L'accusa di omicidio rituale:
undici lettere di Girolamo Tartarotti
a Benedetto Bonelli (1740-46)

di Nicola Cusumano

1. Premessa

In questa breve introduzione intendo presentare un gruppo di undici lettere che lo studioso Girolamo Tartarotti inviò al frate francescano Benedetto Bonelli tra il maggio del 1740 e il luglio del 17461; cinque di esse risalgono al 1740 e altre cinque al 1741, biennio in cui si concentra gran parte della relazione epistolare tra i due eruditi trentini. Un'altra lettera, tra quelle qui pubblicate, è datata 17 luglio 1746 ed è una delle ultime spedite da Tartarotti a Bonelli prima della rottura del loro sodalizio, che avvenne in seguito alla pubblicazione da parte del francescano di un'opera sulla santità di Ingenuino (1751)2. Alcuni studi hanno volto la loro attenzione alle vicende successive a tale rottura e alle aspre polemiche che videro contrapposti questi due personaggi in relazione a quella che è stata definita la «polemica diabolica» e ai temi più incandescenti di storia sacra e agiografica. Non affronterò qui questo aspetto della controversia, che ha comunque rappresentato un interessante filone degli studi storiografici a partire dalle indicazioni fornite da Franco Venturi in un ormai celebre capitolo di Settecento riformatore3. Altri lavori hanno già rivolto il loro interesse alle vicende della santità di Adalpreto e alla massiccia opera di demolizione di leggende operata da Tartarotti, con i suoi sviluppi e le reazioni innescate in suolo trentino.

Ciò che qui si intende fare è recuperare una documentazione della quale si è fatto soltanto sommariamente cenno e che merita una più adeguata riflessione4. Le lettere in questione, per quanto mi risulta, vengono qui pubblicate per la prima volta. Se lo si fa in questa occasione, è perché credo che esse possano, seppure in minima parte, contribuire alla complessa ricostruzione degli interessi e dell'orizzonte culturale di Tartarotti nei primissimi anni Quaranta del Settecento.

Occorre precisare subito che, ai fini di una chiara e totale intelligibilità della scrittura tartarottiana relativa a queste lettere, si imporrebbe la pubblicazione dell'intero carteggio, contenente quindi anche le ventiquattro lettere che Bonelli scrisse al roveretano negli stessi anni e che sono conservate nella Biblioteca civica di Rovereto5:ciò in virtù del fatto che le undici missive che qui presento costituiscono soprattutto delle vere e proprie risposte alle reiterate richieste di informazioni che il frate trentino inoltrava al più illustre erudito. Peraltro, l'offerta di collaborazione e la cortesia che emerge da queste lettere ci indicano anche come ciò avvenisse all'insegna della reciprocità. Bonelli aveva bisogno del sostegno e delle amicizie di Tartarotti per raccogliere l'imponente mole di documenti necessari alla stesura della sua prima opera storica6; le sue richieste di aiuto sopravanzano numericamente quelle dello studioso di Rovereto, il quale si servì del francescano quasi esclusivamente per avere notizie e giudizi sull'argomento della stregoneriae per ricevere qualche commento alle sue opere. Certamente, si può parlare di un prolifico rapporto, costituito da scambi intorno ai rispettivi interessi di quegli anni7.

Rimando a un prossimo lavoro la pubblicazione dell'intero carteggio completo di apparato critico; si è pensato che la statura intellettuale di Girolamo Tartarotti e gli interessanti spunti di riflessione che le sue lettere offrono allo studioso giustifichino l'anticipata pubblicazione di questo piccolo corpus tartarottiano8.

2. Gli argomenti a margine della corrispondenza

Le informazioni che Girolamo Tartarotti invia a Benedetto Bonelli appaiono cospicue, anche se, in taluni punti, estremamente concise. Il loro rapido susseguirsi conferisce alla scrittura un'impressione di frammentarietà; fatto che non deve stupire, considerata la natura epistolare del materiale sottoposto alla nostra attenzione. Spesso Tartarotti ricopiava interi passi da libri e manoscritti ritrovati nelle sue ricerche ­ di cui si mostrava molto geloso e dei quali chiedeva la pronta restituzione ­ che citava nel testo o allegava in fogli a parte9.

Le lettere forniscono una serie di informazioni concernenti varie tematiche: dall'esatta dizione del nome di Rovereto (4 giugno 1740), alla considerazione sulla cultura italiana del xv secolo, che giungeva in risposta alla lettera di Bonelli del 23 maggio 1740, nella quale il frate aveva usato l'espressione «barbarie del secolo», giudicata inadeguata da Tartarotti alla luce del fiorire della letteratura («per altro barbarie io non chiamerei in conto alcuno quella del secolo, in cui tali autori fiorirono, almeno in Italia. In quella età, oltre al Petrarca, erano fioriti il vecchio Guarino, il Poggio, il Valla, Leonardo Aretino, e moltissimi altri, Scrittori tutti eleganti»10). In una missiva spedita da Venezia, Tartarotti riportava notizie su Scipione Maffei, l'avversario al centro dell'attenzione anche nel carteggio con Muratori: «tornando al Maffei, mi ha detto un Cavalier Veronese assai intendente, che quel suo libro ha in più luoghi del semipelagiano. Se è così, avrà i PP. Gesuiti per difensori» (25 settembre 1741)11.

In alcune lettere veniva affrontato l'argomento della stregoneria, che già teneva impegnato l'abate di Rovereto: «Io non negherò mai ­ scriveva questi a Bonelli in data 5 settembre 1740 ­ che il Demonio non possa anche corporalmente trasportare donna, o uomo, permettendoglielo Iddio [...]. Quello, che io pretenderò chimerico, e immaginario, è quel banchetto e danza di notte, che si pretende farsi ogni tanto tempo dell'anno, o del mese; e questo sosterrò non essere mai vero e reale, ma sempre finto, e lavorato puramente dalla fantasia».

Di Muratori Tartarotti scriveva sia in relazione alla coeva vicenda dei tumulti salisburghesi, nota come «disputa dei sicofanti»12, sia in relazione all'omicidio rituale:

Nel Tomo xx degli Scrittori del Sig. Muratori si trova: Annales Placentini ab anno 1401 usque ad 1463 ab Antonio de Ripalta Patricio Placentino conscripti, ac deinde continuati ab Alberto de Ripalta ejus filio usque ad annum 1484 nunc primùm in lucem proferuntur e Msto Codice Placentino. alla pag. 945 sotto l'anno 1474 trovasi la storia del B. Simone; ma è tratta quasi ad verbum da quella del Tiberino13.

Certamente, quello dell'accusa di omicidio rituale rivolta agli ebrei rappresenta il tema centrale dell'intero epistolario: tema rispetto al quale gli altri argomenti, così eterogenei, fanno soltanto da cornice.

3. Tartarotti e l'accusa di omicidio rituale: una possibile interpretazione

Le mando il Manoscritto desiderato, di cui la prego avere tutta la cura, perché lo tengo assai caro. Nelle prime parole del Tiberino io ritrovo un'esagerazione rettorica: Rem maximam, qualem a passione Domini ad haec usque tempora nulla unquam aetas audivit, etc., simili fatti essendo accaduti e dopo, e avanti a quello di Trento. Se Ella adunque non dì nella Prefazione un Sommario de' medesimi fatti, come mi parrebbe ben fatto, potrebbe far ciò in una nota a questo luogo14.

Così scriveva Tartarotti a Bonelli il 4 giugno del 1740, evidentemente convinto ­ nonostante l'affermazione di Giovanni Mattia Tiberino ­ che il "martirio" operato per mano ebraica ai danni di Simonino da Trento non fosse da ricordare, dal tempo della «passione del Signore sino ai nostri giorni», per la sua unicità15.

