«Una forma di consiglio unito
per Napoli e Milano»:
alle origini del Consiglio d'Italia(1554-56)

di Antonio Álvarez-Ossorio Alvariño

Nel luglio 1554 Filippo ii sbarcava in Inghilterra. Il seguito era composto in buona misura da nobili spagnoli, italiani e fiamminghi, nonché dai loro servitori.

Risultò difficile per gli spagnoli adattarsi allo stile di vita degli inglesi, nonostante molti giovani aristocratici avessero già affrontato le difficoltà dell'adattamento a nuovi usi e costumi molto differenti dai propri, accompagnando il principe tra il 1548 e il 1551 nel celebre felicísimo viaggio attraverso l'Italia settentrionale, l'Impero e i Paesi Bassi. Forse essi confrontavano la vita nell'Inghilterra meridionale con le allegre giornate godute nelle città italiane o fiamminghe. Il conte di Feria riconobbe che «il Re e la Regina Nostri Signori stanno bene e altrettanto stiamo noi tutti loro servitori, adattati alla vita d'Inghilterra, anche se essa non è di grande soddisfazione e piacevole come altre che abbiamo provato»1.

I ministri del principe confrontavano il carattere dei due popoli. Juan Briviesca de Muñatones, alcalde de casa y corte, segnalò da Londra che gli inglesi «sono diversi e mutevoli e di poca fermezza, e che aborriscono gli stranieri», mentre «la nostra gente è ben disciplinata, anche se parla troppo»2. Nella relazione di Andrés Muñoz, così come nelle lettere dagli spagnoli nel corso di quei mesi, abbondano i commenti sul vestiario, sulle abitudini alimentari degli inglesi, così come sui loro costumi e sui conflitti con gli spagnoli.

Il viaggio in Europa aveva permesso al principe di imparare ad adattarsi agli usi delle diverse nazioni della Cristianità. In particolare, Filippo comprese la necessità di adattare la propria immagine di maestà agli usi del territorio nel quale si trovava. L'eccessiva gravità avrebbe potuto suscitare ostilità e risentimento, mentre un comportamento più affabile e accessibile gli avrebbe avvicinato gli animi della nobiltà locale. In Inghilterra dimostrò di aver tratto le necessarie conseguenze dall'esperienza maturata precedentemente.

Contrariamente a quanto aveva fatto durante la sua permanenza a Genova, alla fine del 1548, nel 1554 Filippo fu attento a evitare l'isolamento nei palazzi, mostrandosi ai sudditi. Come scriveva il segretario Gonzalo Pérez da Londra «Sua Maestà e la regina stanno bene, e quelli di questo regno sono molto contenti di vedere che il Re esce e si mostra loro. L'altro giorno egli andò a messa nella cattedrale, che è nel centro della città, e oggi è andato qui nei pressi in un monastero, che è ricchissimo»3. Gli spagnoli che lo accompagnavano ricevettero severe istruzioni affinché evitassero qualsiasi discussione e alterco con gli abitanti dell'isola4.

L'alcalde Juan Briviesca descrisse il comportamento adottato dal principe per guadagnarsi la stima degli inglesi e ottenere la reputazione di rey justiciero. «Qui avvenne che uno spagnolo uccise un inglese che lo aveva provocato dandogli uno schiaffo. Perciò, riunimmo i giudici locali e lo condannammo a morte; anche se ci furono persone che intervennero con la maestà della regina e del re perché ottenesse il perdono, la maestà del re non lo concesse, così il colpevole venne giustiziato. Ciò fu molto opportuno poiché è su queste basi che si deve accreditare la giustizia del re e gettare radici. È stata cosa che ha dato molta soddisfazione al popolo sapere che si deve fare Giustizia e si fa»5.

Nei primi mesi del soggiorno di Filippo in Inghilterra la priorità fu data al ristabilimento del culto cattolico e all'obbedienza del regno alla Sede apostolica6. I re celebrarono il rientro del cardinal Reginald Pole e ottennero che il Parlamento si pronunciasse a favore di un rinnovato riconoscimento dell'autorità spirituale del pontefice. Gonzalo Pérez si rallegrò del «buon successo di questo negozio che è risultato il più ammirevole mai udito e che maggiormente meritava di essere visto negli ultimi anni»7. Ai primi di dicembre del 1554 le solenni celebrazioni svolte per la sottomissione del regno alla Chiesa romana permisero alla propaganda del principe di sottolineare la sua immagine di re cattolico. L'avvenimento ebbe un'eco particolare nei domini italiani di cui Filippo aveva ricevuto il governo. Da Napoli, il cardinale di Sigüenza considerò che la «sottomissione dell'Inghilterra», ottenuta attraverso la persuasione e senza l'uso della forza, costituiva un avvenimento senza precedenti dai tempi dell'imperatore Costantino8. Il principe aveva bisogno di questi trionfi politici per rinsaldare la propria reputazione mentre le corti europee attendevano l'imminente successione dell'affaticato imperatore.

Una volta raggiunto in apparenza l'obbiettivo di ristabilire il cattolicesimo, Filippo dedicò la sua attenzione al governo dei domini italiani. La presunta gravidanza della regina gli impediva di partire per Bruxelles e raggiungere suo padre, come questi desiderava. Il protrarsi della permanenza del principe in terra inglese e il relativo ritardo del previsto incontro a Bruxelles spinsero Carlo v a compiere il trasferimento del governo effettivo del regno di Napoli e dello Stato di Milano. In quei mesi le questioni lombarde suscitavano costanti preoccupazioni alla corte dell'Imperatore. Da una parte continuavano i rovesci militari in Piemonte e la sensazione che alla corte di Bruxelles e Londra nessuno decidesse di adottare le soluzioni necessarie per garantire la difesa d'Italia alimentava negli alti quadri dell'esercito il malcontento e la sfiducia9. Dall'altra, la presenza di Ferrante Gonzaga a Bruxelles causò in Carlo v la preoccupazione di concedergli una gratificazione onorifica come riconoscimento dei servigi prestati.

I principali consiglieri dell'imperatore provavano disagio e diffidenza per la vicinanza del pro rex che avevano contribuito a privare del potere. La distanza tra Gonzaga e il vescovo di Arras era palese: Perrenot manteneva allora una relazione amichevole con la casa Savoia, nemica dichiarata di Ferrante10.

