Helen Keller:
storia di una (auto)creazione

di Marjan Schwegman

Nell'autunno del 1915 la trentacinquenne Helen Keller sale il palcoscenico in uno dei grandi padiglioni del Panama Pacific International Exposition a San Francisco. Sorda e cieca, è accompagnata da Annie Sullivan, che traduce, se necessario, i gesti di Helen in parole. Helen stessa riesce a parlare però, anche se con una voce strana. Racconta dei suoi sforzi di costruirsi una vita "umana", imparando i modi che la mettono in grado di comunicare con gli altri. Le sue parole, la sua intera performance, smentiscono la sua devianza: anche se è handicappata, la Keller, così sente il pubblico, appartiene al mondo dei "normali".

Non è un caso che proprio un fenomeno come Helen Keller si presenti a un pubblico di massa, venuto all'Esposizione per ammirare i vari miracoli del progresso. L'esempio di Helen Keller insegna che volere è potere: coll'immensa forza della volontà si è trasformata da non-persona in una creatura umana. In questo assomiglia all'eroe Ercole, simbolo dell'Esposizione. Scelto per rappresentare la gloriosa apertura del Canale di Panama ­ per l'inaugurazione del quale era stata organizzata l'Esposizione ­ Ercole appare sui manifesti dell'Esposizione come un'impressionante figura di gigante, che con le sue braccia muscolose separa le rocce, forzandole e creando così il Canale di Panama. Gli esempi di Helen Keller e di Ercole dimostrano come sia possibile vincere i limiti posti dalla natura, con una differenza però. Mentre Ercole penetra con violenza le rocce aprendole alla modernità, il mondo chiuso e primitivo della piccola Helen è stato "aperto" dalla mano sensibile di un'altra persona, Annie Sullivan. Helen e Ercole rappresentano tutt'e due l'uomo moderno, ma mentre Ercole agisce per conto proprio, Keller ha sempre bisogno di Annie. Annie è sua agente, la sua porta al mondo esterno, come diceva Helen.

Se questo è vero, dove finisce Helen e comincia Annie Sullivan? Chi controlla la vita di Helen Keller? Helen, che racconta la sua vita attraverso varie autobiografie, o la Sullivan, grazie alla quale Helen si è potuta fare soggetto? Cosa significa nel caso di Helen Keller il concetto di un soggetto che racconta la propria vita attraverso un'autobiografia? E se non è possibile stabilire quali sono i confini dell'identità della Keller e quali quelli della Sullivan, si può raccontare la vita della Keller (o della Sullivan) in una biografia? Esiste il genere della biografia moderna soltanto grazie a quella che si potrebbe chiamare un'immaginazione particolare, nata nella cultura occidentale e ottocentesca: cioè l'uomo immaginato come un individuo eroico che si crea una vita, un'identità ben distaccata da quella degli altri, capace di raccontare la propria vita e quella degli altri?

1. Immagini

Quando si vuole sapere chi era Helen Keller, i luoghi più ovvi dove trovarla sono i testi. Da giovanissima lei scrive del suo mondo, della propria vita, in lettere e brevi racconti. Sono questi scritti autobiografici, pubblicati fin dalla fine degli anni Ottanta dell'Ottocento, che hanno creato l'immagine di una donna eroica, che vince la sua impotenza e conquista il mondo colla sua contagiosa "lust for life". È vero che lei non nasconde la sua dipendenza da altri, in particolare dalla sua Teacher, l'insegnante e accompagnatrice Annie Sullivan. Ma siccome Keller è la narratrice, lei, scrivendo e separandosi in questo modo dagli altri, diventa soggetto attivo. Nella scrittura autobiografica Keller è dunque autonoma, un vero autore nel senso dato da Foucault.

Il testo non è però l'unico veicolo che trasmette le esperienze particolari della Keller, e forse neanche il più importante. La sua storia si è diffusa anche attraverso i media che penetrano attraverso l'occhio e coinvolgono il corpo. Nata nel 1880 in Tuscumbia, negli Stati Uniti, Helen Keller è cresciuta in un paese e un periodo storico che ha assistito a una vera rivoluzione della comunicazione. Foto, film e televisione hanno cambiato il volto della società moderna, anzi, l'hanno creato, attraverso nuove modalità espressive e la tecnologia per la riproduzione ed espansione rapida d'immagini. Fra queste c'è anche quella della Keller. Da quando lei si mette in contatto col mondo ­ nel 1887 ­ le sono state scattate moltissime fotografie. Fotografie che cominciano a viaggiare per il mondo e che raccontano la storia della sua vita. Poi, una volta famosa, la storia della Keller viene filmata, ad esempio in Deliverance (1918) in cui lei stessa è la protagonista, e nei film fatti per la televisione The Miracle Worker (1957) e Helen Keller in her Story (1954), in cui lei, ormai settantenne, danza con Martha Graham e la sua Dance Company.

Queste rappresentazioni teatrali raccontano una storia diversa da quella scritta dalla Keller nelle sue autobiografie nelle quali è lei stessa che controlla la narrazione. Nel teatro, invece, è proprio l'autonomia della Keller che viene messa in un'altra luce. Siamo noi che controlliamo la Keller coi nostri occhi, dal momento che lei non può vedere. Volente o nolente, lei è costretta a sopportare il nostro sguardo. Osservandola, ci colpisce, perché visibile e quasi tangibile, quanto il suo rapporto col mondo esterno si sia svolto attraverso gli altri, soprattutto attraverso Annie Sullivan. Si comprende che la vita di Helen Keller era letteralmente nelle mani di Annie, che scriveva coll'alfabeto manuale il mondo nella mano di Helen. Queste storie della vita di Helen Keller sovvertono dunque l'immagine erculea delle autobiografie, mettendo a fuoco la sua dipendenza da Annie. Era Annie che selezionava tutte le esperienze che dovevano insegnare a Helen a vivere nel mondo dei "normali", e che traduceva i segni del corpo di Helen in parole comprensibili. Non stupisce dunque che a volte Helen immagini la sua posizione di cieca-sorda in termini di una subordinazione totale al mondo dei "normali": una persona come lei, scriveva, «must learn to see with their eyes, to hear with their ears, to think their thoughts, to follow their ideals»1.

