Tra giudizio psichiatrico e assistenza
pubblica: donne internate nel manicomio di Roma alla fine dell'Ottocento

di Laura Schettini

L'uso della cartella clinica è ormai prassi consolidata nella ricerca storica sulla follia1. Luogo d'incontro di documenti, voci e sguardi diversi le cartelle cliniche sono punto di partenza per uno studio delle relazioni tra istituzioni, individuo, famiglia, società all'interno di linee di ricerca nuove e originali. Gli archivi dei manicomi raccolgono la vicenda medica degli uomini e delle donne internate e questa vicenda si snoda attraverso momenti e carte differenti: la relazione medica che accompagnava la persona in manicomio, l'anamnesi, il diario del ricovero, i documenti giudiziari, i racconti dei testimoni, le lettere e carte autografe prodotte dalle donne e dagli uomini durante l'internamento. Un insieme di congetture, ipotesi, giudizi, osservazioni, giustificazioni che finiscono per costituire lo spazio entro cui prendono forma le figure ­ il medico, la donna e l'uomo internato, il vicinato, la famiglia, le guardie, lo psichiatra ­ e la rappresentazione che questi soggetti avevano l'uno dell'altro, le strategie di controllo sociale, le condizioni di vita, ma anche le astuzie e i patemi. Una rete documentaria, dunque, che rende possibile allungare lo sguardo ben oltre le mura manicomiali.

Lo scenario entro cui si colloca il mio lavoro è la città di Roma alla fine dell'Ottocento. I mutamenti economici, sociali e culturali che caratterizzarono l'età contemporanea ricaddero sulla vita degli individui e dei gruppi spesso in modo traumatico e le città sembravano essere il luogo dove maggiormente si rese esplicito il conflitto2. Il volto delle popolazioni urbane mutò drasticamente risolvendosi, in gran parte dell'Europa industriale, in vistosi fenomeni di disgregazione sociale. Contadini inurbati, artigiani impoveriti, lavoratori saltuari, donne sole arrivate in cerca di un impiego domestico, mendicanti e vagabondi, prostitute, pullulavano le vie delle città costituendo una continua minaccia all'ordine tradizionale, soprattutto perché erano soggetti sradicati dalle culture d'origine e non riaggregati intorno a strutture sociali alternative nelle città moderne. Le città apparivano ai contemporanei turbolente, pericolose, ingestibili. Criminalità e pauperismo sembravano confondersi, assumendo un carattere di massa: le cronache del tempo erano ricche di continui richiami all'aumento incontrollato dei furti, dei borseggi, del meretricio, delle truffe, dell'alcolismo. Decine di migliaia di persone erano di fatto disponibili alla trasgressione delle norme e delle leggi sulla spinta di bisogni immediati, primo fra tutti la fame. Da parte loro, oltre ad incarnare il disordine e la pericolosità sociale, le donne e gli uomini dei ceti popolari subirono e agirono profonde modificazioni all'interno della loro vita quotidiana. L'accresciuta complessità del mondo del lavoro e delle relazioni familiari, la mobilità come tratto fondamentale della vita urbana, significarono in molti casi un carico maggiore di responsabilità e il peggioramento delle condizioni di vita ma anche, per alcuni soggetti, l'incontro con nuovi possibili modi di vivere l'esistente.

In generale, uno degli elementi più rilevanti del periodo fu che migliaia di persone si ritrovarono prive di quelle tradizionali strutture di riferimento ­ la famiglia, la piccola comunità ­ che in qualche modo avevano assolto alla funzione di assorbire o regolare gli squilibri che si producevano nella vita individuale.

Il tentativo da parte delle autorità di gestire pauperismo, criminalità e devianza si giocò su più piani. Da una parte la sicurezza sociale fu garantita con strumenti di polizia, accentuando la sorveglianza nei confronti di oziosi, vagabondi, prostitute, donne immorali, ambulanti. In molti casi, come in quello delle giovani nubili dei ceti popolari, l'assenza del tradizionale controllo familiare fu superata con il dispiegamento del controllo poliziesco: a queste giovani donne bastava spesso essere trovate da sole la sera nelle strade della città per essere arrestate e registrate come prostitute3.

Altro livello di intervento fu la separazione massiccia degli «individui pericolosi» tramite il ricovero o la reclusione in apposite istituzioni: carceri, postriboli, manicomi, istituti assistenziali femminili per donne sole come le orfane, le malmaritate, le ex prostitute, le vedove ecc. La mappa dei luoghi di ricovero della Roma ottocentesca assolveva a una funzione assistenziale e di controllo che, come già detto, in altri contesti, soprattutto nei piccoli centri abitati o nelle campagne, sarebbe stata coperta dalle strutture parentali4. Spesso gli istituti incrociavano funzioni e ruoli l'uno con l'altro: è, per esempio, tristemente alto il numero di donne e uomini poveri, di alcolisti, di vedove, di prostitute che finivano nei manicomi invece che in altri istituti assistenziali. Allo stesso tempo era molto frequente che la biografia delle persone marginali si svolgesse passando attraverso più istituzioni: molte donne internate in manicomio provenivano dal carcere, dagli ospedali, dai conservatori e viceversa.

Il quintuplicarsi degli internamenti manicomiali tra l'ultimo trentennio dell'Ottocento e il primo decennio del Novecento costituì, quindi, una delle risposte ai problemi della marginalità, della povertà, della sicurezza sociale, della moralità pubblica, della mobilità, vissuti in termini di ordine pubblico. L'internamento manicomiale è un fenomeno che, certo, riguardò uomini e donne. Ma esso assume caratteristiche profondamente diverse per i due sessi quando è messo in relazione con le cause che lo produssero, con le conseguenze provocate nelle vite individuali, con il valore che l'ambiente sociale attribuiva a tale esperienza. Differente era, inoltre, il sapere psichiatrico sulla follia degli uomini e delle donne.

Rosa B.5 fu condotta nel manicomio romano S. Maria della Pietà nell'ottobre del 1883. Aveva 65 anni e morì l'anno successivo mentre era ancora internata. Dai documenti raccolti nella sua cartella clinica sappiamo di lei che era vedova e aveva quattro figli; era di condizione sociale «povera artigiana». Il medico che redasse la modula informativa6 per ottenerne il ricovero, raccontò:

Tenta di suicidarsi e già una volta ne è stata distolta. Fugge dal domicilio dove crede di essere inutile e a carico degli altri, per questo vuole porre termine alla sua esistenza. Teme sempre che la vogliono arrestare e che l'attende qualcuno che le vuole male. È taciturna e preoccupata dell'impotenza al lavoro.

L'impotenza al lavoro si tradusse, per Rosa B., in un sentimento di inutilità e, peggio ancora, nella paura di essere di peso agli altri. Fatto, questo, che trova il suo posto all'interno della tipologia di economia familiare diffusa tra i ceti popolari della Roma ottocentesca che esigeva il lavoro di ogni membro7. Uomo, donna o fanciulli dovevano provvedere al proprio sostentamento in maniera autonoma andando a lavorare fuori casa, con mestieri e ritmi spesso diversi tra loro. Non stupisce, dunque, che quanti non erano in grado di sfamarsi con il proprio lavoro fossero percepiti e si percepissero un peso per gli altri. Erano i ritmi lavorativi, le condizioni abitative, l'insufficienza delle reti di rapporti all'interno della piccola comunità di quartiere a rendere sempre più improbabile il mantenimento a casa di individui improduttivi o addirittura necessitanti di cure. Nell'ultimo ventennio del xix secolo furono internate nel manicomio romano più di cinquecento vedove. Sappiamo che proprio le donne in stato vedovile erano la categoria (in confronto alle nubili, ai celibi, agli ammogliati, ai vedovi e alle maritate) che al suo interno conosceva il maggior numero di internate8. Furono gli stessi contemporanei a non lasciarsi sfuggire il nesso tra l'alto numero delle vedove in manicomio e le loro condizioni sociali:

Nella donna le gravi condizioni inerenti allo stato vedovile fanno risentire, più che nell'uomo, le conseguenze tremende della funzionalità cerebrale. La donna nello stato vedovile quasi sempre si dibatte nelle questioni finanziarie, lasciate insolute dalla morte del marito, e più spesso anche nella preoccupazione del sostentamento alla vita, che coi nostri ordinamenti sociali per la massima parte dipende dalla produzione del lavoro maschile9.

