Il caso di Pompilia Comparini

di Anna Foa

1. Il libro

È il 1860 quando Robert Browning si imbatte casualmente in un libro dalla copertina gialla, che giace negletto su una bancarella di piazza San Lorenzo a Firenze. Lo chiamerà The Old Yellow Book. Si tratta di 18 documenti, per la maggior parte a stampa, della fine del Seicento, raccolti da un giurista fiorentino dell'epoca, legato alla famiglia Franceschini, Francesco Cencini1, tutti attinenti al processo e alla condanna di un nobile aretino, Guido Franceschini, che aveva ucciso a pugnalate a Roma nel 1698 la giovanissima moglie e i suoceri: una cause célèbre che aveva fatto all'epoca grande scalpore. Oltre ai memoriali dell'accusa e quelli della difesa, la raccolta contiene alcuni documenti (lettere, sentenze) e due pamphlets a stampa che circolavano in Roma durante il processo, uno a favore del Franceschini e uno a lui contrario. È questa la storia da cui Browning si fa affascinare, traendone un poema, The Ring and the Book, pubblicato nel 1868-69, che viene generalmente considerato la sua opera più importante2. Nel suo lungo poema, il primo a resuscitare in chiave narrativa questa oscura e intrigante storia seicentesca, Browning fa un uso attento e scrupoloso delle sue fonti, e tenta di ricreare non solo l'immagine del delitto e dei suoi protagonisti, ma quella della Roma di fine Seicento, delle sue mentalità e sensibilità, dei suoi dilemmi morali, religiosi, giudiziari.

Nel ricostruire questa vicenda, ci troviamo così ad avere a disposizione, oltre a una ricca serie di documenti di natura diversa, anche un'opera narrativa che li ha riletti, ricreati, trasformati: due sguardi, quello dei contemporanei, appassionati colpevolisti e innocentisti nel processo contro il conte Guido, e quello, di quasi due secoli successivo, del poeta inglese innamorato dei cieli italiani, delle sue donne, dei suoi foschi delitti. Proviamo ad accostare le due immagini, sperando che messe a confronto possano aiutarci a decifrare la storia di Pompilia Comparini: un personaggio, premettiamo, intrigante e irrisolto, non facile da decifrare.

2. La storia

Pompilia nasce a Roma il 17 luglio 1680, figlia unica di Pietro Comparini e di Violante Peruzzi, e viene battezzata nella chiesa di San Lorenzo in Lucina. Questa almeno è la versione ufficiale, perché in realtà Pompilia, che nasce il 16 e non il 17 luglio, non è figlia di Violante, ma di una vedova originaria del viterbese, tal Corona Paperozzi, già madre di altre due figlie e troppo povera per allevare anche la terza. La ragione di questa finzione è tutta economica: se Pietro e Violante non avessero avuto eredi, i loro beni sottoposti a fidecommesso sarebbero passati ad altri eredi3. Violante ha all'epoca quarantotto anni, e Pietro è di alcuni anni più vecchio. I genitori sono dunque anziani, e privi di altri figli. Le fonti, che pur sviscerano l'argomento della ricchezza o povertà dei Comparini, non ne definiscono lo status sociale. Sappiamo che possedevano una casa, dove vivevano, all'angolo tra via Vittoria e via Paolina, presso piazza del Popolo. All'epoca dell'omicidio, le voci ostili dicevano che Pietro Comparini, che doveva ereditare un fidecommesso di dodicimila scudi, si era ridotto in miseria, perché troppo «indulgente alla gola e dedito all'ozio e havendo preso moglie con pochissima dote», e affermano che era stato carcerato per debiti e che riceveva dal Palazzo Apostolico l'elemosina segreta4. La sua indigenza non doveva tuttavia essere così grande, se i conti Franceschini si erano fatti in quattro per realizzare il matrimonio con Pompilia, sperando di ottenere «a suo tempo il peculio predetto quasi intiero, e poco, o nulla deteriorato»5. Pompilia cresce nella casa romana dei Comparini. «Io ho veduto il Signor Pietro condurre con sé per la mano una volta sola sulla Piazza del Popolo questa ragazza femina, et andava ben vestita et in ordine, et io mi rallegrai quando la viddi», testimonia la sorella della madre naturale, Corona6. A quattro anni va a scuola, e la frequenterà per quattro anni. La scuola, retta da una maestra chiamata Margherita, era a quattro o cinque porte di distanza dalla casa dei Comparini, e Pompilia Francesca (detta a scuola Checca) vi andava ogni giorno accompagnata da una domestica. Era anche, per caso, la scuola dove andava l'altra figlia della vedova Corona, che era poi la sorella di Pompilia7.

Nel 1693, quando Pompilia ha tredici anni, l'abate Paolo Franceschini, segretario del cardinal Lauria, propone ai Comparini di darla in sposa a suo fratello Guido. Minore di quattro fratelli, in età di trentasei anni circa, Guido viveva anch'egli, come il fratello, in Curia, dove era entrato fra i familiari del cardinal Nerli. Non aveva tuttavia avuto una carriera particolarmente brillante, tanto che la lascerà subito dopo il matrimonio, senza rimpianti. Una relazione presentata dall'abate Paolo ai Comparini attribuisce ai conti Franceschini una solida consistenza patrimoniale (i beni ad Arezzo avrebbero dato un'entrata annua di 1.700 scudi). Il cardinal Lauria stende i capitoli matrimoniali. Ma Pietro non si fa abbagliare e prende informazioni dirette, col risultato di venire a sapere che la relazione era per lo meno inesatta: non soltanto il patrimonio dei nobili conti Franceschini era assai inferiore alla cifra prospettata, ma la nobiltà dei Franceschini era di secondo rango, e non di primo, e la famiglia non godeva di una buona reputazione. Pietro rifiuta di dare il suo consenso al matrimonio. Qualunque fosse la solidità patrimoniale della famiglia Comparini, era comunque tale da consentirle di rifiutare per Pompilia un matrimonio al di sopra del suo rango sociale. Decisa a dare Pompilia in sposa a Guido, però, Violante non ci pensa due volte ad aggirare l'ostacolo rappresentato dalle remore del marito: il 6 settembre 1693, fingendo di recarsi a messa, porta Pompilia nella chiesa di San Lorenzo in Lucina, la stessa dove Pompilia è stata battezzata. L'abate Paolo, il fratello dello sposo, celebra il matrimonio, un matrimonio che potremmo ben definire "clandestino". Finita la cerimonia, Pompilia torna a casa con la madre, come se niente fosse, tacendo a Pietro ogni cosa. Ma a metterlo al corrente ci pensa Guido che alcuni giorni dopo viene a reclamare la sua sposa. Dopo pianti e recriminazioni, si giunge a un accordo: il conte Guido riceverà una dote di ventiquattro luoghi di monte, con la prospettiva di ereditare il fidecommesso di 12.000 scudi di cui Pompilia è erede. Una parte della dote, circa settecento scudi, viene versata subito. I capitoli matrimoniali stabilivano anche, con un accordo abbastanza usuale, che i Comparini avrebbero seguito la figlia nella magione avita dei Franceschini ad Arezzo, dove avrebbero vissuto a spese dei Franceschini. In tutta la vicenda, Pietro appare come un uomo debole, dominato dalla moglie, invischiato nelle sue bugie e nelle sue furbizie. «Quello che faceva la Signora Violante era ben fatto, e quello, che lei diceva e lui credeva» dirà una serva della casa8. Nel novembre tutti si trasferiscono ad Arezzo. Resta a Roma solo l'abate Paolo, il cognato di Pompilia, che continua a vivere in Curia.