Dunque, per essere «restored to my human heritage», come si espresse Helen stessa2,era costretta a seguire e imitare persone che, per forza, vivevano nel mondo normale in modo radicalmente diverso. Nonostante questo, Helen è diventata più di un riflesso pallido della sua Teacher; è stata lei a diventare famosa, più famosa di Annie Sullivan, cosa che, per dare un esempio solo, non è successo a Freud, il quale è riuscito a rimanere più conosciuto dei suoi "casi celebri". E infatti, osservando la foto di Helen e Annie, ci si può chiedere chi seguisse chi. È Helen che sembra essere al comando, non Annie. Helen guarda Annie senza cercare qualcosa, rimanendo per forza self-contained. Annie adora Helen, la segue con lo sguardo. Cosa vede? Il proprio riflesso? Cosa vediamo noi quando cerchiamo Helen Keller? Una mimesi di una persona "normale"? Helen Keller, oppure un'immagine di noi stessi?

2. Miracoli

Helen e Annie si incontrarono per la prima volta nel 1887, quando Helen aveva 7 anni. Nata sana, a diciotto mesi Helen si era ammalata e aveva perduto la vista e l'udito. Da allora aveva vissuto come un animale, in preda alle sensazioni, senza una coscienza che la potesse aiutare a capire il mondo, a dare un senso a quello che le succedeva. Era aggressiva, ostinata; prendeva a calci la madre, il padre, la nonna. A tavola, metteva le mani nei piatti degli altri e rubava il cibo. S'emozionava di continuo, ma non era in grado di avere un rapporto con gli altri.      

Questa era la sua vita ­ la sua non-esistenza, come la definì Helen più tardi ­ quando Annie Sullivan arrivò in Tuscumbia. Mezza cieca lei stessa, aveva 21 anni e alle spalle una vita dura, piena di sciagure. Aveva passato gran parte della sua gioventù in un istituto per gente povera. Tutti gli sforzi di domarla, prima da parte del padre e poi dei padroni dell'istituto, non l'avevano spezzata, ma avevano fatto di lei una donna indomabile. Indisciplinata e appassionata, Annie si calmò un po' dopo esser stata ammessa al Perkins Institution for the Blind a Boston. Là divenne la protetta del direttore Michael Anagnos, lui stesso un self-made man: pastore in Grecia, si era laureato in greco e latino all'Università di Atene per poi diventare, in America, studioso del mondo dei sordi e ciechi dopo il matrimonio con la figlia di Howe, direttore del Perkins Institution. Così aveva conquistato una certa fama, che giunse anche a Tuscumbia, ai genitori disperati di Helen Keller.

Quando un giorno il padre di Helen Keller chiese ad Anagnos se poteva aiutarlo a educare Helen, Anagnos decise di mandare Annie Sullivan. Era una scelta intuitiva e felice. Secondo la leggenda, la Sullivan arrivò, vide e vinse: dopo alcune settimane di battaglie feroci, infatti, riuscì a "domare" la piccola ragazza e a trovare "la chiave del cuore di Helen". Ben presto Annie era in grado di entrare nell'oscurità in cui viveva Helen e di liberare la sua anima dalla prigione, svelando a Helen il mistero della parola.

Questa scena miracolosa sta al centro di tutte le storie sulla Keller: un bel giorno Annie portava Helen a spasso. Dopo un po' arrivavano a una casa con un giardino, nel quale c'era una pompa, la Wellhouse. Mentre Annie metteva una mano di Helen nell'acqua fresca che correva dalla pompa, nell'altra mano scriveva con l'alfabeto manuale la parola "acqua". Tante volte Annie aveva scritto in questo modo delle parole nella mano di Helen. La ragazza le aveva ripetute meccanicamente senza capire che le parole costituiscono un ordine simbolico, ordine che unisce i soggetti coscienti, in grado di comunicare l'uno con l'altro attraverso certi segni prestabiliti. Adesso, mentre sentiva l'acqua correre sulla mano, all'improvviso Helen capì:

Suddenly I felt a misty consciousness as of something forgotten ­ a thrill of returning thought; and somehow the mystery of language was revealed to me. I knew then that "water" meant the wonderful cool something that was flowing over my hand. That living word awakened my soul, gave it light, hope, joy, set it free!3

E così, si può dire, Helen entrò nell'universo simbolico dei "normali"; la bestia feroce si era trasformata in una dolce ragazzina.

Chi ha trasformato quest'esperienza luminosa in una storia? Anche se Annie descrisse l'evento in lettere ad Anagnos e all'amica Sophia Hopkins, la prima voce a rendere veramente pubblico il momento magico alla Wellhouse fu quella di Helen che lo descrisse nella sua autobiografia The Story of my Life, pubblicata nel 1903. Qui, come anche in altri ricordi, lei presenta quel momento particolare come uno shock, un risveglio miracoloso maneggiato da Annie, «the miracle worker». La scoperta della lingua non solo le aveva dato lo strumento per comunicare con gli altri, ma anche la capacità di amare, di avere rapporti, e in più una coscienza. Prima di uscire e andare alla Wellhouse, scriveva Helen, si era arrabbiata con Annie. Furiosa, aveva rotto una bambola nuova, che le era stata mandata dai bambini ciechi del Perkins Institution:

I was keenly delighted when I felt the fragments of the broken doll at my feet. Neither sorrow nor regret followed my passionate outburst. I had not loved the doll. In the still, dark world in which I lived there was no strong sentiment or tenderness.

Dopo il miracolo dell'acqua,

I saw everything with the strange, new sight that had came to me. On entering the door I remembered the doll I had broken. I felt my way to the hearth and picked up the pieces. I tried vainly to put them together. Then my eyes filled with tears; for I realized what I had done, and for the first time I felt repentance and sorrow4.

