L'emigrazione italiana in Gran Bretagna nel secondo dopoguerra:
il caso di Bedford (1951-60)*

di Michele Colucci

1. Le origini dell'emigrazione

Bedford, città che oggi conta circa novantamila abitanti, è situata a sessanta miglia a nord di Londra ed è capoluogo della circoscrizione del Bedfordshire. Bedford è considerata una delle città più multietniche della Gran Bretagna e la comunità straniera più numerosa è quella italiana: la progressiva stratificazione di gruppi e comunità straniere è avvenuta a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, quando, a causa delle necessità di ricostruzione postbellica, le industrie produttrici di mattoni e gli altri gruppi industriali della zona hanno introdotto contingenti sempre più numerosi di manodopera immigrata. La zona di Bedford è infatti caratterizzata economicamente dalla fine del xix secolo dalla produzione di mattoni.

La scoperta, nei dintorni della città, di enormi depositi d'argilla dava luogo alla nascita nel 1897 del primo insediamento industriale di fabbricazione di laterizi, cui ne seguivano molti altri nei decenni successivi. Nel 1936, dopo una serie di fusioni, nasceva la London Brick Company, la più grande industria di laterizi del mondo, che negli anni del secondo dopoguerra sarà proprio la principale coordinatrice dei flussi migratori indirizzati verso Bedford. L'economia della zona è caratterizzata anche da una discreta presenza dell'orticoltura e di altre attività legate all'agricoltura e all'allevamento. È presente inoltre una antica tradizione di insediamento di industrie produttrici di borse e calzature, mentre, proprio nei dintorni della città, c'è una concentrazione di aziende metalmeccaniche ed elettroniche in cui si è diffuso anche il lavoro italiano1.

Il paesaggio della contea del Bedfordshire, un tipico paesaggio naturale della provincia inglese, è stato fortemente condizionato dalla presenza delle industrie di laterizi. Gli ultimi chilometri della ferrovia Londra-Bedford testimoniano ancora oggi attraverso le sei enormi fornaci visibili a sinistra e a destra del tragitto ferroviario il passato industriale della zona: Marston Valley, Stewartby, Ridgmont, Kemspston Hardwick, Calvert e Redland Flettons sono le sei fornaci attorno alle quali nascevano stabilimenti industriali e veri e propri villaggi operai a partire dall'inizio del secolo.

Gli italiani iniziarono ad arrivare a Bedford nel 1951, nel mese di maggio. Il loro arrivo era stato organizzato nei mesi precedenti dalle tre principali industrie produttrici di mattoni, la London Brick Company, la Marston Valley Brick Company e la Eastwood Ltd. Come era accaduto, per quanto riguarda il lavoro nelle miniere, la possibilità di reclutare manodopera italiana era stata segnalata fin dal 1946 dall'ambasciata inglese a Roma e si era concretizzata dopo una fitta serie di contatti e di accordi tra il ministero del Lavoro italiano, le aziende inglesi e il governo inglese. Già dal 1947 le fabbriche di laterizi del Bedfordshire si erano trovate nella necessità di assumere lavoratori stranieri, indirizzandosi prima verso i prigionieri di guerra e, in un secondo momento, sui profughi e sui numerosi contingenti di polacchi presenti nel paese. Gli stranieri presenti in Gran Bretagna non erano però in numero sufficiente per coprire interamente le carenze di organico e le tre industrie iniziarono dai primi mesi del 1950 a premere nei confronti del governo per permettere l'arrivo di nuovi gruppi di immigrati. La situazione sembra molto simile a quella fotografata nello stesso periodo rispetto all'industria mineraria: il governo cerca soluzioni alternative all'assunzione di manodopera straniera, temendo ripercussioni politiche dovute alla diffusa presenza di disoccupati inglesi nelle regioni centrosettentrionali. Nel 1950 quindi le industrie di mattoni avviano contatti e assunzioni nel Merseyside, Tyneside, Clydeside e Irlanda del Nord, evitando di rivolgersi a manodopera straniera, ma i nuovi lavoratori resistono nel Bedfordshire per poche settimane: il 90% di loro preferisce rientrare nelle proprie province d'origine dopo appena due settimane di lavoro. A questo punto, l'unica soluzione praticabile è quella dell'ingaggio di operai stranieri, provenienti in particolare dall'Italia, che nel frattempo si era candidata attraverso l'azione delle autorità diplomatiche come primo paese disponibile all'esportazione di manodopera2.Il lavoro italiano nella zona non era tuttavia una novità, era stato infatti sperimentato negli anni di guerra:

Questo campo [Kempston Hardwick, a tre miglia da Bedford], quasi totalmente popolato da prigionieri italiani, si rese subito famoso come un'officina efficientissima. Si preparava materiale parabellico, per il quale i regolamenti internazionali vietavano di impiegare prigionieri. Ma tutti chiusero un occhio. Gli italiani ci lavoravano sodo; anzi, molti durante i trasporti si buttavano dai camion e sparivano in città a far lavori per privati in garages, costruzioni, officine, per poi ritornare al campo a notte fonda. [] Poco dopo, nel '44, la cooperazione: si lavorava assieme agli inglesi nelle stesse officine, fianco a fianco, non più ad orario ma a "task" come mi ha ricordato il dottor Motti, e si era trattati più come operai che come prigionieri3.

Gli stessi primi emigrati italiani ricordano come il campo che li ospitava al loro arrivo nel 1951 non era altro che l'ex campo di prigionia, dove molti italiani avevano vissuto negli anni di guerra:

Ci misero in un ostello che però era praticamente una baracca, alla sera ci facevamo il fuoco per scaldarci. Era un campo con le baracche in eternit, lamiera, era proprio quello dove in tempo di guerra avevano messo i prigionieri4.

Le tre aziende, individuato quindi il bacino di reclutamento dell'Italia meridionale come ideale per le loro esigenze, aprono addirittura un ufficio di reclutamento a Napoli, che diventerà per tutti i futuri emigranti la prima tappa verso l'Inghilterra. I protagonisti della pianificazione del reclutamento verso Bedford sono quindi il ministero del Lavoro italiano e inglese, il ministero degli Esteri italiano e inglese, le due rispettive ambasciate a Roma e Londra, l'Home Office e le aziende interessate.

Alla fine del maggio 1951 il primo gruppo (in cui i molisani di Busso erano la maggioranza) arriva negli ostelli di Kempston Hardwick, tre chilometri a sud di Bedford. Nel solo 1951 le tre fabbriche (London Brick Company, Marston Valley Brick Company e la Eastwood Ltd) assumono 1.101 lavoratori italiani, iniziando quel flusso che andrà a formare la comunità italiana di Bedford. Seguendo i dati del ministero del Lavoro inglese a proposito del reclutamento di questi tre gruppi industriali possiamo tracciare un primo percorso del flusso italiano verso Bedford (cfr. tab. 2). Tra il 1951 e il 1957, anno in cui vengono sospesi i reclutamenti collettivi, sono quindi 5.103 gli italiani che giungono a Bedford attraverso gli Schemi di reclutamento collettivo: a questa cifra occorre aggiungere le rispettive famiglie degli operai, che iniziano ad affluire dal 1955, gli italiani che giungono a Bedford non direttamente dall'Italia, ma da altre zone della Gran Bretagna, gli operai reclutati da aziende minori della contea. Ci troviamo quindi di fronte a un flusso migratorio di dimensioni piuttosto notevoli, tenendo presente che gli abitanti di Bedford ammontavano, negli anni Cinquanta, a circa 55-60.000 (per la precisione 53.065 al censimento del 1951 e 63.334 al censimento del 1961). Queste cifre tuttavia non sono considerabili come definitive. Infatti, secondo quanto affermato da diverse fonti, almeno nelle prime fasi annuali di reclutamento, circa il 60% degli operai sceglieva di tornare in patria dopo i primi quattro anni di contratto5. Gli italiani transitati da Bedford tra il 1951 e il 1957 sono quindi sicuramente più di 6.000, mentre quelli stabilitisi nella città poco più di 3.000, come conferma il censimento inglese del 1961, che indica 3.323 italiani presenti a Bedford (1.704 uomini e 1.609 donne) e 4.448 in tutto il Bedfordshire (2.246 uomini e 2.202 donne)6.

I dati colpiscono per la rapidità e l'intensità della trasformazione avvenuta a Bedford nell'arco del decennio 1951-61: se confrontiamo infatti i dati sulla crescita della presenza italiana con i dati generali sull'incremento demografico della città nello stesso arco di tempo possiamo constatare come l'incidenza italiana sulla crescita demografica di Bedford sia stata nel decennio considerato circa del 30%7. Quali furono le caratteristiche dell'insediamento di un numero così alto di italiani? Quali erano le condizioni abitative, lavorative, culturali in cui vivevano gli italiani? Quali furono le risposte della comunità locale a un'immigrazione così massiccia?

2. Il viaggio

Gli italiani venivano a conoscenza degli Schemi di reclutamento collettivo negli Uffici provinciali del lavoro, diffusi su tutto il territorio nazionale8. Gli Uffici del lavoro erano, negli anni dell'immediato dopoguerra, letteralmente presi d'assedio da migliaia di disoccupati, soprattutto nelle regioni meridionali: per molti futuri emigranti il viaggio verso il proprio capoluogo di provincia era la prima tappa del successivo percorso migratorio:

Allora un giorno decidemmo di andare ad Agrigento, per vedere se all'Ufficio si poteva avere qualche impiego. Era la prima volta che andavo ad Agrigento. L'Ufficio era pienissimo e c'erano molti che dicevano che il lavoro c'era in Olanda, Belgio, Germania. Io avevo un cugino che già si trovava in Inghilterra e vidi che c'era la possibilità di essere assunti lì. Mi fecero la visita, la passai, dopo un mese partii. Era stata la prima volta che andavo ad Agrigento e ora mi ritrovavo addirittura in Inghilterra9.

Le proposte delle fabbriche di mattoni venivano appunto pubblicizzate dal ministero del Lavoro italiano e riscuotevano un certo interesse proprio nelle zone più depresse e disagiate del Sud.

Quando i funzionari della Marston Valley fecero affiggere i bandi del concorso a Napoli, Agrigento, Avellino quando per presentarsi bisognava essere entro i limiti di età, quando per essere ammessi all'interview bisognava salire, ignudi, sulla bilancia, quando durante l'esame l'interprete venuto da Napoli invitava a mostrare i calli sulle mani ai manager della Marston, chi sceglieva di partire? A casa le mogli e le madri pregavano che fossero i loro uomini ad essere fra quelli scelti. La Marston poteva allora permettersi di fare la scelta, dopo la guerra, giù ad Avellino, a Busso, Montefalcione, non a Bedford10.

