo nel sistema politico dell’inizio dell’età moderna. Dal momento che, per le peculiarità della monarchia elettiva pontificia, all’inizio di ogni nuovo pontificato le carte a Roma erano in un certo qual senso rimescolate, non è certo casuale che da parte sabauda in quel momento si premesse così fortemente per ottenere un cardinale di famiglia. Si voleva approfittare delle possibilità aperte da un cambio di pontefice e tentare di costituire una rete di relazioni informali.

Proprio per tale ragione si levarono opposizioni alla corte romana contro l’agognata promozione. Il cardinale Zappata, capo della fazione spagnola, vide la propria posizione presso la curia romana messa in pericolo dalla presenza di un nipote del re di Spagna: sapeva bene che ciò avrebbe significato per lui essere non più "capo", bensì "dipendente"35. Il cardinale Farnese e il duca di Parma inviarono in Spagna il duca di Poli, fratello del cardinale Conti, per vanificare le pretese di Carlo Emanuele i36. Anche il granduca di Firenze e il cardinale Sfrondrato approfittarono per lo stesso motivo del viaggio del duca di Poli37. Da un lato, essi temevano che il cardinale Aldobrandini, con l’aiuto di Filiberto, una volta ottenuta la porpora, potesse far passare i propri candidati, dall’altro lato ritenevano che, con la presenza di un nipote del re di Spagna

non potendo poi loro più far mercantia del autorità del Re per sfogar le loro passioni e conseguire i loro fini e interessi privati, si leva loro ogni potere e non hanno coloro alcuno di farsi stimare in Spagna di cavar delle gratie e grosse pensioni perché il Re non haveva più bisogno del opera loro che trovandosi un figliolo di V. A.38.

In poche parole, interessi privati di natura economica, paura di perdere potere e prestigio alla corte romana li inducevano a non attendere certo un’eventuale promozione di Filiberto con la gioia nel cuore.

Presso la curia non si registrava però soltanto opposizione, ma anche sostegno. La richiesta di Carlo Emanuele i trovò il suo più importante patrono nella persona del cardinale Pietro Aldobrandini, nipote di Clemente viii, morto nel 1605. Aldobrandini poteva godere di una notevole influenza alla corte romana, di cui era stato per dodici anni la seconda più importante personalità. Dopo la morte dello zio si profilava per lui il destino di ogni cardinal nipote, quello cioè di essere relegato dal centro del potere ad un insignificante ruolo marginale. Tuttavia Aldobrandini era troppo un politico di razza per rassegnarsi senza opporre resitenza e si apprestò a cercare sostegni fuori di Roma per consolidare la propria posizione presso la curia. Il favore dei piani di Carlo Emanuele i era perciò motivato da ragioni strategiche e avrebbe finito per comprometterne più che favorirne la promozione. Aldobrandini indirizzò una petizione al re di Spagna nel tentativo di convincerlo della necessità di assegnare un cappello cardinalizio a Filiberto, poiché questi — così sosteneva Aldobrandini — al contrario del cardinale Zapata, con la sua autorità avrebbe potuto condurre al successo la fazione spagnola nel prossimo conclave. Già questa prospettiva, che Aldobrandini cioè potesse determinare l’esito del prossimo conclave con l’aiuto di un cardinale giovane e inesperto, incontrò l’opposizione tanto dei cardinali Farnese e Zapata quanto di altri esponenti della curia romana39.

Anche Paolo v era mosso a riflessione dalle stesse ragioni. L’ambasciatore sabaudo tentò di convincere il papa che, grazie alla promozione di Filiberto, la fazione di Aldobrandini non avrebbe ottenuto maggior potere e assicurò Paolo v che Carlo Emanuele i "non voleva haver obligatione ad altri che alla S. S.tà, così il Principe sarebbe sempre partialissimo del Signore suo nepote", e non Aldobrandini. Per accelerare le cose, l’ambasciatore di Savoia comunicò a Scipione Borghese che il duca aveva l’intenzione di assegnargli, a promozione avvenuta, una commenda in Piemonte. Borghese intervenne presso suo zio, che si mostrò sostanzialmente disposto a promuovere Filiberto. Egli spiegò tuttavia che, trovandosi Filiberto in Spagna, non avrebbe potuto purtroppo nominarlo cardinale senza l’esplicito consenso del re spagnolo. Il papa rassicurò però l’ambasciatore che, una volta che il principe fosse stato in Italia, la nomina a cardinale non sarebbe più stata in discussione40.

Nel giugno 1606 si conobbe la volontà del re di Spagna. Questi non vedeva affatto Filiberto adatto alla carriera ecclesiatica, ma aveva piuttosto in mente di farlo "generale di mare"41. Nondimeno Carlo Emanuele manifestò chiaramente il suo malcontento, quando nessuno dei suoi figli rientrò nel numero dei cardinali nominati nel settembre 1606 e si mostrò, come riferiva il nunzio

disgustat[o], parendosi offesa nell’honore, che stima più d’ogni altra cosa, perché non sia stato fatto cardinale un suo figliolo conforme all’intentione datale, gratia solita a non negarsi ad altro principe42.

A Roma ci si attenne ai progetti che aveva il re di Spagna per Filiberto e alla giovane età di Maurizio, rimandando le speranze del duca a tempi successivi43. Nei mesi seguenti la faccenda perse di attualità, certo condizionata anche dal conflitto tra Paolo v e Venezia. L’assenza da Roma dell’ambasciatore sabaudo contribuì del resto a questa stasi, mentre a Torino il nunzio mise in atto nei confronti di Carlo Emanuele i una tattica dilatoria.

In concomitanza con il pianificato matrimonio di sua figlia Margherita con il principe ereditario di Mantova, il duca, nell’autunno del 1607, rinnovò il tentativo, richiedendo questa volta il cappello cardinalizio per Maurizio come dono di nozze44. Quando il nunzio presentò l’augurio papale per le nozze, il duca fu ancora più concreto nelle sue richieste e pretese che il papa procedesse alla nomina di Maurizio il più presto possibile, ancor prima dei festeggiamenti nuziali45.

Paolo v rispose personalmente al duca di Savoia comunicandogli la propria intenzione di concedere in breve tempo la porpora anche a Maurizio. Dal momento che sia il re di Spagna, sia il re di Francia che l’imperatore premevano ugualmente affinché fossero nominate persone di loro gradimento, il duca doveva pazientare ancora giacché, momentaneamente, non vi era un posto libero per Maurizio46. A questa ennesima risposta elusiva Carlo Emanuele reagì assai duramente, ritenendo di avere un diritto alla promozione che gli era stata promessa già da molto tempo. Il nunzio tentò inutilmente di placare l’adirato duca, che si dichiarò tutt’al più disposto ad accettare che Maurizio fosse nominato insieme con i candidati degli altri principi47. Carlo Emanuele i inviò senza indugio un incaricato speciale a Roma per esercitare maggior pressione sulle sue richieste.

Se Maurizio ottenne la porpora alla terza nomina voluta da Paolo v il 10 dicembre del 1607 insieme ad altri quattro, non si dovette al successo della missione di questo incaricato speciale, tanto più che egli arrivò a Roma a nomina avvenuta. Le ragioni vanno piuttosto ricercate nelle relazioni sempre più tese tra Savoia e Roma.

Nel 1604 era morto il vescovo di Saluzzo. Dal momento che l’omonimo marchesato era diventato parte del territorio dello stato sabaudo con la pace di Lione del 1601, e questa era stata la prima nomina vescovile in Piemonte da parte di Paolo v, la sede vacante di Saluzzo ebbe carattere di precedente: da questo emerge la mancanza di flessibilità da ambo le parti nell’occupazione della sede vescovile. In un indulto del 1451 Nicola i aveva dichiarato al duca di Savoia che i vescovadi nel suo territorio potevano essere occupati solo con l’approvazione ducale della persona designata. Di contro, a Roma, Carlo Emanuele i sostenne l’opinione che, anche per il caso di Saluzzo, gli sarebbe spettato tale diritto di designazione. In tal modo il duca restò ben fermo sul suo candidato, don Theodosio da Gattinara, mentre Roma pretendeva una lista composta da tre a cinque persone, tra le quali il papa avrebbe potuto sceglierne una per la nomina a vescovo. I particolari del contrasto tra Roma e Torino in questa circostanza non interessano ulteriormente. È importante tenere presente che, già alla fine del 1605, le trattative si trovavano in un vicolo cieco dal quale non si volle trovare alcuna via d’uscita.