Anche se il miracolo alla Wellhouse rimane fino a oggi il pezzo forte della storia di Helen Keller, dopo la morte di Annie nel 1936 Helen stessa si distaccò in un certo senso dal suo resoconto del proprio awakening. Dichiarò che in realtà non si ricordava nulla della scena dell'acqua. Teacher le aveva raccontato cos'era successo, e Helen l'aveva inserito nella storia della propria vita5. Perché Helen aveva raccontato per tanti anni un'esperienza che non faceva parte della sua memoria cosciente, e perché ha smesso di farlo dopo la morte della Sullivan? In che senso Helen era la creazione di Annie, il suo strumento, il suo Pigmalione?

3. Plagiare

Nel 1891, l'anno in cui fu approvata la legge internazionale che regolava il copyright per scrittori, Helen Keller e Annie Sullivan erano diventate oggetto di un dibattito pubblico che ruotava attorno ai problemi dell'originalità degli scritti di Helen Keller e del suo controllo come autore.

Era la prima volta che Helen veniva accusata di avere copiato un testo, ma non sarebbe stata l'ultima. Più volte l'autenticità dell'intera vita di Helen Keller venne messa in discussione: la gente la accusava di essere una fraud, una copia di... ma di che cosa? Di chi?

Lo scandalo scoppiò nel 1891 a causa di un racconto scritto da Helen, intitolato King Frost. Era stato un regalo per Anagnos, il suo benefattore, a cui Annie aveva scritto spesso per raccontargli dei rapidi progressi di Helen. Infatti, dal 1887 in poi Helen aveva cominciato a conquistare il mondo come bambina prodigio. Scambiava lettere con personaggi famosi e così divenne famosa lei stessa. Anche ad Anagnos Helen mandava lettere e altri segni di riconoscenza dei quali lui era felice, anche perché i successi di Helen servivano a dare prestigio e gloria al Perkins Institution for the Blind e a lui stesso. Non stupisce dunque che Anagnos decidesse di pubblicare King Frost su una rivista. Subito dopo si scoprì che il racconto era una copia quasi perfetta di un racconto per bambini chiamato The Frost Fairies scritto da Margaret T. Canby. Anagnos era in preda al panico. Fuori di sé accusò l'undicenne Helen di aver copiato il racconto. L'accusa metteva Annie e Helen in grande crisi. Tutt'e due dichiaravano di non capire cos'era successo. A questo punto Anagnos decise di organizzare un tribunale informale. Sotto la sua presidenza, otto insegnanti del Perkins Institution, di cui quattro erano ciechi e quattro no, dovevano chiarire se Helen fosse colpevole. Ricorda Helen:

Mr. Anagnos, who loved me tenderly, thinking that he had been deceived, turned a deaf ear to the pleadings of love and innocence. He believed, or at least suspected, that Miss Sullivan and I had deliberately stolen the bright thoughts of another and imposed them on him to win his admiration. I was brought before a court of investigation [...] and Miss Sullivan was asked to leave me. Then I was questioned and cross-questioned with what seemed to me a determination on the part of my judges to force me to acknowledge that I remembered having had "The Frost Fairies" read to me. I felt in every question the doubt and suspicion that was in their minds, and I felt, too, that a loved friend was looking at me reproachfully, although I could not have put all this into words. The blood pressed about my thumping heart, and I could scarcely speak, except in monosyllables6.

Dopo l'interrogatorio di Helen il tribunale discusse a lungo sulla possibilità di una originalità espressiva in una persona cieca e sorda. Quattro dei "giudici" erano del parere che una persona che non ha visto o sentito certi fenomeni, non possa trovare immagini originali nella sua coscienza. Gli altri quattro continuavano ad avere dei dubbi permanenti. E così il problema di Anagnos non veniva risolto e tutto rimaneva sospeso.

Mentre Helen ignorava i dettagli dell'inchiesta di Anagnos, lo scandalo veniva discusso nei giornali. Alcuni personaggi pubblici intervennero. A favore della Keller si schierò Alexander Graham Bell, inventore del telefono e collega di Anagnos nel senso che Bell si era fatto promotore dell'insegnamento a un'altra categoria di handicappati: i sordi. Espresse come sua opinione che «Our most original compositions are composed exclusively of expressions derived from others»7.Anche lo scrittore Mark Twain intervenne a favore di Helen Keller. Già prima dello scandalo aveva sentito parlare di lei e ne era rimasto colpito. Sentiva che la Keller incarnava un problema che l'interessava moltissimo: il problema dei limiti di un'identità individuale, della realtà o non-realtà di una creatività individuale, originale. Come per tanti altri artisti, scienziati e politici nella cultura di fin-de-siècle, il tema della dualità era centrale sia nella vita di Twain che nei suoi scritti. I suoi libri brulicano di Siamese Twins, duplicati e doppie personalità. Lui collegava il tema della dualità col problema della propria identità di scrittore. Chi era quella persona che scriveva? Da dove venivano le sue idee, fantasie, immagini? Chi era il proprietario ­ psicologico e legale ­ delle sue creazioni? Per tutta la vita Twain venne tormentato dal problema del controllo come autore.

Riferendosi agli esperimenti psicologici di William James e W. H. Myer arrivò alla conclusione che nel senso psicologico non esiste un'identità ben marcata, self-containing , unica8.Ne conseguiva per Twain che l'arte non poteva essere originale. L'artista fa uso in qualche modo delle tante immagini che circolano nella coscienza collettiva. Ma questa consapevolezza non liberava Twain, che continuava a chiedersi come si sarebbe potuta identificare la responsabilità di un individuo. Sperava che la legge potesse stabilire dove finiva e cominciava quella responsabilità, e quando si trattava di una colpa individuale riconoscibile. Il suo romanzo The Siamese Twins dimostra, però, che neanche la legge può distinguere in modo esatto la colpa di un individuo da quella di un altro. La convinzione positivista secondo la quale la responsabilità individuale è misurabile e separabile, viene spezzata nella narrativa: quando è diventato chiaro che uno dei gemelli ha commesso un omicidio e deve morire, al patibolo anche la metà innocente muore, perché legata fisicamente al suo counterpart.