In una lettera inviata a Tartarotti il 12 maggio 1740, Bonelli aveva precedentemente formulato la richiesta di un manoscritto del letterato bresciano:

Scrivemi il Sig D. Girolamo Ballerini, che Vostra Signoria Molto Illustrissima [...] ha comprato in Verona un Manoscritto in cui tutte l'operette del Tiberino scritte sì in verso come in prosa, concernenti il martirio del nostro B. Simonino, contengonsi; e che se io le scrivessi, ella avrebbe la bontà di comunicarmi il dotto Manoscritto ed inoltre tutti que' lumi, che mi potrebbero abbisognare per adornar compitamente gli atti del di lui martirio, che leggonsi in gran parte manchevoli ne' Bollandisti16.

Molto probabilmente, a condurre Tartarotti sulla problematica degli infanticidi rituali era stato Bonelli, il quale lungo la prima metà degli anni Quaranta del Settecento aveva raccolto le fonti e i materiali che avrebbero successivamente caratterizzato la Dissertazione apologeticasopra il martirio del Beato Simone da Trento17, pubblicata anonima nel 1747, ma che, come avrebbe precisato Benedetto xiv nella bolla Beatus Andreas del 1755, «benché stampata senza nome per umiltà dell'erudito autore, si sa però esser opera del Padre Benedetto da Cavalesio»18.

Quest'opera, dal contenuto tutt'altro che originale, così gradita a papa Lambertini, incrementava numericamente il filone della produzione di polemica antiebraica, con cui aveva in comune la riproposizione dello stereotipo dell'omicidio rituale; il vero elemento di differenza, che la distingueva, era lo statuto privilegiato conferitole dalla menzione papale della Beatus Andreas.

Nel primo capitolo della Dissertazione apologetica il frate riportava la discussione avuta con un «erudito cavaliere», che sarebbe stata all'origine del suo impegno nella stesura dell'opera:

Non v'ha molto tempo, che trattenendomi con un erudito cavaliere in vari ragionamenti, e cadendo il discorso sugli ebrei, venne da me ricordata la barbara crudeltà loro contra gl'innocenti pargoletti cristiani [...] da quelli spietatamente uccisi. Ma sono poi eglino tanto certi, ripigliò il dotto cavaliere i pretesi infanticidi?

Secondo il racconto di Bonelli, il «cavaliere» aveva argomentato la sua incredulità con precisi riferimenti bibliografici. Proseguiva quindi il prestigioso interlocutore del frate:

So ben dirvi, che parlando non ha guari con un ebreo, e portandoci il ragionamento sopra, su questo punto di storia, da me allora secondo l'opinion volgare creduto fuor d'ogni dubbio, si strinse egli quasi per compassione le spalle, e mi richiese se mai per avventura abbia letto il rinomatissimo Giancristoforo Wagenseilio, che in questa materia ha scritto di proposito; e risposto avendo all'ebreo che io non aveva contezza veruna di tal opera, proseguì egli raccomandandomene vivamente la lettura, ed assicurandomi che questa agevolmente avrebbemi tratto da errore, e fatto toccare con mani quanto empia per una parte e sciocca per l'altra sia questa calunnia. A grande scorno del cristianesimo cotanto invalsa, e ciecamente ricevuta. Restai, continuò il cavaliere, oltremodo stordito nell'udirmi obiettare uno scrittore, sebben protestante, ad ogni modo cristiano, e di non poco grido fra i letterati oltremontani [...]. Così a me l'amico cavaliere, che scorgendomi grandemente invogliato, anzi impaziente di vedere il Wagenseilio, gentilmente si esibì farmelo avere, ad effetto che venissi a conoscere, quali mai potessero essere state le ragioni che costretto abbiano uom dotto e cristiano a contrastare questa comunissima persuasione. Impegnandomi scambievolmente col cavaliere, che di buona voglia avrei intrapresa la confutazione del Wagenseilio [...]. Tenne egli esattamente la parola, con farmi entro breve tempo aver il libro suddetto, e per non mancare io altresì all'impegno contratto col cavaliere, mi posi tosto a confutarle. Quindi fattagli vedere la qualunque mia fatica, ebbe tantoltre a compatirla, che si adoprò ben di proposito per obbligarmi ad accrescerla, pulirla, ed avvalorarla in uno e l'altro luogo con gli opportuni, e necessari documenti, affine poscia, che così riordinata si desse alla luce; facendomisi egli conoscere persuasissimo, che ciò non avrebbe non potuto incontra l'aggradimento de' letterati [...]19.

L'incidentale e fortunato incontro di Bonelli col misterioso cavaliere fa pensare a un artificio letterario, a uno di quegli espedienti a cui fanno ricorso gli autori per catturare l'attenzione del lettore. E ciò soprattutto in una letteratura, qual è quella settecentesca, estremamente forbita e ampollosa, puntigliosamente attenta alla forme retoriche.

Tuttavia, è utile far notare la singolare assonanza che v'è tra alcune affermazioni fatte nel discorso dall'ignoto cavaliere e il contenuto di una delle lettere indirizzate da Girolamo Tartarotti a Bonelli, che costituiscono l'argomento di questo studio. Lettere nelle quali Tartarotti suggeriva al francescano quali fossero gli autori verso cui volgere l'attenzione, e in cui forniva consigli per la stesura della Dissertazione apologetica. Così scriveva a Bonelli nel luglio del 1746:

Mi rallegro poi, che Vostra Paternità Molto Reverenda abbia preso a confutare il Wagenseilio; e più che l'opera sua, la qual leggerò ben volentieri sia vicina alla stampa. Sarebbe bene che la vedesse la Dissertazione De Contra Judeorum di Giusto Henningo Boemero20, ed il Basnagio nella sua Storia Ecclesiastica21.

Il problema storiografico ­ tutt'altro che marginale ­ di come Tartarotti si rapportasse all'accusa del sangue non può prescindere, ma deve anzi essere fondato quasi esclusivamente sugli spunti che emergono dalla relazione epistolare tra i due studiosi trentini. Stupisce, in questo senso ­ in assenza di altre opere ­ che tale documentazione sia sfuggita agli storici e non sia stata tenuta sino ad ora nella giusta considerazione. In questo frangente, comunque, mi preme più sottolineare la coincidenza tra il racconto di Bonelli relativo al «dotto cavaliere» e l'affermazione di Tartarotti sopra esposta. Si consideri, in ogni caso, che le indicazioni relative ai molti autori di cui il roveretano aveva consigliato la consultazione confluirono successivamente ­ come vedremo più avanti ­ nella trattazione della Dissertazione apologetica.

Se possiamo definire l'interesse di Tartarotti al tema dell'omicidio rituale come "indotto", è pur vero che ­ nonostante questo non occupasse un posto centrale tra le sue molteplici attenzioni di studioso ­ non si spense mai del tutto; certamente non si interruppe definitivamente con la fine della relazione con Bonelli22. Una lettera spedita da Vienna a Tartarotti dall'erudito di Levico Giambattista De Gaspari, risalente all'aprile del 1761 e contenente informazioni sull'argomento in risposta alle richieste del roveretano, sembra attestare il suo prolungato interesse al tema dell'accusa del sangue:

Io mi arrossisco di essere da sì lungo tempo sempre debitore a Vostra Signoria Illustrissima di quelle poche notizie richiestemi intorno agli scrittori, che trattano degl'infanticidi degli Ebrei. Malgrado questo mio silenzio non ho però mancato di mandare più volte il mio amanuense alla Cesarea Biblioteca per fare gli estratti dei suddetti autori. Il crederebbe Ella e chiunque altro, che trattone il Grozio23 ed il Keyslero24 in quel sì vasto corpo non si sono ritrovati gli altri, e nemmeno l'Eisenmengero25, quantunque sia un libro trivialissimo, tanto poca cura si ha avuto e si ha di rendere compiuta la serie. Lo stesso mi è accaduto molte altre volte, ed accade tuttodì a quelli, che vi vanno sulla fiducia di ritrovare ciò che desiderano. Or lasciando stare queste doglianze Le dirò, che secondo la relazione fattami dal mio amanuense, il Keyslero nei suoi viaggi, ove parla di Trento, non fa menzione del B. Simone, né del martirio di lui. Se ciò è vero, bisogna che la memoria mi abbia tradito; allorché nominai quest'autore a Vostra Signoria Illustrissima. Ma io ne dubito assai, perché l'ho letto io stesso, e me n'è restata altamente impressa la specie26.

