Giustizia, giudici e tribunali fra centro e periferia
nello Stato ecclesiastico (secoli XVI-XVII) 

di Irene Fosi

La recente riflessione storiografica sul significato di "centro" e di "periferia" negli stati italiani della prima età moderna ha riconsiderato soprattutto il modularsi del rapporto fra queste due entità, talvolta per altro non ben definite o, comunque, troppo schematizzate ed astratte da un contesto in movimento, quale si presenta, ad esempio, lo Stato ecclesiastico fra tardo Cinquecento e Seicento. La valutazione complessiva del rapporto centro-periferia è stata poi riproposta nel quadro della presunta e spesso troppo enfaticamente conclamata modernità del Papato della prima età moderna. Dunque, un esame della documentazione su questa polimorfa problematica, sui suoi mutamenti in un arco di tempo più o meno secolare, implica di conseguenza anche alcune valutazioni tematiche e metodologiche. Se si vuole poi analizzare in particolare il governo della giustizia, il rapporto complesso fra organismi centrali e periferici, dovremo avanzare alcune considerazioni preliminari. La prima è la necessità di non dimenticare – come l’antropologia giuridica ha ampiamente sottolineato – la funzione totalizzante del governo della giustizia nella società di antico regime e, quindi, la sua identificazione con il potere, del quale ha forza legittimante; la seconda è che, proprio in virtù di questa funzione complessa ed estesa, la documentazione sul governo della giustizia si amplia e si frantuma a dismisura, assumendo proporzioni che, spesso per necessità, hanno indotto a produrre studi di microstoria o di carattere puramente localistico.

Alcune ricerche, poi, hanno focalizzato l’attenzione su determinati periodi fortemente segnati da una politica centralizzatrice ed "assolutistica" del governo pontificio, come il tardo Cinquecento: momenti certamente fondanti una logica di governo che avrebbe marcato il periodo successivo, durante il quale sarebbero emerse anche difficoltà e contraddizioni. La modernizzazione tardocinquecentesca trovò infatti, nel corso dei decenni successivi, concrete differenziazioni che si adattarono, solo talvolta con successo, a situazioni che rendevano il governo della giustizia meno drammatico, senza le forme clamorose ed esemplari ritenute emblematiche del pontificato di Sisto v o di Clemente viii. Per comprendere quali furono le necessità ed anche le opportunità di adattarsi alle realtà locali e quali invece i freni – e i conseguenti fallimenti del "sistema" messo in atto da Roma – si deve spingere lo sguardo più avanti nel corso del xvii secolo per seguire piuttosto alcuni indizi – perché spesso, purtroppo di indizi si tratta – del percorso compiuto sul lungo periodo e verificare, ad esempio, se all’interno di una documentazione prodotta dalla stessa istituzione permangano aperte ed irrisolte le stesse problematiche o, eventualmente, si possano cogliere differenziazioni – sostanziali ed anche formali – nei problemi posti e nel modo di affrontarli. Se focalizziamo lo sguardo su un periodo che comprende, approssimativamente, la prima metà del Seicento, si avverte come la documentazione si intrecci – orizzontalmente – fra diversi organismi curiali, come le congregazioni, istituite o riorganizzate fra fine Cinquecento ed inzio Seicento. Questo intreccio mostra i fili di un "sistema" di controllo che investiva la città, il suo distretto, le diverse zone più lontane da Roma, con realtà precedenti segnate da uno sviluppo comunale, cittadino, da forti permanenze di dominio signorile e si concretizzava, poi – verticalmente – in un continuo scambio epistolare fra le magistrature romane e le diverse parti della periferia dello Stato ecclesiastico. Proprio questo "sistema", nel quale l’itinerario seguiva un tracciato circolare – dal centro alla periferia al centro, ma che poteva esser letto anche in senso inverso: dalla periferia al centro e di nuovo alla periferia – evidenzia il concorrere, non sempre coordinato e coerente, di diverse forze come le istituzioni centrali, la Sacra Consulta, la S. Congregazione del Buon Governo, la Congregazione per le immunità e il S. Uffizio, nella realizzazione di un "ordine" che investiva, indistintamente, il governo temporale e spirituale.

La "buona giustizia", l’immagine del sovrano giusto giudice, l’esaltazione dei suoi attributi rappresentavano, com’è noto, temi assai diffusi nella trattatistica, nell’iconografia, nella pamphletistica di antico regime e, rifereriti al pontefice, assumevano un significato diverso e più forte per la duplice natura del suo potere. Così, tra le fonti che, a livello teorico, documentano il governo della giustizia o, quanto meno, la volontà di realizzarlo o, diciamo pure, la propaganda che esaltava una sua – spesso presunta – realizzazione, potremo ascrivere documenti di diverso genere: dalle monete, alle medaglie, alla produzione pittorica ed architettonica, tutte molteplici espressioni di un linguaggio artistico barocco capaci di palesare un programma politico, insieme alla celebrazione del suo autore. Diverso è invece il tenore di altre fonti, più capaci di evidenziare i mutamenti e le esigenze del governo della giustizia: testi più o meno noti, manoscritti o a stampa si incontrano infatti dappertutto e non è facile riconoscerne l’originalità.