Se nel romanzo The Siamese Twins Twain mette a fuoco la parte oscura e negativa di un'unione simbiotica, il rapporto Helen Keller-Annie Sullivan lo invita ad esprimere una convinzione contraria: egli affermava che la Keller gli ricordava la figura di Jeanne d'Arc, anche lei tutta sola durante il suo processo, innocente in molti sensi (dall'accusa, ma anche per la sua gioiosa asessualità e per la sua ingenuità) e guidata da una forza divina che l'ispirava alla sua "arte". A Twain non importava se Annie avesse infuso in Helen parole, immagini, forme. Tutt'e due ispirate da una forza ignota le loro anime si confondevano, creando qualcosa che non sarebbe stata possibile se fossero rimaste sole. Scrisse alla Keller:

You are a wonderful creature, the most wonderful in the world ­ you and your other half together ­ Miss Sullivan, I mean, for it took the pair of you to make a complete and perfect whole9.

Twain si oppose con forza al tribunale di Anagnos. Scrisse più tardi a Helen:

Oh, dear me, how unspeakably funny and owlishly idiotic and grotesque was that plagiarism farce! As if there was much of anything in any human utterance, oral or written, except plagiarism! The kernel, the soul ­ let us go further and say the substance, the bulk, the actual and valuable material of all human utterances ­ is plagiarism. For substantially all ideas are second-hand, consciously and unconsciously drawn from a million outside sources, and daily used by the garnerer with pride and satisfaction born of the superstition that he originated. [...] To think of those solemn donkeys breaking a little child's heart with their ignorant rubbish about plagiarism! I couldn't sleep for blaspheming about it last night. [...] A gang of dull and hoary pirates piously setting themselves the task of disciplining and purifying a kitten that they think they caught filching a chop! Oh, dam10.

Quando Twain paragonava la doppia personalità di Jeanne d'Arc alla combinazione Helen-Annie, stava preparando un libro su Jeanne d'Arc, pubblicato nel 1896 sotto il titolo PersonalRecollections of Joan of Arc. Il libro era stato scritto, dichiarava Twain, per amore della figlia prediletta Susy, morta all'improvviso nel 1896. Anche se il libro non è fra i più conosciuti, per Twain era un'opera importante. Scrisse nel 1908: «I like Joan of Arc best of all my books. It is the best; I know it perfectly well»11.Anche in quest'opera Twain si pone il problema della riconoscibilità dell'identità individuale, legandolo col problema del controllo come autore di una (storia di una) vita. Il tema si presenta subito al lettore quando si confronta la copertina del libro con il frontespizio interno. Sulla copertina il nome dell'autore è Mark Twain, il testo del frontespizio è però il seguente:

Personal Recollections of Joan of Arc, by The Sieur Louis de Conte (her page and secretary), freely translated out of the ancient French into modern English from the original unpublished manuscript in the National Archive of France by Jean Francois Alden.

Chi è l'autore di questa storia di Jeanne d'Arc? Samuel Clemens, il cui cuore era stato spezzato dalla morte della figlia Susy, simbolo per lui della purezza virginale? Mark Twain, pseudonimo di Clemens, e scrittore ossessionato dal problema della dualità? Louis de Conte, servitore e segretario personale di Jeanne d'Arc? Jean Francois Alden, traduttore del testo di Louis de Conte? Il tribunale che aveva fatto il resoconto del processo? Jeanne d'Arc stessa, oppure Dio, che aveva guidato Jeanne per mezzo delle voci delle sante Margherita e Caterina?

Invece di un'identità autonoma e compatta, Twain costruisce un'identità multipla e diffusa, creando una storia di Jeanne d'Arc che si presenta come l'effetto degli interventi di diverse istanze, istanze che delle volte collaborano in pace e altre volte si combattono con violenza. Simile a quello che succede nel romanzo The Siamese Twins, anche questa volta la violenza uccide l'innocenza: è come se Jeanne stessa si allontanasse sempre di più dal lettore, mentre Louis de Conte diventava il vero protagonista. Lui ama Jeanne, ed è proprio questo forte affetto che lo spinge a raccontare la storia della santa vergine, storia in cui la voce del servitore pian piano sostituisce quella di Jeanne, lasciando nel lettore dubbio su chi sia l'autore della narrazione. Dunque, anche se Twain dice di voler sottolineare l'innocenza di Jeanne d'Arc, è lui stesso che la sovverte: nel libro la purezza di Jeanne viene "macchiata" dall'amore del suo compagno, Louis de Conte, perché non è chiaro quanto lui abbia manipolato la (storia della) vita eroica di Jeanne.

È proprio questo problema al centro del dibattito che segue il cosiddetto plagio di Helen Keller. Chi era responsabile del plagio? Era Helen la vittima di Annie Sullivan? Annie controllava la mente di Helen, imponendo la sua personalità? L'incertezza si espresse anche nell'incapacità del tribunale di Anagnos di decidere. Anagnos non sapeva bene che cosa fare. Dopo aver dubitato a lungo, fu lui stesso a pronunziare il giudizio finale: assolse sia Helen che Annie, dicendo che non c'erano prove di un plagio premeditato.

Anche se lo scandalo di King Frost in un certo senso aveva avuto una happy end, in un altro senso la fine non era tanto felice: l'amicizia fra Anagnos, Annie e Helen non sopravvisse all'evento e neanche la spontaneità con cui Helen aveva fino allora scritto della sua vita. Entrò infatti in crisi, sentiva pesare su di sé lo sguardo degli altri, impedendole di esprimersi liberamente. Così lo scandalo marcava la fine dell'innocenza di Helen bambina, seminando nel suo cuore dei dubbi sull'autorità finora indiscussa di Annie. Qualcosa che prima non aveva rappresentato un problema, cioè la loro unione simbiotica, lo diventava adesso. È il dramma psicologico di qualsiasi emancipazione. Vorrei però leggere questo dramma in un'altra chiave. Helen e Annie si muovevano nell'ambiente scientifico di fin-de-siècle: Anagnos, Bell ed altri ancora, facevano parte di un mondo in cui si guardava agli handicappati con uno sguardo nuovo. Per mezzo delle forze unite della tecnologia e della scienza ­ la medicina, la pedagogia, la psicologia ­ si era creduto possibile trasformare gli handicappati da creature indomabili e pericolose in vere persone "umane", cioè persone capaci di controllare gli impulsi primitivi e di amare in modo "adulto", rispettando lo spazio degli altri. Con pochissime eccezioni ­ fra cui Maria Montessori ­ questo nuovo approccio agli handicappati era stato inventato da scienziati di sesso maschile12. Il caso di Helen e Annie era dunque particolare anche per questo: era stata una donna "indomabile" a domare e civilizzare la feroce bambina Helen. Però, anche se veniva riconosciuto pubblicamente come fosse stato il metodo particolare di Annie a "creare" Helen, la Sullivan non è entrata nella storia come una scienziata. Perché no? Se non è sulla scienza, su che cosa si basava l'autorità di Annie, la sua capacità di trasformare Helen?