Il prelato borgognone era al corrente delle azioni compiute in territorio padano dai commissari Bernardo de Bolea e Francisco Pacheco. Le indagini a Milano cominciarono a giugno e si protrassero per mesi. In uno studio ormai classico Federico Chabod analizzò alcuni casi di corruzione e malcostume emersi in questi processi, nel contesto delle prassi seguite dai tribunali di Stato di Milano in cui dominavano le reti clientelari e familiari11.

I commissari mantennero Antoine Perrenot informato dei progressi delle indagini, inviandogli periodicamente le informative circa i comportamenti illeciti del governatore e dei suoi ufficiali a Milano, Alessandria, nel Monferrato e in Piemonte. Nel novembre del 1554 i visitadores espressero al prelato il desiderio di ampliare il loro ambito di indagine. Piuttosto che limitarsi a esaminare il comportamento di Ferrante e di alcuni dei suoi servitori, proposero di estendere le inchieste dal particolare al generale, indagando sull'azione dei tribunali lombardi. Perciò suggerirono a Perrenot di richiedere di essere «servito e che si proceda ad esaminare quei tribunali, che sarebbe di gran utilità», ampliando così i poteri loro conferiti dall'imperatore. In ogni caso, riconoscevano che la priorità spettava alla conclusione delle loro ricerche sulle accuse formulate contro Gonzaga, questione che aveva originato l'inizio dei procedimenti giudiziari. Per questo dichiararono che «nella questione dell'esame dei tribunali si intende condotto a termine tutto quanto il da farsi in Piemonte e Monferrato, per via della sua rilevanza»12. I commissari desideravano, in quel periodo turbolento, rafforzare il proprio potere a Milano, trasformando la visita mirata in un'inchiesta complessa sulla condotta dei ministri e degli ufficiali preposti allo Stato di Milano. Ma alla corte imperiale non si ritenne opportuno ampliare le facoltà dei commissari in un momento di incertezza e guerra aperta. La sfida tra Gonzaga e i commissari si fece più aspra dopo l'arresto e l'incarceramento di Sigismondo Fanzino, un importante criado del governatore. Bernardo de Bolea comunicò a Perrenot l'arresto di Fanzino che venne recluso ad Alessandria13.

A metà dicembre del 1554 Ferrante Gonzaga ottenne dall'imperatore l'ordine di sospendere, sino a nuovo ordine, le azioni dei commissari nelle cause che coinvolgevano il governatore14. Bolea valutò che fosse giunto il momento di presentare a Perrenot le proprie richieste di una ricompensa per i servigi prestati in indagini così scomode e rischiose. Il commissario desiderava ottenere la concessione della Tesoreria generale del Consiglio di Aragona o il governo della stessa Aragona. In ogni caso, aspirava a un compenso sostanzioso, che implicasse entrate in contanti «o che gli si desse il salario a casa sua perché in altro modo non si sarebbe potuto mantenere qui con moglie e tanti familiari»15. Allo stesso modo il togato aragonese richiedeva al vescovo di Arras di sollecitare la nomina di un nuovo governatore, affinché si superasse la situazione di incertezza esistente a Milano, dando conto dei successi dell'esercito francese in Piemonte e delle piazze che recentemente erano state conquistate, come Ivrea: «In ciò che spetta alle cose di governo di questo Stato e del Piemonte, ogni giorno si vede maggior necessità poiché non è bene che resti senza capo».

Bolea rimase vari mesi a Milano senza ottenere le mercedi a cui aspirava. Verso la metà del 1555 ricevette con gioia la notizia della nomina del duca d'Alba come governatore, e a giugno comunicò a Perrenot che «l'arrivo del duca ha soddisfatto quelli di questo Stato che poi hanno conosciuto la prudenza e abilità con cui tratta le questioni, virtù che è assai necessaria negli affari di quaggiù». Il giurista si trasformò in uno dei principali consiglieri del duca, al quale suggerì che facesse attenzione al potere che il Senato stava accumulando. Il governatore elogiava nelle lettere al re Filippo i meriti dei commissari, affermando: «Io non ho mai trovato uomini di cui ci si possa così completamente fidare in qualsiasi tipo di affare, per la buona volontà con cui servono Vostra Maestà e la nettezza e la capacità d'azione»16.

Bolea continuò a restare nell'attesa che il vescovo di Arras ricompensasse i suoi servigi con la concessione di una pensione ereditaria di qualche centinaio di ducati, da riscuotersi presso la tesoreria di Aragona o l'Hacienda del Regno di Napoli, sui beni confiscati al principe di Salerno o al duca di Ferrandina. Ad ogni modo, l'aragonese rifiutava l'eventualità di essere premiato con un incarico, preferendo una pensione o mercede che implicasse denaro contante. Il togato fece sapere a Perrenot: «Rimetto ogni cosa nelle mani di Vostra Altezza, avvertendo che l'offerta di un incarico, anche se molto buono, non la considero una remunerazione, poiché se me la offrono l'assumerò e spenderò i miei beni nel servigio; ma è certamente vero che nel caso mi si desse la tesoreria di Aragona, essendo a casa, mi riterrei soddisfatto»17. Bolea non desiderava quindi nuovi onori e offici, ma sostanze con cui mantenere la sua famiglia e godere del premio dei suoi servigi, prestati lungamente all'imperatore nei suoi domini italiani. Ma non ottenne né onori né vantaggi.

Nell'agosto del 1555 i commissari si trovarono in prima fila nella politica lombarda. Il duca d'Alba si mostrava incline a rafforzare il lavoro del Consiglio segreto e a limitare il ruolo del Senato. Questa linea d'azione si rifletté sul cerimoniale. Il governatore dispose che i due commissari partecipassero alle riunioni del Consiglio segreto «come visitatori». Nell'ordine gerarchico di precedenza il gran cancelliere occupò il posto più onorifico, alla sua destra i presidenti del Senato e il magistrato delle entrate, mentre al lato sinistro della tavola si accomodavano Bernardo di Bolea e Francisco Pacheco.

In risposta alle lamentele del presidente del Senato, Alba argomentò che quest'ultimo assisteva al Consiglio segreto «non come presidente ma come consigliere e che don Bernardo, che è membro del Consiglio supremo, entrando a far parte come consigliere doveva precedergli nel Penale», in considernazione della sua qualità di visitatore inquirente18.

