I papi e le accuse di omicidio rituale:
Benedetto XVI e la bolla Beatus Andreas*

di Nicola Cusumano

La bolla Beatus Andreas (1755)1 rappresenta l'unico documento emanato durante il pontificato lambertiniano nel quale il papa si occupava, sia pure non direttamente, della delicata e allora attuale questione dell'accusa di omicidio rituale rivolta agli ebrei. Con essa venivano fornite alla Chiesa indicazioni precise su come comportarsi nei casi relativi alle canonizzazioni degli infanti "martirizzati" dagli ebrei in odio alla fede di Cristo: data la sua rilevanza, sembra utile sottoporre ad analisi il contenuto della bolla, non prima, però, di aver fornito alcune indicazioni su come la storiografia ha recentemente inteso il rapporto tra Benedetto XVI e gli ebrei.

Importanti studi storici hanno inteso sottoporre a revisione critica alcuni aspetti contraddittori della figura di Benedetto XVI; ci si è quindi posti il problema dell'opportuna ricollocazione storica di questo papa e di un più appropriato giudizio del suo pontificato. Nel far questo si è inteso superare e mettere in discussione un'interpretazione eccessivamente indulgente che ha avuto come effetto quello dell'appiattimento su argomenti noti, quali la tolleranza, l'apertura allo spirito dei tempi, il ruolo propulsivo verso un rilancio culturale: caratteristiche che nel Lambertini sono certamente presenti, ma in misura non maggiore di certe chiusure culturali e religiose che hanno delineato un tratto "oscuro" del suo pontificato ed evidenziato piuttosto un'ambiguità, questa sì costante, nel corso della sua lunga presenza sul soglio di Pietro2.

L'osservazione della Beatus Andreas pone allo storico con rinnovato vigore ed in modo forse più pesante una serie di interrogativi. Quanto questo singolo documento può emergere con le sue indicazioni sull'immenso corpus di opere prodotto dal Lambertini?, E sino a che punto si può rinunciare allo sforzo di armonizzarlo all'interno di una visione omogenea e compiuta del suo pontificato, quale è stata quella "leggendaria", di tradizione illuministico-giansenista e poi liberale, che certa storiografia ha tramandato?

La bolla era destinata ad assumere ben presto una funzione paradigmatica per le indicazioni che offriva sulla delicata questione; le tesi adombrate in sottofondo nella Beatus Andreas in relazione all'omicidio rituale ebbero straordinaria longevità proprio perché suggerirono alla Chiesa prospettive di lunga durata. Questo documento così importante, in cui si palesava l'orientamento centralistico della Santa Sede sulle canonizzazioni, esplicitato già precedentemente con le argomentazioni del De servorum Dei beatificatione3, apre indirettamente la strada all'affermazione che, a dispetto delle tesi sostenute da alcuni storici alquanto concilianti nei confronti dei vertici della Chiesa romana, in età moderna i pontefici svolsero un ruolo tutt'altro che secondario nella diffusione dell'antisemitismo cattolico, del quale ebbero il controllo e in taluni casi la gestione. Tale argomento merita una più adeguata riflessione, in quanto di straordinaria importanza per chi non è propenso a dare il proprio avallo all'ipotesi di una "doppiezza strutturale" della Chiesa sul tema dell'omicidio rituale, ipotesi a cui fa riferimento S. Levi Della Torre4. Questo autore afferma che la Santa Sede ha sempre condannato la fondatezza dell'accusa del sangue e distingue tra una posizione ­ quella di Roma ­ tradizionalmente critica nei confronti dell'accusa rivolta agli ebrei, e un'altra posizione, «popolare e talvolta vescovile», che la sostenne come vera; il risultato è, quindi, una doppiezza addirittura «strutturalmente» simile a quella che «ha caratterizzato la cristianità nel nostro secolo di fronte alla persecuzione antisemita del nazifascismo»5.

Questo è un punto che merita attenzione. Mi sembra, infatti, che si sia osservato poco quanto, sull'argomento in questione, la realtà dell'età moderna fosse ben diversa, e come la Chiesa di Roma esprimesse nei confronti degli ebrei un orientamento opposto a quello protettivo prevalso nel tardo medioevo. La "doppiezza" del mondo cattolico a cui fa riferimento Levi Della Torre, insomma, sembrerebbe essersi sciolta in età moderna, e soprattutto dopo la Rivoluzione francese, a favore di un orientamento più unitario, tutt'altro che atomizzato, e che fu in realtà "dettato" dai pontefici. Quanto detto rinvia alle motivazioni storiche e contingenti che causarono il ricompattamento del fronte cattolico dinanzi alle forze di modernizzazione della società nel Settecento.

Qui preme di più sottolineare l'importanza di quest'ultima affermazione, e cioè che l'antiebraismo cattolico settecentesco ­ i cui argomenti sarebbero stati poi mutuati dal "nuovo" antisemitismo razzistico dell'Ottocento ­ ebbe la sua autentica propulsione negli ambigui silenzi dei pontefici e nei documenti da loro emanati. Sui primi, si consideri che il "gregge" cristiano giunse spesso a dar voce all'anima silente dell'antisemitismo cattolico, esprimendo quelle posizioni di intransigenza che la Santa Sede non sempre considerò opportuno esplicitare, pur essendo intrinsecamente proprie. Quanto ai documenti emanati in tutto il Settecento dai pontefici in relazione alla "questione ebraica", i più decisivi furono quelli di Benedetto XVI e di Pio vi, entrambi estremamente duri nei confronti degli ebrei. L'affermazione di una condanna espressa con sostanziale continuità dalla Chiesa in merito all'accusa del sangue è smentita proprio da un'attenta e più appropriata analisi dell'età dei Lumi. I recenti lavori di Marina Caffiero e di Mario Rosa hanno giustamente insistito su questo tratto oscuro della Chiesa nel Settecento, evidenziando, inoltre, come la forza d'urto dello scontro tra lo Stato e la Chiesa, che travolse gli assetti consolidatisi con la Controriforma, investisse il mondo ebraico e le sue nuove istanze. Si può dunque affermare che la "questione ebraica" divenne funzionale ad un progetto di riconquista cattolica contro le forze che avevano minato le basi della società cristiana. Essa, proprio per questo, non fu però mai affrontata risolutamente dai pontefici nella sua sostanzialità; sulle questioni più "calde", tra cui quella dell'accusa di omicidio rituale, il silenzio fu preferito al chiarimento definitivo e, quando esso fu rotto, ciò avvenne con documenti a carattere repressivo ed inclini al mantenimento degli stereotipi antiebraici.

A Levi Della Torre sembra sfuggire il salto di qualità compiuto in età moderna dall'antiebraismo di matrice cattolica in relazione al tema dell'omicidio rituale6; ed è proprio l'analisi della Beatus Andreas a costringerci a rivedere il tema della doppia anima, che, con una sostanziale continuità, la Chiesa avrebbe dimostrato di avere dal xii secolo alla modernità inoltrata7.

Giovanni Miccoli ha riportato un episodio che si ricollega alla Beatus Andreas, svoltosi a cavallo dei secoli xix e xx, e di cui non possiamo tacere l'importanza: alla fine del 1899, l'arcivescovo di Westminster ed alcuni esponenti cattolici di spicco del panorama politico inglese avevano rivolto a papa Leone xiii e al cardinale Rampolla la richiesta di esprimere una dichiarazione di condanna nei confronti dell'accusa di omicidio rituale rivolta agli ebrei. Ancora una volta, la pratica fu girata al Sant'Uffizio, come di norma per tutte le questioni che riguardavano gli ebrei8. La presa di posizione più recente sull'argomento era la famosa Relazione di Lorenzo Ganganelli del 1759, con la quale il futuro Clemente XVI aveva liquidato come il frutto di un pregiudizio antiebraico l'accusa di omicidio rituale9. L'unico documento ritrovato dal Miccoli è un breve manoscritto del 25 luglio 1900, che introduce la risoluzione della congregazione, dal quale emerge come le posizioni espresse da Benedetto XVI nella Beatus Andreas avessero condizionato, in materia, le future scelte della Santa Sede. Infatti, dopo aver asserito che le ricerche presso il Sant'Uffizio e la Segreteria di Stato non avevano dato esito alcuno relativamente al ritrovamento di documenti su tale accusa, si affermava risolutamente, però, che:

pure è storicamente certo l'assassinio rituale, e ne parla Benedetto XVI; e la Santa Sede l'ha canonizzato con mettere sugli altari un bambino da essi ucciso in odio alla fede. [...] Stante ciò la Santa Sede non può dare la chiesta dichiarazione, la quale, se conterebbe i pochi illusi d'Inghilterra, solleverebbe proteste e scandali per tutto altrove10.

Nessun riferimento, dunque, alla Relazione di Ganganelli, e il motivo di ciò appare al lettore smaliziato sin troppo ovvio. Di estrema rilevanza appare anche il fatto che il Sant'Uffizio contrapponesse ai «pochi illusi d'Inghilterra» la totalità dell'opinione pubblica cattolica europea, ma soprattutto il modo in cui, attraverso l'autorità di Benedetto XVI, l'assassinio rituale venisse definito «storicamente certo»11.

Il Lambertini, dunque, ancora agli albori del xx secolo continuò ad essere il principale punto di riferimento di un Sant'Uffizio chiaramente volto al passato. Nulla di più chiaro di questo pronunciamento novecentesco della Santa Sede può definire l'importanza della bolla del 1755. Eppure, la perentorietà, ma anche la chiarezza, delle indicazioni fornite da Benedetto XVI su come comportarsi in materia di beatificazione e di canonizzazione dinanzi alla specificità della santità e del "martirio" operato dagli ebrei ai danni degli infanti cristiani, hanno posto solo sullo sfondo, per scelta del pontefice, il tema dell'accusa di omicidio rituale rivolta agli ebrei. L'atteggiamento del Lambertini fu infatti evasivo dinanzi alla questione della "pratica" dell'omicidio rituale ebraico, considerata evidentemente acquisita già in precedenza, e una volta per tutte, e invece preciso, tanto da fungere da riferimento sino agli albori del Novecento, relativamente alla disciplina dei casi analoghi per il futuro. Lungi dal mettere in dubbio la realtà dell'omicidio rituale, quindi, il problema, così come viene posto dall'abile canonista, verteva unicamente sull'utilizzabilità o meno dei bambini "martirizzati" come modelli di santità. Ma sugli aspetti più importanti della bolla e sull'analisi dettagliata di essa tornerò più avanti.

1. Benedetto XVI e gli ebrei: la storiografia recente

Già Mario Rosa, autore di notevoli studi sul Lambertini, in un suo lavoro del 1969 dedicato a Benedetto XVI, dopo aver tracciato un profilo storico mirante a ricostruire la genesi e lo sviluppo di quella che chiama la «leggenda» formatasi attorno a questo pontefice, si soffermava a conclusione del testo su quello che rappresenta uno dei nodi cruciali del suo intero pontificato: la relazione con gli ebrei. L'autore sottolineava quanto sia stata scarsa, in materia, l'innovazione di questo papa, che preferì attenersi alle misure emanate dai suoi predecessori, «mantenendo il tradizionale linguaggio antiebraico e la legislazione restrittiva in vigore nello Stato pontificio»12; e ciò, in apparente contrasto col ritratto che ne ha fatto la storiografia, che ha sottolineato a più riprese e «non senza ragioni, le aperture verso la società civile e le qualità di lungimirante tolleranza» di Lambertini13. Ma quali furono, realmente, i rapporti tra questo papa, considerato benevolo e tollerante, e gli ebrei? La questione è aperta e di fondamentale importanza e, alla luce di essa, andrebbero forse rivisti almeno alcuni tra i più entusiastici giudizi sul suo pontificato.