Elisabeth Garms-Cornides, che nel suo studio sui rapporti tra Tartarotti e gli eruditi oltremontani non si è lasciata sfuggire l'attenzione del primo all'omicidio rituale, così chiosa in proposito:

una tematica [quella sull'omicidio rituale] che in quel tempo pare fosse a cuore a Tartarotti e che, se egli l'avesse approfondita ulteriormente, lo avrebbe di certo messo di nuovo in conflitto con gli storiografi della Chiesa trentina e anche con gli eruditi di Innsbruck, fieri sostenitori del culto del bambino Anderl von Rinn, parallelo tirolese di S. Simonino27.   

Non mi sento qui di concordare sino in fondo con l'ipotesi formulata da Garms, la quale ­ dopo aver limitata l'attenzione di Tartarotti al tema in questione ai soli anni Cinquanta ­ sembrerebbe considerare come inevitabile lo scontro frontale con gli storiografi della Chiesa trentina e di Innsbruck nel caso in cui l'interesse del roveretano a tale tema non si fosse smorzato negli anni successivi.

In realtà, un contatto tra Tartarotti e gli eruditi di Innsbruck, seppur ridotto, vi fu, ed è testimoniato dal carteggio con Adrian Kembter, premostratense dell'abbazia di Wilten. In questo convento, presso Innsbruck, nella prima metà del Settecento un gruppo di religiosi si fece promotore della ricerca storica-filologica in Tirolo. Kembter, che con Bernhard von Recordin rappresentò la figura emergente tra gli studiosi di Wilten, scrisse un libro sull'omicidio rituale relativo alla vicenda di Anderl von Rinn28; al pari di Bonelli, anche Kembter ebbe l'onore di essere menzionato da Benedetto xiv nella bolla Beatus Andreas per «aver con molta fatica ed erudizione radunati» gli atti del martirio e del culto pubblico dell'infante di Rinn, "trucidato" dagli ebrei nel 1462.

Nella Biblioteca civica di Rovereto, oltre alle due lettere rivolte da Kembter a Tartarotti, risalenti al novembre del 1744 e all'agosto del 174529, si conservano due minute preparatorie delle missive che il roveretano inviò al premostratense, scritte in latino. In mancanza delle lettere originali, che non ho rintracciato, assume valore imprescindibile per questa ricerca il contenuto delle due minute, che non sono datate. In un passo di una di esse, particolarmente significativo, Tartarotti dichiarava che, per quanto riguardava i fanciulli uccisi dagli ebrei ­ il cui numero, ammetteva, era altissimo sia in Italia sia in Germania ­, c'era chi riteneva si trattasse di pure calunnie e invenzioni dei principi nei confronti degli ebrei, con l'intento d'impossessarsi dei loro beni30. E aggiungeva una considerazione su Wagenseil, il quale aveva tentato di lavare gli ebrei da questa macchia: «non chiedermi di quali argomenti faccia uso, perché non ho assolutamente letta quella trattazione. Certamente è una tesi paradossale, di un uomo estraneo alla nostra comunione, che merita di essere da te confutato»31. L'estraneità di Wagenseil, a cui si faceva qui riferimento, consisteva, mi pare, nell'appartenenza di questo scrittore al mondo protestante, dal quale Tartarotti più volte sottolineò la propria distanza32. Quanto alla «tesi paradossale» di Wagenseil, e cioè le argomentazioni con cui questi aveva tentato di assolvere gli ebrei dall'imputazione di praticare gli infanticidi rituali ­ tra le quali quella che tale accusa costituiva in ogni epoca la premessa al sequestro dei loro beni ­, secondo Tartarotti, essa meritava un'adeguata confutazione da parte di Kembter. Queste considerazioni, così rilevanti, sono comunque relegate nell'ambito di una corrispondenza privata, e non trovano conferma e visibilità in un'opera di Tartarotti. Mi sembra utile notare, più ampiamente, come, dinanzi al montare dell'accusa di omicidio rituale intorno alla metà del Settecento ­ scandito dalla diffusione di libelli di polemica antiebraica di matrice cattolica ­ emergesse il relativo silenzio degli intellettuali e del mondo laico e colto, certamente una reticenza ad affrontare in modo risoluto tale argomento; e ciò ad onta di quello che può essere considerato il principio teorico dell'illuminismo di non lasciare inesplorate zone d'ombra nel campo della conoscenza. Complessivamente, si può affermare che sulla credenza nell'omicidio rituale ebraico non si assiste, nel Settecento, a un atteggiamento univoco di condanna, netto almeno quanto lo fu quello ­ pur tenendo conto dell'articolazione delle varie posizioni ­ espresso dagli studiosi sull'argomento della stregoneria.

Quanto a Tartarotti, un altro storico, Severino Vareschi ­ per il quale l'incontro tra il revisionismo tartarottiano (in materia agiografica e storico-ecclesiastica) e il tema dell'omicidio rituale sarebbe stato ineludibile ­ si mostra sorpreso del fatto che, tuttavia, manchi tra le sue opere «un lavoro sul Beato Simonino da Trento, e la cosa è tanto più sorprendente se si considera che Bonelli invece se ne occupò intensamente, ovviamente difendendo la versione tradizionale dei fatti successi nella primavera del 1475»33. Vareschi, che circoscrive l'interesse tartarottiano al tema dell'omicidio rituale al 1760, sembra propenso a credere che l'opera non si realizzò mai a causa del sopraggiungere della vecchiaia, che avrebbe impedito all'erudito di porre mano ad essa.

Nella Biblioteca civica di Rovereto sono conservate alcune Memorie circa S. Simonino, costituite da due fogli manoscritti sul martire trentino, non datati; appunti raccolti da Tartarotti, risalenti ai primi anni Quaranta, e quasi certamente forniti a Bonelli. Il contenuto di essi non ci aiuta a dissipare il dubbio che dietro a questo prezioso servizio reso al francescano ­ a cui venivano inviate informazioni su testi relativi a Simonino e un argomento per screditare il Wagenseil («Il Wagenseil si è fatto conoscere per poco buon critico difendendo la leggenda della Papessa Giovanna») ­ si celasse l'intenzione del roveretano di occuparsi più concretamente del tema degli infanticidi, probabilmente attraverso la stesura di un'opera. Scrive Tartarotti:

Del Beato Simone parlasi diffusamente nell'Appendice allo Specchio Istoriale di Vincenzo Belvacense Lib. 31 Cap. 87 pag. 485. A. Venet. 1591. Vedi chi sia l'Autore di tale Appendice, e se il P. Bonelli la abbia avuta34.

Mi pare che un ulteriore motivo perché si realizzasse l'incontro tra il lavoro critico di Tartarotti e il tema dell'omicidio rituale fosse costituito dalla sua attenzione all'età medievale: epoca considerata all'origine delle leggende che avevano adulterato e continuavano a offuscare la verità storica. Proprio al tardo medioevo, infatti, vanno ricondotti gran parte degli episodi legati all'accusa del sangue. Né si deve dimenticare il fatto che Giano Pirro Pincio, celebre agiografo della prima età moderna, preso spesso di mira dal roveretano, si era occupato della vicenda di Simonino di Trento35.