In agosto l'eco della controversia giunse sino al consiglio di Napoli e Milano che assisteva il re Filippo ad Hampton Court. Il reggente Schizzi, uno dei membri del consiglio, espresse il suo rifiuto alla pretesa di Bolea di avere la preminenza sul presidente del Senato nel Consiglio segreto. Schizzi si lamentò poiché l'aragonese «per stabilire et fortificare meglio la sua pretensione s'intitola per visitatore, nome tanto odioso in quella Provincia»19. In effetti, i magistrati lombardi e il patriziato milanese avevano ricevuto con diffidenza i commissari, spesso spagnoli, inviati periodicamente dall'Imperatore con l'incarico di ispezionare l'amministrazione della giustizia e delle finanze.

I ministri locali ritenevano che l'ordinamento giuridico disponesse di strumenti propri d'ispezione interna e che l'ingerenza dei commissari e visitatori fosse una violazione dell'ordinamento stesso per via della loro estraneità e per la straordinarietà dei procedimenti da loro instruiti. Il reggente Schizzi riteneva che la concessione a Bolea della precedenza nel Consiglio segreto avrebbe presupposto una lesione all'autorità del presidente del Senato e avrebbe compromesso la reputazione del tribunale supremo.

Sei mesi dopo Bolea interruppe il suo soggiorno infruttuoso in terra lombarda per partire con il suo nuovo protettore, il duca d'Alba, di ritorno a Napoli. Nel marzo del 1556 Bolea e Francisco Pacheco scrissero un'amara missiva al vescovo di Arras, lamentandosi di come a Milano avessero perso reputazione e profitto. «Ben impiegati sono stati i pericoli corsi e il lavoro svolto, poiché al momento della loro remunerazione ci siamo ritrovati in bianco, cosa del tutto nuova, poiché siamo i primi visitatori che Sua Maestà ha lasciato senza compenso al termine della visita svolta. Tutti pensano che ciò non è privo di mistero». I ministri spagnoli conclusero la loro lettera ricordando a Perrenot il suo dovere di proteggerli da una tale infamia e di favorirli ottenendo per loro qualche importante compenso: «giacchè fu Vostra Signoria che ci inviò a Milano ci tiri fuori preservando la nostra onorabilità»20.

In quel periodo il vescovo di Arras aveva perduto in gran parte la sua posizione privilegiata presso il sovrano, che in passato gli aveva permesso di distribuire i favori del suo patronato, intervenendo decisamente nel governo dei regni. I commissari non furono immediatamente ricompensati per aver contribuito a danneggiare la reputazione di Gonzaga in Lombardia, ma ottennero alcuni anni dopo i desiderati compensi. Francisco Pacheco ebbe il cappello cardinalizio nel 1561 e arrivò ad essere vescovo di Burgos. Bernardo de Bolea venne nominato vicecancelliere del consiglio di Aragona dal 1562, carica che ricoprì sino alla morte nel 1585.

Le vicende dell'ispezione realizzata a Milano alla fine del 1554 erano strettamente legate alle dinamiche della successione e delle complesse relazioni tra le corti di Londra e Bruxelles. I processi che coinvolgevano Ferrante Gonzaga misero in luce il mutamento delle alleanze in un momento particolarmente teso e incerto. Il caso dell'aristocratico mantovano si convertì in una questione sulla quale Carlo v e suo figlio avevano posizioni divergenti. Il principe volle imporre il suo criterio di valutazione e alcune potenti famiglie, come i Toledo e i Savoia, contribuirono in maniera discreta a mantenere viva l'inimicizia tra Ferrante e la corte di Londra.

Sin dal suo arrivo in Inghilterra, nel luglio del 1554, Filippo aveva accettato di svolgere un ruolo secondario nel governo del regno di Napoli e dello Stato di Milano. La possibilità di un incontro a Bruxelles con suo padre per stabilire il passaggio dei poteri ritardò per qualche mese l'assunzione di qualsiasi decisa posizione in materia. Però, dopo aver proclamato l'obbedienza a Roma del regno inglese, Filippo iniziò a manifestare interesse per l'assunzione del governo dei suoi due territori italiani. A fine novembre, l'alcalde Juan Briviesca commentò il desiderio di occuparsi degli affari che dimostrava il re, così come le sue eccellenti qualità a compiere i doveri inerenti al suo officio. La sua volontà di governare era frustrata dal ruolo secondario assunto, in parte forzato dalle circostanze, in parte per propria volontà, nelle questioni politiche dei regni d'Inghilterra e d'Irlanda. L'alcalde di Corte lodò in una lettera diretta a Perrenot l'abilità politica del re: il vescovo d'Arras doveva comprendere che il principe ambiva al comando e che era maturo per assumere il governo dei domini italiani. Dato il ruolo di protagonista che esercitava allora Perrenot nella cerchia dell'imperatore, era chiaro il messaggio che si voleva far arrivare a Bruxelles dalla Corte di Londra.

Secondo Juan Briviesca «la Maestà del re sta bene, tratta gli affari nonostante fino ad ora» ­ si lamentava l'alcalde ­ «non vi sia una reale disposizione riguardo a ciò che si deve fare e non vi sia negli affari un ordine stabilito. Posso affermare a Vostra Signoria, poiché so che sa che è così e gli parrebbe cosa migliore, che la Maestà del re riponesse molta gentil attenzione negli affari, ed è cosa rara quanto abbia ben presente la situazione della Spagna e come si diletti nella comprensione delle questioni, e come sarebbe meglio che lo rendano partecipe di tutti i negozi di governo»21. La reggenza in Spagna e i viaggi attraverso l'Europa avevano permesso al giovane principe di maturare l'esperienza necessaria a compiere il passo condividendo il fardello sino ad allora sostenuto dall'imperatore.

Tuttavia, nella cerchia del principe non abbondavano le personalità idonee a sostenerlo affinché potesse assumere la gestione degli affari di Napoli e della Lombardia con l'adeguata conoscenza delle questioni. Filippo, per svolgere le prime incombenze di re di Napoli e duca di Milano, era ricorso ai membri della sua casa e agli aristocratici spagnoli e italiani del suo limitato seguito. Su diversi temi lo consigliavano il duca d'Alba, Ruy Gómez de Silva, il segretario Gonzalo Pérez e l'alcalde Briviesca, anche se, come segnalava quest'ultimo, non si era stabilita una forma preordinata di lavoro né vi era una vera soluzione degli affari.

A Londra vi era un funzionario spagnolo con grande esperienza nell'amministrazione del regno di Napoli e dello Stato di Milano: il reggente Juan de Figueroa.

