«Basse università» e «massime di governo». Caratteri dell'intervento statale
nella Roma di Pio VI

di Emanuela Parisi

Già da tempo è stato sottolineato il fatto che elemento comune alla maggior parte degli scritti economici romani di età moderna è il «carattere praticistico» che li contraddistingue1: nell'elaborazione di progetti di riforma, nella definizione delle linee di politica economica si dovette tenere conto, nello Stato pontificio forse più che altrove, di situazioni contingenti. Scopo di questo studio è evidenziare, attraverso l'analisi di uno dei provvedimenti innovativi degli ultimi anni del xviii secolo, il ruolo importante e il peso che nel determinare tali situazioni a Roma, ancora alla fine del Settecento, le corporazioni si attribuivano o si vedevano attribuito.

La questione in particolare oggetto di analisi è l'abolizione della «precettazione» degli agnelli, fortemente voluta dal tesoriere Fabrizio Ruffo, che la decretò nel 1789. Le precettazioni erano requisizioni di bestiame effettuate nelle province sotto il profilo annonario tributarie di Roma dalla Presidenza della Grascia ­ l'organismo preposto, in primo luogo, all'approvvigionamento di carne della capitale2 ­ per garantire sul mercato, ad un prezzo «giusto», la disponibilità di generi considerati di prima necessità. Rientrava tra questi la carne di agnello, particolarmente apprezzata dai romani, venduta in città durante la «stagione» detta «dell'agnellatura» che andava da Pasqua fino a non oltre il 24 giugno, festa di san Giovanni3.

Il provvedimento di abolizione in questa sede analizzato interessava dunque soprattutto due istituzioni: la Presidenza della Grascia e la corporazione dei macellai, una di quelle università, che, con la Grascia, di lì a pochi anni sarebbero state abolite4.

La poliedrica personalità del Ruffo ­ che, come è noto, pochi anni dopo gli eventi qui trattati fu alla guida della spedizione sanfedista che riconquistò Napoli al re Ferdinando iv ­ e i diversi indirizzi della politica di riforma da lui attuata hanno fatto sì che le sue «stupende e facili teorie di pubblica economia»5, come pure alcune delle vicende che portarono alle innovazioni in materia di Grascia ­ in primo luogo l'abolizione della precettazione ­ fossero trascurate6. La questione è tuttavia, a mio parere, di rilevante interesse, perché quello che portò all'abolizione della precettazione degli agnelli fu un percorso niente affatto lineare: la questione non trovò concordi né i diversi corpi interessati alla questione e non sempre formalmente coinvolti ­ macellai, pizzicaroli, norcini dapprima, poi anche affidati7 e rappresentanti delle province annonarie ­ né le autorità preposte a decidere in merito. Ricostruire quel percorso può fornire elementi utili non solo a comprendere di che natura fossero le scelte operate ma, soprattutto, come vi si fosse arrivati: per la definizione delle caratteristiche dell'intervento statale può infatti risultare significativo puntualizzare quali circostanze occasionali avessero portato all'attuazione di un sia pur preesistente disegno di riforma.

1. La «sempre querula» università dei macellai

L'università dei macellai di Roma aveva antiche origini8. Dalla corporazione si erano via via separati, costituendosi in corpo autonomo, i pizzicaroli, i norcini e i casciani, i tripparoli, i caprettari9; nel Settecento l'università rappresentava ormai un corpo fortemente legato a solide tradizioni e a propri interessi particolaristici. Nata e consolidatasi sul piano normativo e su quello delle pratiche quando la regolamentazione dell'attività produttiva e commerciale dipendeva principalmente dalle autorità municipali, la corporazione dei macellai si trovava, alla fine del Settecento, ad avere come primo interlocutore la Grascia, un organismo statale. Quanto fosse sentito dall'università il maggiore peso del controllo dell'autorità centrale rispetto a quello capitolino sembra emergere chiaramente dalla documentazione prodotta nel corso degli anni Ottanta e Novanta del secolo; si leggeva, ad esempio, in un Memoriale dei macellai: «Questi nostri Statuti sono approvati, e confermati dal Senatore di Roma, e dai Conservatori della Camera Capitolina [] se lo Statuto de' Macellari è approvato dal Senatore di Roma, è lo stesso, che sia approvato specificamente dal Papa [] le facoltà di Monsignor Presidente della Grascia non superano il diritto del Senatore di Roma, e del Campidoglio [] lo Stato nostro è specificamente approvato da una legittima giurisdizione []»10.

Il testo sopra citato, teso a delegittimare la decisa azione di controllo sull'università posta in essere dalla Grascia, è legato alla situazione di forte conflittualità che negli ultimi decenni del Settecento, quando le «spese per liti» arrivarono a diventare una voce di bilancio11, in più di una circostanza vide i macellai in contrasto con altre università e con la stessa Camera Apostolica12. A quell'epoca gli «uffiziali» della corporazione ­ tre consoli, tre guardiani e un Signore che, secondo quanto previsto dagli statuti, avrebbero dovuto essere eletti dai tredici consiglieri dell'Arte ­ venivano nominati dal presidente della Grascia, il quale era intervenuto nelle questioni interne alla corporazione anche imponendo una modifica statutaria che portava da tre a quattro il numero dei consoli13.

Il tentativo di controllare l'attività dei macellai si manifestava anche attraverso disposizioni volte a prevenire il fenomeno dei fallimenti. I macellai, prima dell'inizio della stagione, dovevano offrire al presidente della Grascia diverse garanzie formali circa la propria capacità di ben condurre l'attività. La pratica in uso per tutto il Settecento prevedeva infatti che tutti coloro che intendevano aprire un macello si impegnassero, davanti al notaio, a tenerlo in attività e provvisto di carne per tutta la stagione, da Pasqua all'ultimo giorno di carnevale dell'anno successivo. In tale occasione i macellai presentavano anche delle «sigurtà», fidejussioni, che tuttavia spesso non si rivelavano reali garanzie in caso di fallimento degli esercenti14; fallendo i macellai non solo rendevano difficoltoso al pubblico approvvigionarsi di un genere di prima necessità, ma finivano anche per non soddisfare l'impegno più importante preso, la corresponsione di tutti i «pesi» dovuti alla Camera Apostolica15.

Si verificava dunque una forte ingerenza dell'autorità centrale in un settore considerato di cruciale importanza, sia perché legato alla distribuzione al pubblico di un genere di prima necessità, del quale andava tutelato il livello qualitativo16, sia perché garantiva all'erario le cospicue entrate legate alla gabella detta «della scannatura» dovuta dai macellai alla Camera Apostolica17. Nel 1785 ­ l'anno in cui, con la nomina di Fabrizio Ruffo a tesoriere generale, il sistema della Grascia iniziò ad essere riformato ­ con 88.662,520 scudi le entrate provenienti da tale gabella costituivano quasi il 20% del totale del gettito delle «Dogane generali», le dogane di Roma18.

Detta anche «gabella del quattrino», per via della tariffa originaria che era di un quattrino per ogni libbra di carne macellata, la gabella della scannatura fino agli ultimi decenni del Seicento era stata riscossa dalle autorità comunali; in seguito l'introito della gabella era stato interamente assegnato alla Camera Apostolica, che dapprima ne aveva affidato la gestione ad appaltatori privati e in seguito, dal 1730 al 1795, ne aveva direttamente curato la riscossione per mezzo della Presidenza della Grascia19. A proposito delle modalità di riscossione alla fine del Settecento, quando era stata interrotta ormai da decenni la pratica di cederne l'appalto a privati, il Ruffo parlava di un «sistema intralciato»20. Le difficoltà nella riscossione avevano portato infatti alla creazione di un complicatissimo iter. Le disposizioni originarie, riconfermate, da ultimo, dal Bando Generale del 173821, prescrivevano ai macellai di non macellare il bestiame senza prima aver pagato la gabella. In seguito, date le difficoltà dei macellai di pagare la somma dovuta prima di essere rientrati delle spese sostenute per l'acquisto del bestiame, dapprima si erano accordate loro delle dilazioni, quindi attraverso il metodo dei «sequestri», si era loro permesso di pagare in natura consegnando gli scarti della macellazione22. Nonostante questo complicato meccanismo, nel 1750 la Camera si trovava ad essere già creditrice di 16.000 scudi arretrati per la gabella della scannatura. Tra le cause dell'accumularsi del debito il Ruffo indicava la «poca puntualità» degli esattori e i fallimenti dei macellai23. Operatori poco affidabili, i membri della «sempre querula Università dei Macellaj»24 sfuggivano facilmente ai meccanismi di controllo posti in essere dal governo.

Il numero dei macelli privati attivi in ogni stagione subì delle variazioni nel corso degli ultimi decenni del Settecento. Nel 1760 in Roma erano attivi 69 macelli privati, gestiti da 62 diversi macellai, 2 macelli annessi a Luoghi Pii, l'Ospizio Apostolico di San Michele e l'Archiospedale di Santo Spirito, e i macelli del ghetto25, nei quali veniva macellata soltanto la carne di bufala, che era venduta a un prezzo più basso di un terzo di quella di vitella26. Nella stagione 1786-87, ad esempio, erano aperti solo 56 macelli privati; in quella 1788-89, 61 e nel 1801 si faceva riferimento a circa 70 macelli27. Il dato non è da mettere in relazione con una maggiore o minore disponibilità di carne sul mercato romano: al contrario, esso era mantenuto sostanzialmente stabile dalle autorità, consapevoli del fatto che la carne era una componente importante della dieta dei romani28. La variazione nel numero di macelli attivi in ogni stagione costituisce tuttavia un indicatore importante per quello che riguarda la mancanza di continuità nella gestione degli esercizi. Era infatti frequente, come già osservato, il caso di fallimenti, e continua la cura delle autorità competenti per evitare che si verificassero, non tanto perché la chiusura improvvisa di un macello poteva provocare forti disagi per i consumatori quanto piuttosto perché la chiusura di un esercizio prima del termine della stagione spesso significava che il gestore non avrebbe mai soddisfatto i creditori, e per i macellai il principale creditore era, nella Roma del xviii secolo, lo Stato.

2. Il discontinuo processo di definizione delle «massime di governo»

L'origine del provvedimento del 1789 va rintracciata proprio nei grossi problemi legati alla riscossione della gabella della scannatura. L'attuazione delle disposizioni relative all'abolizione della precettazione prese infatti l'avvio da una circostanza occasionale: la richiesta, presentata dai macellai nel 1788, di un «bonifico» sulla somma da loro dovuta per la gabella della precedente stagione dell'agnellatura. Simili richieste non erano una novità e spesso ingenti «defalchi» erano stati accordati dalle autorità all'università dei macellai29. Anche nei primi due anni del tesorierato di Fabrizio Ruffo ne erano stati concessi diversi, per un importo totale di più di 34.300 scudi30. Ancora nell'autunno del 1787, con rescritto papale, era stato accordato ai macellai un bonifico di più di ottomila scudi sulla somma da essi dovuta per la stagione dell'agnellatura di quello stesso anno31. In tale occasione era stata anche disposta l'effettuazione di uno «scandaglio» ­ una pubblica verifica effettuata da periti ­ che desse conto di quali realmente fossero le spese sostenute dai macellai nello svolgimento della propria attività.

