«Pregiatissimo mio Signore». L'epistolario di un agente di campagna tra cronaca aziendale e vincoli di deferenza (1815-1822)

di Maria Maddalena Monti

Il 5 gennaio del 1830 il signor Giacomo Maria Foscarini, proprietario terriero di origini venete, trasferitosi prima nella zona di Varese e poi a Milano subito dopo il trattato di Campoformio, riceve una lettera da Cartabbia, luogo in cui si trovano le sue terre: è fimata da Giovan Battista Mauri, quasi sicuramente il nuovo amministratore, il nuovo agente di campagna1. Lo si intuisce dal tipo di informazioni che dà e che riguardano l'allevamento dei bachi da seta, i conti per la vendita del fieno e del vino, il lavoro nelle vigne. Come fa sempre, il signor Foscarini scrive sul retro della missiva il giorno in cui l'ha ricevuta e prende un foglio bianco preparandosi a rispondere, a impartire nuovi ordini per il buon andamento delle coltivazioni, a raccomandare, a sollecitare, a rimproverare. Ma stavolta è diverso: il destinatario di quegli ammonimenti non è più Vincenzo Fiorio, il devoto, meticoloso e fidato amministratore che ha seguito Foscarini da Venezia e che lo ha assistito e servito negli anni successivi all'arrivo a Varese, anni in cui l'esule veneto ha dovuto inserirsi in una comunità nuova e forse anche poco disposta ad accettare l'arrivo di stranieri. La testimonianza del rapporto epistolare Fiorio-Foscarini, intercorso per diversi anni tra Cartabbia e Milano, è in un cospicuo numero di lettere custodite presso l'Archivio di Stato di Varese. Si tratta del cosiddetto Fondo Foscarini, una fusione, verificatasi nel 2000, tra un primo gruppo di missive, circa 90, trovate da un privato a Roma, al mercatino di Porta Portese, trascritte, non sempre fedelmente purtroppo, e inviate alla Fondazione Archivio Diaristico di Pieve Santo Stefano, e un secondo gruppo, circa 240, già esistenti a Varese e acquistate dall'Archivio di Stato nel 1989, tutte datate tra il 1815 e il 1822. Nel gennaio del 2001, poi, il fondo è stato arricchito dall'acquisizione di altre 34 lettere provenienti da una libreria antiquaria di Varese e che recano anche date anteriori al 1815 e posteriori al 1822: si tratta in questo caso di lettere sempre ricevute dal possidente veneto ma inviate da amici e conoscenti e, tra queste, ve ne sono alcune provenienti da Cartabbia e firmate da quello che, a un certo punto, deve essere diventato il nuovo amministratore delle terre di Foscarini, Giovan Battista Mauri, l'uomo che ha sostituito Vincenzo Fiorio.

Iniziando ogni lettera con la consueta formula «Pregiatissimo mio Signore», Vincenzo Fiorio scrive al suo padrone quasi ogni giorno informandolo degli affari agricoli ma non solo, facendo da tramite per tutte le questioni più o meno difficili che riguardano l'azienda, svolgendo spesso la funzione di vero e proprio uomo di fiducia. Nonostante l'epistolario sia mutilo (mancano le risposte di Giacomo Maria Foscarini), è estremamente interessante la capacità di Fiorio di rendere il proprietario "visibile" tra le righe dei suoi resoconti. E colpisce anche l'abilità dell'agente nel descrivere fatti e persone, la sua costanza, meticolosità e diplomazia professionale, il suo carattere puntiglioso e caparbio, la sua ironia che spesso riesce a essere molto pungente.

Il Fondo Foscarini è un prezioso patrimonio di documenti ancora semisconosciuti alla ricerca storica. E se ormai la maggior parte dei fondi epistolari hanno trovato la giusta collocazione nell'ambito degli studi storici, questo non sempre succede per gli scambi epistolari di cui parliamo. Gli approfondimenti di ricerca in questo campo, infatti, si sono limitati a esplorare il mondo delle aziende agrarie utilizzando come fonti soprattutto i libri contabili e i registri. Si segnalano gli studi di un gruppo di ricercatori e docenti di Pisa, tra gli altri Elsa Luttazzi Gregori, Giuliana Biagioli, Oriana Goti2, solo per ricordarne alcuni, che hanno pubblicato diversi e interessanti lavori su aziende e fattorie e sull'evolversi del capitalismo agrario nelle campagne toscane. Così come vale la pena ricordare lo studio di Manuela Martini sulle scelte patrimoniali e gli investimenti fondiari della nobile famiglia bolognese Amorini-Bolognini3. In alcune di queste ricerche sono state prese in esame anche le relazioni dei fattori e degli agenti ma, trattandosi spesso di grossi patrimoni ecclesiastici o familiari, i contatti epistolari risultano, nella maggior parte dei casi, esclusivamente tecnici e comunque intercorsi tra responsabili delle terre e amministrazioni centralizzate spesso collocate in grandi città.

Recenti studi sono partiti dal punto di vista contrario e cioè si sono concentrati sulla figura del proprietario, nuovo imprenditore terriero che invia precise istruzioni e regolamenti ai fattori e agli agenti con lo scopo di migliorare la redditività delle sue terre: Giuliana Biagioli ha analizzato i tentativi di Bettino Ricasoli4 ma, precedentemente, diverse sono state le pubblicazioni riguardanti le «istruzioni di agricoltura» inviate ad amministratori e fattori per una migliore conduzione dei fondi agricoli5. Pietro Verri scriveva al suo fattore di Biassono, uno dei tanti appezzamenti del vasto patrimonio familiare, ma non si occupava dell'andamento delle terre6.

Ma anche volendo considerare l'epistolario tra Fiorio e Foscarini solo come un'ulteriore espressione di quella scrittura cosiddetta "popolare", si incontra quasi il medesimo "deserto" bibliografico. Da anni Antonio Gibelli e il gruppo di Rovereto portano avanti i loro studi sull'epistolografia e la scrittura popolare e hanno anche preso in esame i rapporti che nascono dal basso verso l'alto, per esempio le lettere al potere e ai potenti. Ma tra i saggi pubblicati ve n'è solo uno, piuttosto breve peraltro, scritto da Giovanni Contini e riguardante un epistolario simile a quello del Fondo Foscarini: si tratta delle lettere che il fattore Vincenzo Razzolini inviava al principe Corsini a metà Ottocento7. In Francia, invece, il Centre d'Anthropologie dell'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales e il gruppo che si raccoglie intorno a Daniel Fabre hanno già da tempo iniziato a lavorare su documenti di memoria scritta, ma i risultati convergono su aspetti che riguardano la lingua, l'alfabetizzazione, le relazioni epistolari generali, le identità sessuali alla prova della scrittura, il rapporto orale/scritto, la relazione tra alfabetizzazione e mobilità sociale e quella tra lettura e scrittura nelle società d'ancien régime: nulla che faccia riferimento a un rapporto epistolare a metà tra il privato e l'aziendale come quello che caratterizza le missive di Fiorio. Conviene quindi, innanzitutto, iniziare a conoscere da vicino i due protagonisti delle numerose lettere appartenenti al Fondo Foscarini.

Sull'identità e l'origine familiare dell'agente di campagna Vincenzo Fiorio le notizie recuperate sono piuttosto scarse. Nasce a Bologna il 27 luglio 1777, secondo i dati dell'Archivio Arcivescovile della Curia, e la registrazione proviene dalla parrocchia di San Tommaso, ormai soppressa. Nel registro non compaiono informazioni su Gaetano Maria Fiorio e Maria Gabita Defonti, i genitori di Vincenzo, e quindi è impossibile sapere se fossero residenti lì o se si trovassero a Bologna di passaggio per ragioni di lavoro o altro, così come resta sconosciuta l'occupazione del padre, se fosse anche lui un fattore oppure no. Fiorio è un cognome veneziano e dalle lettere emerge chiaramente la presenza dei parenti di Vincenzo a Venezia. Quando Giacomo Maria Foscarini si trasferisce a Cartabbia (l'anno di acquisto delle terre è il 1798) il suo agente ha circa 21 anni. Non sappiamo in quale momento Fiorio inizia a lavorare per Foscarini ma, stando a quanto scrive l'agente Fiorio in una lettera del 1819, «sono oltre i 30 anni che ho l'onore di essere presso di lei»8, doveva avere 12 o 13 anni. In ogni caso, nel 1798 è a Cartabbia insieme al suo padrone e inizia il suo lavoro di amministratore e responsabile delle terre del possidente veneto. Lì sposa Annunziata Farè e si stabilisce forse a Cartabbia, forse a Capolago, poco distante o, probabilmente, a Galliate Lombardo, altro paesino nelle vicinanze del lago di Varese. La circostanza non è del tutto chiara perché Vincenzo Fiorio nelle lettere non fornisce mai indicazioni sul luogo della sua abitazione: la morte di Annunziata, infatti, viene registrata nella parrocchia di Galliate Lombardo il 5 maggio del 1836, così come la morte di Vincenzo avvenuta alcuni anni più tardi, precisamente il 2 agosto del 1842, per «febbre perniciosa appopletica»9. Ma tre dei cinque figli, Camillo, Amabile, che nei documenti sulla morte della madre compare come «Sacerdote Amabile» (nel 1840 risulta parroco a Galliate Lombardo), e Angela sono stati battezzati a Capolago. Anche sul numero dei figli ci sono dei dubbi perché Fiorio nelle lettere accenna a Lucia e Giacomo che poi, da un certo punto in poi, non vengono più nominati, forse deceduti. L'ipotesi a mio parere più probabile è che la famiglia Fiorio, a un certo punto, si sia trasferita a Galliate Lombardo. L'ultimo acquisto da parte dell'Archivio di Stato di Varese di un gruppo di 30 lettere indirizzate a Giacomo Maria Foscarini da amici e conoscenti potrebbe svelarci il mistero. Vincenzo Fiorio, infatti, non rimase presso Foscarini fino alla sua morte: nel 1830 compare un nuovo agente, Giovan Battista Mauri, ma è importante ricordare che Giacomo Maria Foscarini scomparirà di lì a poco, nel 1833.