Se è facile ­ scrive in proposito M. Rosa ­ far cadere definitivamente, [...] la tesi di un papa e di un pontificato "religioso" contrapposto ai pontificati "politici" dei successori ­ poiché [...] preoccupazioni religiose e politiche in Benedetto XVI si intrecciano e strettamente si condizionano ­ meno facile, ma opportuna si presenta l'esigenza di ridimensionare storicamente la celebre tolleranza lambertiniana. La quale trova i suoi limiti in una valutazione pur sempre ecclesiastica e istituzionale dei rapporti tra le confessioni cristiane o in "politici" adattamenti a situazioni di fatto14.

Altri autori hanno insistito sulla svolta avvenuta nel corso del pontificato lambertiniano, vera e propria cesura tra una stagione riformista, collocabile intorno agli anni Quaranta del Settecento, e la successiva involuzione dello slancio riformatore, caratterizzata dal divieto delle traduzioni in volgare dei testi sacri, dalla messa all'indice di Montesquieu, dalla condanna della massoneria e dai toni duri espressi nei confronti del nemico luterano ed ebreo15.

Elisabeth Garms-Cornides scrive di un intento chiaro ed inequivocabile, di natura apologetica, a proposito della fondazione del Museo Cristiano in Vaticano, cui fa da sfondo la ripresa del tema dell'infallibilità papale, operata dal Lambertini, e passata attraverso le argomentazioni del De servorum Dei beatificatione relative alla beatificazione e alla canonizzazione, nonché attraverso la decretazione di S. Pietro come luogo eletto alla celebrazione del rito delle canonizzazioni, a ribadire che «anche nelle canonizzazioni si evidenzia il magistero infallibile del romano pontefice»16.

Ma ancora più interessante è il rilievo posto dalla studiosa sulla formazione di una vera e propria storiografia antilluministica di matrice lambertiniana, che diede i suoi primi esiti attraverso l'operato di Orsi (la cui figura si erge dietro la condanna della Encyclopédie), ma anche di uomini come Tommaso Emaldi (all'origine della condanna di Montesquieu) e Michelangelo Giacomelli (vero promotore della prima bolla papale contro l'ateismo del 1766, la Christianae Reipublicae salus), vicini al papa e interpreti del suo sentimento, corifei della crociata da intraprendere contro l'ateismo dilagante. «Vista questa ondata pubblicistica ­ scrive ancora la Garms ­ le singole misure contro la massoneria, contro Montesquieu [] si rivelano come componenti organiche di una cultura difensiva in atto sin dall'inizio del pontificato lambertiniano». L'attenzione dell'autrice, più che sulle svolte, sembra concentrarsi su questo tratto costante del lungo pontificato del «conservatore riformista sulla cattedra Petri»17.

Se è vero che è da ricercare negli anni Settanta del xviii secolo l'effettivo mutamento operato dalla Chiesa nei confronti del mondo ebraico, è tutt'altro che fuori luogo trovarne le radici già negli anni Quaranta, che ponevano fine, come ha giustamente fatto notare Mario Rosa, alla relativa tolleranza che aveva contraddistinto gli anni precedenti. Il celebre Editto sopra gli Ebrei del 1775, non a caso, riprese in più punti tre decreti emanati nel pontificato lambertiniano, richiamando la loro esemplarità nella legislazione sugli ebrei:

In sequela di quanto si prescrive [] nel Decreto della san. mem. di Benedetto XVI de' 26 agosto 1745, non possano gli Ebrei né in loro nome, né sotto quello di qualche Cristiano, o di altra persona tenere, o fare appalti, affitti o società, tanto pubblica che privata, de' beni di qualsiasi sorta, spettanti a chi che sia [] e perciò si ordina a' cristiani da qui avanti di astenersi dal contrattare in simili materie con gli Ebrei. Gli Ebrei dell'uno e dell'altro sesso non possano abitare fuori del Ghetto, e star nelle Ville, Terre, [], o altrove per qualunque pretesto, ancora per quello della necessità di mutar aria, e quando gli occorrerà andar fuori, e starvi ancora per un sol giorno, procurino, secondo il Decreto della Sagra Congregazione del 19 maggio 1751, in conferma di altro consimile di Alessandro vii del 6 settembre 1661, ottenerne l'opportuna licenza per iscritto [] che debbano gli Ebrei portare il segno al cappello [] che non coabitino co' cristiani, né conversino familiarmente co' medesimi, e che ritornati restituiscano al Tribunale [la licenza]. In caso che gli Ebrei vogliano andare alle Fiere, siano parimenti obbligati ottenere la licenza in scriptis dal Vescovo, o dall'Inquisitore, o Vicario locale senza emolumento veruno, e tre giorni dopo terminate le medesime a tenore del Decreto de' 21 giugno 1747, debbano immediatamente partire. Essendo la predica il mezzo più possente, e più efficace per ottenere la Conversione degli Ebrei [] ordiniamo ai Rabbini, che ponghino ogni loro cura, e diligenza nel fare intervenire alla Predica, che si fa nel Sabbato, o in altro giorno della settimana quel numero di Uomini e Donne, che secondo la diversità dei Ghetti sarà stato o verrà prefisso a tenore della citata Costituzione 92. della sen. mem. di Gregorio xiii del Decreto della Santità Sua de' 26 agosto 1745 e della lettera circolare del 29 aprile 174518.

Il 1747 fu l'anno della bolla del 16 settembre, Apostolici Ministerii munus, con la quale il pontefice dichiarava la rottura del matrimonio tra ebrei nel caso in cui si fosse verificata la conversione di uno dei coniugi19. Lo stesso anno, il 1747, fu quello della pubblicazione dell'anonima Dissertazione apologetica sul martirio del beato Simone da Trento20, prima opera storica di un francescano di nome Benedetto Bonelli, più noto come Benedetto da Cavalese, destinato a svolgere un ruolo di spicco nella «polemica diabolica»21 sorta intorno alla metà del xviii secolo in Italia e a scontrarsi con gli autori che volgevano l'attenzione verso una più appropriata valutazione della stregoneria e più in generale della superstizione. Se eruditi come Muratori e Tartarotti sentirono l'esigenza di fare chiarezza su questi temi, il pungolo della loro critica trovò una forte resistenza nella figura di Bonelli, autorevole rappresentante della cultura cattolica trentina più intransigente. Questo frate beneficiò della menzione di Benedetto XVI che, in apertura della Beatus Andreas, lungi dal prendere le distanze dal «più retrivo degli eruditi trentini»22, come ha scritto di lui Franco Venturi, ne indicava l'aberrante opera come sua fonte di riferimento. La Dissertazione apologetica, scriveva Lambertini, benché anonima «per umiltà dell'erudito autore, si sa però esser del Padre Benedetto di Cavalesio [appunto, P. Benedetto Bonelli]»23.

Curioso personaggio, Bonelli, che nell'arco di un quinquennio si occupò dapprima di omicidio rituale, dipingendolo a fosche tinte e non risparmiando nessuno dei cliché che la storiografia ecclesiastica antiebraica aveva consolidato da tempo immemore, per poi dedicarsi alla questione della stregoneria, dimenticando quanto scritto precedentemente proprio contro la superstizione e la credenza nelle streghe. Lo scopo di tale mutamento era quello di potersi meglio scagliare contro Girolamo Tartarotti, l'irriducibile rivale che aveva schernito l'integrità morale del francescano, impegnandosi in un'aspra polemica che non fu immune da accenti personali24. Nella Dissertazione apologetica del 1747, infatti, Bonelli aveva fatto gli elogi del francescano Alfonso de Spina25:

L'antica superstiziosissima, non che crudelissima costumanza degli Ebrei d'uccider nella Pasqua, o settimana Santa, un fanciullo cristiano, può comprovarsi da ciò che ne narrano gli scrittori degni di fede, [tra questi] Alfonso Spina, non solamente perché, come testimonio di pio e dotto ebreo fatto cristiano maggior fede riscuoter dee dal Wagenselio26, ch'esige simili testimoni; ma eziandio perché dimostrassi molto lontano dall'appigliarsi a narrazioni fondate nella mera volgar opinione e tradizione del popolo ignorante, nonché su di false confessioni spremute a tormenti; come si dichiarò nel punto delle Streghe, de' loro ideali, danze, conviti, e de' fantastici loro trasporti e notturni congressi27.

Soltanto quattro anni dopo, nelle anonime Animavversioni critiche sopra il notturno congresso delle Lammie28, il testo con il quale Bonelli prendeva posizione nella «polemica diabolica» innescata dal Congresso notturno29 di Girolamo Tartarotti, egli sosteneva, al contrario, la realtà della stregoneria. La svolta bonelliana, così improvvisa (sono pochi quattro anni, per mutare teologia), non può però esser esclusivamente letta come l'esito di vicende personali, legate ad astio tra studiosi che si contendevano il medesimo argomento. L'analisi della polemica antitartarottiana del frate ci indica anche altro: egli fu in contatto costante con le autorità trentine, e addirittura indotto da esse a comporre alcune opere, come nel caso della vicenda legata alla santità di Adalpreto. L'intransigenza delle sue posizioni è da ricondurre al fatto che egli fu portavoce degli interessi del Capitolo di Trento, interessi che passavano anche dalla difesa della tradizione storico-ecclesiastica trentina, attaccata dal «demolitore» di leggende, appunto Tartarotti, nelle sue opere di critica storica. Prima della rottura del loro sodalizio ­ collocabile intorno al 1748 ­ Tartarotti e Bonelli ebbero comunque un rapporto continuo e duraturo, costituito da un frequente scambio di materiali e risalente agli anni Quaranta del Settecento.

Molto meno noto, anzi addirittura ignorato dalla recente storiografia, è il fatto che al centro della loro relazione epistolare ci fosse il comune interesse per il tema dell'omicidio rituale. Tartarotti fornì al frate cospicuo materiale preparatorio per la stesura della sua Dissertazione apologetica, approvandone l'impostazione e, addirittura, in taluna corrispondenza, rallegrandosi del fatto che il Bonelli «abbia preso a confutare il Wagenselio», l'autore protestante che aveva negato la realtà dell'accusa del sangue30. La posizione di Tartarotti sul tema dell'omicidio rituale appare, comunque, meno netta e ben più articolata di quanto queste scarne informazioni in mio possesso potrebbero far dedurre31.

Il 1751 ­ anno dell'editto papale del 17 settembre e del decreto del Sant'Uffizio datato 19 maggio, entrambi estremamente duri nei confronti della comunità ebraica romana32 ­ fu caratterizzato dalla definitiva rottura della Santa Sede rispetto alla cultura illuministica; l'Esprit des lois fu condannato dalla congregazione dell'Indice in marzo, ed in maggio una seconda bolla papale condannò la massoneria (Providas Romanorum Pontificum)33.

Quanto alla bolla Beatus Andreas, l'anno della sua emanazione fu il 1755: anno in cui fu emessa anche la dichiarazione di insolvenza della comunità ebraica, che suggellava ­ come ha fatto notare M. Rosa ­ la serie di interventi repressivi contro gli ebrei susseguitisi dal 1745.

Ancora a partire dalla metà degli anni Quaranta del xviii secolo, insieme con le suddette misure adottate dalla Santa Sede, si assiste anche ad un riaffiorare della pubblicistica antiebraica, che coincise con la precisa volontà di congelare lo slancio riformista che contraddistinse i primi anni del pontificato lambertiniano. Il reiterarsi di una singolare concomitanza tra l'emanazione di editti di orientamento antiebraico e la stampa di pubblicazioni di polemica antiebraica provenienti dal mondo cattolico esplicita la sinergia tra la Santa Sede e alcuni uomini di punta della cultura cattolica italiana.