Le considerazioni espresse dal Ruffo in quella circostanza testimoniano la situazione di forte tensione cui si era giunti. Infatti, tre giorni dopo la concessione del bonifico, il 27 novembre 1787, era stato presentato dal tesoriere al pontefice un promemoria circa la difficile situazione e l'atteggiamento da tenersi nei confronti dei macellai: il Ruffo vi sottolineava la difficoltà di trovare un perito imparziale che effettuasse lo scandaglio32 e le due «formidabbili raggioni» che facevano da supporto alle «capricciose domande» dell'università dei macellai: «la loro visibile decadenza, e povertà» e «la minaccia di chiuder le loro Botteghe, e ritirarsi nelle Chiese». Scettico sulla povertà degli operatori del settore, il Ruffo era decisamente contrario alla concessione del bonifico; se poi i macellai avessero attuato la serrata, i mercanti di bestiame, egli osservava, sarebbero stati ben contenti di macellare per conto proprio.

Quando, l'anno seguente, venne presentata dai macellai una ulteriore richiesta di bonifico sulla gabella dovuta per la stagione dell'agnellatura33, Pio vi decise di istituire una congregazione che non solo stabilisse quali misure fosse opportuno adottare in merito alle istanze dei macellai ma che si occupasse anche, più in generale, di «sistemare le materie di Grascia»34. Il 18 maggio 1788 al tesoriere Ruffo, in quanto competente sulla gabella della scannatura, e al presidente della Grascia fu inviato dal segretario di Stato cardinal Boncompagni un elenco di sei «quesiti»; le loro risposte sarebbero state distribuite agli altri congregati perché fossero adeguatamente informati sui termini della questione. Soltanto il primo dei quesiti era relativo all'opportunità di concedere ai macellai, per la precedente stagione dell'agnellatura, un «abbonamento di Dazio»; altri due quesiti investivano più in generale la questione della gabella, ed erano relativi alla sua equità e al metodo di riscossione; venivano inoltre richiesti chiarimenti circa le «sigurtà» presentate dai macellai per garantire per tutta la stagione continuità nell'esercizio dell'attività. Il quinto quesito era riferito alle «spese e ricavi» dell'attività dei macellai e col sesto si arrivava a chiedere quale fosse «il sistema, e la Misura delle Precettazioni», e se fosse necessario e possibile apportarvi delle modifiche35.

Il foglio contenente i sei quesiti non avrebbe dovuto essere distribuito ad altri che ai congregati, né era previsto che lo fossero i pareri espressi dal presidente della Grascia e dal tesoriere. Le riflessioni stese da Ruffo in risposta ai sei quesiti proposti dal segretario di Stato arrivarono invece nelle mani dei macellai36, ed essi si prepararono ad esporre, a loro volta, le proprie opinioni. Per quanto riguarda il primo quesito venne messa in atto un'articolata manovra per provare le perdite subite nella stagione dell'agnellatura. Già nell'agosto 1788 i macellai fecero eseguire degli scandagli ­ o, più esattamente, delle perizie di parte ­ che la Camera Apostolica si trovò in seguito a definire «ben vaghi», sulla macellazione. Alle perizie dei macellai venne rifiutata validità dal Ruffo, e nel settembre 1788 fu effettuato uno scandaglio, questa volta con periti scelti dal tesoriere, in un macello in disuso presso Fontana di Trevi. I macellai, a loro volta, criticarono lo scandaglio: il loro computista, Filippo Cameli, tentò di inficiarlo dando conto, con dettagliate argomentazioni, di una perdita di 44.756 scudi per la stagione dell'agnellatura del 1788.

All'insaputa delle autorità governative, o perlomeno del Ruffo, i macellai ­ che, a voce, minacciavano una serrata per la Pasqua 178937 ­ si preparavano a dare conto della propria posizione anche in merito agli altri quesiti presentati.

Nei dieci mesi che separarono la decisione papale di istituire una congregazione dalla prima seduta della stessa ­ che, come vedremo, si sarebbe tenuta il 3 aprile del 1789 ­ i macellai ebbero il tempo di affidare le proprie ragioni ad uno dei migliori avvocati romani. In un Memoriale, quindi in un documento ufficiale, prodotto pochi mesi dopo dalla stessa Camera Apostolica si leggeva che invece in tale circostanza gli esponenti dell'autorità statale non avevano ritenuto opportuno «chiamare i Difensori del Pontificio Erario» dal momento che, almeno nelle intenzioni del tesoriere, la questione «trattar si doveva fuori di ogni forma giudiziale, e contenziosa»38. I congregati avrebbero dovuto semplicemente discutere dell'opportunità di concedere ai macellai il bonifico e delle misure da adottarsi per migliorare i meccanismi di approvvigionamento della capitale. Il loro ruolo si trasformò invece in quello di collegio giudicante. Nel Memoriale governativo si leggeva infatti che, in tale circostanza, erano state proprio le università dei macellai, dei pizzicaroli e dei norcini, tutte arti dipendenti dal tribunale della Grascia, a voler «trattar tutta la materia in aria litigiosa, e nelle forme più solenni».

Pochi giorni prima della data fissata per la seduta dalla congregazione un corposo Memoriale, con relativo Sommario, venne presentato ai congregati a nome dei macellai e degli affittuari dei macelli del ghetto39. Vi erano presentate le risposte ai primi cinque quesiti. I macellai vi sostenevano, naturalmente, la necessità di ottenere il bonifico richiesto, e di abbassare la tariffa della gabella; avanzavano inoltre alcune proposte che avrebbero, a loro parere, portato ad una più semplice esazione della stessa. Il memoriale era stato redatto dall'avvocato Vincenzo Bartolucci40, e veniva anche firmato dagli avvocati Roberto Hondedei e Lazzaro Ceccopieri41.

Ai componenti della congregazione venne sottoposta dall'università dei macellai anche una Perizia che, presentando e commentando i dati relativi allo scandaglio effettuato nell'aprile del 1788, intendeva dimostrare l'entità della «remissione» dei macellai per la stagione precedente42. Un altro memoriale venne presentato, sempre dai macellai e dalle università dei pizzicaroli e norcini, e sottoponeva le ragioni delle tre corporazioni in merito al sesto quesito43. Al corposo memoriale venne allegato un Ristretto di fatto e di Raggione44.

La documentazione rintracciata lascia invece intuire una certa frettolosità, da parte governativa, nella preparazione dell'incontro45: fu solo il 24 marzo 1789, infatti, che la Presidenza della Grascia fece pervenire al tesoriere alcuni fogli circa un possibile metodo da adottare per rendere più facile l'esazione della gabella della scannatura. Il Memoriale dei macellai, inoltre, venne consegnato al Ruffo solo il 25 marzo, e soltanto il 28 dello stesso mese, con un biglietto della segreteria di Stato, egli ricevette la convocazione per la seduta della congregazione, fissata, come già ricordato, per il 3 aprile46. Sorpreso perché non credeva che la seduta si sarebbe tenuta in aprile47, indignato per il tono con cui nella «ben condita di veleno» scrittura dei macellai si facevano riferimenti a lui e alla sua politica ­ «non puol essere più indecente la maniera di scrivere del Sig.r Av.to Bartolucci che non so donde sia autorizzato a prendere un tono irrisorio e decisivo in questa materia [] sforzandosi almeno di farmi passare p[er] un imbecille se non per protettore di falsari e calunniatori»48 ­ il Ruffo si trovava evidentemente impreparato a controbattere a un tanto articolato apparato. Si rivolse al pontefice perché questi rimandasse l'incontro ­ «la S. V. conosce il mio impiego e se abbia agio bastante per radunare in pochi momenti ciò che è opportuno per dilucidare gli equivoci del contrario scrittore» ­ spiegando che il lavoro preparatorio che egli da tempo portava avanti ­ «ho fatto venire da tutta Italia le diverse maniere di amministrazione di Grascia di tutte le pr.[inci]pali città»49 ­ non si sarebbe potuto portare a termine in maniera adeguata in pochi giorni. Egli confessava apertamente che, senza un differimento della seduta, non avrebbe saputo «a qual partito appigliarmi».

Il 29 marzo 1789, con una lettera indirizzata al Ruffo, Pio vi di fatto escluse ogni possibilità di posticipare l'incontro. «Se Lei ­ osservava il pontefice ­ non ha tempo di rispondere alla Scrittura dei Macellari, credo, che Noi ne abbiamo egualmente meno di rispondere al suo, recatoci nel momento, che andavamo per dir Messa»50. Pio vi si rifiutò, dunque, di intervenire personalmente per rimandare la seduta: al Ruffo fu consigliato di rivolgersi a un avvocato, di fargli stendere un memoriale in cui si desse conto della necessità di una dilazione, di procedere, insomma, seguendo il normale iter. Il pontefice concludeva la breve lettera, quasi a voler giustificare la premura con cui la congregazione era stata convocata, osservando: «ciò che spaventa si è, che si minaccia di non aprire i Macelli, e quando non fosse d'interesse dei Macellari il farlo, lo farebbero a bella posta con loro discapito»51.

La seduta della congregazione non venne quindi rimandata. Tutto quello che la dogana della Grascia fu in grado di opporre in tale circostanza a quanto esposto dai macellai fu un Memoriale per la Dilazione52 firmato da Nicola Maria Nicolai53. Il Ruffo, dal canto suo, aveva stilato delle Osservazioni ­ di sole 31 pagine54 ­ relative a tutti i sei quesiti55. Almeno un paio di pagine delle Osservazioni del Ruffo erano dedicate a motivare la necessità di un rinvio delle decisioni in merito alle più importanti questioni in discussione, quelle cioè relative alla precettazione56.

Alla seduta della congregazione partecipavano l'uditore di Camera monsignor Rusconi ­ in sostituzione del camerlengo, cardinale Rezzonico ­ il segretario di Stato, cardinal Buoncompagni, e il cardinale Carandini, prefetto del Buon Governo, monsignor Riganti ­ in sostituzione di Albani, uditore della Camera, assente da Roma ­ il tesoriere Ruffo, il prefetto dell'Annona monsignor Della Porta, il presidente della Grascia monsignor Rinuccini e monsignor Campanelli, che ricopriva la carica di uditore papale. La congregazione concesse ai macellai un bonifico di diecimila scudi, una riduzione sulla gabella per le «bestie» e le «asseccaticcie» e rimandò a una successiva seduta ogni decisione in merito agli altri quattro quesiti57.

Le autorità ebbero modo di meglio organizzarsi durante l'estate; tra l'altro il cardinale Carandini e il tesoriere Ruffo si incontrarono in luglio per discutere le questioni rimaste in sospeso58.