Quanto osservato sulle considerazioni di Garms e di Vareschi ci conduce a ciò che rappresenta un nodo cruciale ai fini della comprensione della posizione assunta da Tartarotti sul tema in questione: di fatto, dal grande erudito non giunse una dichiarazione chiara né un'opera che prendessero le distanze dall'aberrante contenuto e dalle argomentazioni della Dissertazione apologetica di Bonelli, e da una tematica che aveva una sua scottante attualità. Il sagace «demolitore» di pregiudizi e superstizioni ­ dopo essere stato decisivo, con i suoi consigli, nella formulazione della Dissertazione ­ non si accostò all'argomento dell'accusa di omicidio rituale con la stessa arguzia adoperata negli scritti sulla santità di Adalpretoe sulla stregoneria; cosa che gli avrebbe consentito di dimostrare con perentorietà e acume le incongruenze, le omissioni, e le menzogne di gran parte delle fonti e della tradizione letteraria relative all'accusa del sangue36. Non si può non tenere in considerazione, tra l'altro, il fatto che sia Tartarotti sia De Gaspari, in seguito all'allontanamento da Bonelli, avrebbero espresso delle considerazioni particolarmente significative sulla Dissertazione apologetica; il primo, infatti, ancora nel 1755 non sentiva l'esigenza di prendere le distanze da essa, rivendicando piuttosto come propri alcuni passi dell'opera:

Nella sua Dissertazione sul martirio del B. Simone da Trento, p. 44 non iscrive ella: "tutti ho ricavato dal celebre Sig. Abate Gir. Tartarotti?" Pag. 66 non ripete il già da noi lodato Sig. Abate Tartarotti? Pag. 187 non dice: "ma anch'essa il Sig. Abbate G. T.: lo stesso Sig. Abbate m'accerta?" Più memoria, e manco passione Padre mio riveritissimo37.

Le recriminazioni avanzate da Tartarotti concernevano alcune notizie allegate in nota nella Dissertazione, dalle quali emergeva ­ sia pure in misura irrilevante rispetto a quella che era stata la sua effettiva portata ­ il contributo fornito dal roveretano38. Anche De Gaspari, a conferma che al centro delle recriminazioni dei due intellettuali ­ almeno in questo caso ­ vi era il personale malcontento nei confronti di Bonelli più che il disaccordo con le sue tesi sull'omicidio rituale, così scriveva in una lettera a Tartarotti del 1752:

quantunque io abbia giusto motivo d'esser poco contento del P. Bonelli, che si è dimostrato verso di me molto ingrato nella sua Dissertazione sopra il Martiriodel Beato Simone. I passi del Basnagio e del Missonnon solamente gli furono da me suggeriti, ma tutto il raziocinio contro quelli, che leggasi al cap. iv [...] per rilevare i loro errori, è mio proprio, e così l'autorità di molti scrittori contemporanei da me raccolte e comunicate al V. Padre, che poi so è vergognato di farmi quella giustizia, c'ha fatta ad altri, stimando forse, che il mio nome non potesse fare onora all'opera sua39.

Nella Biblioteca comunale di Trento si conserva un esemplare della Dissertazione apologetica, proveniente dal fondo Mazzetti, contenente alcuni marginalia in prima pagina attribuiti da mano ignota a Tartarotti («è del celebre Girolamo Tartarotti roveretano»). La postilla, la cui scrittura è effettivamente riconoscibile come quella del roveretano, così recita: «Notare attentamente se nella Dissertazione apologetica sul martirio del B. Simone da Trento sia nominato alcuno dei seguenti autori, e segnare i luoghi». Seguono i nomi degli scrittori di cui Tartarotti aveva consigliato la lettura a Bonelli, tra i quali «Ugone Grozio, Giovanni Wulfero, Gio. Andrea Eisenmengero, Isnaco Cardoso e Gio. Giorgio Keyslero»40. I nomi appuntati servivano certamente a preparare l'attacco frontale a Bonelli, in seguito alla loro rottura: agli occhi del roveretano il frate sarà stato reo dell'appropriazione di quelli che, in ben altro contesto, erano stati soltanto pacifici consigli41.

La risposta agli interrogativi che queste varie considerazioni suscitano si deve obbligatoriamente dipanare lungo due coordinate: la prima concerne il generale atteggiamento assunto da Tartarotti verso le posizioni ufficiali espresse dalla S. Sede; la seconda deve passare, per forza di cose, attraverso la lettura delle preziose indicazioni sul tema dell'omicidio rituale che emergono dall'analisi delle undici lettere spedite a Bonelli, su cui mi soffermerò più avanti.

Quanto al primo aspetto, che riguarda in realtà la natura dei rapporti tra gli intellettuali e la cultura cattolica ufficiale al giro di boa del xviii secolo, esso è strettamente intrecciato con l'ampia riflessione sviluppata recentemente da alcuni studiosi sulle direttive culturali, morali, e teologiche impartite dal pontificato lambertiniano (1740-1758)42; per quanto riguarda un risvolto di quella più vasta temperie culturale, legato alla disputa sulla stregoneria e la magia, occorre fornire qualche ulteriore indicazione, utile all'inquadramento di quello che fu l'orientamento assunto da Tartarotti.

Nell'attuale dibattito storiografico ha ancora validità ­ nonostante soffra di un'eccessiva rigidezza ­ l'indicazione fornita da Franco Venturi relativa al "passaggio" tra il razionalismo della prima metà del Settecento e l'illuminismo della seconda metà del secolo. L'affermazione di Muratori, che, ormai vecchio, comunicava a Tartarotti di stimare «non vana la Magia, perché non so accordare i passi delle divine scritture coll'opinione contraria», e che esortava il roveretano a proseguire la battaglia («a lei che è giovane tocca di combattere; per me ho finito la carriera»)43, esplicita meglio d'ogni altro argomento il sentimento non soltanto del grande vignolese, ma di un intero mondo erudito al tramonto: il freno dinanzi alle estreme conseguenze a cui la propria opera aveva contribuito a condurre, la volontà di vedere soltanto da lontano, quasi ritraendosi, l'avanzata inesorabile della nuova gnoseologia e dell'ateismo, sono già stati esemplarmente evidenziati in Settecento riformatore. Tartarotti, sostenendo la realtà della magia e la sua origine filosofico-religiosa, si era così fermato, come ha scritto Venturi, «proprio al limite dell'Illuminismo», rifiutando «di fare l'ultimo passo che portava ad una concezione tutta pratica e razionale dell'umana società»44.

Ma perché la griglia interpretativa proposta da Venturi, validissima su un piano più generale, si ponga come esaustiva rispetto al nostro discorso, essa deve accogliere altri elementi di valutazione: non si intende qui mettere in ombra il coraggio e l'apporto fondamentale forniti da Tartarotti per l'abbattimento della credenza nella stregoneria ­ apporto, peraltro, non adeguatamente considerato dalla storiografia fuori dell'Italia ­, quanto piuttosto attenuare la radicalità di tale contributo, per soffermarsi, più opportunamente, su quelli che erano i cambiamenti già in atto nelle istituzioni e nella società dell'epoca45. Così come è giusto notare, inoltre, che l'opera di demolizione della scolastica ­ precocemente intrapresa da Tartarotti, soprattutto con l'Idea della logica degli scolastici e de' moderni (1731) ­ non si realizzò sotto le insegne di una pericolosa eterodossia. L'allarme, per la Chiesa di Roma, proveniva dall'esterno dei confini peninsulari, ed era già ben avvertito da Benedetto xiv negli anni cruciali della svolta del suo pontificato46. Inevitabilmente, il cammino intrapreso dall'abate di Rovereto avrebbe avuto come suo epilogo il confronto con la tradizione cattolica sullo scivoloso tema della stregoneria e della magia. Non è il caso qui di dilungarsi e fornire una descrizione del capolavoro di Tartarotti; in questo frangente, piuttosto, è importante rilevare il fatto che il Congresso notturno non rappresentava un'opera di critica radicale alla S. Sede, e ciò non soltanto per ovvi motivi prudenziali.