La storiografia più recente e più attenta allo studio della vita quotidiana delle donne in età moderna e contemporanea ha messo in luce, come già detto, che il lavoro delle donne era un fenomeno molto diffuso tra i ceti popolari e che non sempre esso è leggibile come pura e semplice integrazione del salario maschile10. Rimane intatta, comunque, l'immagine che ci restituisce lo psichiatra romano quando parla delle preoccupazioni e degli stenti vissuti dalle vedove e dalle donne sole. A questo proposito, sono proprio le biografie delle donne internate al S. Maria della Pietà a parlare nel modo più chiaro e vivo. Artemisia B.11 fu internata nel manicomio romano nell'ottobre del 1905 su richiesta del carcere delle Mantellate dove era reclusa. Quando giunse in manicomio la donna aveva 45 anni. Prima di essere arrestata viveva a Roma senza fissa dimora, era vedova e aveva quattro figli. Il racconto della sua storia prima che varcasse la soglia dell'istituto è affidato al diario del primo giorno di ricovero:

[...] Confessa di aver alquanto abusato di vino. Ha sofferto patemi d'animo per la morte del marito e per essersi trovata senza mezzi di sussistenza. Provò a fare la donna di servizio ma non reggeva alla fatica e dovette lasciare. Trovandosi senza casa una sera seguì un uomo che l'aveva invitata ad andare con lui e l'accompagnò a Porta Pinciana vicino le mura e volle avere con lei rapporti sessuali. Dopo di quello si avvicinarono quattro uomini ai quali pure cedette per paura. Passò la notte a Via Veneto, poi la mattina andò a Villa Borghese. Le pareva che tutti la seguissero. Aveva bisogno di urinare e non poteva rimanere un momento sola. Si sentiva la mente confusa, era irritata e allora cominciò a gridare: «l'avete con me, cosa volete?» e si alzò le vesti in pubblico. Venne arrestata e condotta al carcere delle Mantellate per offesa al pudore. Dal carcere fu condotta al manicomio.

Irene M.12 aveva 56 anni nell'agosto del 1882 quando entrò in manicomio. Anche lei era vedova e aveva tre figli. Nella modula informativa, là dove erano richieste notizie circa la condizione sociale della paziente, era scritto: «attendente alle faccende di casa, si impegna a guadagnarsi il vitto». Poi, a proposito delle cause della follia della donna lo stesso documento così recitava:

L'essere stato tre anni fa il marito condannato a cinque anni di galera dove poi morì lasciandola con gli affari di famiglia intrecciati e con due figli piccoli. Le preoccupazioni per le forti spese per le vicende processuali del marito a cui è stata costretta dal giudice e a cui non ha saputo far fronte.

Ancora le preoccupazioni economiche e quelle per l'avvenire dei figli dietro l'internamento manicomiale di un'altra donna. Clementina F.13 fu portata al S. Maria della Pietà nel maggio del 1890 dopo che per mesi aveva ripetutamente minacciato di volersi uccidere e di voler uccidere i figli. Aveva cinquant'anni, tre figli ed era vedova. Le cause a cui ricondurre la follia della donna erano indicate nella modula informativa redatta dal medico di Acquapendente, paese in cui la donna viveva, nella «spossatezza fisica e morale, di costituzione debole per una vita di stenti». La donna, continuava la modula,

guardava il bestiame fino al settembre del 1889, ora è massaia al podere nuovo senza alcuna serva in aiuto, è sovraccarica di faccende e pensieri. A ciò si aggiunga che nella partizione del podere non vi erano scorte per loro per la cattiva annata.

Altri numerosi frammenti di vite conservati presso l'archivio del S. Maria della Pietà tessono il racconto della miseria, della fatica, degli stenti ma anche delle aspirazioni e dei progetti diffusi tra le donne dei ceti popolari della Roma a cavallo tra i due secoli. Donne, questa volta, non vedove ma comunque sole all'interno di un contesto familiare da mandare avanti. I mariti erano assenti perché lontani o semplicemente perché estranei alle preoccupazioni della vita quotidiana. Angela M.14 fu internata in manicomio due volte: la prima per quasi un anno tra il 1903 e il 1904, la seconda nel 1906 quando morì pochi giorni dopo il suo arrivo nell'istituto. Il documento dove meglio si ricostruisce la sua vicenda risale al primo ricovero. Appena giunta in manicomio fu portata in sala d'osservazione dove il dott. Giannelli, allora primario del manicomio romano, redasse una relazione:

Nata a Roma, di anni 53, maritata, donna di casa, analfabeta, cattolica. [...] La malata è vissuta sempre in famiglia di povere condizioni. [...] Partorì dieci figli di cui due morirono al momento del parto, altri sei per malattie diverse, due sono viventi, un maschio e una femmina. La malata negli ultimi 14 o 15 anni ha sofferto deficienza di mezzi igienici ed alimentari. Dapprima il marito che era in America le riservava dei denari, da qualche anno non se ne hanno nuove. Ella è stata sempre buona, tranquilla e molto religiosa. Si mostrava discretamente intelligente nella sfera dell'attività pratica alla quale era dedicata. L'inizio della psicosi è da ascrivere alla morte di una sorella che l'aiutava e con la quale essa viveva. I fenomeni morbosi apparsero circa 4 mesi fa e si svolsero lentamente. Passava molte ore taciturna temendo per l'avvenire della figlia di 16 anni. In un raptus si gettò nel pozzo. Al momento della visita del medico fiscale era in grave stato di depressione psichica, faceva atti di disperazione e rispondeva sensatamente e dopo molte insistenze alle domande che le si facevano.

Marianna F.15 fu internata al S. Maria della Pietà nel maggio del 1905 e vi rimase fino alla sua morte avvenuta nell'aprile dell'anno successivo. Anche per lei le notizie relative alla sua vicenda sono quelle riportate dal foglio della sala d'osservazione.

F. in P. Marianna del fu Salvatore, anni 57, ha un figlio di anni 28. Donna di casa nullatenente, analfabeta, affetta da psicosi maniaco depressiva. [...] Ha sofferto di bronchite acuta e di infezione puerperale, negli ultimi tempi difetta di mezzi alimentari. Ha il carattere piuttosto malinconico, di frequente interrotto da scatti allegri. Poco intelligente alla sfera dell'attività pratiche cui era dedicata. Due volte in seguito a disgrazie cadde in uno stato di eccitamento a fondo angoscioso. La prima disgrazia rimonta a circa quindici anni fa quando le cadde la casa che per lei costituiva un buon capitale perché ne affittava una parte. Con la casa andarono perduti molti beni. La seconda disgrazia, cinque anni fa, fu la morte della figliastra a cui era molto affezionata. Durante il giorno gridava, esprimeva ad alta voce il suo estremo rammarico. Seguirono dei periodi depressivi. [...] L'inizio del recente attacco è avvenuto 11 giorni fa lentamente con decorso intermittente. È diventata eccitabile, non voleva vedere nessuno, si rifiutava di uscire di casa, di prendere il cibo, se la prendeva con il marito fino a prenderlo a morsi.

Maria D.16 fu internata, nell'ottobre del 1904, nel manicomio romano perché aveva manifestato propositi suicidi. Nella modula che accompagnò la donna in manicomio è scritto che aveva 47 anni, un marito, due figli e faceva la negoziante:

Ha un eccesso di ambizione per i figli i quali per ragioni di studio e di condotta lasciarono recentemente a desiderare (non passarono gli esami). Da dieci anni si trova da sola ad accudire il negozio e ha dispiaceri per non poter accudire ad un tempo negozio e casa. In contraddizione con la propria posizione florida teme di essere rovinata, di essere la rovina dei suoi figli, di non possedere nulla. Ha il timore che le venisse revocata la patente per dei conti sbagliati. Fu molto impressionata dalla minaccia del marito di mandare il figlio in marina. È schiava del dovere, ha la tendenza ad accumulare.

Questi racconti hanno parlato di vite spese investendo energie, impegno, responsabilità. Di contro è interessante guardare, attraverso le parole scritte nel 1901 dallo psichiatra Francesco Del Greco17, come il sapere psichiatrico del tempo diede fondamento scientifico alla prevalenza, tra la popolazione manicomiale femminile, di questa tipologia di donna.

L'organismo della donna è a prevalenza emotivo, e cede, si plasma agli effetti più diversi. La sua disposizione prevalente non è verso il pensiero astratto e la volontà, bensì verso i riflessi psichici e tutte quelle risonanze organiche, che negli apparati della generazione, nelle vicende della maternità, dalla gravidanza al parto, all'allattamento, trovano adeguato fondamento costituzionale e biologico18.

Già molto è stato scritto negli ultimi anni per decostruire lo stereotipo che riconosceva la "femminilità" nella natura emotiva e sensibile delle donne e nella loro naturale propensione a realizzarsi ed esaurirsi nella maternità; altrettanto indagato è stato il nesso tra questo stereotipo e il sapere psichiatrico. La psichiatria di fine Ottocento arricchì con argomenti scientifici, caratterizzati da una presunzione di certezza intrinseca, la rappresentazione del femminile comune all'epoca: folli, pazze, isteriche, erano, allora, prima di tutto le donne che, in virtù della propria malattia, esprimevano una trasgressione ai valori "naturali" del genere femminile19. Dal punto di vista quantitativo il grande serbatoio degli internamenti manicomiali femminili era costituito dalle donne che trasgredivano la morale sessuale corrente, da quelle affette dalla brama di affermarsi nelle professioni (le maestre, per esempio), dalle artiste, dalle viaggiatrici, dalle bambine irrequiete e vivaci. La costruzione sociale di una "natura femminile", sebbene pesò principalmente proprio nella definizione del confine tra normalità e anormalità, ebbe un ruolo rilevante anche nei confronti di altre questioni. Qui, in particolare, vorrei soffermarmi sull'uso che si fece di questo modello quando gli psichiatri si interrogarono sull'alto numero di donne internate per «malinconia» o «mania». Riprendendo, di nuovo, le parole di Francesco Del Greco si scopre che

[è] la donna somaticamente meno disposta a variare; dal lato psichico meno disposta agli sforzi aggressivi, verso il di fuori, contro l'ambiente esterno. Una tal cosa vuol dire, che nella donna v'ha minore attitudine alle affermazioni personali ed allo sforzo. E ciò viene confermato dal predominio delle forme lipemaniaco-ansiose nelle donne. La lipemania, fra gli altri sintomi, importa una sfiducia profonda, un sentimento di intima impotenza e di umiltà, di coercizione del mondo ambiente su noi. [] Questa minore tendenza alle affermazioni personali, a sforzi verso il mondo esterno, va connessa ad intelligenza meno operosa, meno volta a processi di astrazione e di sintesi, meno volta all'incremento della volontà, del pensiero e del carattere20.