4. Empatia scientifica

L'affare King Frost aveva reso l'essenza stessa del rapporto tra Helen e Annie oggetto di un dibattito pubblico, mettendo in discussione il carattere telepatico del legame, che risultava indecifrabile e impenetrabile per estranei. È Helen che lascia entrare lo sguardo degli altri, pubblicando nel 1903 la sua autobiografia The Story of my Life. Creando con questo libro l'immagine di Annie come una miracle worker, Helen non violenta il mistero della loro unione. Difendendo Annie quando parla della scandalo di King Frost, Helen presenta se stessa e Annie come una coppia inseparabile, unione benefica per tutt'e due.

Anche se Helen si appropria della sua vita intitolando il suo libro "la storia della mia vita", non prende distanza da Annie; in senso psicologico, si potrebbe dire, non si emancipa da Annie. Ma è questo l'unico modo di immaginare il rapporto Helen-Annie? Non è lo stesso scrivere un atto liberatorio? Liberatorio e pesante, perché scrivere era stato molto penoso, dal momento che Helen aveva ancora dei dubbi sulla sua capacità creativa. Inoltre, c'erano degli ostacoli tecnici: Helen usava scrivere su una macchina da scrivere normale. Per articoli brevi, non costituiva un problema il fatto che lei non fosse in grado di rivedere quello che aveva scritto; comporre un intero libro era però difficile, perché per controllare il tessuto narrativo, doveva dipendere in tutto dalla memoria. Allora, perché soffrire tanto? Perché Helen, che più volte ha dichiarato di non amare lo scrivere, voleva assolutamente pubblicare The Story of my Life?

Il racconto King Frost era stato un regalo, scritto per festeggiare il compleanno di Anagnos; non era molto diverso dalle lettere scritte dalla giovane Helen, in cui mescolava resoconti di quello che aveva fatto con versioni sue di racconti che aveva sentito o letto. Spesso queste lettere erano state regali per persone che l'avevano in qualche modo aiutata. Invece di considerare l'atto di scrivere un'autobiografia come l'articolazione tipica dell'individuo eroico che afferma la sua indipendenza, si può dunque anche interpretarlo come espressione del desiderio di rafforzare il contatto, facendo un regalo a qualcuno. E anche se The Story of my Life è dedicato a Bell, credo che il libro sia stato scritto soprattutto per Annie. Perché?

Mentre Helen decideva di rendere pubblica la sua esperienza con Annie, Annie taceva, almeno pubblicamente. Non ha scritto un libro o articoli sul metodo con cui aveva educato e "aperto" Helen. Ha descritto le sue prime esperienze con Helen in lettere private all'amica Sophia Hopkins e fu soltanto con grande difficoltà che riuscì a rispondere alla richiesta dalla parte di Anagnos di fare un resoconto "oggettivo" dell'esperimento educativo con Helen per il Perkins Institution. E neanche in questi testi Annie chiariva tutti i punti interrogativi intorno al suo misterioso metodo d'educazione.

L'atteggiamento riservato di Annie non significa che lei non si fosse posta il problema dell'immagine pubblica di Helen. Già prima dello scandalo King Frost, Annie si era resa conto dell'impossibilità di tenere Helen al riparo degli sguardi del pubblico. Il pubblico amava pensare a Helen come a un "miracolo", e anche se personaggi autorevoli come Bell dichiaravano che Helen non era un miracolo, ma il risultato splendido del progresso della scienza come l'educazione dei sordomuti, Helen Keller continuava a essere vista come un fenomeno eccezionale. Sembra che ad Annie non piacesse quest'esaltazione di Helen: lei era completamente d'accordo con Bell sulla "normalità" di Helen. Però, il suo silenzio riguardo il metodo usato per insegnare a Helen non aiutava Bell, il quale più volte l'ha esortata a fare partecipi della sua perizia altri insegnanti di bambini sordomuti. Annie era sensibile alle suppliche di Bell, che per lei era «Prophet of my Destiny», ma aveva timore di esporre pubblicamente le sue idee sull'educazione dei sordomuti, idee insolite, come ad esempio per l'insistenza sull'importanza del training dei sensi in un ambiente naturale. Annie non voleva tenere i bambini handicappati chiusi in un locale, ma li voleva portare fuori, a sentire il mondo, a toccarlo. Bell voleva assolutamente che lei si mettesse a propagare queste idee e così, nel 1892, subito dopo lo scandalo di King Frost, Annie diventò membro dell'American Association to Promote the Teaching of Speech to the Deaf, associazione di cui Bell era presidente. Nel 1894 Bell le chiese di tenere una conferenza per questa associazione, ma dopo aver preparato la conferenza, all'ultimo momento, Annie chiese a Bell di leggerla, perché lei stessa era troppo timida. Dichiarava che Bell, col suo grande prestigio, avrebbe potuto convincere altri insegnanti a cambiare metodo meglio di lei13.E così, mettendosi dietro le quinte della scena dove si svolse il dibattito scientifico, lei rimaneva chiusa dentro il suo rapporto con Helen, evitando la posizione d'osservatore esterno necessaria per conquistare autorità scientifica.