1."Governare con amore, con giustizia e carità"

Una Istruzione per un prelato che sia mandato in governo – un testo manoscritto all’incirca del primo decennio del ‘600, di cui si trovano diverse versioni – non si segnala certo per la sua originalità1. In questo scritto, l’uomo di governo è chiamato a compiere, al momento del suo incarico, atti simbolici, come ringraziare i "padroni" per rispettare quella cerimonialità che non era certo solo forma ma esplicitava un discorso politico proprio del linguaggio della corte. Ma, come annotava l’anonimo estensore della citata Istruzione manoscritta, prestato giuramento di fedeltà nelle mani del camerlengo, egli "dovrà visitare tutto il S. Collegio de Cardinali et i prelati più riguardevoli della Corte et in specie i Segretarij delle Congregazioni, et i Prelati di Consulta e delle Congregazioni del buon Governo, e doppo il complimento, prendere le informazioni, che da essi si potranno cavare et intendere parimenti come l’uomo s’abbia da governare con quelli del Governo che sono soggetti ai loro Tribunali delle loro Congregazioni et in spece del Sant’Uffizio, e dell’immunità Ecclesiastica"2. Dunque, fin dalla sua partenza da Roma, chi doveva governare in provincia era messo di fronte alla pluralità di organismi di riferimento: tribunali delle congregazioni, tribunali ordinari romani che, nel corso del ’500, avevano esteso la giurisdizione anche oltre il limite del distretto, come ad esempio il tribunale del Governatore di Roma. Doveva però anche confrontarsi con le realtà di potere locali che cercavano di difendere la loro identità, la memoria storica, i superstiti privilegi che si concretizzavano proprio nell’esercizio della giustizia attraverso gli organismi comunali regolati da norme statutarie. A queste realtà si aggiungeva, poi, quella signorile, limitata, ma non certo cancellata dalla politica dei pontefici cinquecenteschi. Il seguito dell’Istruzione si configura come un "breviario" preciso per mediare prudentemente fra la necessità di rappresentare l’autorità romana, conciliandosi con prudenza, il favore delle rappresentanze cetuali locali, ma soprattutto per non lasciare "alcuna buon opera senza premio, né delitto senza castigo"3. Se, dunque, molte pagine erano dedicate ad elogiare l’obbedienza dei sudditi, stimolo principale al ben governare per conseguire il bene comune, si sottolineava che "di tutto quello che nasce di più dubbioso se ne dia parte concordemente in Roma alla propria Congregazione di quel negozio e si dia alla risoluzione di essa". Si teorizzava quello che la prassi, da tempo, aveva già definito: il continuo scambio epistolare da e verso Roma, per conoscere, correggere, adeguare alla varietà di situazioni locali, quelle istruzioni emanate dal centro che sintetizzavano nel "mantenimento delle cose pubbliche e [nell’] utile de’ privati" il ben governare del magistrato "per ben sodisfare al debito suo"4. Le pagine dell’Istruzione si riempivano poi di utili consigli riguardanti la messa in atto della "buona giustizia", cioè del buon governo che avrebbe creato consenso verso il potere centrale e realizzato, grazie all’obbedienza dei sudditi e la devozione dei ceti dirigenti locali, il bene comune. Dai libri nei quali si dovevano registrare denunzie, malefici e procedimenti giudiziari, alla "nota" di banditi e contumaci "con tutte le discussioni che s’averanno a fare a fine delle cause che saranno a termine di trasmettere le inquisizioni e d’ogni altra cosa che concerne l’interesse della stessa comunità"5; dal controllo dei corpi armati di bargello e birri per tenere d’occhio l’ordine pubblico "massime lo sabbato sera et ogni vigilia di ciascuna festa", quando più facilmente nascevano le risse e disordini per ubriachezza e porto d’armi; al controllo delle strade, delle prigioni e di chi vi era ospitato e alla "qualità del loro trattamento", alle spie "che come persone infami dicono mille bugie, fanno essi il male e poi lo gettano adosso a questi e quello"; alla necessità di tenere opportunamente conto dei "memoriali ciechi", delle denunzie anonime che, pur dettate spesso da rancori personali, potevano servire ad individuare gravi misfatti. "Governare con amore, con giustizia e carità" era il principio guida che doveva ispirare l’azione di governo e si traduceva, in queste pagine, come in altre, magari retoricamente più articolate, nel favorire le donne nelle cause, nell’usare prudenza nei procedimenti contro i chierici, nell’usare, moderatamente, liberalità, mentre una costante metafora di carattere medico segnava la parte finale di questo scritto: "All’offizio del medico appartiene il far prova d’ogn’altro medicamento prima di metter mano al ferro et al fuoco, così anche il Governatore deve ritirare i sudditi dal far male tentar prima ogn’altra strada, che quella del rigore".