Bastava leggere i punti del contratto per capire che la prospettiva di lavoro sarebbe stata piuttosto dura, con una serie di decurtazioni salariali (vitto, alloggio, trasporto) che riducevano lo stipendio a quanto bastava per la semplice sopravvivenza e che limitavano la possibilità di mandare denaro nelle proprie terre di origine. Erano comunque in molti ad accettare le condizioni poste dalle aziende e a sottoporsi agli esami medici per la selezione. La visita, un momento fondamentale nella memoria di molti emigranti, avveniva a Bagnoli, Napoli, dove le aziende avevano aperto l'ufficio di reclutamento. Le autorità italiane si impegnavano a fornire garanzie sull'integrità politica e morale delle persone selezionate ed entro poche settimane dalla visita i ragazzi partivano. A partire erano soprattutto giovani non sposati, tra i ventuno e i ventiquattro anni: la famiglia a carico era una di quelle aggravanti che le aziende inglesi sconsigliavano già nel contratto di assunzione. Molti emigranti partivano subito dopo il servizio militare:

Tornato dal militare mi trovavo di nuovo al paese senza nulla da fare. Erano in molti nella mia stessa situazione: il primo che ci avesse chiamati e saremmo partiti subito, per andare dappertutto. Io veramente volevo andare in Brasile, ma era difficile, arrivò l'Inghilterra e non ci pensai un attimo11.

Il servizio militare era un'esperienza che colpiva molto i giovani meridionali, soprattutto quelli diretti al Nord. La generazione di ventenni che emigrò nei primi anni Cinquanta non aveva conosciuto direttamente la guerra, ne aveva piuttosto pagato il prezzo più duro nei paesi e nelle province. Partire militare era un'occasione per interrompere almeno per un po' la propria situazione di disoccupazione o sottoccupazione, con in più il fascino di partire e andare anche lontano. Il ritorno a casa era particolarmente traumatico, era un ritorno alla realtà che molti non sopportavano e l'attrattiva di un impiego all'estero, anche se duro e sottopagato, diventava una prospettiva eccezionale. Il viaggio avveniva in treno fino alla Francia, in nave e in pullman fino agli ostelli di Bedford. La traversata della Manica e l'avvistamento dell'Inghilterra sono tra i ricordi più forti degli emigrati:

C'era una nebbia fittissima, non si capiva dove stava l'isola. Faceva veramente molto freddo. In Francia ci avevano regalato qualche cosa da bere e da mangiare. Quando arrivammo non eravamo abituati a quel freddo, anche se ci avevano avvertito. Poi verso Bedford la nebbia era sempre di più, vedemmo le forna ci e arrivammo agli ostelli. Non ce la facevo con quel clima, non volevo scendere e volevo tornare indietro. Piano piano ci siamo abituati tutti12.

A Dover appena sono arrivato qua in Inghilterra ­ m'ha fatto questo effetto [] ­ intanto ca tutto pareva più grande e poi queste case parevano chiesette ­ parevano tutte chiese ­ sembrano a uno ­ adesso a me non sembrano niente perché abituato a vedere ­ ma uno che viene dall'estero ­ dall'Italia ­ da un'altra parte ­ vede tutte chiese ­ sembrano chiese ­ fatte a quel formato ­ e sono rimasto così13.

3. Dagli "hostels" alle case: il problema dell'abitazione

La prima sistemazione abitativa degli italiani era, appunto, negli hostels collettivi. Si trattava di strutture abitative di derivazione militare o sanitaria, con il tetto in lamiera e le pareti in legno, con camerate, bagni in comune, mensa, spazi ricreativi: in diversi casi erano gli stessi luoghi in cui pochi anni prima erano stati trasportati i prigionieri di guerra. Gli hostels erano fuori dalla città, nella zona di Kemspton Hardwick, in prossimità delle fornaci dove gli italiani avrebbero lavorato. I quattro ostelli più grandi, capaci di ospitare in tutto un migliaio di persone, erano Church Farm e Ampthill (situati nel villaggio di Ampthill), Royal House e Kempston Hardwick Barracks (a Kemspton). La gestione degli ostelli era direttamente a carico del governo fino al 1955, in seguito fu appaltata alle singole aziende che assumevano la manodopera straniera14. Gli operai venivano trasportati con appositi pullman nei luoghi di lavoro e alla fine della giornata lavorativa venivano riportati negli hostels. Si trattava di una forma di segregazione abitativa e sociale che colpì fin dall'inizio gli operai italiani:

La camerata dove si dorme, sembra una camerata di soldati, ma che almeno fosse pulita tutta zozza e umida che dalle pareti scorre laqqua è nella terra fangosa e piena di acqua sporca sembriamo tutti schiavi. [13 gennaio 1961]. Oggi ho trascorso la giornata dentro e mi sentivo carcerato. [22 gennaio 1961]15. La branda dove dovevo dormire ­ branda militare tutte brande militari ­ che questi ostelli erano posti dove c'erano i prigionieri ­ c'erano i coperti militari regolari ­ e non era una casa ­ come so fatte i case insomma ­ era brutto proprio [] in questi ostelli non c'era nienti ­ ho visto quelle brande andando lì ­ e le valigie le ho messe sulla branda ­ ho fatto un coso di legno ­ una specie di comodino che mi sono fatto io ­ e ci ho messo le valigie ­ e lì ­ quello era l'armadio16.

Anche nei rapporti delle visite dei funzionari dell'ambasciata italiana negli hostels riscontriamo alcuni particolari piuttosto rivelatori sulle reali condizioni dei gruppi di italiani, che nelle comunicazioni dell'ambasciata vengono in diverse occasioni dipinte con toni esageratamente ottimisti e acritici:

Coronation Hostel di Bedford. È di proprietà della London Brick Company (fabbrica di laterizi) e vi alloggiano una settantina di nostri lavoratori. È un hostel di tipo inferiore. I dormitori sono disposti in piccoli capannoni umidi, piuttosto sconnessi, riscaldati in inverno con una stufa. Insufficienti ed antiquati i servizi igienici. Lo stesso si dica del vitto, che è scarso e cattivo, ma la tariffa è più bassa che altrove e in definitiva è più ricercato che rifuggito17.

I problemi che gli italiani riscontravano nella vita negli hostels erano l'isolamento, il cibo, la mancanza di autonomia, l'impossibilità di poter richiamare i familiari dall'Italia. Gli hostels erano lontano dalla città, gli italiani potevano quindi avere qualche contatto esterno al mondo del lavoro soltanto nei giorni di riposo, quando andavano a Bedford o anche a Londra in occasione di iniziative organizzate per la comunità italiana. Si trovavano costretti a trascorrere anche le ore libere dal lavoro in un contesto di forte isolamento. Un problema che tutti gli italiani riscontravano in questi luoghi era la difficoltà con il cibo che veniva cucinato nelle mense: pasti tipicamente inglesi, che gli italiani non riuscivano ad accettare:

All that potato and stuff. I didn't know how to eat it. I mashed it all up together18.

Il problema del cibo negli hostels è uno dei più dibattuti nelle corrispondenze degli operai italiani e nei rapporti delle autorità italiane: venne risolto in modo parziale nel corso degli anni, dopo una serie di trattative del consolato italiano. Il problema emerse anche durante una visita del ministro del Lavoro italiano, Ezio Vigorelli, avvenuta il 16 ottobre 1956 a Bedford:

Due sole questioni hanno fatto oggetto di esplicita lagnanza e cioè il modo di preparazione del cibo negli "hostels" e la grave penuria di alloggi privati19.

La grande questione che creava più conflittualità tra gli immigrati e le aziende era però il problema del costo degli hostels. Se osserviamo i punti 10 e 12 del contratto tipo del 1956, a cui si era arrivati dopo una serie di modifiche rispetto al primo schema del 1951, possiamo analizzare il peso che aveva sull'economia personale degli operai il costo degli hostels:

10. I salari minimi per un lavoratore di 20 anni o più per una settimana lavorativa di 44 ore sono attualmente i seguenti: £ 8.19.8d. Paga minima per il turno settimanale di lavoro diurno £ 11.4.7d. Paga minima per il turno settimanale di lavoro notturno. Il lavoro straordinario, quando è effettuabile, viene retribuito in ragione del 25% in più del salario normale per le prime 5 ore oltre le 44 ore; del 50% in più per le ore successive. []

12. All'arrivo nella zona di lavoro in Gran Bretagna l'alloggio in hostels riconosciuti sarà fornito alle medesime tariffe pagate dai lavoratori inglesi. La tariffa attuale ammonta a £ 3.9.9 per settimana comprendente due pasti dal lunedì al sabato e tre pasti alla domenica, cioè un totale di 15 pasti principali settimanali. I panini imbottiti (sandwiches) per il mezzogiorno non sono inclusi ma è possibile acquistare delle merende da portare al lavoro a prezzi ragionevoli. Inoltre si possono ottenere bibite e merende nel Hostel di ogni sera, per cui la maggior parte degli uomini spende una media di uno scellino e 6 pence per ogni sera. Questi prezzi sono soggetti a revisione di volta in volta, a seconda delle variazioni del costo della vita20.

Il vitto e l'alloggio quindi, per ogni settimana, vanno a incidere quasi sulla metà del salario normale (3.9.9 £ su 8.19.8 £), escludendo tutte le altre spese, come il trasporto e il vitto non compreso nei due pasti giornalieri. Si tratta di una trattenuta molto forte sullo stipendio, che, agli occhi degli emigranti italiani, era decisamente eccessiva, non giustificata dal tipo di accoglienza ricevuta negli hostels e che, soprattutto, rendeva molto difficile la possibilità di mandare denaro alle proprie famiglie in Italia. La protesta italiana è indirizzata alla dirigenza delle aziende della zona, sotto forma di lettere, di lamentele, di discussioni con i responsabili degli hostels, ma la risposta che veniva data era che la condizione abitativa degli immigrati era stata concordata negli Schemi di reclutamento e chiaramente esposta nel contratto, quindi ogni tipo di protesta era del tutto impropria21.

Le autorità italiane furono informate della situazione negli hostels. Gli italiani iniziarono a rivolgersi al personale dell'ambasciata italiana a Londra, che aveva seguito l'intero percorso di arrivo e insediamento dei lavoratori italiani, per cercare di essere ascoltati nelle proprie richieste. La seguente lettera, scritta presumibilmente da un funzionario dell'ambasciata italiana e indirizzata a Toogood del ministero del Lavoro inglese, denuncia la situazione in alcuni hostels verificata da alcune visite di funzionari italiani:

Dear Mr Toogood,

when I last say you, you asked me to let you have the rest of the reports on the hostels visited by our consular agent in the Bedford area, and I am enclosing one relative to the "Round house" at Bletchley. Signor Conte has advocated that no italians be permitted ­ even they be willing ­ to go into this hostel which is definitely below standard. I understand that representations have been made to Mr Miller for our nationals prevented from going to the Round House Hostel and for the 20 already living in it to be made to leave and transfer to the Kempston Hardwick or Church Farm hostels. There is no evidence, so far, to show that anything has been done in this direction. The Ampthill Hostel, a report on which has already been sent to you, should similarly be made inaccessible to our workers or, as it houses only italians, closed down since, being leased by the Ministry of Works, there is little likelihood of improvements being carried out there by the Marston Valley Company. The Kempston Hardwick hostel appears to have vacancies and could probably accommodate the 110 or so Italians that we should like to see transferred from the two before-mentioned unsatisfactory hostels. Apart from the hostels already visited by our consular agent, there are two others accommodating comparatively small groups of our nationals. I refer to the Leighton Buzzard and the Calvert Hostels, both situated in the vicinity of Bletchley. Conditions generally are not bad there and Signor Conte is of the opinion that our nationals could continue to live there. I hope you will have too the opportunity of taking up the question of the suggested improvements with regard to food, transport and medical services in the Kempston Hardwick, Curch Farm and Drayton Parslow establishments and may be able to give me some favourable news soon on the subject22.