Guido Dall'Olio, che si è occupato dell'immagine dell'Inquisizione romana che emerge da quest'opera, rifiuta le spiegazioni di Egidio Fracassi47e di Luciano Parinetto48 fornite a proposito del giudizio positivo espresso da Tartarotti sul tribunale romano: non si può affermare che il roveretano «avrebbe simulato un'opinione da lui non condivisa allo scopo di evitare la censura», afferma lo studioso in risposta a Fracassi, o che «addirittura avrebbe taciuto la verità delle persecuzioni inquisitoriali, benché col nobile intento di non compromettere un fine da lui giudicato più importante», come risulterebbe dalle argomentazioni di Parinetto49. Tartarotti, più semplicemente, quando registrava la differenza tra l'Italia e l'Europa centro-settentrionale ­ dove dalla fine del Cinquecento si erano succeduti a migliaia i massacri delle streghe ­, non faceva altro che scrivere ciò che realmente pensava50. Nota giustamente Dall'Olio che queste pagine del Congresso sono state sottovalutate, così come non è stata adeguatamente recepita la «valenza apologetica, in senso antiprotestante», di esse51.

Sul piano operativo, la polemica del Tartarotti non si rivolgeva a commissari dell'Inquisizione romana, bensì a quei giudici ai quali [...] principi e feudatari affidavano il compito di giudicare le streghe. Privi di un controllo diretto da parte del potere centrale [...], giudici e consultori continuavano ad affidarsi ciecamente a quei testi demonologici che l'Inquisizione romana, pur non avendo mai esplicitamente rifiutato, di fatto non seguiva più da tempo. Era a questi giudici che Tartarotti si rivolgeva52.

Aggiunge ancora Dall'Olio:

la difesa tartarottiana del Sant'Ufficio arrivava in ritardo. [...] alla metà del xviii sec. le corti di giustizia che continuavano a condannare a morte le streghe erano ormai una ristretta minoranza. Per di più i drastici provvedimenti di Maria Teresa del 1753-56, [...] avrebbero di lì a poco messo fine alla caccia alle streghe anche nelle zone dove essa era durata più a lungo53.

Le convinzioni di Tartarotti riguardanti l'Inquisizione romana ­ sulla sincerità delle quali concordo con Dall'Olio ­ si sposavano, in ogni caso, sia con l'esigenza di cautela, sia con l'intero taglio fornito all'opera, che non travalicava i confini dell'ortodossia cattolica54.

Dopo Tartarotti, in ogni caso ­ e anche in forza della sua opera ­ il discorso sulla stregoneria, non avendo più una stringente attualità, e ormai in declino dopo essere stato al centro della strategia di riconquista cattolica nella Controriforma, si sarebbe via via stemperato sino ad assumere nella seconda metà del secolo il volto derisorio della polemica illuministica sulle superstizioni.

Ben diverso il dibattito relativo all'accusa del sangue. Dalla metà del xviii secolo, infatti, il rinsaldamento del mondo cattolico minacciato simultaneamente su più fronti passò anche dal recupero dei temi antiebraici, non ultimo quello relativo all'"uccisione" di infanti cristiani. La credenza nella stregoneria e l'accusa d'omicidio rituale ­ le cui vicende avevano proceduto parallelamente, ed anzi spesso intersecandosi, durante il medioevo ­ nella seconda età moderna ebbero, così, inversa fortuna55: al declino della prima, destinata a scomparire su gran parte del territorio europeo, non corrispose un analogo declino dell'accusa d'omicidio rituale. Anzi, quest'ultima si sarebbe maggiormente consolidata, sino alla nota "deflagrazione" tardottocentesca56.

L'antigiudaismo cattolico tardosettecentesco, che trascinava con sé, riattivandolo, il mito dell'accusa del sangue, procedette, quindi, al traino della più ampia iscrizione della questione ebraica entro il grande urto frontale che coinvolse la Chiesa e le forze della modernità: sommovimenti, questi, che si palesarono con forza soltanto a partire dalla fine del xviii secolo, soprattutto con Pio vi, ma la cui origine è stata ricercata, non a torto, già negli anni cruciali del pontificato di Benedetto xiv57.

Non bisognerà qui dilungarsi per dimostrare l'attualità dell'accusa di omicidio rituale intorno alla metà del Settecento: nel 1753 era apparso il 39° volume degli Annales Ecclesiastici di Cesare Baronio, nel quale si descriveva crudemente il martirio di Simone da Trento operato per mano ebraica. Nel 1755 era stata la volta della citata bolla Beatus Andreas, documento ufficiale della S. Sede sulla canonizzazione dei fanciulli "trucidati" in odio alla fede di Cristo, che avrebbe disciplinato la questione sino all'esordio del xx secolo58. Per quanto riguarda gli anni successivi all'emanazione della bolla Beatus Andreas ­ indipendentemente dai convincimenti personali ­ è plausibile sostenere che gli eruditi avessero comunque le mani legate, a meno che non si assumessero il rischio di esprimere una posizione ormai impopolare e persino antiromana, che negasse in toto l'omicidio rituale ebraico.

Tornando a Tartarotti, quanto emerge dalla citata corrispondenza con Adrian Kembter non lascia dubbi su quale fosse la convinzione del roveretano. Convinzione, peraltro, che è confermata dalle testimonianze dei primi anni Quaranta prese in considerazione in questo lavoro: le undici lettere a Bonelli, infatti, hanno un rilievo ancor più consistente in quanto risalgono agli anni in cui la posizione di Benedetto xiv ­ che si andava certamente delineando ­ non poteva, comunque, esercitare ancora un'azione normativa e culturalmente stabilizzante: cosa che sarebbe avvenuta solo in seguito alle indicazioni di diritto canonico relativo agli infanticidi fornite con la bolla del 1755. Certamente, c'era già un precedente, costituito dal De Servorum Dei Beatificatione et Beatorum Canonizatione, che il futuro pontefice, già cardinale, aveva pubblicato a Bologna tra il 1734 e il 1738; opera rispetto alla quale, nella già citata lettera a Bonelli del 4 giugno 1740, Tartarotti esprimeva comunque la sua assoluta ortodossia:

[...] intorno alla canonizzazione de' Santi, suppongo, ch'avrà alle mani la grand'Opera del Sig. Card. Lambertini, [...], ch'è un mare magnum in tal materia.      

Quivi infallibilmente si parlerà a lungo anche del martirio de' fanciulli, e troverà quanto può desiderare in questo proposito59.

Ma non si può non acquisire l'elemento fondamentale della differenza qualitativa rappresentata dall'emanazione di un documento ufficiale da parte del reggente della cattedra di Pietro. La forza della Beatus Andreas consisteva proprio in questo: la bolla risultava decisiva per gli orientamenti che forniva all'intero mondo cattolico, dall'ambito erudito sino alla più remota delle diocesi. E colpisce, in questo senso ­ dietro la complicata struttura e la scientifica trattazione del documento ­ la volontà di Benedetto xiv di non dissipare le nebbie e smorzare i toni, la sua ferma intenzione di non lasciare aperta alcuna strada al ripensamento della realtà dell'omicidio rituale ebraico, arrivando a palesare, addirittura, possibili futuri scenari60.

Per ciò che attiene al contenuto delle undici lettere, che vengono qui pubblicate integralmente e che costituiscono la parte più rilevante di questo studio, mi riservo, in ultimo, soltanto alcune considerazioni.