Con la morte dell’inquisitore di Torino e la nomina del sostituto nella carica si verificarono nuovi dissensi tra Roma e Torino. Anche in questo caso il problema non era tanto chi dovesse ottenere la carica, quanto da chi dovesse essere designato. Nel febbraio del 1606 Paolo v aveva prescelto come nuovo inquisitore di Torino padre Camillo Balliano, originario di Alessandria nel Milanese. Il duca si sentì scavalcato e pretese che la scelta cadesse su un suo suddito a lui gradito. Anche quando il nunzio ebbe a magnificare le eccellenti qualità del candidato papale, non riuscì a convincere il duca, il quale rispose laconicamente che in "questa città tanto cattolica [un] inquisitore di tanto valore"48 non era necessario. Il duca designò un’altra persona alla carica di inquisitore e non consentì che Camillo assumesse tale funzione. Come per l’occupazione dell’episcopato di Vercelli, Roma e Torino contrapposero per mesi gli argomenti già da tempo noti, senza che si potesse arrivare ad un sostanziale riavvicinamento di posizioni.

Nel gennaio 1607 morì l’arcivescovo di Tarantaise e in agosto si liberò inoltre la sede episcopale di Aosta, cosicché nell’autunno del 1607 ben tre erano gli episcopati vacanti nel ducato. Nel complesso, le relazioni erano in questo periodo molto tese e Paolo v a Roma si lamentò con il segretario dell’ambasciata sabauda nei seguenti termini: "Il S. Duca vole havere sodisfattione in tutte le cose, ma non vorrebbe darcene alcuna a noi"49, laddove Carlo Emanuele i si vedeva "poco favorito" dal papa50.

Agli occhi del nunzio torinese la nomina di Maurizio rappresentava la via d’uscita da una situazione ormai bloccata. Così scriveva nel settembre 1607 al cardinal Borghese:

che effetuandosi questo negotio V. S. Ill.ma sij per trovare quella maggior corrispondenza che possa essere desiderata da questo principe et che faciliterebbe li negotij occorrenti51.

Anche a Roma si era consapevoli della crescente complicazione delle varie faccende e così un mese dopo Borghese faceva la seguente riflessione intorno alla promozione di Maurizio:

È ben vero, che chi vuole ricevere gratie havria da non esacerbar l’animo di chi le ha da fare, et nondimeno si vede come S. B. sia trattata in molte cose et in quella spetialmente dell’inquisitore52.

L’opinione di Borghese non era destinata a restare inascoltata. Quando nel 1607 morì l’inquisitore di Vercelli, Carlo Emanuele i manifestò la propria disponibilità a lasciare assumere a Camillo il suo ufficio a Torino, qualora il papa gli avesse proposto per la carica di Vercelli una persona a lui gradita53. Il duca indicò tre persone tra le quali il papa avrebbe dovuto scegliere l’inquisitore di Vercelli. Carlo Emanuele i promise al nunzio che

in questa buona congiontura dell’intentione che gli viene data del cardinalato [...] che deputandosi per Vercelli uno di questi tre soggetti il negotio si accomoderà54. [sottolineato nell’originale]

Il duca mantenne la sua parola e, poco dopo, il nunzio era in grado di comunicare a Roma che Camillo esercitava ora il suo ufficio di inquisitore di Torino con piena soddisfazione di Carlo Emanuele i55, nonostante quest’ultimo l’avesse respinto per un anno e mezzo con le più diverse motivazioni. Anche in occasione dell’occupazione del vescovado di Saluzzo, con la promozione di Maurizio si registrò un certo movimento sui due fronti che parevano congelati. Il duca fece marcia indietro nelle annose resistenze nei confronti di tutti i candidati patrocinati56, mentre Roma, dal canto suo, rinunciava alla pretesa che la scelta dovesse avvenire tra i tre candidati proposti dal papa. A causa dei preparativi e della festa per il doppio matrimonio con Mantova e Modena, la nomina andava sempre per le lunghe. Nel settembre 1608 Ottavio Viale, su proposta del duca di Savoia, divenne il nuovo vescovo di Saluzzo. La nomina del vescovo nella sede di Aosta si trascinò sino al 1611: le ragioni di ciò non risiedono però in un atteggiamento di rifiuto da parte del duca o del papa e non è possibile occuparcene in questa sede.

Non desta meraviglia che il duca di Savoia trovasse nel nunzio torinese un sostenitore della promozione di Maurizio; il nunzio però doveva quasi quotidianamente verificare come egli, in tutti i suoi sforzi di attuare le disposizioni papali a Torino, si imbattesse in un muro di incomprensione. Per lui la promozione rappresentava l’unica via d’uscita da questa situazione arrivata a un punto morto e, proprio per questo, egli attirava l’attenzione, in particolare, sulle conseguenze che la promozione stessa avrebbe avuto sulle relazioni tra i due stati. Con il suo aiuto si riuscì "di conservar[si] in buona amicitia questo Principe, che è di natura delicata"57. Con "amicitia" si ha una parola-chiave per comprendere e interpretare correttamente le relazioni romano-savoiarde. Il termine amicizia non deve essere inteso in senso emozionale, bensì come un rapporto tra due partner di eguale peso improntato al do ut des. Di fatto ciò significava, nel nostro caso, che il papa concedeva un cappello cardinalizio e otteneva in cambio l’occupazione di varie sedi ecclesiastiche in Savoia, oltre al sostegno di uno stato italiano non certo insignificante. Poco tempo prima, in occasione del conflitto con Venezia, il papa aveva avuto modo di constatare quanto dovesse fare assegnamento su tale sostegno e quanto precaria fosse, in termini di potere, la posizione dello Stato della Chiesa.

Dopo la concessione della porpora vi fu grande gioia a Torino e il duca diede assicurazione che Borghese "può far sempre capitale di S. A. et di tutta questa casa"58. "Capitale" deve essere qui inteso in senso assolutamente letterale poiché il duca, un mese dopo la promozione, comunicò al Borghese che a lui toccava la commenda di Ripalta, in un certo senso come ringraziamento e ricompensa, proprio nello spirito di questo amichevole do ut des. Questo testimonia quanto fosse sottile, all’inizio dell’età moderna, la distinzione tra il piano ufficiale e quello privato: l’amicizia tra due stati significava in primo luogo l’amicizia tra le due famiglie regnanti.