Questi testi, certo non peccano di originalità, ma segnalano come, nel corso del Seicento, governare sia esercitare la giustizia, e soprattutto, lontano da trionfalismi, mettere in atto una serie di norme di polizia, di controllo che permettevano di tradurre, nella opportuna considerazione delle situazioni locali e delle loro peculiarità, le direttive centrali. Compito di chi governava era realizzare e conservare una società ordinata e non sorprende, quindi, di trovare le stesse indicazioni, le stesse direttive impartite agli ordinari diocesani dalle congregazioni romane, ma anche nella corrispondenza diretta dalla Segreteria di Stato e dal cardinal nepote ai legati6: categorie di temporale e spirituale non trovano, nella realtà dello Stato ecclesiastico della prima età moderna, una collocazione dicotomica e, forse, non aiutano neppure lo storico a comprendere appieno la realtà in esame. Esemplari, in questo senso, sono infatti le facoltà legatizie contenute nel breve di investitura ed in altri, ad esso acclusi, che concedevano ampi poteri al legato, soprattutto nella repressione del banditismo. Tali facoltà si concretizzavano, immediatamente, nei bandi generali, interventi di "polizia" con una forte connotazione simbolica, che miravano a richiamare l’attenzione dei sudditi sul ruolo, sui poteri e le funzioni del cardinale legato, rappresentante del potere di Roma, figura ormai priva del carattere di emergenza e straordinarietà che ne aveva connotato l’istituzione.

Simile per forma e contenuti a questa Istruzione manoscritta, anzi in certe parti addirittura identico, solo più ampio e dettagliato, si presenta, ad esempio, Il governatore politico e cristiano di Mezenzio Carbonario, "dottore" di Terni, città in cui l’autore ravvisa la realtà di un governo efficiente e perfetto, come mostra nell’ultimo capitolo7. Interrogandosi sul perché tante "rubbarie" avessero segnato la vita dello Stato ecclesiastico alla fine del xvi secolo, l’autore, nella dedica a Paolo v, afferma che tale disordine non derivava dalla "cattiva natura degli huomini dell’età passata", bensì dall’instabilità politica "poiché lo stato non stava sempre in un modo, ma quando in pace e quando in guerra". Le colpe di tale disordine non potevano, quindi ascriversi né al sovrano né ai sudditi "ma [ai] cattivi e inesperti ministri che si mandano fuori in governo che, servendo con interesse, lasciano perciò inimicitie intestine per le città". L’autore procedeva poi, nei capitoli successivi, a dimostrare con spiccato intento pedagogico ispirato non solo alle Scritture, ma ad un’esperienza pratica di confronto con la realtà da governare, quali fossero i criteri per amministrare la giustizia – una giustizia differenziata "per gradi e qualità" – quali i metodi per scegliere i collaboratori8 e quali, infine, le strategie per ridurre all’obbedienza governanti ed amministratori "discoli, inutili e dannose piante". Contro di essi si doveva procedere con rigore, privandoli "della soprabbondanza delle facoltà che li rende insolenti", per passare poi al ludibrio pubblico, all’invio, a loro spese, a governare nei più lontani luoghi dello stato ed infine "o con un laccio o con una mannaia, conforme al delitto e qualità loro, commandare che per benefitio publico siano uccisi e morti"9. Metodi rigorosi, sostenuti dal costante richiamo alla Sacra Scrittura, alla tradizione del diritto romano – l’autore si appella in diversi luoghi alla lex Julia de repetundis – giustificati dalla più solida struttura dello Stato ecclesiastico, non più tormentato da una instabile congiuntura politica europea. L’opera, pur modesta, può essere ascritta a quel ricco filone di trattatistica politica che intendeva celebrare il dominio papale, la forza della sua duplice natura nel forgiare uomini di governo capaci di tradurre in realtà la buona giustizia.

 