Su quest'ultimo le notizie sono ancora più frammentarie e le ricerche sono ancora in corso. Se ne sta occupando Claudia Morando, direttrice dell'Archivio di Stato di Varese, secondo la quale questo cittadino veneziano che all'indomani del trattato di Campoformio lasciò la laguna e comprò circa millecinquecento pertiche di terreno (più o meno 80 ettari) avrebbe origini ebree, escludendo totalmente l'appartenenza di Giacomo Maria alla nobile famiglia Foscarini di Venezia. Inizialmente le ricerche si sono svolte presso l'Archivio Storico Civico di Milano dove la Morando ha rintracciato documenti relativi alla famiglia Foscarini: il possidente sarebbe figlio di Pietro Foscarini10 e, in una nota allegata al documento, si parla dei Foscarini come di una «famiglia ebrea di cui uno dal doge fu tenuto a battesimo»11. Poi, con successive indagini sempre condotte dalla Morando ma stavolta presso la Biblioteca Trivulziana, si è arrivati a conoscere la data di nascita di Foscarini, il 1760, e la data di morte, il primo di aprile del 1833. Giacomo Maria Foscarini sarebbe figlio di Pietro Foscarini e Camilla Isorau, e dal suo matrimonio con Camilla Giovanelli, morta due anni prima di lui, nacque un solo figlio, Benedetto Foscarini, deceduto nel 1874. Ora, invece, le ultime ricerche della stessa Morando sembrerebbero smentire quanto detto finora: Foscarini avrebbe ricevuto il battesimo in età adulta, già sposato e insieme alla moglie.

Nulla si sa, invece, delle circostanze che lo spinsero a lasciare Venezia, ma la coincidenza con la cessione della città lagunare all'Austria, passaggio che sancì la fine dell'antica Repubblica, è indicativa. Il brano di una lettera scritta da Foscarini al Commissario governativo presso l'amministrazione dipartimentale d'Olona, lettera in cui il proprietario veneto rinunciava a un incarico pubblico, risulta particolarmente interessante:

La ferma risoluzione ch'io presi fin dal giorno che lasciai la mia patria di ritirarmi tra le montagne a vivere un'oscura vita, risoluzione che in me non cangerà mai, mi obbliga con mio rincrescimento, o cittadino commissario a rinunziare all'incarico di municipalista che vi compiacete di darmi con la vostra lettera []. Le amare traversie che ho sofferte, delle quali tuttavia ne sento il peso, fan sì che io non sia atto a pensare e ad agire che per la sola mia famiglia. Per ogni altro impiego io sono affatto incapace, benché il mio cuore sospiri a ogni tratto il comun bene. Siatene certo, o cittadino Commissario, e siate certo ancora che non cesserò di ricordarmi la favorevole opinione che avete di me. Salute e considerazione, Giacomo Maria Foscarini12.

Quali furono le «amare traversie» che lo portarono a una così drastica decisione? Sono legate a Campoformio o si tratta di un trascorso esclusivamente personale?

C'è un altro studioso che si è occupato di rintracciare notizie sulle origini di Giacomo Maria Foscarini ed è Fernando Cova. Nonostante il profondo legame che l'esule veneto ebbe con Varese, infatti, è scarsa l'attenzione dedicata a questo personaggio anche da parte della storiografia locale. Cova ricorda che esiste una via Foscarini ad Arcisate, un palazzo Foscarini già casa Sabaino a Luino, una villa Foscarini già Stampa a Morosolo, villa in cui soggiornò Alessandro Manzoni13. Foscarini faceva parte della Municipalità di Varese nel 1800, era nel Consiglio comunale nel 1806 con la carica di Savio, poi ancora nel 1809 nella Municipalità e nel 1810 sempre nel Consiglio comunale. L'anno dopo lasciava le cariche comunali ed entrava nell'amministrazione della Congregazione di carità che sovrintende l'Ospedale di Varese, carica abbandonata nel 1815, anno in cui, presumibilmente, si trasferiva a Milano, lasciando l'agente Vincenzo Fiorio nelle sue terre.

Cova, comunque, dopo ricerche presso l'Archivio di Stato di Venezia, ha trovato tracce di due individui corrispondenti al nome Giacomo Maria Foscarini e alle date in esame: un patrizio che negli anni 1782-94 fu più volte indagato per malcostume, violenze e altro dagli Inquisitori di Stato, e un Giacomo Foscarini detto lo Zoppo, figlio del cavalier Bastian e nipote del provveditore Nicolò che, all'uscita del Maggior Consiglio, nel 1797, si era svestito della toga patrizia e l'aveva calpestata mettendosi all'occhiello una coccarda con i colori francesi. Tempo dopo, durante una manifestazione contro i Francesi, il 12 maggio 1797, era stato incendiato il palazzo Foscarini ai Carmini forse perché, afferma Cova, qualcuno si era ricordato del gesto dello Zoppo14. Entrambi i personaggi contrastano con i risultati a cui è giunta Claudia Morando.

Quel che è invece certo è che Foscarini era un uomo preparato, un possidente che seguiva con interesse l'andamento delle sue terre, in particolare la coltivazione delle viti e l'allevamento dei bachi da seta, le due attività più importanti curate nella sua tenuta. È del 1821 la pubblicazione di un suo scritto sul «calcinetto»15, una malattia che colpisce i bachi da seta. E ancora, in una lettera senza data scritta da Vincenzo Fiorio troviamo questo passaggio:

Ieri andai con Guido a Messa a Varese; nel ritorno passai per Biumo, e levai dalla libreria i quattro volumi dell'Enologia coi fogli in bianco che oggi le spedisco a Milano unitamente alle castagne che sono in Cartabbia []16.

Forse il possidente veneto aveva intenzione di pubblicare un testo sulla coltivazione della vite o forse prendeva appunti ogni anno sui risultati della produzione vinicola per suoi personali studi sul modo di migliorarla. Possiamo dire, quindi, che Foscarini faceva parte di quei proprietari "pionieri", desiderosi di sperimentare un nuovo modo di fare agricoltura. Ancora negli anni dell'egemonia francese, infatti, anche i più acuti osservatori lombardi di cose economiche ritenevano che l'agricoltura avesse raggiunto un grado di perfezione unico e in Italia, come più specificatamente in Lombardia, l'agricoltura continuava a essere praticata con l'unica regola della stanca ripetizione di tradizionali metodi di coltivazione e di allevamento, mantenendo un esito produttivo sempre uguale, anno dopo anno. Ma a partire dall'ultimo ventennio del Settecento, invece, la situazione cominciò lentamente a modificarsi, a tutto vantaggio di un nuovo modo di fare agricoltura. A Milano, iniziarono a diffondersi studi e approfondimenti tendenti soprattutto a superare i due ostacoli principali che impedivano il cambiamento: il totale disinteresse per le scienze naturali e per la chimica, anche da parte di quei proprietari che avrebbero avuto tempo e possibilità di avvicinarsi a certi argomenti, e la non abitudine alla pratica dell'osservazione e alla relativa sperimentazione17. In un saggio sull'istruzione agraria, pubblicato recentemente18, Giorgio Bigatti ha sottolineato come i «novatori» agricoli milanesi fossero consapevoli della distanza accumulata dalla Lombardia nel campo dell'istruzione tecnica rispetto alla Francia, alla Svizzera, alla Prussia e agli Stati tedeschi. Mancavano le scuole di agricoltura e mancava la giusta considerazione della professione agronomica. «Non appena ne avevano la possibilità, proprietari e fittabili mandavano i figli all'università, ma al solo scopo di aprir loro la via delle professioni o degli "impieghi". Non per istruirli nell'arte di condurre i fondi»19.

Giacomo Maria Foscarini, nei suoi tentativi ed esperimenti, viene elogiato anche da un agronomo carinziano, Giovanni Burger, uno dei principali sostenitori dell'introduzione dell'agricoltura scientifica in Europa centrale: nel 1828 l'agronomo compie un viaggio di studi attraverso l'Italia settentrionale e scrive degli appunti che poi verranno raccolti in un volume dal titolo Reise durch Ober-Italien, tradotto poi in italiano nel 1843. Burger scrive:

A Varese, nella bella proprietà del signor Foscarini, il terreno è diviso in tavole larghe 12 piedi; a sinistra, partendo dal mezzo della tavola, si stende un filare di viti composto di sei o sette ceppi distanti fra loro da 2 metri 22 centimetri a 2 metri 52 centimetri; per cui ci sono più di 250 ceppi per jugero. Le viti si distendono tanto in altezza come in ampiezza, e formano così una vasta rete la quale getta tanta ombra sul maiz, che questo cereale non frutta che la metà del suo prodotto ordinario20.