Già Marina Caffiero ha evidenziato la coincidenza cronologica tra l'emanazione dell'editto piano del 177534 e la pubblicazione del Ristretto della vita e martirio di S. Simone35, di Francesco Rovira Bonet: un opuscolo sul "martirio" di Simone da Trento. Circostanza certamente ascrivibile a un clima ben diverso, quale fu quello venutosi a creare in seguito all'ascesa al soglio papale di Pio vi, caratterizzato dalla marginalizzazione delle «forze intellettuali riformatrici e più tolleranti», dopo il brevissimo momento di apertura verso gli ebrei operato da Clemente XVI36. Ma ciò che preme qui sottolineare sono le analogie tra l'età lambertiniana e quella piana relativamente al comune indirizzo antiebraico (sebbene meno esplicito in Lambertini) e a quella sinergia tra Santa Sede e mondo erudito cattolico, tesa al ricompattamento del fronte romano dinanzi alle forze che lo minacciavano: fossero esse un razionalismo che gettava nell'inquietudine la Chiesa a mano a mano che si intravedevano i suoi pericolosi sviluppi verso l'ateismo, all'inizio, o il consolidarsi della cultura delle Lumières, che andrà sprigionando tutta la sua forza dirompente nella critica alla religione, più tardi.

Nel caso del Ristretto su Simone di Rovira Bonet prevalse l'istanza pedagogica e catechetica recepita dai suoi promotori, tra i quali, ricordiamolo, il domenicano Tommaso Agostino Ricchini, maestro del Sacro Palazzo, che era stato fidato collaboratore di Benedetto XVI; tale istanza risulta chiara dalla lettura della dedica rivolta ai giovani fedeli, spinti a leggere l'opuscolo perché possano «far[si] cauti, guardando[si] dalle insidie de'perfidi Giudei». Rovira Bonet è indicato da M. Caffiero come un esponente di punta della strategia di riconquista cattolica del secondo Settecento sul versante dei rapporti tra Chiesa ed ebrei; nel suo ruolo di Rettore della casa dei catecumeni di Roma rivolse le sue attenzioni al rilancio di un devozionalismo penitenziale e riparatorio, che faceva leva sul simbolismo della passione di Cristo e sul sacrificio espiatorio. Pratiche religiose, queste, lontane dalla «regolata devozione» di stampo muratoriano, e collegate invece alla polemica antiebraica37. Nell'opuscolo di Rovira si faceva riferimento a numerosi scritti di autori che avevano sostenuto come reale l'omicidio rituale ebraico. Evidentemente, nelle sue intenzioni, fondare storiograficamente l'argomento equivaleva a spazzare via ogni dubbio circa la veridicità degli episodi. Quanto al giusto peso da dare alle fonti, questo non sembra un problema preso in considerazione dagli scrittori che si occuparono di omicidio rituale; dalla lettura dei testi antiebraici del Settecento emerge un perenne scambio di citazioni da uno scrittore all'altro, un circolo vizioso il cui numero di adepti, soprattutto nella seconda metà del secolo, crebbe in modo esponenziale.

Al pari del Ristretto del Rovira, la Dissertazione apologetica del Bonelli di ventotto anni prima recava in nota un'innumerevole quantità di testi a favore della realtà dell'omicidio rituale ebraico. In cima ai desideri del francescano v'era l'esigenza di corroborare con le fonti un racconto ormai cristallizzato, al fine di conferire totale credibilità agli episodi dei numerosi "martirii" di cui si occupava, ma anche per contrapporre l'enorme mole della produzione storiografica cattolica alle tesi sostenute dagli autori protestanti che, come Wagenseil, già citato, e J. Basnage38, negavano l'accusa ritenendola un infamante frutto della superstizione. Più in generale, il Bonelli metteva in guardia dai «libri Oltramontani fautori degli ebrei», contenenti «l'ascoso veleno», affinché non si potessero rinnovare «gli antichi misfatti» commessi contro i cristiani39.

Nelle opere di polemica antigiudaica di autori cattolici, l'insistenza sul tema di una «cattiva letteratura» proveniente dal mondo protestante, qual era ai loro occhi quella degli scrittori non allineati sulle posizioni prevalenti nell'ambito curiale romano, sembra alludere, seppur indirettamente, ad un fronte storiografico cattolico compatto, che aveva come suo precipuo compito quello di resistere agli attacchi, sostenendo l'autorità della Chiesa e la sua tradizione dottrinaria. Non è un caso se, nelle opere citate, l'acritica e noiosa ripetizione delle medesime storie, tutte evidentemente intrise di un pervicace irrazionalismo e di una visione dogmatica della realtà, costituisca la trama del racconto; se un autore come Wagenseil aveva riferito l'opinione dei neofiti da lui interpellati, che si erano tutti pronunciati contro la verità dell'accusa del sangue, Bonelli assicurava di aver raccolto testimonianze a suo favore «non di uno solo, ma ben di quattro in cinque convertiti», e che «ragion vuole creduti vengano bastantemente dotti e pii». Il primo fra questi, era a suo dire, «per Opere da lui date in luce, al mondo notissimo»40: si trattava di Paolo Medici, un neofita ex rabbino, di cui la storiografia più recente non ha mancato di sottolineare il ruolo svolto nel proselitismo cattolico e nella storia dell'antiebraismo del xviii secolo41.

In realtà, la lettura della Dissertazione apologetica, prima opera storica di Bonelli, tenuta in gran conto da papa Lambertini, ci sembra supporti quanto affermato da Elisabeth Garms a proposito della storiografia ecclesiastica sorta intorno a Benedetto XVI: «nella mente delle stesse persone così attente alla storiografia ecclesiastica», scrive ancora la Garms, «maturano i primi frutti della apologetica antiilluministica»42; cosicché, accanto ad opere in volgare che intendevano arginare l'ateismo dilagante, fuoruscite dall'entourage del Lambertini, tra cui i cinque libri del Concina, Della religione rivelata contro gli ateisti, deisti, materialisti, indifferentisti, che negano la verità dei misteri (1754), va collocata pure quest'opera di più basso profilo, anch'essa in volgare. La Dissertazione, che riprendeva uno dei più fortunati stereotipi del sentimento antiebraico dopo l'attenzione prestata dai giansenisti ai testi e alla religione mosaica, apriva la strada alla recrudescenza della produzione polemica antiebraica di matrice cattolica della seconda metà del xviii secolo43. L'opera di Bonelli conteneva nell'introduzione una lode accalorata a Benedetto XVI:

e giacché in questa Dissertazione non più ci verrà in acconcio lodare di questo Eminentissimo Porporato, ora regnante Pontefice Benedetto XVI, le Opere; infra le quali da quella De beatificatione et Canonizzazione SS. tratti da noi di sovente furono, contra gli acattolici impugnatori del nostro Beato, ragguardevolissimi lumi.

Il ricorso alla lingua italiana da parte «dell'internazionale degli apologeti», anche in questo caso non sarebbe tanto da ricondurre alle isolate intenzioni degli autori, o a scelte editoriali mirate ed autonome, quanto piuttosto ad un orientamento unitario ben preciso, che si espliciterà compiutamente soltanto qualche anno dopo in una lettera di Benedetto XVI al Gerdil44: la lotta da condurre contro l'ateismo sarebbe stata combattuta con le sue stesse armi, ivi compresa una lingua più accessibile e lontana dall'erudizione della dottrina. Quanto Bonelli ­ un francescano trentino apparentemente lontano dagli ambienti curiali romani ­ fosse vicino a questa sensibilità non è semplice a dirsi, né certo; resta il fatto che le sue opere destinate ad una divulgazione più ampia, perché penetravano nel nervo scoperto di alcune problematiche attuali, oltre che scottanti, quali la già citata Dissertazione apologetica, ma anche le Animavversioni critiche sopra il notturno congresso delle Lammie 45, furono scritte in italiano, e destinate al coinvolgimento di un pubblico più vasto. Al contrario, la monumentale opera su S. Bonaventura46 e quella sulla storia trentina47 (che lo tennero occupato a lungo e per le quali si conquistò fama), furono scritte in latino, in quanto più vicine all'erudizione di quanto non dovevano essere i precedenti lavori. È anche grazie a simili opere, destinate ad avere risonanza presso i fedeli, che la Chiesa, allineata su posizioni più intransigenti, andava definendo la propria strategia di difesa contro l'attacco alla "tradizione" che animava le dispute dottrinarie sulla superstizione e sulla stregoneria48. La vicenda, già citata, della polemica sorta tra Bonelli e Tartarotti sulla santità di Adalpreto è emblematica di come le autorità trentine stessero dietro l'operato del francescano, dato che la Chiesa trentina gli commissionò alcune opere di storia religiosa finalizzate alla lotta contro le opere di critica storica dell'illustre roveretano.

È certo che Bonelli fu a Roma tra il 1742 e il 1743 per difendere le ragioni del suo ordine contro l'erezione di due nuovi conventi cappuccini in Trentino (Malè e Condino), che avevano ricevuto l'aiuto del Principe vescovo, Domenico Antonio Thun. La natura di Bonelli, contraddistinta dal carattere battagliero, ne faceva l'uomo adatto alla rivendicazione degli interessi francescani della sua provincia presso la curia romana. Inoltre, egli ebbe numerosi rapporti epistolari con Giuseppe Garampi, «insostituibile nelle ricerche del materiale probatorio per le tesi curiali»49, figura centrale della curia romana, dotto rappresentante dell'ala zelante e filopapale, con il quale scambiò informazioni e dal quale trasse consigli almeno sino alla metà degli anni Sessanta. In una lettera spedita da Bonelli a Garampi l'undici gennaio 1764, il frate scrive di aver chiesto al conte Giulio Agricola in Udine «de' tre volumi che nella state passata gli consegnai per deporli presso il negozio Remondini in Venezia e per addirizzarli prontamente a Lei in Roma», ed esprime, inoltre, la delusione su un catalogo «de' codici mss. della vaticana intorno alle opere di S. Buonaventura, tanto imperfetto, che a nulla mi serve. [] a Lei mi raccomando. Anche nelle biblioteche barberina ed angelica e in simili altre penso che tra i mss. vi si troverà qualche cosa di S. Buonaventura»50. Sarà ancora Garampi, con grande gioia del Bonelli, a farlo incontrare nel castello del Buonconsiglio a Trento con il papa Pio vi (10 maggio 1782) di ritorno da Vienna, presentando al pontefice il francescano come importante scrittore ed editore delle opere di S. Bonaventura.

Ma occupiamoci adesso più da vicino della Beatus Andreas, cercando di rendere in modo completo il senso di questo importante testo.

2. La bolla "Beatus Andreas"

Noi di nuovo un particolar contento provato abbiamo, come a dire quella vostra ultima Dissertazione de Cultu S. Simonis pueri tridentini e Martyris apud Venetos, notis illustrata: la quale [] di buon grado veduta abbiamo, e degno frutto ci parve della singolar vostra erudizione, e del finissimo vostro discernimento. Vi esortiamo pertanto a voler prender per mano, usando dello studio e dell'eccellente opera vostra, moltissimi altri sacri argomenti, che dagli eruditi si desiderano, e di rischiaramento abbisognano; perché con ciò un più distinto onore a voi derivandone, di maggior ornamento siate alla inclita vostra Patria, e più grande utilità la Chiesa di Dio ne ritragga.

Questo elogio di Benedetto XVI che chiudeva una Lettera rivolta dal papa al senatore veneto Flaminio Corner, del 175351 ­ appena due anni prima del pronunciamento papale della Beatus Andreas ­ esprimeva la stima nutrita dal pontefice nei confronti «dell'amatissimo figliuolo, nobile uomo», ma anche il valore che il Lambertini attribuiva agli scritti di storia religiosa dell'erudito veneto. In realtà, l'opera di «rischiaramento» di cui necessitava qualsivoglia ricerca storica ­ istanza che rivestiva un ruolo primario tra gli interessi del papa per le acquisizioni dell'erudizione maurino-muratoriana ­, coincideva, in questo caso, con le argomentazioni adottate da Corner a supporto della tesi dell'omicidio rituale ebraico ai danni di Simonino da Trento. Questo breve passo, apparentemente marginale nella sterminata documentazione lasciataci da Benedetto XVI, bene introduce la bolla Beatus Andreas52, nella quale il Lambertini ribadiva nuovamente l'importanza determinante del contributo fornitogli dall'opera di Corner e di Bonelli.