2. La Sacra Consulta fra centro e periferia

Se queste fonti mostrano il dover essere e traducono, teorizzandolo, lo sforzo operato a Roma, soprattutto dalle congregazioni, di "istruire", di rendere idoneo chi doveva governare la multiforme realtà periferica, questa, soprattutto nei suoi aspetti di "governo della giustizia" si presentava, in concreto, ben più problematica. Spunti di ricerca in questo senso possono emergere sia dai carteggi fra i giusdicenti locali e la Sacra Consulta, sia da alcuni pareri espressi nel corso del Seicento su temi di competenza di questo tribunale supremo, sia infine quanto espresso, pur attraverso formule e griglie retoriche stereotipe, da memoriali e suppliche rivolte da singoli o da intere comunità ad alcuni organismi centrali. Il profilo istituzionale della Congregatio decimoquarta pro consultationibus negociorum Status Ecclesiastici sembra proporsi ancora come terra incognita per molti aspetti riguardanti le competenze ed il funzionamento, ma anche per il ruolo svolto dal cardinal nepote che non sempre era anche prefetto della stessa10. Consideriamo, invece, dalla documentazione, gli effetti, i problemi, la ricaduta dello sforzo di accentramento, ma anche di mediazione perseguito dai pontefici tardocinquecenteschi facilmente individuabile nei compiti della Sacra Consulta dopo la riorganizzazione sistina. Fra i molteplici e fondamentali compiti di questo tribunale c’era anche quello di controllare la legittimità di processi criminali celebrati in tutto lo Stato ecclesiastico; dare pareri in materia giudiziaria, accogliere i ricorsi dei sudditi contro gli ufficiali e dei vassalli contro i signori. Accanto a queste funzioni, ne erano previste altre, originariamente, che col tempo divennero sempre più marginali. Per seguire questo processo in cui un organismo subisce una trasformazione interna, una differenziazione, per "necessità" di far fronte ad esigenze di governo e di amministrazione della giustizia, sembra dunque opportuno considerare cosa avvenga fra il momento tardocinquecentesco, significativo e determinante, e la sistemazione teorica ed un po’ oleografica del cardinal De Luca che, a fine Seicento, poteva celebrare questo organismo indicandolo come modello anche per gli altri stati: "L’introduzione di questa Congregazione merita d’essere sommamente lodata, e inalzata fino alle stelle, siche dovrebbe servire di norma, e di esemplare a tutti li Principi"11. A metà Seicento, e per la precisione durante il pontificato di Alessandro vii, la Sacra Consulta subì alcuni mutamenti che coinvolsero la stessa struttura della corte e della curia. Il prefetto della congregazione non era più il cardinal nepote, come quasi sempre era accaduto nei pontificati di Clemente viii o di Urbano viii: come è noto, la figura del cardinal nepote Flavio Chigi, sovrintendente dello Stato ecclesiastico, rimase, anche negli affari interni, assai sfocata, sopraffatta dall’esperienza di cardinali "amici" competenti, fidati e già esperti di governo in provincia, più che di "creature", almeno nei primi tempi del pontificato chigiano. Il "servizio" già prestato al pontefice con concrete esperienze di governo nelle legazioni o nella diplomazia sembrò essere una garanzia, una qualità imprescindibile per chi doveva presiedere le congregazioni romane, o almeno alcune fra le più importanti. La somma di diversi incarichi nelle stesse persone, negli "amici", risultava essere una caratteristica quasi costante nella curia romana, spia, al contempo, di forza, perché permetteva di coordinare – proprio con quei legami di amicizia, fedeltà, parentela – il "sistema" delle diverse congregazioni nel governo temporale e spirituale, ma anche elemento di debolezza per la impossibilità di "specializzare" la competenza. Non era, questa, vale la pena di ricordarlo, una caratteristica solo dello Stato ecclesiastico. Si può allora parlare di coordinamento e non di competizione per la linea di intervento delle congregazioni romane in materia di giustizia? Le fonti considerate più avanti, le fonti "dal basso" – suppliche, lettere, memoriali – mettono in risalto proprio la difficoltà di un’azione coordinata ed addirittura il frequente contrasto e la competizione fra i tribunali romani. Il coordinamento avrebbe dovuto essere assicurato dalla presenza delle stesse persone nelle diverse congregazioni, ma la gelosa difesa delle prerogative, dei ruoli e dell’onore che ne derivava, la permanenza e la sovrapposizione di norme procedurali oscure, la concomitanza, nel tempo e nello spazio, di tribunali concorrenti portava, di conseguenza a frenare quel "buon governo" teorizzato ma di difficile attuazione.

Alla metà del Seicento, come appare da diversi registri di lettere inviate alla Sacra Consulta e dalle missive che da questa si spedivano ai rappresentanti papali nelle province – come, ad esempio, quelle scritte dal governatore di Perugia o dai diversi governatori nella Marca – i problemi discussi riguardavano soprattutto la giustizia. Si chiedeva a Roma come comportarsi nel dare la tortura ai "prigioni" – e la risposta era, di solito, di usare moderazione – talvolta si suggeriva un cambiamento del tipo di tortura, come la veglia al posto della corda, sostenendo che "il prigioniero non è abile"; oppure che il prigioniero "si sottoponga alla tortura secondo la qualità degli inditij", come nel caso di una lettera della Sacra Consulta scritta al governatore di Ancona nel 1651 dal cardinale Pamphili, nipote di Innocenzo x, a proposito del sommario processo contro un patentato del S. Uffizio, esaminato dal supremo tribunale12. Casi come questi erano abbastanza frequenti, per l’ampia impunità goduta dai "patentati", e sollevavano problemi di giurisdizione, di facoltà e permessi da richiedere, con le dovute cautele, ad un altro supremo tribunale con il quale i rapporti non erano sempre facili. Si richiedevano pareri su procedure e, in casi dubbi, si invitava da Roma a raccogliere ulteriori indizi e informazioni, prima di condannare; si chiedeva, ai governatori, precisione e puntualità nel registrare salvacondotti e nel garantire l’esecuzione della pena comminata più frequentemente, cioè l’esilio.

Su questo punto si potrebbero avanzare alcune considerazioni: basti soltanto dire che far eseguire la pena dell’esilio significava, per la giustizia locale, essere capace di rompere quei legami fra il condannato, la famiglia e la comunità originaria che alimentavano fenomeni come il banditismo. La frequenza con la quale si insisteva su questo punto non può che essere una spia della debolezza del governo della giustizia nel confronto/scontro con le realtà e le logiche locali. Il tentativo di controllare il sistema parallelo di giustizia – o, come viene definito, l’infragiudiziario – si evince anche dalla costante richiesta sia da parte dei governatori sia della Sacra Consulta di esigere che le comunità tenessero un "libro delle paci", ben ordinato e consultabile per dirimere, sul nascere, i frequenti contenziosi che opponevano individui e famiglie, dopo il fallimento delle composizioni private e rendevano necessario l’intervento della giustizia romana per ristabilire l’ordine13.