La dicotomia tra ragione e emotività, tra uomo e donna servì a sostanziare, in questo caso, l'idea che vi fosse una biologica inadeguatezza delle donne a far fronte alla crescente complessità della vita quotidiana. Tutte ripiegate sulla loro funzione di madri, nell'ambiente domestico le donne non avevano, per gli psichiatri del tempo, gli strumenti per "essere" nel mondo in rapida trasformazione di fine Ottocento. Il ripetersi, nelle cartelle cliniche a proposito delle possibili cause della follia, di voci quali «la spossatezza fisica e morale», «i patemi», «le preoccupazioni» si ancorava, così, alla stessa costituzione somato-psichica delle donne e non provocava alcun rimando all'ambiente e alle condizioni sociali di appartenenza.

Per la moltitudine di povere che popolavano la Roma di fine Ottocento la sopravvivenza era, quindi, una preoccupazione quotidiana a cui facevano fronte barcamenandosi all'interno del mercato del lavoro, vivendo di espedienti e, in generale, ricorrendo a tutte le risorse disponibili. Proprio guardando alla molteplicità di risposte, scelte o costrette, messe in campo dalle donne dei ceti popolari durante i momenti di crisi e trasformazione sociale, acquista visibilità un fenomeno dalle dimensioni non trascurabili. Si tratta dell'alto numero di donne povere che, tanto in età moderna che in età contemporanea, ricorsero all'uso della propria sessualità come una risorsa economicamente rilevante21. Quella appena usata è una definizione dai confini volutamente larghi proprio per permettere di abbracciare nella sua complessità una realtà molto articolata e spesso difficile da ricostruire. Le prostitute ufficialmente registrate, quelle clandestine ma che, comunque, da questa attività ricavavano la fonte primaria di sostentamento, le donne che si prostituivano occasionalmente per integrare gli scarsi guadagni di attività lavorative precarie, quelle che si affidavano alle relazioni sessuali per ricavarne benefici estemporanei (non necessariamente soldi ma anche abbigliamento e altri beni), le giovani cresciute in strada che vivevano di espedienti e si prestavano nei momenti di bisogno alla prostituzione: l'uso della sessualità come risorsa, evidentemente, era una scelta plausibile per un largo e molto vario numero di donne povere. Furono gli stessi contemporanei a evidenziare come quantificare e controllare il fenomeno dei commerci carnali fosse particolarmente difficile proprio perché coinvolgeva un numero sostenuto di donne che non solo non si erano registrate come prostitute ma che, soprattutto, in buona parte neanche ricorrevano in modo lineare e continuato a quest'attività. Così, il direttore del manicomio romano, Augusto Giannelli, ci tenne a precisare, nel momento in cui pubblicò un censimento degli uomini e delle donne internate distinte secondo le professioni, che:

Di più il numero delle prostitute che entrano nel manicomio con tale dichiarazione professionale, è sempre molto al disotto di quello reale. L'etichetta "donna di casa" serve a coprire molta merce avariata, e non ultima certo la prostituzione clandestina e palese22.

L'ambizione a una schedatura completa e aggiornata della prostituzione, lo zelo moralizzatore e l'aspirazione al controllo sociale capillare delle autorità ecclesiastiche e di polizia produssero, a Roma come negli altri centri urbani della penisola, ondate di irruzioni nelle locande, di retate nei luoghi di ritrovo, di perquisizioni di postriboli, di appostamenti, che hanno lasciato una mole documentaria ricchissima. Altri luoghi in cui cercare le tracce di queste donne, soprattutto di quelle dai profili più incerti, sono gli istituti per donne penitenti, i manicomi, gli ospedali, le parrocchie ecc. Le vie attraverso cui le donne che si prostituivano giungevano in manicomio erano molteplici. In genere si trattava di donne che adescando i clienti o mostrando «le proprie fattezze» per strada costituivano pubblico scandalo, oppure erano donne che vivevano una condizione fortemente marginale e conducevano una vita dissoluta o, semplicemente, donne che arrivavano in manicomio per altre ragioni e per le quali, in seguito alle informazioni raccolte dai medici tra i familiari e i conoscenti, la prostituzione diventava centrale nel racconto clinico. Maria Assunta C.23 fu internata in manicomio il 12 marzo 1905. Proveniva dal carcere de Le Mantellate da dove fu trasferita perché procurava disturbo.

Con ordinanza 4 corrente mese il Tribunale ha disposto che la prostituta nelle carceri di questa città C. Maria Assunta di Pietro, di anni 19, da Roma, venga, con le cautele richieste dal caso, ricoverata provvisoriamente nel manicomio di Roma. Prego la signoria vostra illustrissima a voler fare nel più breve tempo possibile esecuzione alla suddetta ordinanza.

Tracce della sua storia si ritrovano nell'anamnesi redatta dal direttore del manicomio romano al momento del suo arrivo:

È la penultima di cinque sorelle, tre maritate si industriano nel commercio, una nubile di anni 18 vive con i genitori. Il padre è bevitore e spesso ubriaco. Secondo lei ha molto contribuito a porla sulla via torta. Frattanto non nega che nell'adolescenza le piaceva invece che stare con la madre al negozio che commerciava in terraglie, girovagare con le compagne. Tutto ciò favorito dall'abitudine molto egoistica del padre e della madre che andavano a mangiare all'Osteria e davano alle figlie 3-4 soldi perché comprassero quel poco cibo che volevano. Un giorno aveva 16 anni era stata a S. Pietro in Montorio si rincasò tardi e trovò il padre ubriaco che la cacciò via. Alle due dopo mezzanotte si ritrovò per strada e incontrò tal Giulio materassaio che la invitò a dormire con lui e vi si recò. Essendo stata deflorata quella notte dopo una settimana questo legame era ito in fumo e si diede alla prostituzione e commise qualche furto. È stata condannata 3 volte: una per furto, due per oltraggio alle guardie. Inoltre ha scontato due anni d'ammonizione e uno di sorveglianza. Asserisce che durante questo periodo ha condotto vita tranquilla e faceva le sue faccende di giorno e stava la notte a casa essendovi obbligata. Ha naturalmente il suo magnaccia da cui era spalleggiata in caso di rissa. Al carcere delle Mantellate ove era ricoverata dice che bisognava strepitare per avere vitto migliore e che siccome non era tenuta a freno si lasciava andare ad insolenze contro le monache. Per ordine del Tribunale è stata internata nel Manicomio.

Al contrario di Maria Assunta C., che rimase in manicomio solo pochi giorni, un'altra donna, Virginia M.24, definita prostituta come lei, fu internata in manicomio per due volte e in entrambe le occasioni vi rimase per circa due anni. Il primo ricovero durò dal dicembre 1897 al febbraio del 1899. La richiesta d'internamento, il 9 dicembre 1897, era stata redatta dalla Pia Casa del Rifugio25, dove Virginia M. era ricoverata:

Da qualche mese dà segni di alienazione mentale, assale le sue compagne a pugni e a morsi tentando di strangolarne qualcuna. Ha tentato di scappare dal rifugio e passa intere giornate a piangere, senza parlare, senza prendere cibo. Ha manifestato l'intenzione di andare nei postriboli. La notte non dorme quasi mai, urla e piange.

Per il secondo internamento, iniziato il 13 dicembre 1902, il certificato medico che l'accompagnò era a firma del dott. Ponzi:

Ricoverata nel Pio Rifugio in Trastevere è stata in manicomio altra volta per tre anni e mezzo e ne uscì nel febbraio del 1899. Da quell'epoca in poi è rimasta alquanto calma però di quanto in quanto essa era presa da accessi di mania furibonda e menava a tutti e distruggeva quanto le capitava sotto mano. Da due giorni si trova in uno stato di agitazione tale che doveva essere strettamente sorvegliata da più persone a ciò che non faccia strage di compagne e di cose. Malgrado la grande sorveglianza questa mattina appena alzata dal letto ha tagliuzzato con le forbici un lenzuolo riccamente ricamato ed ha passato tutta la giornata in agitazione per cui è urgente ricoverarla nel locale manicomio.