L'ambivalenza della Sullivan riguardo alla sua autorità pubblica sta in netto contrasto con la ferrea sicurezza dei suoi interventi mentre stava "addomesticando" la piccola feroce Helen. Non si sentiva ben preparata e non poteva essere diversamente, perché non c'erano stati esempi da imitare; al Perkins aveva letto tutti i resoconti fatti dal primo direttore Howe sul suo "esperimento" con una ragazza cieca e sorda, Laura Bridgman. Lui era riuscito a insegnare a Laura il senso di alcune parole, ma poiché le lezioni di Howe erano state poco inventive, Laura non era mai riuscita ad avere una vera comunicazione con altre persone, non padroneggiando l'inglese idiomatico. Rimaneva nell'istituto, dimostrando ogni tanto a un pubblico invitato all'istituto giochetti come infilare il filo nell'ago. Annie voleva riuscire dove Howe aveva fallito, ma doveva fare da sola. Aveva il vantaggio della propria esperienza, però: mentre Howe aveva dovuto bendare gli occhi per provare com'era non poter vedere, la vista di Annie era tanto debole che in certi periodi era praticamente cieca. In più aveva nella memoria l'esperienza di esser stata una ragazza indomabile e isolata, i cui talenti erano stati riconosciuti soltanto al Perkins Institution, e solo dopo si era trasformata in una persona disciplinata e capace di comunicare.

Tutto questo spingeva Annie a provare di raggiungere l'anima di Helen senza evitare la lotta. Era convinta che avrebbe dovuto «bring her under some kind of control without breaking her spirit»14.L'ostacolo più duro era stata la resistenza dei genitori di Helen, che avevano sempre accettato il comportamento violento di Helen per "compassione". In una famosa scena del Miracle Worker di Gibson, basata su una lettera di Annie ad Anagnos, a tavola con la famiglia Keller, Annie prova a impedire a Helen di prendere il cibo dai piatti degli altri con le mani. Helen comincia a prendere Annie a calci, e a entrare in un "tantrum", urlando e piangendo. Annie agguanta le mani di Helen e le tiene con grande forza. La madre di Helen, Kate, teme che Helen si faccia del male; il padre furioso, chiede ad Annie:

Have you no pity in you, girl?

Annie: Pity! [She releases Helen to turn equally outraged on Keller across the table; instantly Helen scrambles up and dives at Annie's plate. This time Annie intercepts her by pouncing on her wrists like a hawk] For this tyrant? The whole house turns on her whims, who's to teach her the sun doesn't rise and set for her? Of course I have no pity. You do, though, you do.

Keller: Katie, for the love of Heaven will you.

Kate (troubled): Miss Annie, please, it will do no good to.

Annie: no break, because it's easier to feel sorry for her than to help her: isn't it?15

Nonostante la resistenza dei genitori di Helen, Annie continua la sua lotta, aiutata da lontano dalle lettere di Anagnos, e dalla sua sicurezza interiore riguardo al modo particolare in cui guidava Helen nell'avventura di scoprire il mondo. L'affare King Frost mette in dubbio esattamente questo: la stima e l'appoggio di Anagnos, e la convinzione di Annie che Helen dovesse "sentire" liberamente il mondo.

Nell'educazione di Helen Annie partiva dall'idea che «The child has dormant within him, when he comes into the world, all the experiences of the race. These experiences are like photographic negatives, until language develops them and brings out the memory-images»16. In questo seguiva un pensiero comune nel mondo degli scienziati positivisti di fin-de-siècle. Meno comune però era l'idea che anche il bambino handicappato aveva in sé queste capacità latenti. Howe, lo scienziato ormai morto che era stato direttore del Perkins Institution prima di Anagnos, scriveva in lettere maiuscole nei suoi rapporti: «the blind are inferior to other persons in mental capacity and ability»17. Ed è proprio il dubbio riguardo alle capacità di sviluppo del bambino handicappato, che spinse Maria Montessori ad abbandonare i bambini handicappati e a sviluppare un'educazione dei sensi per bambini "normali". Quello di Annie era dunque un progetto eroico: si proponeva di "destare" le capacità latenti di Helen. Anagnos capì subito; lui stesso non era stato molto inventivo nella continuazione dell'opera di Howe, e adesso vedeva nell'esperimento di Annie con Helen una possibilità di superare il successo di Howe con Laura Bridgman. Vista in questa luce, Annie è nello stesso tempo protetta e rivale di Anagnos. Posizione complicata anche per il fatto che Anagnos non conosceva l'alfabeto manuale, cosicché in un certo senso era costretto a mettersi nelle mani di Annie.

Anche se Annie sapeva benissimo che «words are not reality»18, voleva per prima cosa far capire a Helen che per comunicare non bastava esprimere gli impulsi primitivi con gesti, urla, calci, ecc., ma che ci volevano le parole. Subito dopo aver incontrato Helen, Annie cominciò a insegnarle la lingua, scrivendo di continuo sulla sua mano, rapportando quello che le stava succedendo attorno, indicando tutto ciò che la circondava, trovando parole e immagini per i colori del paesaggio, il vento che muove le foglie, il miagolare dei gatti, il dolce profumo dei fiori. Annie era un'appassionata della lingua; per lei, imparare a leggere era stato come passare dal piccolo, squallido mondo in cui viveva, a un mondo più grande, più luminoso. Appena Helen imparò a interpretare un poco il braille, Annie le diede da leggere dei libri che Helen non poteva ancora capire. Lo faceva perché credeva che Helen dovesse imparare la lingua al modo dei bambini "normali", cioè, assorbendo i segni anche prima di poter attribuire loro un senso. Per questo Annie trasmetteva a Helen storie, usando l'alfabeto manuale oppure il braille. L'episodio King Frost aveva portato alla luce i pericoli di questo metodo: avendo la memoria piena di storie la cui origine si era dimenticata, Helen non poteva ricordarsi di aver sentito il racconto di King Frost, che in realtà le era stato raccontato sulla mano da Sophia Hopkins. Era successo durante l'estate del 1888, quando Annie, per la prima volta da quando era diventata Teacher, era stata costretta a lasciare per alcune settimane Helen, perché doveva visitare un medico a Boston per i suoi occhi.