La promozione di Maurizio dimostra, in modo esemplare, quanto complessa potesse talvolta risultare la creazione di un cardinale, le resistenze da superare, non solo presso il pontefice, ma anche nella curia e persino al di fuori dello Stato della Chiesa, e quanto fragile fosse la struttura del sistema di potere romano. Carlo Emanuele aveva imposto a Paolo v la promozione di suo figlio con ostinazione e tenacia di propositi: ciò rappresentava per lui un ragguardevole successo di prestigio che, in questa forma, non sarebbe più riuscito a ripetere, nonostante si adoperasse in vari modi per altri candidati. Così egli intervenne più volte presso il papa e presso il cardinal Borghese nel 1620 per la promozione del nuovo arcivescovo torinese Filiberto Milliet59, ma seguì la cosa con la stessa scarsa energia con la quale aveva perorato la nomina a cardinale del proprio confessore Isidoro, dopo che questi nel 1619 era stato designato vescovo di Asti60. Il duca continuava tuttavia a mantenere un grande interesse nel potenziamento della presenza sabauda nel collegio cardinalizio, come dimostra il forte impegno col quale egli, nello stesso periodo, sostenne la promozione di Scaglia. Dopo che furono celebrate le nozze dell’erede al trono Vittorio Amedeo con la figlia di Luigi xii, il duca pretese dal pontefice un cappello cardinalizio quasi come dono di nozze. Poco dopo le sue proprie nozze con Caterina d’Asburgo, figlia di Filippo ii, l’arcivescovo torinese Girolamo della Rovere aveva, dal canto suo, ottenuto la porpora cardinalizia61, e anche la promozione di Maurizio arrivò a distanza ravvicinata dal seguente doppio matrimonio delle figlie del duca. Come nuovo membro del collegio cardinalizio, il duca sabaudo volle vedere o l’ex ambasciatore a Roma e il suo influente consigliere e confidente Filiberto Gherardo Scaglia conte di Verrua oppure suo figlio, l’allora ambasciatore a Roma, abate Alessandro Cesare Scaglia. Vi sono numerose lettere di Carlo Emanuele i, di Vittorio Amedeo, della sua consorte madama Cristina, del cardinale Maurizio e del principe Tommaso dirette a Paolo v e al cardinale Borghese in questa circostanza, mentre anche il re di Francia si adoperò in favore di Scaglia62. Il pontefice evitò sempre di assumere una posizione troppo definita, adottando quella tattica vincente di temporeggiamento ben nota a Maurizio. Al duca faceva difetto un potenziale di pressione, non potendo egli imporre al papa questa promozione come era accaduto invece nel caso di Maurizio. Così avvenne che gli sforzi fossero vanificati e a Scaglia venisse preclusa la prestigiosa ascesa al cardinalato. Fu soltanto nel 1643, cioè un anno dopo la rinunzia di Maurizio, che si ritrova con Francesco Adriano Ceva un cardinale piemontese.

6. Il cardinale di Savoia e la realtà romana

Con il cardinale principe Maurizio il ducato aveva adesso un importante membro nel sacro collegio, il che però non significava automaticamente che la sua presenza a Roma sarebbe stata reale. Fu soltanto dopo la morte di Paolo v, nel 1621, che il cardinale di Savoia andò per la prima volta nella città eterna per qualche mese. Seguì poi un più lungo soggiorno romano, dal maggio 1623 fino al gennaio 1627, un terzo e ultimo dalla primavera del 1635 fino all’ottobre 1638. Sarebbe infatti riduttivo intendere presenza come pura presenza fisica: durante il pontificato di Paolo v, Maurizio non soggiornò mai personalmente a Roma e tuttavia fu presente in varie questioni romane.

Già nelle controversie che precedettero la sua promozione, a Roma si era fatta sentire la paura, ma anche la speranza, di esponenti del sacro collegio timorosi dei possibili cambiamenti che si sarebbero potuti verificare nella società romana con la creazione di un cardinale sabaudo. Simili timori ebbero certo la loro parte nel far naufragare i piani per far concedere la porpora a Filiberto. Pochi mesi dopo la promozione di suo fratello, cominciò alla corte di Torino quella discussione che poco prima aveva agitato gli animi a Roma. Adesso la questione veniva comunque discussa dalla prospettiva di casa Savoia e ci si interrogava sull’utilità di un viaggio a Roma di Maurizio. Carlo Emanuele i aveva motivato le proprie impellenti aspirazioni ad avere un cardinale in famiglia, in particolare con la necessità di avere presso la curia uno dei suoi figli per tutelare gli interessi di Savoia. Nel luglio 1608 il nunzio Costa riferì l’intenzione del duca di inviare quell’anno a Roma suo figlio in autunno o in inverno. Allo stesso tempo il nunzio comunicava però i suoi dubbi sull’opportunità di effettuare il viaggio, poiché, al momento, regnava "molta strettezza di danari"63. A questo proposito, Giovanni Botero, filosofo di stato e precettore di Maurizio, redasse un discorso per esprimersi contro l’intenzione di inviare a Roma Maurizio, "d’età ancora tenera et di nissuna sperienza delle cose mondane"64.

In primo luogo egli accennava significativamente agli alti costi. I successivi soggiorni romani di Maurizio avrebbero però dimostrato che Botero si sbagliava con i suoi calcoli di spesa, poiché la voglia di spendere di Maurizio superava anche le più pessimistiche previsioni di Botero65. Per l’abate però non si trattava tanto delle spese, quanto della brama di potere dell’ex cardinal nepote Pietro Aldobrandini a cui egli attribuiva sinistre intenzioni. Non a torto Botero temeva che questi volesse servirsi di Maurizio per realizzare i propri interessi. Al prossimo conclave, secondo Botero

[Maurizio] non servirebbe ad altro che ad un mantello col quale Aldobrandino coprirebbe li suoi interessi, addossarebbe al Prencipe Cardinale l’esclusione di questo et di quello, tutti gli uffitii cattivi, tutte le cose di disgusto direbbe che non è lui che dice et vuole cosi, ma il Cardinale di Savoia, ma tutte le cose gravi et di buon gusto fatte anco dal Principe Cardinale l’attribuirebbe a se: di maniera che’l Principe restarebbe con le spine et Aldobrandino coglierebbe le rose. [...]. Con che reputatione anderà un Cardinale figliolo di V. A. e nepote del Re di Spagna a Roma? Seguace e partigiano e quasi sotto la tutela et ombra d’Aldobrandino, la qual ombra quasi alienerà da lui tutto il resto della Corte Romana e principalmente il papa e ’l nepote, si che l’andar a Roma non sarà altro che addossarsi l’inimicitie d’Aldobrandino fuor di proposito, senza profitto che possa compensare la millesima parte di questo danno66.

Qui il teorico della ragion di stato aveva toccato molto chiaramente due punti cruciali: in primo luogo, il fatto che Aldobrandini distorcesse e manipolasse il sostegno sabaudo a suo esclusivo vantaggio; in secondo luogo, che la cooperazione con l’ex cardinal nepote finisse per rappresentare un grosso svantaggio per gli interessi romani del duca di Savoia. Non mancarono gli oppositori di Botero e meno di un mese dopo circolava a Torino un altro discorso sullo stesso argomento, redatto con il concorso del conte di Verrua o del cardinale Aldobrandini — in quel periodo egli si trovava infatti alla corte torinese — ovvero di entrambi67. Scopo di questo libello era confutare le argomentazioni di Botero, riabilitando così indirettamente anche Aldobrandini. Si affermava che

I prencipi non hanno a misurare le loro attioni, sicome i mercanti, con l’utilità del denaro, ma con quello dello stato e della gloria. [...]. Ma se (come è da credere) il figlio di V. A. sarà capo della fattione di Spagna e starà unito al cardinale Aldobrandino, certamente sarà la fattione spagnola o più tosto quella del cardinale di Savoia la più potente che possa esser qualunque altra la più stabile e meglio fondata; e non solo non si potrà dire che egli segua il cardinale Aldobrandino, ma che il cardinale Aldobrandino segua lui con tutte le sue creature. [...]. Non si può negare che non debba essere padrone di tutta la corte e de conclavi, ne quali si è per isperienza veduto che forza habbiano i prencipi cardinali che vi sono intervenuti; e si può da questo solo argomentare quanto debba esser l’autorità nella corte di Roma del cardinale di Savoia, dal vedersi quanto ossequio è fatto da tutti i cardinali all’ambasciatore del Re Catolico, che è un semplice ministro e non parente di Sua Maestà, nè del corpo collegio di cardinali, come sarà il cardinale di Savoia68.

L’autore non vedeva il pericolo di una strumentalizzazione di Maurizio da parte di Aldobrandini e si sforzava di rendere attendibile la tesi che un soggiorno romano del giovane cardinale non presentasse che dei vantaggi per gli interessi sabaudi.

Anche nella città eterna, tuttavia, non si facevano troppe pressioni affinché Maurizio si recasse in curia il più presto possibile e Paolo v, nell’ottobre 1608, lo dispensò dal dover andare a Roma per ricevere il suo cappello color porpora. Così, nel giugno 1609 Maurizio si trovava ancora a Torino, dove continuava l’acceso dibattito sui pro e i contro di tale viaggio, fino a che il re di Spagna non pose fine alle discussioni facendo capire che egli sarebbe stato contrario a un viaggio a Roma di Maurizio in quel periodo69. Il duca di Savoia non si poteva permettere, per ragioni di politica estera, di perdere il favore del re di Spagna, anche perché si sperava che questi avrebbe contribuito a migliorare la dotazione finanziaria di Maurizio70.