Ad Arezzo, però, le due famiglie cominciano subito a litigare. Il vero capo della famiglia non è Guido, ma sua madre Beatrice, donna altezzosa e autoritaria che tratta i Comparini con disprezzo. Nella casa vive anche un altro fratello, il canonico Girolamo, con cui i Comparini litigano senza sosta. Senza fuoco con cui scaldarsi, con un vitto misero, privi delle comodità a cui erano abituati, i due coniugi vengono ben presto ai ferri corti con i Franceschini. Una sera, al ritorno dall'osteria, Pietro trova la porta serrata e a nulla valgono le proteste di Violante per farlo entrare9. Dopo quattro mesi, stanchi di liti, i due tornano nella loro casa romana, lasciando Pompilia ad Arezzo con il marito. Poco tempo dopo la loro partenza, il 14 giugno 1694, Pompilia scrive una lettera all'abate Paolo suo cognato, dietro dettatura del marito, in cui afferma di sentirsi più serena dopo la separazione dai genitori, e accusa madre e padre di averla istigata a lasciare il marito, ad avvelenare l'intera famiglia, a dar fuoco alla casa, e a trovarsi un giovane di suo gusto con cui fuggire a Roma10. La lettera resta enigmatica, anche perché sembra anticipare sviluppi successivi di almeno due anni della vicenda.

Nonostante il matrimonio fosse stato consumato alcuni mesi dopo il suo trasferimento ad Arezzo, Pompilia non dava segno di dare al marito e alla sua famiglia l'erede tanto atteso. La sua "sterilità", ché tale è per la mentalità del tempo, rende difficili i rapporti con il marito. A farli precipitare giunge però un evento inatteso e inusuale: tornati a Roma, i Comparini, che dovevano ancora versare una grossa parte della dote promessa a Franceschini, iniziano una causa di disconoscimento di Pompilia: non è figlia loro, rivelano, ma una bambina adottata alla nascita per potere ereditare del famoso fidecommesso. È stata Violante, affermano, a compiere l'adozione, all'insaputa del marito Pietro. Attraverso la causa di disconoscimento, i Comparini vogliono evitare di pagare il resto della dote dovuta al conte Guido, e tentano anche di recuperare quella già versata. Non sappiamo come Pompilia abbia reagito a questa mossa legale, che le toglieva i genitori e la metteva in una situazione difficilissima con la famiglia del marito, che non solo si vedeva contestare il pagamento della dote promessa, e con questo il famoso fidecommesso che Pompilia avrebbe dovuto ereditare, ma si trovava ad avere in famiglia una persona di dubbia origine, forse addirittura ­ si diceva ­ la figlia di una prostituta. La causa per l'annullamento del contratto dotale fu discussa nel 1694, e la sentenza stabilì che la ragazza aveva diritto alla dote, ma non all'eredità del padre. Pietro interpose appello, e la causa restò pendente, ma Guido trattenne la dote ricevuta.

È questo il momento in cui Pompilia butta gli occhi sul canonico della Pieve di Santa Maria d'Arezzo, un suddiacono, Giuseppe Maria Caponsacchi, che è amico di un parente dei Franceschini, il canonico Conti, frequentatore abituale della loro casa. Il giovane canonico, che non è insensibile alla bellezza femminile, ne resta sedotto. Pompilia gli confida le sue difficoltà, i due si scambiano ­ anche se su questo punto torneremo ­ bigliettini amorosi. Il conte Guido, insospettito e geloso, minaccia continuamente la moglie di morte, le spiana contro la pistola. Pompilia teme, almeno così affermerà nel processo, che il marito la avveleni11, e decide di fuggire. Caponsacchi promette di proteggerla e di favorirne la fuga, accompagnandola a Roma in casa dei genitori. Per mettere in atto il piano, le fa avere dei sonniferi, con cui addormentare tutti i membri della famiglia prima di raggiungere la carrozza presa in affitto dal giovane. La fuga si realizza senza impedimenti nell'aprile del 1697. Ma a Castelnuovo (l'attuale Castelnuovo di Porto, sulla Flaminia) i due sono raggiunti dal marito abbandonato, e solo la loro reazione impedisce che questi li uccida sul posto, come la legge, in una simile circostanza, gli avrebbe consentito. Arrestati, sono portati a Roma, dove il conte Guido li accusa di fuga e adulterio. È il primo processo del caso, il cosiddetto processus fugae, in cui il 24 settembre 1697 il tribunale romano condanna Caponsacchi, «per aver conosciuto carnalmente Pompilia»12, a tre anni di relegazione a Civitavecchia, mentre la giovane, su cui non viene emessa sentenza alcuna, viene chiusa nel monastero di Santa Croce alla Penitenza. E lì sarebbe probabilmente rimasta, se non si fosse scoperta incinta, per cui viene affidata alla custodia dei genitori e fa ritorno nella casa paterna, con l'obbligo di avere «hanc Domum pro tuto, et securo Carcere, et ab ea non discedere, neque de die, neque de nocte, etiam ianuis et fenestris apertis, sub quovis praetextu»13. L'abate Paolo, in qualità di procuratore del fratello Guido, acconsente a che Pompilia si trasferisca nella casa dei suoi genitori. Nell'autunno, Pompilia fa istanza di separazione (divisione tori) e chiede al tempo stesso che le sia versata indietro la dote sborsata. La causa, che non manca di irritare profondamente i Franceschini, è ancora pendente all'epoca dell'omicidio. Nello stesso periodo, Guido cita per adulterio la moglie ­ e non Caponsacchi, che il suo stato clericale sottrae alla giurisdizione civile ­ davanti al tribunale civile di Arezzo. La sentenza, emanata in dicembre, è di imprigionamento a vita per Pompilia, che però non ne è toccata in quanto il tribunale aretino non ha giurisdizione a Roma. Un tentativo dell'abate Paolo di fare appello ai privilegi ecclesiastici goduti da Guido e di riunire tutti i processi pendenti trasferendoli a una speciale Congregazione nominata dal Papa, si scontra con il rifiuto di Innocenzo xii. Sommerso dal ridicolo, per aver legato il destino della famiglia a una persona di dubbia origine e di costumi ancor più dubbi, l'abate Paolo lascia per sempre Roma. All'epoca dell'esecuzione del fratello, si trovava a Venezia, da dove passerà in Spagna.