Giunta in manicomio spettò al medico dell'istituto compilare l'anamnesi della nuova paziente:

Rimase in casa di parenti fino all'età di dieci anni e allora uno zio che abusò della sua inesperienza e per parecchio tempo usò con lei il coito senza che essa ne risentisse alcun danno perché fisicamente era già grande. Verso questa epoca la principessa Gabrielli ebbe pietà di questa fanciulla che vedeva sempre in mezzo alla strada e la mise in educazione al monastero delle Sette Sale. Qui stette fino forse a vent'anni, essa non sa precisare l'epoca. Si mostrava sempre deficiente psichicamente e una prova la si ha che le fecero fare la comunione a 18 anni. Le mestruazioni si presentarono a 18 anni e sono state spesso in questi ultimi tempi dolorose. Uscita dal monastero fu in casa di certi parenti ma un giorno in seguito ad un diverbio li abbandonò, vagò per le vie della città si accompagnò con un uomo con il quale passò la notte. Poi non sa dire se fu in casa di prostituzione. Dice che fu messa alla Pia casa del Rifugio. Da qualche mese fu assalita da alienazione mentale perché assaliva le compagne e quindi fu ricoverata.

Anche Matilde G.26, indicata come prostituta, portata in manicomio con procedura d'urgenza il 17 aprile 1906, era già stata internata una volta.

La donna era nata e viveva a Roma senza fissa dimora, aveva 35 anni. Al momento del primo ricovero, avvenuto dal 9 al 29 novembre del 1902, il manicomio romano richiese alla Questura i precedenti penali della donna:

La prostituta G. Matilde ha subito più condanne per oltraggio e violenza alle forze pubbliche, una rapina, per offese al buon costume, per ubriachezza, per contravvenzione al regolamento sul meretricio. Per quanto risulta da questi atti la G. ha sempre menato vita oziosa e scostumata abbandonandosi spesso all'ebbrezza, a disordini, ad atti contrari alla pubblica decenza. In modo che quando per tali reati veniva tratta in arresto opponeva resistenza agli agenti operanti. Da questi atti stessi si rileva pure che la G. fu sottoposta a visita medica nel 1897 dal dott. Malpieri il quale ebbe a dichiararla affetta da dermatite causata da malattia sifilidica, nel marzo 1901 dal dott. Procacci il quale allora non riscontrò in essa sintomi di alienazione mentale. Ieri sera fu arrestata sul Corso Umberto i dopo che per lungo tratto da P.zza del Quirinale a SS. Apostoli aveva con oscenità insultato i passanti, senza alcuna ragione aveva pronunciato ad alta voce sconce frasi all'indirizzo di sua maestà, aveva oltraggiato gli agenti di P. S. causando grande pubblicità. Tradotta in corpo di guardia continuava negli stessi accessi sputando fino ad esaurirsi contro le guardie, le frasi più ripugnanti e depravate le lanciò contro gli agenti emettendo urli alti e continuati, inveendo anche contro chi per calmarla la invitava a addurre le sue discolpe.

Fino al momento in cui venne portata in manicomio per la seconda volta perdiamo le sue tracce. Poi, nell'aprile del 1907, appena giunse al S. Maria della Pietà, furono annotate alcune notizie relative ai suoi trascorsi sul diario del reparto:

Interrogata sa esattamente le sue generalità, ha esatta nozione di tempo e di luogo, dice di essere stata condotta qui senza alcun motivo: camminava per strada quando le guardie l'hanno arrestata. Racconta del padre che è morto 9 anni fa improvvisamente e della madre che morì tubercolotica quando ella era bambina. È figlia unica, mestruata a 14 anni, da bambina ha fatto la modella, a 14 anni fu con violenza deflorata da uno scultore. Ha in seguito avuto altri amanti senza condurre mai vita di vera prostituzione. Anche attualmente fa la modella. Ricorda che fu altre volte nell'Istituto: prima 9 anni fa, poi 5 anni fa perché era eccitata in seguito ad ingestione di vino. Le piace il vino e dice che quando ne beve un po' di più canta. Ripete che ieri non aveva commesso proprio nessun atto che richiedeva di farla ricoverare in Manicomio, nega di aver fatto atti osceni. Prega di esser mandata via al più presto possibile. Domandata perché le guardie senza ragione l'avrebbero mandata qui essa fa le spallucce, nega ciò che è scritto nella modula e dice: «lo sapranno loro, io non lo so». Confessa che spesso la portano in carcere, che dieci giorni fa la portarono imprigionata perché cantava di sera. Nega di aver mai avuto mali venerei, non ha casa, dorme dove si trova in qualunque albergo, non trovando alcuna stanza da affittare. Passa le giornate in campagna fuori le porte e si dà ai suoi clienti dove si trova.

Giuseppina B.27 fu internata nel manicomio romano il 18 agosto 1901. Aveva 24 anni, era nubile e orfana di entrambi i genitori. Nella sua storia, raccolta nella modula informativa che la accompagnò in manicomio, povertà, marginalità, devianza sembrano intrecciarsi indissolubilmente sin dall'infanzia tanto che la sua biografia fu scandita dalla permanenza in diversi istituti di ricovero.

L'inferma è cresciuta sulla via mendicando sin dalla tenera età, demoralizzata. La famiglia fu poverissima, ignorante, di condotta poco buona. I fenomeni della pubertà si presentarono normali. Le funzioni della sessualità si iniziarono assai presto con amplessi sessuali frequenti. Ha avuto tre gestazioni, l'ultima sei mesi fa finì con aborto con feto a termine. Il carattere dell'inferma è stato sempre irrequieto con tendenze erotiche accentuatissime, ha esercitato come occupazione unica e preferita il meretricio clandestino. Non ha sentimenti affettuosi verso i suoi e non è dedita a pratiche religiose. È stata arrestata per porto d'armi insidiosa.

Disposizioni morbose ereditate e acquisite: ha sofferto qualche volta deficienza di mezzi igienici e alimentari, quando ha potuto ha abusato di vino. Come disposizione ereditaria acquisita: alcolismo del padre.

Se sia stato altre volte attaccato da pazzia o da altra speciale e rilevante infermità: l'inferma è rimasta cieca durante il secondo anno di vita in seguito a svuotamento degli occhi per ulceri perforanti della cornea consecutivi a vaiolo. È stata affetta da vaiolo e da sifilide. Quasi ogni anno è stata ricoverata in qualche ospedale di Roma. L'anno scorso passò dall'ospizio dei ciechi al manicomio dove restò poche settimane.

Cause fisiche e morali più conosciute: mancanza di educazione, demoralizzazione derivata dall'ambiente nel quale è vissuta.

Epoca dello sviluppo della pazzia e se intermittente o continua: da molti anni allo stato latente si manifestarono i primi sintomi tanto che dallo scorso anno acquistarono una forma acuta e violenta. Il decorso dello stato morboso dell'inferma è intermittente ma l'intermittenza è sempre dovuta o a dissimulazione o a possibilità materiali di avere contatti sessuali.

Descrizione degli atti commessi come contrassegno della pazzia o qualificazione o diagnosi della medesima: la B. è isteroepilettica. Gli attacchi epilettici comparsi la prima volta da circa un anno, si rinnovano raramente ogni 15 giorni. Dopo ha convulsioni isteriche di breve durata. Stato di agitazione con furore, voleva picchiare tutti, pronunciava parole sconce ed atti sconci per la strada.

Un motivo sembra incrociare le storie finora raccontate. Le fonti ci restituiscono un'immagine di queste donne fortemente segnata dalla povertà ma anche, forse soprattutto, dalla solitudine. Si tratta di donne orfane, nubili; di donne, cioè, nella cui vita quotidiana sembrano mancare innanzitutto figure di maschi adulti. Quella rappresentata è una solitudine relativa, di tipo sociale, più che una solitudine assoluta, di tipo relazionale e affettiva. Nulla fa pensare, infatti, che queste donne non avessero attivato reti di relazioni o forme di convivenza alternative, come quelle tra donne consanguinee nella stessa condizione28. A causa della struttura del mercato del lavoro femminile, fortemente caratterizzato da attività precarie, poco qualificate, incerte e dal generale persistere di retribuzioni più basse rispetto agli uomini, questa marginalità per appartenenza familiare si legò quasi sempre a un processo di indebolimento economico e sociale. È all'interno di questo quadro che sembra trovare spazio, per tante donne, l'uso venale della sessualità. È una riflessione, questa, che non attraversò il mondo degli psichiatri che operarono tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento in Italia. Per gli uomini di scienza quelli, piuttosto, furono gli anni di un'intensa circolazione di idee a proposito delle ultime forme morbose scoperte, delle categorie nosografiche da adottare, dei censimenti, degli esperimenti, dei risultati dell'osservazione empirica; era, in sostanza, la stagione non solo dell'estendersi del controllo psichiatrico a un numero sempre più ampio di comportamenti e ambiti, ma anche della fortuna di un sapere psichiatrico che sapeva sapientemente spiegare e rimandare la devianza, il disagio, a una dimensione organica29. Ed era proprio a livello organico che la donna, per la scienza psichiatrica del tempo, presentava dei limiti particolarmente sfavorevoli:

per la costituzionale debolezza psico-nervosa nelle funzioni più elevate, e per l'instabile temperamento, è forse la donna, a parità di condizioni, più dell'uomo volta ad impazzire30.