Un analogo dibattito si aprì nuovamente dieci anni più tardi, in un quadro completamente diverso. Se, infatti, all’inizio del pontificato di Paolo v un soggiorno di Maurizio presso la curia romana era stato sempre guardato criticamente, a partire dal 1618 aumentarono le voci di chi insisteva che il cardinale di Savoia andasse a Roma. Questa volta non si trattava di Aldobrandini, che si riprometteva di rafforzare la propria posizione grazie alla presenza del cardinale principe, ma della fazione francese. Queste ripetute voci rispecchiano l’inversione di rotta in politica estera del ducato, che, nel frattempo, si stava orientando fortemente in direzione della Francia. Nell’autunno 1618 il cardinale aveva compiuto un viaggio a Parigi, da un lato, per ringraziare il re francese per il suo appoggio nelle trattative di pace per concludere la guerra del Monferrato (1613-18), dall’altro, per negoziare le nozze di suo fratello Vittorio Amedeo con Cristina, figlia secondogenita di Luigi xiii. Questo rivolgersi della Savoia verso la Francia non restò senza conseguenze per la posizione di Maurizio nella società romana. Quando, all’inizio del 1618, la notizia dell’imminente viaggio a Parigi si diffuse nella città eterna, numerosi cardinali fecero presente all’ambasciatore di Savoia che Maurizio non aveva ancora ritirato il suo cappello rosso e che un viaggio a Roma a questo scopo avrebbe dovuto essere preso in seria considerazione71. Poiché nel frattempo l’influenza di Aldobrandini si era ampiamente ridotta, il suo rapporto con i Savoia aveva subito un chiaro raffreddamento; inoltre Maurizio era ora un giovane maggiorenne che ben difficilmente si sarebbe lasciato strumentalizzare da un attempato cardinale malato di gotta, perciò un soggiorno romano del cardinale sabaudo non rappresentava più una minaccia per i Borghese, come nei primi anni del pontificato. A questo mutamento aveva anche contribuito in modo decisivo la discordia tra Spagna e Savoia, cosicché non vi era nulla da temere se Maurizio fosse divenuto il capo della fazione spagnola di Roma.

Quando Filippo iii, nella primavera del 1620, offrì al cardinale Borghese la protezione spagnola, un eventuale soggiorno romano di Maurizio acquistò un significato politico che andava ben al di là del rapporto tra Roma e Savoia. La Francia temeva che i Borghese, a causa dei numerosi interessi e relazioni familiari che li legavano alla Spagna, avrebbero rinunciato alla loro neutralità manifestando apertura alla parte iberica. L’ambasciatore francese insistette perciò sulla presenza di Maurizio presso la curia affinché radunasse intorno a sé i cardinali filofrancesi scontenti, riuscendo in tal modo a costituire un forte contrappeso alla fazione spagnola72. La protezione della Francia era la condizione ineludibile, perché il cardinale sabaudo disponesse dell’autorità necessaria a questo fine73. Se il cardinal Borghese avesse accettato l’offerta spagnola, l’immagine di Paolo v "padre commune" al di sopra delle parti non sarebbe stata più sostenibile. Al cardinal Borghese non rimaneva così altra scelta che declinare la certo vantaggiosa offerta, e Maurizio poteva restare a Torino. Al suo posto si recò in Italia suo fratello Tommaso che fece una visita semiufficiale a Roma nel giugno del 1620, venendovi ricevuto nel modo più solenne74.

Il vecchio pontefice morì il 28 gennaio 1621 piuttosto inaspettatamente. Solo pochi giorni prima della sua morte ebbero a manifestarsi i primi sintomi di debolezza. Ciò fu comunicato al duca dall’ambasciatore di Savoia Scaglia, il quale lo sollecitò vivamente a inviare subito a Roma il cardinale di Savoia. Solo con Maurizio alla testa della fazione francese si sarebbe potuto — così sosteneva l’ambasciatore — creare a Roma un contrappeso alla Spagna e impedire che quest’ultima votasse un papa filospagnolo, circostanza da evitare in ogni caso alla luce della situazione politica in Italia75.

Le apprensioni di Scaglia non dovevano rivelarsi fondate. Con Gregorio xv fu eletto invece un papa la cui elezione alla Cathedra Petri venne accolta, secondo l’espressione del duca di Savoia, "con giubilo indicibile che non potrebbe essere maggiore se fosse stato un papa piemontese"76. Maurizio non ebbe del resto alcuna parte nella sua elezione. Come era avvenuto ad altri cardinali, anche lui a causa del cattivo tempo era arrivato a Roma dopo la fine del conclave. Dato che in precedenza Maurizio aveva alloggiato l’allora cardinale Ludovisi nella sua villa di Torino quando questi era stato nunzio speciale nel Monferrato, il nuovo papa lo ospitò per vari giorni nel palazzo apostolico.

Il soggiorno di quattro mesi di Maurizio a Roma può essere considerato un successo, poiché riuscì a rafforzare la posizione di Savoia presso la curia grazie ai suoi buoni rapporti con Gregorio xv e con suo nipote, il cardinale Ludovisi. L’inviato di Mantova dichiarava addirittura che "Savoia è anima, corpo, fegato, milza del papa, tutto il dì, tutta la notte sta con Ludovisi" e che sarebbe stato introdotto in tutto77. Tale stretto rapporto si manifestava nell’accettare la protezione di Savoia presso la curia attraverso il cardinale Ludovisi, dopo che Aldobrandini era morto nel febbraio 162178. Se il cardinale di Savoia già da un certo tempo aveva agito come futuro protettore della Francia ora, dato che dimorava a Roma, gli veniva accordata la protezione di Luigi xiii. Il duca si sentì onorato, ma fece osservare,

[...] dispiacendoci solo che il cardinale non havrà forse l’isperienza che si conviene per essercitar un tanto carico, come pur non ha il modo di fermarsi in Roma senza provisione di S. M., ne noi possiamo sostener la spesa di mantenerglielo79.

Sembra che l’auspicato sostegno finanziario del re francese non fosse arrivato, se Maurizio nel luglio 1621 dovette far ritorno da Roma per mancanza di denaro80.

Poiché qui ci si occupa del significato e dell’influenza di Maurizio durante il pontificato di Paolo v, sarà sufficiente solo qualche accenno al resto della vita del cardinale, analizzata compiutamente nel lavoro di Matthias Oberli81. Dopo la morte di Gregorio xv, si recò nuovamente a Roma e questa volta in tempo per partecipare al conclave, nel quale, secondo Pastor, rivestì un ruolo rilevante nell’elezione di Urbano viii82. Nel corso del suo secondo soggiorno Maurizio si sforzò di mostrarsi un mecenate amante delle arti, spendendo ogni anno quasi sei volte di più per quadri e statue di quanto non facesse il cardinal Borghese83. Il suo patronage non si limitava solo alle arti figurative, ma abbracciava anche il campo letterario. Nel 1626 fondò a Roma l’Accademia dei Desiosi e nel 1628, a Torino, l’Accademia dei Solinghi. Il patronage artistico caro e costoso era lo stile di vita del cardinale, sicché nel 1627 egli dovette nuovamente lasciare la città per mancanza di fondi84. Dal 1635 al 1638 tornò un’ultima volta a Roma, dove risiedette con grande sfarzo. Nel corso di quell’anno si registrò un riavvicinamento di Maurizio alla Spagna, che raggiunse il suo culmine nel 1636, con la rinuncia alla protezione della Francia in occasione della contemporanea accettazione di quella dell’impero. Dopo la morte del duca Vittorio Amedeo nel 1637 egli, insieme a suo fratello Tommaso, si oppose alla reggenza di sua cognata Cristina, provocando così la guerra in Piemonte dal 1637 al 1642. Nell’ambito della composizione del conflitto, che fu più una guerra tra famiglie che una guerra civile85, Maurizio rinunciò al suo cardinalato e sposò la nipote quattordicenne Maria, figlia di Vittorio Amedeo e Cristina. Il matrimonio restò senza figli e Maurizio, dopo essere stato per alcuni anni governatore di Nizza, andò sempre più ritirandosi dalle faccende politiche del paese e morì nel 1657. Con la rinuncia al cardinalato ebbe anche fine il suo patronage artistico86. Egli aveva speso oltre 81.000 scudi, tra Roma e Torino, per pittori, architetti, doratori e altri artisti87, anche se non fu mai mecenate per convinzione interiore. La sua liberalità e il suo mecenatismo furono infatti sempre mezzi consapevolmente usati per acquistare reputazione, innalzare il proprio prestigio, crearsi una clientela e, con ciò, trovare appoggi e seguito a fini politici88.