La fuga dagli hostels diventava comunque un passaggio obbligato per quanti si volessero costruire una vita quotidiana più indipendente e con radici meno precarie: anche se fossero stati cambiati i termini della permanenza negli hostels collettivi il fenomeno dell'esodo da questi luoghi non sarebbe stato facilmente arginabile. La dinamica di spostamento degli italiani dagli hostels dell'hinterland a Bedford è una delle questioni più delicate che le autorità locali si trovano a gestire per tutto il corso degli anni Cinquanta. Lo spostamento degli italiani mette in moto infatti un insieme di conseguenze che provocano le reazioni della popolazione locale e una serie di situazioni di conflittualità che hanno come protagonista la nascente comunità italiana.

Fin dalla fine del 1951 tra i primi gruppi di italiani si registrarono casi di abbandono degli hostels e di insediamento nella periferia della città. Il fenomeno era tuttavia decisamente minoritario e finché non assunse proporzioni di massa non provocò praticamente alcun tipo di attrito con la popolazione residente di Bedford. Gli operai italiani, come abbiamo già osservato, non erano nella condizione di poter accettare a lungo la sistemazione collettiva: il loro obiettivo immediato, una volta avviato il lavoro e risparmiati un po' di soldi, era il ricongiungimento familiare con i parenti che ancora si trovavano in Italia.

A famiglia? e dove la mettevo? ­ il problema era la casa ­ che se non hai casa non hai famiglia [] perché co la casa c'è la famiglia e figli (Giuseppe C.)23.

Eh no ­ no ­ alla casa no ­ non puoi dire no alla casa ­ perché se c'è la casa poi viene che fai tutto il resto ­ ma la casa è na cosa troppo importante ­ co la casa ti sei sicuro che i soldi non si perdono e che i figli dopo hanno qualcosa (Giuseppe C.)24.

Vivere negli hostels, oltre ad essere umanamente e socialmente degradante, rendeva impossibile qualsiasi progetto di ricongiungimento. La casa, in un simile contesto di isolamento, inizia a rivestire per gli emigrati un ruolo fondamentale, sia dal punto di vista materiale che simbolico: diventa allo stesso tempo una esigenza pratica fondamentale e un'aspirazione irrinunciabile, che poteva rappresentare un primo passo verso la ricostruzione della propria identità culturale e sociale che l'esperienza della migrazione aveva scardinato. Renato Cavallaro ha analizzato la valenza dell'immagine della casa, contrapposta alla vita negli hostels, tra gli emigrati calabresi:

L'hostel è la negazione della casa. Esso è una non casa. È la negazione dialettica del luogo delle relazioni familiari. L'hostel è, sostanzialmente, una sorta di caserma nella quale gli individui vengono depauperati progressivamente del ricordo della propria casa che diverrà sempre più il luogo da "ri-costruire" al più presto. L'hostel-caserma annulla, infatti, gli spazi dell'intimità di cui ciascun individuo ha bisogno. [] Anche questo motivo concorre quindi ad individuare nell'acquisto della casa un tema centrale dei calabresi di Bedford. La casa come angolo chiuso del mondo circostante, come spazio stabile che fissa e comprime il tempo e che addensa i ricordi personali e quelli del gruppo, affiora continuamente nelle biografie degli emigrati. [] La casa è, pertanto, uno spazio sociale polisemico. Essa, infatti, racchiude molteplici significati che, per comodità dell'analisi individuiamo in due punti fondamentali: a) localizzazione del proprio gruppo primario familiare; b) possesso di un bene economico sicuro25.

La prima sistemazione alternativa che molti italiani riuscirono a trovare fu nelle cosiddette lodging-houses (case alloggio), ville di epoca vittoriana che i proprietari decidevano di affittare a più nuclei familiari, con frequenti casi di coabitazione di più famiglie nella stessa casa o, addirittura, nella stessa stanza. Erano immobili situati nella parte occidentale della città, disposti lungo Midland Road, in prossimità della stazione ferroviaria: la loro costruzione, datata attorno agli anni Settanta e Ottanta dell'Ottocento, risaliva al periodo del ritorno di gruppi e famiglie dalle colonie imperiali e all'esigenza di individuare per questi una sistemazione unitaria e legata al loro passato. Negli anni del secondo dopoguerra la gran parte di queste case era stata abbandonata e i proprietari non esitarono a offrirle a prezzi anche piuttosto alti alle famiglie di immigrati che erano disperatamente alla ricerca di un affitto, molto difficile da trovare nel resto della città.

Dopo un po' siamo riusciti tutti a comprarci la casa, anche con gli aiuti del governo. Ma all'inizio fu dura, quando andammo via dagli ostelli ci trovavamo in tre-quattro famiglie dentro una casa, io vivevo con mia moglie e altre tre famiglie, per tutti una sola cucina e un solo bagno26.

The first places the immigrants could find were near the railway station, to the west of the town centre. In this area some 70% of the buildings date from before 1875. Many were big old houses too inconvenient and too costly for English families to maintain. These became the first lodging-houses. There the immigrants crammed together, partly from a need for the security of their own kind but mainly because these houses were all they could get. After months, even years, of searching, they were glad to get anything, and almost on any terms. The inevitable results were, on the one hand, overcrowding and poor living conditions; on the other, a rash of stories of immigrant slum conditions27.

Le multiple occupations si diffondevano in tutte le comunità straniere, ma erano soprattutto gli italiani a incrementare questa forma di coabitazione che iniziava a destare scandalo anche tra le autorità locali. L'iter che gli stranieri dovevano compiere per trovare un alloggio era comunque simile per le varie comunità. Brown ha cercato di ricostruirlo con questo schema:

Slowly emerged a cyclic pattern of immigrant housing. At first, the arduous search. Then a foothold in an old house; and, as trust was established, more of the same group admitted to the lodging. There they lived, often hugger-mugger, scrimping and saving until one or more of them got money enough to buy up a house for themselves where they could live and which would be a lodging-place for their own people. As others of the group got money, they left to find rooms on their own, or married and bought a house where they could effort it ­ for the most part in the poorer areas of town. Then, as the group dispersed, the new immigrant landlords, together with the local landlords, let their rooms to the next wave of immigrants. These, in turn, re-enacted the original pattern28.

Secondo l'autore gli italiani si inseriscono in questo percorso con una netta differenziazione rispetto agli altri: tendono, cioè, ad accettare la condizione degradante delle lodging-houses e vi si stabiliscono non temporaneamente, come gli altri immigrati, ma per lungo tempo, anche per anni. Da qui, quindi, la concentrazione italiana nella zona di Midland Road e la formazione di quello slum che le autorità cercano di eliminare. La tab. n. 1 ricostruisce la quantità di multiple occupations tra il 1955 e il 1968, dividendo per nazionalità gli immigrati: la quantità di italiani coinvolti nel fenomeno è davvero considerevole.

L'arrivo in città degli italiani, stipati in appartamenti di piccole dimensioni in condizioni igieniche e di convivenza decisamente precarie, provocava però l'indignazione di vasti settori della popolazione locale.

In one gaunt Victorian mansion I found Francesco e Maria living in the old front parlour with their five children ­ the youngest five months old. Rent: £ 3.5 a week. Maria shares the downstairs kitchen and wash-house with the mothers of two other families. She was cooking the evening meal for herself and her husband, who had just got back from work and for the other to mothers, whose husbands were on "nights". Maria was surprised when I asked if it was difficult for three women to share one kitchen and one wash-house with a single stink. From these overcrowded houses the children tumble out into the quiet roadway to play their shrill noisy games. The morning shift at the brickworks 12 miles away starts at seven o'clock. So at about 5.30 the workers begin to gather in Midland road to wait for the company bus29.

In this house, we took pictures of toilet which we considered, when printed, too much pleasant to publish. The outside drains were blocked. Dirty water was swirling in the yeard. The staircases and corridors were bare, or spattered with torn fragments of linoleum. People living there told us that at one time there were over forty of them living in the house, sharing one bathroom. In this once-exclusive area there are several such houses, the large, rambling, fourteenroomed kind, with long corridors, and dark kitchens, built for the days when servants were cheap and plentiful. Now each room is housing one family, or four single man ­ at three pounds a room for families, and twenty-five shillings a head for single men30.

In una corrispondenza tra il ministero del Lavoro inglese e l'Home Office del febbraio 1956 si paventava il rischio della diffusione di un sentimento antitaliano: «there has been evidence of a good deal of anti-italian building up in the neighbourhood». Si trattava di una vera e propria "crisi" nel rapporto tra la città di Bedford e gli italiani: era tuttavia probabilmente una crisi inevitabile, visti i modi con cui era stata gestita l'immigrazione italiana e l'atteggiamento ambiguo delle autorità locali, che avevano praticamente ignorato la presenza italiana fino a che gli italiani non erano diventati un "problema", sotto gli occhi di tutta la popolazione, mentre fino a pochi mesi prima erano adeguatamente "nascosti" a tre miglia dal centro.

From the beginning, then, the Italians clung together. Bedford was horrified by the loud speech, the violent gesticulations, the pungent cooking smells, the noise of radios at full volume, particularly in the summer months, when Italians spilled out of their crowded houses to conduct a communal life in the streets. Through open windows, the radios continued at full blast. What to italians were normal acts of human interchange were to the people of Bedford acts of indecent exposure. These people... noisy... smelly... undisciplined... these making the town a slum31.

Abbiamo una testimonianza molto interessante dell'emergenza abitativa che caratterizzava la comunità italiana anche nei documenti dell'ambasciata a Londra32. L'ambasciata viene in diverse occasioni investita del problema dai funzionari del ministero del Lavoro inglese, che a loro volta erano pressati dall'amministrazione di Bedford. Addirittura nell'aprile del 1956 i funzionari diplomatici italiani compilano, con l'aiuto del Council of Bedford, un elenco delle famiglie italiane occupanti di una stanza e dei gruppi di uomini che vivono in più di cinque in una stanza, corredando l'elenco con le foto delle abitazioni e la loro localizzazione geografica. Dalle foto si può notare come le case interessate fossero effettivamente quelle tipiche ville di epoca vittoriana che si incontrano praticamente in tutta la provincia inglese. Dalla documentazione emerge inoltre anche la denuncia della presenza di alcune baracche abitate da single men italiani e situate soprattutto nella zona di Ampthill Road33. Le istituzioni locali, con la collaborazione delle dirigenze delle industrie in cui lavoravano gli italiani, cercarono di scoraggiare l'abbandono degli hostels. Nel maggio 1956 compariva questo cartello in tutti gli hostels abitati da italiani:

Questo "hostel" è mantenuto a spese della Ditta appositamente per gli operai dipendenti. Parecchie centinaia di lavoratori italiani vivono e lavorano in Bedford e dintorni dove gli alloggi sono molto scarsi e sovraffollati. La situazione va peggiorando perché numerosi italiani lasciano gli "hostels" per andare a vivere in città riunendosi spesso in una sola stanza in condizioni anti-igieniche, socialmente poco decorose e pagando affitti esosi ai padroni di casa. Il sovraffollamento delle abitazioni in Bedford ha dato luogo a inconvenienti di vario genere. L'attuale situazione preoccupa le autorità locali, le quali ritengono che, almeno per un certo tempo, la città non possa più ricevere altre persone. Nel vostro interesse siete esortati a rimanere il più lungo possibile nell'Hostel che la ditta tiene a vostra disposizione e che vi costerà meno di una abitazione più scomoda in città. Per qualsiasi consiglio riguardante l'alloggio rivolgetevi all'Agenzia Consolare, 50, Victoria Road, Bedford34.