E puntualizzava De Tilla:

Ora chi non comprende che il sistema nervoso più impressionabile rende la donna più facile all'emozioni. [...] Ciò che le rende più esposte a quei turbamenti nervosi, che secondo il Legrand de Saulle costituiscono il tipo dello spasmo isterico e ci spiega il perché della maggiore predisposizione a quei turbamenti dell'encefalo e sue dipendenze, che costituiscono la nevrosi isterica31.

Una delle donne di cui prima si è raccontata la vicenda, Giuseppina B., fu, appunto, internata con diagnosi di isteria. In generale questa era una delle ragioni più ricorrenti dell'internamento manicomiale femminile32. Nell'ultimo ventennio del xix secolo furono condotte nell'istituto romano circa trecento donne a cui fu diagnosticata l'isteria, vale a dire quasi il 10% del numero complessivo di internate nello stesso periodo. L'isteria era una nevrosi, un turbamento dell'encefalo che poteva manifestarsi, era detto, in mille modi: attraverso la forte suggestionabilità, la fragilità emotiva, la menzogna, l'agitazione, il capriccio, il nervosismo, gli eccessi sessuali, la mancanza di pudore, la brama di libertà, la passionalità, il girovagare impazzito, i troppi «lavori mentali» e, infine, le crisi convulsive. Queste ultime, poi, apparivano intrise di un forte simbolismo sessuale, sembrando a più di uno psichiatra che gli spasmi del corpo dell'isterica simulassero il coito33. Ciò che fece la fortuna di questa forma morbosa fu proprio l'ampia gamma di possibilità che offriva di risolvere in termini scientifici, medici e, quindi, tra le mura manicomiali, una poliedricità di casi, comportamenti, stili di vita femminili e di legarli, così, solo in seconda battuta alle evidenti contraddizioni sociali ed economiche del tempo. Sono ancora una volta le parole del giurista De Tilla, nella sua ricostruzione delle cause determinanti dell'isteria, a dirci molto sul carattere storicamente determinato di questa malattia:

a) Le influenze morali, le emozioni, i dispiaceri, tutto ciò insomma che è capace di eccitare fortemente il sistema nervoso, può in un dato momento rompere l'equilibrio delle funzioni cerebro-spinali e determinare l'isterie.

b) Fra queste influenze morali va messa principalmente l'educazione; supponete dei fanciulli che [] si diano precocemente a leggere dei romanzi e voi vedrete che ha ragione il Tissot di dire: «se vostra figlia legge romanzi a 15 anni, a 20 anni avrà attacchi di nervi!».

c) Così ancora la posizione sociale ha una influenza grandissima: l'isterie è più frequente nelle infime classi sociali, meno frequente nelle classi medie, nella così detta borghesia; [] più frequente ancora nelle classi più elevate; nelle infime classi sociali le privazioni di ogni genere, la miseria sovreccitano il sistema nervoso, così come nelle più elevate l'abuso dei piaceri mondani, la vita lasciva, le mille incitazioni per la frequenza delle conversazioni, dei balli, delle rappresentazioni teatrali34.

Tutte le storie raccontate sembrano avere come punto di partenza, come luogo dove si combinarono gli eventi significativi per i destini successivi di queste donne, la famiglia. Era l'eccesso di responsabilità, di fatiche, di preoccupazioni a proposito della sopravvivenza propria e dei propri figli che aveva fatto da sfondo all'internamento manicomiale delle donne vedove ­ o comunque sole nella gestione della vita materiale ­ come Artemisia B., Irene M., Angela M. e le altre; allo stesso tempo era la provenienza da famiglie disagiate o, ancora, l'assenza proprio di una famiglia a sembrare determinante nel percorso di marginalità e prostituzione vissuto da Matilde G., Giuseppina B., Virginia M., Maria Assunta C.

Le grandi trasformazioni di fine Ottocento ricaddero all'interno della famiglia producendo torsioni, squilibri, mutamenti nei ruoli e soprattutto rendendo la questione della sopravvivenza una scommessa quotidiana in cui ogni componente era coinvolto. Quelli, come visto, erano gli anni in cui gli istituti di ricovero e di reclusione servirono spesso a contenere quanti erano improduttivi e di peso all'interno delle famiglie dei ceti popolari. Negli ultimi due decenni dell'Ottocento furono internati al S. Maria della Pietà circa trecento bambini e bambine sotto i 15 anni35. Per quanto riguarda le bambine, nelle cartelle cliniche che ho visionato, i motivi che giustificavano l'internamento manicomiale erano, prevalentemente, la deficienza etica e l'amoralità. In alcuni casi, poi, si faceva più esplicitamente riferimento all'impossibilità, per le famiglie povere, di tenerle a casa, specie se di carattere irrequieto.

Adele B.36 aveva 15 anni quando fu internata in manicomio su ordine della Regia Questura di Campo Marzio, nel gennaio del 1892. Viveva a Roma, era nubile e orfana di madre. Il certificato medico, del 25 gennaio 1899, con cui si richiedeva l'internamento fu redatto dal dott. Procacci, medico fiscale della stessa Questura:

Le ragioni per cui i suoi parenti poveri domandano il ricovero di questa giovinetta è il non poter essi tener su di lei una fortissima sorveglianza e la giovinetta essendo affetta da idiotismo e non sapendo giudicare dei pericoli che la minacciano fugge di continuo dalla casa e nella sua incosciente curiosità frequenta vie e ritrovi dove può restare vittima involontaria e quindi va ricoverata.

La ragazza fu accompagnata in manicomio, come usuale, da una modula informativa in cui brevemente si annotò:

Nulla da parte della madre, il padre fu ricoverato più volte in manicomio per alcolismo. I genitori erano cugini di primo grado e quasi coetanei. La madre morì di tisi polmonare. Il padre, vivente è sempre dedito al vino. Sin da bambina fu educata da una zia, poverissima donna. Ebbe regolare sviluppo psichico, non ebbe traumi al cranio, non patì di mezzi igienici e non ha abusato di vino.

Dopo l'ammissione in manicomio di lei si perde ogni traccia. L'unico altro documento disponibile risale al 6 settembre 1904, ben dodici anni dopo. Sono alcune annotazioni scritte sul diario del ricovero:

L'inferma B. prima presentando deficienza mentale è un'inferma che può benissimo stare in casa. Nel manicomio lavora continuamente in aiuto alle infermiere. È pulita e curante della sua persona. Presenta solo un carattere irritabile che può in gran parte essere dovuto a quello stato mentale speciale in cui si trovano le antiche malate del manicomio. Se ne propone la dimissione.

Adele B., invece, non fu dimessa e morì in manicomio alcuni mesi dopo, nel marzo del 1905.

Rinalda G.37 giunse in manicomio a 12 anni nell'agosto del 1906. La richiesta era stata inoltrata dall'Ospizio di S. Michele dove tre anni prima la ragazza era stata messa a ricovero in seguito alla morte del padre.

La modula informativa dove si tracciarono i motivi che rendevano necessario l'internamento in manicomio era stata redatta a cura dell'Ospizio stesso:

G. Rinalda, ricoverata presso l'Ospizio di S. Michele sin dal novembre 1903, è nata il 15.11.1894. Grado di cultura elementare. Una sorella ricoverata al Manicomio per pazzia morale, un fratello in Casa di correzione, il padre è morto investito da un tram ed era carbonaio. La madre va a servizio e fa la lavandaia. La famiglia era ed è in estrema miseria. Sviluppata regolarmente, ha sofferto di mezzi igienici e alimentari. Si mostrava poco intelligente. La causa dell'attuale malattia è l'ereditarietà, fu sempre deficiente. Insensibile alla lode, al premio, al castigo, rimproverata ride, incapace di fissare lo sguardo, mancanza di attenzione, umore variabilissimo, incorreggibile, carattere litigiosissimo, insofferente di freno, disobbediente, non rispetta l'autorità, è sudicia e disordinata. Insolentissima, ha movimenti incoordinati, è moralmente insensibile. Pericolosa per i suoi istinti antisociali, specialmente poi per l'ordine e per la moralità.