In occasione del suo viaggio l'agronomo carinziano non visita solo la proprietà di Foscarini nella zona di Varese ma anche quella di un altro e molto più noto abitante della zona, il conte Vincenzo Dandolo. Si tratta proprio di quel Dandolo amico di Napoleone, giacobino, traduttore e divulgatore delle opere di Lavoisier e dei padri della chimica, autore del testo I fondamenti della fisico-chimica applicati alla formazione dei corpi e ai fenomeni della natura, esperto di viticoltura (i due volumi della Enologia, ovvero l'arte di fare, conservare e far viaggiare i vini del regno sono del 1812) vero e proprio riformatore nel campo della bachicoltura (Dell'arte di governare i bachi da seta, 1815). Foscarini e Dandolo si conoscevano probabilmente già da Venezia e fu proprio il primo, una volta arrivato a Cartabbia, a invitare l'amico a raggiungerlo. E così avvenne: i due erano vicini di casa e di terre, si scambiavano visite di cortesia e conversavano di cereali, gelsi e rotazioni agrarie e insieme ad altri tre o quattro esuli costituivano quella che il figlio di Dandolo, Tullio, definì «un'eletta brigata»21. Nell'analisi di questa amicizia tra Foscarini e Dandolo attraverso le lettere, sono emersi alcuni particolari interessanti: innanzitutto che il legame tra i due, all'improvviso, negli anni tra il 1816 e il 1819, si spezzò per qualche motivo che non conosciamo. Foscarini, successivamente, dopo la morte del conte, si riavvicinò al resto della famiglia Dandolo, alla contessa e al figlio Tullio; e poi la conferma di una circostanza già in parte nota e cioè che Dandolo suscitava una discreta dose di antipatia tra la popolazione di Cartabbia e Varese. Ma questa sezione mette in luce qualcosa di molto più importante, il legame di confidenza e complicità che c'era tra il proprietario e il suo agente Vincenzo Fiorio.

Dandolo muore improvvisamente il 12 dicembre 1819 e Fiorio, puntuale cronista degli avvenimenti più rilevanti che accadono nella zona, descrive a Foscarini, amico del defunto, i dettagli della scomparsa:

Ricevo la pregiat.ma sua, ed ho tutto il piacere di sentirla star bene, il cielo me la possa conservare per lunghissimo tempo. Trovo inutile il tacerle la disgustosa notizia che ora mi fu notificata, la quale fà vedere quanto siamo fragili a questo mondo, e che bisogna rassegnarsi a ciò che è prefisso dall'Ente supremo. Le dico il vero, quantunque io non abbia certa interescenza pure la natura sensibile fà che mi leva quasi la testa. Ieri sera si dice, dopo essere stato al Casino in conversazione, dopo aver preso un'acqua, dopo essere andato a casa, nel momento che stava spogliandosi per andare a letto cadde il C. Dandolo a terra preso da un accidente mortale, e rimase sul colpo, senza che l'arte medica abbia potuto più agire. Tale nuova mi tiene talmente oppresso ché non so nemmeno io che mi scriva. Il primo che mi portò la nuova fu il carrettiere del Bellinetti, l'altro è ora Angiolino che me lo conferma! Si dice che a Varese tutti lo compiangono!22

Nelle settimane successive, mentre la famiglia Dandolo e gli amici iniziano a celebrare il conte con una serie di iniziative, Foscarini è vicino alla famiglia Dandolo, anche per questioni pratiche, per esempio nella nomina di un tutore per il piccolo Tullio:

Jeri sera a notte, dopo dato passo agl'Affari di cantina sono andato dalla Sig.ra Contessina e sentendo da me quanto Ella scriveva in suo proposito rispose. [...] Disse che se potrà procurerà di scriverle oggi un'altra lettera, ma al caso mai non potesse, La previene col mio mezzo, che fintantocchè non potrà avere i di Lei consigli, Essa soprassederà alla nomina del contutore; ma che intanto se avesse qualcheduno da metterle in vista che le farebbe cosa molto grata di poterglielo comunicare se non per lettera a Lei diretta, almeno col mio mezzo vocalmente sotto sigillo di segretezza. Giacché per quanto Essa pensa non gli si presenta mai alcuno alla memoria. E prottestò che non passerà mai ad alcuna nomina se prima non ne sarà Ella pure persuaso23.[...] Pare che esso sig. Compagnoni sia stato incombenzato e che abbia preso con gran impegno di far eseguire sollecitamente la stampa dell'ultima opera del defunto Conte, ove deve esservi inciso il suo ritratto. Esso sig. Compagnoni ha da avere anche l'incombenza di far fare il busto in gesso, e mi pare ancora la statua in marmo24. Consegnai sino da giovedì la semenza trimellina alla Sig.ra Contessina Dandolo la quale sta bene e mi lasciò di riverirla. Mi diede da leggere la vita del povero Conte, e in fronte avvi il ritratto che a mio parere nulla assomiglia25.

Questi brani dimostrano sincero affetto tra Foscarini e i Dandolo e le poche lettere rinvenute, relative agli anni 1816, 1817 e 1818, non aiutano a comprendere cosa possa essere accaduto tra i due esuli, quale sia stato l'evento scatenante che ha portato alla rottura di una lunga e fraterna amicizia. Tre anni prima della morte del conte, infatti, il tono delle lettere di Fiorio è questo:

Mi ha raccontato il Jacchini che sarà circa otto giorni che al cassino trovavasi un libercolo stampato dal C., ch'io non so se sia recente o vecchio, sopra i pomi di terra26, e che nella facciata del frontespizio ove vi è il titolo del libro (che non so come sia espresso) sotto vi era il nome dell'autore cioè Dandolo e sotto a questo nome fu scritto in carattere in stampatella Illetterato, e così pure sotto la prefazione dove vi è rippetuto il nome del C. D... fu pure rippetuto collo stesso carattere Illetterato lo che ha mosso le risa per molto tempo fra gli astanti, e se ne fece commedia. Frà i Bolchinisti27 si cercava il tomo del Goldoni ove è inserita la farsa di Arlecchino servo di due padroni per farne altra commedia, applicandola al Conte. In fatti fu detto pubblicamente che faranno tanto che dovrà slogiare da Varese quell'Ignorante!28

I Varesotti hanno un telegrafo che non solamente ogni giorno ma si può dire ogni ora dà notizie detagliate, di tutti i movimenti, maneggi, visite, impegni, passi e pensieri del C.te con chi pratica, gli sforzi che fa per farsi considerare del grado della antica nobiltà, delle maniere con cui viene accolto ecc. ecc. Qui fanno un cattivo preludio del suo mettersi in vista, perché col tempo qualche d'uno si prenderà il divertimento di render palese ciò che fece, e ciò che scrisse... ecc. ecc. Alla di Lei venuta mi riserbo di contargliene di belle29. Da Giuseppe, ora venuto in Cartabbia, sento che oggi dopo pranzo si attende il Conte D... e che ha già spedito avanti i suoi equipaggi: questo mi farà essere più sollecito nell'andata e ritorno da Varese, per non ritrovarmi colà quando arriva, onde la gente non pensi che siavi colà a bella posta per inchinarlo []30.

L'agente di campagna non ha mai usato parole così forti. Il tono malevolo e irriverente delle sue frasi non può far pensare che a un completo assenso di Foscarini, destinatario delle lettere. Anche volendo prendere in esame un disaccordo esclusivamente personale tra l'agente di campagna e Dandolo, la deferenza di Fiorio nei confronti del suo padrone non gli avrebbe mai consentito di trascrivere su carta quegli insulti all'indirizzo del conte, amico di Foscarini, a quanto risulta, almeno fino al 1806, anno della partenza di Dandolo per la Dalmazia. Cosa potrebbe essere successo tra i due? Un dissidio relativo a terreni o proprietà da acquistare? Una rivalità professionale visto che entrambi erano esperti di agronomia? O un semplice contrasto da ascrivere nell'ambito dei rapporti interpersonali? Forse una distanza su idee politiche che con gli anni si fece più critica? Paolo Preto, che ha ampiamente analizzato la figura di Dandolo31, ha più volte sottolineato l'ostilità che il conte suscitava. Con la formazione della seconda Cisalpina e la decimazione del partito giacobino, gli uomini del triennio come Dandolo, noto per la sua vena polemica, la sua irruenza ed estremismo verbale, venivano ritenuti pericolosi per un regime nel quale la parola "moderato" diventava la più utilizzata nel linguaggio politico. Forse il conte restò fedele ai suoi ideali e continuò a muovere «caute critiche al cessato regime che si alternano a caute lodi al presente»32, come scrive Preto. Foscarini, invece, quegli ideali li aveva forse superati e ora aderiva con convinzione al nuovo governo austriaco. E l'esplicita antipatia dei varesini? Dandolo arrivò da Venezia con un milione di lire italiane e il suo comportamento nell'acquisto di terreni provenienti dalle vendite dei beni nazionali venne definito spregiudicato. Qualcuno arrivò persino ad accusarlo di aggiotaggio33. Erano tutti motivi sufficienti a scatenare l'indignazione e il disprezzo dei varesini. Ma ci permettono soprattutto di vedere Vincenzo Fiorio nell'altro ruolo di confidente di Foscarini, lasciando venir fuori tutto il risentimento per chi, forse, ha osato offendere o contrastare il suo padrone; un'indicazione molto interessante, rappresentativa di una certa "anomalia" rispetto a un normale e codificato rapporto tra un proprietario terriero e il suo agente di campagna.