La successiva seduta della congregazione, composta, questa volta, dai cardinali Borromei, Carandini e Campanelli, dall'uditore di Camera monsignor Rusconi, e dai monsignori Albani, Ruffo, Della Porta e Gavotti, si tenne il 13 settembre.

La Camera Apostolica era stata in grado di presentare il più volte citato Memoriale59 ­ redatto da Giuseppe Benetti «Avvocato del Sagro Concistoro, del Fisco, e della rca» e da Giacomo Borsari «primo sostituto Commissario» della Camera Apostolica ­ nonché una Risposta ad alcune opposizioni presentate dalla controparte60. Il Ruffo per l'occasione aveva stilato una seconda Memoria, questa volta più corposa della precedente, interamente dedicata alla questione della precettazione61. Interessate alla questione della precettazione ­ e, naturalmente, favorevoli alla sua abolizione ­ intervennero le comunità delle province dell'Umbria, Patrimonio, Sabina, Lazio, Marittima, e Campagna, pure con un Memoriale62; gli affidati e gli agricoltori, a loro volta, sottoposero alla congregazione un Memoriale, un Sommario, ed una Risposta con Sommario addizionale63. La presidenza della Grascia, di fatto contraria all'abolizione della precettazione, ritenne, di nuovo, opportuno presentare un Memoriale per la Dilazione64; favorevoli a una dilazione della decisione si dicevano, in un Memoriale di sole due pagine, anche i macellai, i quali, raggiunto ormai l'obiettivo del bonifico avevano tutto l'interesse ad evitare ­ o almeno a posticipare ­ l'abolizione della precettazione65.

Esula dai limiti di questo lavoro analizzare i termini del dibattito. Ci si limiterà tuttavia a ricordare una delle principali argomentazioni utilizzate dai macellai in difesa della precettazione. Togliere agli affidati l'obbligo di portare in campo gli agnelli nelle prime settimane dopo la Pasqua avrebbe significato introdurre «una innovazione più grande», cioè liberare i macellai dall'obbligo di tenere nelle proprie botteghe, nello stesso periodo dell'anno, carne di agnello a disposizione dei consumatori. Una «alterazione così grande» avrebbe certamente costituito «un grande urto alla Opinione Popolare, la quale ­ si osservava ­ merita una gran considerazione»66.

La congregazione espresse, come è noto, parere favorevole all'abolizione della precettazione. Il voto non fu unanime: la proposta di abolizione della precettazione degli agnelli, dei maiali e dell'olio e dell'introduzione del metodo di approvvigionamento promossa dal cardinale Borromei venne appoggiata soltanto da cinque degli otto votanti; favorevoli a un'ulteriore dilazione della questione si dissero invece Campanella e i presidenti dell'Annona e della Grascia Della Porta e Gavotti. Quest'ultimo, anzi, recatosi personalmente dal pontefice il giorno successivo, gli rivolse la richiesta di una nuova seduta; il papa «denegavit»67.

Il 19 settembre veniva promulgato l'Editto concernente alcuni nuovi Regolamenti in ordine alla Grascia di Roma68. Poco tempo dopo, il 14 ottobre di quello stesso anno, il segretario di Stato, Buoncompagni, diede le dimissioni dalla carica che ricopriva dal 1785. La sua decisione, è stato ipotizzato, aveva con tutta probabilità avuto origine dal suo disaccordo con le posizioni del Ruffo69.

3. Fili spezzati: i «nuovi» inefficaci «regolamenti»
e il ritorno a un «antico odiato uso»

L'editto, firmato dal camerlengo Rezzonico, aboliva la precettazione degli agnelli, dei maiali, dell'olio, "liberalizzando" quindi il commercio di tali generi; l'unico vincolo imposto ai produttori era la proibizione di esportare dallo Stato «senza le dovute licenze». Per garantire nell'anno successivo una sufficiente disponibilità sul mercato romano di carne agnellina, tuttavia, i mercanti di campagna e gli affidati si sarebbero dovuti formalmente obbligare a condurre al mercato agnelli «con abbondanza» nelle prime tre settimane della stagione dell'agnellatura. A macellai e pizzicaroli veniva fatto obbligo di presentare una fidejussione «reale, ed idonea» che permettesse loro di rifornire adeguatamente i propri spacci; inoltre era prescritta ai primi una «obbligazione particolare» con la quale si impegnassero a tenere nelle botteghe «conveniente provvista» di carne d'agnello nelle prime tre settimane dopo la Pasqua.

Il prezzo massimo di vendita al pubblico dei generi di Grascia interessati dal provvedimento avrebbe continuato ad essere fissato dalle autorità; ci si preoccupò di predisporre strumenti che le avrebbero messe in grado di farlo a ragion veduta. L'editto, infatti, prevedeva l'apertura di quattro macelli e di altrettante pizzicherie «normali», gestite direttamente dalla Camera Apostolica70. Sarebbe così stato possibile «tenere ben regolati li macelli, e le pizzicherie già esistenti» perché le autorità avrebbero avuto a disposizione strutture pubbliche dalle quali trarre «una notizia esatta delle spese, e dei ricavi» per poter poi procedere alla «fissazione della tariffa dei prezzi»71. Al Ruffo veniva espressamente affidato il compito di «formare [] un piano per semplificare il complicato metodo della esigenza delle gabelle relative alla grascia»72.

Da ultimo, pochi giorni dopo la promulgazione dell'editto, il 27 settembre 1789, una congregazione particolare metteva a punto precisazioni relative al prezzo degli abbacchi, alla diminuzione del prezzo dell'olio e circa le carni fresche degli «animali neri», i maiali73. L'abolizione della precettazione non aumentò la disponibilità di carne in città: negli anni immediatamente successivi, infatti, si riscontrarono difficoltà nel reperire sul mercato romano carni ovine e suine. Tali difficoltà erano dovute, si leggeva in un bando del 1792, al fatto che i produttori erano disincentivati a condurre bestiame in città per via dell'opera di «monopolij» posti in essere dai membri delle corporazioni dei macellai e dei norcini che offrivano troppo poco per l'acquisto del bestiame. Costringere i mercanti a cedere gli animali a prezzi eccezionalmente bassi o a riportarli fuori dalle mura cittadine era una tecnica adottata per realizzare «il disegno, che da alcuno si hà, di volere ad ogni costo, e col pretesto d'inconvenienti affatto estranei dalla nuova Legislazione, che si rimetta in vigore l'enunciato antico pregiudicievole sistema della Precettazione»74. Il provvedimento del 1789 non sembra aver ottenuto gli effetti sperati, né, d'altra parte, allentò la situazione di forte conflittualità che aveva accompagnato ­ se non provocato ­ la sua adozione.

Nei primi anni Novanta ebbe luogo una decisa ripresa dell'attività dell'università dei macellai che, nel 1794, sarebbe sfociata in uno scontro con la Presidenza della Grascia. La lite, che, sul piano formale, coinvolgeva oltre alla Presidenza della Grascia la sola università dei tripparoli, investiva, però, più in generale, l'intero sistema dei sequestri, alla base del meccanismo di riscossione della gabella della scannatura75.

Già nel 1791 i macellai avevano presentato una supplica al pontefice in cui reclamavano perché, contrariamente a quanto prescritto dagli statuti della loro corporazione, i consoli dell'arte venivano scelti, ormai da diversi decenni, dalla Presidenza della Grascia76. Nella supplica i macellai chiedevano anche di visionare «il rendimento de' conti del Magazzino de' Grassi» ­ dal 1760 punto di raccolta e di vendita dei grassi animali gestito della Grascia ­ che, si ricordava, era stato eretto «a tutte spese dell'Arte de' Macellari»77. Un rescritto papale del 9 ottobre 1791 aveva rimesso le due questioni alla congregazione particolare deputata sulla Grascia. La congregazione, radunatasi il 28 novembre dello stesso anno, rimise a sua volta ogni decisione in merito al presidente della Grascia. Egli si rifiutò di permettere ai macellai di tornare ad eleggere i consoli dell'arte, e negò loro anche la possibilità di visionare il rendimento dei conti. Una nuova supplica dei macellai al pontefice, una nuova seduta della congregazione (il 30 marzo 1792), non fecero altro che riconfermare quanto disposto in precedenza: i congregati ribadirono il fatto che ogni decisione in merito alla questione avrebbe dovuto essere presa dal presidente della Grascia. Convinti invece del fatto che quest'ultimo, in quanto «parte principale di questo Giudizio», non poteva essere «legitimo Giudice in causa propria» i macellai decisero di istruire una causa78.

Vi furono, in tale circostanza, altre istanze presentate alla congregazione da parte dell'università dei macellai. Esse sono indicative di come la corporazione fosse indebolita: si chiedeva l'«esibizione dei libri della Università», ai quali avevano accesso i soli consoli di nomina governativa79; si chiedeva, inoltre, il «permesso di adunarsi nella Chiesa, e nel luogo solito dell'Università» dal momento che ormai la prassi prevedeva «che senza il permesso della Presidenza, non possa l'Università adunarsi nella sua propria Chiesa»80.

Se la corporazione dei macellai era, all'epoca, indebolita, anche il Ruffo, che tanto l'aveva combattuta, si trovò a dover fronteggiare, negli anni Novanta del secolo, gravi difficoltà. Il 21 febbraio 1794 egli venne sostituito nella carica di tesoriere81. Discusso e odiato ­ in un promemoria si ricordava che egli era stato «in Roma insultato pubblicamente»82 ­ egli dovette assistere al fallimento di molte delle iniziative che aveva sostenuto e promosso.

L'esperienza della gestione camerale dei macelli e delle pizzicherie normali, la cui istituzione era stata sancita con l'editto del 19 settembre 1789, non aveva sortito gli effetti sperati83. Il loro definitivo smantellamento venne messo in atto solo nel 1795 quando la gabella della scannatura fu concessa in appalto a privati. La grave situazione di crisi in cui versavano i macelli e le pizzicherie normali era stata già in precedenza evidenziata. In alcuni «fogli di riflessione» la situazione di tali strutture veniva emblematicamente commentata dal nuovo tesoriere Della Porta richiamando la «massima purtroppo comprovata dalla prattica, che le Amministrazioni per conto dell'Erario riescono per lo più dannose»84. I macelli normali, gestiti dalla Camera Apostolica avevano prodotto, in cinque anni di attività, un «discapito» di più di 120.000 scudi85.

Anche un'altra tra le indicazioni programmatiche che comparivano nell'editto del 19 settembre 1789 non ebbe esito positivo, proprio quella con cui si assegnava al tesoriere Ruffo l'incarico di «formare [] un piano per semplificare il complicato metodo della esigenza delle gabelle relative alla grascia».

Nessun provvedimento innovativo venne infatti adottato in merito alla gabella della scannatura. Dopo una dibattuta fase di elaborazione nel 1795 si decise di ritornare ­ dopo più di cinquanta anni di gestione camerale della gabella ­ alla sua concessione, sia pure parziale, in appalto a privati, stipulando un contratto con la Società dei mercanti86. Negli anni immediatamente successivi la disponibilità di bestiame sul mercato romano era drasticamente diminuita87. Dopo ventidue mesi la Società, constatata una avvenuta «mutazione nello stato delle cose» si trovava a chiedere la rescissione del contratto88.