Era però un'operazione di difficile riuscita, infatti l'esodo dagli hostels aumentava progressivamente fino al 1957.

Il ricongiungimento familiare era quindi un passaggio molto importante nel percorso umano e sociale degli emigrati. Non si trattava però di una semplice formalità burocratica, richiedeva infatti un insieme di garanzie e di procedure sulle quali in diverse occasioni si registrano contrasti tra gli emigrati e le autorità italiane ed inglesi. Questa circolare del 13 marzo 1952 inviata dalla Direzione generale occupazione interna e migrazioni del ministero del Lavoro italiano a tutti gli Uffici del lavoro chiarisce quali fossero le procedure da seguire per il ricongiungimento familiare in Gran Bretagna:

Allo scopo di facilitare il ricongiungimento del nucleo familiare (moglie e figli minori di 21 anni di età) con il capo-famiglia, emigrato ed impiegato al lavoro in Gran Bretagna, la procedura per ottenere l'ammissione all'espatrio dei familiari è stata stabilita come segue:

1) Il lavoratore emigrato che desideri farsi raggiungere dalla famiglia deve inviare al Console italiano competente territorialmente, una attestazione in duplice esemplare e nella formula allegata, stabilita dal Ministero degli Interni Britannico, dalla quale risulta che il lavoratore è in grado di alloggiare e mantenere la propria famiglia in Gran Bretagna. []

3) L'Ufficio del lavoro cui saranno segnalate da questo Ministero le richieste in parola sottoporrà i familiari a visita medica []. Successivamente al Centro di Emigrazione di Milano e p. c. a questo Ministero i nominativi dei familiari in possesso del passaporto e pronti per la partenza.

4) L'Ufficio del lavoro, appena ricevuto il nulla osta di partenza del Centro con l'indicazione della data di afflusso a Milano, curerà l'avviamento colà dei familiari previa consegna ai medesimi dei passaporti, del certificato vistato dal Console italiano e degli altri documenti di viaggio ordinariamente richiesti per i viaggi di trasferimento degli emigrati.

5) Il Centro Emigrazione di Milano darà comunicazione a questo Ministero dell'avvenuto espatrio e provvederà alle segnalazioni agli Uffici competenti in Inghilterra per l'assistenza della famiglia nel viaggio fino a destinazione35.

Il problema, per gli emigrati, era la certificazione dell'alloggio e del reddito capace di mantenere la famiglia: due elementi su cui non sempre si potevano offrire garanzie certe alle autorità. Nel periodo 1956-66 su 1.150 famiglie italiane che chiedono il ricongiungimento ben 240 di loro non lo ottengono: il 20,8% dei casi, una percentuale decisamente alta che dipende dalle rigidità imposte dalle autorità locali di Bedford per impedire l'espansione della comunità italiana. I dati, comunque, segnalano che il ricongiungimento familiare fu un fenomeno piuttosto costante a partire dal 1954-55: la comunità italiana, anche se tra molte difficoltà, si andava quindi espandendo e gettava le basi per un insediamento di tipo intergenerazionale e di forte impatto sul tessuto economico e sociale della città.

Cercando di sintetizzare gli sviluppi successivi dell'insediamento residenziale degli italiani occorre ricordare un altro fenomeno, ovvero l'acquisto delle case da parte degli immigrati. Se infatti nel 1956 gli italiani in affitto erano l'86% del totale, dieci anni dopo, nel 1966, questa cifra scende al 60%. Gli italiani avevano infatti iniziato ad acquistare appartamenti grazie ad alcune agevolazioni statali, studiate proprio per superare il fenomeno delle multiple occupations e della concentrazione residenziale, che arrivavano a concedere mutui fino al 90% del costo dell'immobile36. Anche nel caso dell'acquisto di appartamenti si verificavano le dinamiche di raggruppamento di italiani negli stessi isolati e negli stessi quartieri della città: gli italiani infatti si rivolgevano a quei settori del mercato immobiliare più accessibili e chiaramente trovavano un'abitazione nelle parti più povere della città, come Clapham Road, Queens Park, Ampthill Road. È anche interessante notare come ad attirare gli italiani era il tipo di abitazioni, che in alcuni casi potevano favorire quelle relazioni interne alla comunità che, come abbiamo già notato, erano per gli italiani talmente importanti da rendere accettabile la convivenza nelle precarie condizioni delle multiple occupations. A questo proposito un esempio molto interessante è l'insieme di case a schiera di Bedford Park, altro luogo di concentrazione residenziale degli italiani a partire dai primi anni del decennio Sessanta fino a oggi.

4. Il lavoro

In fabbrica ero addetto al trasporto dei mattoni, un lavoro molto pesante. Dovevamo praticamente spostare per tutta la giornata lavorativa cumuli di mattoni che venivano prodotti e immediatamente caricati sui camion. Con noi c'erano molti indiani e pachistani, con loro ci trovavamo comunque bene. Furono quattro anni durissimi, al lavoro non ti potevi fermare un attimo, un giorno trovarono mio fratello che si stava riposando, lo presero, lo licenziarono e lo rimandarono in Italia. Non è stato appassionante ma non avevamo alternative, al paese37.

Il lavoro con i mattoni era tremendo, ci sono stato undici anni. Lavoravamo alle fornaci, fuori da Bedford e vivevamo negli ostelli, che ci dovevamo pure pagare. Non avevamo proprio una vita nostra perché era tutto lavoro e riposarsi dal lavoro, lavoro e riposarsi dal lavoro. Alle fornaci italiani eravamo in molti, si parlava italiano tra noi operai e a noi ci rispettavano perché lavoravamo meglio degli altri, infatti di italiani ne continuarono a chiamare per tanti anni. Dai mattoni ci siamo dovuti passare tutti, chi veniva a Bedford poteva fare solo quello, per quattro anni era proibito cambiare lavoro, se non ce la facevi ti rimandavano in Italia, ce n'era di gente rimpatriata, anche se poi in un modo o nell'altro riuscivano a tornare38.

Negli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale si registrava una straordinaria richiesta in tutta la Gran Bretagna di materiale edilizio per far fronte alle esigenze della ricostruzione. La London Brick Company avrebbe dovuto produrre quaranta milioni di mattoni a settimana per rispettare gli standard di produzione che il governo chiedeva, ma lo sforzo produttivo necessitava di un apporto di manodopera decisamente superiore a quei 1.500 operai che l'azienda contava negli anni di guerra. Da qui l'esigenza di assumere lavoratori stranieri perché, come già accennato, i tentativi di assumere ulteriori gruppi di operai inglesi erano stati decisamente fallimentari. La tab. n. 3 mostra come, presso lo stabilimento di Stewartby, a fianco del serbatoio di manodopera costituito dai profughi polacchi e dagli European Volunteer Workers (evws), si affianchino, a partire dal 1951, gli italiani.

Gruppi di stranieri erano stati impiegati negli anni di guerra e, come testimonia la tabella, il lavoro dei prigionieri fu utilizzato fino al 1948. Già dal 1947 tuttavia si registra l'arrivo dei lavoratori polacchi, inseriti in quanto profughi di guerra in una serie di Schemi di reclutamento collettivo, e l'impiego di evws che erano tedeschi, austriaci, ungheresi e altri, contattati nei campi profughi e nelle aree fortemente disagiate di mezza Europa e trasferiti in Gran Bretagna a lavorare con lo statuto di "volunteer" in condizioni di forte discriminazione rispetto alla manodopera locale. Secondo i dati questo gruppo di lavoratori, che cresce numericamente negli anni successivi, viene impiegato anche dopo la fine degli accordi ufficiali sugli evws, infatti risulta regolarmente assunto fino al 1969, mentre gli accordi governativi ufficiali sugli evws terminano nei primi anni Cinquanta: possiamo ipotizzare che gruppi di evws rimasero a lavorare nelle industrie di mattoni, accordandosi singolarmente con la dirigenza industriale. Assolutamente marginale sembra il contributo degli irlandesi, che infatti appartengono a quel tentativo di reclutamento "interno" di manodopera precedente all'arrivo degli italiani nel 1951 che si rivelò del tutto fallimentare. La tabella mostra invece come l'apporto di manodopera italiana, che inizia nel 1951 e aumenta progressivamente fino al 1967, si rivelò fondamentale e duraturo, fino a rappresentare quasi un quinto della forza lavoro totale dello stabilimento. Gli altri momenti importanti nell'evoluzione della composizione della forza-lavoro dello stabilimento sono il 1955, che segna l'arrivo di immigrati dalle ex colonie caraibiche, e il 1958, quando vengono assunti gruppi di indiani e pachistani: questi arrivi, come si potrà constatare più avanti, sono molto importanti per quanto riguarda le conseguenze sull'insieme delle relazioni etniche all'interno della città e nei luoghi di lavoro.

I dati proposti nella tabella evidenziano il carattere decisamente multietnico che segna lo sviluppo del dopoguerra della London Brick Company e mettono in risalto l'uso pianificato e strategico dell'immigrazione da parte dell'azienda. Gli immigrati, infatti, come abbiamo potuto notare a proposito degli italiani, non venivano scelti a caso, ma venivano assunti dopo rigide selezioni che in molti casi avevano inizio nei paesi d'origine.

A proposito del peso della manodopera straniera sulla forza-lavoro totale, del tutto evidente da questi dati, occorre inoltre fare un'ulteriore precisazione: la tabella non specifica il tipo di mansione dei lavoratori, quindi sotto il dato "Totale" vanno considerati tutti gli assunti, compresi quindi gli impiegati, il personale di vigilanza, i quadri, i quali erano tutti inglesi. Se gli stranieri in media rappresentano un terzo tra gli on clock e da questa cifra sottraiamo ipoteticamente l'insieme dei lavoratori non operai, possiamo concludere che gli stranieri componevano, almeno, la metà del lavoro operaio dello stabilimento.