Il 18 dicembre nasce il bambino, che viene chiamato Gaetano, e subito inviato a balia fuori casa. Nello stesso periodo, secondo notizie non confermate che circolano ad Arezzo, Caponsacchi sarebbe morto a Civitavecchia di sospetto avvelenamento14. Due settimane dopo, il conte Guido, con quattro accoliti, giunge a Roma. Per farsi aprire la porta di casa Comparini, dice di essere latore di un messaggio di Caponsacchi da Civitavecchia. Una volta entrati, il conte Guido e i suoi sicari sgozzano Pompilia, e insieme con lei Pietro e Violante. Pompilia si finge morta e riesce a sopravvivere per quattro giorni. Farà in tempo ad accusare i suoi assassini, che vengono arrestati mentre dormono esausti alle porte di Roma. E riesce anche, protestando in articulo mortis la sua innocenza e la sua fedeltà al marito, a farli condannare a morte.

Il processo fa scalpore nella pubblica opinione, e la città si divide sulla sorte da riservare agli assassini. Sia l'accusa che la difesa sono rappresentate da illustri avvocati, i nomi più famosi del foro romano del tempo. All'accusa erano il procuratore del Fisco Francesco Gambi e l'avvocato Giovan Battista Bottini (che è anche una delle voci protagoniste del poema di Browning). Alla difesa, il procuratore dei poveri Giacinto Arcangeli, e l'avvocato Desiderio Spreti. I pareri degli avvocati, dati alle stampe come d'uso, vengono letti ovunque. Tutta Roma discute sulla colpevolezza del conte Guido, e sostiene l'innocenza o la colpevolezza di Pompilia.

La sentenza è severissima. Gli accoliti che lo hanno aiutato nell'omicidio, sono condannati all'impiccagione, il conte Guido, in accordo al suo rango, sarà decapitato. È lo stesso Innocenzo xii a imporre che la sentenza sia eseguita, ad eliminare ogni indugio «mosso ­ scrive una Relatione della morte di Guido Franceschini, ­ a questo dubio che in tal dilatione non venissero lettere da Monarchi Regij per salvare la vita di Guido Franceschini, e che con tale esempio li stranieri, non che i Romani, proseguissero attentati di tanti atti come fu quello del Franceschini venuto in Roma da Stato estraneo con gente armata a commettere tal fatto»15. Per Guido si stavano infatti muovendo alti protettori, il granduca di Toscana e l'Imperatore.

In accordo al suo rango il conte Guido muore dignitosamente, convinto di essere nel giusto e di avere subito un'ingiustizia. Quando gli viene comunicata la sentenza, dice solamente: «Dunque per havere difeso e risarcito il mio Onore devo in questa forma morire?»16. Dopo di questo, dà mostra di pietà religiosa e compunzione, prega a lungo e ferventemente, e anche nella carretta che lo porta in piazza del Popolo, il luogo dell'esecuzione, continua a pregare e a esortare i suoi compagni di pena a sopportare con fermezza l'estremo supplizio e a riconciliarsi con Dio. Venuto il suo turno, per ultimo, pone da solo la testa sul cavalletto «mettendo il collo sotto la mannaia, dalla quale recisoli il capo rese l'anima al suo creatore. Et poi il carnefice mostrando la testa al Popolo replicò più volte: Quest'è la testa del Franceschini»17.

La piazza del Popolo si era riempita di folla fin dalla notte prima dell'esecuzione, quando la notizia si era sparsa ed erano cominciati i preparativi per l'esecuzione: cinque condanne a morte nello stesso giorno, un evento inusuale, di cui si era persa memoria. C'erano ­ dice la Relatione ­, oltre quarantamila persone, e le finestre erano state affittate fino a otto scudi l'una, mentre i tetti erano stipati di gente e le botteghe chiuse per permettere anche agli artigiani di assistere allo spettacolo. «In tal modo caddero queste cinque vittime ­ commenta ancora la Relatione ­ sacrificate al publico sdegno del Popolo di Roma, che sitibondo si mostrava del loro sangue per il temerario eccidio d'una intiera casata, commessa nella nota maniera, sotto colorito pretesto di honore e con vendetta più che da Persona privata»18.

3. La protagonista

Questa è la storia in cui Robert Browning si è imbattuto. Una storia di cui a Roma si era perduta la memoria, di cui nessuno, passato il momento del processo, aveva più scritto. Ma chi ne era protagonista? Nel poema, un poema a più voci, in cui a ogni personaggio corrisponde un libro, e in cui ognuna delle parti racconta la sua verità, non esiste un vero e proprio protagonista. Potremmo forse attribuire la parte di protagonista all'opinione pubblica, il popolo di Roma, a cui Browning dà voce in ben tre dei libri del suo poema.

Ma come emerge dalle fonti questa storia ha un personaggio principale. I memoriali dell'accusa e quelli della difesa, scritti per decidere le sorti del conte Franceschini, i pamphlets che echeggiano gli umori dell'opinione publica, tutte queste fonti hanno un unico reale protagonista, Pompilia. Anche da morta, anzi soprattutto da morta, Pompilia è una presenza fortissima. I suoi gesti, le sue parole, l'immagine che dà di sé prima di soccombere alle ferite, sembrano essere consapevolmente volti ai giudici e all'opinione pubblica. Costruendo, in punto di morte, un'immagine pubblica di sé, Pompilia diventa la chiave della vicenda: da lei, dal suo essere innocente o colpevole, dipende la sorte dei suoi assassini. Se Pompilia risulta una moglie adultera, come già hanno sentenziato due tribunali, quello romano e quello toscano, allora il conte Franceschini, uccidendola, non ha fatto altro che esercitare un suo diritto, magari in modo estensivo. Se Pompilia è innocente, il conte Guido è un assassino che merita la sentenza capitale. E tutti, dall'avvocato della difesa a quello dell'accusa, non che occuparsi troppo della scialba figura dell'assassino, lavorano di cesello intorno al personaggio della vittima, ne ricostruiscono con cura, a fini processuali, la biografia. Le biografie, potremmo dire, dal momento che due sono le immagini di Pompilia ricostruite dalle fonti. Ma, al di là dell'uso processuale della sua immagine, il personaggio offriva ben destro a questa diversa lettura, e la sua vita era tutta intessuta di menzogne e ambiguità.