7. Il cardinale di Savoia protagonista nelle relazioni romano-sabaude sotto Paolo v

L’impegno di patronage artistico finalizzato a obbiettivi politici si manifestò già nel soggiorno a Roma del cardinale Maurizio, nel frattempo cresciuto d’età, il quale aveva trovato il ruolo a lui più gradito nello sfarzoso debutto e nelle sontuose messe in scena usate per rafforzare la propria reputazione. Anche nei suoi assai più modesti anni giovanili alla corte di Savoia la sua porpora non era tuttavia uno status symbol esteriore. Il cardinalato assegnava anche in quegli anni a Maurizio un ruolo rilevante nelle relazioni romano-sabaude e aprì a Carlo Emanuele i ulteriori possibilità di azione a livello politico. Questo aspetto traspare in modo particolare negli sforzi del duca per far ottenere a suo figlio la legazione di Avignone. Carlo Emanuele aveva più volte pregato il papa di conferire a Maurizio tale legazione, che invece Paolo v aveva sempre negato. A questo scopo il duca progettò di rivolgersi direttamente al re di Francia, per ottenere la legazione dal papa. Dal momento che il pontefice non voleva in alcun modo prendere in considerazione la richiesta, ma neppure farsi gioco del re, si diede l’incarico al nunzio in Francia Bentivoglio di impedire che Luigi xiii si adoperasse a favore del cardinale di Savoia. Borghese comunicò a Bentivoglio i reali motivi dell’atteggiamento di chiusura del papa:

Il S. Duca di Savoia ha fatto più volte instanza d’ottener per il cardinale suo figliolo la legatione d’Avignone, ma sempre n’ha riportato da N. S. la negativa per le ragioni, che V. S. può imaginarsi, poiché quando il cardinale havesse quel carico, potrebbe negotiar dentro quello stato amicitie, e dipendenze per la sua casa, e trattar’altre cose, che non potrebbono piacere. [...] dicendo in sostanza la S.tà Sua, che non vede chi possa meglio di se medesima e con più servitio di questa Santa Sede, governar lo stato d’Avignone, percioche S. S.tà effettivamente lo governa mentre n’ho io la legatione. [...] Alle ragioni predette s’aggiunge, che non è solito di toglier le legationi a i nipoti di papa, e che una gratia di questa sorte sarebbe di cattivo essempio per altri prencipi, i quali troverebbono aperta la strada a pretender legationi dentro lo stato ecclesiastico89.

Bentivoglio eseguì debitamente l’incarico di Borghese e il re di Francia non intervenne a favore di Maurizio90. L’esempio delle praticamente inutili fatiche per la legazione di Avignone dimostra in modo inequivocabile in che misura la politica dell’inizio dell’età moderna fosse determinata da microfattori. Il duca di Savoia tentò, attraverso suo figlio cardinale, di estendere al di fuori del ducato la propria sfera d’influenza e di costruirsi amicizie e dipendenze a vantaggio di casa Savoia. All’inizio dell’età moderna tali rapporti informali erano d’importanza capitale. Non contava infatti un’astratta lealtà di ufficio, ma una personale fedeltà di servitore: in altri termini, non prevaleva un impegno del personale nei confronti della funzione, ma nei confronti del signore. Alla luce di questo, ci si attendeva non tanto una competenza, quanto una lealtà nell’esercizio degli uffici. La politica era determinata in primo luogo dalle persone e dalle loro posizioni, poiché i rapporti e le situazioni di dipendenza dei vari attori erano sempre con amici e protettori. Dal momento che il potere si fondava in larga misura su queste strutture, Paolo v doveva comprensibilmente evitare che il duca sabaudo si creasse un centro di potere nel cuore dello Stato della Chiesa. La finzione romana messa in scena dal cardinal nipote non consentì solo che il papa — personalmente dietro le quinte, cioè coperto da Borghese quale detentore di legazione — continuasse a governare ad Avignone, ma si rivelò anche assai utile nel respingere le pretese ducali, in quanto ben difficilmente Carlo Emanuele avrebbe potuto protestare contro il fatto che il cardinal nipote, di più alto rango, fosse preferito al proprio figlio91.

Grazie alla porpora cardinalizia, Maurizio si conquistò un ruolo particolare nell’ambito delle relazioni tra Roma e Savoia, che vale la pena in conclusione di esaminare. Nel luglio 1611 Paolo v tentò per la prima volta di esercitare la propria influenza su Carlo Emanuele i attraverso il coinvolgimento diretto di Maurizio. Con una lettera il pontefice chiedeva al cardinale sabaudo di intervenire presso il duca affinché in futuro nessun uomo che fosse suddito del vescovo di Asti fosse adibito a servizi militari92. Nel dicembre 1611 il nunzio torinese riferiva che da poco il duca aveva cominciato a coinvolgere il cardinale in alcune questioni; per questo motivo egli avrebbe cercato, in futuro, di servirsi della persona del cardinale93. Circa due settimane più tardi egli doveva, del resto, comunicare a Borghese che questo primo tentativo di dare la desiderata svolta alla questione attraverso l’intercessione del cardinale non aveva avuto successo94. Era pur tuttavia sempre un inizio. Col passare degli anni di Maurizio si trova sempre più spesso nella corrispondenza della nunziatura il riferimento a visite effettuate dal nunzio a Maurizio stesso, con la speranza che questi potesse far ottenere un decreto favorevole da parte del duca. Anche Borghese ricorda sempre più frequentemente al nunzio di servirsi del cardinale di Savoia. Evidentemente Maurizio si intromise una volta di troppo negli affari di suo padre, se nel dicembre 1613 il nunzio comunicava: "Si presente, che il S. Duca sia per far intendere al S. Cardinale di Savoia di non ingerirsi a scrivere costà per interessi di negotij di questo stato"95. Tale disposizione rimase senza conseguenze e in seguito, con la guerra del Monferrato, Maurizio fu investito ufficialmente di compiti di governo, mentre rivestiva la funzione di vicereggente di Piemonte in assenza del padre. Quindi egli fu, per il nunzio a Torino, il primo interlocutore accanto al confessore del duca Isidoro Pentorio, quando il duca si trovava nel campo di battaglia o, impegnato in attività militari, non aveva tempo per lui. Dopo che Pentorio venne nominato vescovo di Asti nel febbraio 1619, sembrò avere perso la sua influenza diretta sul duca e, da allora in poi, Maurizio divenne, accanto al duca, il principale interlocutore del nunzio.