Rinalda G. fu, quindi, condotta in manicomio. Il racconto del suo arrivo e delle sue reazioni al nuovo istituto è affidato al diario del ricovero di qualche giorno dopo:

Entrata il 30 agosto era tranquilla, credeva di venire a trovare la sorella che è degente al Guardaroba Vecchio ed ha seguito senza difficoltà la suora, la sera ha dormito tranquilla e quando il giorno seguente l'hanno condotta al bagno ha compreso che doveva rimanere qui e si è messa a piangere protestando di non essere matta. Ma si è calmata presto: è rimasta indifferente tutto questo altro tempo. Si è abituata alle abitudini del reparto, parla volentieri con le altre malate, si è familiarizzata subito e si mantiene come se fosse da molti anni qui, vede volentieri la sorella, si mantiene educata, docile a quello che le ingiungono la suora e l'infermiera, mangia volentieri, dorme bene è rimasta anche tranquilla quando ha visto in parlatorio la madre, domenica scorsa. Interrogata dà esattamente le sue generalità, è ben orientata nel luogo e nel tempo. Racconta che da tre anni è nel ricovero di S. Michele; fu rinchiusa in seguito alla morte del padre. Nei primi tempi vi stava bene poi hanno cominciato a darle fastidio le compagne, le facevano dispetti ed ebbe perciò vari litigi. Confessa di aver qualche volta risposto male alla Sottoprefetta la quale del resto era una ragazza come lei e aveva solo incarico di sorveglianza quando era assente la maestra. Nega di aver mai fatto qualcosa di sconveniente contro questa e altre maestre. Confessa di non aver sempre fatto il suo dovere e dopo varie richieste avvisa che ciò era perché non si trovava volentieri in quell'ambiente rinchiusa e rimpiangeva il tempo in cui andava alla scuola comune dove la maestra le voleva un gran bene mentre all'istituto tutti la prendevano sottocchio. Nega di aver fatto cose grosse tali da giustificare l'internamento in Manicomio, nega quanto è asserito nella Modula; dice solo che ha perduto un anno perché negli ultimi tempi non era più attenta a scuola, facilmente si metteva a ridere per scempiaggini che faceva qualche compagno etc. Durante l'interrogatorio si nota: percezione rapida, risposta pronta e a tono, il soggetto mostra di comprendere bene ciò che le si accusa, cerca con ogni sforzo di giustificarsi ma non sempre la critica regge ed essa stessa si accorge di addurre a volte discorsi non opportuni. Non traspare una soverchia emotività, sembrerebbe che essa non senta molti affetti, doveri etc. Parla con tono di voce abitualmente calmo, solo si esalta un poco al pensiero di restare qui o di dover andare ai Deficienti e protesta che ciò non avverrà. Si mostra invece indifferente a tornare al S. Michele. Dai vari esami fatti non si rilevano nel soggetto disturbi tali da giustificare l'internamento: tutto si riduce ad una deficienza etica con indisciplinatezza senza atti pericolosi a sé e agli altri. Non è il caso perciò di trattenerla.

L'intenzione di dimetterla, comunicata all'Ospizio di S. Michele probabilmente per verificare la possibilità di portarla nuovamente lì, provocò una risposta dell'Ospizio, datata 25 settembre 1906, dai toni decisamente accesi che però offre anche la possibilità di accedere a qualche ulteriore notizia:

In replica alla lettera di codesta spettabile Direzione in data 15.9.1906 mi pregio dichiarare che la ragazza G. Rinalda sin dai primi giorni della sua dimora in questo Istituto si mostrò di indole indisciplinata e ribelle ad ogni freno. Risultando però da informazioni che la ragazza prima di entrare in Istituto era vissuta per difetto di vigilanza nella massima libertà ed a ciò va imputata quella sua intolleranza per ogni regola disciplinare si sperava che poco alla volta avrebbe migliorato la propria condotta. Invece malgrado i rimproveri amorevoli e le riprensioni severe, le minacce di espulsione, i castighi, nulla si poté ottenere. E nel dubbio che il carattere del tutto straordinario della ragazza, e la insensibilità morale di cui dava prova potessero dipendere da squilibrio morale questa commissione prima di far pratiche perché venisse riconsegnata alla madre diede incarico alla direttrice dell'Istituto femminile di farla visitare dal Prof. Mingazzini appunto per farne verificare lo stato mentale. Avendola il Professore riconosciuta e dichiarata «deficiente di mente» vennero fatte le dovute pratiche per farla ricoverare in Manicomio nella fiducia che qualora dopo qualche tempo di cura la si fosse riconosciuta utile per la sua salute avrebbe potuto essere trasferita all'Istituto dei deficienti. Stando così le cose certo non senza meraviglia apprendo ora la dimissione dal codesto Manicomio della povera G. e debbo dichiarare a senso di qualsiasi responsabilità che questa commissione amministrativa non può assolutamente ammettere nell'Ospizio essendo dimostrato che per essa sono del tutto deficienti ed inefficaci i mezzi educativi di questo Istituto la cui disciplina poi sarebbe di nuovo e gravemente perturbata dalla sua riammissione. Né questa commissione intende assumersi la responsabilità di riconsegnare alla famiglia una ragazza che dai certificati medici non risulta essere nel pieno possesso delle facoltà mentali, si prega perciò la Spettabile Direzione, ove ritenga la G. del tutto sana di mente, specie ora dopo le cure prestatele in Manicomio, di riconsegnarla direttamente alla famiglia non intendendo, lo ripeto, assumere su tale atto, la benché minima responsabilità. Qualora invece riconoscesse nella medesima un vizio parziale di mente qualche altra cosa di anormale, potrà disporre senz'altro che la medesima venga internata in un Istituto di Deficienti, avendo la G. per il suo stato di miseria il diritto di essere curata a spese della Pubblica Beneficenza.

Rinalda G. fu dimessa, perché non pazza, il 30 settembre 1906; le fonti, però, non dicono come si svolse successivamente la sua vicenda, se fu condotta in qualche altro istituto o se fu rimandata presso la famiglia. Dietro l'incontro tra un'altra bambina e il manicomio ritorna il motivo dell'irrequietezza, della mancanza di disciplina.

Giulia M.38 rimase al S. Maria della Pietà per circa due mesi, quando aveva 13 anni. Viveva ed era nata a Nazzano Romano e, infatti, la relazione medica del 27 agosto 1906 mediante cui se ne richiedeva l'internamento era a firma del medico condotto del paese:

Il sottoscritto medico chirurgo condotto in questo comune certifica che M. Giulia di anni 13 di Francesco e di Adele M. da circa sette anni cominciò a dare segni di alienazione mentale e tali fenomeni a seconda di quanto raccontano i genitori iniziarono dopo una operazione subita alla regione parietale sinistra. Fin da quell'epoca l'inferma si è sempre mostrata ribelle ad ogni comando dei genitori, ha frequenti accessi di ira e di pianto, incosciente dei propri atti la ragazza cambia di sovente i propri abiti e talvolta rimane nuda senza che in lei si riscontri alcun sentimento di pudore. I genitori dell'inferma hanno sempre goduto e godono perfetta salute e nessuna traccia di lesione nervosa si riscontra in linea diretta e collaterale. Da quanto sopra si è detto si certifica dal sottoscritto che l'inferma deve dichiararsi pericolosa per sé e per gli altri.

Ancora una volta è il diario di reparto compilato pochi giorni dopo l'ammissione della ragazza a offrire qualche traccia in più sulla sua persona:

L'inferma conferma i dati contenuti nella modula informativa solo nega di essersi spogliata nuda però si giustifica con la frase che «la tussicavano». Confessa di essere sempre in giro, scappava di casa e non faceva niente. Racconta che non ha mai avuto convulsioni, non urina in letto, riconosce che spesso non ubbidiva ai suoi genitori, che li faceva inquietare con le sue cattiverie; in questo però non faceva il danno di nessuno le piaceva di giocare e di correre. Vuole andare a casa. L'inferma non ha presentato durante il periodo di osservazione pericolosità per sé e per gli altri. Essa mostra un lieve grado di deficienza mentale e può essere sorvegliata fuori dell'istituto, non presentando gli estremi voluti dalla legge per l'internamento definitivo se ne propone la dimissione.

Anche in questo caso, in seguito alla comunicazione delle imminenti dimissioni della ragazza, il soggetto deputato ad accoglierla, il Comune di Nazzano in vece della famiglia, rispose con una lettera, il 2 ottobre 1902, chiedendo al manicomio di trattenere ulteriormente l'inferma perché la madre era malata e la famiglia non aveva i mezzi per mantenerla.

Infine, la storia di Emma S.39. Una storia significativa, da una parte per la giovane età dell'internata che aveva appena 11 anni al momento del ricovero, dall'altra perché la sua è una vicenda che si rappresenta prevalentemente come una storia che si svolse all'interno del manicomio. Di lei mancano notizie relative all'ambiente familiare e sociale mentre, contrariamente a quanto solitamente accadeva, vengono raccolte diverse notizie sulla sua vita all'interno dell'istituto romano. Qui la bambina rimase per più di quattro anni. Emma S. era già stata internata nel 1900 nel manicomio romano e aveva usufruito, senza esito, di un periodo di dimissioni in prova durato tre mesi. Al suo rientro, l'8 agosto del 1900, fu mandata nella sezione tranquille. Di circa un mese dopo è questa prima relazione:

È stata ricondotta in manicomio dopo un periodo di dimissioni in prova durato tre mesi per la irrequietezza del suo carattere e perché la famiglia aveva notato il ricomparire con maggiore intensità dei movimenti scomposti. Il suo contegno ora è abbastanza corretto però non vuole rispondere alle domande che le si rivolgono e spesso piange perché vuole tornare presso la madre.