La grave situazione degli approvvigionamenti, d'altro canto, aveva già portato nel 1796, proprio su sollecitazione della Società dei mercanti, a una parziale reintroduzione della precettazione89, messa in atto con un chirografo papale in cui si richiamavano le «molte cause permanenti combinate colle imprevedibili sopravvenute vicende, e colle straordinarie circostanze dei tempi presenti» che avevano portato alla scarsezza di bestiame sul mercato romano. La situazione veniva considerata di estrema gravità non solo per le perdite che dovevano subire gli appaltatori, ma anche perché si temeva il «pericolo del Disgusto del Popolo per la mancanza del Genere». Venne introdotto nell'Agro e nel distretto di Roma ­ le stesse zone in precedenza interessate alla precettazione ­ un sistema che obbligava gli allevatori a mettere a disposizione per l'approvvigionamento della città delle «giuste quote» del loro bestiame fissate d'autorità.

Lo stesso giorno in cui si firmava la pace di Tolentino, il 19 febbraio 1797, si sanciva, anche sul piano formale, la cancellazione del più innovativo tra i provvedimenti che con le tormentate sedute della congregazione sulla Grascia del 1789 si erano introdotti. Con un editto promulgato in quella data, si ricordava in un documento di pochi anni successivo, Pio vi dovette «tacitamente derogare allo stesso suo moto proprio, e permettere che il Presidente della Grascia ritornasse all'antico odiato uso della precettazione»90.

Un anno dopo le truppe francesi entravano a Roma. La situazione di emergenza, il convulso procedere degli eventi non resero di fatto possibile ­ nella «breve e tormentata esistenza della Repubblica Romana»91 ­ una applicazione della politica economica liberista che, in linea di principio, i governanti romani ­ e gli occupanti francesi ­ avrebbero voluto avviare92. Solo a partire dal 1801 nuovi e più drastici provvedimenti avrebbero promosso una radicale riforma della Grascia.

Il processo faticosamente avviato con l'editto del 1789 è quindi solo uno dei tanti fili spezzati della storia del riformismo pontificio settecentesco, e l'abolizione della precettazione degli agnelli può essere con tutta probabilità considerata un provvedimento tardivo e inefficace. L'analisi della tormentata fase di elaborazione di quel provvedimento, tuttavia, offre non pochi spunti di riflessione utili, in particolare, ad una valutazione del ruolo politico delle corporazioni nello Stato pontificio ancora a pochi anni dai provvedimenti che ne avrebbero parzialmente sancito l'abolizione e in un'epoca di ridefinizione della dialettica politica.

Si leggeva, sempre nel Memoriale presentato dalla Camera Apostolica per la congregazione del 13 settembre 1789, che le università dei macellai dei pizzicaroli e dei norcini, anziché limitarsi a intervenire in merito al «proprio Interesse borsale» si erano arrogate la facoltà, «non si sà con qual veste, e da chi autorizzati, di parlare decisivamente delle Massime di Governo, del Diritto delle Gabelle, del Sistema della Magistratura della Grascia, della necessità delle Precettazioni, e di cento altre cose, che non già a quelle basse università, ed ai loro Individui, ma bensì ai Presidi del Sovrano destinati ai rispettivi ripartimenti delle Gabelle e della Grascia soltanto appartenevano». Una delle importanti questioni sul tappeto in occasione delle sedute della congregazione del 1789 fu proprio quella relativa alla capacità delle «basse università» di tutelare sia gli interessi di coloro che rappresentavano sia quelli generali, di intervenire in merito ai principi di governo, di presentarsi alle autorità come interlocutori autorevoli. Che quella fosse una questione di tutt'altro che basso rilievo è testimoniato dalla ripresa che venne fatta delle espressioni che comparivano nel memoriale governativo nell'ultimo Memoriale presentato in quell'anno dai macellai. Essi asserivano: «non rechi ad alcuno meraviglia se le università de Macellari, Norcini e Pizzicaroli ed insieme gl'Affittuari delli Macelli del Ghetto ardiscono anche loro di presentare à questo Augusto Consesso il presente Memoriale», ma al contempo precisavano di non avere mai «preteso, [] di voler [] parlare decisivamente delle Massime di Governo, del diritto della Gabella, del Sistema della Magistratura della Grascia, della necessità della Precettazione»93.

I macellai dimostrarono dunque una decisa capacità di approfittare degli spazi di manovra loro offerti se non di provocare essi stessi una opportunità per esprimere le proprie istanze94. Il loro intervento aveva portato il Ruffo a elaborare le proprie proposte in condizioni di urgenza: di fatto la Presidenza della Grascia e, soprattutto, il tesoriere si erano trovati a dover rincorrere l'agguerrita azione portata avanti proprio da una delle «basse università».

È però anche ipotizzabile il consapevole tentativo, da parte degli uomini di governo, di proporre e sostenere la propria linea politica utilizzando in maniera strumentale proprio le istanze dei corpi di mestiere; il segretario di Stato Boncompagni aveva coinvolto i macellai, offrendo loro la possibilità di scagliarsi contro la «folla di novatori»95 che si accingeva a smantellare il sistema della Grascia; il Ruffo, dal canto suo, si era appoggiato agli allevatori96.

Un altro elemento che, da ultimo, conviene sottolineare è il fatto che, dalla documentazione esaminata, emerge una particolare attenzione a valori che avevano una consolidata tradizione e che facevano parte del patrimonio culturale degli oppositori delle riforme ma anche dei loro interlocutori, cardini di quella politica annonaria che era, a Roma come altrove, anche uno strumento di controllo sociale97.

Tra i principi animatori della politica di riforma, tra gli elementi che venivano reputati fondamentali nella definizione delle «massime di governo» formulate dai «novatori» continuavano ad esservi antiche considerazioni: non bisogna, ad esempio, dimenticare quanto pesò nel 1789 la preoccupazione di soddisfare nella incipiente stagione dell'agnellatura il bisogno popolare di carne di agnello. Quella carne di fatto era da annoverarsi, come si leggeva ancora nell'editto del 13 settembre, tra le «carni di lusso». Purtuttavia, preoccupazione dei legislatori fu quella di garantirne la disponibilità nella capitale a prezzo contenuto. Non sbagliavano, dunque, gli avvocati dei macellai ad utilizzare come fondamentale argomento la possibilità di un grande «urto alla Opinione Popolare».

Note

1. E. Piscitelli, La riforma di Pio vi e gli scrittori economici romani, Feltrinelli, Milano 1958, p. 198. Oltre al volume citato restano fondamentali per un inquadramento problematico della questione del riformismo settecentesco nello Stato pontificio L. Dal Pane, Lo Stato Pontificio e il movimento riformatore del '700, Giuffrè, Milano 1959; E. Piscitelli, Fabrizio Ruffo e la riforma economica dello Stato Pontificio, in "Archivio della Società Romana di Storia Patria", lxxiv, 1951, pp. 69-184; F. Venturi, Elementi e tentativi di riforme nello Stato Pontificio del Settecento, in "Rivista storica italiana", lxxv, 1963, 4, pp. 778-817.

2. Sono poche le notizie disponibili sulla nascita della Grascia, istituzione che aveva progressivamente sottratto all'autorità municipale il compito di garantire l'approvvigionamento di carne della città, nel xvi secolo di competenza dei «militi grascieri» di Campidoglio. Le funzioni della Grascia sono meglio definite per i secoli successivi, proprio grazie all'esistenza del consistente corpo documentario prodotto in occasione delle riforme degli anni Ottanta del Settecento. Tra le fonti coeve utili alla definizione delle sue competenze nel xviii secolo cfr. il «Trattato sopra il Presidentato della Grascia di Demetrio Andretti», 2 voll. (Archivio di Stato di Roma ­ d'ora in poi asr ­, Biblioteca, mss. 69-70); il manoscritto, non datato, fu con tutta probabilità redatto alla fine degli anni Cinquanta del secolo; alcune pagine presentano comunque delle annotazioni a margine in cui si dà conto di provvedimenti risalenti alla prima metà del decennio successivo. Le notizie fornite dal «Trattato» dell'Andretti sono state utilizzate e opportunamente integrate da M. D'Amelia, La crisi di un mercato protetto: approvvigionamento e consumo della carne a Roma nel xviii secolo, in "Mélanges de l'Ecole Française de Rome. Moyen Age, Temps Modernes", 87, 1975, pp. 495-534; al Trattato si rifà esplicitamente anche M. G. Pastura Ruggiero, La Reverenda Camera Apostolica e i suoi Archivi (secoli xv-xviii), Archivio di Stato di Roma, Scuola di Archivistica, Paleografia e Diplomatica, Roma 1984, in particolare alle pp. 89-100. Per un quadro riassuntivo dei processi attraverso i quali Roma veniva rifornita di generi alimentari cfr. J. Revel, Les privilèges d'une capitale: l'approvisionnement de Rome à l'époque moderne, in "Mélanges de l'Ecole Française de Rome. Moyen Age, Temps Modernes", 85, 1975, pp. 460-93; una più dettagliata presentazione dei meccanismi di funzionamento del sistema annonario romano, ricca di riferimenti anche alla Presidenza della Grascia, in D. Strangio, Crisi alimentari e politica annonaria a Roma nel Settecento, Istituto nazionale di Studi Romani, Roma 1999, in particolare pp. 53-101.

3. Tale data costituiva il limite massimo per la stagione dell'agnellatura, ma in anni di Pasqua bassa la stagione poteva terminare anche più di dieci giorni prima. La carne vaccina veniva invece venduta dall'ultimo venerdì prima di San Giovanni fino alla Quaresima dell'anno successivo e la carne suina fresca da novembre fino a giovedì grasso. Sulla "stagione" nel mercato della carne romano cfr. D'Amelia, La crisi di un mercato protetto, cit.; per un confronto con altre città dello Stato ecclesiastico, cfr. l'esempio dell'«anno macellaresco» bolognese, sul quale si regolavano la macellazione e la vendita della carne bovina, e che andava dalla Pasqua al giovedì grasso dell'anno seguente (A. Guenzi, La carne bovina: consumi, prezzi e controllo sociale nella città di Bologna (secc. xvii e xviii), in Popolazione ed economia dei territori bolognesi durante il Settecento, Istituto per la storia di Bologna, Bologna 1985, pp. 537-51).