Fu la vicenda di Andrea da Rinn, ennesimo caso di fanciullo "martirizzato" dagli ebrei in odio alla fede di Cristo, a indurre Benedetto XVI a scrivere la lettera all'Assessore del Sant'Uffizio, Benedetto Veterani. Riassumiamo brevemente il caso. Nel 1462, stando al manoscritto in lingua tedesca che il medico Ippolito Guarinoni stese circa un secolo dopo attingendo dalle narrazioni popolari e da un'iscrizione della chiesa di Rinn, allora esistente, il fanciullo Andrea Oxner, di Rinn, in Tirolo (diocesi di Bressanone), fu venduto dal suo patrigno ad alcuni mercanti ebrei. Questi lo uccisero in un bosco e ne prelevarono il sangue raccogliendolo in alcuni vasi. Nell'iscrizione della chiesa di Rinn, inoltre, raccontò il Guarinoni, si leggeva che il denaro dato al patrigno si era trasformato in foglie secche e che sulla tomba del povero fanciullo era nato un giglio. Il culto pubblico si sviluppò immediatamente dopo il "martirio". Purtroppo, null'altro si può aggiungere alla citata testimonianza, giacché, come per tutti gli altri casi di omicidio rituale attribuito agli ebrei, mancano del tutto elementi concreti, indagini storiche e deposizioni credibili, assenze che lasciavano il campo sgombro alla superstizione e alla sovreccitata fantasia popolare.

Benedetto XVI si occupa di Andrea da Rinn in apertura della Beatus Andreas, affermando che questo fanciullo, che non aveva compiuto ancora il terzo anno d'età, come Simonino da Trento, fu «barbaramente trucidato dagli Ebrei in odio alla fede di Cristo»53. Egli aggiunge che il culto si diffuse velocemente, crescendo «colla fama dei miracoli la divozione del popolo»54, che si radunò sempre più numeroso attorno alle reliquie del fanciullo sepolto nella chiesa di S. Andrea Apostolo. Questa devozione aveva spinto nella metà del Settecento il vescovo di Bressanone «ed altri degni ecclesiastici» ad esercitare pressioni sulla Santa Sede per ottenere la messa propria e l'officio, da recitarsi il 12 luglio, giorno della morte del fanciullo. In data 27 settembre 1751, prosegue Benedetto XVI, la Santa Sede rispose che prima di queste concessioni bisognava celebrare il processo «sopra la fama del Martirio e de' Miracoli, e sopra il Culto immemorabile»55, essendo questo il normale procedimento da seguire prima di concedere l'officio e la messa. Ma tale risposta non piacque alle autorità locali, per il fatto che lo svolgimento dei due processi avrebbe richiesto a Bressanone «di impiegarvi molto tempo, gran fatica, e spesa»56. Si chiedeva quindi, anche sulla base di quanto scritto dallo stesso pontefice su diversi casi di concessione di offici e messe senza processi, che lo stesso fosse fatto per il pubblico culto del fanciullo di Rinn; ciò obbligò la Santa Sede ad effettuare ulteriori accertamenti. Non era ignota alla Chiesa la storia del «Beato Andrea, né ci era ignoto il di lui Martirio»57, afferma il Lambertini, e questo grazie ad alcune opere, tra le quali le scritture dei bollandisti. Ma fu la storia manoscritta del già citato Ippolito Guarinoni ad essere decisiva per l'interessamento della Santa Sede, che volse la sua attenzione anche alla Dissertazione apologetica58, attribuita a Benedetto da Cavalese, come attestato «dal celebre Flaminio Cornaro Senator Veneto nella sua bell'opera de Cultu S. Simonis Pueri Tridentini e Martyris, alla p. 4 ove non lascia di dare le dovute lodi al sopraddetto degno religioso»59.

Inoltre, avendo avuto notizia che v'era un antico processo fatto con l'autorità ordinaria sopra il Culto di questo Beato Andrea, ne facemmo venire copia autentica. [...] Dopo aver tutto maturamente considerato, pel canale della Congregazione de' Riti, [...] facemmo sotto il giorno 15 Dicembre 1753 la concessione della Messa propria, e le Lezioni proprie. [...] E ad istanza pure del sopraddetto vescovo di Bressanone, nel giorno 14 Gennaio 1754 concedemmo l'Indulgenza plenaria a chi confessato e comunicato avesse divotamente nel giorno 12 di Luglio di ciaschedun anno visitata la Chiesa rinnense, in cui sono le reliquie del Beato Andrea60.

A questo punto Benedetto XVI introduce il caso di Simonino da Trento, affermando che:

fra le concessioni da noi fatte per il Culto del Beato Andrea, e le concessioni fatte da' nostri predecessori pel Culto del Beato Simone, non v'è altra differenza, se non che per ordine del Pontefice Gregorio xiii fu posto il nome del Beato Simone nel Martirologio Romano, [...] ma ciò da noi non è stato fatto61.

In sostanza, per quanto riguarda il caso di Trento, Sisto iv proibì il culto pubblico sino a quando vi furono dubbi sulla fondatezza dell'accusa, ma non poté fare a meno di ammettere la ritualità del procedimento seguito contro gli ebrei, con un breve del 20 giugno del 1478, pur non ammettendo il culto di Simone. Solo successivamente, sotto il pontificato di Sisto v, «essendosi [] posto il tutto in chiaro, ed essendosi colle prove alla mano fatta vedere unitamente colla morte la causa della morte, e che gli uccisori erano stati gli Ebrei», nel 1588 fu concessa la messa propria e l'officio da potersi recitare nella città e diocesi di Trento, con l'aggiunta dell'indulgenza plenaria a chi, nel giorno della festa del beato, avesse visitato la chiesa dove erano deposte le reliquie di Simonino62.

Prima di proseguire nell'analisi sulla trattazione, è opportuno non omettere alcune delle espressioni linguistiche usate da Benedetto XVI con riferimento al caso di Trento. Simonino fu «trucidato», a suo dire, dagli ebrei, ed aggiunge: «furono tanti gli artificj usati dagli Ebrei per sottrarsi dalle dovute pene e liberarsi dal giusto odio conceputo contra di loro dai Cristiani»63. La più recente storiografia, e in particolare lo studio di Anna Esposito e Diego Quaglioni in cui sono stati pubblicati gli atti dei processi trentini, ha ampiamente dimostrato non semplicemente l'ovvia estraneità degli ebrei ai fatti loro imputati, ma come dapprima il clima ostile, e poi la macchina inquisitoria e le torture, avessero vanificato ogni loro legittimo tentativo di resistenza64. Inoltre, le stesse autorità ecclesiastiche erano già all'epoca divise relativamente alla credenza all'accusa di omicidio rituale. Il fatto che Benedetto XVI incentri tutta la sua lettera sul problema della canonizzazione, emettendo soltanto giudizi radi, ma netti e lapidari, sulle colpe da attribuire agli ebrei, e non penetrando mai nella "sostanzialità" dell'accusa del sangue, esplicita chiaramente quanto il pontefice non intendesse mettere in discussione tale credenza di fronte al popolo della Chiesa.

Quanto al caso di Andrea da Rinn, la cui importante trattazione metterà l'autore in condizione di giungere alla definizione dei criteri di canonizzazione della santità infantile, il papa afferma, proseguendo, che se i devoti del fanciullo rinnense si fossero accontentati delle avvenute concessioni (la messa e l'officio) «e non si fossero dipoi avanzati a passi ulteriori, ed a incamminare la Causa alla formale Canonizzazione»65, non ci sarebbe stato alcun motivo di scrivere la Beatus Andreas e di occuparsi della definizione della materia. In ogni modo, dovendo attribuirsi il loro mutamento d'opinione a un «nuovo impulso di devozione», non era il caso di condannare questo comportamento66. Segue l'ingiunzione all'Assessore al Sant'Uffizio, che «non lascerà di esigere un nuovo Apostolico Processo»67, ma anche una più appropriata esamina degli storici che raccontano il "martirio", onde abbiano «i requisiti necessarj per far prova nel giudizio della formale Canonizzazione»68. Inoltre, egli avrebbe dovuto verificare i miracoli seguiti alla concessione del pubblico culto,

non bastando due Segni, o due Miracoli; ma dovendo essere quattro, imperrocché la Causa del Beato Andrea non può appoggiarsi, quanto al Martirio, e causa del Martirio, a prove dirette, cioè a' Testimoni "de visu", ma a prove sussidiarie, cioè a Testimoni "de auditu"69.

La peculiarità del caso in questione consisteva nel fatto che non vi era stato, prima di allora, «un esempio di simile Canonizzazione, cioè della Canonizzazione d'un Fanciullo ucciso per odio della Fede»70. Secondo le parole di Benedetto XVI, sono gli ebrei, quindi, a procurare questo martire ucciso per odio della fede cristiana.

Prima di prendere le opportune decisioni in merito (che arriveranno solo in conclusione della Beatus Andreas), il papa, al punto ix della lettera, dichiara di voler riassumere brevemente quanto insegnano i teologi in relazione ai fanciulli. Siamo così giunti al problema centrale dei «Martiri Infanti», ampiamente dibattuto dalla dottrina cattolica71. Non può esser dimostrato, afferma Lambertini, quanto vorrebbero alcuni teologi, e cioè che per uno «speciale privilegio» di Dio fosse accelerato in loro l'uso della ragione. La Chiesa ha piuttosto sostenuto che gli infanti di Betlemme (cioè i bambini fatti uccidere nell'antichità da Erode, nella strage degli innocenti) sono dei martiri in virtù del fatto che sono morti a causa della fede di Cristo; anche se non hanno scelto ciò con un atto di libera volontà, morendo così hanno acquisito la gloria del martirio «pel merito di Gesù Cristo»72. Seguono i riferimenti ad una lunga serie di bambini «martiri in odio della Fede di Cristo». Alcuni compongono il Martirologio Romano; quanto agli altri, le loro reliquie «si sono ritrovate ne' cimiteri de' nostri antichi cristiani»73. I bollandisti citano «Simonino fanciullo di Trento», e nella Dissertazione apologetica di Bonelli si parla del «fanciullo Lorenzino» [da Marostica].

Su tutti costoro ­ afferma Lambertini ­ noi non ci impegniamo a sostenere [...] che fossero veramente in quell'età in cui non distinguevano il bene dal male, quando furono uccisi, ancorché alcuni d'essi sieno chiamati "Puer", ed altri "Infans". Con ogni ingenuità riconosciamo, che, benché alcuni siano chiamati Fanciulli, alcuni però d'essi erano chi in età di dodici anni, chi di nove, e chi di sette74.

Riguardo all'argomento del culto, per la Chiesa quegli infanti erano martiri solo opere, avendo sopportato il martirio in un'età in cui non avevano ancora la capacità di discernere il bene dal male. Segue, a questo punto, nel testo, la classificazione degli «infanti martiri», utile affinché si possa «isfuggir alla confusione» a cui il discorso potrebbe condurre75. La prima classe riguarda quegli infanti che furono venerati sin dai tempi più remoti; di essa fanno parte «gli innocenti di Betlemme», che non soltanto furono martiri, ma per il fatto che il loro culto si diffuse in tutti i territori della Chiesa furono anche canonizzati. La seconda classe è la più ampia, perché comprende gli «infanti uccisi in odio alla Fede di Cristo, che sono da tempo immemorabile in qualche città, o Diocesi, in possesso di un pubblico Culto, colla scienza, e tolleranza ed anche alle volte con la positiva approvazione degli Ordinari»76. Ad essi fanno riferimento gli Annali del cardinal Baronio e il Martirologio Romano; il «Beato Lorenzino», tra gli altri, entrava in questa seconda classe, in quanto un antico attestato della curia arcivescovile di Padova mostrava l'antichità del suo culto. Benedetto XVI riporta fedelmente l'attestato così come era esposto nella Dissertazione apologetica di Bonelli:

Il culto religioso verso cotesto Santo Fanciullo si è mantenuto sempre invariabile nel lungo corso d'anni dugento Sessanta dal suo Martirio fino al presente, così in Marostica, come ne' luoghi vicini, informati del di lui sacrifizio alla rabbia Giudaica. Nelle urgenze sì private e sì pubbliche di questi popoli, si ricorre a Dio Signore col mezzo del di lui credito, scoprendosi in tal occasione l'Arca del suo Sacro Deposito, per sempre più infervorare i Supplicanti77.