Per poter spedir la cavalcata secondo l’uso di questo tribunale – scriveva ad esempio Mario Fani, governatore di Ancona al cardinale Giulio Sacchetti nel 1657 – contro Simone de Vecchi per l’insulto fatto con ferita a Gio. Castellano da Camarano non ostante che vi fosse la pace, si è procurato haver chiarezza di detta pace anche con trattare più volte con l’offeso e non havendola mai data né ritrovandosi rincontro nella cancellaria criminale di questo Tribunale, non si è potuto fin hora far altro ch’essaminar alcuni testimonij che provano l’insulto, ma non già la frattura della pace, deponendo solo di publica voce e fama, che fosse recentemente seguita tra loro per altre cause. Si procurerà tirar innanzi il processo, per venir quanto prima alla speditione della causa se altro non ordinerà V. Ecc.za...14.

Si procedeva a stento, per operare la giustizia in provincia, i tempi si allungavano, i pareri erano spesso discordi e i sudditi si rivolgevano spesso direttamente alla Sacra Consulta.

Sempre più frequenti, nel corso del Seicento, erano i problemi riguardanti soprattutto la qualità dei governanti: si può dunque affermare che il tentativo di governare "adeguatamente" con persone idonee, istruite secondo il modello declamato nelle istruzioni ed in altri scritti più o meno noti fosse fallito e, con esso il "progetto" di buon governo celebrato dai pontefici della fine del Cinquecento e dell’inizio Seicento. Non erano mancati i pareri, i consigli rivolti da varie parti a quell’organismo pensato per coordinare e realizzare la giustizia. Uno scritto anonimo e non datato15 proponeva di far "stare a sindacato tutti podestà e ufficiali della S. Consulta alla fine del mandato […] se non vorrà uscir del giro"; si chiedeva un maggior ordine nel tenere "le scritture" e nel notificare a Roma i diversi atti di procedimenti giudiziari; di potenziare i corpi di polizia per "battere la campagna" e si suggeriva che fossero pagati da chi, dopo aver supplicato, aveva ottenuto la remissione della pena, osservando che "assai delitti se commettono che per mancamento de testimoni non si possono verificare, temendo li testimoni d’essere ammazzati o dannificati in varij modi da essi rei, o d’altri d’ordini loro, se vengono liberati giurano il falso essi testimoni vengono perseguiti con offesa dell’anime loro et alle volte venghino astretti colla tortura da giudici"16.

Nei carteggi esaminati il problema della presenza del potere signorile all’interno dello Stato ecclesiastico, alla metà del Seicento, non assume una posizione di rilievo. All’inizio del secolo, durante il pontificato di Paolo v, invece, proprio in un momento di ridefinizione anche teorica del potere papale, di esaltazione polemica della sovranità, era stato presentato da Giovan Battista Spada un Consilium articolato in 72 punti "super facultates et authoritatem Baronum et in quibus procedit magna curia Sacrae Consultae et Supremus Princeps"17. Il problema della ridefinizione dei poteri della feudalità, della verifica della loro legittimità era già stato affrontato – e solo parzialmente risolto – durante i pontificati di Pio v e di Gregorio xiii18. Nel Consilium di Spada, dopo la precisazione, a livello teorico, della natura del possesso feudale – che, di per sé, presuppone un’autorità superiore, in questo caso quella papale – si affermava la possibilità, per i vassalli e per gli stessi baroni, di appellarsi alla Camera Apostolica, ma anche la facoltà dei tribunali papali di "conoscere" le cause in prima istanza, sebbene non fosse esplicitamente prevista nelle investiture che avevano concesso al barone il mero e misto impero. In particolare, si riaffermava solennemente la facoltà del pontefice di avocare ai tribunali romani tutte le cause in prima istanza per crimini di lesa maestà, dalla falsa moneta alla ricettazione di banditi. Il Consilium si proponeva, sostanzialmente, di richiamare a memoria di gran parte della normativa sistina – in particolare quella emanata per fronteggiare il banditismo – e riaffermare il potere di giudicare dei tribunali papali, in particolare della Sacra Consulta, anche in presenza di antiche, spesso rivendicate e non provate, "amplissime e uberrime" concessioni a laici di diritti signorili.

3. La voce delle comunità

Accanto al continuo commercio epistolare fra giusdicenti locali e Sacra Consulta sui problemi che quotidianamente presentava il governo della giustizia e sulle forme procedurali, la congregazione si muoveva per rispondere a memoriali e suppliche inviati da sudditi e, sempre più spesso nel corso del xvii secolo, da intere comunità. I memoriali lamentavano gli "eccessi" commessi da giusdicenti19, la loro inadeguatezza a svolgere compiti di governo senza scandalo20, la corruzione e la connivenza con il crimine che avrebbero dovuto invece estirpare; denunziavano le frequenti irregolarità o turbative; imploravano una giustizia esemplare, consolatoria ed edificante per tutti i sudditi e si rivolgevano, di conseguenza, alla paterna mano del supremo e giusto giudice per ottenere garanzia dell’ordine e del buon governo. Queste scritture, nell’età moderna, seguivano un iter non sempre chiaro e definito dalla prassi curiale romana21. Proprio l’incertezza e la confusione della pratica giudiziaria, malgrado i ripetuti tentativi di riformare il governo della giustizia a Roma e in provincia22, avevano reso sempre più spesso necessario consultarsi direttamente con il cardinal nepote, sia in qualità di prefetto della Sacra Consulta che di riconosciuto motore dell’apparato di governo dello stato. Il cardinal nepote diventava, in questo rapporto epistolare, il consigliere privilegiato per cercare la corretta interpretazione della normativa, specie in materia penale, per richiedere pareri e direttive in merito all’uso della tortura, alla collaborazione con i locali ordinari per l’applicazione di censure ecclesiastiche. Scrivere direttamente al cardinal nepote equivaleva, inoltre, riconoscerne e legittimarne il ruolo di indiscusso anello di congiunzione fra centro e periferia, fra organismi di governo e corte, fra famiglia pontificia e singoli giusdicenti.