La speciale posizione del cardinale sabaudo emerge anche da un’analisi della corrispondenza tra Roma e Torino. Mentre per l’intero pontificato di Paolo v non vi sono che due lettere del papa a Maurizio96, molto abbondante è invece la corrispondenza del cardinale di Savoia con il cardinal nipote. Se si confrontano le corrispondenze romane di Maurizio con quelle del "principe di Piemonte", si può constatare che Maurizio inviò a Borghese un numero di lettere tre volte superiore a quelle di Vittorio Amedeo. Le lettere di quest’ultimo erano tutte quante scritti paralleli a quelli di Carlo Emanuele i o del cardinale Maurizio, e con esse egli doveva conferire alle questioni di volta in volta trattate un peso supplementare attraverso la sua autorità di erede al trono. Al contrario di suo fratello, Maurizio si indirizzava al cardinal nipote, anche indipendentemente da Carlo Emanuele i. Nelle lettere di raccomandazione non si individuano problemi riservati esclusivamente al duca. Maurizio faceva al cardinal Borghese proposte di candidati per episcopati vacanti, rivolgeva preghiere per pensioni, benefici e posti ecclesiastici, esprimeva le proprie rimostranze in questioni di onorificenze, tentava di influenzare sentenze giuridiche o suggeriva persone da porre sotto la protezione del cardinal nipote. A intervalli irregolari il cardinal di Savoia faceva anche pervenire al Borghese indirizzi di devozione e di servizievole disponibilità, ringraziava per la concessione di dispense o si rallegrava della nomina di nuovi cardinali. Lettere di questo tipo servivano a salvaguardare le relazioni romano-sabaude e, in tal modo, Maurizio sottolineava il loro carattere amichevole. In realtà egli si impegnava anche in problemi oggettivi di controversia tra Roma e Torino. Per esempio, egli intervenne nella divisione dell’ordine provinciale dei Cappuccini, sollecitò l’istituzione di un episcopato di Thonon sul lago di Ginevra o giustificò l’occupazione del feudo papale di Masserano da parte delle truppe del duca.

Se si confrontano le lettere di Maurizio e quelle di Vittorio Amedeo al cardinal nipote, il primo, come si è già accennato, era assai più attivo nelle cose romane. Ora tale costatazione viene chiaramente e ulteriormente confermata dalle lettere inviate dal Borghese ai principi. Se si prende come base il numero delle lettere conservateci negli anni, assai ben documentate, tra il 1614 e il 1620, risulta che Maurizio ricevette posta dal cardinal Borghese in media 14 volte all’anno, contro le sole 3 volte di Vittorio Amedeo. In alcuni anni Maurizio fu destinatario di missive del cardinal nipote in misura maggiore di suo padre. Nel 1614 Maurizio ricevette 22 lettere da Borghese contro le 19 di Carlo Emanuele. Nell’anno successivo poté vantare addirittura il doppio di lettere ricevute dal Borghese rispetto a suo padre, mentre un anno dopo il bilancio era nuovamente cambiato a favore del duca, che con 19 lettere di Scipione Borghese aveva quasi doppiato l’analoga corrispondenza ricevuta dal proprio figlio. Riassumendo, si può tuttavia concludere che padre e figlio a partire dal 1614 ricevettero all’incirca la stessa posta dal Borghese. Le lettere del cardinal nipote ai principi erano scritti di accompagnamento di quelle del papa. In questioni di politica il cardinal nipote intratteneva corrispondenza esclusivamente con il duca. Solo per il periodo in cui Maurizio, nel 1617, fu nominato dal padre fiduciario dei feudi papali di Masserano e Crevacuore, esistono lettere di contenuto politico indirizzate al cardinale di Savoia97. Maurizio fu inoltre destinatario di lettere di pura cortesia inviate dal Borghese a intervalli irregolari, nelle quali quest’ultimo lo informava di una nuova nomina cardinalizia, augurava buona Pasqua e lo ringraziava per lettere o visite a suo nome. Altrimenti le lettere del cardinal nipote possono senz’altro ascriversi al genere delle raccomandazioni. Stranamente quasi tutte le lettere sono risposte alle raccomandazioni del cardinale di Savoia; la sola eccezione di una raccomandazione inviata dal Borghese al cardinale di Savoia è costituita da una lettera in cui il Borghese pregava Maurizio di voler prendere al suo servizio l’abate della Porta98. Nei casi in cui il Borghese raccomandava invece a Torino una persona, si rivolgeva direttamente al duca di Savoia. Questo, al contrario, non impediva a Maurizio di raccomandare a Borghese indipendentemente da suo padre varie persone e i loro interessi. L’ampiezza e la valutazione contenutistica di tale corrispondenza dimostra che le faccende ecclesiatiche erano, per così dire, il "giro d’affari" del cardinale di Savoia.

Nello studio dei rapporti internazionali tra i due stati esistono certi paralleli strutturali tra la funzione del cardinale dinastico e quella del cardinal nipote che non possono essere ignorati. A Roma il cardinal nipote era, accanto al papa, il più importante interlocutore dell’ambasciatore di Savoia; per il nunzio torinese il cardinale Maurizio, col passare degli anni, rappresentava la persona di contatto più rilevante dopo il duca. Entrambi i cardinali si dimostravano nelle conversazioni sempre servizievoli e mai sordi alle richieste rispettivamente dell’ambasciatore o del nunzio, ripromettendosi di intervenire presso il papa o il duca con tutte le loro forze. Del resto, sia nel caso del Borghese che in quello di Maurizio, le possibilità pratiche di influire sulle decisioni rispettivamente dello zio o del padre sono da considerarsi estremamente ridotte, anche se il loro coinvolgimento formale appare altamente significativo. Se il papa o il duca accoglievano negativamente una richiesta, Scipione Borghese e Maurizio non si stancavano di sottolineare il carattere eccezionale della decisione e il perdurante, affettuoso interesse per gli interessi dell’altro. Nel caso in cui si prendeva una decisione positiva, entrambi i cardinali attribuivano al loro intervento il merito dell’esito favorevole. Senso e funzione di queste assicurazioni ritualizzate di servizievole disponibilità e devozione vanno individuati nel desiderio di garantire le componenti "amichevoli" delle relazioni internazionali e rafforzare, di norma, queste ultime in tutti i casi di decisioni contrastanti. Comunque, tali manifestazioni non provenivano da due servitori subalterni, bensì dalla seconda o terza autorità dello stato. Il papa e il duca si adoperavano in egual misura affinché le decisioni negative non fossero necessariamente valutate come essenziali per le relazioni reciproche, ma se ne sottolineasse sempre il carattere di eccezionalità. Coerentemente, tanto Roma quanto Torino non mancavano di esprimere benevolenza per entrambi i cardinali: le numerose manifestazioni verbali erano in questo caso il supplemento alla concessione di vari privilegi, al conferimento di commende e all’intervento in favore dei clienti dell’altro. Una differenza essenziale si riscontra tuttavia nel fatto che, nel caso di Roma, si può parlare di una consapevole e sistematica ingerenza del cardinal nipote, come dimostra la sua istituzionalizzazione nell’ordinamento curiale romano. A Torino non si può invece parlare di istituzionalizzazione, sia perché con Maurizio si trovò un’unica volta un cardinale dinastico alla corte di Savoia, sia perché non rivestiva alla corte di Torino un ruolo dominante pari a quello del cardinal nipote nel sistema romano. Nondimeno la porpora cardinalizia non ebbe per Maurizio un semplice carattere decorativo. Annoverare in seno alla famiglia un cardinale non significava soltanto un vanto ulteriore nella galleria di ritratti degli antenati. Fino a che punto sia lecito generalizzare i risultati raggiunti per il cardinal Maurizio dal punto di vista del ruolo e della funzione di un cardinale dinastico, può tuttavia essere stabilito solo attraverso ulteriori ricerche sui cardinali principi.

Note

* L’articolo contiene alcuni risultati parziali della mia dissertazione sui rapporti romano-sabaudi sotto Paolo v.

1. L. von Pastor, Geschichte der Päpste seit dem Ausgang des Mittelalters, Bd. 12, Geschichte der Päpste der katholischen Restauration und des Dreißigjärigen Krieeges. Leo xi und Paul v (1605-1621), Herder, Freiburg 19279, p. 612.

2. Archivio Segreto Vaticano (d’ora in poi asv), Fondo Borghese (fb), ii 288, f. 209, Costa a Borghese il 3 dicembre 1606.

3. Archivio di Stato di Torino (d’ora in poi ast), Lettere Ministri Roma (lmr), m[azzo] 29, 86, Vittorio Amedeo a Scaglia il 28 ottobre 1618.

4. Il 3 giugno 1560 il vescovo Francesco Bachaud di Ginevra fu nominato da Pio iv primo nunzio stabile alla corte torinese.