È un rapporto che ha la sua origine già nei primi contratti di mezzadria che vedono l'esistenza di un inviato del padrone sul fondo, un sostituto che tuteli i suoi interessi e che si adoperi per la massima convenienza nell'impiego delle forze produttive. Il non recente ma utile volume di Bruno Rossi34, testo di carattere più giuridico che storico, ripercorre la genesi della figura del fattore di campagna partendo dal periodo imperiale, scendendo poi verso l'alto medioevo e attraversando i secoli dal Quattrocento all'unità d'Italia, e individua negli anni della libertà comunale e dell'ascesa di una borghesia cittadina il momento esatto della nascita di questo sostituto padronale35. E per quanto riguarda il suo periodo di maggior fortuna, i quattro secoli che vanno dal xv al xix, si sofferma ad analizzare le altre figure di preposti presenti nelle aziende agrarie con mansioni e compiti più o meno simili a quelli del fattore: il "procuratore", il "ministro", il "maestro di casa". Tornando all'agente di casa Foscarini, è lo stesso Vincenzo Fiorio a definire il suo incarico all'interno dell'azienda, dimostrando piena coscienza del ruolo e delle responsabilità che questo comporta:

C'è sempre stata, e sarà sempre tutta mia premura di studiare tutti i mezzi possibili per la buona condotta e pel ben essere de' di Lei interessi a me appoggiati, come è di mio special dovere nell'adempimento de' miei incarichi, continuarlo collo stesso zelo, collo stesso amore, colla stessa premura ed onoratezza con cui da tanti anni ho l'onore d'aver travagliato ed operato sotto di lei, pregandola di volermi compatire in quelle mancanze in cui può incorrere un onorato agente. Da lunga esperienza so quanto Ella sia piena di bontà per continuarmi la sua valevole amorevolezza in compatir me e la mia famiglia, anche per l'avvenire, del che ne siamo e ne saremo sempre obbligatissimi []36.

In due lettere di alcuni anni prima, però, a proposito di una compravendita di partite di foglia di gelso, utilizza indistintamente i due termini "fattore" e "agente", a dimostrazione di una oscillazione linguistica nell'utilizzo comune; Rossi stesso sottolinea più volte come il termine "agente" fosse uno dei più vaghi, usato per indicare funzionari, inviati e preposti con gli incarichi più vari. E inoltre, mancando delle scuole di agricoltura nelle quali apprendere i mezzi culturali per svolgere adeguatamente le funzioni di fattore, istituzioni di cui si sentirà l'esigenza, anche per un'opportuna preparazione dei proprietari, solo a partire dalla seconda metà dell'Ottocento, il mestiere di fattore veniva ancora tramandato di padre in figlio, di generazione in generazione. Forse proprio per questa ragione tra il xvii e il xix secolo venivano pubblicati una serie di testi sotto forma di manuali teorico-pratici o di istruzioni a vantaggio del fattore di campagna, vere e proprie guide per apprendere l'esatto governo di coltivazioni e lavoratori della terra.

Fra' Paolo Sivieri nel 1717 pubblica un volumetto definendo provocatoriamente il fattore, già nel titolo, una persona «inutile»37: a suo avviso è una di quelle persone che hanno abitato per vent'anni in città e che poi, leggendo qualche testo, tra cui quello dell'Allegri38, hanno improvvisato la professione. Ma già Santo Benetti, che si definisce «uomo di campagna e non di Lettere», all'età di quarantaquattro anni, dopo essere stato gastaldo e fattore e aver servito case di cittadini e patrizi veneti, sente, grazie all'esperienza accumulata, di poter dettare le qualità che deve possedere un buon fattore:

Prima di tutto il buon Fattor di Villa, deve essere timorato di Dio, vale a dire, non bestemmiatore, non avaro, non concubinario, non adulatore, non bugiardo, non sonnacchioso, ma svelto, ed operoso, e tutto premura per l'interesse del suo Padrone. Deve poi avere esatta cognizione dell'Agricoltura, perché senza quella verrà tacciato da Fattor di comparsa, come pur troppo ve ne sono, che altro non hanno in pensiero, che di comparir ben vestiti per tutto dove si portano, e particolarmente sopra i Mercati; ponendosi in vista sulle Botteghe di Caffè, per essere sberrettati non solo dalli Affittuali soggetti a essi, ma ancora dai suoi Confattori, che vanno alla buona, sebbene siano, in sostanza, da più di loro39.

E un buon fattore deve possedere doti di riservatezza e circospezione:

Il Fattore non dovrà in alcun tempo parlare degl'interessi del suo Padrone [...]. Né si faccia, come fan molti, che con una somma facilità discorrono non solo degli affari a essi appoggiati, ma nemmeno si astengono di palesar gli andamenti delli Padroni [...] e Fattori di questa indole si trattano, con ragione, da chiacchieroni, titolo proprio della maggior parte dei Barbieri, che nello stesso tempo, che radono, non fanno altro, che cicalare[...]40.

Anche Giovanni Salvini scrive al suo fattore di campagna41 e si ripromette di impartire istruzioni semplici perché destinate a «persone rustiche» e non a scienziati. Il fattore, nel quotidiano lavoro con i contadini, dovrà armarsi di «invitta fortezza e magnanima costanza»42 perché questi vorranno continuare a coltivare la terra secondo i loro usi e la tradizione trasmessa dai padri. Risulterebbero databili al 1609, invece, le istruzioni che monsignor Innocenzo Malvasia invia al fattore della sua tenuta di Castelfranco Emilia con lo scopo di richiamare la sua attenzione su una serie di questioni rilevanti: ridimensionare la terra concessa a mezzadria, risolvere il problema del bestiame e, come nelle indicazioni di Salvini, avvertirlo della difficoltà che incontrerà nell'ammaestrare i contadini sui nuovi metodi da usare. Roberto Finzi ha lavorato a lungo sul manoscritto di Malvasia e ne ha tratto un volume che ricostruisce l'insieme delle istruzioni divise per temi43. Ha invece le caratteristiche di un piccolo trattato, una specie di compendio tecnico sul modo migliore di tenere gli ingrassi, conservare le derrate o trattare gli alberi da frutta, il testo intitolato Il fattore di campagna della Sonzogno, uno scritto «dettato in forma popolare, succinta, chiara, alla portata d'ogni intelligenza», come recita il frontespizio.

Sarebbe interessante capire se anche Fiorio, all'inizio del suo incarico, abbia ricevuto una serie di istruzioni scritte da Foscarini. Nelle lettere non risulta traccia di un documento simile ma, forse, la cura e la partecipazione dimostrate dall'esule veneto nel seguire l'andamento delle sue terre hanno permesso la costante elargizione di una serie di piccole lezioni di agricoltura impartite all'agente nel periodo immediatamente successivo al trasferimento da Venezia e precedente a quello a Milano, e proseguite poi per lettera e durante le visite a Cartabbia. Comunque le mansioni e i compiti assegnati a Fiorio sono facilmente rintracciabili nelle lettere: sorveglianza sui massari, controllo e salvaguardia delle coltivazioni e dei raccolti, riscossione degli affitti, vendita e acquisto dei prodotti. Occorre sottolineare che nello svolgimento quotidiano dei suoi doveri Fiorio si avvale della collaborazione di un certo Guido, probabilmente il vero e proprio fattore delle terre Foscarini, colui che coadiuva l'agente-procuratore Fiorio, una figura che, nella scala gerarchica, è certamente al di sotto di Vincenzo e al di sopra dei massari. In alcune lettere Fiorio lo definisce ironicamente «il professor Guido», probabilmente perché è un lavoratore della terra di grande esperienza o forse perché i due battibeccano su questioni agricole e Guido fa sfoggio di tutta la sua cultura sull'argomento. Il brano che segue sembra dimostrare chiaramente il ruolo di questo personaggio.

La relazione Guido intorno la foglia gelsi delle quattro massarie che è stato a vedere risulta; Cesare dice che avrà un luogo per l'altro più che l'anno scorso, Talamona in tutti i suoi luoghi, più dell'anno scorso, eccetto che per calo de' Moroni44 in Caspè verrà ad'avere poco meno, o al più come l'anno scorso. Luini dice che avrà a undipresso, un luogo per l'altro come l'anno scorso e qualcosa più. Luchina anch'esso qualche cosa più dell'anno scorso. Tibiletti verrà a essere poco meno dell'anno scorso. In pieno già Guido ritiene esservi la quantità dell'anno scorso forse qualche picciola cosa di più45.