Dunque, anche per Annie l'affare King Frost indicò una fine, la fine dell'illusione di poter controllare in modo assoluto la selezione delle esperienze di Helen. Insegnando a Helen il segreto della lingua, l'aveva aperta al mondo, agli altri, e questi riempivano Helen con impressioni, sensazioni, e idee, delle quali Annie aveva per forza una conoscenza soltanto parziale. Questa esperienza è quella di ogni adulto che un giorno si rende conto che non può e non deve riempire completamente il mondo di un figlio oppure di un allievo. Il caso di Annie è particolare non solo perché sapeva che Helen non avrebbe mai potuto essere "adulta" come le altre bambine, ma anche per il distacco da Anagnos, suo promotore nel mondo degli scienziati per sordomuti. A causa dell'affare King Frost, Annie smise infatti di essere "figlia" di Anagnos, e rimase sola, anche se aiutata da scienziati come Bell. Bell, come abbiamo visto, non riuscì a liberare Annie dal timore di presentarsi al mondo come il Teacher di Helen. Sarà un altro uomo a dimostrare chi era la Teacher di Helen: John Macy, giornalista, editor di The Story of my Life di Helen, e dal 1905 in poi marito di Annie. Guidato dall'amore, lui si fa l'interprete affettuoso di Annie, la quale, così lei gli fa capire, è per sempre legata a Helen. Macy non solo capisce, ma impara l'alfabeto manuale per poter collaborare con Helen alla preparazione dell'autobiografia.

Tutto questo rende difficile immaginare The Story of my Life come un atto liberatorio per affermare se stessa come individuo eroico. L'autobiografia di Helen celebra invece la connessione, the relatedness dell'individuo. In molti sensi il libro è un lavoro collettivo, il risultato di una collaborazione di tre persone legate fra di loro: Annie Sullivan, Helen Keller e Macy come traduttore e mediatore. Macy convince Annie a permettergli di pubblicare in appendice al libro gran parte delle lettere scritte da Annie all'amica Sophia Hopkins19.In più, Helen e Annie mettono a disposizione di Macy una selezione delle lettere di Helen scritte a varie persone. Macy congiunge le varie parti del libro con brevi passaggi. Inoltre, è lui ad aiutare Helen a comporre il resoconto della sua vita, dopo averla stimolata a scrivere alcuni articoli nel "Ladies Home Journal". Su questo giornale lui stesso scrive un articolo importante su Helen Keller, riuscendo a costruire un'immagine dell'unione di Helen e Annie in cui la "fredda scienza" è addolcita dall'amore materno di Annie, amore che, unito a una conoscenza particolare del sign language, ha potuto compensare quello che la vera madre di Helen non ha potuto dare:

The story of Helen Keller must include the story of her teacher. [...] But Miss Sullivan protests that her name appears too many times in what Miss Keller has written [...] But she is wrong for once. The lives of teacher and pupil are inseparable, and to tell the truth about Helen Keller I must say a word more about the good and sweet woman who has been one with her for fifteen years. [...] She had the motherly instinct, a winning and impressive personality that held the child's attention, and the chief thing she did, that one can see and discuss clearly, was to talk to her pupil on her fingers ceaselessly, patiently, unhampered by system. She supplied the sympathy, the personal word-communication, by which the ordinary child in the cradle learns, and from which Helen had been deprived because, and merely because, her family had not the manual alphabet. [...] Right from the beginning a great thing had become a fact, a fact greater than all method, greater than any science ­ pupil and teacher had grown to love each other. That, and that alone, can account for Helen's development, so far as the growth of any one human being depends on another. [...] The unanalyzable kinship between these two women is the formulation of Helen Keller's career.

Macy finisce sottolineando che: «It is very rare to find two such unusually strong wills in almost unbroken harmony. The authority of Annie Sullivan is the authority of a great affection»20. Ma che cosa vuol dire «a great affection»?

5. Un omaggio ambiguo

A un certo momento nell'opera teatrale di Gibson The Miracle Worker Annie dice alla madre di Helen: «Mrs. Keller, Helen's worst handicap isn't blindness or deafness. It's your love. And pity. I'd burn them both out the dictionary if it was up to me»21. Questo ritratto di Annie mette in rilievo qualcosa sulla quale John Macy nel suo articolo tace. Egli descrive Annie come una buona e dolce donna, che riesce a educare Helen perché possiede «enthusiasm, courage and unselfish interest». In più Macy sottolinea che Annie si lasciava guidare dall'intuizione, essendo «unscientific» nel suo approccio con Helen, il che era, secondo Macy, un vantaggio. Macy non parla della preparazione scientifica di Annie, e non parla di quella forza distaccata che Annie stessa credeva necessaria «to bring her [Helen] under some kind of control without breaking her spirit». Credo invece che proprio in questo Annie si sia lasciata ispirare dalla scienza.

Il modello scientifico più importante di Annie era stato Howe. Nei suoi scritti egli attacca tutti coloro che nel trattamento delle persone handicappate si lasciano guidare dalla compassione, perché la compassione oscura il giudizio. Secondo Howe ci voleva un atteggiamento freddo, non simpatetico. Dalle lettere scritte da Annie all'amica Sophia Hopkins e dal libro di Helen sulla sua Teacher sappiamo che Annie ha agito nei confronti di Helen secondo le prescrizioni di Howe; lei non ha evitato la violenza, anche fisica, per poter "destare" la parte umana di Helen22. Nel dibattito che segue lo scandalo di King Frost è proprio questo atteggiamento di Annie, che si potrebbe chiamare "maschile", che viene attaccato: mentre nessuno aveva criticato Howe per il suo trattamento nei confronti di Laura Bridgman, Annie viene accusata di aver plasmato la povera Helen conforme la propria immagine. Anagnos, che nelle sue lettere si era dimostrato entusiasta dei successi di Helen, deve aver capito che la forza di Annie rappresentava un pericolo, anche per se stesso. Infatti, prende le distanze in modo radicale, organizzando il tribunale e costringendo Helen ad affrontare da sola i suoi "giudici". Il suo atteggiamento fu estremo e ambiguo, dal momento che per molto tempo non prende posizione. Tace e lascia Helen e Annie nel buio. Soltanto quando diventa chiaro che gli otto giudici non possono decidere sull'innocenza di Annie (e Helen), egli esprime il voto decisivo, dichiarandosi a favore di Helen e Annie. Ma siccome poi non riesce a riconciliarsi con Annie e Helen, la risposta di Anagnos non porta né chiarezza, né pace per le due donne.