4. Il Nuovo regolamento di libero commercio sulla Grascia fu pubblicato col Motu proprio "Le più colte Nazioni d'Europa" dell'11 marzo 1801 (asr, Camerale ii, Grascia, b. 1). Come è noto il processo di soppressione delle corporazioni a Roma era stato avviato col Motu proprio del 2 settembre 1800, con cui fu stabilita la libertà di commercio dei grani, che sanciva l'abolizione dell'università dei fornai; l'editto del 18 dicembre 1801 del pro-camerlengo, cardinale Giuseppe Doria Pamphili, avrebbe poi esteso anche ad altre arti le disposizioni già praticate per quelle dipendenti dall'Annona e dalla Grascia. La legislazione abolizionista negli Stati preunitari è stata trattata da Luigi Dal Pane nel volume su Il tramonto delle Corporazioni in Italia, Istituto per gli studi di politica internazionale, Milano 1940 (riferimenti all'abolizione delle corporazioni romane alle pp. 27-8); e, successivamente, in Id., Storia del Lavoro in Italia dagli inizi del secolo xviii al 1815, Giuffrè, Milano 19582, in particolare pp. 253-84. Il tema è stato approfondito e seguito nei suoi sviluppi ottocenteschi in E. Lodolini, Le ultime corporazioni di Arti e Mestieri, in Problemi economici dall'antichità ad oggi, Giuffrè, Milano 1959, pp. 278-319, e in Id., Il tentativo di Pio ix per la ricostituzione delle corporazioni (1852), in "Rassegna storica del Risorgimento", 1952, pp. 664-82.

5. D. Sacchinelli, Memorie storiche della vita del Cardinale Ruffo, Tipografia Carlo Cataneo, Napoli 1836, p. 3.

6. Sul ruolo di Ruffo nel movimento di riforma economica di Pio vi il riferimento fondamentale è ancora Piscitelli, Fabrizio Ruffo, cit., pp. 69-184. Il saggio, che analizza diversi aspetti dell'attività del tesoriere ­ la riforma tributaria, le misure attuate per fronteggiare la crisi monetaria, e i provvedimenti adottati per favorire l'industria e l'agricoltura ­ non pone, naturalmente, in particolare rilievo le tappe dell'azione da questi operata nei confronti della Grascia. La fase preparatoria dell'abolizione della precettazione è comunque rapidamente ­ e con alcune imprecisioni ­ accennata a p. 116. Spunti e osservazioni già presenti nello studio sopra citato furono ripresi e parzialmente approfonditi dall'autore in La riforma di Pio vi, cit. Per alcune notizie biografiche sul Ruffo cfr. anche G. Moroni, Dizionario di erudizione Storico-Ecclesiastica da S. Pietro fino ai nostri giorni, 103 voll., Tipografia emiliana, Venezia 1840-1861, vol. lix, 1852, pp. 216-20, che si rifà esplicitamente a Sacchinelli, Memorie storiche, cit.; per la spedizione di Ruffo A. M. Rao, La Repubblica napoletana del 1799, in G. Galasso (a cura di), Storia del mezzogiorno, vol. iv, Edizioni del sole, Roma 1986, pp. 471-539; sull'importante ruolo svolto dal Ruffo nella prima Restaurazione pontificia cfr. quanto osservato da M. Caffiero, Perdono per i giacobini, severità per gli insorgenti, in A. M. Rao (a cura di), Folle controrivoluzionarie. Le insorgenze popolari nell'Italia giacobina e napoleonica, Carocci, Roma 1999, pp. 291-324, p. 314.

7. Gli «affidati» erano i proprietari delle greggi che pascolavano nell'Agro romano. Erano organizzati anch'essi in corporazione, l'università degli Affidati della Dogana del Patrimonio (cfr. A. Martini, Arti, mestieri e fede nella Roma dei Papi, Cappelli, Bologna 1965, p. 93 e passim).

8. Mancano studi approfonditi sulla corporazione romana dei macellai; di scarsa utilità è R. Zezzos, Storia dei macellari romani, La stampa zootecnica, Roma 1941. I primi statuti di cui si abbia notizia risalgono al 1322; si ha inoltre notizia degli Statuti del 1432, di tre revisioni tra il 1532 e il 1537. Al 1532 risale la nascita della confraternita di Santa Maria della Quercia, che godeva del privilegio di liberare ogni anno, in occasione della festa dell'Assunta, un condannato a qualsiasi pena; oltre che nelle consuete pratiche devozionali, la confraternita si impegnava nello svolgimento di attività caritative e assistenziali che prevedevano anche l'assegnazione di doti alle zitelle: nel 1785, ad esempio, ne vennero distribuite sei, del valore di 35,5 scudi ciascuna (le quietanze sono reperibili in asr, Trenta Notai Capitolini, uff. 16, notaio De Sanctis, c. 151, 25 febbraio; c. 199, 23 marzo; c. 306, 1 giugno; c. 31, 11 luglio; c. 176, 17 settembre; c. 264, 18 ottobre).

9. Rispettivamente nel 1568, nel 1677, nel 1680, nel 1681; Zezzos, Storia, cit., pp. 139 ss.

10. Alla Sagra Congreg. Particolare Deputata Dalla Santità di Nostro Signore Pio PP. Sesto Ad Referendum... Romana per L'Università dei Macellari di Roma, Memoriale Addiz. con Somm., Lazzarini, Roma 1794 (asr, Camerale ii, Arti e Mestieri, b. 21); corsivo nel testo. La questione dell'effettivo trasferimento delle competenze su alcune delle corporazioni di arti e mestieri dalle autorità capitoline al governo centrale nel Settecento potrebbe costituire un elemento non irrilevante per l'interpretazione della dialettica politica a Roma in età moderna; tale questione sembra essere stata tuttavia trascurata dai pur numerosi studi che negli ultimi anni sono stati dedicati alle corporazioni romane. Per alcuni recenti contributi in tal senso cfr. il fascicolo di "Roma moderna e contemporanea" dedicato a Corporazioni e gruppi professionali a Roma tra xvi e xix secolo (1998, vi, 3) e gli aggiornati riferimenti bibliografici ivi presenti; un accenno alla trasformazione delle forme di controllo esercitate dalle autorità capitoline sulle corporazioni in G. Mentonelli, Gli statuti delle università romane di arti e mestieri conservati nell'Archivio Storico Capitolino, ivi, pp. 257-90, p. 259 n.

11. In una Nota delle spese, che occorrono per la sussistenza, e manutenzione di un Macello mediocre, e delle Tasse solite pagarsi annualmente ogni settimana da ciascun Macellaro di Roma del 1789 vi era la voce: «onorario al curiale dell'Arte, e spese de liti»; la spesa settimanale per ciascun macellaio era calcolata in 5 bajocchi, mezzo bajocco in più di quanto era dovuto settimanalmente per la tassa della chiesa. Cfr. Alla Sagra Congreg. Particolare Deputata Dalla Santità di Nostro Signore Pio PP. Sesto Ad Referendum... per L'Università dei Macellari di Roma, Sommario della Perizia del Signor Filippo Cameli Computista, Lazzarini, Roma 1789, n. 6 (asr, Camerale ii, Arti e Mestieri, b. 22).

12. L'università aveva comunque alle spalle una plurisecolare tradizione che la caratterizzava come corpo particolarmente bellicoso e indisciplinato; fin dal Cinquecento si ha notizia di accuse di riottosità o di «arroganza» rivolte ai macellai, di punizioni esemplari loro inflitte oltre che per aver venduto carne avariata anche per comportamenti violenti. Nel 1550, ad esempio, le intemperanze dei macellai nel corso della processione del 15 agosto portarono alla «occisione di diversi cittadini»; il testo del decreto del 18 agosto 1550 emanato dalle autorità cittadine per punire l'università in Archivio Storico Capitolino (d'ora in poi asc), Camera Capitolina, cred. i, t. 18: «Decreti di Consigli, Magistrati e Cittadini Romani dal 1544 al 1550», cc. 180r-109v. Per altri esempi cfr. A. Martini, Arti, cit., p. 65, pp. 126 ss.

13. Per le norme che regolavano l'attività della corporazione cfr. «Statuta artis macellariorum de Urbe et Societatis Sancta Maria super Quercu» (asc, Camera Capitolina, cred. xi, t. 87). L'elenco degli ufficiali dei Macellai nominati dalla Presidenza della Grascia negli ultimi decenni del Settecento è reperibile in asr, Segretari e Cancellieri della rca, vol. 1835, cc. 225 ss.

14. Notava il Ruffo che «in caso di decadenza del macellaro, durante la stagione del suo obbligo, non vi è chi antisti al mantenimento del macello medesimo, ed al pagamento della gabella, e questi casi di decadenza sono sempre stati assai frequenti, come si rileva dalla nota delle vistose somme, che la camera ha dovuto perdere per un lungo elenco di macellari falliti» (Osservazioni di Monsignor Fabrizio Ruffo Tesorier Generale della Santità di Nostro Signore Pio Papa Sesto alla Sagra Congregazione particolarmente deputata Dalla stessa Santità Sua a riferire sopra alcuni interessanti oggetti relativi alla Grascia, Stamperia della Rev. Camera Apostolica, Roma 1789, ristampate come Memoria prima in Memorie economiche di Monsignor Fabrizio Ruffo Tesoriere generale della R.C.A. su varj articoli concernenti l'approvvigionamento delle grascie per Roma, Cesena, Eredi Biasini, 1789, p. xxi). Il tesoriere raccomandava anche di verificare con attenzione le fidejussioni presentate dai macellai.

15. Per le Notificazioni annuali che invitavano i macellai a contrarre obbligazioni cfr., per tutto il xviii secolo, asr, Biblioteca, Bandi, bb. 456-500. Le obbligazioni dei singoli macellai nell'arco di tempo preso in considerazione dalla ricerca venivano registrate negli atti del notaio Selli, uno dei quattro segretari di Camera all'epoca attivi a Roma (i protocolli sono reperibili nel fondo Segretari e Cancellieri della rca dell'Archivio di Stato di Roma). Dalla Nota delle spese, che occorrono per la sussistenza, e manutenzione di un Macello mediocre, e delle Tasse solite pagarsi annualmente ogni settimana da ciascun Macellaro di Roma, cit., risulta che nel 1789 ogni macellaio spendeva 40 bajocchi per «obbligarsi» davanti al notaio.

16. Con un biglietto del 24 marzo 1773 inviato ai Capi d'Arte della corporazione dei macellai alla vigilia di un'adunanza il presidente della Grascia Gavotti si dichiarava «stanco di più sentire le doglianze del pubblico di Roma sopra la mala fede dei macellari» in merito al peso e alla qualità della carne; informava inoltre i Capi d'Arte circa i suoi «risoluti e fermi sentimenti»: i macelli avrebbero dovuto essere aperti «unicamente da quei, che si ritrovano nella possibilità di esercitare l'arte» e nel caso in cui «da qualcuno non si continuasse, e che dopo questo dovesse abbandonare il Macello stesso e chiuderlo» si sarebbe provveduto contro di lui comminando «pene personali»; dal momento che, osservava il presidente «il pregiudizio si risente dal Pubblico, così pubblico, e personale dovrà essere il castigo». Cfr. asr, Segretari e Cancellieri della rca, vol. 1835, cc. 225 ss.