Collaboratrice fondamentale è Annunziata, moglie di Fiorio, che affianca il marito nel lavoro di ogni giorno. A lei sono ovviamente destinati compiti più adeguati al ruolo femminile: l'acquisto di alcuni tessuti come il lino per conto del padrone, l'incarico di confezionare calze per Foscarini e per il figlio di questi, Benedetto, il governo e la manutenzione della dimora signorile compresa la custodia della biancheria, soprattutto in occasione dell'arrivo e della partenza di Foscarini, ma anche la distribuzione della legna donata dal padrone ai poveri o della carne sempre concessa dal signore ai massari per le feste. Anche i figli aiutano Fiorio, soprattutto nei momenti in cui i lavori si fanno più pressanti.

I gran caldi fecero nascere in furia le parpaglie46, e in questi giorni ci hanno voluto levare la pelle sì a Nunziata, a Giacomino che a jo, come anche Camillo tutto il tempo che ha potuto stando in piedi dalla mattina prima delle tre sino passata la mezza notte senza nemmen aver tempo di mangiare. Ma se non altro ho la consolazione che riescirà buona [la semente dei bachi da seta47 n.d.r.]48.

Il riferimento alla partecipazione dei figli ai lavori dell'azienda fornisce l'opportunità di parlare dell'evidente desiderio di Fiorio di trasmettere a uno dei figli, Giacomo probabilmente, il suo faticoso e accreditato mestiere. In occasione di una sua assenza per andare a trovare l'altro figlio, Amabile, quello che poi diventerà sacerdote, entrato in un seminario a Lecco forse anche per l'intercessione di Foscarini49, Giacomo è pronto a sostituirlo: utilizzando lo stile, le frasi di circostanza, le formule di apertura e chiusura delle lettere che normalmente usa il padre, scrive un breve messaggio a Foscarini per accompagnare una lettera redatta da Vincenzo ma che lui, forse, non riesce a spedire in tempo.

Pregiatissimo Sig. Padrone, L'altra sera il mio Papà si dimenticò di dirle che intanto che aravamo in campagna, Malnà Francesco a piantar la sieppe moroni, venne in Cartabbia un carettiere mandato dal Tagliabue con un fascetto di piante fruttifere [...]. Entro la presente settimana li due Osti Farinetta e Chicarino verranno a levar le loro 8 Bte di vino Bianco. Ecco che arriva Pellegrino colla preg. sua d'ieri, che appena arriverà questa sera il mio Papà gliela consegnerò subito ed eseguirà i suoi ordini raporto al vino di Ronchi, ed altro contenuto in Essa. La mamma è tutta consolante nel sentire che Lei va sempre più liberandosi della sua testa. Si la suddetta che io, siamo a pregarla di fare i nostri più ossequiosi rispetti verso la Signora Padrona ed il Signor Benedetto, nel mentre che passo a protestarmi di Lei Obb. ed Ossequiosiss. Servitore Giacomo Gaetano Fiorio50.

Per quanto riguarda l'allevamento dei bachi da seta, comunque, è chiara l'implicazione di tutta la famiglia e questo potrebbe anche significare l'adozione, da parte di Foscarini, della tecnica della «grande bigattiera padronale» o dandoliera, in onore di Vincenzo Dandolo che introdusse l'innovazione: un unico locale adibito all'allevamento dei bachi sotto il diretto controllo del proprietario, sottraendo la conduzione alla dispersione di più locali sistemati nelle varie case coloniche. A questo punto, per tentare di focalizzare meglio le mansioni di Vincenzo Fiorio e ricostruire i compiti cui attendeva nell'arco della giornata, è necessario scendere brevemente nel dettaglio delle lettere, piene di comunicazioni e di resoconti estremamente concreti che quasi mai si abbandonano a divagazioni. Vi sono narrate le operazioni quotidiane comuni a qualsiasi agente, andamento delle coltivazioni, semine, potature, vendite di prodotti come frumento o altro, ma anche altre notizie non presenti in tutte le lettere: il desiderio di Vincenzo Fiorio è infatti quello di rendere Foscarini costantemente informato su ogni particolare «come se Ella fosse presente in tutto»51, dichiara soddisfatto.

Innanzitutto l'aspetto esteriore delle missive: si presentano scritte su fogli piegati in due di carta pergamena e la media è più o meno di quattro-sei facciate per lettera. La calligrafia dell'agente è molto chiara e leggibile, il tratto quasi sempre "rilassato". Difficile riuscire a stabilire il grado di alfabetizzazione di Fiorio, ma l'italiano utilizzato è abbastanza corretto, scorrevole. Non ci sono cancellature o aggiunte di parole, ma probabilmente l'agente redige sempre una copia delle lettere. La scorrevolezza delle frasi fa pensare a una scrittura di getto, senza una qualsiasi pretesa letteraria, come se quella con il padrone fosse una sorta di "conversazione scritta". In testa al foglio la località, Cartabbia, qualche volta Varese, poi la data. La formula di apertura è sempre la stessa, al «Pregiatissimo Signore», così come quella di chiusura, dal suo «Devotissimo, Obbligatissimo ed Ossequiosissimo Servitore Vincenzo Fiorio». Qualche volta le missive accompagnano prodotti della terra da recapitare a Foscarini: frutta, verdura ma anche polli o capponi. E anche Fiorio va a Milano talvolta tornando indietro con appunti dettatigli a viva voce dal suo signore. Le lettere vengono scritte quasi sicuramente a fine giornata, il momento più tranquillo per Fiorio, ma può capitare che, a causa degli spostamenti all'interno dell'azienda, sia costretto a redigere le sue relazioni anche in situazioni non proprio agevoli, sotto la pioggia, a Varese, oppure che si trovi obbligato a interrompere la scrittura per vari motivi per poi ritrovare con difficoltà il filo del discorso. Senza contare gli imprevisti "tecnici" o meteorologici

Perdonerà se le ho scritto malamente perché ho una penna cattiva e i temperini guasti []52. O che freddo! O che freddo! principia d'essere un po' troppo impertinente perché si diverte a far cadere la penna dalle mani53.

Subito dopo la formula di apertura della lettera, Vincenzo Fiorio si sofferma di solito su particolari relativi alla spedizione o al ricevimento della posta: è molto facile, infatti, che le missive si perdano o subiscano forti ritardi sia in arrivo che in partenza. Non è raro il caso che le prime frasi siano dedicate anche a notizie relative alla salute dei suoi padroni, Foscarini e la moglie, ma sovente il paragrafo iniziale è occupato dal clima: dalle variazioni di freddo, caldo, pioggia o neve dipendono l'andamento dei lavori in campagna, la crescita delle coltivazioni, il benessere dei bachi, il trasporto delle merci, la salute dei massari e quella della stessa famiglia Fiorio. In un'economia di vita che ruota quasi totalmente intorno alla benevolenza delle stagioni è ovvio che questo tipo di informazioni, in una scala gerarchica di importanza, risulti tra i primi posti. Il corpo centrale delle lettere appartiene alla direzione dell'azienda:

Vennero in Cartabbia questa mane Angiolino Camparo con i due massari Giobatta e l'Oste e mi dissero il primo d'aver preparato il suo fosso lungo B. 50 [probabilmente braccia n.d.r.], ed il secondo per B. 48, ma che avevano da terminare altro pezzettino, per cui consegnai loro Moroncini N. 22054.

Seguono indicazioni sui prezzi nei mercati e sulle vendite dei prodotti:

Parlai con Sonsin interrogandolo jeri intorno le nuove che corrono de' formenti, e tanto il Bartolomè, quanto il Filippino, mi dissero che sono venute jeri cattivissime nuove da Laveno e che quel mercato è andato malissimo, e questa mattina che ho mandato a bella posta Giacomino a Varese, gli fu detto dai sensali tutti che non fu venduto nepure un moggio di formento, e che esibiscono ancora molto meno di Lunedì55.

Ieri sera parlando col Gavirati delle gallette56 mi disse che i Varesotti credevano di poter comprare soltanto al di sotto delle 4 lire come comperarono varie partite al L. 3.15, 3.17, 3.18. Il Robioni però aveva dato ordini separati dalla lega ai sensali sotto tutta la segretezza di fare acquisti anche a L. 4, a L. 4.1 ed a L. 4.2 e dice il Gavirati che è l'unico che potrà far andare la sua filanda per lungo tempo, quando gl'altri non arriveranno alla metà di Lugl. Anche il Calcagni hà fatto vari prezzi di nascosto della comun lega. Ripettè però che il maggior prezzo fu fatto dal [Moragosci] e che gli altri non oltrepassarono le L. 4.6 a L. 4.7 al più. [...] Dai filatoi già è impossibile il saper nulla, come ancora non si sa il prezzo della Casa Carcano. Se saprò qualcos'altro glielo scriverò in seguito57.