Un potere taumaturgico, immediato e bene a conoscenza delle realtà locali poteva, secondo i supplicanti, rimediare alle carenze più evidenti di organismi di giustizia che talvolta non riuscivano, o non volevano, neppure dar seguito alle positive decisioni pontificie sancite dal fiat o dall’exequatur posto in calce alle richieste. Anche nelle frequenti e motivate rimostranze, si ripropone comunque, nella griglia retorica delle suppliche, la separazione di responsabilità fra sovrano, i suoi ministri e giusdicenti, tipica della trattatistica e della pamphletistica di antico regime. Le lettere mettono altresì in luce un’articolata strategia di rapporti personali che avevano il loro nodo cruciale nella corte di Roma e che da essa si dipartivano per garantire, in periferia, una concreta e fedele applicazione della volontà centrale, delineando il rapporto personale di fiducia, protezione e dipendenza, non solo fra potenti interlocutori curiali ed i giusdicenti provinciali che consideravano il loro incarico di governo un temporaneo, ma necessario apprentissage per garantirsi future carriere curiali nella più internazionale delle corti italiane. Le lettere inviate al cardinal padrone, anche nei decenni successivi, sia da parte di legati e governatori, ma anche da giusdicenti di corti locali, sottolineavano costantemente buona "disposizione" e fedeltà alle direttive romane, ma anche la difficoltà di applicazione di normative che, in materia giudiziaria, si rivelavano spesso troppo rigide e bisognose di prudente mediazione e di oculata interpretazione a livello locale. Così, ad esempio, il prefetto della Sacra Consulta, nel 1652, faceva osservare al governatore di Perugia che, a proposito della proibizione del gioco per le strade, ripetutamente proposta dai bandi per assicurare la quiete pubblica ed evitare disordini, "quando li bandi promulgati costà [a Perugia] da Lei o dai suoi antecessori sieno più rigorosi, ella si compiaccia di moderarli colla regola stessa secondo il senso della S. Consulta, la quale aggiunge di più che la proibitione del giuocar nelle strade fatta in Roma non pare necessaria in codesto governo, considerata la differenza de’ rispetti e degli usi fra questa città e gli altri luoghi"23. Si auspicava, dunque, che governare fosse interpretare la norma, adattarla alla situazione contingente, alla "natura" della comunità, ai suoi "humori", secondo metafore che univano in una comune visione macrocosmo e microcosmo, funzione della medicina e della legge.

Se il compito di "mediazione" era stato svolto, nella prima metà del Seicento, soprattutto dal cardinal nepote, a partire dal tournant di metà secolo che, con Alessandro vii, conobbe importanti innovazioni in senso tecnico-giuridico – sia nel riformulare i requisiti per accedere alle carriere, sia nel separare la carica di prefetto della Sacra Consulta dalla persona del cardinal nepote – avrebbe dovuto essere più decisa l’azione di supervisione del supremo tribunale romano. Le situazioni denunziate dal basso, però, offrono fino alla fine del secolo uno sconcertante panorama di irrimediabile difficoltà di intervento del potere centrale, di sclerotizzazione di una prassi che, da tempo, malgrado i tentativi, non era riuscita a realizzare il "buon governo"24. La comunità di Caprarola lamentava, in un memoriale diretto al papa nel 1679, di essere rimasta senza governatore per periodi troppo lunghi "a discretione d’un notario il quale ha in affitto quel tribunale dove continuamente estorcie denari" e ricordava la connivenza delle locali autorità ecclesiastiche, come "l’Abbate Caetano", ma anche le inutili denunzie "portate alla Santità Vostra et alla S. Consulta e, sebbene siano stati dati ordini giustissimi dalla medesima per la remotione del suddetto Abbate e notario, ma non di meno mai se gli è data essecutione nonostante li scandali gravissimi, altre volte giustificati come sopra in materia di zitelle deflorate, perché viene assistito dal potente patrocinio di qualche ministro"25. Accanto alla denunzia di scandali, di connivenze nel malgoverno di autorità laiche ed ecclesiastiche – non di rado, infatti, sono gli stessi ordinari diocesani ad essere accusati di complicità26 – le comunità rivendicavano con forza il rispetto delle norme statutarie, la regolarità delle elezioni nei consigli, il mancato "sindacato" dei giusdicenti a fine incarico, la corruzione, l’assenza del titolo di "dottore", la permanenza nella carica ben oltre il periodo stabilito.