Eppure, precisa Benedetto XVI, nonostante essi godano di un culto immemorabile,

Non si può dire che essi siano beatificati dalla Santa Sede, [...] né essendosi sopra esso formato verun Processo, o trasmesso a Roma al Romano Pontefice, acciò l'approvasse, molto meno si possono dire canonizzati; sì perché il Culto non è esteso alla Chiesa universale; sì perché manca il finale giudizio, che per la Canonizzazione è necessario che si interponga dal Pontefice Romano78.

La Chiesa, in precedenza, si era già espressa con Urbano viii; questo pontefice decise non soltanto l'esclusiva pertinenza del papa relativamente all'approvazione di tutti i culti, ma anche di accettare i culti pubblici che risalivano a cento anni prima dei suoi decreti79.

La terza classe di «infanti Martiri» è composta da tutti coloro i cui nomi sono impressi nelle lapidi sepolcrali, o le cui ossa e reliquie sono esposte nelle catacombe romane «con le divise del Martirio», e «si espongono nelle Chiese alla pubblica venerazione»80. L'approvazione di questi culti da parte della Santa Sede derivava dal fatto che essa «ripone il fondamento della sua concessione ne' segni indubitabili del Martirio ritrovati ne' loro sepolcri»81. Ma, precisa ancora una volta il Lambertini, ciò non significa che questi martiri siano stati canonizzati dalla Santa Sede.

Quanto all'ultima classe, essa comprende i fanciulli "martiri" che sono già stati beatificati, e che al termine della beatificazione possono ottenere anche la canonizzazione. Ma, a questo proposito, giunge la precisazione di Lambertini: «dal Pontefice Alessandro iii fu introdotta e stabilita la disciplina, che al solo Romano Pontefice appartenga la concessione [...] del Culto ne' luoghi particolari, ed in qualsiasi Diocesi del mondo»82.

Il processo d'affermazione del principio della riserva papale sulla canonizzazione, che va da Urbano viii a Benedetto XVI, esplicitò l'irriducibile volontà romana di superare la linea di demarcazione tra la santità ufficiale e le devozioni locali che sfuggivano al controllo dell'autorità centrale della Chiesa. In più punti della Beatus Andreas il Lambertini torna su questa decisiva prerogativa papale. Il papa, scrive ancora, non ha soltanto il potere di «ordinare per via di precetto il Culto nella Chiesa Universale» (e cioè di canonizzare), ma anche quello di permettere i culti in «qualche città, o Diocesi» (la beatificazione)83.

All'ultima classe di "martiri" appartengono anche Simonino da Trento e Andrea da Rinn, «potendosi dire ambidue già beatificati da questa Santa Sede con Beatificazione, se non formale, almeno equipollente»84; a prova di ciò vi era la concessione dell'officio e della messa ristretta ai luoghi in cui si svolsero queste vicende.

Ora, prosegue l'autore, nonostante il «Beato Simone» sia nel Martirologio Romano, non si può però dire che esso sia stato canonizzato. E infatti «non v'è chi parli in ordine alla Canonizzazione»85; cosa che accadeva invece per il «Beato Andrea» da Rinn.

Siamo quindi al cuore del problema e cioè, se si deve dare corso alla canonizzazione del medesimo Andrea, aprendo, più in generale, un nuovo versante all'interno della questione delle canonizzazioni degli «Infanti Martiri». Canonizzazioni che riguarderebbero «tutte le Cause de' Fanciulli uccisi [...] in quella età in cui non possono discernere il bene dal male, e che, essendo Martiri, lo sono, non voluntate et opere, ma solamente opere, per servirci del linguaggio di San Bernardo»86. Non esistevano precedenti canonizzazioni di fanciulli, con esclusione degli infanti di Betlemme, «ed il non ritrovarsi esempio nel corso di molti secoli, ancorché non sieno mancate occasioni di poterlo introdurre, è una circostanza di gran rilievo, e che ingombra la testa a chi non è amico di novità»87. Questo è un punto estremamente interessante: non si vuole negare il fatto che questi fanciulli hanno patito la morte per Cristo, ma qui, per Benedetto XVI, è in gioco la stessa credibilità della canonizzazione che, se diffusa e indistinta, può condurre ad un'attenuazione del «fulgore delle Canonizzazioni»88.

Se è sistema approvato, che non si apra una larga strada alle Canonizzazioni, per non renderle dispregevoli, [...] sembra potersi temere, che per appunto si apra la strada al temuto inconveniente, ogni qual volta si ammettano alla Canonizzazione i Fanciulli uccisi per la Fede di Cristo, e per la ragione che sono Martiri89.

La questione è quella, quindi, di tenere ben presente il giusto equilibrio, e l'elemento di differenza, tra i beati e i santi; all'origine della preoccupazione del pontefice v'è la possibilità di un "indebolimento" della figura del santo, a cui si rischierebbe di andare incontro con una politica delle canonizzazioni eccessivamente larga e permissiva. Il santo, al contrario, mantiene la sua esemplarità anche in relazione al numero di individui canonizzati.

L'atteggiamento di Benedetto XVI è qui certamente volto alla tutela dell'istituto della canonizzazione, ma, per l'ennesima volta, la sua intelligenza è portata ad una valutazione "politica" della questione. Si può, ci chiediamo però, guardare alla problematica della canonizzazione degli infanti "martirizzati" dagli ebrei come se essa consistesse soltanto in un problema di equilibri da prendere in considerazione e mantenere, o di norme da regolare? L'abile canonista qui, sembra non curarsi troppo di quelle che sono le implicazioni culturali della problematica che affronta, sulle quali sembra sorvolare, preferendo ritenere come veri e reali quelli che soltanto quattro anni dopo la Beatus Andreas, verranno definiti da Lorenzo Ganganelli come «pregiudizij». L'essenziale è, qui, non tanto stabilire quanto e se Lambertini credesse all'accusa del sangue, ma comprendere quanto tenesse a non disorientare il suo gregge, che aveva sull'argomento un'opinione consolidata nei secoli, attraverso una plateale negazione della realtà dell'omicidio rituale. In quel particolare frangente storico, tale negazione sarebbe stata poco opportuna rispetto alla primaria esigenza di "tenuta" e di compattamento del fronte cattolico sul cui orizzonte gravavano nubi sempre più minacciose. Benedetto XVI non ebbe il coraggio di fare (o non volle fare), insomma, ciò che i suoi predecessori avevano fatto a più riprese, soprattutto durante il medioevo: ben quattro bolle di Innocenzo iv (rivolte ai vescovi di Francia e Germania tra il 1247 e il 1253), oltre a quelle di Gregorio x (7 ottobre 1272), Martino v (20 febbraio 1422), Nicolò v (2 novembre 1447) e Paolo iii (12 maggio 1540), avevano con forza, ma invano, cercato di chiarire per sempre l'inconsistenza dell'accusa del sangue. Il Lambertini, piuttosto, preferì recepire ben altra lezione da un lontano pontefice (ulteriore circostanza, questa, per la quale è giusto aderire con minor entusiasmo alla tesi della "tolleranza" lambertiniana). Infatti, prendendo posizione nella delicata questione dell'opportunità di restituire ai legittimi genitori i fanciulli loro strappati e battezzati a forza, negò la restituzione e riattualizzò un decreto di Bonifacio viii: se gli ebrei fossero tornati alla loro religione originaria, sarebbero stati trattati alla stregua degli eretici90.

Si antem postquam adoleverint, suo ipsi infortunio Catholicam Fidem desererent, et Hebraerorum ritibus adhaererent, contra eosdem legibus utendum esset, ut contra Haereticos, juxta Decretalem Bonifacii viii. In Cap. Contra, de Haereticis, in sexto: Contra Christianos, qui ad ritum transierint, vel redierint Judaeorum, etiamsi huiusmodi redeuntes, dum erant infantes etc. baptizati fuerunt, erit tamquam contra Haereticos, si fuerint de hoc confessi, aut per Christianos, seu Judaeos convicti etc. procedendum91.

Benedetto XVI accettava qui, e senza troppi indugi, un decreto repressivo che non teneva conto del fatto che i fanciulli che erano stati portati via dalle loro famiglie in tenera età, e in stato d'incoscienza, una volta cresciuti potessero riaccostarsi alla religione dei padri.

Tornando alla Beatus Andreas, le questioni più ampiamente poste sono tre. In primo luogo, si pone il problema dell'età in cui un fanciullo può essere canonizzato; successivamente il problema viene spostato su chi opera effettivamente le canonizzazioni che, per essere valide devono passare soltanto attraverso l'approvazione del pontefice; e, infine, si affronta il nodo cruciale del controllo e soprattutto del restringimento delle stesse. Come ulteriore supporto al suo argomento, Benedetto XVI, al punto xxvi del testo, prosegue affermando che S. Tommaso e i teologi distinsero, per i martiri in paradiso, tra la «gloria essenziale» (che si definisce aurea) e la «gloria accidentale» (che si definisce aureola); ora, l'aureola, che consiste «in una certa allegrezza che provano» poiché hanno vinto la loro battaglia contro il mondo nel nome di Cristo, «sopportando volontariamente la morte», non è di quei fanciulli i quali, pur essendo stati martiri, «lo sono stati solo opere, non voluntate»92. Costoro, scrive,

non è ben fatto, che si ammettano alla Canonizzazione; annoverandosi fra i motivi di questa ancor quello, che le gesta del canonizzato servano di esempio ai fedeli in tutto il Mondo Cattolico, quali gesta mancano nel Fanciullo ammazzato per Cristo93.

Non è sull'esperienza del martirio, solitamente riservata a persone mature, che il pontefice basa qui la sua critica ai fanciulli beatificati. Essi possono, evidentemente, vivere il martirio; il problema è che l'età infantile non è di per sé un'età in cui si possa richiedere una fermezza d'animo tale da consentire di affrontare consapevolmente la morte per l'attaccamento alla fede: che è poi ciò che maggiormente interessava alla Chiesa, tutta presa dall'esigenza di indicare modelli "imitabili" di santità. Tale esigenza rappresentava il consolidamento di una santità moderna, ormai sganciata dalla tradizionale santità medievale, contraddistinta dalla sua funzione taumaturgica e in declino già dal XVI secolo; è in epoca moderna che si assiste ad una riproposizione della figura del santo come modello imitabile («anzi, da imitarsi»)94, più che come taumaturgo. Scrive Giuseppe Dalla Torre:

nella bolla Beatus Andreas ­ documento per molti versi davvero fondamentale per la storia del processo di beatificazione e canonizzazione ­ Benedetto XVI dimostrò la non convenienza della canonizzazione dei minori martirizzati a causa della fede, per la ragione che da essi nessun esempio di virtù possono ricavare i fedeli, essendo stati impossibilitati a fornirlo in così tenera età95.