È attorno al lavoro che ruotava interamente, almeno nei primi anni, la vita degli italiani e della comunità italiana. Nella fabbrica gli italiani, come gli altri immigrati, svolgevano le mansioni più dequalificate, come prescriveva il contratto di reclutamento, che prevedeva rigorosamente l'esclusiva assunzione di manodopera non specializzata. Gli italiani erano addetti al trasporto del materiale, alla cottura nei forni ad altissime temperature, alla prima lavorazione dell'argilla. La vita degli italiani era interamente regolata e ordinata dai tempi e dalle esigenze della fabbrica: dalla posizione periferica in cui si trovavano gli ostelli alle possibilità di socializzazione, dalla scansione quotidiana dei turni all'alimentazione. L'azienda si occupava di tutto quello che, secondo la dirigenza, sarebbe dovuto servire agli italiani. Gli operai italiani venivano segnalati per la loro bravura e l'esperimento dei primi gruppi del maggio 1951 venne immediatamente seguito da una serie massiccia di assunzioni, come la tab. n. 3 dimostra. Il meccanismo di reclutamento portò immediatamente alla formazione di una catena migratoria tra Bedford e alcuni paesi dell'Italia meridionale, in particolare Busso (Campobasso), S. Angelo Muxaro (Agrigento), Montefalcione (Avellino) e Buonvicino (Caserta). Il reclutamento avveniva in molte occasioni attraverso la combinazione di un meccanismo informale di contatto tra gli emigrati e i paesani in Italia e le procedure ufficiali delle aziende. Come abbiamo già potuto sottolineare in precedenza, alle aziende conveniva avere una forza lavoro di nazionalità e provenienza omogenea e il sistema di reclutamento ufficiale-informale era un'ottima garanzia per mantenere all'interno della fabbrica un clima di bassa conflittualità. Inoltre, nei periodi in cui le autorità locali bloccarono la possibilità di effettuare il reclutamento collettivo quel meccanismo informale diventava la fonte primaria di ricerca del personale per le aziende: gli emigrati in pratica consigliavano all'azienda il nome di un parente, un amico o un conoscente assumendosene le conseguenti responsabilità e l'azienda procedeva alla sua chiamata attraverso il labour permit individuale. Questa procedura divenne la prassi ordinaria a partire dal 1960, quando, come vedremo più avanti nel dettaglio, il reclutamento collettivo degli italiani viene definitivamente sospeso.

Secondo quanto abbiamo già avuto modo di segnalare a proposito della situazione negli hostels, gli italiani erano fortemente penalizzati dal punto di vista salariale rispetto ai lavoratori inglesi. I progetti di invio di denaro alle famiglie, di ricongiungimento familiare, di accumulo di risparmi venivano accantonati nei mesi iniziali di lavoro perché erano praticamente impossibili da portare avanti. Abbiamo una conferma di queste difficoltà dalle numerose richieste di mantenimento del sussidio alle famiglie in patria che giungono dagli emigrati al ministero del Lavoro italiano e dalle lamentele che a questo proposito vengono indirizzate all'ambasciata e al ministero stesso:

Gran Bretagna ­ invio rimesse lavoratori emigrati. 5.2.1955.

Con riferimento alla nota suindicata si comunica che effettivamente questa Divisione, a seguito di accertamenti preliminari alla decisione in merito a domande di proroga del sussidio straordinario a famiglie di lavoratori emigrati in paesi europei, ha avuto occasione di apprendere che in taluni casi il mancato invio di rimesse da parte dei lavoratori ai congiunti rimasti in patria è dovuto all'insufficienza di salario. [] In risposta alla lettera sopracitata, comunico che il lavoratore Selvetella Amoroso ha dichiarato che, essendo espatriato nel luglio 1954 e guadagnando ancora un modesto salario, non ha avuto finora la possibilità di realizzare alcun risparmio e quindi non ha effettuato rimesse a favore della famiglia. Il Console39.

Il caso di Selvetella, residente a Peterborough e impiegato presso la London Brick Company, non è certamente isolato; nella documentazione seguono altri otto casi simili, di cui sei sono relativi a lavoratori residenti a Bedford o Peterborough.

I primi gruppi di immigrati tendevano a richiamare dopo un certo periodo dal loro arrivo le proprie famiglie. Il ricongiungimento, oltre a provocare quelle tensioni e la trasformazione della dinamica residenziale già accennate, introduceva in molti casi una novità inedita per molte famiglie meridionali: il lavoro delle donne. Anche per loro funzionava il meccanismo di reclutamento individuale sulla base di un contratto di lavoro, anche se la maggior parte di esse arrivò nella zona attraverso il ricongiungimento con i mariti o i fratelli. Il caso delle aziende produttrici di mattoni come la London Brick Company presenta una analoga esperienza di concentrazione lavorativa femminile: lo stabilimento della Meltis sweet factory di Elston Road. L'industria, produttrice di cioccolato, arrivò a impiegare più di 600 operaie italiane. Le donne trovavano un impiego anche in altre aziende della zona, come nelle industrie di calzature e borse, in piccole aziende tessili, in industrie di lavorazione del ferro. Le donne italiane si trovavano in una condizione di durissima pressione lavorativa e familiare: erano infatti impegnate sia nelle diverse mansioni del lavoro domestico e familiare che gravavano interamente su di loro che nel lavoro in fabbrica o negli altri settori in cui erano impiegate. Nel corso degli anni alcune aziende introdussero il part-time, che ebbe molto successo tra le immigrate italiane.

Al fine di conciliare "famiglia" e "lavoro" in fabbrica, le donne calabresi hanno preferito in gran parte il lavoro part-time, spesso pubblicizzato dalle stesse ditte, al fine di fruire anche di un tempo da dedicare alla casa40.

Nell'incontro tra la realtà industriale di Bedford ­ in cui il lavoro femminile era ricercato e in cui, per esigenze economiche familiari, anche le donne dovevano lavorare ­ con l'impostazione culturale delle famiglie emigrate meridionali, che prevedeva la perpetuazione di un modello di famiglia patriarcale in cui era la donna a dover assumere il carico intero della manutenzione e della gestione materiale della casa e della crescita dei figli ­ le donne pagarono un prezzo altissimo.

Un altro aspetto molto interessante dell'insediamento della comunità italiana a Bedford è relativo all'insieme dei rapporti che gli italiani avevano con le altre comunità di immigrati presenti nella zona. Come è stato già sottolineato l'arrivo degli italiani a partire dal 1951 coincise con il progressivo insediamento nella zona di molti altri gruppi di immigrati. Gli italiani si trovavano quotidianamente, sui posti di lavoro ma anche fuori dal lavoro, a contatto, fianco a fianco, con immigrati polacchi, jugoslavi, tedeschi, ma anche con pachistani, caraibici, indiani. Questi gruppi condividevano le mansioni più dure del lavoro in fabbrica e la convivenza nei quartieri più abbordabili per le economie degli operai. Anche questa, per gli italiani, era una novità: molti, come ricordano nelle interviste, «non avevano mai visto un nero». Nella memoria degli emigrati italiani non si può individuare un ricordo forte di forme di conflittualità o di tensione con gli altri gruppi di immigrati. Tuttavia in molte occasioni si presentavano situazioni di possibile "concorrenza" tra gruppi nazionali differenti che, vista la disinvoltura che le aziende avevano mostrato nel privilegiare determinati gruppi in periodi di forte bisogno di manodopera, provocavano tensione e agitazione tra gli operai. È, ad esempio, il caso che si registra a Peterborough, città a nord di Bedford, quando tra il dicembre 1954 e il gennaio 1955 si moltiplicano gli interventi degli operai italiani presso l'ambasciata di Londra per avere rassicurazioni sulla presunta ondata di immigrazione dalle Indie occidentali che, secondo voci raccolte dagli operai, avrebbe potuto comportare addirittura il rimpatrio degli italiani e la loro sostituzione con immigrati giamaicani. Così si esprime un funzionario dell'ambasciata a questo proposito in un rapporto del dicembre 1954 che ricostruisce l'intera vicenda:

Da qualche tempo i fornaciari italiani residenti a Peterborough alle dipendenze della London Brick Company, che occupa in quella zona circa 500 nostri connazionali, si rivolgono al Console di Londra, manifestando una certa ansietà per le voci che corrono localmente circa la possibilità di rimpatrio dei lavoratori italiani. Attraverso informazioni raccolte a Peterborough dal Console e contatti con il Ministry of labour britannico si è potuto accertare l'origine di tali voci, sulla quale questa ambasciata ritiene opportuno riferire a codesto ministero. Nessun provvedimento è stato finora adottato dall'autorità governativa britannica ai fini di un controllo della immigrazione di sudditi britannici di colore, la quale è ancora completamente libera e rappresenta una nuova fonte di manodopera per la Gran Bretagna. [] I sindacati locali di Peterborough hanno, secondo le notizie avute, preso l'iniziativa di interpellare i propri membri sull'assunzione di gente di colore nell'industria dei laterizi. Gli interpellati avrebbero votato a favore motivando il proprio voto sul fatto che trattasi di sudditi britannici. Ma sono andati oltre, chiedendo che gli italiani fossero rimpatriati alla scadenza del loro contratto per far posto agli immigrati di colore. [] per quanto la questione non sia stata resa di pubblica ragione, i nostri lavoratori ne avrebbero avuto sentore. Di qui le loro ansiose richieste al console di Londra41.

Il rapporto esclude comunque l'eventualità di un rimpatrio forzato degli italiani, ma ipotizza un possibile blocco dei reclutamenti collettivi; inoltre sottolinea come da parte aziendale ci fosse una certa tendenza a proteggere il lavoro italiano, che si era rivelato fondamentale per la produttività delle officine. Ci troviamo però di fronte a una nuova situazione per quanto riguarda la politica nei confronti dei lavoratori italiani: il periodo in cui si verificano questi episodi di pressione attorno agli italiani (inverno 1954-55) coincide con la scadenza dei primi quattro anni di contratto, al termine dei quali gli italiani potevano, secondo le parole dello stesso funzionario, «richiedere al Home Office la residenza permanente che li parifica al lavoratore inglese, godendone la medesima mobilità di lavoro»42. Gli stessi dirigenti della London Brick proprio per questo motivo ora non difendono più gli italiani con quella determinazione che avevano mostrato negli anni precedenti, non nascondendo il possibile coinvolgimento nelle assunzioni di altri gruppi di immigrati. La fine del contratto di quattro anni era effettivamente un passaggio molto importante per i lavoratori italiani. Come abbiamo già potuto constatare il 60% di loro sceglieva a quel punto di tornare in patria e quelli che rimanevano potevano cambiare impiego o rimanere nelle fornaci con un nuovo tipo, più conveniente, di trattamento economico. Chi sceglieva di cambiare lavoro, prospettiva che per i primi quattro anni era assolutamente proibita dal contratto, si rivolgeva ai numerosi impianti industriali della zona o cercava la strada del lavoro autonomo, inserendosi nel sistema economico legato alla comunità italiana. Altri andavano via da Bedford, stabilendosi spesso a Londra, dove non era difficile trovare un impiego nel settore del catering o comunque negli spazi economici gestiti dagli italiani. Abbandonare il lavoro nelle fornaci rappresentava una forma di liberazione per gli italiani, che manterranno nella memoria un ricordo duro e pionieristico di quei primi anni nelle fabbriche di mattoni:

Ai mattoni ci sono stato per quattro anni all'inizio. Era una vita durissima e non si poteva cambiare lavoro, sennò ti rimandavano in Italia. Alla fine dei quattro anni ho cercato un altro lavoro perché era impossibile continuare e mi sono impiegato in una fabbrica di ingegneria. I mattoni sono stati il lavoro più duro43.