Juan Rodríguez de Figueroa, hidalgo di Salamanca, aveva studiato diritto nella sua città natale dove era stato collegiale di San Bartolomé. Aveva ricoperto l'incarico di oidor della cancelleria di Valencia e di auditore presso la Sacra Rota a Roma. Nel dicembre del 1532 era stato nominato reggente del Consiglio collaterale a Napoli, dove divenne uno dei principali consiglieri del viceré Pedro de Toledo, a cui propose diverse riforme amministrative22.

Nel 1540 il potente segretario Francisco de los Cobos intervenne perché gli venisse concesso l'officio di consigliere nel Consiglio reale di Castiglia. In tale occasione, Juan de Figueroa si trasferì alla corte di Carlo v, entrando nel consiglio imperiale come reggente per il Regno di Napoli e intervenendo nel Consiglio di Camera23. Per anni Figueroa collaborò con Perrenot e i segretari Idiáquez e Vargas nelle decisioni relative alla Lombardia, sino a che, nel 1546, il senatore milanese Giacomo Pirovano entrò a far parte del consiglio di Carlo v come reggente per lo Stato di Milano. Nel giugno 1554 il giurista salmantino venne incaricato di consegnare al principe Filippo i privilegi imperiali che lo dichiaravano re di Napoli e duca di Milano. Rimase a Londra insieme ai sovrani sino a che il segretario Francisco Eraso ottenne che Figueroa fosse nominato presidente della Cancelleria di Valladolid24. Tale incarico, piuttosto che essere una promozione, permetteva di allontanare dalla corte di Londra un ministro d'esperienza con una lunga permanenza al servizio dell'imperatore in Italia. Al fine di contrastare l'ostilità di Eraso il salmantino optò per rafforzare le sue relazioni con il vescovo di Arras, assicurandosi un protettore a Bruxelles.

Figueroa ritardò deliberatamente la sua partenza per guadagnare tempo e provare a neutralizzare l'iniziativa di Eraso che lo costringeva a tornare in Castiglia in un momento inopportuno. A metà novembre scrisse al vescovo di Arras richiedendone l'intercessione presso Carlo v per ottenere di conservare, nel periodo di assenza, l'officio di reggente del Regno di Napoli, così come il suo salario. Il principe Filippo gli aveva offerto una mercede di quattromila scudi l'anno, una somma di circa la metà del salario ottenuto come reggente. Egli ringraziò il prelato borgognone per «la gran cortesia e gentilezza che ha sempre usato con me e la volontà di farmi mercede, attitudini che non ho trovato in alcuni che mi dovevano più riconoscenza, avendo sperimentato nel passato molta ingratitudine e disconoscimento dei meriti, poiché costoro non riconoscono nulla, come è ragione della burla in cui ci troviamo tutti noi che attraversiamo il mondo»25.

Figueroa si lamentava di alcuni segretari che realizzavano oscuri traffici nell'entourage dell'imperatore per favorire la sua caduta in disgrazia, condannandolo all'ostracismo. L'ostilità presso la corte non gli impediva di confidare che l'intervento di Perrenot potesse contrastare le manovre di altri ministri aspiranti a collocarsi in prima fila nella lotta di potere connessa alla successione. Trascorrevano i giorni e Figueroa si tratteneva a Londra, insistendo nelle sue richieste e programmando di viaggiare via terra, itinerario per cui aveva bisogno di un salvacondotto per attraversare la Francia. La scusa presentata, «temo di viaggiare per mare in questo periodo», gli permetteva di guadagnare tempo nell'attesa dell'invio del salvacondotto. Il salmantino si giustificò spiegando che non poteva correre il rischio di navigare per mare dal momento che doveva consegnare il testamento dell'imperatore26. Queste astuzie gli permisero di continuare a risiedere a Londra nel dicembre, periodo cruciale in cui Filippo assunse il governo effettivo del Regno di Napoli e dello Stato di Milano.

Da Londra, alla metà di dicembre, Figueroa cominciò a scambiare opinioni con il vescovo di Arras su aspetti inerenti la successione. Dal momento che il prelato gli richiedeva pareri su determinate questioni, il reggente tornò ad esercitare il ruolo di consigliere che aveva svolto per vari lustri al seguito di Carlo v. Figueroa si lamentò, riferendosi al segretario Diego de Vargas, della «scarsità di persone adatte a grandi cose, senza offendere nessuno». Perrenot gli richiese un parere su una questione cruciale che suscitava le preoccupazioni di Bruxelles in quei mesi: la possibile decisione dell'imperatore di ritirarsi in Spagna. A giudizio di Figueroa «riguardo al trasferimento in Spagna di Sua Maestà è vero quanto scrissi che è moltissimo desiderato, e credo anche che per la sua salute e altri giusti aspetti Sua Maestà desidererà lo stesso». Tuttavia, in quel contesto era difficile realizzare il progetto, «essendo le cose generali nei termini in cui stanno, se prima non venga trovata altra soluzione per le cose di questo Regno, in cui Dio si è compiaciuto di fare miracoli, probabilmente si avrebbero opinioni» contrarie a che l'imperatore si allontanasse senza aver obbligato i francesi a ritirarsi dal fronte. Secondo il reggente l'esercito francese si trovava nelle stesse difficoltà di quello dell'imperatore, inoltre Enrico ii doveva fronteggiare lo scontento del regno, senza essere riuscito a portare dalla sua parte la Repubblica di Venezia e il pontefice. Figueroa temeva la reazione dei principi dell'Impero alla partenza di Carlo v, «al vederlo partire con la possibilità di non tornar più». Il salmantino approfittò di questa occasione per lamentarsi del suo esilio «in luoghi dove resterò al di fuori di queste questioni e mi occuperò di cose ben diverse» e per ricordare nuovamente i servigi prestati al sovrano nei «ventitré anni trascorsi fuori dalla Spagna, cosa che non è mai accaduta a nessuno della mia nazione e professione, nonostante altri abbiano ingrandito le loro casate con minor lavoro e con maggior fortuna. Quanto avverrà, piaccia a Dio che del passato non bisogna parlare, poiché il mondo non può ripagare gli esseri umani, se non come esso è e come siamo tutti ciò che lo seguiamo»27. Annunciò ancora la sua imminente partenza verso la fine del gennaio successivo.