Quanto all'obiezione che nemmeno gli «infanti di Betlemme» abbiano meritato l'onore della canonizzazione, in quanto anch'essi privi dell'aureola del martirio, Benedetto XVI ricorda la circostanza in cui furono uccisi (unica nella storia della religione cristiana, in quanto questi fanciulli vennero prima di tutti i martiri, persino di Pietro apostolo, perché morirono appena dopo la venuta del Signore), nonché l'antichissima devozione nei loro confronti, fondata sulla tradizione e sulla dottrina dei Padri della Chiesa. Ecco quindi che

sembra potersi replicare, essere Martiri i Fanciulli di Betlemme, esser a loro simiglianza Martiri anche gli altri, che avanti l'uso della ragione muojono per Cristo; ma che, avendo i primi in loro favore la tradizione e la dottrina de' Padri, e la continuata tradizione della Chiesa, ed avendo i secondi a loro favore la sola benché rispettabile opinione de' Teologi, non dee recar meraviglia, se ai primi si dia qualche cosa di più, che non si dà ai secondi96.

Arriviamo così al punto xxix della Beatus Andreas, che chiude il testo con l'atteso pronunciamento di Benedetto XVI, rivolto all'Assessore del Sant'Uffizio, sull'opportunità della canonizzazione del «Beato Andrea»:

Resta ora, che il tutto si esamini, e si veda, se è conveniente, che si dia corso alla Causa del Beato Andrea; o se è meglio, che si fermi nello stato in cui è, che è per l'appunto quello stesso, in cui si ritrova l'altra del Beato Simone. E perché non è impossibile, che si risveglino altre simili istanze, sarà proprio della di lei diligenza, e del prudente consiglio degli altri, che da Noi saranno eletti, il suggerire il partito che dovrà prendersi, quando succeda il caso, che per lo più suol essere di qualche Fanciullo ammazzato dagli Ebrei nella Settimana Santa in onta di Cristo, tali essendo gl'Infanticidi dei Beati Simone, ed Andrea, e d'una gran parte degli altri commemorati dagli Autori: potendo sembrare a tal uno, che, quando si volesse lasciar aperta la strada alle Cause di questi Infanticidj, dovrebbero questi essere stati clamorosi, noti al popolo, maledetti da tutti, e vendicati dai Magistrati, e che anche fosse bene, giacché si tratta di Martiri «non voluntate & opere, sed solo opere», l'accrescere il numero de' Segni e de' Miracoli oltre il solito, per ottenere la formale Canonizzazione97.

Dunque Benedetto XVI afferma che sul caso di Andrea da Rinn è utile un'opportuna e completa valutazione, lasciando intendere la possibilità ­ nonostante le argomentazioni sin qui svolte ­ di una sua canonizzazione. Egli ipotizza, inoltre, che in futuro potrebbero verificarsi altri casi di richieste di canonizzazioni di vittime di omicidio rituale perpetrato dagli ebrei ai danni di fanciulli cristiani, e suggerisce conseguentemente come comportarsi di fronte a questa evenienza. Dopo avere affermato che gli infanticidi di Simonino e di Andrea da Rinn sono omicidi rituali «in onta di Cristo», giunge all'ammissione della realtà di altri casi di omicidio rituale, quelli commemorati dagli "autori", accettando per veri altri infanticidi degli ebrei, ma accennando ad essi solo a margine della questione della disciplina delle canonizzazioni.

In conclusione, a differenza di Lorenzo Ganganelli ­ che da consultore del Sant'Uffizio avrebbe ricevuto di lì a poco l'incarico di far chiarezza sull'accusa di omicidio rituale rivolta agli ebrei in Polonia98, nella Beatus Andreas Benedetto XVI lambì soltanto la delicata questione dell'accusa del sangue, incentrando tutta la trattazione sull'opportunità di procedere con estrema cautela nella concessione della santità agli infanti martirizzati. Certamente, la relazione del Ganganelli era un testo finalizzato al chiarimento della questione dell'accusa di omicidio rituale, richiesto ad un proprio consultore dall'organo preposto alla gestione di simili casi (il Sant'Uffizio), diversamente dalla bolla papale del Lambertini, centrata più specificamente sull'argomento della canonizzazione degli infanti a martirii avvenuti. Questa differenza formale consente a Benedetto XVI di occuparsi esclusivamente dell'approfondimento del secondo aspetto della vicenda, quello legato alla proliferazione dei culti degli infanti uccisi «in odio alla fede di Cristo». Tuttavia, dal testo emerge chiaramente quale sia la sua convinzione in relazione alla realtà dell'accusa di omicidio rituale.

La lettura della Beatus Andreas evidenzia con chiarezza la straordinaria importanza che egli attribuiva al disciplinamento di una questione così scottante. Il papa intese scongiurare l'ipotesi di estendere le canonizzazioni non soltanto agli infanti «martirizzati in odio alla fede di Cristo», ma anche a coloro che furono ammazzati «nelle guerre di religione, negli asfalti delle Città, nelle sorprese delle piazze», o a coloro che venivano uccisi ancora nel ventre della madre, «o resti viva, o muoia con essi la predetta loro genitrice»99. Un'ulteriore riflessione del Lambertini è rivolta ai casi nei quali

quanto vien detto de' fanciulli ammazzati prima dell'uso della ragione in odio di Cristo, si pretende, che debba estendersi anche agli adulti che non hanno mai avuto l'uso della ragione [i pazzi], se a questi fosse stata tolta la vita dagli inimici di Cristo, e per odio contro la fede, supponendosi simili in tutto e per tutto ai Fanciulli100.

Tra le innumerevoli preoccupazioni di Benedetto XVI, in sostanza, non vi fu certamente quella relativa all'infondatezza dell'accusa del sangue. Con la bolla del Lambertini del 1755 giunse, quindi, la conferma autorevolissima di uno stereotipo antiebraico tra i più violenti. Con essa, la Santa Sede perse l'occasione di una sua condanna esplicita, legittimando così la posizione che sarebbe stata espressa negli innumerevoli libelli della seconda metà del xviii secolo sul tema dell'omicidio rituale ebraico. L'effetto che tali opuscoli miravano a raggiungere fu quello di incrementare la fobia antiebraica nelle comunità locali, esasperando un dibattito, quello sugli ebrei, nel quale, come avrebbe scritto solo pochi anni dopo la Beatus Andreas Lorenzo Ganganelli, «non vi vuole fanatismo»101.

Note

* Il presente articolo costituisce lo sviluppo di una ricerca da me iniziata nel 1999, nel corso dei lavori relativi alla tesi di laurea: Le riprese delle accuse di omicidio rituale nel Settecento. Di queste tematiche continuo ad occuparmi per la tesi di dottorato.

1. Beatus Andreas, Roma 22 febbraio 1755 (Pueros Ante Usum Rationis in odium Christi occisus an canonizari expediat, disquiritur, et in hanc rem plura de Martyrio horum Puerorum, cultuque publico eisdem in Ecclesia prestito; et de Martyrio cultuque praesertim Beati Andreae Rinensis, cujus institutae Canonizationis causa conscribendae Epistolae occasio fuit, distinctim adnotantur), in Bullarium Romanum, v. 28, Prati Typographia Aldina, 1847, pp. 213-25. Nel presente lavoro farò riferimento alla versione italiana della bolla: Il Beato Andrea. Lettera della Santità di nostro Signore Benedetto. Papa XVI. A Monsignore Benedetto Veterani avvocato concistoriale, e promotore della Fede, presso S. Maria Maggiore, Roma 22 Febbraio 1755.

2. M. Rosa, Benedetto XVI, in "Dizionario biografico degli Italiani", Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1966, v. 8, pp. 393-408, ora in "Enciclopedia dei Papi", Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 2000, t. iii, pp. 446-61; Id., Tra Muratori, il giansenismo e i lumi: profilo di Benedetto XVI, in Riformatori e ribelli nel '700 religioso italiano, Dedalo, Bari 1969, pp. 49-85; Id., Cattolicesimo e lumi: la condanna romana dell'Esprit de lois, in Riformatori e ribelli, cit., pp. 81-118, 265-71; Id., Regalità e «douceur» nell'Europa del '700: la contrastata devozione al Sacro Cuore, in F. Traniello (a cura di), Dai quaccheri a Gandhi. Studi di storia religiosa in onore di Ettore Passerin d'Entrèves, Il Mulino, Bologna 1988, pp. 217-43; Id., Prospero Lambertini tra regolata devozione e mistica visionaria, in G. Zarri (a cura di), Finzione e santità tra medioevo ed età moderna, Rosenberg e Sellier, Torino 1991, pp. 521-50; Id., La Santa Sede e gli Ebrei nel Settecento, in Storia d'Italia, Annali 11, Gli Ebrei in Italia, a cura di C. Vivanti, t. ii, Dall'emancipazione a oggi, Einaudi, Torino 1997, pp. 1069-85; Id., Settecento religioso. Politica della Ragione e religione del cuore, Marsilio, Venezia 1999.

3. Benedetto XVI, De Servorum Dei beatificatione et beatorum canonizatione, edita nell'Opera Omnia, voll. i-vii, Prati Typographia Aldina, 1839-40.

4. Cfr. S. Levi Della Torre, Il delitto eucaristico, in Id., Mosaico. Attualità ed inattualità degli ebrei, Rosenberg e Sellier, Torino 1994, pp. 105-34. Sull'accusa di omicidio rituale rivolta agli ebrei, cfr. F. Jesi, L'accusa del sangue. Mitologie dell'antisemitismo, Morcelliana, Brescia 1993.

5. Levi Della Torre, Il delitto eucaristico, cit., p. 131.

6. Già l'osservazione del noto caso di Simonino da Trento (1475), che si colloca significativamente tra la fine del medioevo e l'inizio dell'età moderna ­ vero e proprio "paradigma" dell'accusa del sangue in Italia ­ supporta quanto qui affermato. All'iniziale prudenza di Sisto iv ­ che, comunque, avrebbe difeso gli ebrei imputati solo dopo la loro uccisione ­ seguì l'invio a Trento di un commissario apostolico, il domenicano Battista de' Giudici, il quale scagionò gli ebrei dall'accusa, sostenendo la loro innocenza. Costui, però, trovò una forte opposizione nella curia romana, che intendeva sostenere la realtà del martirio. Fu peraltro un umanista, il Platina, a fornire alla curia il sostegno alle sue tesi attraverso dotte argomentazioni (su questo, cfr. Battista de' Giudici, Apologia Iudaeorum ­ Invectiva contra Platinam. Propaganda antiebraica e polemiche di Curia durante il pontificato di Sisto iv (1471-1484), a cura di D. Quaglioni, Roma 1987); più ampiamente, con l'avvento della nuova età, il linguaggio antiebraico degli Stati moderni in via di accentramento trovò spesso un inaspettato alleato in parte della cultura umanistica, certamente in quella restia a negare la realtà dell'omicidio rituale (su questo argomento, cfr. A. Foa, L'immagine dell'ebreo tra magia e superstizione, in P. Alatri, S. Grassi (a cura di), La questione ebraica dall'Illuminismo all'Impero (1700-1815), Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1994, pp. 3-13).

7. Al xii secolo risale il primo caso storicamente riportato di accusa d'omicidio rituale rivolta agli ebrei, verificatosi in Inghilterra, presso Norwich (1144). Il ritrovamento del corpo di un fanciullo alla vigilia del venerdì santo fu all'origine dell'idea che il fanciullo fosse stato ucciso dagli ebrei con l'intenzione di irridere la Passione di Cristo. Animerà analoghe accuse, di lì in avanti, l'idea di una reiterazione del deicidio rinnovato dal popolo di Abramo proprio sui più inermi fra i membri della comunità cristiana.

8. G. Miccoli, Santa Sede, questione ebraica e antisemitismo fra Otto e Novecento, in Storia d'Italia, Annali 11, Gli Ebrei in Italia, (a cura di C. Vivanti), t. ii, cit., pp. 1369-574.

9. La Relazione di Lorenzo Ganganelli è stata pubblicata a più riprese. Negli anni Trenta del xx secolo apparve l'edizione più recente, curata da C. Roth, The Ritual Murder Libel and the Jews. The Report by Cardinal Lorenzo Ganganelli (Pope Clement XVI), The Woburn Press, London 1935. Il materiale relativo alla questione polacca con il votum di Ganganelli si trova presso l'Archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede, Sant'Officio, St. St., TT2-c-d.