Il tema dell'omicidio rituale riaffiora di continuo, in un gioco di rimandi e di citazioni di autori, sia cattolici sia protestanti. Colpisce la perizia con cui Tartarotti raccoglie le testimonianze, ciascuna delle quali, evidentemente, meritevole di attenzione. Egli non individua soltanto numerosi scritti che si riferiscono all'argomento, ma anche semplici testimonianze de auditu: è il caso, ad esempio, delle Memorie circa il B. Simone Trentino ­ appunti manoscritti di Tartarotti conservati nello stesso fascicolo delle lettere spedite a Bonelli, di cui costituivano certamente degli allegati ­, in cui si può leggere:

A Palazzuolo, terra del Bresciano, lontano da Brescia 18 miglia, sulla facciata d'una vil casuccia, si vede l'immagine d'un fanciullo ignudo, che nella destra tiene una palma con alcuni segni di sangue, e nella sinistra una scodella pure con sangue. Ha strozzato il collo con fascia bianca, e dal prepuzio gli piovono stille di sangue. Alla testa dell'immagine sta scritto in carattere di quel tempo: 1488 Die 17 May, ed a' piedi: Beatus Simon Martyr. Un religioso testimonio di vista, mi attestò, che a Chiari, altra terra grossa del Bresciano, lontana 6 miglia da Palazzuolo, nel Convento de' PP. Osservanti di S. Francesco, era dipinto distesamente il martirio dello stesso Beato; ma nel rifacimento della Chiesa era stata cancellata ogni cosa61.

I criteri metodologici adottati da Tartarotti, alimentati dalla fiducia di potere attingere alla storia attraverso la reperibilità della "verità oggettiva" dei fatti accaduti62, lo portavano, dunque, a considerare anche i racconti, che ­ almeno nella fase preliminare di raccolta dei materiali ­ si limitava ad acquisire senza ulteriore commento, quasi fossero materiale grezzo solo in un secondo tempo, eventualmente, da sottoporre al vaglio critico.

L'istanza muratoriana si faceva più esplicita nell'appello alla ricerca della verità storica, chiamata in causa nella lettera che Tartarotti scriveva il 14 maggio 1740: «Per diligente che sia stato nello spoglio il Franco, potrebbe tuttavia servire il medesimo per distinguere le esagerazioni rettoriche di quello scrittore dalla pura e mera verità del fatto, ch'è quella che si cerca in queste materie»63. Nella stessa missiva lamentava a Bonelli di non conoscere precisamente il «disegno ch'ella ha formato in questa sua fatica». Il frate rispondeva il successivo 23 maggio, enucleando in dettaglio l'impostazione che intendeva dare alla sua opera64. Così, il 4 giugno, Tartarotti poteva dichiarare di comprendere meglio «il disegno suo, intorno alla pubblicazione degli Atti del B. Simone, lodando io l'ordine, che medita di tenere, e le ricerche, che ha in animo di fare». La lettera di Bonelli del 14 agosto 1740 si chiudeva con un'interessante richiesta:

Prego V. S. informarsi, se per ventura da Innocenzo iv e Gregorio x sieno emanate Bolle, in cui si scomunicano quei Cristiani, i quali imputano falsamente agli Ebrei d'aver involati fanciulli cristiani e trucidati. Io ne ritrovai due manoscritte nell'archivio di Castello, prodotte al tempo del martirio del B. Simone, le quali mi dan da pensare.

Dalla risposta di Tartarotti del 5 settembre, emerge nuovamente il precipuo interesse dello storico di separare il "vero" dal "falso", ma questa volta con preciso riferimento ai casi d'accusa di omicidio rituale presi in considerazione dalle bolle pontificie:

A Roma per le Bolle che desidera, non mancherò di scrivere. Quanto a quell'altre, emanate contra quelle che falsamente imputavano agli Ebrei d'aver trucidato fanciulli cristiani, può essere, che sieno verissime; ma posto anche questo, nulla pregiudican al fatto suo. Da molti successi veri, saranno nati clamori contra gli Ebrei quasi comuni, e si sarà dato motivo a più accuse, anche talvolta false, la qual libertà si sarà stimato bene correggere colle dette Bolle, meritando sempre tal pena chi falsamente di ciò gli accagionasse65.

Qui Tartarotti ­ che rispondeva alla preoccupazione di Bonelli sull'esistenza di bolle papali che smentivano le accuse di omicidio rituale (cosa che rischiava di stravolgere il piano dell'opera) ­ con l'espressione «molti successi veri» si riferiva indubitabilmente ad episodi "reali" di infanticidio; infanticidi, però, che avrebbero successivamente dato la stura a tante accuse dello stesso tipo mosse agli ebrei, alcune delle quali «talvolta false». In questo frangente, la separazione tra il "vero" e il "falso" ­ necessaria operazione di bonifica concernente la ricerca storica ­ non riguardava un'appropriata revisione critico-culturale dell'intera vicenda in oggetto, quanto piuttosto il giusto peso da conferire alle fonti: le bolle papali menzionate, rassicurava il roveretano, non smentivano l'accusa di omicidio rituale, ma andavano contestualizzate, in quanto si riferivano esclusivamente ai casi in cui tali accuse erano infondate. Casi rispetto ai quali i pontefici avevano reputato opportuno prendere le distanze.

Lo studioso francescano Eliseo Onorati, autore di un lavoro monografico su Bonelli, quando dichiara che «pure il Tartarotti sosteneva l'idea degli infanticidi rituali e offrì parecchi aiuti e consigli», ha certamente ben presente questo passo della relazione epistolare tra i due eruditi, conservata nel suo convento66.

Nella Dissertazione apologetica del 1747, Bonelli mostrava di aver fatto tesoro del consiglio di Tartarotti. Il frate, inoltre, avrebbe considerato di poco conto il rilevante contenuto delle quattro bolle di Innocenzo iv, emanate tra il 1247 e il 1253, in quanto superato dalle disposizioni papali successive:

Quella [bolla] poi d'Innocenzo iv, che fa più al caso [...] debbonsi però avvertire le seguenti parole, con le quali si dà a conoscere cosa biasimi, e voglia rimediato esso pontefice: «Perché alcuni per carpire ed usurpar ingiustamente i loro beni, falsamente ad essi imputano che nella solennità della loro Pasqua si comunichino col cuore di un ucciso fanciullo, credendo ciò comandato dalla loro legge, quando è alla stessa manifestamente contrario, e però a' medesimi maliziosamente oppongono il cadavere d'un uomo morto, qualor divenga in qualche luogo di ritrovarlo»67.

Aggiungeva Bonelli, adottando l'argomentazione che gli era stata fornita da Tartarotti:

Vietano adunque i prelodati pontefici soltanto, e rigorosamente proibiscono, che su vani sospetti e romore popolaresco senza le previe giuridiche procedure e forme delle leggi prescritte, non vengano i meschini ingiustamente molestati, fino a perdere e riputazione, e robba, e vita [...]. Con quanta delicatezza ed isquisita circospezione si regolino in somiglianti affari i Romani Pontefici, e quanto lontano sieno dalla folle e superstiziosa vaghezza di profanare co' falsi martiri il santuario68.

E così concludeva significativamente:

quand'anche e gli editti degli imperatori e le lettere de' lodati Pontefici si esprimessero in termini sì forti, che giugnessero a negare tutti gl'infanticidi [...] poco ad ogni modo, anzi nulla di vantaggio potrà quindi trarne il Wagenseilio: mentre abbiamo ed Imperatori e Sommi Pontefici sì a Federigo, come pure a Gregorio ix ed Innocenzo iv posteriori, che di questi infanticidi dagli ebrei commessi ci fanno fede, e con ciò vengono questi ad atterrare quanto dagli antecessori loro fosse stato detto in contrario. Ora Sisto iv riconosce il martirio del beato Simone, approvando i processi fatti in Trento, [...], anzi questo medesimo giudizio di Sisto iv vien confermato da Sisto v un secolo dopo [...]. L'Editto poi di Federico fu quasi direi espressamente rivocato ed annullato dall'Imperadore Massimiliano figliuolo dello stesso Federico, ed immediato successore di lui con altro suo emanato pochi anni dopo quello del padre, nel quale va dichiarando purtroppo esser vero che gli ebrei crudelmente uccidevano i bambini cristiani69.

In realtà, ben altre, inequivocabili e perentorie parole aveva espresso Innocenzo iv, in particolare nella lettera del 5 luglio del 1247, inviata ai vescovi francesi e tedeschi al fine di arrestare le misure repressive prese contro gli ebrei in quei territori a seguito di accuse di omicidio rituale70.

