Reperti visivi e sodalizio d'amore
come fonti per una biografia intellettuale

di Annemarie Sauzeau Boetti

Il mio intervento verterà sul recente libro da me dedicato all'artista Alighiero Boetti (edizioni Umberto Allemandi, 2001), ma il titolo della mia relazione al convegno diverge un po' dall'impostazione di lettura suggerita alla quarta di copertina del libro stesso. Certo, quella scheda di presentazione editoriale evoca la particolare relazione tra autore e soggetto trattato (si legge: «Questo racconto monografico è nello stesso tempo una testimonianza privata e una interpretazione critica, il punto di vista assai particolare di chi è stata la compagna dell'artista nei primi vent'anni, decisivi, di una carriera appassionante. È anche un album di immagini in gran parte inedite. Immagini e testo evocano il tempo e lo spazio assai emblematici della generazione degli anni Sessanta e Settanta»). Eppure quel sodalizio ­ di questo effettivamente si tratta ­ serve a "patentare" l'autenticità e il valore della biografia intellettuale, cioè di tutta una carriera ricostruita nella sua cronologia. Diversamente, il titolo della mia relazione odierna insiste sul sodalizio ­ non solo intellettuale ma d'amore ­ come fonte non solo di biografia dell'altro ma di autobiografia ­ cioè costruzione incrociata d'identità di genere, tra maschile e femminile.

Accetto, incuriosita, la scommessa, la lettura sotterranea delle mie intenzioni dichiarate e "di superficie" ­ lo faccio a libro finito e all'ascolto dei commenti di alcune persone del cui parere mi va di tener conto. Forse ho lavorato a una biografia partecipata, e a un'autobiografia indiretta... senz'altro, in parte consapevolmente, scegliendo, al posto del classico saggio illustrato, la forma dell'album di immagini commentate. Non ho nascosto un nodo privato, anzi l'ho rivendicato come garante di una posizione eccezionale. Ho invitato il lettore a condividere un gesto di tipo privato, quello di sfogliare con me un album accuratamente scelto e di ascoltare la mia voce, compresi gli intervalli di silenzio quando la mano volta pagina... Ho scelto questo metodo, convinta che così potevo meglio dar ragione dell'opera dell'artista (o più precisamente dei processi mentali che presiedevano alle invenzioni poetiche e artistiche), rispettandone i misteri, senza farne un'autostrada...

Probabilmente c'è alla base della mia testimonianza quella divisione dei ruoli tra maschile e femminile di tutte le coppie, e delle coppie in arte (le quali sono particolarmente complesse e difficili) e, ne sono consapevole, questa dinamica filtra tra le righe, come un profumo di custodia, di "corredo" della memoria, di cassetti tenuti in ordine... alla faccia della dissipazione del tempo. Ma sia chiaro, anche se qui oggi mi sottopongo a un'autoanalisi (con cui la pratica femminista degli anni Settanta mi ha lasciato una certa dimestichezza), con il libro invece ho voluto tener a bada questa dinamica, senza per quello cascare nell'illusione emancipata e accademica del "saggio critico" o della biografia compatta.

D'altronde il mio libro portava su "Alighiero e Boetti" (sono già due!) e non sulla nostra coppia, non era un libro sentimentale da vedova...

Inoltre, di lui, la vita interessa nella misura in cui arricchisce per altri la fruizione della sua opera. E di me, la sua compagna, controfigura qui necessaria, la vita che s'indovina interessa per quanto aiuta alla lettura dell'opera di lui.

Sul crinale rischioso che ho scelto (o che ha scelto me), credo di avere seguito un fantasma amato, una guida, una Maestra che negli anni Sessanta inventò una forma di critica d'arte, Carla Lonzi. Avendo assimilato da tempo la sua "lezione" di vita e di pensiero, non mi è nemmeno venuto in mente di esprimerlo nel mio libro; ci penso oggi e a Carla rendo omaggio, un decennio dopo averlo fatto nel quadro della Biennale d'Arte di Venezia nel 1990.