Il rientro in Castiglia rappresentava un'amara prospettiva per un giurista che aveva trascorso ventitré anni nei domini italiani e a corte al servizio dell'imperatore. Figueroa sottolineava l'eccezionalità del suo percorso in relazione alla propria nazione e professione, poiché abbondavano gli spagnoli usciti dalla penisola nello svolgimento della carriera militare. Vi erano poi alcuni nobili che figuravano al seguito dell'imperatore nelle varie Case, o che occupavano posti da ambasciatore nelle principali corti europee. Pertanto, molti spagnoli avevano lasciato i regni in cui erano nati per servire come militari, segretari, ambasciatori o servitori della famiglia imperiale. L'hidalgo di Salamanca insistette sull'eccezionalità rappresentata dalla circostanza che per più di due decenni un togato spagnolo si fosse trovato al servizio del sovrano fuori della penisola. Appariva rilevante che il periodo iniziale della sua carriera fosse stato nel Regno di Napoli, il cantiere dove si forgiarono i letrados spagnoli prima di essere destinati in altre località, in Italia o altrove. Nello Stato di Milano i giuristi spagnoli impiegavano molto prima di arrivare a occupare incarichi di rilievo e, ai tempi di Carlo v, si limitò molto la loro presenza al punto che l'alavese Juan de Varahona fu l'unico ad ottenere un posto al Senato. Perciò, buona parte dei commissari spagnoli che periodicamente ispezionavano le finanze e i tribunali lombardi provenivano da Napoli, come Francisco Reverter e Bernardo de Bolea. Il Regno di Napoli fu, nel periodo di governo del viceré Pedro de Toledo, lo scenario dove i giuristi spagnoli cominciarono ad acquistare un certo rilievo nei tribunali che gestivano la giustizia e le finanze. Alla fine del regno di Filippo ii, però, nessuno avrebbe potuto fare un'affermazione simile a quella di Juan de Figueroa nel 1554. Nella seconda metà del secolo i togati spagnoli avrebbero esercitato per decenni le magistrature supreme a Napoli e in Lombardia. Ma, sotto Carlo v, l'accesso degli spagnoli ai vertici del potere nei domini italiani avvenne con un processo lento e graduale e nel caso dello Stato di Milano essi poterono occupare solo tre posti.

Nelle ultime settimane del 1554 si accelerò il passaggio del governo effettivo del Regno di Napoli e dello Stato di Milano. Agli inizi di novembre, Filippo approfittò di un soggiorno londinese del segretario Francisco de Eraso per esprimergli la propria volontà di assumere il governo d'Italia28. I comandi militari e numerosi ministri premevano affinché si compisse finalmente questo passo, dando una svolta al periodo di incertezza che ostacolava i processi decisionali. Si dipingeva a tinte fosche il destino dell'Italia nel caso Filippo non avesse preso le redini della situazione cominciando ad affrontare le questioni di governo. Inoltre, alcuni cortigiani del seguito di Filippo confidavano di accrescere il proprio potere grazie al trasferimento dei poteri decisionali riguardanti Napoli e Milano. Da Londra, il 4 novembre, Gonzalo Pérez scrisse al segretario Vázquez de Molina spiegandogli le proprie aspettative di introdursi nella gestione delle questioni che concernevano entrambi questi domini29.

Rientrato a Bruxelles, Eraso espresse a Carlo v il desiderio di suo figlio di risolvere le situazioni in sospeso relative a Napoli e a Milano. L'imperatore impiegò tre settimane per dare risposta alla richiesta del principe, consultandosi con i suoi consiglieri e con la sorella donna Maria di Ungheria. Il 7 dicembre gli comunicò la sua decisione. Dopo aver ricordato che «Eraso mi ha parlato della provvisione di Napoli e Milano, dicendomi le cause che vi hanno spinto a pensare a essa», Carlo v precisò che «ai reggenti di Napoli e Milano ho ordinato che partano, e si inoltrino i sigilli di quel Regno perché se ne facciano altri uguali»30. Pertanto, i due reggenti italiani dovevano partire per Londra nei giorni seguenti, portando i sigilli, per far sì che il consiglio e la gestione degli affari di entrambi i Regni si facessero dal suolo inglese. L'imperatore indicava, inoltre, quale fosse per lo Stato di Milano la questione più urgente da affrontare. Carlo v informò il figlio dei risultati del lavoro dei commissari Bolea e Pacheco, ricapitolando quanto accaduto a Gonzaga dalla sua partenza da Milano. L'imperatore desiderava che Juan de Vega prendesse il posto di governatore, per il quale gli aveva fatto una nuova offerta, e pensava di sostituirlo in Sicilia nominando vicerè García de Toledo. Propose al principe di chiudere il caso di Ferrante Gonzaga convocando a Bruxelles i suoi detrattori: il Gran cancelliere, il castellano di Milano e il contador principal dell'esercito, Francisco de Ibarra. Ma Filippo rifiutò questa soluzione e la questione di Ferrante Gonzaga continuò ad essere discussa alla corte inglese nei mesi successivi. Inoltre, si cominciarono a considerare altre opzioni per l'incarico di governatore e capitán general dello Stato di Milano. Entrambe le questioni provocarono uno scontro tra i gruppi di potere a Londra, perché si comprendeva che la decisione finale sarebbe dipesa in buona misura dai rapporti di forza tra le fazioni a Corte.

A Londra il principe mostrava una certa impazienza per l'attesa di assumere la gestione degli affari, anche prima di ricevere da suo padre le notizie sul trasferimento dei reggenti. Quando a novembre giunse alla corte inglese uno degli ufficiali che gestivano le finanze lombarde, gli venne concessa udienza, nonostante in quel momento l'imperatore mantenesse il controllo di quelle questioni. Filippo diede conto al padre di questo avvenimento spiegando di non aver adottato nessun provvedimento in merito dopo l'incontro: «il Ragionato di Milano che venne a esporre le cose delle finanze di quello Stato è stato ascoltato e gli si risponderà brevemente, poiché non possiede altro incarico se non quello di esporre le necessità di quello Stato»31.

Seguendo gli ordini dell'imperatore il reggente Schizzi partì da Bruxelles, dove rimasero il suo protettore Antoine Perrenot e il segretario Diego de Vargas32. Il 29 dicembre 1554 il togato cremonese raggiunse Londra e il giorno seguente presentò i suoi saluti al Duca d'Alba, maggiordomo maggiore del principe, che aveva svolto un ruolo di rilievo alla corte imperiale nell'ultimo decennio e che sembrava destinato ad accrescere il suo potere ottenendo da parte di Filippo l'intera eredità di suo padre. Il 31 dicembre Schizzi baciò la mano del principe Filippo. Il reggente informò però dello svolgimento dell'udienza: «mi è data instruzione dal sor. Gonzal Pérez che presto se darà ordine per negotiare, et acenna che se farà una forma di consiglio unito per Napoli et Milano»33.