La corrispondenza tra Tartarotti e Bonelli, che si era interrotta il 12 agosto 1742 con la lettera inviata dal francescano dal convento di Pergine, riprendeva nel 1746 con una sua nuova richiesta all'illustre interlocutore, relativa a un prestito del "Processo, che tiene, del B. Simonino". Il progetto di una Dissertazione apologetica e il nome del Wagenseil apparivano per la prima volta nella loro corrispondenza:

Si è lavorata da noi una Dissertazione Apologetica contra Gio. Cristoforo Wagenseilio su gl'infanticidi Giudaici, [...]. Uscirà alla luce sotto il titolo d'Anonino Trentino, onde non divenga più oscura di quello che è in se medesima per l'oscuro nome dell'Autore. Tosto che sarà pubblicata gliene spedirò una copia71.

Interessante è la considerazione avanzata da Tartarotti nella lettera del 17 luglio 1746, parte della quale è già stata citata in apertura di questo studio («mi rallegro che abbia preso a confutare il Wagenseilio [...]»). Qui, il roveretano, oltre che confermare la sua distanza dalla produzione controversistica protestante ­ cosa già sottolineata, anche se in questo contesto tale distanza è da mettere in relazione alle argomentazioni con cui il Wagenseil aveva negato la realtà dell'omicidio rituale72 ­, esprimeva il suo scetticismo sull'accusa di antropofagia mossa nei confronti degli ebrei, cioè:

Non solo d'aver rapiti, e trucidati fanciulli s'accusano comunemente gli Ebrei; ma ancora, che loro abbiano bevuto il sangue, il che è una specie d'antropofagia, contraria alla natura, e in chi o da vizio di ventricolo, o da lungo avvezzamento non vi sia stimolato, poco par verità verisimile. Io non so se il Wagenseilio tocchi punto questo argomento.

L'uso del sangue per scopi magico-rituali ­ che alcuni studiosi indicano come precondizione essenziale perché si possa parlare di omicidio rituale ­ non contrassegnò invece tale accusa sin dal principio; piuttosto, dai tempi più remoti il mito dell'omicidio rituale fece riferimento al solo tema della "crocifissione" di infanti cristiani da parte degli ebrei, che avrebbero rinnovato così l'originario deicidio: omicidio rituale «in odio alla fede di Cristo», quindi, senza l'implicazione dell'uso del sangue delle vittime, che è una variante di tarda acquisizione, risalente al xiii secolo73.

In questa lettera ­ l'ultima delle undici qui pubblicate, e probabilmente anche l'ultima missiva rimastaci tra quelle inviate da Tartarotti a Bonelli ­ egli, dunque, si mostrava poco incline a credere al fatto che gli ebrei si nutrissero del sangue delle loro vittime. Tartarotti dichiarava senza mezzi termini il suo scetticismo sull'effettiva realtà di una pratica antropofagica del popolo ebraico. Pratica che sembrava riferire, casomai, a particolari affezioni, di tipo patologico, ma comunque relative a singoli individui74.

Bonelli, che scriveva il 26 luglio 1746: «il Wagenseilio non fa forza alcuna sull'argomento tratto dall'antropofagia», si rivolgeva nuovamente a Tartarotti il 23 agosto dello stesso anno, palesando l'intenzione di approfondire, comunque, tale tema: «l'argomento tratto dall'antropofagia, e da lei suggeritomi, sarà da me trattato, e sciolto per mio avviso bastantemente».

Il manoscritto di Rovereto contenente le ventiquattro lettere che Bonelli spedì a Tartarotti testimonia della prosecuzione del rapporto epistolare oltre la data dell'ultima missiva ricevuta da Bonelli (17 luglio 1746). Purtroppo non mi è riuscito di ritrovare le lettere spedite da Tartarotti successivamente a tale data, l'esistenza delle quali è però confermata da alcune affermazioni del frate trentino. Così Bonelli, riferendosi chiaramente a una lettera precedente, si rivolgeva infatti al suo interlocutore il 20 agosto del 1747:

La ringrazio in primo per l'aggradimento che dimostra per l'operetta del B. Simone. E rendo grazie altresì al suo Padre, per la bontà usata nel leggerla e compatirla. Intorno le sagge riflessioni da lui fatte sulla lunghezza delle note, non ho altro che rispondere, se non che vien a simili eccezioni bastantemente soddisfatto nell'Avviso e Protesta al Lettore, dove cercasi di giustificare tal condotta tenuta nella Dissertazione.

Ancora il 5 giugno 1748, a dimostrazione del fatto che le richieste di materiali proseguivano vicendevolmente, Bonelli scriveva a Tartarotti: «non si tostò ricevei il di Lei pregiatissimo foglio, che subitamente volai alla nostra comun Biblioteca per vedere l'accennato luogo di Cassiano». Soltanto successivamente la loro relazione si sarebbe interrotta, lasciando lo spazio a una continua e spesso feroce polemica. Tartarotti, deluso dal francescano, avrebbe avuto modo di confermare il giudizio espresso nell'epoca in cui ­ almeno apparentemente ­ il loro sodalizio viaggiava sui binari dell'armonia: «È molto tempo ch'io conosceva quel Padre per un puro, e mero Frataccio, né doveva mischiarmi seco lui. Lo farò però per l'avvenire»75.

Appendice

Undici lettere spedite da Girolamo Tartarotti a Benedetto Bonelli (1740-46)*

Molto Reverendo Padre e Signore Osservandissimo

Ho tutto il piacere d'adoperarmi a favore di Sua Paternità Molto Reverenda, massimo in un'impresa così lodevole e pia, qual è quella, ch'ella m'accenna. Come però col Sig. Dr. Girolamo Ballerini non altro che di passaggio discorsi io di quel mio Manoscritto, così egli non ha potuto darlene idea giusta. Egli non contiene se non la Relazione che diede il Tiberino a' Rettori di Brescia76; con quel miracolo in otto versi espresso, il qual principia: Saith Hebraeorum caussam etc, cose tutte pubblicate prima dal Surio, poscia da' Bollandisti. È vero, che per far riflessione sopra molte lezioni, non poco potrebbe servire il medesimo, collazionandolo coll'edizione de' Bollandisti; al qual effetto, se ella vorrà farne uso, sarà da me molto volentieri servita. In quell'edizione le poche parole Ebree compariscono assai mal trattate, e i versi, che il Tiberino ha incastrati nella sua scrittura non sono, se ben mi sovviene, contrassegnati nè distinti in alcun modo; il che è contra l'obbligo d'un buon editore. Circa i Poemi, ch'ella mi scrive d'aver ritrovato, bisogna vedere, se tutti meritano d'essere pubblicati. Quanto poi ad Ubertino Pusculo, Brixiensis senza alcun dubbio77. Da Pressanone in quel tempo non si poteva aspettare una cosa simile. Chi circa questo Scrittore le disse, che nella Libreria Bresciana del Cozzando78 non si trova, la servì molto male. Sta alla pag. 200 della parte prima, benché il Poema sopra il martirio di S.Simone non vi sia registrato. In abbozzo di Biblioteca Militare Italiana, da me in Roma compilato, questa osservazione ritrovo, sotto il nome di Francesco Marzioli Bresciano. Di questa stessa famiglia penso io, che fosse Ubertino Pusculo, letterato Bresciano, il qual fiorì intorno all'anno 1450, e scrisse tra l'altre cose il Martirio del nostro B. Simone in verso Latino, non mentovato dal Cozzando. Per latinizzare il suo cognome, all'usanza di quel secolo, è probabile, che di Marzola si trasformasse in Pusculo. I Padri Bollandisti si meravigliano che a quella Brunetta, la qual per altro fu complice del misfatto, non si vegga dato alcun castigo79; il che è segno, che non videro il Martirio del B. Simone, scritto da Ambrosio Franco da Arco80. Questo Autore dice tra l'altre cose d'aver tratta la sua Storia dal Processo, che fu formato contra i malfattori. Io mi ricordo benissimo d'aver una volta veduto qui in casa questo Processo, benché ora non lo abbia alle mani. Per diligente, che sia stato nello spoglio il Franco, il che non sappiamo, potrebbe tuttavia servire il medesimo per distinguere le esagerazioni rettoriche di quello Scrittore dalla pura e mera verità del fatto, ch'è quel che si cerca in queste materie. A me non è noto precisamente il disegno, ch'ella ha formato in questa sua fatica; ma in qualunque maniera; quando ella creda di doversene prevalere, non mancherò d'usare ulteriori diligenze per rinvenirlo. Le bacio le mani, e sono