Articolerò la mia riflessione su "Alighiero e Boetti, Shaman-showman", secondo 4 domande che formulo in modo rudimentale, brutale:

1. Questo libro era da fare?

2. Che corpo dargli? e dove sto io?

3. Che cosa trasmetto circa AB?

4. Quale identità e quale gender per noi due?

Sulla decisione di pubblicare questo volume non hanno influito tanto i vari articoli da me pubblicati tra gli anni Settanta e Novanta, quanto il mio lavoro del 1996 come cocuratore della prima retrospettiva internazionale su Boetti (dopo la sua prematura scomparsa a 54 anni). Vi ho dedicato un anno e mezzo, con sforzo enorme e doloroso. Il lavoro "scientifico" a volte ingrato (rettificare molti errori accumulati circa la datazione di opere ed eventi, rifare certe cronologie, riprendere contatti con persone e istituzioni), fu una durissima elaborazione del lutto. Si trattava di tener il ruolo oggettivo di "commissario" museale (sostantivo più militare che elettivo), scrivere un lungo saggio, e calibrare il mio intervento accanto ad altri due colleghi ­ per altro, amici e molto delicati nei miei confronti. (Solo un esempio circa la sofferenza a riaccendere il vissuto: essendo stata io, tra i tre, incaricata della biografia in catalogo, ricordo il mio tormento nei paragrafi in cui di consueto si scriverebbe «nell'anno... l'artista si trasferisce a..., si sposa con...», oppure «nasce il suo primo figlio di nome...». Come la mettevo io, che firmavo il testo? Ho optato per la discrezione ma non la schizofrenia, ho scritto: «ci sposiamo», poi «nasce il nostro primo figlio, Matteo». E per il titolo della biografia ho scelto l'ambiguo Una vita.)

Sono felice e fiera di questo lavoro di équipe, è stata una vittoria su me stessa, di tipo intellettuale emancipatorio (l'aver fatto quasi come se io fossi un'altra!). Ma ho salvato la differenza. Parallelamente a questa elaborazione in cordata, ho accumulato, stratificato, tante impressioni e riflessioni, "cocci" e "reperti visivi" sulla vita, la storia e il lavoro di Alighiero, su gesti e pensieri che non potevano assolutamente rientrare nel taglio metodologico di un lavoro museale. Così ho riempito alcuni quadernetti, poi ho richiuso le scatole di fotografie e schizzi, e lasciato depositare, mutando poco a poco la nostalgia (e il riaccendersi della comunanza) in un progetto: un libro tutto mio, forse quello che Alighiero stesso, nelle nostre ultime conversazioni, mi aveva suggerito di intraprendere. E mi sono ricordata delle sue due espressioni inventate in gioventù: «non marsalarsi» (talmente più efficace di «non lasciarsi andare» o crogiolarsi) e «decantiamoci su»... e ho composto il libro.

Dopo quattro anni, nella primavera del 2001 mi sono decisa a darlo alle stampe il giorno che in televisione ho visto esplodere i due grandi Buddha di Bamyan, perché nelle prime pagine del mio manoscritto parlavo della loro bellezza.

Pubblicando il libro ho assunto tutta l'ambiguità della mia posizione di moglie dell'artista e di critica d'arte, ho voluto mantenermi in bilico tra i due ruoli, nella complessità che poteva essere un valore aggiuntivo e forse mi permetteva di varcare più agevolmente il confine (che non esiste) tra esistenza e attività artistica di Boetti, di stabilire un via vai tra gesti privati e gesti di mestiere. Intanto sapevo quello che non volevo assolutamente fare: scrivere una biografia, ricostruire una vita in una continuità narrativa. Non ho nulla contro il genere, ma se l'autore è una moglie, un'amante, una vedova, di solito non è un gran che... Eviterò di citare esempi, ma in genere il racconto (di narcisismo spesso crudele, di miseria e soldi, prevaricazioni e disperazioni) sa un po' del cosiddetto nappé (béchamelle o altra salsa) che nella cucina piccolo-borghese ricopre una pietanza modesta, dandole un tocco da grande cuisine (è una delle pagine delle deliziose Mitologie di Roland Barthes). No, non volevo rischiare nessun nappé per affogare sia l'attenzione del lettore, sia i lampi di certe epifanie boettiane che avrei tentato di restituire... Ho concesso alla narrazione ("classica", lineare) di un quarto di secolo coniugale soltanto le prime tre pagine e mezzo del volume ­ un riassunto ­ e appaio non più di quattro o cinque volte nelle 135 immagini.