In seguito, il reggente incontrò il portoghese Ruy Gómez de Silva, sumiller de corps del principe e si scambiarono opinioni su diverse questioni di governo, e sulla situazione del Piemonte. In soli tre giorni il magistrato aveva stabilito i contatti con tre personalità tra le più eminenti alla corte di Londra, che rivestivano un ruolo preminente nelle questioni relative al governo d'Italia. Gonzalo Pérez era incaricato di organizzare il funzionamento del futuro consiglio, mentre il duca d'Alba e Ruy Gómez de Silva erano i grandi protettori cortigiani che godevano della fiducia del re.

L'imperatore aveva fino ad allora trattenuto per mesi alla corte di Bruxelles le memorie delle parti e i ricorsi, causando l'irritazione di suo figlio. Ai primi di gennaio del 1555 ordinò finalmente che venissero inoltrati a Londra. Secondo quanto Carlo v indicò a Filippo l'8 di gennaio «i memoriali dei privati riguardanti il Regno di Napoli e lo Stato di Milano, che ci avevano presentato da molti giorni e che erano di natura tale da dover essere consultati con Noi, sono stati messi in attesa per vederli quando fosse stato il momento. E poiché fino ad ora siamo stati presi da altre faccende, ci è sembrato il caso di inviarveli, assieme agli appunti che sono a margine, e sarà bene (e così ve ne preghiamo) che avendoli visti ed esaminati e tenendo nella dovuta considerazione la natura e i meriti delle parti e la loro lunga attesa di una risoluzione, disponiate tutto ciò che vi sembra meglio in materia»34. I dubbi dell'imperatore e la lentezza con cui aveva trasferito al figlio la gestione dei diversi affari avevano causato una notevole confusione nello Stato di Milano, tanto che né i ministri né i privati cittadini sapevano con certezza a chi rivolgersi per avere risposte alle loro richieste.

La concorrenza tra le corti di Londra e Bruxelles nell'assunzione della gestione degli affari lombardi suscitò incertezza anche nelle città dello Stato di Milano. Per mesi i tribunali della città meneghina non seppero a chi rivolgere le proprie petizioni, ma alla fine del 1554 le autorità milanesi stabilirono l'opportunità di porgere le proprie istanze a Filippo, dopo che egli era giunto in Inghilterra e che era divenuto re di Napoli. A lui vennero inviati i due patrizi Baldassare Pusterla e Carlo Visconti con il compito di fargli le felicitazioni e di esporgli (come «Vostra Signoria saprà essagerar») il peso del carico fiscale che «la povera città di Milano» sopportava, in particolare a causa delle spese militari dovute per il mensuale, gli alloggiamenti e altri contributi militari. In queste istruzioni si ordinava agli inviati che facessero visita a Antoine Perrenot alla corte di Bruxelles e si appoggiassero per le questioni concrete al reggente Schizzi, a cui le autorità milanesi scrissero una lettera. Inoltre, nelle istruzioni si dispose che «circa l'andar in Inghilterra V. S. si degnarà conferirlo, e consigliarse il simile anchora con l'illustrissimo signor Regente al quale scrivemo»35. Nel novembre del 1554 gli ambasciatori milanesi si trasferirono da Bruxelles all'Inghilterra. Nei tribunali cittadini meneghini regnava il disorientamento circa il percorso seguito in quel momento dal processo decisionale a corte sul governo politico e finanziario dello Stato di Milano. Perciò, il 19 novembre il vicario di Provvisione e i deputati competenti all'estimo della città di Milano richiesero ai loro ambasciatori che chiarissero chi fosse a deliberare sugli affari lombardi, se fosse la corte di Filippo a Londra o quella dell'imperatore a Bruxelles.

Baldassare Pusterla e Carlo Visconti risposero da Londra il 16 gennaio 1555 alla missiva: «per una di Vostra Signoria di 19 de novembre havuto alli 14 del presente habbiamo inteso como elle erano in dubbio in qual delle due corti Cesarea o regia s'havevano a trattare li negotij di Milano, al che rispondiamo che per nostre di Bruselles avisassimo li signori Vicario et xii come alla Corte Regia s'havevano da trattar li negotij del stato»36. Secondo gli ambasciatori era il segretario Gonzalo Pérez, alla corte di Londra, ad aver assunto la cura delle questioni riguardanti l'estimo. Pertanto, proprio in quelle settimane si andava producendo un cambiamento all'interno del gruppo di potere che prendeva le decisioni sullo Stato di Milano. Si andavano eclissando le figure di Antoine Perrenot e del segretario Diego de Vargas, mentre parte delle competenze passavano di fatto a Gonzalo Pérez.

Qual era il ruolo svolto in questa congiuntura dal reggente Schizzi? Il 16 gennaio Filippo firmò a Londra un'instruzione ai consiglieri di Napoli e Milano. In questo documento, pubblicato da Manuel Rivero, si dispose che i consiglieri si riunissero tre giorni alla settimana in una sala del palazzo e deliberassero sui memoriali e le concessioni di offici e benefici. Il re di Napoli ordinò ai membri del consiglio che non elaborassero alcun memoriale a casa propria e che non scrivessero ai governatori e viceré raccomandando amici, servitori o parenti37.

Benché il consiglio fosse stato già composto, trascorse il mese di gennaio senza che esso iniziasse a riunirsi, provocando l'impazienza tra i ricorrenti in attesa. Tra coloro che attendevano che fossero affrontati i propri casi a breve termine spiccava Ferrante Gonzaga, i cui procedimenti erano stati trasferiti da Bruxelles a Londra. L'aristocratico mantovano restò alla corte dell'imperatore mentre il suo agente Federico Gazino difendeva i suoi interessi presso il seguito di Filippo ii. Alla metà di gennaio del 1555 Gonzaga inviò i suoi memoriali sul caso Soragna al reggente Schizzi, aspettando che le cose andassero avanti «per poter horamai liberarmi di questo inferno». Indicó al reggente che «starò hora con desiderio aspettando ch'ella mi avisi che si sia dato principio al negotiar, poi che questa dilatione che vi si mette dentro è hormai dannosa, et vergognosa»38. Il 20 gennaio tornò a scrivere al togato cremonese richiedendogli il suo parere sui diversi aspetti dei processi39. A fine gennaio, il reggente Schizzi si lamentava di restare ozioso a Londra, dato che il consiglio non aveva cominciato le riunioni. Le voci suggerivano che vi sarebbe stata una riunione imminente e «se dice che se formarà un consiglio, nel quale comunemente se trattarano tutti i negotij delle provincie della Maestà Regale». Il cremonese approffitò per stringere le sue relazioni con un patrono emergente, Ruy Gómez de Silva, a cui fece visita in diverse occasioni40. Ruy Gómez continuava a tessere la propria rete clientelare che gli permetterà di assumere una posizione influente nella gestione degli affari di governo dell'Italia e del relativo patronage41. I servigi di Schizzi gli sarebbero stati molto utili una volta che il consiglio di Napoli e Milano avesse cominciato ad avanzare consultas su questioni quali il conferimento di incarichi, il caso Gonzaga e le relazioni con il futuro governatore dello Stato di Milano.