I carteggi, purtroppo frammentari e discontinui, fra il prefetto della Sacra Consulta, legati e governatori delle diverse province dello Stato pontificio, ed ancor più fra questi ultimi ed il cardinal nepote, mostrano per tutto il Seicento, pur con differente intensità, il tenace e complesso sforzo di mediazione fra la normativa romana, spesso drastica ed improponibile nei delicati contesti di conflittualità locale, ed i giusdicenti provinciali27. L’esplicito richiamo, in queste missive, a situazioni denunciate da suppliche precedentemente pervenute a Roma è comunque costante: appellarsi alla fonte suprema della giustizia riusciva però solo talvolta ad attivare un proficuo sistema di controllo e di scambio. Di solito era proprio questa necessità di ricevere direttive chiare dal centro una delle cause dell’allungarsi – infinito – dei tempi e dei costi della giustizia, che alimentavano l’incontrollabile sfera delle paci private e delle pratiche di infragiustizia. Scrivere al centro per chiedere e ottenere giustizia era una prassi diffusa, con differente intensità, per tutta l’Europa dell’età moderna. Supplicando, inviando memoriali o gravamina non si compiva un gesto di ribellione, ma si legittimava l’apparato di governo, la giustizia trionfante propagandata nelle immagini ufficiali, nei testi celebrativi, negli stessi brevi di investitura di chi doveva "andare in governo", se ne riconosceva infatti la capacità di correggere, moderare, interpretare ed adattare la norma. E dal centro, nelle risposte, si cercava di modulare, interpretare, contrattare. Ma la realtà era diversa, come dimostra il perdurare degli stessi problemi esposti nelle lettere, divenuti quasi tópoi in un continuo dialogo fra sudditi e potere. La stessa struttura della curia romana, le funzioni delle congregazioni e dei tribunali, le cui competenze si sovrapponevano in maniera spesso indecifrabile, non contribuivano a chiarire le direttive per il governo della periferia. Erano la stessa articolazione del dominio pontificio, la sua frantumazione in piccoli governi, condizionati da vie di comunicazione impraticabili o, talvolta, addirittura inesistenti, intrecciati a permanenze di dominio feudale refrattario ad accettare l’ingerenza ed il controllo dei tribunali romani che impedivano di concretizzare le premesse del "buon governo". Così gli "esecutori" locali, gli amministratori della giustizia quotidiana risultavano essere ben lontani dal modello teorico proposto da Roma: ma la realtà dello Stato ecclesiastico del Seicento, confrontata con i modelli settecentechi ispirati dall’illuminismo riformatore, già denunziata da osservatori contemporanei e stigmatizzata negativamente dagli storici, non era poi molto diversa da altre realtà italiane ed europee.

Note

1. Un esemplare in Archivio Segreto Vaticano (d’ora in poi asv), Fondo Bolognetti, vol. 156, cc. 73r-86v.

2. asv, Fondo Bolognetti, vol. 156, cc. 73v-74r.

3. Ivi, c. 75v.

4. Ivi, c. 76v.

5. Ivi, c. 79.

6. Per alcuni esempi, in questo senso, riguardanti in particolare le legazioni di Ferrara e Bologna, cfr. A. Gardi, Lo stato in provincia. L’amministrazione della legazione di Bologna durante il regno di Sisto v (1585-1590), Istituto per la storia di Bologna, Bologna 1994; I. Fosi, All’ombra dei Barberini. Fedeltà e servizio nella Roma barocca, Bulzoni, Roma 1997, pp. 95-121.

7. M. Carbonario, Il governatore politico cristiano, Scaccioppa, Fabriano 1617. L’opera mi è stata segnalata da Alessandro Pastore che ringrazio.

8. Erano criteri ispirati alla mediocritas: i collaboratori dovevano essere infatti privi di "estremi" di ricchezza e povertà; meglio più piccoli che grandi; più brutti che belli; più giovani che vecchi.

9. Carbonario, Il governatore, cit., pp. 297-8.

10. Sulla congregazione della Sacra Consulta cfr. M. G. Ruggiero Pastura, La Reverenda Camera Apostolica e i suoi archivi, Archivio di Stato di Roma, Roma 1984, pp. 47-51. Come è noto, la documentazione riguardante l’attività della Sacra Consulta è frammentata, discontinua cronologicamente, e dispersa in diversi archivi (Archivio Segreto Vaticano, in cui il fondo Sacra Consulta è al momento in fase di riordino ed altri fondi dell’Archivio stesso; Biblioteca Vaticana; Biblioteca Casanatense; Archivio di Stato di Roma). È poi facile trovare in archivi familiari materiale riguardante la Sacra Consulta, quando la famiglia poteva vantare fra i suoi membri qualche prefetto della congregazione.

11. G. B. De Luca, Il Dottor volgare, lib. xv, p. iii, Relazione della stessa Curia romana, cap. xxii, § 1.

12. Biblioteca Apostolica Vaticana (d’ora in poi bav), Borgiano latino 729, c. 2r. A metà Seicento, anche nello Stato ecclesiastico il Sant’Uffizio dovette rispondere ripetutamente alle accuse di diversi, gravi abusi perpetrati dai suoi patentati mosse sia da diverse comunità che, oltre tutto, lamentavano il danno finanziario causato dalle molteplici esenzioni e dai privilegi goduti, ma anche dalle turbative frequenti dell’ordine pubblico causate dal porto d’armi: Archivio della Congregazione per la dottrina della Fede, uv 11, cc. 273r-286v.