4. Il parto presunto

Menzogne e finzioni avvolgono la sua nascita. Documenti ritrovati successivamente alla composizione del poema di Browning, e che il poeta non ha mai conosciuto, ci danno notizie delle sue vere origini. Il racconto, basato su testimonianze rilasciate durante il processo di disconoscimento, prima fra tutte quella di Violante, è di grande interesse e molto dettagliato. Venuta a sapere che una vedova di Viterbo, che ha già due figlie, vuole disfarsi del bambino che deve nascere perché non ha abbastanza soldi per mantenerlo, Violante comincia a fingersi incinta, mentre la levatrice sua complice, tal Angela La Bracchiera, convince la madre (senza ricompensa alcuna, l'unica ad avere una ricompensa nella vicenda sarà la levatrice) a cedere la figlia a una famiglia agiata piuttosto che mandarla al Santo Spirito. Violante allontana dal suo letto il marito, che a suo dire crede nella sua gravidanza e non ha sospetti, protestando di non voler avere rapporti sessuali per non rischiare di perdere il bambino, si ritira in una stanza al primo piano, lontana da quella che divideva col marito, finge svenimenti e debolezze, si mette un cuscino sotto le vesti per simulare la crescita del ventre. Le testimonianze si dilungano sul parto simulato in un racconto che non può non farci pensare alla leggenda diffusa nel 1687 della nascita simulata dell'erede di Giacomo ii d'Inghilterra, introdotto nel letto della regina in uno scaldino. Alla "nascita" di Pompilia, l'ostetrica fa scivolare la bambina, portata nella stanza ancora coperta del sangue della nascita, fra le gambe della "puerpera". Pietro è assente, e solo dopo la nascita serve e vicine sono chiamate nella stanza. La bambina verrà battezzata come Pompilia Francesca. In casa, tra le serve, si chiacchiera di questo parto di una donna di quarantotto anni, si discute della mancanza di latte della presunta puerpera, e degli altri segni da cui si deduce che la bambina non è figlia di Violante. Le testimonianze raccolte in occasione del processo di disconoscimento di Pompilia ricreano queste voci, i dubbi, la rete delle maldicenze. Non solo, ma l'ostetrica si è guardata bene dal mantenere segreto con la madre naturale il nome della famiglia da cui Pompilia è stata "adottata". E così, ogni tanto la madre va a trovarla mentre è a balia o a scuola, la controlla da lontano. Poi, dopo la morte della vedova Corona, il contatto, per quanto labilissimo, è mantenuto dalla zia e dalla sorella. È, insomma, un segreto di Pulcinella che però non sembra raggiungere le orecchie del presunto padre, Pietro, e nemmeno quelle della diretta interessata, che cresce circondata d'attenzioni e di affetto, credendo di essere la vera figlia di Pietro e Violante Comparini. Solo dopo che i rapporti con i Franceschini cominciano ad andare male, dice Violante, «essaminando la mia mente qual grave mai peccato avessi io commesso, che havessi a patir tanto per detto matrimonio mi venne in mente quel punto, che potesse esser Peccato l'haver premeditato, e mandato in essecutione il parto supposto, e riferitolo inginocchioni al Signor Pietro egli restò per un pezzo immobile. Mi disse il Signor Pietro queste precise parole Come havete potuto fare a farmi questo gran tradimento, e non dirmelo prima»19. All'epoca della rivelazione, i Comparini si trovavano ancora ad Arezzo, in casa dei Franceschini, e forse questa rivelazione non fu del tutto estranea alla loro decisione di tornarsene a Roma, da dove avrebbero iniziato la causa di disconoscimento della figlia.

5. Il salotto di casa Franceschini

Ma di segreti, di bugie, di ambiguità, la storia di Pompilia è fitta, ancor prima di quella fuga con il canonico Caponsacchi che ne segnerà il tragico destino. Da una parte, abbiamo un quadro di maltrattamenti, minacce, violenze: Pompilia, attesta una dichiarazione sottoscritta da numerosi abitanti di Arezzo dopo la sua fuga «si è più, e più volte fuggita di casa, e andata correndo, quando da Monsignor Vescovo, e quando dal Signor Commissario, e quando da vicini per li continui strapazzi, e mali trattamenti, che li venivano fatti [...] e ciò lo sappiamo per esserci incontrati in essa, quando come sopra fuggiva, et esserne di ciò pubblica voce, e fama in tutta la città di Arezzo»20.D'altra parte, i maggiorenti di Arezzo sono tutti schierati dalla parte della famiglia Franceschini. «Di scandalo [...] sono state più fughe, e ricorsi fatti dalla Sig. Sposa ­ scrive nello stesso 1694 al Franceschini il Governatore di Arezzo, il senatore Marzi Medici ­ a Monsign. Vescovo, non con altro motivo, se non che ne essa ne li suoi Genitori volevano più dimorare in Arezzo, ma tornarsene a Roma». In ambedue le occasioni, viene rimandata a casa del marito con qualche buona parola e qualche predicozzo sui doveri dell'obbedienza «scridata però da questo prudentissimo Prelato, ­ scrive ancora il Governatore ­ la rimandò sempre a Casa in Carrozza»21.