La tab. n. 4 riproduce uno schema elaborato il 20 aprile 1956 dal ministero del Lavoro inglese e fornisce la posizione di sei lavoratori che tra il febbraio e l'aprile del 1956 avevano terminato il contratto quadriennale e avevano scelto di lasciare le fabbriche di mattoni. Si tratta di un documento molto interessante, perché riguarda uno dei primi gruppi di operai che conclusero l'esperienza quadriennale: si presuppone infatti che abbiano iniziato il lavoro nei primi mesi del 1952 e che facessero quindi parte di uno dei primi gruppi di italiani giunti a Bedford. Tra i sei emigrati, quattro dei quali occupati alla Marston Valley, risulta evidente, sotto la voce Reason for leaving, la loro volontà di trovare un impiego diverso da quello della produzione di laterizi, al punto da accettare, nella nuova occupazione, paghe più basse di quelle percepite precedentemente. È inoltre indicativo osservare dove gli emigrati potevano trovare un nuovo impiego, ben quattro di loro infatti vengono assunti dalla Meltis, la già citata industria di dolciumi, mentre nessuno di loro si sposta da Bedford. Un'altra nota importante a proposito della scadenza dei contratti è relativa alle aspettative che le autorità locali avevano nei confronti di un possibile ridimensionamento della comunità italiana a Bedford44. La speranza era che gli italiani, lasciato dopo quattro anni il lavoro come brickworkers, lasciassero anche la zona di Bedford, fenomeno che effettivamente avvenne ma non nelle dimensioni auspicate, come sottolinea questa relazione del ministero del Lavoro inglese:

According to the brick firms they largely leave the area and go to work elsewhere, but the Mayor and Town Clerk were certain that the majority remain with their families in Bedford even though they may take work at some little distance and travel daily to and from this work45.

A proposito del lavoro degli italiani e del rapporto con i lavoratori locali possiamo individuare ancora degli stimoli interessanti nel rapporto su Peterborough già citato. Infatti compare anche in questo caso uno dei grandi problemi del rapporto tra gli italiani e i lavoratori inglesi: la questione delle Trade unions e del comportamento sindacale degli italiani.

Occorre porre in rilievo anche un altro aspetto della questione e cioè l'iscrizione dei lavoratori italiani alle Trade Unions, che, in base al contratto di assunzione, non è obbligatoria nel caso dei fornaciai, ma tuttavia consigliata. Secondo indagini effettuate, soltanto poche unità sui 500 lavoratori della "London Brick Company" si sono iscritti volontariamente alla "Trade Union" locale, mentre la quasi totalità se n'è astenuta, per malintesi motivi di economia. Questo estraniarsi dall'attività sindacale non è gradito ai lavoratori inglesi. Infatti un dirigente sindacale ha espresso confidenzialmente l'opinione che se gli italiani avessero aderito in massa all'Unione, avrebbero potuto mediante il loro voto far valere dall'interno i loro diritti acquisiti, tanto da evitare il determinarsi della situazione sopra prospettata. [] Purtroppo la manodopera italiana dell'industria inglese dei laterizi, originariamente formata quasi tutta di manovalanza non qualificata, non ha alcuna preparazione sindacale. Per esperienza fatta, sarebbe sufficiente che tra i lavoratori reclutati in Italia vi fosse qualche elemento sindacalmente maturo, il quale potrebbe svolgere opera di convinzione tra i propri connazionali assumendo di fatto le funzioni di rappresentante del gruppo italiani dopo l'adesione alla Trade Union46.

Le autorità italiane si fanno quindi carico di un compito piuttosto originale: organizzare la sindacalizzazione dei propri lavoratori connazionali. Il tentativo appare molto interessante ai fini di una indagine sul ruolo delle agenzie consolari italiane nel rapporto con gli emigrati: come abbiamo già potuto constatare in diverse altre occasioni (le visite agli hostels, le cronache dell'arrivo dei primi gruppi di emigrati, le visite dei ministri italiani) si trattava di un atteggiamento in cui venivano a sovrapporsi forme di paternalismo e opportunismo politico, che erano ben lontane dal costruire una reale mobilitazione in difesa dei diritti civili e sociali degli italiani. Le autorità italiane, nel tentativo di incoraggiare l'iscrizione sindacale, fanno pubblicare sul numero di aprile 1955 del periodico "La voce degli italiani", il più letto tra gli emigrati, il seguente appello:

Avviso importante.

Come è noto, nei contratti di lavoro inglesi l'iscrizione ai Sindacati non è resa obbligatoria, ma solo raccomandabile. Poiché l'appoggio sindacale è in tutti i casi utile e, in alcune circostanze, è forse l'unico mezzo col quale possano essere sistemate favorevolmente vertenze e questioni importanti e di varia natura, rivolgo un vivo appello a tutti i lavoratori italiani di non rinunziare a questa preziosa forma di assistenza. È da tener presente che, contro un contributo minimo per l'iscrizione, essi hanno diritto al patrocinio legale in caso di necessità e ad una multiforme attività assistenziale in più campi. L'iscrizione è in più un atto, se non legalmente, moralmente doveroso nei riguardi dei compagni inglesi che sapranno certo apprezzare al suo giusto valore questo gesto di solidarietà da parte dei lavoratori italiani. Il Console generale47.

Dalla seconda parte del rapporto veniamo inoltre a conoscenza di una serie di elementi molto interessanti sul tipo di organizzazione del lavoro degli immigrati che le Brick companies concordavano con il governo inglese e sui modi in cui veniva giudicato il lavoro degli italiani. Gli italiani erano decisamente malvisti dai lavoratori inglesi, perché erano considerati come un gruppo capace di aumentare la produttività degli stabilimenti a scapito della tutela dei diritti sul posto di lavoro. Il fatto che gli italiani tendessero a evitare l'iscrizione alle Trade unions, che era pure caldamente consigliata nel contratto di assunzione quadriennale, li rendeva ancora più pericolosi agli occhi degli inglesi, che avrebbero preferito per lo stesso impiego colleghi giamaicani o comunque British subjects. L'intera questione era tuttavia più complessa, perché le radici dell'atteggiamento antitaliano di molti gruppi di lavoratori inglesi erano da individuare nell'atteggiamento discriminatorio "a priori" che le Trade unions avevano veicolato fin dai primissimi progetti di emigrazione italiana organizzata.

Un altro elemento importante che si può ricavare da questo documento è che le istituzioni italiane seguivano con molta attenzione gli sviluppi delle vicende britanniche legate all'immigrazione dalle ex colonie d'oltreoceano. Nei rapporti inviati periodicamente dall'ambasciata italiana al ministero del Lavoro e al ministero degli Esteri notiamo che i funzionari non mancano di dare notizia di tutte le possibili evoluzioni della legislazione, del trattamento economico, dei flussi di immigrati coloured in Gran Bretagna, con chiari riferimenti a quella possibile concorrenza con gli italiani cui abbiamo già fatto riferimento.

5. La crisi del 1960

Il 21 dicembre del 1960 una seduta del Council of Borough di Bedford confermava ufficialmente la decisione presa nei mesi precedenti a proposito della sospensione del reclutamento collettivo di lavoratori italiani48. Con questa decisione le autorità stabilivano che il gruppo di 200 italiani già contattati in patria e selezionati dalle Brick companies, ormai pronto a partire, non poteva essere assunto e bloccavano definitivamente il sistema di emigrazione organizzata che era iniziato nel 1951 e aveva via via portato alla formazione della comunità italiana di Bedford. Il governo locale si allineava alla decisione presa il 23 agosto 1960 dal ministero del Lavoro inglese, a sua volta fortemente condizionato dall'amministrazione di Bedford, che appunto prevedeva la sospensione del reclutamento collettivo degli italiani. I giornali locali e nazionali si soffermano a lungo sulla vicenda, che per alcuni giorni diventa un vero e proprio caso nazionale. Durante il periodo natalizio l'ambasciatore italiano si reca a Bedford per portare la propria solidarietà alla collettività italiana e la questione assume anche le dimensioni di un caso diplomatico tra Italia e Gran Bretagna49. Come si era arrivati a una situazione del genere? Quali erano le forze in campo e i termini del confronto?

Un primo stop all'immigrazione italiana era stato in realtà stabilito già nel 1956-57, quando, in seguito a un'accesa campagna giornalistica sulle condizioni della comunità italiana di Bedford, le autorità avevano deciso di fermare il reclutamento collettivo, senza provocare tuttavia le reazioni del 1960. Come abbiamo potuto osservare precedentemente, il fenomeno dell'insediamento italiano nelle zone centrali della città e l'espansione numerica della comunità dovuta ai ricongiungimenti familiari avevano portato alla formazione di uno slum italiano in piena Bedford, nel quale le condizioni igieniche e abitative erano decisamente precarie. Questo articolo del "Bedfordshire Times" del 4 maggio 1956 documenta i propositi dell'amministrazione cittadina:

Italian labour in Bedford. Mayor's Statement on Recruiting. The mayor of Bedford (Coun. R. G. Gale) issued the following statement this week: «The special committee of the Town Council which deals with foreign nationals decided at the end of last year that the Home Office should be asked to stop the immigration of the Italians to the brickworks for six months. This request was passed on by the Home Office to the Ministry of Labour. Mr C. Soames, c.b.e., m.p., also communicated the Council's views to the Ministry and, following an interview between Ministry of Labour officials and myself on March 1, the Town Clerk has now been advised by the Ministry that recruitment of Italians will not be allowed for the next three months. The Ministry points out that as there has been little recruitment since the beginning of the year, the position will have to be reviewed in July. The Town Clerk is asking for further information on one of the points mentioned by the Ministry and when a reply is received the committee will consider the matter again»50.

L'attenzione rivolta nel 1955 da alcune testate giornalistiche locali a questa situazione aveva fatto esplodere il caso, provocando diverse reazioni. Innanzitutto la reazione delle istituzioni locali, che iniziano a vagliare la possibilità di sospendere l'assunzione di italiani e addirittura di rendere impossibile il ricongiungimento familiare: se la seconda ipotesi viene scartata perché decisamente irrealizzabile (anche se abbiamo potuto verificare quanto rigide fossero diventate le disposizioni per i ricongiungimenti), la prima viene messa in pratica su alcuni piccoli contingenti di italiani che sarebbero dovuti partire tra il 1956 e il 1957. In secondo luogo, la reazione delle aziende produttrici di laterizi. Queste iniziano, da un lato, un duro confronto con le autorità locali, sostenendo l'assoluto bisogno di operai italiani per le proprie fabbriche e fornaci, mentre dall'altro irrigidiscono le condizioni di reclutamento proposte alle autorità italiane per gli operai, avviando una campagna di dissuasione dall'abbandono degli hostels e vari tentativi di miglioramento delle loro condizioni; vagliano inoltre la possibilità di assumere operai ungheresi e giamaicani al posto degli italiani, possibilità che però viene accantonata, visti i livelli di produttività decisamente superiori che garantivano gli operai italiani. Inoltre, la reazione delle autorità italiane, che nel 1955 decidono di organizzare forme di assistenza alla comunità italiana di Bedford e che sembrano voler riparare i danni di un'immigrazione che avevano fortemente incentivato ma che si era rivelata un'esperienza decisamente dura per gli operai e di impatto difficile per il territorio di Bedford. Le autorità italiane rifiutano inoltre nel 1956 ­ caso piuttosto raro ­ la proposta britannica che prevede condizioni di impiego e di alloggio più rigide rispetto agli anni precedenti. Sono questi i tre protagonisti principali della vicenda, che possiamo ricostruire nella documentazione dei rispettivi ministeri del Lavoro, i quali ne seguivano passo dopo passo gli sviluppi.