Due anni dopo, il 30 gennaio 1902, l'autorità sanitaria si occupò nuovamente di lei nel diario del ricovero:

La paziente durante il suo ricovero ha mostrato una deficienza etica rilevante, è indisciplinata, dispettosa all'eccesso. Adopera parole triviali ed oscene con le altre malate, fa discorsi sudici, quando vede gli uomini si dà a cantare a voce alta canzone a colorito sessuale e fa dei gesti allusivi alla pornografia. È in rapporto sempre con altre malate che hanno la stessa tendenza di essa. Mostra una voluttà nel far dispetti anche alle vecchie e alle quali che non possono reagire. Per la sua condotta nel reparto se ne richiede il trasferimento.

Emma S. fu, dunque, trasferita nel reparto delle semi-agitate, da dove il medico, il 4 febbraio 1902, relazionò: «La piccola ricoverata terrorizzata dalle grida delle altre malate chiede di essere messa in un reparto più tranquillo». Fu, dunque, nuovamente trasferita e condotta nel reparto delle tranquille dove i suoi comportamenti furono ancora oggetto, il 18 aprile 1902, di un rapporto:

L'inferma S. sta continuamente con altre due ragazzette del reparto con le quali tiene continuamente discorsi ludici e contegno osceno. È necessario trasferirla alla Guardaroba vecchia.

Giunta al Guardaroba vecchia non mancò, pochi giorni dopo, di essere protagonista di un'ennesima relazione:

Assume un carattere indisciplinato, risponde con arroganza ed insulta tutti se unita con un'altra ragazza il cui cognome è Nedi, quindi se ne richiede il trasferimento al reparto agitate non essendo qui una camera di isolamento.

L'ultima relazione, che chiude la vicenda manicomiale della giovane Emma S. è del 16 ottobre 1904, pochi giorni prima di essere dimessa:

Nel tempo di degenza alla sezione deficienti non si sono affatto ripresentati gli stati collerici e di eccitamento maniaco. L'inferma ha risentito pure beneficio dallo speciale ambiente e dagli speciali sistemi educativi avendo essa più che una vera e propria deficienza etica una grande suggestibilità. È diventata docile e amorevole con le compagne, affezionata con le superiori, amante del lavoro, desiderosa di distinguersi per buona condotta. Certo non si è modificato il primitivo temperamento isterico, anche ora è facile a cambiare umore, a indispettirsi per qualche contrarietà, a fare qualche malignità specie sotto forma di accusa falsa nei confronti di qualcuna di cui si sente offesa. È pure soggetta a piccoli accessi erotomani, a qualche passioncella ideale omo ed eterosessuale. Ma sono tutti fenomeni passeggeri che non si estrinsecano in atti veramente pericolosi e scandalosi. Così pure non si può garantire che in altro ambiente la sua leggerezza, la sua capricciosità non la metta sopra una cattiva strada nella quale essa venga a perdersi irreparabilmente. Ma poiché basterebbe un'energica sorveglianza e educazione familiare ad impedire tutto ciò, con lo spirito della nuova legge l'inferma non può essere allo stato attuale più trattenuta nel manicomio.

In Italia l'incontro tra la ricerca storica e le vicende della psichiatria avvenne, in maniera diffusa, a partire dalla fine degli anni Settanta del Novecento. La nascita di un largo interesse per questi temi è strettamente legata al fatto che proprio in quegli anni il modello psichiatrico tradizionale, quello cioè fortemente centrato sugli internamenti manicomiali, era al centro di un acceso dibattito e oggetto di profonde critiche. Diversi elementi avevano progressivamente messo in crisi proprio la rappresentazione che la psichiatria aveva storicamente offerto di sé: quella, cioè, di una scienza neutra che era ­ ed era stata ­ in grado di emancipare dalle loro miserabili condizioni le persone folli. Da una parte, a partire dagli anni Sessanta, alcune forti sollecitazioni alla psichiatria provennero dal suo interno: le terribili condizioni di vita nei manicomi, gli internamenti pluridecennali, gli scarsi risultati ottenuti nell'ambito del reinserimento sociale delle persone folli spinsero, in alcune città, psichiatri e personale addetto nelle strutture sanitarie a realizzare alcune esperienze di prassi alternativa alla segregazione manicomiale.

In generale si stava progressivamente delineando un nuovo orientamento in seno alla psichiatria fortemente critico verso le finalità e i metodi fino ad allora perseguiti40. Dall'altra parte, in quegli stessi anni, furono pubblicati alcuni lavori di largo respiro, e con larga diffusione, che avevano per oggetto la nascita e la diffusione della psichiatria e dei manicomi, la funzione assolta da questi istituti, le dinamiche di potere e di governo che interpretavano. Opere come quelle di Michel Foucault e Klaus Dörner41 introdussero le vicende legate alla psichiatria in una dimensione di dibattito pubblico, svincolandole da un ambito di discussione ristretto agli "addetti ai lavori". Di più: il rilievo dato ad alcuni elementi ­ l'aspetto quantitativo degli internamenti manicomiali, la relazione tra crescita della popolazione manicomiale e momenti di trasformazione sociale, la provenienza sociale delle persone internate, le costruzioni simboliche legate alle diverse declinazioni della follia ­ saldò la storia della psichiatria moderna alla storia della formazione degli Stati nazionali, a quella delle classi, alla storia della relazione tra i generi.

L'ampia diffusione, poi, durante gli anni Settanta del movimento per la chiusura dei manicomi, che riprese molti di questi temi, contribuì ulteriormente a creare un clima di fermento culturale e politico intorno ai diversi aspetti della realtà psichiatrica italiana. La storiografia italiana42, che partecipò a questo generale interesse per i manicomi e la psichiatria, si orientò prevalentemente verso quei temi che sembravano essere stati tradizionalmente ignorati. Innanzitutto il contesto politico e sociale entro cui si affermò il trattamento istituzionale della follia, le diverse esperienze locali di organizzazione e gestione dei manicomi, il profilo delle persone internate, i diversi orientamenti succedutisi all'interno del sapere psichiatrico, le terapie, le cure, i rimedi adottati, le ricadute prodotte dall'ascesa di una nuova e potente categoria professionale nelle borghesie di fine Ottocento, le relazioni tra potere centrale e poteri periferici. La questione che emergeva con più forza e che via via fu approfondita era quella dello sbilanciamento, avvenuto nella storia delle pratiche e del sapere psichiatrico, verso l'azione repressiva, di controllo sociale, coattiva, a discapito degli interventi terapeutici. Si trattava non solo dell'inumanità dei trattamenti psichiatrici più diffusi (l'elettroshock, la contenzione, le chirurgoterapie, gli internamenti pluridecennali) ma anche della circostanza, affatto casuale, che a essere oggetto di tale intervento erano ­ ed erano stati ­ prevalentemente gli uomini e le donne delle classi povere. Proprio l'esigenza di dare visibilità e fare la storia della massa, fino a allora indistinta, degli uomini e delle donne che avevano subito gli internamenti manicomiali portò, per lo più a partire dagli anni Ottanta, la ricerca storica all'utilizzo di nuove fonti, come la cartella clinica43. Da parte sua, la ricchezza di informazioni e spunti offerti da questo tipo di fonte, a cui ho già accennato, finì con il suggerire nuove linee di ricerca. Oltre a indagare le vicende della psichiatria rivolgendosi alle grandi questioni ­ la nascita dei manicomi, le dinamiche di controllo sociale cui si prestarono ecc. ­ la ricerca che ha tenuto conto del vissuto e delle esperienze delle donne e degli uomini internati ha avuto l'occasione di misurarsi con nuovi quesiti e nuove questioni. Proprio perché la cartella clinica rappresenta una fonte documentaria che spinge lo sguardo oltre le mura manicomiali, essa fornisce importanti informazioni sulle condizioni di vita, sulle forme di occupazione, sul grado di cultura, sugli orientamenti sessuali, sulle reti parentali, di quella fetta di popolazione, non irrilevante, che incrociò gli istituti manicomiali. A oggi è stato possibile affrontare molte questioni a partire da uno sguardo ravvicinato sulle donne e sugli uomini internati. Penso, per esempio, ai lavori dedicati al modo in cui la psichiatria si occupò, nei saperi e nelle pratiche, delle donne o a quelli che hanno usato gli archivi dei manicomi per inoltrarsi sul terreno delle ricadute delle due guerre mondiali sulla popolazione44.

Restano molte altre possibili linee di ricerca ancora da esplorare compiutamente. Tra queste credo ce ne sia almeno una particolarmente interessante, relativa al grado di aderenza tra le norme e i saperi, da una parte, e i comportamenti e le pratiche dall'altra. Come recentemente è stato auspicato più volte, sarebbe interessante indagare in che misura alla costruzione di una norma, per esempio riguardante la condotta sessuale o la morale pubblica, corrispondesse effettivamente un adeguamento dei comportamenti e in che misura, invece, venissero messe in campo, dai soggetti colpiti, astuzie e vere e proprie strategie di resistenza. E ancora: quanto il sapere psichiatrico, con il suo carico di prescrizioni e di ritrovati nel campo delle terapie e dell'indagine cliniche, avesse realmente una puntuale traduzione negli istituti manicomiali.