Dall'altra, le lettere tra Pompilia e Caponsacchi ci delineano un'immagine assai più ambigua della vita nella casa di Arezzo, il quadro di una vita che potremmo definire, entro i limiti del tempo, normale. Sono le serate nella casa del marito, l'amicizia con il canonico Conti, che diventa il suo confidente, nonostante la parentela con suo marito, fino al punto da farsi compiacente latore delle lettere e dei libri che lei e Caponsacchi si scambiano, e che tuttavia non ha il coraggio di aiutare la giovane nella fuga. Il Conti vi appare diviso tra la sua paura del conte Guido e il fascino della giovane, a cui tuttavia non soccombe. E quando, timoroso delle conseguenze, si rifiuta di continuare a far da tramite tra i due amanti, Pompilia è molto sicura del suo potere su di lui: «Lei mi dice ­ scrive a Caponsacchi ­ che il Conti non vuol portarvi più lettere, vi fo sapere, che io li fo due vezzi, e mi abasta l'animo di fare, che ve le porti, perché io gli dico due buone parole, e lui s'incanta, e farrà quello che io vorrò»22. E nello sfondo, prima di Caponsacchi, c'è un altro uomo, il medico della famiglia che con la giovane deve avere avuto almeno un flirt, dal momento che Pompilia ne scrive a Caponsacchi: «Circa il Dottore, lei m'offende, in dirmi che io tornerò a amar lui»23. Lo vediamo in uno scambio di battute, riportato in una lettera di Pompilia, rimproverarle il suo interessamento per «un altro Signore, che ci volevo più bene, più garbato di lui»24, appunto il Caponsacchi. Nelle lettere, il marito Guido appare sempre come «il Geloso», tenta di impedire che Pompilia stia in finestra e veda passare Caponsacchi, è sempre all'erta, sospetta, tende agguati. «Se il Geloso si mostri rappacificato ­ scrive Caponsacchi poco prima della fuga ­ e che abbi detto, che stiate alla finestra, è un cattivissimo segno, perché in questo modo vorrà scoprire cosa fare alla finestra, e a che fine ci state, perché mi ha detto il Conti, che ora è più geloso di prima, e che se viene in chiaro di nulla, si vuole vendicare con darci la morte»25. Vediamo anche Pompilia informare minuziosamente Caponsacchi degli spostamenti del marito, delle possibilità di passare davanti a casa, parlarle, forse anche entrare in casa con la complicità di una serva. La vita di Pompilia ad Arezzo non è in realtà tanto diversa da quella di tante altre donne nella sua condizione. È certo controllata, segregata, sorvegliata mentre si affaccia alla finestra, ma non le manca il modo di conversare con quanti frequentano la casa, di scambiare lettere, libri, poesie con Caponsacchi e prima di lui con il medico.

Possiamo forse, con una certa verosimiglianza, distinguere in alcuni periodi la vita aretina di Pompilia: dopo il ritorno a Roma dei genitori e l'inizio della causa di disconoscimento, Pompilia tenta la fuga, cerca di sottrarsi al suo ruolo, resta legata al suo mondo d'origine. Nel periodo successivo, la vita sembra essere più calma, i contrasti meno violenti. Poi, la relazione tra Caponsacchi e Pompilia deve avere nuovamente esacerbato il conte Guido e spinto Pompilia a una nuova fuga, questa volta diversa dalle altre, definitiva. Nell'immagine che del comportamento di Guido danno, certo con grande parzialità, gli avvocati della difesa di Franceschini, cioè quella di un marito che tenta forse con eccessiva bruscheria di far crescere la moglie bambina, c'era forse qualcosa di vero. Dall'altra parte, l'immagine degli avvocati dell'accusa, che cercano a tutti i costi di dimostrare la sua innocenza per poter mandare il conte Guido sul patibolo, è quella di una donna che lotta con tutte le sue forze per la sua vita, che cerca aiuto dove riesce a trovarlo, che seduce con grazia gli uomini intorno a lei per farsi aiutare a sfuggire alle violenze del marito. «La mia vita era a hore ­ scrive Pompilia ai genitori da Castelnuovo, dopo l'arresto ­ perché Guido mio Marito mi voleva uccidere»26. Nella sua rete innocente cadrà alla fine il giovane ed ardente canonico Caponsacchi. Fino a che punto arrivasse la seduzione, è su questo problema che dibattono gli avvocati, ansiosi di respingere un'accusa, quella di adulterio, che salverebbe la vita e anche la libertà dell'assassino.

6. La fuga

Sia dalle deposizioni che dalle lettere trovate a Castelnuovo, emerge con molti particolari la preparazione della fuga. «Io lo scongiurai tanto, afferma Pompilia dopo l'arresto, e gli dissi, ch'era opera da Cristiano liberare dalla morte una povera Donna forastiera»27. Caponsacchi dapprima esita, poi promette ma manda a vuoto un appuntamento, tanto da essere aspramente rimproverato da Pompilia, e riesce infine a trovare un calesse con due cavalli e un vetturino, e sollecita Pompilia, che ora esita a sua volta. Ma come uscire di casa senza che i Franceschini se ne accorgano troppo presto? Caponsacchi fornisce di conseguenza a Pompilia del sonnifero, spiegandole con cura di «metterlo in tutti i boccali» di vino e di fare bene attenzione a non berlo. Pompilia porta con sé nella fuga vestiti, gioielli e un poco di denaro («che non so quanti fossero da uno Scrigno, che ce ne erano anche dei miei proprij» afferma28), che le vengono puntualmente sequestrati a Castelnuovo. La direzione della fuga è Roma, dove Pompilia intende trovare rifugio nella casa dei suoi genitori. Non sappiamo se Pietro e Violante fossero al corrente del piano, ma dagli accenni contenuti nelle fonti ci sembra logico che non ne fossero all'oscuro, anche se è possibile che ne ignorassero i particolari. Quel che è certo è che Pompilia, appena imprigionata a Castelnuovo, scrisse immediatamente ai genitori invocando il loro aiuto.

L'accusa sosterrà, dopo il loro arresto, basandosi sulla testimonianza del vetturino, che nel calesse che li portava verso Roma, Pompilia e Caponsacchi si erano scambiati baci ed effusioni amorose. Entrambi negano con veemenza. Nel processo seguito alla morte di Pompilia, questo punto dei baci nella carrozza viene sviscerato a fondo, tra accuse e controaccuse. L'avvocato dell'accusa, nel tentativo di dimostrare l'innocenza di Pompilia, si appiglia agli scossoni della carrozza, che avrebbero avvicinato le teste dei due, inducendo in errore il vetturino. Arrivati a Castelnuovo, i due fuggiaschi si fermarono per riposarsi in una locanda, con ogni certezza l'antica osteria della Posta, il cui edificio è tuttora in piedi. Secondo tutte le testimonianze, tranne quella di Pompilia, i due sarebbero arrivati nella locanda alla sera e vi avrebbero passato la notte insieme nella stessa camera. Pompilia afferma invece di essere arrivata a Castelnuovo «al rosseggiar dell'alba»29, di non essersi fermati più di un'ora, e di non essersi messi affatto a dormire, ma di essersi fermati in una sala al piano di sopra. Diversa la versione di Caponsacchi, che colloca l'arrivo a Castelnuovo alla sera del 1° aprile. Là, Pompilia avrebbe protestato di non sentirsi di continuare subito il viaggio. E «si buttò sopra al letto in una Camera così vestita, et io parimenti vestito mi posi sopra un altro letto che era in detta Camera, con dire all'Oste, che doppo tre, o quattro ore ci avesse avvisato per seguitare il viaggio, ma non ci avvisò, e sopragiunse in tanto il Marito di detta Francesca»30.Questa, comunque fossero andate le cose, è la situazione in cui li trovò il conte Guido, che arrivò deciso a vendicare nel sangue l'affronto subito. La cosa non si rivelò tuttavia semplice, perché Caponsacchi, era «forte, ardito e più che pronto a resistere, tanto da essere definito da un testimone uno "scavezzacollo", e perché la stessa Pompilia, immemore della debolezza del suo sesso, afferrò la spada del Caponsacchi e minacciò il marito di fronte agli sbirri intervenuti ad arrestarli, tanto che fu necessario strappargliela di mano con la forza»31. Pompilia e Caponsacchi furono imprigionati e portati a Roma.