10. Miccoli, Santa Sede, questione ebraica e antisemitismo, cit., p. 1541.

11. Anche M. Caffiero ha sottolineato l'importanza di questo richiamo novecentesco a Benedetto XVI: Id., Alle origini dell'antisemitismo politico: l'accusa di omicidio rituale nel Sei-Settecento tra autodifesa degli ebrei e pronunciamenti papali, in G. Miccoli, C. Brice (a cura di), Le radici cristiane dell'antisemitismo politico (fine xix-xx secolo), Ecole Française de Rome, Roma (di prossima pubblicazione).

12. Rosa, Tra Muratori, il giansenismo e i lumi, cit., p. 84.

13. M. Rosa, Tra tolleranza e repressione: Roma e gli ebrei nel '700, in Italia Judaica, iii, Ministero per i Beni Culturali e Ambientali, Ufficio Centrale per i Beni Archivistici, Roma 1989, p. 86.

14. Rosa, Tra Muratori, il giansenismo e i lumi, cit., p. 83.

15. Sul pontificato del Lambertini, cfr. C. Donati, La Chiesa di Roma tra antico regime e riforme settecentesche (1675-1760), in Storia d'Italia, Annali 9, La Chiesa e il potere politico dal Medioevo all'età contemporanea, (a cura di G. Chittolini e G. Miccoli), Einaudi, Torino 1986, in part. pp. 742-55.

16. E. Garms-Cornides, Storia, politica e apologia in Benedetto XVI: alle radici della reazione cattolica, in Papes et papauté au xviii siècle, vi colloque Franco-Italien, Société française d'étude du xviii siècle, Université de Turin et de Savoie (Chambéry 21-22 septembre 1995), a cura di P. Koeppel, Honoré Champion Editeur, Paris 1999.

17. Ivi, pp. 160-1.

18. Editto sopra gli Ebrei, Roma 5 aprile 1775, in Biblioteca Apostolica Vaticana, «Raccolta Generale Diritto Canonico», iii. 98 (int. 12), «Disposizioni concernenti gli Ebrei che dimorano nello Stato Pontificio», in partic. nn. 29, 37, 38 e 43.

19. Bolla Apostolici Ministerii munus, Roma 16 settembre 1747 (Super abusu libelli Repudii Conversorum a Judaismo ad Fidem Catholicam), in Bullarium Romanum, v. 26, Prati in Typographia Aldina, 1846, pp. 266-8. Cfr. anche M. Caffiero, Tra Chiesa e Stato. Gli ebrei italiani dall'età dei Lumi agli anni della Rivoluzione, in Storia d'Italia, Annali 11, Gli Ebrei in Italia, (a cura di C. Vivanti), t. ii, cit., pp. 1101.

20. B. Bonelli, Dissertazione apologetica sopra il Martirio del Beato Simone da Trento, per Giambattista Parone Stampator Vescovile, con licenza de' Superiori, Trento 1747. Su B. Bonelli cfr. N. Toneatti, Cenni intorno alla vita e agli scritti del padre B. Bonelli da Cavalese, Trento 1861; C. Von Wurzbach, Cenni intorno alla vita e agli scritti del padre B. Bonelli, Trento 1881; O. Dell'Antonio, L'attività storica dei francescani trentini, in Contributi alla storia dei frati minori della Provincia di Trento, Arti grafiche Tridentum, Trento 1926. Più recentemente: G. Pignatelli, Benedetto Bonelli, in "Dizionario biografico degli Italiani", Istituto della Enciclopedia Italiana, Roma 1969, v. 11, pp. 747-50; E. Onorati, P. Benedetto Bonelli francescano. Storico trentino bonaventuriano (1704-1783), Edizioni Biblioteca PP. Francescani, Trento 1984.

21. L'espressione «polemica diabolica», adoperata per la prima volta da Dino Provenzal all'inizio del Novecento (Id., Una polemica diabolica nel secolo xviii, Licinio Cappelli, Rocca S. Casciano 1901) con riferimento alla vasta discussione sulla stregoneria e sulla magia che seguì alla pubblicazione del Notturno congresso delle Lammie di Girolamo Tartarotti (Venezia, presso Gianbattista Pasquali, 1749), è stata successivamente acquisita in ambito storiografico.

22. F. Venturi, Settecento riformatore, vol. i, Da Muratori a Beccaria, Einaudi, Torino 1998, p. 370 n.

23. Benedetto XVI, Il Beato Andrea, cit., p. 6. Nella bolla un altro riferimento del pontefice è rivolto ad Adrian Kembter, il quale curò la pubblicazione degli «atti del martirio e del culto pubblico [di Andrea da Rinn], con molta fatica ed erudizione radunati» (ivi, p. 6). Il premostratense Adrian Kembter appartenne all'abbazia tirolese di Wilten, presso Innsbruck, che aveva fornito già nel 1722 i documenti relativi al martirio di Andrea da Rinn per gli Acta Sanctorum. Questo autore divenne la punta di diamante della ricerca storico-filologica promossa dall'abbazia; egli ebbe contatti con numerosi studiosi in area asburgica, e fu inoltre membro dell'"Accademia Taxiana" di Innsbruck, che aveva, tra gli altri affiliati, proprio Benedetto Bonelli. Il testo di Kembter su Andrea da Rinn recava il seguente titolo Acta pro veritate martyrii corporis, et cultus publici B. Andreae Rinnensis pueruli anno mcccclxii die 12 Julii a Judaeis in odium fidei occisi, collecta, variis notis illustrata, et proposita, Typis Mich. Ant. Wagner, Torino 1745. Su A. Kembter cfr. A. Haidacher, Studium und Wissenschaft im Stifte Wilten in Mittelalter und Neuzeit, 2 Teil, Von der Gründung der Universität Innsbruck bis zum Einsetzen der staatlichen Studienreformen, 3 Teil, Zwischen Barock und Aufklärung, in "Veröffentlichungen des Museum Ferdinandeum", Band 38, Jahrgang 1958, pp. 1-100, Band 42, Jahrgang 1962, pp. 21-92. Anche il saggio di A. Spada, Gli accademici «taxiani» di Innsbruck e il loro contributo alla cultura roveretana, in "Atti Accademia Roveretana degli Agiati", a. 246 (1996), s. vii, vol. vi, A, p. 539.

24. Sulla disputa che vide contrapposti Tartarotti e Bonelli, cfr. Provenzal, Una polemica diabolica, cit.; E. Broll, Studi su Girolamo Tartarotti, Tipografia Tomasi, Rovereto 1901; E. Fracassi, Girolamo Tartarotti. Vita e opere, Feltre 1906; F. Trentini, La figura di Girolamo Tartarotti nel bicentenario della morte, in "Atti Accademia Roveretana degli Agiati", a.a. 209, s. vi, vol. ii, A, 1960; G. Costisella, Il vescovo Adalpreto (1156-1177) nei monumenti che lo ricordano e una corrispondenza ottocentesca seguita alla nota polemica, in "Atti Accademia Roveretana degli Agiati", a.a. 215, s. vi, vol. v, A, 1965; Venturi, Settecento riformatore, cit.; C. Donati, Ecclesiastici e laici nel Trentino del Settecento (1748-1763), Istituto storico italiano per l'età moderna e contemporanea, Roma 1975; I. Rogger, Vita, morte e miracoli del Beato Adalpreto (1156-1172), nella narrazione dell'agiografo Bartolomeo da Trento, in "Studi Trentini di Scienze Storiche", lvi (4), Trento 1977, pp. 331-73. Più recentemente, Onorati, P. Benedetto Bonelli francescano, cit.; S. Vareschi, Le rivisitazioni storico-agiografiche di G. Tartarotti: progetto, temi, metodo, in "Atti Accademia Roveretana degli Agiati", (parte prima) a.a. 246, s. vii, vol. vi, A, 1996, (parte seconda) a.a. 247, s. vii, vol. vii, A, 1997, (parte terza) a.a. 248, s. vii. vol. viii, A, 1998; J. Nössing, La storiografia austriaco-tirolese e Girolamo Tartarotti, in "Atti Accademia Roveretana degli Agiati", s. vii, vol. vii, A, 1997; G. P. Romagnani, Echi muratoriani fra l'Adige e il Leno. Verso una memoria storica della città di Rovereto, in "Atti Accademia Roveretana degli Agiati", a.a. 250, s. ii, vol. iii, 2000.

25. Alfonso Lopez de Spina, ebreo convertito, rettore dell'Università dei frati minori di Salamanca, scrisse Fortalitium Fidei (Strasburgo 1471), rivolto Contra Iudaeos, Saracenos et alios Christianae fidei inimicos, nel quale elencava diversi casi di omicidio rituale ricorrendo a macabre descrizioni.

26. J. C. Wagenseil (1633-1705), autore del trattato sul tema dell'accusa del sangue Hoffnung Erlösung Israël (1705). La sua negazione dell'omicidio rituale gli causò l'inimicizia di molti polemisti antiebraici. Tra questi ci fu anche Bonelli, la cui Dissertazione apologetica si presentava in parte come una confutazione degli argomenti assolutori adoperati dal Wagenseil e da J. Basnage per scagionare gli ebrei dall'infamante accusa (su J. Basnage cfr. nota 38). Al Wagenseil va attribuito, inoltre, «il primo studio completo dei riti e delle cerimonie ebraiche scritto da un cristiano», cfr. J. I. Israel, Gli ebrei d'Europa nell'età moderna, Il Mulino, Bologna 1991, p. 283.

27. Bonelli, Dissertazione apologetica, cit., p. 42. Su questo passo della Dissertazione apologetica, cfr. L. Parinetto, I Lumi e le streghe. Una polemica italiana intorno al 1750, Colibrì, Milano 1998, p. 230. Qui si noti come la credibilità di Alfonso Spina consistesse, a parere di Bonelli, sia nella sua vicenda esistenziale di ebreo passato al cristianesimo (ciò dovrebbe creare un'incrinatura nell'omogeneità delle deposizioni contro la realtà dell'omicidio rituale raccolte da J. C. Wagenseil, sulla scorta delle testimonianze di ex ebrei convertiti), sia nel fatto che «dimostrassi molto lontano [dalla] volgare opinione».

28. B. Bonelli, Animavversioni critiche sopra il Notturno congresso delle Lammie del sig. Abate Girolamo Tartarotti, presso Simone Occhi, Venezia 1751. Il testo recava inoltre in appendice un Ragguaglio sincero su la sentenza di morte ultimamente seguita contro una strega ed un Compendio storico sulla stregheria.

29. G. Tartarotti, Del notturno congresso delle Lammie libri tre di Girolamo Tartarotti roveretano. S'aggiungono due dissertazioni epistolari sopra l'arte magica. All'Illustrissimo signor Ottolino Ottolini gentiluomo veronese, presso Giambattista Pasquali, Venezia 1749.

30. Su J. C. Wagenseil rimando alla nota 26 del presente lavoro.

31. Le lettere spedite da Tartarotti al Bonelli si trovano in Biblioteca S. Bernardino di Trento, manoscritto "Bonelli, S. Simonino Martire", arch. 237, ff. 955-1017.

32. Su questo, cfr. Rosa, Tra tolleranza e repressione, cit., in particolare p. 88.

33. Bolla Providas Romanorum Pontificum, pubblicata il 13 maggio 1751 (Nonnullae Societates seu Conventicula «de' Liberi Muratori», seu «des Francs Macons», vel aliter noncupata, iterum damnantur, et prohibentur: cum invocatione brachii, et auxilii Secularium Principum, et potestatum), in Bullarium Romanum, v. 27, Prati in Typographia Aldina, 1846, pp. 283-6.