Eppure so benissimo di essere presente in quasi ogni pagina. Per via di tutto quel materiale custodito nel sodalizio d'amore, che ora elargisco ad altri e che nessun'altra persona saprebbe decriptare come me. Per via della struttura del libro, in cui sono il fantasma, la voce off. Per via infine del compito affidatomi da Alighiero stesso (lo scrivo a pagina 14, come un'umile legittimazione ma anche con un certo orgoglio). Qui e là nel libro non nascondo piccole soddisfazioni narcisistiche che riguardano la mia presenza esplicita del suo lavoro: ho co-firmato con Boetti un libro curioso, e esistono dei ritratti miei fatti da lui, o dei ritratti nostri gemellati, ma non sono né figurativi né astratti, riguardano sempre il mio nome, e il suo. Fornisco qui questi dati per mostrare che nel mio libro non c'è masochismo, solo discrezione (lascio, per ora, in quanto ci tornerò, la questione autobiografica).

Come "funziona" il libro e da quale punto giunge la mia voce? Quale tipo di biografia indiretta ho voluto fabbricare? Perché mi è sembrato più pertinente far così? Scrivo a pp. 14-15: «Vorrei fornire alcune chiavi inedite, semplici e concrete, per meglio avvicinare l'opera. Un insieme di casualità, quelle "felici coincidenze" che di tanto in tanto facevano scattare in lui nuovi processi mentali: incontri con una parola, un paesaggio, una melodia, un'immagine, un gesto. Né saggio né biografia, propongo qui un album, una sequenza cronologica di immagini assai eterogenee, in gran parte inedite. Vi aggiungo come voce off, fuori campo, le mie "leggende" di varie lunghezze. Se rispetto allo scritto, l'immagine accorcia il tempo di trasmissione, dicendo di più e più forte, questo album riuscirà forse a mettere chi lo sfoglia in contatto con ciò che il filosofo Merleau-Ponty chiamava "lo strato di significato grezzo dei gesti artistici sul loro nascere"».

Questo paragrafo annunciava una biografia essenzialmente mentale (peraltro una storia di intuizioni sensitive più che di elaborazioni intellettuali) eppure, senza dubbio, all'origine di ogni intuizione e della forma che avrebbe assunto per Boetti, c'era un'esperienza vissuta, spesso rintracciabile. (Questo è proprio il meccanismo che accomuna tutta una generazione artistica negli anni Sessanta, e al quale Harald Szeeman ha genialmente dato una formulazione forte, titolo di una mostra internazionale nel 1969: When attitudes become forms.) Lo stesso brano indicava anche la mia scelta di composizione ad incastro, brevi segmenti composti di immagini e relativi commenti (nel montaggio, poche sono le opere compiute e conosciute ­ una decina su 135 documenti visivi ­ ma tutti i documenti visivi mirano a illuminare le opere, a documentarne la lettura). Dunque, è una struttura discontinua, una narrazione a tratteggio.

Questa forma mi si è imposta non solo perché più leggera, più incisiva e addatta ai processi mentali che volevo descrivere (il contrario del nappé!), ma anche per la priorità che così davo al visivo, alla sequenza di piccole immagini ­ il che costituiva un omaggio all'artista: «Era del resto un'abitudine di Boetti quella di fissare al muro immagini scelte, "cose" di vario genere. Il "Muro" progressivo che in tal modo accumulò in un ventennio non era un'impresa artistica in senso stretto: era nato come iconostasi privata della sua esistenza e del suo diletto, nonché come taccuino di appunti, di progetti. Poi col tempo lui stesso lo considerò un vero e proprio work in progress. L'intenzione del presente libro è di rendere omaggio al Muro di Boetti, integrandovi un mio "muro" per Alighiero». Decisamente "biografica" è invece la scelta dell'ordine cronologico (dal 1962 quando Boetti aveva 22 anni, fino alla fine, nel 1994), non proprio lineare ma a rizoma, con frequenti rimandi ad altre pagine e situazioni. Era compatibile con il montaggio, e rispetto all'evolvere dell'esistenza e del lavoro, era logico.

Altra decisione circa questa "non-biografia": le didascalie. Si trattava di trovare la distanza giusta, la messa a fuoco ottimale del mio sguardo (e la tonalità della mia voce off) per ogni immagine o gruppo di immagini (in tutto 77 situazioni visive selezionate, e perciò 77 commenti). È la didascalia a focalizzare e rendere leggibile l'immagine, come ben insegna Barthes in La camera chiara: ma l'optimum della focalizzazione è variabile. Non sempre conviene la nitidezza, o la leggerezza scherzosa. Dipende. A volte ho lasciato il mio commento aperto alla fantasia di chi legge, oppure ho scelto il blow-up alla Antonioni (ad esempio per leggere la storia afghana degli anni Settanta attraverso tre francobolli successivi, analizzati con la lente d'ingrandimento!). Per alcuni disegni o foto ho lasciato un certo flou sfocato, un velo pietoso sul mio compagno e su di me...