Infine, il 29 gennaio 1555, per la prima volta si riunì a Londra il consiglio di Napoli e Milano. Schizzi informò dettagliatamente Antoine Perrenot sulla prima sessione. «Sua Maestà Regale ha formato un consiglio nel quale intraviene Figueroa, et il Mengiacca, et il Regente di Napoli, et il Virviesca, et io col sigretaro Pérez. Et vi siede tre volte la settimana, però in fin adhora vi sono fatte poche facende». Secondo il cremonese il re Filippo desiderava nominare un «presidente d'authorità», anche se non si sapeva ancora quale persona avrebbe potuto ricevere questo incarico: «tra tanto semo senza capo, se non ch'il Figueroa come più anziano siede in capo di mensa, et regola il consiglio, e ben vero ch'egli se partirà in breve per Spagna cacciato più presto dall'altrui voglia che dalla propria»42. Oltre ai due reggenti italiani e il segretario Gonzalo Pérez, formavano il consiglio il reggente di Napoli, Juan de Figueroa e i due alcaldes de casa y corte, Francisco Menchaca e il licenciado Juan de Briviesca de Muñatones. Menchaca apparteneva a una famiglia di magistrati castigliani e aveva ricoperto la carica di oidor nelle audiencias di Granada e Valladolid, e di alcalde mayor di Galizia. Accompagnando il principe nel corso del suo felicísimo viaje aveva stabilito una stretta amicizia con Ruy Gómez de Silva e nel 1551 era stato nominato consigliere di Castiglia e di Hacienda.Tra il 1552 e il 1553 aveva avuto la supplenza della presidenza del consiglio reale di Castiglia43. Da parte sua, Juan de Briviesca era stato colegial del vescovo all'Università di Salamanca, passando poi a occupare i posti di alcalde mayor di Galizia, di archivista a Simancas e di alcalde de casa y corte, incarico che aveva ricoperto anche suo padre. Nel settembre del 1554 ricevette l'attesa nomina a consigliere di Castiglia. Con Schizzi, l'altro reggente italiano che prendeva parte al consiglio era Girolamo Albertino, naturale di Nola nel regno di Napoli. Dopo aver studiato diritto, era stato uditore in una provincia, commissario del Collaterale e avvocato dei poveri alla Gran corte della Vicarìa44.

Nel 1540 era stato nominato presidente della Regia camera della Sommaria, ricevendo poco dopo il posto di reggente nel Consiglio collaterale. Uomo di fiducia del viceré Pedro de Toledo, era stato da questi inviato nel 1548 alla corte di Carlo v in qualità di reggente della Cancelleria. Nel 1553 era stato commissario generale dell'esercito imperiale nella campagna guidata dai Toledo a Siena45. Dopo il matrimonio di Filippo con Maria Tudor il reggente napoletano risiedette a Bruxelles fin quando nel dicembre Carlo v gli ordinò di trasferisi a Londra ad assistere il principe nei affari italiani. Albertino aveva lavorato per anni nel consiglio dell'imperatore con Antoine Perrenot, il segretario Diego de Vargas e Juan de Figueroa46.

Pertanto, nel Consiglio di Napoli e Milano sedevano due reggenti italiani, due consiglieri di Castiglia che erano al tempo stesso alcaldes de casa y corte, un esperto reggente spagnolo per il Regno di Napoli, nominato presidente della cancelleria di Valladolid, e il segretario segoviano Gonzalo Pérez. I legami dei consiglieri con i diversi patroni emergenti erano vari. Menchaca era nella cerchia di Ruy Gómez de Silva, mentre Gonzalo Pérez manteneva la sua relazione con il duca d'Alba. Schizzi era creatura di Antoine Perrenot, al quale si erano avvicinati recentemente Briviesca e il reggente Figueroa.

Tra i consiglieri il grado d'esperienza sugli affari italiani era differente. Il veterano che aveva coperto i maggiori incarichi nell'ambito della giustizia in Italia era Juan de Figueroa. Albertino e Schizzi avevano percorso la carriera togata provinciale sino a raggiungere la corte dell'imperatore. Invece Briviesca, Menchaca e Gonzalo Pérez non conoscevano approfonditamente la pratica del governo dei domini italiani. L'esperienza in materia di Pérez e Menchaca si limitava a quanto avevano appreso durante il viaggio nel nord d'Italia quando avevano accompagnato Filippo, oltre alle richieste di sussidi alla hacienda castigliana durante la reggenza per affrontare le spese militari. Nonostante nel consiglio di Napoli e Milano l'equilibrio delle nazioni fosse sbilanciato chiaramente a favore degli spagnoli, lo spessore professionale e l'esperienza di Schizzi e Albertino permisero ai reggenti italiani un'ampia capacità d'azione. Le carriere di Menchaca e Briviesca avevano un diverso orientamento, anche se congiunturalmente si erano occupati in quegli anni degli affari italiani. L'esercizio della presidenza come membro anziano da parte di Juan de Figueroa rafforzò il suo protagonismo nello stabilire l'ordine degli interventi e regular el consejo; perciò i reggenti seguivano con tanto interessamento la sua partenza annunciata per la Castiglia, che avrebbe lasciato vacante la guida del consiglio comportando l'allontanamento da Londra del ministro spagnolo che conosceva meglio le pieghe degli affari italiani. Altro dato che appare significativo è che tutti i membri del consiglio fossero letrados, tranne il segretario Gonzalo Pérez. La toga si impose in un consiglio disegnato per occuparsi di questioni inerenti grazia e giustizia e nel quale non vi erano consiglieri aristocratici né esponenti della nobiltà di spada, che non entrarono nel consiglio dal momento che le questioni di diplomazia e guerra venivano affrontate in altri ambiti.