Vincenzo Fiorio trascorre le sue giornate tra le campagne di Cartabbia, nei mercati di Varese, nelle case degli acquirenti a combinare affari, in mezzo ai sensali ad ascoltare le ultime nuove sui prezzi e non solo, ma il suo lavoro è soprattutto con i massari. Il Rossa, il Malnà, il Malnà Francesco, Visconti, Guido, Talamona, Luini, Sant'Albin, Cesare, Luchina, Spagnò, Teodoro, Tibiletti, sono gli uomini del nostro agente, quelli che lo affiancano ogni giorno in campagna, sono i capi delle famiglie e quindi delle masserie a lui affidate. Deve controllare il loro lavoro, ma anche la loro onestà e dirittura morale, fare da tramite con il padrone per le loro esigenze, occuparsi, per conto di Foscarini, dei fidanzamenti dei giovani e degli eventuali matrimoni, mostrare quel discernimento che gli fa distinguere un ritardo di pagamento dovuto a difficoltà economiche, da un tentativo di frode verso il padrone. Il giudizio di Fiorio sui massari non è lusinghiero e ritiene che, senza la sua guida, gli uomini manderebbero tutto in malora.

Già spero che potrà aver osservato che procuro di non trascurar nulla, e tengo presente ogni cosa (non faccio per vantarmi), ma se avrà osservato che le operazioni di campagna sono in qualche parte lodevoli non è già per accidente, ma frutto d'instancabile lavoro, non potendomi fidare nell'esecuzione di veruno perché pochi sono quelli che capiscono, e quei pochi procurano di tenere all'oscuro più che ponno, perché non succedino novità. Perdoni questa mia perorata, ma non ho potuto fare a meno di dirglielo, vedendomi circondato da gente che nulla s'interessa al buon andamento delle cose []58.

E visto che sembra essere ben consapevole del suo ruolo di guida, non rinuncia a rivendicare per sé quei meriti che Foscarini, talvolta, sembra negargli.

Ella sappia che tutti i massari di Cartabbia sono incoraggiati da me che do' il buon esempio, e che procuro di resistere sì la mattina a buon ora che la sera tardi in campagna e che li tengo sollecitati onde vedere andare innanzi i fatti, altrimenti tutti procurano di stare meno che ponno in campagna. E già da una settimana circa la mattina e la sera spira un'aria così fredda ed acuta che non si può quasi resistere, ma pure se io mi ritiro resta finita ogni cosa. Basta, Ella è buono e capace di ragione e saprà compatire e vedere che non avendo uomini sotto da potersi fidare non può avere onore nepur quello che è alla direzione. Ma l'ora è tarda, ed io mi perdo a farle presente queste cose che Ella capisce meglio di me []59.

L'agente Fiorio, però, ispira sicuramente anche rispetto e fiducia nei suoi uomini, sentimenti guadagnati in anni e anni di convivenza: sanno che non dimentica mai di inserire nelle lettere le loro sollecitazioni, soprattutto quando si tratta di richieste di aiuto, per esempio anticipi in denaro, e sanno anche che riesce a individuare e riconoscere le intemperanze causate solo dalla miseria e dalla necessità60.

Ho piacere che anche il curato sia a parte dei dispiaceri da Lei sofferti da' suoi massari. Egli dovrebbe potere almeno coi consigli e massime di religione frenare in parte questi sfrenati e sconsigliati abusi. Ben inteso quando d'abusi si tratti, che i massari han fame e vogliono mangiare. Ho saputo trasversalmente che la settimana scorsa il Luchina deve aver batuto della segale, e che ne consumò tanto in pane che in minestra, oggi dopo replicate inchieste, e dietro il suo permesso gli ho dato il moggio di formentone. Gli altri massari fin ora non battono sull'aia ma chi sa cosa faranno in casa per compiere al loro bisogno per la minestra61.

Forse è un modo per divertire il suo signore, forse sa di dover alleggerire i suoi resoconti con delle note divertenti o curiose, forse è il destinatario che ama essere informato su ogni novità del luogo che gli appartiene, forse è il solo gusto del pettegolezzo. Qualunque sia lo scopo, le lettere di Fiorio contengono anche molte notazioni amene. È qui che il compassato Vincenzo si abbandona a giudizi anche pesanti. Il bersaglio preferito sono quei signori un po' tronfi che girano in paese, quelli che lo salutano «con la solita aria minc...», afferma censurandosi, o che hanno ambizioni d'essere presentati a corte. E poi ci sono tenenti della gendarmeria che si trasferiscono perché hanno avuto un «avanzamento di grado e di soldo», e quel Montaruzzi che è riuscito a far bere una storiellina a Fiorio che «anche l'astuto Ulisse avrebbe creduto». Diverse sono le morti e i funerali nel contado, ma non bisogna sempre credere a tutto quello che si sente dire...

Jeri sera ho sentito con mio dispiacere esser passata a miglior vita la gentilissima moglie del Giudice di Pace, e mi pare ancora impossibile. [...] Ho piacere d'esser venuto a Varese, anche per aver verificato non esser vero la morte datami a intendere jeri sera della moglie del Giudice di Pace, ma invece esser morta la madre di detto Giudice, vecchia acceccosa, mezza tisica che sputava sangue ecc. ecc. Ecco che non si può creder nulla se non si verifica con i propri occhi62.

Capita che arrivino alle orecchie di Foscarini notizie sul suo agente non molto lusinghiere. Il preposto si affretta a rassicurarlo: sono solo pettegolezzi, ciarle, dicerie senza importanza e, per fortuna, il delatore ha già abbandonato Cartabbia.

Dopo la partenza di Paolino da Varese, il povero varese è morto e non v'è più pettegolezzi poiché egli n'era il Capo, e tutto il paese è a lutto per una tal perdita. Vi si aggiunga a ciò che io niente mi fermo né nelle bottiglierie, né alla casa di nessuno, e fuori di quel poco teatro di cui non volli perdere una sera, non sono grazie al cielo mai stato fuori di casa inoperoso, e molto meno quando mi trovai in casa. Ora soltanto era da tre giorni che ho fatto la vita del beato p.... [Fiorio è stato a letto malato n.d.r.] ma presto tornerò a mettermi in moto, e allora attenderò meglio alle novità del paese. Le dico il vero nulla ho sentito, e nulla posso dirle. ah! Paolino!... Paolino!63

Le campagne non sono affatto sicure: bande di ladri le infestano rendendo pericolosi i trasporti di merci e di persone. È per questo che Fiorio raccomanda spesso al suo signore di intraprendere viaggi con la luce del giorno e di stare accorto. Una delle vittime degli assalti è l'oste Passarella e Fiorio, senza risparmiare dettagli, racconta a Foscarini il fatto di sangue con lo scrupolo e la curiosità di un vero cronista.

Cinque assassini lo assalirono nella sua osteria alla Cà dei As, passata la mezza notte, lo presero per il collo lo gettarono in terra e lo trascinarono sotto il portico della strada, e gli misero un coltello alla gola con l'intenzione di tagliargli le canne, ma per buona sorte il coltello aveva il fodero, ma nel fare gl'atti di scannarlo il coltello andò in bocca del Passarella, questi si difese quanto ha potuto, e nei dibattimenti gli riescì di scavezzare il coltello, e in tutta questa manovra fu sempre presente a se stesso quantunque fosse in braccio alla morte. Il detto Passarella restò offeso dal coltello e nella bocca e nel mento, e finalmente in quattro dita quasi tagliate del tutto. Porzione dei compagni intanto entrarono nell'osteria e cercarono di rubare quel che han potuto, perché erano tutti al buio. La moglie strillando dalla finestra chiamò ajuto, e il massaro Bottino che sta in quelle vicinanze principiò a sparare delle schiopetate, e i ladri se ne fugirono, lasciando il Passarella involto nel fango sotto a una carretta di calcina che per accidente colà si trovava, e colà rifugiandosi gli riescì di salvare la vita. Questi assassini, strada facendo verso Gallarate fecero altri cinque assalti, e a un tintore hanno portato via fino le scarpe64.

Il legame epistolare si spezza solo una volta con una lettera che viene scritta da Giacomo, il figlio maggiore. La lettera è senza data ma, dal tono e dalle parole, si intuisce che è relativa a un lutto familiare, forse la morte di Lucia, la secondogenita di Fiorio. È l'unico momento in cui Foscarini viene escluso dalla vita del suo agente.

Pregiatissimo Signor Padrone, l'afflizione di mio padre è così forte, che ancora non ha potuto calmarsi, e per quante volte si è provato per risponderle, non è mai stato buono, per cui ha incombenzato me, per poter almeno tenerla ragualiata. La mia povera madre e tutti noi siamo dolentissimi. Il Cielo così ha destinato, e ci vuol pazienza. [...] Nei pochi momenti che mio Padre ha un po' di calma dei suoi dolorosi pensieri, si lavora ne' registri preparando il quinternetto65 massari [...]66.