7. Le lettere d'amore

Nella latrina della locanda, gli sbirri sequestrano un pacchetto di lettere. Sono lettere d'amore piene di riferimenti alla fuga e alla vita nella casa dei Franceschini, firmate Amarilli e Mirtillo, come i due amanti del Pastor Fido, in puro stile arcadico. Sono tutte di Pompilia, tranne due, una delle quali è l'ultima ricevuta da Pompilia prima della fuga, scritta alla vigilia della fuga stessa, che forse la ragazza aveva ritenuto ormai inutile bruciare dopo averla letta, come faceva di solito («consegni alle ceneri questa mia» scrive Caponsacchi in una delle due lettere sopravvissute). L'immagine di Pompilia non è certo quella di una vittima innocente. Nello stile arcadico, banalizzato ma fitto di riferimenti letterari e mitologici, in cui scrive, la ragazza lancia al Caponsacchi mille lusinghe, si ingelosisce delle sue attenzioni per un'altra, gli fa balenare le attenzioni per lei di altri uomini (il Conti, il dottore). La figura di Giuseppe Maria Caponsacchi è più sbiadita, o forse soltanto meno chiara, dal momento che non abbiamo che due delle sue lettere. In quella scritta poco prima della fuga, il giovane canonico appare tuttavia come consapevole dei rischi che la scelta fatta comporta e pronto ad assumerseli: «e se per cattiva disgrazia la scoprissero, e la minacciassero di morte, apra pure la porta, ché, o morirò con voi, o vi libararò dalle loro mani»32.

Unite alla fuga, e alle circostanze in cui i due sono stati scoperti, le lettere sono per i due un pericolo mortale. Tanto Pompilia che Caponsacchi, quindi, si affrettano a negare che siano state scritte da loro. Ipotizzano che si tratti di lettere che si trovavano già nella locanda, oppure di lettere fabbricate da Franceschini apposta per perderli. Pompilia va oltre, e nega addirittura di saper scrivere, e a questo si attiene in tutte le sue deposizioni. Se non sapeva scrivere, come avrebbero potuto essere sue quelle lettere? Certo, esisteva una prova delle capacità di scrittura di Pompilia, la lettera scritta nel 1694 al cognato Paolo. Ma anche qui, Pompilia ha una risposta: «Io mentre stavo ad Arezzo scrissi ad istanza di mio Marito all'Abbate Franceschini mio Cognato qui in Roma, ma perch'io non sapevo scrivere esso mio Marito faceva la lettera col toccalapis, e poi mi faceva ripassarla sopra con la penna et inchiostro da me»33. Eppure, noi sappiamo che Pompilia doveva saper scrivere, dal momento che aveva frequentato la scuola per quattro anni. Pompilia mentiva quindi, come fanno i bambini, con innocenza e ostinazione. Bisogna anche sottolineare il fatto che Pompilia nega di saper scrivere, non di saper leggere. Nega di aver scritto le lettere a Caponsacchi, non di aver letto e ricevuto i messaggi del giovane, con i preparativi per la fuga. Diversa la linea degli avvocati, che finiscono per ammettere, senza darvi troppo rilievo, che le lettere fossero di Pompilia ma negano che le lettere provassero l'adulterio. Come biasimare, scrive, quella povera ragazza se ha tentato con parole dolci e forse anche con parole d'amore di allettare il giovane canonico per farsi aiutare da lui nella fuga? Qualche cosa, alla fin fine, doveva pur promettergliela, per riuscire a convincerlo a mettere in pericolo la sua vita, la sua carriera e la sua reputazione34.

8. Il bambino

Ma c'è un altro punto che lascia perplessi, ed è quello del bambino, Gaetano. Il bambino nasce nel dicembre del 1697, otto mesi dopo la fuga. Di chi è figlio il piccolo Gaetano? Per lungo tempo, Pompilia non è riuscita a dare un erede al conte Guido, al punto da essere minacciata di morte per questa sua incapacità. Ora, il bambino, che ogni ipotesi ragionevole dovrebbe attribuire a Caponsacchi, passa sotto silenzio nelle argomentazioni dell'accusa e della difesa. Non sembra pensarci troppo Pompilia, che nei quattro giorni che le restano da vivere, stando alle testimonianze, non se ne preoccupa affatto, intenta com'è a sostenere con fermezza la sua immagine di moglie fedele (una versione, non di mentichiamolo, che porterà il marito al patibolo), ma, e questo è più strano, non appare occuparsene troppo nemmeno il conte Guido, i cui difensori, occupati a costruire l'immagine di una Pompilia adultera, puntano sulle lettere, sui baci, su tutto meno che su questo imbarazzante bambino, di cui Guido nega la paternità, ma senza eccessiva enfasi. Del bambino, soprattutto, si tace. Il silenzio sul bambino si collega al fatto che, morta la madre, c'era la possibilità che fosse lui l'erede del famoso fidecommesso di dodicimila scudi? Se il conte Guido fosse stato assolto ­ e la sua assoluzione comportava che l'adulterio di Pompilia fosse provato ­ a chi sarebbe andato il fidecommesso? La questione giuridica era complessa, dal momento che la causa di separazione, iniziata da Pompilia poco prima della nascita del bambino, era ancora pendente, come pendente era quella sull'adulterio di Pompilia, e dal momento, per di più, che il disconoscimento di Pompilia da parte dei Comparini lasciava molti dubbi sulla successione del figlio di Pompilia al fidecommesso. Lo statuto di Gaetano è quindi quanto mai incerto. Di lui non sappiamo niente altro, nemmeno se sia sopravvissuto ai pericoli della primissima infanzia.