13. Su questi temi cfr. i saggi raccolti nel volume L’infrajudiciaire du Moyen Age à l’époque contemporaine, sous la direction de B. Garnot, Dijon 1996; O. Niccoli, Rinuncia, pace, perdono. Rituali di pacificazione della prima età moderna, in "Studi Storici", 40, 1999, pp. 219-61.

14. Biblioteca Casanatense, Roma, ms. 1355, c. 91r.

15. bav, Vaticano latino 12229, cc. 154r-157v: Suggerimenti alla S. Consulta per tutto lo Stato Ecclesiastico.

16. Ivi, c. 157v.

17. bav, Barberiniano latino 1565.

18. Sul problema della definizione dell’"origine" e la "natura" dei privilegi feudali affrontata dai pontefici nel tardo Cinquecento cfr. S. Carocci, Vassalli del papa. Note per la storia della feudalità pontificia (sec. xi-xvi), in G. Barone, L. Capo, S. Gasparri (a cura di), Studi sul medio Evo per Girolamo Arnaldi, Viella, Roma 2001, pp. 55-90, e il saggio di B. Forclaz, Le relazioni complesse tra signore e vassalli. La famiglia Borghese e i suoi feudi nel Seicento, in M. A. Visceglia (a cura di), La nobiltà romana in età moderna. Profili istituzionali e pratiche sociali, Carocci, Roma 2001, pp. 165-201.

19. Così, nel 1652, la Consulta chiedeva al governatore di Perugia di informarsi dai priori di Castiglion del Lago "per la remotione di quel Governatore stante gli aggravij che suppongono ricevere da lui": bav, Borgiano latino 729, c. 26r.

20. In casi di denunzie inoltrate da comunità alla Consulta per allontanare giusdicenti accusati di comportamenti scandalosi o di crimini sessuali, il supremo tribunale romano agiva con circospezione per verificare che le accuse non fossero frutto di inimicizie private, di rancori personali o di "avversari". Nel 1652 il prefetto della Consulta scriveva al governtore di Perugia di verificare se "esser vero che il Governatore di Cannara assieme con quel podestà di Castel Buono che è Prete havevano hauta qualche prattica per poco tempo con una donna maritata sì ma publica dishonesta e che poi quella donna è andata a Fuligno. Che il medesimo, assieme con alcuni giovanotti... dopo haver mangiato et bevuto bene, erano andati facendo qualche romore di notte tempo per il suo castello e che burlando erano andati a casa di alcuni contadini amici a pigliare alcune rebbe da mgnare, ma che il Governatore suddetto havesse richieste donne dishonestamente fatte prima precettare non ci ho trovato alcuno fondamento". Le denunzie sembravano infatti provenire "da persone poco amiche del detto Governatore": questi "per un poca di mortificatione" era stato poi trattenuto a Perugia alcuni giorni: bav, Borgiano latino 729, c. 47r.

21. Rinvio, per queste considerazioni, al mio saggio "Beatissimo padre...": suppliche e memoriali nella Roma barocca, in C. Nubola, A. Würgler (a cura di), Petizioni, gravamina e suppliche nella prima età moderna in Europa (secc. xv-xviii), Il Mulino, Bologna 2001 (in corso di stampa).

22. Sulla riforma dei tribunali romani del 1612 cfr. I. Fosi (a cura di), Tribunali, giustizia e società nella Roma del Cinque e Seicento, in "Roma moderna e contemporanea", v, 1, 1997.

23. bav, Borgiano latino 729, c. 81r .

24. Esemplare la documentazione conservata, fra l’altro, in asv, Segreteria di Stato. Memoriali e biglietti, n. 18 che contiene le "consulte" di agosto e settembre 1679.

25. Ivi, 9 settembre 1679.

26. Basti citare, non certo unico caso, il memoriale inoltrato alla Consulta il 26 agosto 1679 dal gonfaloniere e conservatori di Imola, nel quale si accusava l’arcivescovo di Bologna di avere avuto "tutti gli artifici, le continue conferenze e la stretta consederatione" con il governatore di Imola "quale trabocca in questi eccessi in odio de’ ricorsi publici e privati havuti contra di lui l’anno passato all’E.mo Legato et alla S. Consulta, onde ogni operatione si può tenere per suspecta havendoci manifestato nel più importante interesse l’animo suo". L’arcivescovo, Girolamo Buncompagni, era accusato di parteggiare, con il governatore di Imola, Pietro Ettori, per una fazione del Consiglio cittadino che voleva invalidare le delibere della maggioranza: asv, Segreteria di Stato. Memoriali e biglietti, n. 18.

27. La necessità di conservare il buon ordine nelle comunità e di non innescare vendette trasversali portava la Sacra Consulta ad intervenire anche in difficili trattative matrimoniali. Nel 1653, la figlia di Giovan Battista Conti, promessa sposa a Giovanni Antonio Cattani da Foligno, era stata rapita da zii materni dalla casa del padre a Foligno. Il prefetto della Consulta scriveva al governatore di Perugia per richiedere la sua collaborazione "et perché non nascano inconvenienti fra le parti e la giovane resti in piena libertà di disporre di sé medesima, secondo la propria volontà, la S. Congregazione de’ Vescovi ordina a Mons. Vescovo di Foligno che la faccia collocare in monasterio": bav, Borgiano latino 729, c. 139r.