Questa breve antologia di brani permette facilmente di comprendere, tra le righe di uno scambio di ordini impartiti e compiti eseguiti, il rapporto di stima e di affetto che unisce Vincenzo Fiorio e Giacomo Maria Foscarini. I due si conoscono da molti anni e questa consuetudine ha creato un legame che va oltre il contratto formale tra un proprietario terriero e il suo agente di campagna. Sono numerosissime le manifestazioni di gratitudine che Fiorio inserisce nelle sue lettere: sono sinceri ringraziamenti per la benevolenza che Foscarini mostra verso la sua famiglia, spesso con doni, altre volte con elogi e approvazioni. Ma sono anche richieste di perdono per eventuali errori e disattenzioni che si verificano «non già per mancanza di rispetto o di premura a chi fa tanto per noi, ma solo per pura insufficienza e timidezza»67. Fiorio sa che la sua vita e quella della sua famiglia dipendono totalmente dal padrone: è un'appartenenza che giunge a essere quasi fisica visto che riempie le lettere anche di annotazioni mediche sulla sua salute e su quella di Nunziata, e cioè sulle due persone che sono parte integrante del meccanismo produttivo dell'azienda agricola. Ma, sparsi tra i fogli, ci sono una quantità di altri indizi difficili da interpretare: impossibile capire certe allusioni e certi ammiccamenti su persone o vicende, impenetrabile spesso il "non detto" e il "non scritto" dell'agente di Cartabbia. La ragione è da cercare anche nel tipo di rapporto che intercorre tra Fiorio e Foscarini, un rapporto diretto, senza intermediari come accade invece in altre aziende di più vaste dimensioni. Elsa Luttazzi Gregori ha ricostruito la struttura tecnico-agraria della fattoria di Fonte a Ronco nella Valdichiana, appartenente all'Ordine di S. Stefano68. In questo caso, come in altri studi di biografie aziendali, la documentazione utilizzata è stata quella dei libri dei saldi, ma sono state prese in esame anche le lettere dei fattori e le istruzioni a loro inviate. Il fattore di cui tratta Gregori, però, inviava le sue relazioni a un Cavaliere Soprintendente che faceva da tramite tra i vertici dell'azienda e i preposti. Il materiale archivistico della famiglia Pepoli è stato analizzato da Maria Valeria Cristoferi69, ma anche nel caso di questa tenuta ci troviamo di fronte a un fattore che riferisce del suo operato all'amministrazione centrale della tenuta a Bologna scrivendo al ministro di casa che poi si occuperà di riferire. L'agente della possessione di Bertonico, appartenente al patrimonio dell'Ospedale maggiore di Milano, è il rappresentante della proprietà ma i suoi compiti si limitano generalmente a una vigilanza del lavoro altrui70. Non è diretta neanche la relazione epistolare che intercorre tra il conte Luigi Camerini e il suo agente Gaetano Suzzi residente a Stienta, in provincia di Rovigo, nel palazzo Nappi, meglio conosciuto come "La Corte", sede dell'Agenzia Camerini, lontana dall'Agenzia centrale della zona padovana; con quelle lettere, però, oltre alla ricostruzione delle vicende del vasto patrimonio familiare, Anna Pretto è riuscita anche a definire il rapporto quasi "familiare" esistente tra Suzzi e il conte proprietario71, un rapporto per alcuni aspetti molto vicino a quello che vincolava Fiorio a Foscarini. Vi sono delle differenze evidenti tra i due agenti: Gaetano Suzzi era anche il sindaco di Stienta nonché proprietario di beni immobili e «realizza in sé la convergenza del potere economico col potere politico, rappresenta e difende gli interessi di una classe padronale geograficamente e culturalmente lontana dai problemi agrari locali»72, come sottolinea Pretto. Suzzi gode della piena fiducia padronale, controlla le produzioni, suggerisce soluzioni, «ottiene o fornisce informazioni confidenziali e appoggi»73, e costituisce «un anello di congiunzione tra il mondo padronale e la folta schiera di affittuali, mezzadri e operai, impiegati a vario titolo nelle possessioni»74. Il suo ruolo e il suo potere risulteranno particolarmente evidenti con la sostituzione dell'affitto alla conduzione in economia a partire dal 1873 e con i moti bracciantili del 1884.

Vincenzo Fiorio scrive una lettera ogni due giorni circa: Rossi, riportando le clausole contrattuali relative agli obblighi di un fattore, parla di una relazione che deve essere settimanale75; la Cristoferi, invece, per quanto riguarda i preposti della famiglia Pepoli, indica la stessa frequenza epistolare di Fiorio. Storicamente è stato sempre sottolineato l'assenteismo padronale ma nel caso di Giacomo Maria Foscarini ci troviamo di fronte a un proprietario che risulta avere un controllo completo e minuzioso dell'andamento della sua azienda, tanto da indicare per lettera persino il numero del vasello di vino da porre in cantina. Fiorio, da parte sua, mostra un'assoluta condiscendenza e obbedienza nei confronti dei ripetuti e continui interventi del suo signore, senza contare i libri contabili e i conti giornalieri che l'agente redige e spedisce costantemente a Milano: escluse le semplici operazioni nelle vigne o per la conservazione del frumento, non c'è mai un tentativo anche minimo di cambiamento delle disposizioni di Foscarini. Fiorio, infatti, si limita a suggerire consigli dettati esclusivamente dal suo essere sul luogo, dall'esperienza e dalla conoscenza che ha del suo padrone, ma riserva sempre a lui la decisione finale. Insomma, tra la frequenza delle lettere di Fiorio e la sua scarsa autonomia nella direzione dell'azienda c'è un nesso più che evidente. E d'altronde Giorgetti parla di un agente assolutamente non adatto a una gestione e a un'iniziativa di carattere imprenditoriale: la sua funzione si limiterebbe a compiti di sorveglianza dei contadini e allo sfuttamento di ogni possibilità di rendita consentita mantenendo l'assetto produttivo tradizionale76. Certo è che con le sue relazioni dettagliate e colme di notizie e di informazioni non solo agricole, Vincenzo Fiorio riveste un'importanza fondamentale per il possidente veneto, un ruolo che non si ferma ai semplici doveri contrattuali di un agente di campagna: spesso Foscarini affida a Fiorio incarichi delicati e sembra dare molto credito alla sua visione delle cose.

Anche Giacomo Maria Foscarini sembra non rispondere ai canoni del proprietario terriero del periodo, in un certo senso anch'egli potrebbe essere definito "atipico" così come il suo agente. Nonostante Claudia Morando sottolinei la consuetudine dei proprietari varesini a seguire direttamente i problemi relativi alle coltivazioni, rinunciando alla solita delega ai coloni77, per la cura che riserva alla sue terre, per il suo desiderio di sperimentare e verificare, Foscarini sembrerebbe essere più vicino alla figura del proprietario terriero che si diffonderà a partire dalla seconda metà dell'Ottocento descritto da Giuliana Biagioli a proposito di Bettino Ricasoli78: un «proprietario agronomo e uomo d'affari interessato all'aumento del reddito per vie più moderne; un proprietario che portava nella guida delle aziende agrarie lo stesso spirito imprenditoriale e la stessa ricerca dell'utile che guidava l'attività economica di altri protagonisti nei diversi settori, dall'industria alla finanza».

Note

1. Archivio di Stato di Varese, Fondo Foscarini, iii acquisto, lettera del 5 gennaio 1830 (d'ora in poi asva, ff, i acquisto, ii acquisto, iii acquisto). I tre acquisti si riferiscono a quelli dell'Archivio di Stato di Varese: il primo gruppo di lettere nel 1989, il secondo, proveniente da Roma, nel 2000, e il terzo, le 34 lettere rinvenute in una libreria antiquaria, nel 2001.

2. E. Luttazzi Gregori, Organizzazione e sviluppo di una fattoria nell'età moderna: Fonte a Ronco (1651-1746), in Ricerche di storia moderna, t. 2, Pacini, Pisa 1976; G. Biagioli, Il modello del proprietario imprenditore nella Toscana dell'Ottocento: Bettino Ricasoli. Il patrimonio, le fattorie, Leo S. Olschki, Firenze 2000; O. Goti, Contadini e agricoltura dal sec. xvii al 1859, in S. Borghi, C. Nassini, O. Goti, Foiano della Chiana 1525-1861. Bonifiche e trasformazioni del paesaggio agrario e della realtà sociale, Giardini, Pisa 1988.

3. M. Martini, Fedeli alla terra. Scelte economiche e attività pubbliche di una famiglia nobile bolognese nell'Ottocento, Il Mulino, Bologna 1999.

4. Biagioli, Il modello del proprietario imprenditore, cit.

5. R. Finzi, Monsignore al suo fattore. La istruzione di agricoltura di Innocenzo Malvasia (1609), Istituto per la storia di Bologna, Bologna 1979.

6. P. Verri, Lettere al fattore di Biassono, Cariplo-Laterza, Roma-Bari 1984.

7. C. Zadra, G. Fait (a cura di), Deferenza, rivendicazione, supplica. Le lettere ai potenti, Pagus, Treviso 1991.

8. asva, ff, ii acquisto, lettera del 15 febbraio 1819.

9. Le notizie provengono dall'archivio parrocchiale di Galliate Lombardo.

10. Presso l'Archivio di Stato di Varese, in alcuni documenti che riguardano censimenti di proprietà, Giacomo Maria Foscarini risulta censito nel 1800 per pertiche 1.455 e il nome è seguito da «q. Pietro» (quondam Pietro), premesso al nome di persona defunta.

11. C. Morando, Giacomo Maria Foscarini nella storia dell'attività agricola nel Varesotto, in "Calandari d'ra Famiglia Bosina par or 2000" pp. 102-3.