Note

1. A. De Bernardi (a cura di), Follia, psichiatria e società. Istituzioni manicomiali, scienza psichiatrica e classi sociali nell'Italia moderna e contemporanea, FrancoAngeli, Milano 1982; G. Pomata, Madri illegittime tra Ottocento e Novecento. Storie cliniche e storie di vita, in "Quaderni storici", 1980; A. Pastore, P. Sorcinelli (a cura di), Emarginazione, criminalità e devianza in Italia fra '600 e '900, FrancoAngeli, Milano 1990.

2. E. Sori (a cura di), Città e controllo sociale in Italia tra xviii e xix secolo, FrancoAngeli, Milano 1982; G. Montroni, Le strutture sociali e le condizioni di vita, in G. Sabbatucci, V. Vidotto (a cura di), Storia d'Italia. 2. Il nuovo stato e la società civile, Laterza, Roma-Bari 1995.

3. Cfr. M. Palazzi, Donne sole. Storia dell'altra faccia dell'Italia tra antico regime e società contemporanea, Bruno Mondadori, Milano 1997.

4. M. Pelaja, Matrimonio e sessualità a Roma nell'Ottocento, Laterza, Roma-Bari 1994 e, della stessa autrice, Scandali. Sessualità e violenza nella Roma dell'Ottocento, Biblink, Roma 2001.

5. L'Archivio storico del S. Maria della Pietà (da qui in poi assmp) raccoglie le cartelle cliniche in ordine cronologico, basandosi sulla data di dimissione o morte. La data di morte di Rosa B. è il 20.9.1884.

6. La modula informativa era uno stampato di quattro facciate di cui gli altri istituti di ricovero e penitenziari, le Questure e i Comuni afferenti al manicomio possedevano o potevano richiedere le copie. Essa costituiva la relazione che accompagnava la persona in manicomio e ne riportava i dati anagrafici, le notizie sulla famiglia e l'ambiente sociale, le abitudini, i comportamenti che motivavano l'internamento manicomiale. Essa faceva parte della cartella clinica della persona internata che raccoglieva, oltre alla modula informativa, un foglio denominato "atto di notorietà" attraverso cui, di fronte alle autorità civili, i conoscenti delle persone per cui si richiedeva l'internamento, dichiaravano che era notorio che il soggetto fosse folle o pericoloso; il diario di ricovero dove i medici dell'istituto annotavano notizie rilevanti relative alla degenza in manicomio del paziente; le lettere o testimonianze autografe della persona internata; la documentazione di carattere amministrativo.

7. Pelaja, Matrimonio e sessualità, cit.

8. Questo non vuol dire che in manicomio ci fossero più vedove che, per esempio, nubili. Semplicemente si vuol far notare che mettendo in rapporto la popolazione manicomiale con la popolazione complessiva della provincia di Roma, entrambe divise per stato civile, il rapporto tra vedove internate e vedove esistenti risulta più alto (1 mentecatta vedova ogni 2.000 abitanti vedove) rispetto agli altri stati civili.

9. A. Giannelli, Studi sulla pazzia nella Provincia di Roma, Tip. L. Cecchini, Roma 1905, pp. 245-6.

10. Cfr. in proposito anche A. Groppi (a cura di), Il lavoro delle donne, Laterza, Roma-Bari 1996.

11. assmp, dimessa l'1.8.1906.

12. Ivi, dimessa il 15.1.1883.

13. Ivi, dimessa l'1.12.1890.

14. Ivi, deceduta l'1.5.1906.

15. Ivi, deceduta il 12.4.1906.

16. Ivi, dimessa il 22.12.1904.

17. L'opera a cui mi riferisco di seguito è F. Del Greco, L'individualità somato psichica della donna e le sue frenopatie, in "Il manicomio moderno", 1901; in particolare le pp. 21-7.

18. Ivi, p. 21.

19. Cfr. in proposito V. P. Babini, F. Minuz, A. Tagliavini, Le donne nelle scienze dell'uomo, FrancoAngeli, Milano 1986; G. Swain, L'anima, la donna, il sesso e il corpo. Metamorfosi dell'isteria alla fine dell'Ottocento, in "Sanità, scienza e storia", 1985; B. Iaccarino, Considerazioni introduttive sull'evoluzione dei modelli di psicopatologia femminile, in "Giornale storico di psicologia dinamica", 1985.

20. Del Greco, L'individualità somato psichica della donna, cit., pp. 25-6.

21. Cfr. L. Ferrante, Il valore del corpo, ovvero la gestione economica della sessualità femminile, in Groppi (a cura di), Il lavoro delle donne, cit.; Pelaja, Matrimonio e sessualità, cit.

22. Giannelli, Studi sulla pazzia, cit., p. 273.

23. assmp, dimessa il 25.3.1905.

24. Ivi, dimessa il 12.9.1904.

25. Il conservatorio del Rifugio di S. Maria in Trastevere, fondato nel 1806, era un'istituzione assistenziale che accoglieva esposte, orfane, ragazze pericolanti, donne pentite, malmaritate e vedove, con l'intento, tramite la reclusione e la rigida disciplina interna di avviarle a destini femminili "normali". Cfr. A. Groppi, I conservatori della virtù. Donne recluse nella Roma dei papi, Laterza, Roma-Bari 1994.

26. assmp, dimessa il 7.12.1906.

27. Ivi, morta il 2.4.1904.

28. Sulla diffusione di questo fenomeno, tanto in età moderna che in età contemporanea, cfr. Palazzi, Donne sole, cit.

29. L'organicismo psichiatrico è quella corrente di studi che pone in un'alterazione dell'organismo la sede della malattia mentale. Per un approfondimento sull'uso e l'abuso di questa espressione da parte della storiografia che si è occupata di psichiatria cfr. V. P. Babini, Organicismo e ideologie nella psichiatria italiana dell'Ottocento, in F. M. Ferro (a cura di), Passioni della mente e della storia. Protagonisti, teorie e vicende della psichiatria italiana tra '800 e '900, Vita e pensiero, Milano 1989.

30. Del Greco, L'individualità somato psichica della donna, cit., p. 40.

31. A. De Tilla, Isterismo e delitto, in "La Domenica giudiziaria", 1898.

32. L'isteria è anche uno degli argomenti più compiutamente studiati dalle donne che si sono occupate di storia della psichiatria e controllo sociale. A questo proposito si possono vedere Swain, L'anima, la donna, il sesso e il corpo, cit.; Iaccarino, Considerazioni introduttive, cit.; R. Bettica, Piccola storia dell'isterismo e dell'ipocondria, in "Rassegna di Studi psichiatrici", 1975; S. Cremonini, Isteria e devianza femminile nella seconda metà dell'Ottocento, in Sorcinelli, Emarginazione, criminalità, cit.; De Tilla, Isterismo e delitto, cit.; S. Resnik, Isteria, in Enciclopedia Einaudi, Torino 1979; M. A. Trasforini, Corpo isterico e sguardo medico, in "Aut-Aut", 1982; Id., Il codice isterico, in "Dei delitti e delle pene", 1983.

33. E. Tanzi, Trattato delle malattie mentali, Società editrice Libraria, Firenze 1905; L. Bianchi, Trattato di psichiatria ad uso dei medici e degli studenti, Napoli 1905.

34. Ivi, pp. 17-8.

35. Giannelli, Studi sulla pazzia, cit., p. 227.

36. assmp, deceduta il 24.03.1905.

37. Ivi, dimessa il 30.09.1906.

38. Ivi, dimessa il 25.10.1904.

39. Ivi, dimessa il 10.11.1904.

40. Cfr. a questo proposito la nascita e lo sviluppo della "nuova psichiatria", vale a dire di una significativa corrente di opposizione interna agli ambienti psichiatrici che ebbe una parte rilevante nella battaglia per la legge 180, per la chiusura dei manicomi. Come è noto, figura di spicco di questo movimento fu lo psichiatra Franco Basaglia che nel 1967, a Parma, aveva pubblicato il volume Che cos'è la psichiatria?, che poi divenne un testo di riferimento per il dibattito sulla psichiatria. In generale, a questo proposito, cfr. G. Jervis, Manuale critico di psichiatria, Feltrinelli, Milano 1985 e G. Pagliaro, L'alienità come costruzione sociale, Cleup, Padova 1984.

41. M. Foucault, Storia della follia nell'età classica, Milano, Rizzoli 1963; K. Dörner, Il borghese e il folle, Laterza, Bari 1969.

42. La bibliografia dedicata alla storia della psichiatria è, ovviamente, molto vasta. Un utile repertorio bibliografico è P. Guarnieri, La storia della psichiatria: un secolo di studi in Italia, Olschki, Firenze 1991.

43. Una delle prime memorie autografe di internati a essere pubblicata era stata, appunto, ritrovata nella cartella clinica della paziente, nel manicomio di Ancona; si tratta di A. Conti, Manicomio 1914. Gentilissimo Sig. Dottore questa è la mia vita, Mazzotta, Milano 1978.

44. Cfr. a questo proposito, per quanto riguarda l'Italia, A. Gibelli, L'officina della guerra. La Grande Guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Bollati-Boringhieri, Torino 1991 e P. Sorcinelli, La follia della guerra. Storie dal manicomio negli anni Quaranta, FrancoAngeli, Milano 1992.