Porta chiarezza e pace la pubblicazione di The Story of my Life? Poco prima dello scandalo di King Frost Helen chiese ad Annie che cosa fosse l'anima. Annie la descrive in una lettera ad Anagnos: «I said no one knew. But that we know it isn't the body, it's invisible, and it's the part of us that thinks, and loves and hopes». Allora Helen disse: «But if I write what my soul thinks, it will be visible, and the words will be its body»23.

Si potrebbe vedere in The Story of my Life la risposta "visibile" di Helen all'accusa che Annie abbia abusato nei suoi confronti. Col suo libro Helen ringrazia Annie per averle dato la vita quel giorno al Wellhouse. Quel momento viene trasformato in una storia d'amore, storia vissuta a due, anche se il ricordo di quel giorno non faceva parte della memoria di Helen, ma le era stato infuso nella coscienza da Annie. Dopo la morte di Annie, non era più necessario per Helen donare ad Annie. Finché Annie viveva, la storia dell'awakening di Helen era la prova visibile dell'efficacia dell'arte di Annie. Infatti, Annie giustificava il fatto di non avere scritto un libro sul suo metodo d'educazione, dicendo che Helen era la dimostrazione più eloquente del suo metodo.

Eloquente e misteriosa; la pubblicazione di The Story of my Life non metteva fine alle speculazioni sulla natura del rapporto Helen-Annie. Immaginando la scoperta della lingua al Wellhouse come un miracolo ispirato sia dalla scienza che dall'amore, il libro non sceglie fra una presentazione di Helen Keller come un caso eccezionale o normale. Credo che sia proprio per questo che la figura di Annie sparisce in un certo senso dalla storia di Helen Keller, perché Annie non trova posto, né nella lingua dell'amore, né in quella della scienza. Il "New York Sun" scrive in una recensione che il libro di Helen dimostra che la vita di Helen era possibile soltanto grazie al sacrificio di un'altra vita, quella di Annie Sullivan. Secondo il giornale non sarebbe stato giusto ripetere un tale sacrificio, e per questo il caso di Helen Keller era destinato a rimanere unico24.Questo giudizio implicava che l'arte di Annie non poteva essere considerata scienza, perché non permetteva una ripetizione dell'esperimento educativo. Se non era scienza, la prestazione di Annie era certamente un atto d'amore, atto simile al sacrificio di una madre che si annulla per i figli. È questa l'immagine di Annie che Macy offre al pubblico. Però, essendo lanciata dal Perkins, e continuando a muoversi nell'ambiente scientifico del tempo, Annie, volendolo o no, si era distaccata dalla cultura femminile ottocentesca. Per questo la sua esperienza con Helen non poteva neanche essere inserita nel modello di madre-figlia, o nel modello dell'amicizia romantica fra due donne.

Il risultato paradossale dell'omaggio di Helen alla sua Teacher Annie, era che Helen è diventata l'eroina di una storia in cui non c'è posto per un'altra eroina: Annie Sullivan. Ispirata da una donna che aveva difficoltà ad esprimersi pubblicamente, Helen parla per Annie, e dimostra col suo libro di essersi appropriata del medium espressivo più importante dei "normali", la parola. Imitando loro, è costretta a riflettere il loro punto di vista e riesce soltanto in brevi momenti a trasmettere il suo mondo, la sua esperienza. Secondo questa interpretazione, non è soltanto Annie che sparisce dalla storia, ma anche Helen. Per ritrovarle, bisogna forse cercare altrove, ad esempio nei teatri di vaudeville, dove negli anni Venti del Novecento Helen e Annie rappresentano la loro vita a due in modo dinamico, corporeo, unmediated. Quella è un'altra storia, però.

Note

1. D. Herrmann, Helen Keller. A Life, New York 1998, p. 49.

2. H. Keller, The Story of my Life, New York 1990, p. 11.

3. Ivi, p. 16.

4. Ivi, pp. 16-7.

5. Herrmann, Helen Keller, cit., p. 46.

6. Keller, The Story of my Life, cit., p. 49.

7. R. V. Bruce, Alexander Graham Bell and the Conquest of Solitude, Boston 1973, p. 407.

8. S. Gillman, Dark Twins. Imposture and Identity in Mark Twain's America, Chicago 1989, p. 140.

9. A. Bigelow Paine (ed.), Mark Twain's Letters, vol. 2, New York 1917, p. 731.

10. Ivi, pp. 731-2.

11. M. Twain, Personal Recollections of Joan of Arc, New York 1996, p. xxxiii.

12. M. Schwegman, Maria Montessori, Bologna 1999; V. P. Babini, L. Lama, Una "Donna Nuova". Il femminismo scientifico di Maria Montessori, Milano 2000.

13. Per il rapporto Bell-Sullivan cfr. N. Braddy, Anne Sullivan Macy. The Story behind Helen Keller, New York 1933, pp. 163-96.

14. Ivi, p. 126.

15. W. Gibson, The Miracle Worker. A Play for Television, New York 1957, p. 62.

16. Braddy, Anne Sullivan Macy, cit., p. 139.

17. Ivi, p. 58.

18. Ivi, p. 165.

19. Queste lettere della Sullivan si trovano soltanto nella prima edizione del The Story of My Life, New York 1903.

20. J. A. Macy, Helen Keller as she really is, in "Ladies Home Journal", Oct. 1902, pp. 11-2.

21. Gibson, The Miracle Worker, cit., p. 74.

22. Keller, The Story of my Life, New York 1903, p. 311; H. Keller, Teacher, New York 1956, pp. 49-50.

23. La lettera della Sullivan è riportata in Gibson, The Miracle Worker, cit., p. 130.

24. Braddy, Anne Sullivan Macy, cit., p. 200.