5. Cfr. R. Ago, Carriere e clientele nella Roma barocca, Laterza, Roma-Bari 1990, p. 22.

6. K. Jaitner, Die Hauptinstruktionen Gregors xv für die Nuntien und Gesandten an den europäischen Fürstenhöfen 1621-1623, 2 voll., Niemeyer, Tübingen 1997.

7. Ago, Carriere, cit.

8. Cfr. Jaitner, Die HauptinstruktionenGregors xv, i, cit., pp. 368 s.

9. Ivi, p. 371.

10. Si tratta di Carlo Antonio Ripa da Torino, già attestato sotto Paolo v come referendario delle Due segnature. Sotto Gregorio xv fu nominato governatore di Todi e Città di Castello e infine, nel 1632, vescovo di Mondovì. Dal momento che per il conferimento del seggio vescovile di Mondovì il duca sabaudo aveva de facto un diritto di nomina, Ripa dovette questo ulteriore avanzamento di carriera non al papa, bensì a Vittorio Amedeo i. Su Ripa, cfr. Jaitner, Die HauptinstruktionenGregors xv, vol. i, cit., p. 364.

11. K. Jaitner, Die Hauptinstruktionen Clemens’ viii für die Nuntien und Legaten an den europäischen Füstenhöfen 1592-1605, i, Niemeyer, Tübingen 1984, pp. cxlix, clvii.

12. Jaitner, Die Hauptinstruktionen Gregors xv, i, cit., p. 413.

13. Tutti i dati sono tratti da Ago, Carriere, cit., pp. 24 s., tab. 5.

14. Vedi al proposito il quadro delineato ivi, pp. 28 s., tab. 6.

15. Cfr. W. Reinhard, Amici e creature. Politische Mikrogeschichte der römischen Kurie im 17. Jahrhundert, in "Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken", 76, 1996, pp. 308-34.

16. Cifre in Jaitner, Die Hauptinstruktionen Gregors xv, cit., i.

17. Per rispondere alla domanda in che misura una regione poteva dirsi ben rappresentata nel collegio cardinalizio, Reinhard adotta il seguente criterio: "Die Bevölkerung einer bestimmten Region und die Zahl "ihrer’ Kardinäle werden nebeneinandergestellt, dann wird ihr jeweiliger prozentualer Anteil an der Bevölkerung Italiens bzw. der Gesamtzahl der italienischen Kardinäle verglichen, indem die Differenz des Prozentsatzes der Bevölkerung vom demjenigen der Kardinäle gebildet wird". Il relativo quoziente ottenuto per diversi anni oscilla nel caso del Piemonte tra -5,8 e -10,1, quello dello Stato della Chiesa tra +20,7 e +44,1, laddove lo Stato della Chiesa mostra un’evidente sovrarappresentanza nel collegio cardinalizio. W. Reinhard, Herkunft und Karriere der Päpste 1417-1963. Beiträge zu einer historischen Soziologie der römischen Kurie, in "Mededelingen van het Nederlands Instituut te Rome", xxxviii, 1976, pp. 87-108, la citazione è a p. 90.

18. Tutte le cifre sono tratte da Reinhard, Herkunft und Karriere, cit., p. 88, tab. 1 e 2, p. 90, tab. 3, pp. 102 s.

19. ast, Matrimoni, m. 3, fasc. 10.

20. Il testamento che si trova in ast, Testamenti, m. 4, 1, è pubblicato ampiamente in E. Ricotti, Storia della monarchia piemontese, vol. 4, Barbera, Firenze 1865, pp. 418-40, qui p. 427.

21. asv, fb ii 293-294, f. 38, Costa a Borghese, 23 gennaio 1610.

22. ast, lmr, m. 24, 39, Visce a Carlo Emanuele i, 6 settembre 1610.

23. Sul matrimonio di Marcantonio cfr. W. Reinhard, Ämterlaufbahn und Familienstatus. Der Aufstieg des Hauses Borghese 1537-1621, in "Quellen und Forschungen aus italienischen Archiven und Bibliotheken", 54, 1974, pp. 328-427. La citazione è a pp. 410-26.

24. ast, Lettere Principi Savoia, serie i, Duchi e Sovrani, m. 30, fasc. 30, Carlo Emanuele i a Isabella, 19 marzo 1621.

25. Cfr. a questo proposito, S. Guichenon, Histoire généalogique de la Royale Maison de Savoie, 3 voll., G. Barbier, Lyon 1660.

26. Citato secondo E. Passamonti, Le "Instruttioni" di Carlo Emanuele i agli inviati sabaudi in Roma, in Carlo Emanuele i, miscellanea, Torino 1930 [Biblioteca della Società storica subalpina cxx], pp. 167-430, qui p. 321.

27. Ibid.

28. Sui progetti di un legame matrimoniale con gli Stuart cfr. E. Passamonti, Relazioni Anglo-Sabaude dal 1603 al 1625, in "Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino", 36, 1934, pp. 264-317, 489-543; "Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino", 37, 1935, pp. 94-124.

29. La citazione in Ricotti, Storia, cit., p. 427.

30. Cfr. P. Merlin, Emanuele Filiberto. Un prinicipe tra il Piemonte e l’Europa, sei, Torino 1995, p. 4.

31. Dettagliatamente su questi tre cardinali cfr. P. Merlin, I cardinali sabaudi nell’età di Emanuele Filiberto (1559-1580), in G. Signorotto, M. A. Visceglia (a cura di), La corte di Roma tra Cinque e Seicento. "Teatro" della politica europea, Bulzoni, Roma 1998, pp. 299-321.

32. Cfr. Instruttioni, cit., p. 358.

33. Cfr. Ricotti, Storia, cit., p. 438.

34. ast, Principi del Sangue, m. 10, fasc. 10 bis.

35. Ibid.

36. ast, lmr, m. 21, 268, Verrua a Carlo Emanuele i, 31 ottobre 1605.

37. ast, lmr, m. 22, 24, Verrua a Carlo Emanuele i, 4 agosto 1606.

38. ast, lmr, m. 21, 268, Verrua a Carlo Emanuele i, 31 ottobre 1605.

39. asv, fb ii 285, f. 129-131v, Uditore del Nunzio spagnolo a Borghese, 29 settembre 1607.

40. ast, lmr, m. 22, 29, Verrua a Carlo Emanuele i, 5 maggio 1606.

41. ast, lmr, m. 22, 35, Verrua a Carlo Emanuele i, 3 giugno 1606.

42. asv, fb ii 285, f. 61rv, Costa a Borghese, ottobre 1606.

43. asv, Segr. Stato Savoia 39, f. 171rv, Borghese a Costa, 14 ottobre 1606.

44. asv, fb ii 287, f. 110, Costa a Borghese, 20 settembre 1607.

45. asv, fb ii 287, f. 153, Costa a Borghese, 14 ottobre 1607.

46. asv, fb i 927, f. 136, Paolo v a Carlo Emanuele i, 17 novembre 1607.

47. asv, fb ii 287, f. 226-227v, Costa a Borghese, 2 dicembre 1607.

48. asv, fb ii 292, f. 146rv, Tolosa a Borghese, 7 marzo 1606.

49. ast, lmr, m. 23, 17, Persiani a Carlo Emanuele i, 29 agosto 1608.

50. asv, fb ii 328-330, f. 332-333, Tolosa a Costa, 6 dicembre 1605.

51. asv, fb ii 287, f. 103f, Costa a Borghese, 17 settembre 1607.

52. asv, Segr. Stato Savoia 39, f. 280v-281, Borghese a Costa, 6 ottobre 1607.

53. asv, fb ii 287, f. 151, Costa a Borghese dal 14 ottobre 1607.

54. asv, fb ii 287, f. 176rv, Costa a Borghese, 29 ottobre 1607.

55. asv, fb ii 287, f. 248rv, Costa a Borghese, 16 dicembre 1607.

56. asv, fb ii 295a, f. 38, Costa a Borghese, 3 febbraio 1608.

57. asv, fb ii 287, f. 235rv, Costa a Borghese, 5 dicembre 1607.

58. asv, fb ii 287, f. 249rv, Costa a Borghese, 16 dicembre 1607.