Nel 1956-57 sono quindi già presenti tutti quegli elementi che tre anni dopo saranno fondamentali nel periodo di crisi. Queste tre distinte posizioni delle autorità locali, delle aziende e delle autorità italiane, che incontriamo di nuovo puntualmente nel 1960, sono sicuramente un segnale importante del contesto nel quale avveniva in quegli anni l'emigrazione e del modo con cui veniva gestita e percepita. Le istituzioni inglesi sembrano completamente allineate a un progetto di pianificazione dell'immigrazione e allo stesso tempo di ridimensionamento del suo impatto a livello locale. Gli immigrati, secondo questa concezione, erano utili e fondamentali all'economia del paese ma il loro arrivo e la loro permanenza in Gran Bretagna erano un "danno" da limitare in ogni modo possibile: evitando quindi la concentrazione in quartieri specifici delle città, limitando l'arrivo dei familiari attraverso le rigidità nel sistema del ricongiungimento familiare, inserendoli nel tessuto lavorativo nella maniera più indolore possibile agli occhi dei sindacati e nel modo meno visibile per l'opinione pubblica, impedendo loro l'accesso ai diritti civili e politici fondamentali. L'insediamento degli italiani a Bedford ­ dal lavoro nelle fornaci alla vita negli hostels ­ non può che confermare questa tendenza esplicita ma sotterranea delle autorità inglesi, destinata però ad esplodere nel momento in cui viene resa pubblica attraverso le decisioni del Council.

Già nell'aprile 1959 l'ambasciata dava notizia al ministero del Lavoro italiano del proposito delle aziende della zona di far nuovamente ricorso al reclutamento collettivo di italiani bloccato nel 1957, annunciando le inevitabili polemiche che infatti esplosero a partire dal gennaio 1960, quando le Brick companies inoltrarono pubblicamente la loro richiesta al ministero del Lavoro inglese. Ma "dietro le quinte" la polemica era già iniziata, perché i contatti informali tra il ministero del Lavoro inglese e le aziende si erano fatti fitti già nell'estate del 1959. Il tono, e soprattutto le conclusioni, di questa lettera di Blumer del 1° luglio 1959 ci fanno capire quanto era aspro lo scontro politico sull'immigrazione e quale livello di conflittualità assumessero a proposito dell'immigrazione italiana i rapporti tra le istituzioni britanniche di essa responsabili:

You will wish to see the preceding minutes in this file beginning with Mr Ferguson's minute of 22 June in connection with the approach made by Mr Bennitt of the Ministry of Works. Briefly the position is that the London Brick Company and the Marston Valley Brick Company have asked the Department to reinstitute the facilities for the Bulk recruitments of unskilled italian labour. They claim that they have endeavoured to recruit British labour but the workers they engage do not stay and that West Indians, Pakistanis and Indians are not entirely satisfactory. The firms already employ a considerable number of italians and they are very satisfied with them and want so more. Although the level of unemployment has dropped by one third since the peak at the beginning of the year, it would I think give rise to considerable political difficulties if we were to facilitate the recruitment of unskilled Italians while unemployment in this country remains at the 400.000 mark, and certain parts of the country are suffering form high and persistent unemployment. It seems that there is no difficulty in submitting workers for employment with these firms, the trouble is that the men leave very quickly. The wages seem to be reasonable, for the type of work; the trouble appears to lie in the living conditions in the hostels and the lack of facilities for entertainment. The hostels are isolated and transport facilities to neighbouring towns in the evening very limited. If would seem that the men leave because they are bored with having nothing to do in the evenings. I would suggests that the firms might well consider trying to reduce their enormous turnover of labour by taking steps to induce their workers to stay. We certainly should not recruit Italians, who would stay only because under their landing conditions they are not allowed to change their employment. It is by no means clear for how long this extra demand for bricks will last. It seems to me that it might be preferable to import bricks rather than Italians. Mr Blumer51.

«It seems to me that it might be preferable to import bricks rather than Italians»: è opportuno ripetere ancora una volta questa affermazione per comprendere quale fosse il clima attorno al quale avveniva l'emigrazione italiana e quale tipo di reazioni essa provocava in un alto funzionario del ministero del Lavoro. I problemi indicati da Blumer erano praticamente gli stessi da quando era iniziata la collaborazione con il governo italiano: i malumori legati all'alto numero dei disoccupati in Gran Bretagna, per cui ulteriori forme di immigrazione collettiva sarebbero diventate un caso politico, ma allo stesso tempo la forte necessità di lavoratori italiani per le fabbriche di mattoni, visto che gli inglesi, i giamaicani, gli ungheresi o i pachistani non potevano garantire lo stesso rendimento produttivo degli italiani, la condizione di isolamento degli hostels collettivi, il conflitto tra le Brick companies e l'amministrazione locale di Bedford. La reazione di Blumer è però ora decisamente diversa dal solito: il caso è evidentemente destinato ad esplodere. È infatti del 23 agosto 1960, ad un anno dalla lettera di Blumer, la chiusura del ministero a qualsiasi altro tentativo di reclutamento collettivo di italiani e del 21 dicembre 1960, quindi, la decisione delle autorità di Bedford, appoggiata dalla relazione di un comitato organizzato nei mesi precedenti per verificare lo stato dell'immigrazione nella città. Erano stati inutili tutti quei tentativi di mediazione intrapresi nei mesi precedenti dall'ambasciata italiana e dalle Brick companies, tentativi documentati nel fondo del ministero del Lavoro inglese. Il 23 dicembre il "Bedfordshire Times" pubblica questo articolo:

Council unanimously against more italians. Discrimination charge refuted. After an appeal by the Mayor (Iad. A. H. Randall) that they should not allow emotion or blind prejudice to cloud their views, all 25 members at Bedford Town Council meeting on wednesday voted in favour of continued opposition to bring in a further 200 italians to the Ridgmont and Marston brickworks52.

La presa di posizione era molto chiara: i consiglieri, nei loro interventi, si mostravano grati nei confronti degli italiani per il loro apporto all'economia di Bedford ma sostenevano all'unanimità che era impossibile continuare qualsiasi forma di reclutamento collettivo. Nella città, nonostante le immancabili precisazioni del Town Council che escludeva qualsiasi forma di discriminazione nei confronti degli italiani, la decisione destava molta preoccupazione tra gli immigrati: la notizia era stata percepita come un attacco esplicito all'immigrazione italiana e per molti il blocco dell'immigrazione di queste duecento persone significava non poter rivedere un parente o un amico pronto a raggiungerli. Gli uffici diplomatici italiani percepirono l'atmosfera di tensione a Bedford (da alcuni anni era stato aperto un ufficio consolare proprio nella città) e scelsero un gesto ad effetto per portare la solidarietà alla comunità: la visita dell'ambasciatore nel periodo delle feste natalizie. Era la prima visita dell'ambasciatore italiano a Bedford; il "Bedfordshire Times" la racconta così:

Italian ambassador spends Christmas in Bedford. Praise for efforts of local authorities. Christmas day was a busy time for Count Vittorio Zoppi. []53.

Le autorità italiane non riuscirono in alcun modo a far ritornare gli amministratori locali sulle proprie decisioni e con il 1961 si apriva una nuova pagina nella storia dell'emigrazione italiana verso Bedford.

6. Un possibile bilancio

Il caso di Bedford rappresenta un terreno di verifica molto importante per quanto riguarda l'insieme delle dinamiche politiche, sociali, culturali ed economiche che hanno caratterizzato l'emigrazione italiana in Gran Bretagna nel secondo dopoguerra. L'esperienza dell'emigrazione italiana a Bedford infatti, se analizzata con gli strumenti della ricerca storica e sociale, suggerisce una serie di elementi e di spunti stimolanti sull'intero tipo di percorso migratorio che hanno compiuto gli italiani, aprendo molte possibilità di analisi, non solo sulla realtà della comunità italiana, ma anche sul complesso delle reazioni della popolazione locale, sul comportamento delle istituzioni locali e nazionali, sulla politica seguita dai gruppi industriali della zona, sulle relazioni tra le diverse comunità straniere presenti sul territorio.

I due aspetti su cui ci siamo maggiormente soffermati, il problema abitativo e la realtà del lavoro, hanno effettivamente evidenziato quale era il contesto in cui gli italiani si inserivano e quale tipo di relazioni instauravano tra loro e con il resto della popolazione. Analizzando principalmente i primi anni in cui si sviluppava questo flusso migratorio il dato che emerge con più forza e che sembra legare tra loro le vicende spesso molto differenti dei migranti è una diffusa aspirazione all'autonomia. Gli operai che andavano a lavorare nelle industrie di laterizi provenivano da un sistema sociale, quello delle campagne dell'Italia meridionale, che aveva negato negli anni del dopoguerra a centinaia di migliaia di loro la possibilità di costruirsi un presente dignitoso e un futuro meno precario e meno dipendente dalle clientele o dai cicli della natura. La scelta di emigrare dipendeva soprattutto ­ sono le interviste raccolte che ce lo confermano ­ da un'esigenza di affrancamento dai vincoli di un'economia che per molti anni non poteva garantire neanche la sopravvivenza quotidiana e di una società che non sembrava poter offrire le premesse per la costruzione di una qualche possibilità di riscatto, di realizzazione dei propri desideri o semplicemente di tutela dei propri bisogni e diritti fondamentali. Partire diventava quindi un'opportunità decisiva, un'occasione da non perdere: emigrare significava assumersi una responsabilità, correre dei rischi, iniziare un cammino che poteva anche essere senza ritorno, ma emigrare significava anche fare un investimento (non solo in termini metaforici), operare una scelta, tentare una strada. Ecco quindi le origini e le cause di quella ricerca dell'autonomia, spesso anche disperata, che segna i primi anni della vita degli emigrati in Gran Bretagna, ecco il motivo scatenante di quella fuga dagli hostels che sembra contagiare tutti gli italiani e che gli inglesi non riescono a spiegarsi, ecco cosa spingeva migliaia di famiglie italiane ad accettare di vivere in due, in tre, in quattro per ogni appartamento pagando un affitto da capogiro: dopo il lavoro, che era durissimo e sottopagato ma che per tanti costituiva la prima sicura e regolare fonte di reddito della propria vita, era nello spazio della casa che veniva a depositarsi la speranza di una possibile indipendenza.