9. Un delitto d'onore

Il delitto d'onore emerge dalle fonti come tema privilegiato. I documenti processuali veri e propri ne fanno il tema principale del contendere, tanto da darci un interessante spaccato delle argomentazioni giuridiche usate alla fine del Seicento su questo tema. Il delitto d'onore vi appare, naturalmente, come universalmente accettato. Se il delitto commesso da Guido fosse rientrato in quella categoria, egli avrebbe potuto godere di attenuanti tali da essere lasciato in libertà insieme ai suoi accoliti. Appena arrestato, Guido confessò immediatamente, alla sola vista degli strumenti di tortura, di essere l'autore dell'omicidio, ma invocò la necessità in cui si sarebbe trovato di difendere il suo onore, «cosa che haverebbe intrapresa ogni Plebeo, non che Lui, che era nato gentilhuomo». La sicurezza dell'impunità è provata anche dal fatto che egli non si è nemmeno curato di lasciare al più presto lo Stato pontificio, ma si è buttato a dormire alle porte stesse di Roma. Ma l'uccisione di Pompilia e dei suoi genitori stenta a rientrare nella categoria dei delitti d'onore: il delitto d'onore richiedeva la flagranza, mentre Guido, rinunciando a uccidere immediatamente, nella locanda di Castelnuovo, i due fuggitivi, e chiamando gli sbirri ad arrestarli, ha implicitamente rinunciato a farsi giustizia da solo e si è affidato alla giustizia dello Stato. Ma, controbattono i suoi difensori, Guido non aveva potuto farsi giustizia a causa della reazione di Caponsacchi e di Pompilia. Se avesse tentato di uccidere i due, sarebbe stato forse ucciso a sua volta. Mancavano, sostengono i difensori, le condizioni di sicurezza necessarie: «erat solus, et viribus impar»35. Inoltre, ribatte l'accusa, Guido ha compiuto l'omicidio quando Pompilia si trovava agli arresti in casa, sotto la protezione della giustizia. E ancora, come far rientrare nei criteri del delitto d'onore l'uccisione di Pietro e Violante? Sì, certo, i coniugi Comparini hanno leso gravemente il buon nome dei Franceschini dando in sposa a Guido Pompilia e poi disconoscendone la paternità, ma questo non implica che la loro uccisione possa essere considerata un delitto d'onore. D'altronde, la difesa di Franceschini insiste molto sul fatto che i Comparini avrebbero favorito gli amori illeciti di Pompilia, tanto da aprire la porta a uno sconosciuto che si avvaleva del nome di Caponsacchi.

La piena assoluzione di Pompilia dall'accusa di adulterio sarebbe venuta postuma, nel settembre del 1698, e sarebbe stata conseguenza di una lite insorta sulla sua eredità tra il suo erede, tal Domenico Tighetti, e il monastero di Santa Maria Maddalena delle Convertite al Corso, che in base a una legge emanata da Clemente viii avrebbe avuto diritto alla successione di una parte dei suoi beni nel caso fosse stata dimostrata la sua vita disonesta. Nel suo memoriale, il procuratore della Carità Antonio Lamparello, che assisteva l'erede di Pompilia, aveva sostenuto l'innocenza di Pompilia, smontando un'altra volta, ora che tutti i protagonisti di questa vicenda erano morti tragicamente, le accuse contro Pompilia. Inoltre, aveva aggiunto Lamparello, le dichiarazioni in articulo mortis di Pompilia eliminavano ogni residuo sospetto sulla sua condotta, dal momento che «tutte le asserzioni in articulo mortis sono degne della massima fede, perché nessuno può essere a tal punto immemore della salvezza da affermare il falso in queste circostanze»36. Ma la prova più evidente dell'innocenza di Pompilia, sosteneva Lamparello, era proprio il fatto che il conte Guido era stato condannato a morte37. Il cerchio si chiudeva. La sentenza, emessa il 9 settembre 1698, dichiarava privo di fondamento il preteso adulterio e ristabiliva completamente post mortem la reputazione di Pompilia38.

10. Il poema

Le fonti su cui ci siamo basati per ricostruire la storia di Pompilia sono sostanzialmente le stesse su cui Browning ha basato il suo poema. I documenti scoperti successivamente39 aggiungono qualche certezza ai fatti (come per l'adozione di Pompilia) e aggiungono colore e particolari alla storia, ma non modificano il quadro generale. Sono fonti, inoltre, che Browning usa con puntigliosa e direi filologica attenzione, senza introdurre anacronismi o particolari fantastici, affascinato dalla storia ma anche dall'ambiente, dal linguaggio del secolo, dai personaggi di questa Roma della fine del secolo, a tinte forti eppur sonnolenta, una Roma che aveva sollecitato la fantasia di tanti scrittori e poeti del suo secolo. Ciò nonostante, l'immagine che di Pompilia e del suo omicidio deriviamo dal lungo poema di Browning è sostanzialmente diversa da quella delle fonti. Nel poema, in primo luogo, non esiste un vero protagonista. E se un ruolo dominante possiamo rintracciarvi, non è certo quello di Pompilia, assoluta protagonista di tutti i documenti, quanto forse quello di Guido, non a caso l'unico dei personaggi che abbia voce due volte, in un poema in cui a ogni personaggio è affidata una parte, in cui ogni personaggio racconta la sua verità. Pompilia è, nella parte assegnatale, una figura scialba, tutta positiva, pervasa dell'aureola della vittima, angelicata come un'immagine preraffaellita, ben diversa dalla giovane delle fonti, che si scaglia con la spada sguainata contro il marito, simile a un'eroina di Artemisia Gentileschi, e diversissima anche dalla giovinetta bugiarda, manipolatrice, e pur partecipe delle fragilità dell'infanzia, che emerge dai documenti. Priva di ambiguità, lavata dalle sue bugie, Pompilia diventa una vittima che muore con il pensiero fisso a quel bambino appena nato, di quel piccolo Gaetano di cui tanto poco si parla nei documenti. Così, con il bambino in braccio, sulle suggestioni dell'opera di Browning, la raffigura un bassorilievo della scultrice di età vittoriana Edith Downing, collocato all'Università di Londra40.Altrettanto scialbo, nella sua mancanza di ambiguità, è Caponsacchi, che Browning, che non fa caso alle differenze fra un prete e un suddiacono, trasforma in un sacerdote eroico, affascinato sì da Pompilia ma in grado di sublimare il suo amore e di trasformarlo in un atto di carità eroica, tentando di salvare la sua vita e mettendo in gioco la sua reputazione e la sua stessa vita. Non preferiamo forse il giovane scapestrato delle lettere, che fa girare la testa alle ragazze per poi mettere a rischio la sua per Pompilia? Che le promette di salvarla o di morire con lei? In questo caso, gli aridi memoriali giuridici del tempo ci suggeriscono un'immagine molto più romantica di quella che emerge nei versi di Robert Browning.