In questa ottica a geometria variabile, mi piace particolarmente l'angolazione nuova che ho potuto assumere a proposito di opere molto conosciute e commentate, ad esempio quei Mappamondi che Alighiero faceva ricamare in Afghanistan: è un'angolazione privatissima, affettuosa e un po' surreale. La fotografia propone due persone sedute per terra, abbracciate, viste di schiena, in contemplazione davanti a stoffe distese sull'erba come per un picnic: la mia voce off inizia (p. 150) con un pezzo d'intervista spesso citata di Boetti: «Con le Mappe ricamate non ho inventato niente, né le forme né i colori né il ricamo». Ma io voglio insistere su una cosa: sulla felicità, l'appagamento che gli procurava questo suo lavoro senza fine... e così invento un seguito alle sue parole: «Dopo le guerre le bandiere cambiano disegni e colori, allora si devono rifare le mappe. Anche i mari cambiano colore a secondo del linguaggio dei popoli, mare nero, bianco, rosso...». Alla fine il lettore capisce chi sono i due nella foto: «Questi erano i dolci racconti all'orecchio della piccola Agata quando suo padre, di ritorno da Kabul, svuotava il borsone sull'erba del campo umbro e tirava fuori i ricami che odoravano ancora di capra e di curry».

Che cosa trasmetto circa Alighiero Boetti? Alcuni elementi per arricchire una biografia, ma soprattutto alcune chiavi di lettura per meglio avvicinare i meccanismi mentali che presiedono alle sue opere: in questo senso ho lavorato a una "biografia intellettuale": i primi segni delle sue ricerche appassionate, ludiche o maniacali, attorno alle cifre e alle lettere, alla forma del linguaggio scritto e la forma delle matematiche, la specularità e lo sdoppiamento, il vuoto e la proliferazione... tutti concetti che lui riusciva a visualizzare e cristallizzare in "cose" concrete e esteticamente riuscite: su carta, legno, vetro o stoffa, con colori o senza: «processi mentali visualizzati» come disse J. C. Ammann, qualche anno dopo la prima intuizione del suo maestro H. Szeeman.

Boetti era un pensatore autodidatta. Il suo pensiero era di tipo filosofico, libero ma acuto, tendenzialmente eretico, mai intimorito di fronte ai salti brutali, ai sincretismi inediti, alle invenzioni della mente che poi concretamente lo portavano lontano dalle regole "classiche" dell'arte. Attraversava le discipline inseguendo una sua precisa passione e adorava entrare in contatto con "persone esperte" (così diceva). Alcuni erano imbarazzati, quasi risentiti dalle sue domande curiose. I migliori (i più aperti) erano intrigati, affascinati dal dialogo con lui (ad esempio un amico matematico a Torino, poi Giovanni Jervis per la psicanalisi, Sergio Givone per la filosofia, E. Galli della Loggia per la storia).

Oltre a seminare elementi discontinui lungo queste tracce, non potrei pretendere di "costruire" un'identità sua, tantomeno un'identità di genere, maschile! Posso semmai apportare elementi delle sue letture e fonti (e la testimonianza della reale pratica di vita che lui ne ricavava), le quali lo portavano nella direzione opposta al rafforzamento identitario: verso l'apertura, lo stiramento, lo sconfinamento dell'identità individuale. Come potrei? Quest'uomo era almeno due: firmava Alighiero e Boetti, quella "e" non era un gioco di società, un trucco per attirare l'attenzione. A 27 anni, il ragazzo aveva già realizzato tre inquietanti autoritratti doppi (che ancora oggi dopo 35 anni non hanno esaurito le risorse dell'interpretazione critica). Uno di questi dà il sottotitolo al mio libro Shaman-showman (il più famoso è il fotomontaggio intitolato Gemelli). Cito da p. 55. «Il gioco di parole tra Shaman e Showman era una constatazione ironica quanto amara: l'artista moderno, in assenza di un ruolo strutturale nella comunità, non può che essere uno showman, versione degradata del giullare. Nel migliore dei casi tenterà il duplice ruolo di sciamano e showman. Showman sarà l'uno (farà mostre, firmerà opere, viaggerà), un po' sciamano sarà l'altro, dalla parte dei musicanti, monaci, stregoni e ribelli. Lo showman è inevitabilmente seduttore, lo shaman inevitabilmente solitario. Lo sdoppiamento era il destino di A e B».