17. Sull'origine della gabella e sul suo contributo alle entrate della città di Roma fino alla fine del xvii secolo cfr. ora F. Colzi, La gabella della carne di Roma tra xvi e xvii secolo, in Università degli studi di Roma "La Sapienza", Dipartimento di studi geoeconomici statistici storici per l'analisi regionale, Studi in onore di Ciro Manca, a cura di D. Strangio, Cedam, Padova 2000, pp. 123-45.

18. «Ristretto dell'intiero fruttato delle Dogane di Roma dell'anno 1785... proveniente dalle Gabelle imposte sopra diversi generi» (asr, Camerale ii, Dogane, b. 256).

19. Secondo quanto ricordato dal Ruffo nel memoriale Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore PP. Pio vi ad referendum Sopra gli Affari della Grascia per La Rev. Camera Apostolica, Memoriale (Lazzarini, Roma 1789), il Popolo Romano avrebbe ceduto la gabella alla Camera Apostolica il 12 marzo 1633. È stato tuttavia rilevato che fu solo nel 1684 che la Camera Apostolica divenne pienamente titolare della gabella (Colzi, La gabella della carne di Roma, cit., p. 136 e n.).

20. Memoria di Monsignor Fabrizio Ruffo Tesorier Generale su la riforma della Legislazione Daziaria delle Grascie di Roma Alla Sagra Congregazione Particolarmente deputata su la Grascia stessa, Stamperia della Rev. Camera Apostolica, Roma 1790, p. 19.

21. Con l'espressione Bando Generale veniva comunemente indicata all'epoca la Raccolta, Rinovazione, e Dichiarazione de' Bandi, ordini e provisioni in diversi tempi emanate sopra le Dogane Generali di Roma, Stamperia della Rev. Camera Apostolica, Roma 1738 (asr, Biblioteca, Bandi, b. 75); il documento, in 266 paragrafi, presentava organicamente raccolta la variegata normativa sulle Dogane di Roma; la sua pubblicazione da parte del tesoriere generale venne autorizzata con chirografo di Clemente xii il 10 maggio 1738.

22. Il meccanismo dapprima attivato prevedeva, all'inizio della stagione, una dilazione di quattro settimane; il tempo concesso per pagare la gabella andava poi via via diminuendo fino all'ultimo giorno della stagione, il martedì grasso, quando il macellaio avrebbe dovuto saldare totalmente le partite. Venne in seguito gradualmente introdotto il metodo dei «sequestri»: i macellai furono obbligati a consegnare cuoi, pelli di agnello, «mazzi» (intestini di agnello), trippe e, da ultimo, grassi a vaccinari, pellari, mazzieri che si occupavano della trasformazione di questi «spogli» della macellazione; a loro sarebbe toccato il pagamento della gabella. Il valore degli spogli consegnati dai macellai veniva segnato a loro credito, l'eventuale differenza con quanto da loro dovuto per la gabella veniva subito pagata loro in contanti. I sequestri non garantirono mai all'erario il saldo delle somme; spesso, anzi, in circostanze particolari, le arti «sequestratarie», come pure gli stessi macellai, ottennero defalchi e dilazioni nel pagamento della gabella.

23. Memoria di Monsignor Fabrizio Ruffo Tesorier Generale su la riforma della Legislazione Daziaria delle Grascie di Roma, cit., p. 19.

24. La citazione in Alla sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore PP. Pio vi ad Referendum Sopra gli Affari della Grascia per La Rev. Camera Apostolica, Memoriale, Lazzarini, Roma 1789 (asr, Camerale ii, Arti e Mestieri, b. 22).

25. Cfr. la «Nota dei Nomi de' Macellari di Roma», in asr, Presidenza della grascia, b. 2183: «Documenta Miscellanea del Nuovo Magazzeno», c. 2v.

26. Scarse le informazioni disponibili sui macelli del ghetto, solo in parte sottoposti alla normativa che regolava il funzionamento degli altri macelli; alcuni dati sono reperibili nel primo dei memoriali inviato alla congregazione particolare del 1789 dall'università dei macellai, che in tale occasione si era fatta carico di «porgere le più calorose suppliche» anche a nome degli affittuari dei macelli del ghetto (asr, Camerale ii, Arti e Mestieri, b. 22: Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore Pio PP. vi per L'Università dei Macellari di Roma, e per l'Affittuari dei Macelli del Ghetto, Stamperia della Rev. Cam. Apostolica, Roma 1789).

27. Cfr. rispettivamente asr, Camerale ii, Grascia, b. 23; asr, Camerale ii, Arti e Mestieri, b. 22: Alla Sagra Congreg. Particolare Deputata Dalla Santità di Nostro Signore Pio PP. Sesto Ad Referendum... per L'Università dei Macellari di Roma, Sommario della Perizia del Signor Filippo Cameli Computista, Lazzarini, Roma 1789, e Piano della Deputazione Particolare della Grascia, s. d. (ma 1800); asr, Congregazione Economica, b. 67, f. 5.

28. Ciò fu possibile grazie alla Presidenza della Grascia, anche durante la crisi frumentaria del 1764 (Revel, Les privilèges d'une capitale, cit., p. 477; sulla crisi del 1764 cfr. F. Venturi, 1764-1767: Roma negli anni della fame, in "Rivista Storica italiana", 85, 1973, pp. 514-43). Più in generale sulla disponibilità di carne a Roma cfr. ancora D'Amelia, La crisi, cit. e, per gli ultimi decenni del Settecento, G. Friz, Consumi, tenore di vita e prezzi a Roma dal 1770 al 1900, Edindustria editoriale, Roma 1980, pp. 66-81.

29. Secondo fonti di parte tra il 1761 ed il 1790 erano stati concessi ai macellai "bonifici" sulla gabella per un totale di 152.786 scudi (asr, Camerale ii, Arti e Mestieri, b. 45: Alla Sagra Congregazione Particolare Sopra gl'Affari della Grascia deputata dalla Santità di Nostro Signore Pio PP. Sesto per L'Università de' Signori Mercanti Vaccinari di Roma, Sommario, Lazzarini, Roma 1791).

30. Nel 1785 erano stati concessi ai macellai 5.785,63 scudi di bonifico sulla carne vaccina e 15.473,20 sulla carne agnellina; nel 1786 erano stati concessi loro 13.188,175 scudi di bonifico, sempre sulla carne agnellina. Cfr. il promemoria anonimo ­ ma quasi certamente attribuibile al Ruffo stesso o a persona a lui vicina ­ e redatto nel 1794 in asr, Camerale ii, Grascia, b. 24.

31. L'esatto importo del bonifico era di 8.368,25 scudi. Il provvedimento del tesoriere Ruffo che rese esecutivo il rescritto papale era datato 24 novembre 1787. Il testo è riportato, tra l'altro, in Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore PP. Pio vi ad referendum Sopra gli Affari della Grascia per La Rev. Camera Apostolica, Sommario, Lazzarini, Roma 1789, n. 3 (asr, Camerale ii, Arti e Mestieri, b. 22). Per ricostruire l'iter che portò alla concessione del bonifico cfr. il fascicolo intitolato «Per la Cong.[regazio]ne de' Residui in Giro sopra l'Università de Macellari» (ivi).

32. Il Ruffo osservava «Difficile oltremodo sarebbe il rinvenire persona veramente ingenua, che giudichi sopra questo affare, e che abbia insieme quelle cognizioni benché volgari, che sono necessarie per dilucidare, come sia veramente stata nociva ai Macellari la presente Staggione, ed in qual somma. Quei che intendono questo mestiere sono tutti interessati ad ottenere il buonifico». Minuta del promemoria, ivi.

33. Numerosissime le testimonianze in proposito. Oltre al fascicolo intitolato «Per la Cong.ne de' Residui in Giro sopra l'Università de Macellari», cit., cfr. anche i vari memoriali del 1789 in questa sede citati.

34. Cfr. Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore PP. Pio vi ad referendum Sopra gli Affari della Grascia per La Rev. Camera Apostolica, Sommario, Lazzarini, Roma 1789, n. 1 (asr, Camerale ii, Arti e Mestieri, b. 22).

35. I quesiti del 18 maggio 1788 erano così formulati: «i. Se, e quale abbonamento di Dazio meritino i Macellari per quest'anno sopra l'Agnellatura. ii. Se la misura, e la proporzione del Dazio così sopra gli Agnelli, come sopra le Bestie grosse sia giusta. iii. Se il metodo di esigerlo, o di condonarne una porzione sia congruo, ed immune dalle collusioni, e da errori. iv. Se, e qual sicurtà prestino i Macellari di tenere aperti, e provveduti i Macelli, ed in qual tempo la prestino, e se l'obbligo abbracci tutto l'Anno dal primo giorno di Pasqua all'ultimo di Carnevale. v. Se sien determinate le spese, ed i ricavi. vi. Qual sia il sistema, e la Misura delle Precettazioni, e se debbano, o possan mutarsi, o alterarsi» (ivi).

36. In un Memoriale prodotto in seguito dai macellai essi sostenevano di essere stati messi a parte dei sei quesiti dallo stesso segretario di Stato Buoncompagni (cfr. Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore PP. Pio vi ad referendum Sopra gl'Affari della Grascia per le Università de' Macellai, Pizzicaroli, e Norcini, e per gl'Affittuari delli Macelli del Ghetto, Memoriale, Lazzarini, Roma 1789, firmato da Girolamo Ambra e Giovan Battista Fiaschetti; asr, Camerale ii, Arti e Mestieri, b. 22).

37. Sono diverse le testimonianze in proposito; nel già citato foglio riassuntivo anonimo (asr, Camerale ii, Grascia, b. 24) si leggeva, ad esempio: «i Macellari dalla speranza di oscurare il bel lume della verità cangiano ripiego, si gettano sull'immune della chiesa, minacciano di chiudere i Macelli, se non concorre in lor Sostegno una prestanza di scudi Novemila».

38. Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore PP. Pio vi ad referendum Sopra gli Affari della Grascia per La Rev. Camera Apostolica, Memoriale, Lazzarini, Roma 1789.

39. Cfr. Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore Pio PP. vi ad referendum... per L'Università dei Macellari di Roma, e per l'Affittuari dei Macelli del Ghetto, Stamperia della Rev. Cam. Apostolica, Roma 1789, e relativo Sommario.

40. Su Vincenzo Bartolucci, di lì a pochi anni attivamente coinvolto nel governo repubblicano, cfr. la voce, redazionale, in "Dizionario Biografico degli Italiani", Istituto della Enciclopedia Italiana, vol. 7, Roma 1965, pp. 4-5.

41. Firmavano il memoriale anche i procuratori delle università Girolamo Ambra e Giovan Battista Fiaschetti.

42. Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore Pio PP. vi ad referendum... per L'Università dei Macellari di Roma, Perizia del Signor Filippo Cameli Computista, Lazzarini, Roma 1789, e Sommario della Perizia del Signor Filippo Cameli Computista, Lazzarini, Roma 1789.

43. Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore Pio PP. vi ad referendum... Romana per le Università dei Macellari, Pizzicaroli, e Norcini di Roma, Stamperia della Rev. Cam. Apostolica, Roma 1789 e relativo Sommario.

44. Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore Pio PP. vi ad referendum... Romana per le Università dei Pizzicaroli, e Norcini di Roma con la Rev. Cam. Apost., e sua Dogana della Grascia, Ristretto di fatto e di Raggione, Lazzarini, Roma 1789 e relativo Sommario.

45. La documentazione preparatoria, raccolta, con tutta probabilità dal Ruffo stesso, è reperibile nel volume rilegato intitolato «Posizione della Causa sù i Bonifici pretesi dall'Università dei Macellari contro la Rev. Camera proposta nella Cong.ne Particolare dei 3 Aprile 1789 E dell'altra causa sull'abolizione della Precettazione degl'Agnelli, Animali negri, ed Olio tra la med. Rev. Camera E la Uni.tà de Macellari, Pizzicaroli ed altri proposta nella stessa congregazione dei 13 Settembre 1789. Parti due», «Parte i Posizione della Causa sù i Bonifici pretesi dall'Università dei Macellari contro la Rev. Camera proposta nella Cong.ne Particolare dei 3 Aprile 1789» (asr, Camerale ii, Arti e Mestieri, b. 22). Altra interessante documentazione in proposito è reperibile in asr, Camerale ii, Grascia, b. 24.

46. Queste informazioni sono tratte dalla minuta di una lettera del Ruffo al pontefice (asr, Camerale ii, Arti e Mestieri, b. 22).

47. Egli affermava, infatti: «Credevo io che per ora la Cong.[regazio]ne non si radunasse». Ibid.

48. Ibid.

49. Il materiale raccolto dal Ruffo circa i meccanismi di approvvigionamento in altre città ­ reperibile, insieme ad altri documenti, in asr, Camerale ii, Grascia, b. 1 ­ fu poi in effetti da questi utilizzato per la stesura della Memoria seconda (in Memorie economiche, cit.); la documentazione su Lucca, Livorno, Firenze, Napoli, Parma, Piacenza, Genova, Parigi, venne anche riportata in Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore PP. Pio vi ad referendum Sopra gli Affari della Grascia per La Rev. Camera Apostolica, Sommario, Lazzarini, Roma 1789, nn. 90-99.

50. Era il giorno di Pasqua. Deve essere rilevato il tono particolarmente brusco della missiva papale, soprattutto tenendo conto del fatto che in letteratura è nota la particolare intimità esistente tra papa Braschi e il tesoriere.

51. Il forte timore della reazione dei macellai, un corpo particolarmente aggressivo, a provvedimenti governativi di stampo liberistico è stato segnalato anche nel caso di altre realtà urbane coeve. Nell'analizzare gli ostacoli frapposti al processo di scioglimento delle corporazioni nello Stato di Milano ­ che presenta diverse analogie col caso romano ­ Elisabetta Merlo rileva le cautele adoperate dalle autorità nei confronti dei macellai, «contribuenti (ed evasori) di tutto riguardo» (E. Merlo, Le corporazioni conflitti e soppressioni. Milano tra Sei e Settecento, FrancoAngeli, Milano 1996, p. 102).

52. Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore Pio PP. vi ad referendum... Romana per Li Ministri Camerali della Dogana della Grascia, Memoriale per la Dilazione, Lazzarini, Roma 1789, e relativo Sommario.

53. Tra molti altri riformatori costretti ad operare in condizione di urgenza «principe degli empirici» (Piscitelli, La riforma di Pio vi, cit., p. 255), fortemente contrario «ad ogni presenza dello Stato nella produzione ed in genere nella pubblica economia», R. Colapietra (a cura di), La politica economica della Restaurazione romana, esi, Napoli 1966, p. xviii, il Nicolai, come è noto, sarebbe divenuto uno dei principali animatori delle riforme nei primi anni della Seconda Restaurazione. Egli pubblicò, nel 1803, tre volumi di Memorie Leggi e Osservazioni sulle campagne e l'annona di Roma (Roma, Paglierini); il quarto volume dell'opera, segnalato da C. De Cupis (Le vicende dell'agricoltura e della pastorizia nell'agro romano. L'annona di Roma giusta memorie, consuetudine e leggi desunte da documenti anche inediti, Tipografia nazionale di G. Bertero e C., Roma 1911) venne in seguito pubblicato da A. Canaletti Gaudenti (La politica agraria ed annonaria dello Stato Pontificio da Benedetto xiv a Pio vii, Istituto di Studi Romani, Roma 1947); a quest'ultimo lavoro si rimanda per ulteriori notizie sul segretario della congregazione economica.

54. Il primo memoriale dei macellai, relativo, come già notato, soltanto a cinque quesiti, constava di 58 pagine, senza contare la ricchissima documentazione allegata come Sommario.

55. Osservazioni di Monsignor Fabrizio Ruffo Tesorier Generale della Santità di Nostro Signore Pio Papa Sesto alla Sagra Congregazione particolarmente deputata Dalla stessa Santità Sua a riferire sopra alcuni interessanti oggetti relativi alla Grascia, Stamperia della Rev. Camera Apostolica, Roma 1789 (ristampate come Memoria Prima, in Memorie economiche, cit.).

56. Vi si leggeva, ad esempio «non poteva il Tesorier Generale in tale angustia di tempo abbracciare e svolgere compiutamente una materia tanto vasta [] Sarebbe stato mestieri [] di ordinare convenevolmente [] l'immensa serie di documenti che si sono raccolti [] Ma appena si è avuto il tempo abbozzare un tal lavoro [] non può [] il Tesoriere Generale [] non supplicare la sagra Congregazione affinché voglia degnarsi di sospendere per ora di prendere sugli oggetti medesimi le opportune risoluzioni, affinché egli abbia il tempo di schiarire ulteriormente li fondamenti delle risoluzioni stesse, e la Reverenda Camera possa presso questo stesso sagro Consesso essere ampiamente sentita, e nelle debite forme patrocinata dai suoi difensori». Memoria Prima, in Memorie economiche, cit., pp. xxx-xxxi.

57. Copia manoscritta del testo della decisione della congregazione, richiamata comunque in quasi tutti i memoriali presentati nella seduta successiva, in «Parte i Posizione della Causa sù i Bonifici pretesi dall'Università dei Macellari contro la Rev.[erenda] Camera proposta nella Cong.[regazio]ne Particolare dei 3 Aprile 1789», cit.

58. Un biglietto del cardinale Carandini al tesoriere generale, datato 24 giugno 1789, in cui si fissava un incontro per il 23 luglio «a fine di esaminare e discutere i quesiti rimasti indecisi nella precedente sessione» è reperibile nel volume intitolato «Parte ii Posizione della Causa sull'abolizione della Precettazione degl'Agnelli, Animali negri, ed Olio tra la med. Rev. Camera E la Uni.[versi]tà de Macellari, Pizzicaroli ed altri proposta nella stessa Congregazione dei 13 Settembre 1789». Ibid.

59. Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore PP. Pio vi ad referendum Sopra gli Affari della Grascia per La Rev. Camera Apostolica, Memoriale, Lazzarini, Roma 1789, e relativo Sommario.

60. Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore PP. Pio vi ad referendum Sopra gli Affari della Grascia per La Rev. Camera Apostolica, Risposta, Lazzarini, Roma 1789.

61. Cfr. la Memoria Seconda, in Memorie economiche, cit.

62. Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore PP. Pio vi... per Le Comunità delle Province dell'Umbria, Patrimonio, Sabina, e Lazio, e Marittima, e Campagna, Memoriale di fatto, Lazzarini, Roma 1789.

63. Cfr. Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore PP. Pio vi... per l'Università degli Affidati della Dogana del Patrimonio, ed Agricoltori, Memoriale di Fatto, o sia Esposizione di Raggioni, Lazzarini, Roma 1789, e relativo Sommario, nonché Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore PP. Pio vi... per l'Università degli Affidati della Dogana del Patrimonio, ed Agricoltori, Risposta con Sommario Addiz., Lazzarini, Roma 1789.

64. Cfr. Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore PP. Pio vi sopra alcuni oggetti risguardanti la Grascia per la Presidenza della grascia, Memoriale per la Dilazione, Lazzarini, Roma 1789 ed il Memoriale Addizionale, Lazzarini, Roma 1789.

65. Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore PP. Pio vi ad referendum Sopra gl'Affari della Grascia per le Università de' Macellai, Pizzicaroli, e Norcini, e per gl'Affittuari delli Macelli del Ghetto, Memoriale, Lazzarini, Roma 1789; il memoriale era firmato soltanto da Girolamo Ambra e Giovan Battista Fiaschetti.

66. Con abilità l'avvocato delle università dei macellai pizzicaroli e norcini osservava: «Io non sò, se in questa costumanza di mangiare gli agnelli nella Pasqua si frammischi un certo delicato Sentimento di Religione, che merita la più alta venerazione. Sò bene, che il costume ha preso un piede tale, che non si potrebbe così facilmente alterare, senza fare un grande urto alla Opinione Popolare, la quale merita una gran considerazione ancorché pregiudicata» (Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore Pio PP. vi... per le Università dei Macellari, Pizzicaroli, e Norcini di Roma, cit.).

67. Cfr. «Posizione della Causa sù i Bonifici pretesi dall'Università dei Macellari», cit.

68. Il testo dell'editto è reperibile, tra l'altro, in allegato all'edizione delle Memorie del Ruffo (in Memorie economiche, cit., pp. 84-94).

69. Piscitelli, Fabrizio Ruffo, cit., p. 132 n.

70. Di fatto il primo dei macelli «normali» era, all'epoca, già in attività: si trattava di quello nei pressi di fontana di Trevi in cui, nel settembre del 1788 era stato effettuato lo "scandaglio" per ordine del tesoriere. Cfr. supra, p. 41.

71. Ivi, p. 89.

72. Memorie economiche, cit., p. 90.

73. Cfr. «Posizione della Causa sù i Bonifici pretesi dall'Università dei Macellari», cit.

74. La citazione è tratta dalla Notificazione sopra la piena Libertà accordata a chiunque di macellare in Roma gli Animali Neri, e respettivamente di vendere anche al minuto le Carni degli stessi Animali Neri sì fresche, che salate, ed insaccate tanto macellate, e lavorate in questa Dominante, che negli altri Luoghi dello Stato Pontificio, del 2 gennaio 1792 (asr, Bandi, b. 377); per considerazioni analoghe si vedano anche la Notificazione sù la libertà accordata a chiunque di vendere in Roma anche al minuto in quarti, ed a pezzi gli Abbacchi, e Capretti (5 gennaio 1792), e l'Editto confermatorio della libertà già a tutti accordata di macellare introdurre e vendere in Roma in tutto il corso dell'anno, e senz'alcuna eccezione di luogo, le Carni Porcine di ogni specie, come pure quelle di Abbacchi e Capretti, 2 aprile 1792 (ivi).