12. Ivi, p. 100.

13. F. Cova, Alcune note su Giacomo Maria Foscarini, cittadino di Varese, in "Calandari do ra Famiglia Bosina par or 1997", pp. 51-62.

14. Ivi, pp. 54-5.

15. G. M. Foscarini, Esperienze ed osservazioni sulla malattia de' bachi da seta conosciuta sotto il nome di calcinetto, in "Biblioteca Italiana", t. xxii, anno vi, Aprile, Maggio e Giugno 1821, pp. 59-83.

16. asva, ff, ii acquisto, lettera senza data.

17. Per uno sguardo generale sull'abbandono delle tecniche agricole tradizionali e sugli sforzi miranti a migliorare l'agricoltura, non solo lombarda, cfr. G. Giorgetti, Contadini e proprietari nell'Italia moderna. Rapporti di produzione e contratti agrari dal secolo xvi a oggi, Einaudi, Torino 1974; M. Romani, L'agricoltura in Lombardia dal periodo delle riforme al 1859, Vita e Pensiero, Milano 1957; B. Caizzi, L'economia lombarda durante la Restaurazione (1814-1859), Banca Commerciale Italiana, Milano 1972; R. Ciasca, Aspetti economici e sociali dell'Italia preunitaria, Istituto Storico Italiano per l'età moderna e contemporanea, Roma 1973; M. Meriggi, Il regno Lombardo-Veneto, utet, Torino 1987; A. Moioli, La gelsibachicoltura nelle campagne lombarde dal Seicento alla prima metà dell'Ottocento, Libera Università degli Studi di Trento, Trento 1981; Contadini e proprietari nella Toscana moderna. Atti del convegno di studi in onore di Giorgio Giorgetti, vol. 2, Leo S. Olschki, Firenze 1981.

18. G. Bigatti, La città operosa. Milano nell'Ottocento, FrancoAngeli, Milano 2000.

19. Ivi, p. 55.

20. G. Burger, Reise durch Ober-Italien, p. 66.

21. T. Dandolo, Ricordi. Primo periodo 1801-1821, i, Domenico Sensi, Assisi 1867, p. 18.

22. asva, ff, i acquisto, lettera senza data, databile 13 dicembre 1819.

23. Ivi, lettera del 20 gennaio 1820.

24. Ivi, lettera del 22 gennaio 1820.

25. Ivi, lettera del 15 aprile 1820.

26. È del 1806 il volume di Dandolo Sulla coltivazione dei pomi di terra. Quattro anni dopo uscì un altro testo in cui il conte continuava a proporre ai contadini la coltivazione delle patate: Nuovi cenni sulla coltivazione dei pomi di terra e applicazioni a vantaggio sì delle famiglie che dello Stato, Milano 1810.

27. Gruppo di palchettisti a teatro.

28. asva, ff, ii acquisto, lettera del 25 dicembre 1815. Le sottolineature sono nel testo.

29. Ivi, lettera del 4 (aprile?) 1816.

30. Ibid. La sottolineatura è nel testo.

31. P. Preto, Un "uomo nuovo" dell'età napoleonica: Vincenzo Dandolo politico e imprenditore agricolo, in "Rivista storica Italiana", xciv, 1982, pp. 44-97.

32. Ivi, p. 88.

33. Ivi, p. 63.

34. B. Rossi, Il fattore di campagna. Profilo storico-giuridico, Foro Italiano, Roma 1934.

35. Ivi, p. 57.

36. asva, ff, i acquisto, lettera del 17 gennaio 1822.

37. P. Sivieri, La campagna inferma, il contadino trascurato, il padrone convalescente et il fattore inutile, Ferrara 1717.

38. F. Allegri, Istruzioni al fattore di campagna, Bologna 1706.

39. S. Benetti, L'accorto fattor di villa o sia osservazioni utili ad un fattore per il governo della campagna, Venezia 1761, p. 37.

40. Ivi, p. 65.

41. G. Salvini, Istruzione al suo fattore di campagna, Venezia 1785.

42. Ivi, p. 3.

43. Finzi, Monsignore al suo fattore, cit.

44. "Moroni" significa "gelsi".

45. asva, ff, i acquisto, lettera del primo maggio 1820 (sottolineature nel testo).

46. "Parpaglie" deriva probabilmente da "parpaglione", dal lat. papilio-onis, farfalla.

47. Semente dei bachi da seta o semente bigatti: gli allevamenti che si dedicano alla bachicoltura producono bozzoli destinati alle filande, altri hanno lo scopo di preparare quelli destinati alla sfarfallatura e, quindi, alla preparazione delle uova necessarie ai primi.

48. asva, ff, i acquisto, lettera del 27 giugno 1822.

49. Appartengono all'anno 1820 due lettere che fanno ipotizzare un interessamento di Foscarini per l'entrata di Amabile nel seminario di Lecco. Nella prima, datata 14 febbraio, Fiorio scrive: «Sul conto del mio Amabile già non parlo perché conosco abbastanza il suo bel cuore e qual interessamento si ha preso per esso, per cui io non parlo più solo che internamente vive la riconoscenza. Intanto quando vado a casa consolerò il mio Amabile». In un'altra, probabilmente di marzo, Fiorio fornisce a Foscarini la data di nascita del figlio, forse è la direzione del seminario a chiederla. Nei prossimi due brani, appartenenti a lettere del 1822, l'agente non dimentica mai di ringraziare il suo signore per la premura dimostratagli: «Le dicevo pure che martedi' sera ritornò a Casa il mio Amabile sano e salvo e che appena mi vidde chiese subito con premura dei benefattori nostri i Ssi Principali col ringraziar Lei per le tante cure che si degnò prendere singolarmente per esso...»; «...finalmente sono a pregarla d'un'altra grazia che sarebbe quella se potesse lasciarmi andare nelle prossime due feste di domenica e lunedì a Lecco a trovare il mio Amabile, perché ho sentito dallo stesso Rettore che converrebbe che io vi andassi non già perché stia male grazie al cielo, né perché non faccia discrettamente il suo dovere, ma perché una piccola occhiata va sempre bene il farla». Con alcune mie ricerche sono poi riuscita a rintracciare Amabile che divenne parroco di Galliate Lombardo intorno al 1840: l'archivio parrocchiale conserva un liber chronicus del Fiorio sacerdote.

50. asva, ff, i acquisto, lettera datata «la sera del 23 marzo 1822».

51. asva, ff, ii acquisto, lettera del 21 marzo 1816.

52. asva, ff, i acquisto, lettera del 12 luglio 1819.

53. Ivi, lettera del 13 gennaio 1820.

54. asva, ff, lettera del 7 marzo 1822.

55. Ibid.

56. Gallette [dim. di galla], veneto e lombardo, il bozzolo dei bachi da seta. Il "gallettame" è il cascame di seta costituito dai bozzoli che non si prestano al dipanamento.

57. asva, ff, i acquisto, lettera del 27 giugno 1822.

58. asva, ff, ii acquisto, lettera del 22 maggio 1816.

59. Ivi, lettera del 2 marzo 1819.

60. Sulla situazione dei contadini delle campagne lombarde all'inizio dell'Ottocento cfr. G. Cantoni, Campagne e contadini in Lombardia durante il Risorgimento, SugarCo, Milano 1976, ma anche G. Giorgetti, Contadini e proprietari nell'Italia moderna. Rapporti di produzione e contratti agrari dal secolo xvi a oggi, Einaudi, Torino 1974.

61. asva, ff, ii acquisto, lettera senza data.

62. Ivi, lettera senza data.

63. asva, ff, i acquisto, lettera senza data. Le sottolineature sono nel testo.

64. asva, ff, ii acquisto, lettera del 30 dicembre 1815.

65. Quinternetto [der. di quinto, sul modello di quaderno]. L'insieme di cinque fogli di carta da scrivere, inseriti uno dentro l'altro. Nei libri (codici o a stampa), l'unione di cinque fogli, o membrane, accavallati e ripiegati in modo da formare dieci carte e venti pagine.

66. asva, ff, ii acquisto, lettera senza data.

67. asva, ff, i acquisto, lettera del 20 febbraio 1822.

68. Luttazzi Gregori, Organizzazione e sviluppo di una fattoria, cit.

69. M. V. Cristoferi, Il fattore di campagna nel Settecento dal carteggio della famiglia Pepoli, in "Quaderni storici", 1972, n. 21.

70. S. Zaninelli, Una grande azienda agricola nella pianura irrigua lombarda nei secoli xviii e xix, Giuffrè, Milano 1964.

71. A. Pretto, La Corte di Stienta da Luigi a Paolo Camerini 1866-1930, Minelliana, Rovigo 1995.

72. Ivi, p. 63.

73. Ivi, p. 70.

74. Ibid.

75. Rossi, Il fattore di campagna, cit., p. 146.

76. Giorgetti, Contadini e proprietari, cit., p. 287.

77. Ministero per i beni e le attività culturali - Archivio di Stato di Varese, I luoghi del patrimonio, a cura di C. Morando, FrancoAngeli, Milano 1999.

78. Biagioli, Il modello del proprietario imprenditore, cit., p. 10.