Un'altra osservazione che emerge dall'analisi dell'esperienza di Bedford è legata all'atteggiamento istituzionale che regolava l'organizzazione dell'immigrazione. Come abbiamo potuto notare, il percorso di insediamento italiano nella città è accompagnato fin dall'inizio da un tentativo piuttosto sistematico di ridimensionamento e, a tratti, di autentico boicottaggio della comunità italiana e della sua espansione. Questa tendenza è in linea con quanto sostenuto da I. R. G. Spencer a proposito della formazione di una società multiculturale in Gran Bretagna54: secondo Spencer infatti la Gran Bretagna sarebbe diventata una società multiculturale nonostante la politica delle sue classi dirigenti, orientate fin dagli anni della seconda guerra mondiale a un contenimento dell'immigrazione e a una sua rigida regolamentazione. Questa posizione può essere verificata seguendo l'esito dell'insediamento italiano a Bedford, che oggi conta una comunità italo-inglese di circa novemila persone. L'espansione progressiva della comunità è stata oggetto negli anni Cinquanta e Sessanta di una serie di provvedimenti, in settori diversi, orientati alla sua limitazione: dal blocco dei reclutamenti collettivi nel 1960 alle difficoltà per i ricongiungimenti familiari negli anni precedenti ai tentativi di confinare la presenza italiana negli hostels collettivi dell'hinterland della città. Questi provvedimenti però, pur avendo inciso notevolmente sull'insieme dei rapporti tra gli italiani e la popolazione locale, hanno impedito solo in parte la diffusione sul territorio degli italiani, che in breve tempo sono diventati la più folta minoranza della città.

Un altro aspetto importante che possiamo però solo accennare è quell'isolamento culturale che ha segnato il progressivo insediamento degli italiani, strettamente dipendente dai primi due elementi già evidenziati, l'aspirazione all'autonomia e la politica delle istituzioni locali. La sensazione che si riscontra infatti nelle interviste e nei contatti con la prima generazione di emigranti è di una loro tendenza all'isolamento all'interno della comunità italiana, piuttosto visibile da una serie di fattori molto diversi: la conoscenza essenziale e non approfondita della lingua inglese, la forte differenza con la seconda e terza generazione, ormai decisamente inserite nel tessuto sociale e culturale della città, gli scarsi momenti di socializzazione con gli inglesi o con gli altri immigrati, la riproduzione di un modello familiare patriarcale ormai ridimensionato anche nelle regioni di provenienza. È, questa, una caratteristica molto importante, che ha le sue origini nei modi e nelle dinamiche con cui gli emigranti si sono inseriti, ma riguarda più gli esiti recenti dell'emigrazione che i suoi primi anni ed esula quindi dal tipo di approccio che abbiamo proposto nella ricerca.

Un altro aspetto molto interessante è relativo alla dimensione del lavoro. Da quanto abbiamo già sottolineato in precedenza il lavoro era il cardine della vita degli immigrati nei primi anni, ma rimane nella memoria come il fattore decisivo e fondativo del proprio percorso migratorio. È, infatti, attraverso il lavoro che gli italiani potevano ottenere quell'autonomia materiale impossibile in patria di cui si è già parlato e con cui potevano conquistarsi il rispetto della popolazione locale. Al di là delle tensioni relative alla convivenza, alla durezza del lavoro e alla precarietà delle condizioni di vita quotidiana, la popolazione locale guardava ­ e guarda, oggi, a tanti anni di distanza ­ agli italiani con rispetto per il lavoro svolto nelle fornaci e la loro propensione al sacrificio e al risparmio.

Eccoci a un altro elemento che ricorre spesso nella storia dell'emigrazione italiana a Bedford: la dimensione del sacrificio e la propensione al risparmio. Sono, questi, due aspetti che vengono evidenziati in moltissime ricerche sull'emigrazione italiana e rappresentano, in estrema sintesi, quell'universo di valori che condizionava il comportamento quotidiano degli emigrati, preoccupati di accumulare il denaro necessario per i propri investimenti futuri e allo stesso tempo per emanciparsi dalla condizione di dipendenza che gravava su molti di loro nelle terre di provenienza. Questa propensione al risparmio divenne a Bedford una caratteristica evidente della comunità italiana, tanto da suscitare attorno agli italiani l'interesse di agenzie immobiliari e istituti di credito. Lo spazio in cui venivano messi in pratica questi progetti era esclusivamente quello della famiglia, l'indiscusso centro della vita sociale ed economica degli emigrati e della loro identità culturale.

Inoltre, l'analisi proposta ha evidenziato una serie di elementi relativi al rapporto tra le istituzioni italiane e gli emigrati. Possiamo sottolineare che sia le scelte degli uffici consolari sia la gestione dei flussi di emigrazione da parte dei ministeri del Lavoro e degli esteri rispondevano, per tutto il decennio considerato, a quella strategia che, all'indomani della fine della seconda guerra mondiale, aveva spinto De Gasperi a lanciare l'appello a «riprendere le vie del mondo», una strategia che vedeva nell'emigrazione un ottimo elemento per dare nuovi sbocchi all'economia italiana e pertanto puntava ad incentivarla e a promuoverla, anche attraverso accordi internazionali. Nel momento in cui tuttavia gli italiani diventavano "immigrati" l'attenzione istituzionale calava vistosamente e il percorso di insediamento degli emigrati nei territori di destinazione avveniva, almeno all'inizio, senza un adeguato sostegno da parte di quelle strutture consolari e governative che erano state invece così presenti nella fase di preparazione e di pianificazione delle partenze, con conseguenze molto rilevanti sia sul processo di integrazione nelle zone di arrivo sia sul rapporto tra gli emigrati e l'Italia.

L'esperienza di Bedford, in conclusione, rappresenta un ottimo terreno di verifica delle dinamiche di formazione e maturazione di una società multiculturale, con la particolarità dell'eccezionale presenza quantitativa degli italiani in questo processo. Ripercorrendo quindi le tappe della presenza italiana nella zona si moltiplicano i terreni di ricerca da esplorare, e le possibili fonti da utilizzare, a proposito della storia e dello sviluppo dell'emigrazione italiana in Gran Bretagna nel secondo dopoguerra.

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Note

* Questo articolo è parte di una ricerca più ampia sull'emigrazione italiana in Gran Bretagna nel secondo dopoguerra, basata sulla consultazione di fonti di archivio (principalmente sui fondi dei ministeri del Lavoro italiano e inglese) e sull'utilizzo delle fonti orali (interviste a emigrati italiani giunti in Gran Bretagna nei primi anni del secondo dopoguerra).

1. Cfr. R. King, The italian connection, in "Geographical Magazine", n. 49, 1977; T. Colpi, Origins and campanilismo in Bedford's italian community, in L. Sponza, A. Tosi (eds.), A century of italian emigration to Great Britain 1880-1990s, in "The italianist", 30, 1993.

2. Cfr. acs, Ministero del lavoro e della previdenza sociale, b. 466 (Emigrazione italiana in Inghilterra: informazioni e notizie; Richieste di lavoratori da parte di varie ditte), b. 467 (Emigrazione italiana in Inghilterra: statistiche); pro, Lab 8/2200, 2201.

3. A. Tosi, "I matune di Bedford" o le fondamenta di una comunità di italiani in Gran Bretagna, in A. Tosi, L. Sponza (eds.), Italian immigration to Great Britain, in "Association of Teachers of Italian Journal", Autumn 1979, p. 77.

4. Intervista rilasciata all'autore: Anonimo, Bedford, 11.4.2000.

5. Cfr. Colpi, Originis and campanilismo, cit.

6. Oltre Bedford ci sono nella contea altre zone ad alta concentrazione di italiani, come Peterborough.

7. S. Giacomini, L'emigrazione italiana a Bedford: caratteri e dinamiche, tesi di laurea, Università degli studi di Pisa, a.a. 1997-98.

8. Per informazioni sugli Uffici del lavoro cfr. acs, Ministero del lavoro e della previdenza sociale, b. 466.

9. Intervista rilasciata all'autore, Vincenzo B., Bedford, 11.4.2000.

10. Tosi, "I matune di Bedford", cit., p. 77.

11. Intervista rilasciata all'autore: Michele P., Bedford, 11.4.2000.

12. Anonimo, intervista, cit.

13. R. Cavallaro, Storie senza storia. Indagine sull'emigrazione calabrese in Gran Bretagna, Edizioni Cser, Roma 1981, p. 182.

14. Cfr. acs, Ministero del Lavoro e della previdenza sociale, b. 467 (Emigrazione italiana in Inghilterra: richieste di lavoratori da parte di varie ditte 1948-1957).

15. Cavallaro, Storie, cit., p. 102.

16. Ivi, p. 103.

17. acs, Ministero del lavoro e della previdenza sociale, b. 466 (Emigrazione italiana in Inghilterra: informazioni e notizie).

18. J. Brown, The Un-melting pot. An english town and its immigrants, Macmillan, London 1970, p. 83.

19. acs, Ministero del lavoro e della previdenza sociale, b. 466.

20. pro, Lab 8/2200 (Italian workers in Bedford: local representations and problems).

21. Cfr. pro, Lab 8/2418 (Consideration of problems causing form the recruitment of italians for the bricworking industries, with the special interess to the Bedford area).

22. pro, Lab 8/2201.

23. Cavallaro, Storie, cit., p. 104.

24. Ivi, p. 106.

25. Cavallaro, Storie, cit., pp. 102-4.

26. Anonimo, intervista, cit.

27. Brown, The unmelting pot, cit., p. 175.

28. Ivi, pp. 175-6.

29. L. Hunter, They're noisy, gay, big-hearted and a big problem, in "Daily Telegraph", 28.9.1955.

30. T. Philpott, Plight of a new little Italy, in "Picture Post", 24.9.1955.

31. Brown, The Unmelting Pot, cit., p. 84.

32. pro, Lab 8/2201.

33. pro, Lab 8/2418.

34. pro, Lab 8/2201.

35. acs, Ministero del lavoro e della previdenza sociale, b. 466.

36. Cfr. Giacomini, L'emigrazione, cit.

37. Michele P., intervista, cit.

38. Anonimo, intervista, cit.

39. pro, Lab 8/2418.

40. Cavallaro, Storie, cit., p. 64.

41. acs, Ministero del lavoro e della previdenza sociale, b. 467.

42. acs, Ministero del lavoro e della previdenza sociale, b. 467.

43. Anonimo, intervista, cit.

44. Cfr. pro, Lab 8/2418.

45. pro, Lab 8/2417.

46. acs, Ministero del lavoro e della previdenza sociale, b. 467.

47. "La voce degli italiani", aprile 1955.

48. Cfr. pro, Lab 8/2418.

49. Ibid.

50. Italian labour in Bedford. Major's Statement on Recruiting, in "Bedfordshire Times", 4.5.1956.

51. pro, Lab 8/2418.

52. Council unanimously against more italians, in "Bedfordshire Times", 23.12.1960.

53. Italian ambassador spends Christmas in Bedford, in "Bedfordshire Times", 30.12.1960.

54. Cfr. Spencer, British immigration policy since 1939, cit.