11. Una storia di genere

Il più forte elemento di differenziazione tra la storia raccontata dalle fonti di fine Seicento e il poema di Browning è però il fatto che l'ottica del poeta ottocentesco fa sparire completamente dalla storia il problema del genere, che emerge invece con tanta forza nella documentazione. Per Browning, la storia è quella di un conflitto tra il bene e il male, un conflitto in cui ci sono certo personaggi ambigui, ma che comunque resta un conflitto morale, tra vittime e carnefici, tra persecutori e perseguitati. Dalle fonti, invece, emergono due mondi diversi, un mondo di donne e un mondo di uomini, con leggi differenti, legami differenti, motivazioni differenti. A cominciare dalle testimonianze di domestiche e amiche di Violante, sul momento cruciale del parto simulato. Dopo questa commedia tutta femminile (anche se poi è assai possibile che Pietro non fosse così ignaro dell'inganno come Violante continua a sostenere) i legami tra la bambina e Violante ci appaiono intensi, ed escludono il padre. Non a caso, il matrimonio è fatto a sua insaputa, è un matrimonio clandestino.

In questo mondo, è legittimo uccidere una moglie infedele. Pompilia sa bene che Guido avrebbe potuto uccidere lei e Caponsacchi nella locanda di Castelnuovo senza incorrere nei rigori della legge, e questo anche se i rapporti fra lei e il canonico fossero stati del tutto innocenti, per il solo motivo che le circostanze erano tali da consolidare il sospetto del marito. E impugna la spada per difendersi, impedendo al marito, di cui conosce la viltà, di esercitare il suo diritto. Ma è un diritto che non nega, tanto è vero che tutti i suoi sforzi sono poi volti a negare l'adulterio, contro tutte le evidenze, a negare che le lettere d'amore siano sue, a negare addirittura di saper scrivere. E alla fine, avrà la meglio, e sarà assolta dall'accusa di adulterio. Ad orientare in questa direzione i suoi giudici, sarà però la sua morte. Quattro giorni di agonia, preoccupata solo di affermare la sua fedeltà al conte Guido, che l'ha scannata, e il suo perdono. Un perdono costoso per il nobile conte, che gli dovrà la perdita della testa sul patibolo. Egli sarà condannato, infatti, anche e forse soprattutto perché i suoi giudici credono a Pompilia e alle sue dichiarazioni in punto di morte, momento quanto mai delicato per mentire, sul punto di presentarsi davanti al Giudice supremo, mentre tutti i suoi atti mostrano pudicizia, castità, modestia, religiosità: «essendo la medesima stata più volte ricercata da Padri spirituali, et altre persone, se aveva commesso mancamento alcuno al detto Guido suo marito, per il quale gli avesse dato occasione di maltrattarla nel modo, che si vedeva, e farla maltrattare a morte, la medesima sempre ha risposto, che non gl'ha in alcun tempo commesso mancamento alcuno, e sempre è vissuta con ogni castità e pudicitia, e ciò noi lo sappiamo per esserci trovati presenti in detta Infermità haver'inteso tutte le dette richieste, e risposte in occasione anco d'haverla medicata, et assistita, et haverla sentita rispondere a dette richieste come sopra nelli quattro giorni ch'è stata nelli patimenti delle ferite, et haverla ben veduta, et sentita, et per havergli veduto fare una morte da Santa», testimonia fra' Celestino, il Carmelitano che l'ha assistita nella morte41. Quest'aura di cristiana rassegnazione, quasi di santità, porta al patibolo il conte Franceschini. Inutilmente, i suoi difensori suggeriscono che Pompilia aveva preferito perdersi l'anima, mentendo in punto di morte, che lasciare assolvere il conte Guido. Ma se questo suggerimento non fosse stato troppo lontano dal vero?

Note

1. The Old Yellow Book è conservato ad Oxford, nella biblioteca del Balliol College. Una ristampa anastatica con commento a cura di C. W. Hodell è stata pubblicata nel 1908 a Washington (The Old Yellow Book Source of Browning's The Ring and the Book).

2. R. Browning, The Ring and the Book, ed. R. D. Altick, Penguin Books, London 1990.

3. Nella sua deposizione, dove confessa l'inganno del finto parto, Violante non accenna al motivo che l'ha spinta a quell'atto. Ma che si trattasse di salvaguardare il fidecommesso, lo sa anche la levatrice che ha portato la bambina a Violante, che lo racconta alla madre naturale. Cfr. B. Corrigan, Browning's Roman Murder Story, in "English Miscellany", xi, 1960, pp. 333-400, dove sono riprodotti i testi italiani dei documenti scoperti dall'autrice. Cfr. pp. 375-6.

4. The Old Yellow Book, cit., p. cxli.

5. Ivi, p. cxli (si noti che la frase appartiene al pamphlet favorevole a Guido Franceschini).

6. Corrigan, Browning's Roman, cit., p. 367.

7. Ivi, p. 372.

8. Ivi, p. 382.

9. The Old Yellow Book, cit., p. lii.

10. Ivi, p. lv.

11. Ivi, p. ccxiii.

12. Ivi, p. xcix.

13. Ivi, p. lxii.

14. Ivi, p. ccxvii.

15. Corrigan, Browning's Roman, cit., p. 390. La Relazione è anonima. Secondo Corrigan, è assai probabile che a scriverla sia stato un membro della Confraternita della Misericordia, che aveva assistito i condannati.

16. Ivi, p. 391.

17. Ivi, p. 399.

18. Ibid.

19. Ivi, p. 362.

20. The Old Yellow Book, cit., p. liii (datato 17 giugno 1697).

21. Ivi, p. lxxx.

22. Ivi, p. xcvi.

23. Ivi, p. xcvii.

24. Ivi, p. xciv.

25. Ivi, p. xcviii.

26. Ivi, p. clvi.

27. Ivi, p. lxxxv.

28. Ivi, p. lxxxv.

29. Ivi, p. cxxxvi.

30. Ivi, p. cxxxix.

31. Sono parole tratte da uno dei memoriali della difesa di Franceschini, dell'avvocato dei Poveri Giacinto Arcangeli, ivi, p. xvii.

32. Ivi, p. xcviii.

33. Ivi, p. liv.

34. Ivi, p. lxxiii.

35. Ivi, p. xvii.

36. Ivi, pp. ccliv-cclv.

37. Ivi, p. ccxlv.

38. Ivi, p. cclxv.

39. Pubblicati in Corrigan, Browning's Roman, cit.

40. L'immagine in Corrigan, Browning's Roman, cit., p. 337.

41. The Old Yellow Book, cit., p. lviii.