Di Sua Paternità Molto Reverenda

Rovereto 14 maggio 1740

Affezionatissimo Servitore Girolamo Tartarotti

Molto Reverendo Padre Signore e Padrone Colendissimo

Rovereto 4 giugno 1740

Dall'ultimo foglio di Vostra Paternità Molto Reverenda comprendo meglio il disegno suo, intorno alla pubblicazione degli Atti del B. Simone, lodando io l'ordine, che medita di tenere, e le ricerche, che ha in animo di fare. Quanto ad Ubertino Pusculo, nulla di più di quello, che già le trasmisi, contiensi nella già accennata Biblioteca Militare, ch'è opera mia; e nulla di più potrebbe contenervisi, perroché in essa non altri, che gli Scrittori Italiani, i quali dell'Arte Militare, o d'alcuna della sue parti hanno scritto, si contengono; e quella conghiettura fu da me colà aggiunta accidentalmente. Bensì potrò servirla di quanto intorno a questo Scrittore ha detto il Cozzando, come pure di ciò, che scrive di Gio. Calfurnio81. Del Tiberino non parla egli; ma nel mio esemplare v'ha qualche cosa aggiunta di mano di mio Fratello di felice memoria. Bensì ne parla il Fabbrizio nel tomo iv della sua Biblioteca Latina mediae, et infimae aetatis82. Tutto quello, che da questi Autori ho potuto raccogliere, troverà ella qui annesso. Del Calfurnio parla anche il Papadopoli nell'Historia Gymnasii Patavini83, le parole di cui le trasmetterò desiderandole ella. Vengo al Pavino, di cui parla bensì il mentovato Fabbrizio; ma dell'opera, da Vostra Paternità Molto Reverenda desiderata, non fa menzione alcuna, onde dubito ch'ella qui pure sia stata malamente informata. Di questo Scrittore, oltre al Papadopoli, parlano il Mireo nella Giunta al Tritemio, e più a lungo l'Oudino nel Commentario De Scriptor Eccles84,delle parole de' quali potrò servirla, se vorrà, come pure di quelle del Fabbrizio; benché quegli, che può giovare a Lei, è veramente l'unico Papadopoli, da cui in proposito del Responsum in caussa B.Simeonis Tridentini, et Apoteosi S. Bonaventurae, sono citati lo Scardeone (Lib. 2. Clas. 8. pag. 180.) il Portinari(Lib. 7. Cap. 4. pag. 242.) e il Pancirolo(Lib. 3. Cap. 44. pag. 371). Quando da questi Scrittori Padovani, visitandogli ne' citati luoghi, non s'abbia alcun lume di tal Risposta, se sia mai stata pubblicata, o almeno dove si trovi Manoscritta, altra traccia non saprei suggerirle per rinvenirla. Degli accennati tre Autori niuno v'ha non solo nella mia piccola Libreria; ma né pure, per quanto io so, in tutto Rovereto, onde non posso vedergli. A lei però sarà facile col mezzo di qualche amico in Padova ottenere il suo intento. Quanto al Sig. Canonico Gagliardi, non solo egli è amico mio distintissimo; ma per altre cose mie debbo appunto scrivergli in breve, onde potrò servirla anche intorno alle notizie, che da Brescia ella desidera. Della famiglia Sala parla Giulio Cesare da Beazianonella sua Fortezza Illustrata85, e nomina quel Giovanni Sala, che fu Podestà di Trento l'anno 1475. Qui inclusa troverà ogni cosa intorno alla canonizzazione de' Santi, suppongo, ch'ella avrà alle mani la grand'Opera del Sig. Card. Lambertini de Beatorum Canonizatione in Tomi iv in fol. ch'è un mare magnum in tal materia. Quivi infallibilmente si parlerà a lungo anche del martirio de' fanciulli, e troverà quanto può desiderare in questo proposito. M'era dimenticato di dirle, che circa i tre Scrittori Bresciani Tiberino, Calfurnio, e Pusculo, è necessario vedere Ottavio Rossi Bresciano86, ch'io non ho, e da cui probabilmente avrà tratto tutto ciò che scrive il Cozzando. Di quest'ultimo promette trattare anche il Fabbrizio, ma quel Tomo non è pur anche uscito in luce. Per altro barbarie io non chiamerei in conto alcuno quella del secolo, in cui tali Autori fiorirono, almeno in Italia. In quella età, oltre al Petrarca, erano già fioriti il vecchio Guarino, il Poggio, il Valla, Leonardo Aretino, e moltissimi altri, Scrittori tutti eleganti. Quelli poi, che attualmente fiorivano, sono innumerabili. Si può dire che in quel tempo poche città erano in Italia, che non avessero più scrittori eleganti, e Latini, in particolare poi Brescia; di che è facile l'accertarsi, solamente riflettendo che tutta la bell'Opera, intorno alla Letteratura Bresciana, pubblicata poco fa dal Sig. Quirini, versa intorno a quel secolo. Questo è ben vero però, che nel fatto dell'interne bellezze del dir Latino sì in prosa, che in verso, erano ancora alquanto addietro, e fu in ciò il primo il Bembo ad alzare la face; ma con tutto questo barbarie non si può dir che regnasse in Italia nel secolo xv. Le mando il Manoscritto desiderato, di cui la prego avere tutta la cura, perché lo tengo assai caro. Nelle prime parole del Tiberino io ritrovo un'esagerazione rettorica: Rem maximam, qualem a passione Domini ad haec usque tempora nulla unquam aetas audivit, etc., simili fatti essendo accaduti e dopo, e avanti a quello di Trento87. Se Ella adunque non dì nella Prefazione un Sommario de' medesimi fatti, come mi parrebbe ben fatto, potrebbe far ciò in una nota a questo luogo. In fine al mio Manoscritto ella troverà qualche cosa a questo proposito. Anche l'Epigramma del medesimo merita considerazione. Quel ciecus eget lumine, come leggono gli altri, mi pare, che non dia nulla di nuovo. Il mio ha coetus che forse è meglio. Di quel fatto niuna memoria si conserva qui; di che non mi meraviglio punto, niun vestigio di miracolo sapendovi io ravvisare. Roveredi ancora leggono gli altri, il mio Rovereti, e meglio, anzi loderei, che Vostra Paternità Molto Reverenda così riponesse nella sua edizione. Il vero sarebbe Roboreti. Per altro, e nel 400, e dopo ancora, è difficile il ritrovar in iscritture eleganti Roveredum, o Rovereto, ch'è un barbarismo del popolo. Il mio Manoscritto rappresenta la pronunzia più elegante Italiana, e può star benissimo. Almeno sarà assai meglio di Roveredi; il che non posso persuadermi che il Tiberino abbia scritto. Ella dirà, che anche i Bollandisti hanno tratto da' Manoscritti. Io però rispondo, primo, che a' Bollandisti può essere stato più noto Roveredo, che Rovereto, e però hanno potuto giudicarla lezion migliore. Secondo noi non sappiamo, se i Manoscritti, de' quali essi si sono serviti, sieno del sec. xv, e contemporanei al fatto, come siam certi, ch'è il mio. Rimetto però ogni cosa all'erudizione, e al discernimento di Vostra Paternità Molto Reverenda.