34. Editto sopra gli Ebrei, cit.

35. Ristretto della vita e martirio di S. Simone fanciullo di Trento fatto ristampare con una breve appendice da D. Francesco Rovina Bonet Rettor de' Catecumeni, e Parroco di S. Salvatore a' Monti, nella Stamperia di Giovanni Bartolomicchi, Roma 1775. Su Rovira Bonet, cfr. M. Caffiero, «Le insidie de' perfidi giudei». Antiebraismo e riconquista cattolica alla fine del Settecento, in "Rivista Storica italiana", 1993, a. cv (f. ii), pp. 555-81.

36. Caffiero, Le insidie de' perfidi giudei, cit., p. 558.

37. L'immagine del fanciullo crocifisso mentre viene vampirizzato dagli ebrei (che ne raccolgono il sangue) che apre il testo del Ristretto, rappresenta, sul versante iconografico, un tópos interno alla letteratura antiebraica; l'Historia ecclesiastica del cappuccino Barbarano de' Mironi, del 1652, recava già in copertina una figura affine: tra i beati Bernardo, Guido, Gaetano ed Eufrosina, spiccava in primo piano, alla destra di Bartolomeo, il beato Lorenzino da Marostica, sproporzionatamente alto e cresciuto per l'età in cui si presumeva fosse stato ucciso, con l'aureola al pari degli altri, ma, a differenza di questi, con entrambe le braccia aperte nella rievocazione della crocifissione. Rappresentando i martiri come crocifissi si contribuiva a riattualizzare il tema antico dell'uccisione di Cristo per mano ebraica; mano che rinnovava la sua atavica brutalità sui più inermi tra i membri della comunità cristiana. Se è vero che nelle scritture biografiche dei santi, gli episodi evangelici sono stati sfruttati per modellare il santo di turno come figura Christi, secondo il canone dell'imitatio, altrettanto si può dedurre dall'iconografia.

38. L'opera di J. Basnage de Beuval, Histoire des Juifs depuis Jésus-Christ jusqu' à present, Scheurleer, Den Haag 1716, 12 voll., fu, sino all'Ottocento, l'unica dedicata alla storia ebraica postbiblica. Basnage (1653-1723) appartenne a una famiglia di calvinisti normanni. Le sue opere più importanti affrontano tematiche di storia religiosa.

39. Bonelli, Dissertazione, cit., p. 3. Le ansie di Bonelli saranno condivise più avanti da un altro sacerdote, il veneto Giovanni Pietro Vitti, autore di alcune Memorie storiche cronologiche di vari bambini ed altri fanciulli martirizzati in odio alla nostra fede dagli Ebrei (presso Guglielmo Zerletti, Venezia 1761), che avrebbe inteso mettere in guardia ancora una volta dalla «perfidia Giudaica» e dai pericoli della letteratura di matrice rabbinica.

40. Bonelli, Dissertazione apologetica, cit., p. 18.

41. Su Paolo Medici, cfr. Caffiero, Tra Chiesa e Stato, cit., pp. 1103-4 e Ead., Alle origini dell'antisemitismo cattolico, cit.; anche A. Milano, Storia degli Ebrei in Italia, Einaudi, Torino 1992, pp. 685-6.

42. Garms-Cornides, Storia, politica e apologia in Benedetto XVI, cit., p. 158.

43. Tra i testi di pubblicistica cattolica antiebraica del Settecento ­ stimati da R. De Felice nel numero di 70 nella sola penisola (Id., Per una storia del problema ebraico in Italia alla fine del xviii secolo e all'inizio del xix, in Italia Giacobina, Edizioni Scientifiche Italiane, Napoli 1965, p. 321) ­ quasi tutti quelli pubblicati nella seconda metà del secolo riprendevano le argomentazioni e il contenuto della Dissertazione di Bonelli, la quale, come si è visto, poteva vantare la menzione di un pontefice.

44. Garms-Cornides, Storia, politica e apologia in Benedetto XVI, cit., p. 159.

45. Bonelli, Animavversioni critiche sopra il notturno congresso delle Lammie, cit.

46. Prodromus ad Opera Omnia S. Bonaventurae ordinis fratrum minorum generalis ministri, S.R.E. cardinalis, episcopi albanensis, et doctoris seraphici, agens de eius vita, doctrina, et scriptis editis, ac ineditis recensque inter vetustos codices manuscriptos inventis, in libros octo tributus, Sumptibus Remondini veneti, Bassani 1767. Anche Sancti Bonaventurae ex ordine minorum S.R.E. episcopi cardinalis albanensis Operum Sixti v Pont. Max. dicti ord. jussu editorum Supplementum in tria volumina distributum, sub auspiciis Clementis XVI P. M. eiusdem ord., volumen primum, ex typogr. Episcopali Joan. Bapt. Monauni, Tridenti 1772, in fol. coll. 1271 et ultra. Volumen secundum, ivi, 1773, coll. 1211 et ultra. Volumen tertium, ivi, 1774.

47. Monumenta ecclesiae tridentinae, voluminis tertii pars altera, ex typographia episcopali Joan. Bapt. Monauni, Tridenti 1765, in 4°, pp. 353.

48. Un'altra opera di Bonelli recava la dedica a Benedetto XVI: la Dissertazione intorno alla santità e martirio del B. Adalpreto vescovo di Trento, Stamperia Monauni, Trento 1754.

49. Garms-Cornides, Storia, politica e apologia in Benedetto XVI, cit., p. 154. Su Garampi cfr. D. Vanysacher, Cardinal Giuseppe Garampi (1725-1792): an enlightened ultramontane, Institut Historique Belge de Rome, Roma-Bruxelles 1995; M. Caffiero, Giuseppe Garampi, in "Dizionario biografico degli Italiani", Istituto della Enciclopedia Italiana, vol. 52, Roma 1999, pp. 224-9; anche U. Dell'Orto, La Nunziatura a Vienna di Giuseppe Garampi, Collectanea Archivi Vaticani 39, Città del Vaticano 1995. È utile riportare quanto scrive M. Caffiero sulla svolta operata da Garampi in seguito all'esperienza in terra tedesca (dal 1761, epoca del suo primo viaggio, sino all'incarico presso la nunziatura di Vienna del 1776): «a partire dall'esperienza tedesca, il ruolo religioso e culturale del G. mutò profondamente rispetto agli anni dell'adesione al riformismo illuminato cattolico []. La definizione di "ultramontano illuminato" attribuitagli dal Vanysacher può essere quindi accolta solo nel senso che il G. bene incarna le strategie di riconquista cattolica elaborate dai settori zelanti e intransigenti della Chiesa contro il mondo moderno» (Caffiero, Giuseppe Garampi, in "Dizionario biografico degli Italiani", cit., pp. 226, 229). Verosimilmente l'avvicinamento tra Garampi e Bonelli, esponente dell'ala più intransigente della Chiesa tridentina, è ascrivibile al nuovo orientamento assunto dal primo.

50. Epistolarium bonellianum, Biblioteca S. Bernardino, Trento, ms. 83, f. 35.

51. Santissimi Domini Nostri Benedicti XVI Epistola ad Nobile Virum Flaminium Cornelium Senatorem Venetum, Ex Typographia Ducali, et Patriarchali Pinealliana, Presidium facultate, Romae et Venetiis 1753. La lettera fu tradotta in italiano e stampata a Venezia nel 1754, presso Guglielmo Zerletti.

52. Recentemente anche Ruggero Taradel ha rivolto la sua attenzione alla bolla Beatus Andreas in un libro dedicato all'accusa di omicidio rituale: Id., L'accusa del sangue. Storia politica di un mito antisemita, Editori Riuniti, Roma 2002, in particolare pp. 184-91.

53. Benedetto XVI, Il Beato Andrea , cit., p. 3.

54. Ivi, p. 4.

55. Ibid.

56. Ivi, p. 5.

57. Ivi, p. 6.

58. Bonelli, Dissertazione apologetica, cit.

59. Il Beato Andrea, cit., p. 6.

60. Ivi, pp. 7-8.

61. Ivi, p. 9.

62. Ivi, p. 8.

63. Ibid.

64. A. Esposito, D. Quaglioni, Processi agli ebrei di Trento, Cedam, Padova 1990.

65. Benedetto XVI, Il Beato Andrea, cit., p. 10.

66. Ivi, p. 11.

67. Ibid.

68. Ivi, p. 12.

69. Ibid.

70. Ivi, p. 14.

71. Sulla questione, cfr. A. Benvenuti Papi, E. Giannarelli, Santi bambini, santi da bambini, in A. Papi, E. Giannarelli (a cura di), Bambini santi, Rosenberg e Sellier, Torino 1991. Anche P. Scaramella, I Santolilli, culti dell'infanzia e santità infantile a Napoli alla fine del xviii secolo, Edizioni di Storia e Letteratura, Roma 1997; G. Barone, M. Caffiero, F. Scorza Barcellona (a cura di), Modelli di santità e modelli di comportamento: contrasto, intersezioni, complementarità, Rosenberg e Sellier, Torino 1994.

72. Il Beato Andrea, cit., p. 16.

73. Ivi, p. 20.

74. Ivi, p. 24.

75. Ivi, p. 30.

76. Ivi, p. 33.

77. Bonelli, Dissertazione apologetica, cit., p. 253. Bonelli, dopo aver riportato l'attestato, così concludeva: «non può dunque dubitarsi, che tal culto sia immemoriale; mentre risale colla sua origine al tempo stesso del martirio».

78. Benedetto XVI, Il Beato Andrea, cit., p. 34.

79. Su questo, cfr. G. Dalla Torre, Santità ed economia processuale. L'esperienza giuridica da Urbano viii a Benedetto XVI, in Finzione e santità, cit., pp. 231-63; Id., Processo di beatificazione e canonizzazione, in Enciclopedia del diritto, xxxvi, Giuffrè, Milano 1987, pp. 932-45.

80. Il Beato Andrea, cit., p. 35; Benedetto XVI si riferisce, qui, al fatto che i «vasi di sangue» contenenti il sangue dei martiri, e più in generale gli oggetti (catene, chiodi, attrezzi da tortura ecc.), erano considerate prove certe del martirio.

81. Ivi, p. 38.

82. Ivi, p. 39.

83. Ivi, pp. 39-40. Sul tema della beatificazione e canonizzazione, cfr. Dalla Torre, Santità ed economia processuale, cit.

84. Il Beato Andrea, p. 40. In seguito all'emanazione da parte di Urbano viii della Costituzione Coelestis Hierusalem cives (5 luglio 1634), la Santa Sede, in alcuni casi di culti esistenti prima della detta Costituzione, e a cui si intendeva concedere la sola messa e l'officio ma non la canonizzazione, si esprimeva con una «beatificazione equipollente»: questa, sebbene equivalente alla «beatificazione formale», tuttavia non scaturiva dal procedimento canonico stabilito da Urbano viii. Era il caso di Andrea di Rinn, per il quale si era giunti alla «beatificazione equipollente».

85. Ivi, p. 41.

86. Ivi, p. 42.

87. Ivi, p. 43.

88. Ivi, p. 45.

89. Ivi, p. 43.

90. Bolla Postremo mense (De Baptismo Judaeorum. Sive Infantium, sive Adultorum), Roma 28 febbraio 1747, in Bullarium Romanum, v. 26, Prati in Typographia Aldina, 1846, pp. 170-91.

91. Ivi, p. 179. Su questo, cfr. G. Volli, Papa Benedetto XVI e gli ebrei, in "Rassegna mensile d'Israel", maggio 1956, vol. xxii, p. 219.

92. Il Beato Andrea, cit., p. 45.

93. Ivi, p. 46.

94. Dalla Torre, Santità ed economia processuale, cit., p. 237.

95. Ibid.

96. Il Beato Andrea, cit., pp. 47-8.

97. Ivi, pp. 49-50. Il corsivo è mio.

98. Sulla vicenda, cfr. Rosa, La Santa Sede e gli ebrei nel Settecento, cit.

99. Il Beato Andrea, cit., p. 44.

100. Ibid.

101. Il votum di L. Ganganelli, in Roth, The Ritual Murder Libel, cit., p. 53.