75. La documentazione relativa alla disputa, ricca di riferimenti a quanto accaduto negli anni precedenti, è reperibile in asr, Camerale ii, Arti e Mestieri, b. 21.

76. Cfr. la documentazione in merito fatta allegare dai macellai agli atti del notaio Selli (asr, Segretari e cancellieri della rca, vol. 1835, 27 agosto 1794, c. 225). I macellai esibirono, tra l'altro, copia di biglietti di nomina dei consoli inviati loro dal presidente della Grascia.

77. Salvo diversa indicazione per questa e le seguenti citazioni si faccia riferimento ad Alla Sagra Congreg. Particolare Deputata Dalla Santità di Nostro Signore Pio PP. Sesto Ad Referendum... Romana per L'Università dei Macellari di Roma, Memoriale Addiz.[zionale] con Somm.[ario], Lazzarini, Roma 1794.

78. Per il materiale prodotto dalle parti in causa si faccia riferimento, oltre che al «memoriale addizionale» sopra citato, anche ai seguenti memoriali: Alla Sagra Congreg. Particolare Deputata Dalla Santità di Nostro Signore Pio PP. Sesto Ad Referendum... per L'Università dei Macellari di Roma contro L'Ill.mo Tribunale della Presidenza della grascia e L'Università dei Tripparoli di Roma, Ristretto di Fatto, e di Raggione, Lazzarini, Roma 1794; Alla Sagra Congreg. Particolare Deputata Dalla Santità di Nostro Signore Pio PP. Sesto Ad Referendum... Romana per L'Università dei Macellari di Roma, Sommario addizionale, Lazzarini, Roma 1794; Alla Sagra Congreg. Particolare Deputata Dalla Santità di Nostro Signore Pio PP. Sesto sopra alcuni oggetti risguardanti la Grascia. Risposta della Presidenza della grascia alla scrittura de Macellari, Lazzarini, Roma 1794.

79. «Lo dimandano ­ si osservava ­ i Macellari stessi, cioè quelli che compongono l'Università, di cui sono i Libri [] COMUNI sono ancora queste scritture; Sono di tutto il Corpo dell'Università, e di tutti gl'Individui» (Alla Sagra Congreg. Particolare Deputata Dalla Santità di Nostro Signore Pio PP. Sesto Ad Referendum... Romana per L'Università dei Macellari di Roma, Memoriale Addiz.[zionale] con Somm.[mario], Lazzarini, Roma 1794).

80. Ai ricorrenti, veniva fatto osservare, si negava il diritto «che hà ogni Ceto di adunarsi per trattare dei propri interessi in Casa propria». Ivi.

81. Sulla cacciata del Ruffo cfr. Piscitelli, La riforma di Pio vi, cit., pp. 73-87.

82. La citazione è tratta dal "Fatto informativo sopra la Condotta del Cardinal Ruffo all'E.mo Sig.r Card. Decano" datato 18 dicembre 1794 (asr, Camerale ii, Grascia, b. 23); per un interessante carteggio fra il Ruffo e Pio vi cfr. ivi, b. 24.

83. L'editto prevedeva l'apertura di quattro macelli e di quattro pizzicherie. Nel 1794 i macelli camerali erano invece cinque (quello di piazza Madama, aperto nel maggio del 1789 per effettuare lo «scandaglio» sulla macellazione degli agnelli, e quelli «a Ruspoli», a Monti, in Trastevere e a Piazza Montanara). Le quattro pizzicherie erano situate in piazza del Popolo, presso «Macel de' Corvi», in Trastevere e a via dei Coronari. Cfr. Alla Sagra Congregazione deputata da Nostro Signore sopra le Grascie... per l'Università de Pizzicaroli di Roma contro il Signor Girolamo Colelli, Lazzarini, Roma 1795, n. 12 (ivi, b. 27).

84. Cfr. il fascicolo, del 1794, intitolato «Macelli e pizzicherie normali». Ibid.

85. Dal 14 maggio 1789 all'8 marzo 1791 ­ nel periodo in cui i macelli e le pizzicherie furono amministrati da Giuseppe Morvelli ­ la perdita era stata di 36.642,835 scudi, e di 86.467,66 scudi dal 9 marzo 1791 all'ottobre 1794, con l'amministrazione di Angelo Giobbe. Cfr. sempre il fascicolo «Macelli e pizzicherie normali», cit.

86. I termini del contratto sono riportati in Alla Sacra Congregazione deputata sopra la Grascia per li Signori appaltatori delle Gabelle di Contratto e Scannatura contro la Reverenda Camera Apostolica, Roma 1797 (asr, Camerale ii, Dogane, b. 68, f. 3); il chirografo di concessione alla Società dei Mercanti di Campagna dell'appalto della gabella del contratto e della scannatura per nove anni (13 giugno 1795) è in asr, Collezione Chirografi, t. lii, c. 10v. Sulla forza economico-finanziaria dei mercanti di campagna romani nei primi decenni del xix secolo A. M. Girelli, Alla ricerca del mercante di campagna. Una figura del lavoro romano nel primo Ottocento, in Corporazioni e gruppi professionali nell'Italia moderna, a cura di A. Guenzi, P. Massa, A. Moioli, FrancoAngeli, Milano 1999, pp. 504-32; un significativo esempio del loro emergere in questi anni come gruppo autonomo portatore di forti interessi in M. Caffiero, Tradizione o innovazione? Ideologie e comportamenti della nobiltà romana in tempo di crisi, in M. A. Visceglia, Signori, patrizi, cavalieri nell'età moderna, Laterza, Roma-Bari 1992, pp. 369-89.

87. Tra le cause dell'aumento del prezzo del bestiame la Società dei Mercanti indicava una disposizione del 28 maggio 1796 con la quale, vista la necessità di fornire carne all'esercito, si vietava l'estrazione di bestiame dal Regno di Napoli (Alla Sacra Congregazione deputata sopra la Grascia per li Signori appaltatori delle Gabelle di Contratto e Scannatura contro la Reverenda Camera Apostolica, Sommario, Roma 1797, n. 5).

88. L'appalto per il primo anno di gestione aveva portato ad una remissione di 45.188 scudi e per il secondo anno, non ancora terminato, si calcolava una remissione superiore ai 50.000 scudi. La società dei Mercanti avrebbe potuto continuare a gestire l'appalto solo a condizione di vedersi concesso «un vistoso defalco» o assegnato l'introito della gabella della scannatura sugli spogli. Ivi.

89. Copia dell'"Istromento di esibita di Chirografo SS.mo, in cui N.ro Sig. ordina a Monsignor presidente della Grascia, che in quanto all'Agnellatura prescriva una quotazione proporzionale sopra tutti li Possessori delle Massarie non solo nell'Agro Rom[an]o, ma in tutto il Distretto prescrivendo il metodo", rogato per gli Atti del Segretario di Camera Toschi il 5 ottobre 1796, è reperibile in asr, Camerale ii, Grascia, b. 1.

90. Piano della Deputazione Particolare della Grascia, cit.

91. La citazione è tratta da V. E. Giuntella, La giacobina Repubblica Romana (1798-99). Aspetti e momenti, in "Archivio della Società Romana di Storia Patria", lxxiii, 1950, pp. 1-213, p. 4. L'interesse per la Repubblica romana ha avuto, di recente, una significativa ripresa: cfr., da ultimo, D. Armando, M. Cattaneo, M. P. Donato, Una rivoluzione difficile. La Repubblica romana del 1798-1799, Istituti editoriali e poligrafici internazionali, Pisa-Roma 2000, cui si rimanda anche per gli aggiornati riferimenti bibliografici.

92. La Costituzione della Repubbica Romana infatti, pubblicata il 17 marzo 1798 e ricalcata sulla Costituzione francese dell'anno iii, prevedeva, sia pure con valore programmatico, all'articolo 345, il libero commercio e, salvo «circostanze straordinarie», la liberazione dell'industria e delle arti da ogni tipo di vincolo. Il testo della costituzione è riportato integralmente in V. E. Giuntella, Le Assemblee della Repubblica Romana (1798-99), in "Atti delle Assemblee Costituzionali Italiane dal Medio Evo al 1831", vol. i, Zanichelli, Bologna 1954, pp. 7-40; l'articolo 345 a p. 37.

93. Cfr. il memoriale Alla Sagra Congregazione Particolare deputata dalla Santità di Nostro Signore PP. Pio vi ad referendum Sopra gl'Affari della Grascia per le Università de' Macellai, Pizzicaroli, e Norcini, e per gl'Affittuari delli Macelli del Ghetto, Memoriale, Lazzarini, Roma 1789 firmato da Girolamo Ambra e Giovan Battista Fiaschetti; in corsivo venivano riportate le espressioni riprese alla lettera dal memoriale governativo.

94. Su questo tema cfr. il fascicolo di "Quaderni Storici" dedicato ai Conflitti nel mondo del lavoro (27, 1992, 2). Una delle ipotesi che emerge con maggiore chiarezza è quella di proporre una chiave di lettura dell'«uso reiterato e continuo della giustizia» operato dalle corporazioni come «rivelatore di pratiche correnti nel mondo del lavoro», e non espressione del «ricorso ultimo a istituzioni percepite come estranee» (S. Cerutti, C. Poni, Premessa, ivi, pp. 361-8, pp. 362-3).

95. L'espressione è tratta dal primo memoriale presentato dai macellai, firmato dall'avvocato Bartolucci che, come già ricordato, di lì a pochi anni avrebbe attivamente partecipato al governo repubblicano.

96. Quando, qualche anno dopo i fatti appena ricordati, Nicola Maria Nicolai si trovò a riassumere brevemente le vicende che avevano portato ai provvedimenti del 1789 egli osservò che il Ruffo si era trovato ad operare condizionato dagli «schiamazzi de' pastori, e degli affidati del Patrimonio» che «al fine fecero colpo sull'animo dell'illuminato Tesoriere generale» (N. M. Nicolai, Memorie Leggi e Osservazioni sulle campagne e l'annona di Roma, 3 voll., Paglierini, Roma 1803, vol. 3, p. 204); per una rapida rilettura del sistema delle precettazioni della carne e dell'olio, cfr. ivi, cap. xxv (pp. 201-7).

97. Il riferimento, ormai classico ma sempre attuale, per un'interpretazione della politica annonaria come elemento di ordine della società è l'articolata lettura del caso parigino operata da S. L. Kaplan, Bread, Politics and Political Economy in the Reign of Louis xv, 2 voll., Martinus Nijholf, The Hague 1976; per un confronto con un'altra realtà urbana dello Stato pontificio e un inquadramento problematico di ampio respiro cfr. A. Guenzi, La tutela del consumatore nell'antico regime. I "vittuali di prima necessità" a Bologna, in P. Prodi (a cura di), Disciplina dell'anima, disciplina del corpo e disciplina della società tra medioevo ed età moderna, in "Annali dell'Istituto storico italo-germanico di Trento", 40, il Mulino, Bologna 1994, pp. 733-56.