Io sono stata la compagna dei due... E quell'io diviso (ricordiamo Ronald Laing) non gli è nemmeno bastato: a 31 anni, ha ritenuto indispensabile integrare nel suo lavoro d'artista l'intervento sistematico di altre persone che ne modificavano di fatto l'andamento e il risultato (disegno "automatico" affidato a sconosciuti, composizioni "postali" affidate a squadre di postini, ricamo affidato alle mani di donne afghane) e non ha mai rinnegato questa pratica. Cito ancora, p. 147: «Tra le parole omonimo e anonimo, Boetti ha coniato la parola mista ononimo, la quale racchiude tutta la sua riflessione sulla propria identità, volontariamente dissolta e costantemente ricostituita, al plurale. Aveva letto in Finnegans Wake di James Joyce: "I am one thousand. I am an in-divide-you-all" e l'aveva ripresa in occasione di una sua performance murale a Monaco di Baviera nel 1969». Quell'estensione massima è un sogno che può portare alla follia. Sono convinta che la parata contro tale pericolo fosse proprio la ritualizzazione, la "e" con la quale Alighiero continuava a firmare. La salvezza era anche l'ironia, la battuta «lui è lui, io sono io...», l'antidoto al «marsalarsi» di cui parlavo prima.

Quale identità e quale gender? Intendo qui per gender sia l'identità di Boetti, oggetto del mio libro, sia me stessa, l'autrice. Ma devo far un passo indietro, verso gli anni in cui è emerso un conflitto di generi tra noi. Erano i tempi del femminismo, il quale mi ha permesso di avviare una certa autonomia identitaria (ad esempio il mio impegno nella creazione delle Edizioni delle donne)... che Boetti ha vissuto come un tradimento tragico.

Per me è stato un nuovo nutrimento mentale, un contatto con la realtà del presente e nuovi scambi umani di grande qualità. Ma confesso che non è stata un'illuminazione folgorante, tantomeno la scoperta dell'emancipazione (che da ragazza francese atea avevo un po' vissuto). I miei problemi col "mio compagno" non erano troppo... standard. Ricordo le nostre dispute: io avevo come armi "ideologiche" Luce Irigaray e persino Derrida, circa la Differenza... lui mi rispondeva con l'Alterità e il Medesimo secondo i poeti metafisici persiani del Duecento, oppure mi chiedeva, sarcastico, quale fosse secondo me il gender degli sciamani siberiani (uomini e donne)...

A distanza di anni, capisco oggi che il femminismo è stato per me poco più di una stampella per tentare di arginare un rapporto vorticoso il cui ritmo e una certa pericolosità mi minacciavano troppo. La stampella mi ha permesso di prendere un po' di distanza, e placare la paura. Speravo di non perdere del tutto il "sodalizio", purtroppo è avvenuto. A meno che non sia proseguito, sotterraneo, come fanno certi fiumi, per venir fuori più in là, più tardi ­ per esempio attorno a un ultimo incontro, una mostra, un libro. Oggi, riappacificata con il passato, credo di non aver tradito nel mio libro la complessità dell'altro, né oppresso la parte mia. E ho continuato a vivere quest'avventura dopo la doppia perdita di lui (la seconda essendo la sua morte).

Confesso qui che ancora oggi non ho perso certe abitudini o piccole manie, legate al suo lavoro, a quando vi partecipavo. Ad esempio continuo a ritagliare certi pezzi dai giornali: notizie circa fiumi finora sconosciuti (se ne scoprono ancora!), vignette ingenue e stupide sul tema dell'arte (Alighiero le raccoglieva per farne un libro), certe foto di microbiologia, di geopolitica o, ancora, il motivo di certe tute mimetiche polari o sahariane... come se potessi ancora passargli questa roba, come ho fatto per anni. Non so a che punto stia la mia identità di genere, e di autrice... Achille Bonito-Oliva, presentando il mio libro alla Galleria nazionale d'arte moderna, ha detto, come battuta (ma lui sceglie di solito la forma della battuta per dire le cose più serie) che, dopo averlo letto, si è convinto che c'è un errore in copertina: che l'autore (non ricordo se ha detto "autrice"!) è Annemarie Sauzeau e Boetti, con la e tra i due cognomi. A parte l'aspetto di omaggio, gradevolissimo, continuo a riflettere sulla sua battuta.