59. Cfr., ad esempio, asv, fb ii 83, f. 218, Carlo Emanuele a Paolo v, 10 maggio 1620.

60. asv, fb ii 296, f. 12, Costa a Borghese, 10 febbraio 1619.

61. In F. A. Della Chiesa, S.R.E. Cardinalium, Archiepiscopum, Episcopum et Abbatum pedemontane regionis chronologica historia, S. D. Carinus, Augustae Taurinorum 1645, p. 50, si definisce al riguardo della Rovere: "purpura ad requistionem eiusdem Caroli Sabaudiae Ducis donator".

62. Cfr. ast, Mat. Ecc., cat. 28, Nomina del cardinale.

63. asv, fb ii 289, f. 26-28v, Costa a Borghese, 2 luglio 1608.

64. Il discorso di Botero è riportato da F. Chabod, Un discorso del Botero a proposito del cardinale Maurizio di Savoia nel 1608, in "Bollettino storico bibliografico subalpino", 36, 1934, pp. 102-14. La citazione è a p. 107.

65. Botero calcolava 100.000 scudi d’oro all’anno. In base ai calcoli di Oberli, Maurizio avrebbe speso nella sua prima visita a Roma 435.900 scudi e nella sua seconda addirittura 539.510 scudi: M. Oberli, Magnificentia Principis. Das Mäzenatentum des Prinzen und Kardinals Maurizio von Savoyen (1593-1657), vdg, Weimar 1999, pp. 112, 156.

66. Chabod, Un discorso del Botero, cit., p. 108s.

67. asv, fb ii 289, f. 116, Costa a Borghese il 14 settembre 1608. Nella stessa lettera alla quale Costa allegava questo discorso, il nunzio riferiva di un terzo discorso, pronunciato a favore di un soggiorno di Maurizio presso la curia e redatto da una persona, "che si trova in prigione et che per consequenza ha bisogno d’aiuto et di favore" (ibid.). A Roma, del resto, non è conservato che un discorso anonimo (asv, fb ii 2-3, ff. 300-302), che prende posizione contro le argomentazioni di Botero, sicché non è possibile chiarire inequivocabilmente chi ne fosse l’autore. Chabod pubblica comunque questo discorso (Chabod, Un discorso del Botero, cit., pp. 110-14), ma nel suo lavoro manca il riferimento al terzo discorso, così come alla possibile paternità di Aldobrandini/conte di Verrua.

68. Ivi, pp. 112 ss.

69. asv, fb ii 291, f. 238-239v, Costa a Borghese, 20 giugno 1609.

70. Il viaggio in Spagna del conte di Verrua doveva perciò anche servire a procurare "qualche pensione al S. Cardinale di Savoia con la protettione della corona di Spagna" (asv, fb ii 289, f. 224-225v, Costa a Borghese il 6 dicembre 1608). A Torino si speculava tra l’altro anche sul ricco arcivescovato di Siviglia o sull’arcivescovato siciliano di Monreale. La maggior parte della corrispondenza intercorsa in tale circostanza tra Roma, Torino e Madrid è riprodotta in M. Zucchi, Il cardinale Maurizio di Savoia e l’arcivescovato di Monreale, in "Archivio Storico italiano", 94, 1936, pp. 129-56.

71. ast, lmr, m. 29, 110, Scaglia a Carlo Emanuele i, 26 gennaio 1618.

72. ast, lmr, m. 31, 32, Scaglia a Vittorio Amedeo, 1º marzo 1620.

73. asv, fb ii 296, f. 96rv, Costa a Borghese, 3 maggio 1620.

74. L’ambasciatore Scaglia fa una descrizione molto dettagliata del soggiorno romano: ast, lmr, m. 399, Scaglia a Carlo Emanuele i, 18 luglio 1620.

75. ast, lmr, m. 32, 35, Scaglia a Carlo Emanuele i, gennaio 1621.

76. ast, Registri Lettere della Corte, m. 28, f. 27, Carlo Emanuele i a Maurizio, 14 febbraio 1621.

77. La citazione in Jaitner, Die Hauptinstruktionen Gregor xv, cit., i, p. 102.

78. ast, Lettere Cardinali, m. 13, 5, Ludovisi a Carlo Emanuele i, 15 marzo 1621.

79. ast, Registri Lettere della Corte m. 28, f. 27, Carlo Emanuele i a Cavorretto, 19 febbraio 1621.

80. Cfr. Oberli, Magnificentia Principis, cit., p. 71.

81. Ibid. Fino a poco tempo fa ci si doveva accontentare di lavori biografici sul cardinale di Savoia davvero modesti e poco affidabili. In particolare i dati di D. L. Randi, Il Principe Cardinale Maurizio di Savoia, Firenze 1901, sono da usare con grande cautela. Ugualmente non particolarmente utile è V. E. Gianazzo di Pamparato, Il principe cardinale Maurizio di Savoia mecenate dei letterati e degli artisti, G. B. Paravia, Torino 1891. Il mecenatismo è ugualmente al centro dell’articolo di M. Di Macco, "L’ornamento del Principe". Cultura figurativa di Maurizio di Savoia (1619-1627), in G. Romano (a cura di), Le collezioni di Carlo Emanuele i di Savoia, Editris, Torino 1995, pp. 349-74.

82. Sul conclave del 1623, cfr. Pastor, Geschichte der Päpste, Bd. 13, 1 (1621-1644), Herder, Freiburg 19289, qui pp. 227-44.

83. Cfr. Oberli, Magnificentia Principis, cit., p. 112.

84. Stando alle affermazioni contenute nelle istruzioni al nunzio di Torino designato, Gallo, dell’anno 1627, Maurizio ha prodotto con la sua entrata in scena a Roma solo un’eccellente impressione. Si dice lì che il cardinale di Savoia "[è] di tanta pietà et virtù, che con le medesime pareggia l’eminente sua conditione, et l’estimatione grande della sua persona, essendosi esso S. Cardinale trattato in Roma con tanta magnanimità, et proceduto con tanta modestia, et dato insieme di se odore di si buoni, candidi costumi, ch’il partir sua da quella corte, ha in un certo modo ecclisato lo splendore et l’ornamento, che ne riceveva l’istesso collegio, non che la corte tutta", asv, Fondo Pio 23, ff. 335-344.

85. Cfr. G. Quazza, Guerra Civile in Piemonte 1637-1642 (nuove richerche), in "Bollettino Storico-Bibliografico Subalpino", 57, 1959, pp. 281-321; 58, 1960, pp. 5-63, (la cit. è a p. 321).

86. Cfr. Oberli, Magnificentia Principis, cit., p. 161.

87. Ivi, p. 290.

88. Cfr. G. Quazza, Guerra Civile in Piemonte, cit., p. 294.

89. asv, fb iii, 42b, f. 65rv, Borghese a Bentivoglio, 21 settembre 1618.

90. asv, fb ii 247, f. 379rv, Bentivoglio a Borghese, 24 ottobre 1618.

91. Cfr. W. Reinhard, Papal Power and Family Strategy in the Sixteenth and Seventeenth Centuries, in R. G. Asch, A. M. Birke (eds.), Princes, Patronage, and the Nobility. The Court at the Beginning of the Modern Age, 1450-1650, Oxford University Press, Oxford 1991, p. 343.

92. ast, Asti, Provincia, Feudi della Chiesa d’Asti, Paolo v a Maurizio, 16 luglio 1611.

93. asv, Segr. Stato Savoia 161, f. 257, Costa a Borghese, 24 dicembre 1611.

94. asv, Segr. Stato Savoia 161, f. 277rv, Costa a Borghese, 8 gennaio 1612.

95. asv, fb ii 293-294, f. 203rv, Costa a Borghese, 22 dicembre 1613.

96. asv, fb i 944, f. 254rv, Paolo v a Maurizio, 30 ottobre 1616; asv, fb i 906, f. 345-346, Paolo v a Maurizio, 30 dicembre 1617.

97. asv, Archivio Nunziatura Torino 21.

98. asv, fb ii 434, f. 387rv, Borghese a Maurizio, 4 giugno 1608.