Nelle prime settimane di febbraio il consiglio si riunì nei tre giorni settimanali prestabiliti, così il numero delle questioni rimaste in sospeso si andò riducendo. Si decisero anche riunioni straordinarie tutti i giorni per esaminare le petizioni delle città lombarde. I consiglieri si impegnarono a fondo nell'affrontare queste rivendicazioni «che sono molte et intricatissime», secondo quanto segnalava il reggente Schizzi ad Antoine Perrenot, che fu informato dettagliatamente dell'attività del consiglio a Londra. Il togato cremonese spiegò al suo protettore la natura del consiglio, dal momento che dopo diverse settimane di attività se ne potevano riconoscere con certezza le competenze, delineatesi con la prassi oltre che con la pianificazione iniziale. «Il consiglio è di giustitia, ma però se ricerca in quello il parere de tutte le gratie et degl'ufficij ch'anno amministratione di giustitia, et che sono di governo, ma de quelli che non hanno le sovradette qualità credo che non s'intrometteremo, et questi sono segretariati, thesoreri, et altri, et il medesimo penso che se farà de beneficij che sono di giuspatronato de Sua Maestà»47. Il consiglio quindi, redigeva consultas al re sugli incarichi di governo, legati a qualsiasi aspetto giurisdizionale, che costituivano la maggior parte dell'organico degli offici dello Stato di Milano. Restavano esclusi solamente gli incarichi di segreteria e quelli delle tesorerie, oltre ai benefici ecclesiastici del patronato ducale, molto ridotti nello Stato di Milano in confronto ad altri domini spagnoli e italiani.

Il reggente Schizzi disegnò anche la maniera in cui a Londra si trattavano le questioni politiche e militari riguardanti l'Italia nelle quali il consiglio non interveniva collegialmente. Il cremonese indicò che esse venivano affrontate da altri consiglieri con Filippo, in riunioni dove esercitavano un ruolo di primo piano il segretario Gonzalo Pérez e il duca d'Alba. In alcune questioni politiche e militari Gonzalo Pérez e il duca d'Alba richiesero il parere del reggente Schizzi, «et io le ho risposto con quella lealtà, et libertà che se conveneva». L'apparente supremazia alla Corte di Londra del duca d'Alba nell'affrontare tali fondamentali questioni poteva dare l'impressione che si fosse imposto nella grazia del re ad altri candidati. Indubbiamente, in quei mesi si svolgeva una silenziosa guerra nella quale molti contribuivano ad allontanarlo dalla cerchia del sovrano. Nel dicembre 1554, l'ambasciatore del duca di Savoia delineò con chiarezza lo scenario cortigiano. Approfittando delle assenze di Ruy Gómez de Silva, dovute ai suoi periodici viaggi a Bruxelles, Alba si era rafforzato come il principale cortigiano a cui nessuno poteva far ombra, nonostante in prospettiva vi fosse il suo allontanamento nel nord Europa: «il Duca d'Alba, in absentia di Rui Gómez, il totum confinens, ma qui vogliano che vadi a Napoli a dar audientia sotto al baldochino»48. Si voleva ricompensare l'allontanamento dalla fonte del potere dell'aristocratico con la concessione in Italia di onori senza precedenti. Perciò, il fatto che Filippo gli riservasse nel consiglio un ruolo di preminenza nelle questioni politiche e militari poteva avere una valenza ambigua. Egli era invitato a proporre la politica da seguire nei confronti del pontefice e dei potentati locali e ad analizzare la situazione della guerra in Piemonte o a Siena, tutte questioni che da lì a pochi mesi sarebbero dipese da lui quando si sarebbe trasferito in Italia. Col trascorrere delle settimane Filippo maturò la decisione che il duca d'Alba si recasse nei suoi domini italiani con pieni poteri. Questa soluzione comportava lo scarto di altre opzioni quali il ritorno a Milano di Ferrante, o la candidatura presentata dal duca Emanuele Filiberto di Savoia al posto vacante di governatore e capitano generale dello Stato di Milano49. La nomina del nuovo governatore causò un altro braccio di ferro tra Carlo v e suo figlio. L'imperatore era d'accordo sulla necessità di nominare una cabeça per lo Stato di Milano, però avanzò l'ipotesi di una candidatura più conveniente quale quella del cardinale di Trento Cristoforo Madruzzo ­ per il credito che questi aveva presso i soldati tedeschi ­, che avrebbe avuto per le questioni militari l'assistenza di Giovanni Battista Castaldo. Carlo v propose pure che Juan Manrique si trasferisse a Milano50. Il 16 febbraio del 1555, Schizzi diede per certa da Londra la partenza per l'Italia del duca d'Alba: «se tiene anche per fermo ch'l Duca d'Alba irà a Milano col titolo però de Vicario... Et questa cosa è qui tanto certa et stabilita» al punto che nessun consigliere si arrischiava minimamente a ostacolare questo progetto del re51. Le congetture sul nuovo governatore perduravano ormai da più di un anno, dalle prime riunioni a Bruxelles quando si decise di proporre l'incarico a Juan de Vega. Lo Stato di Milano aveva risentito della mancanza di un comando militare unico e col pieno appoggio economico delle corti di Bruxelles, Londra e Valladolid. Infine, si imposero le posizioni di Filippo, che dopo tanti ritardi, nell'aprile del 1555 firmò le lettere che annunziavano alle corporazioni lombarde la nomina a governatore del duca d'Alba52.

A Londra, assieme agli inviati delle città lombarde, frequentarono il palazzo reale anche i due senatori mandati dal Senato per difendere le proprie attribuzioni alla luce dei ripetuti tentativi di limitarle. I togati scelti per questa missione in Inghilterra e nei Paesi Bassi furono il patrizio milanese Alessandro Visconti e l'alavese Juan de Varahona. Come in altre circostanze, le legazioni del tribunale supremo erano composte da un lombardo con buone relazioni alla corte imperiale e da un togato spagnolo in grado di difendere le prerogative del Senato senza che nessuno lo interpretasse come un tentativo di accrescere l'autogoverno nei confronti dei dominatori stranieri. Schizzi elogiò l'attività dei propri colleghi alla corte di Londra, appoggiando le loro rivendicazioni nel consiglio di Napoli e Milano, dal momento che riteneva che se si fosse messo in discussione «il fondamento del Senato, ogni cosa rendarà in roina». Al contrario, pare che il segretario Gonzalo Pérez e in particolare il duca d'Alba non vedessero di buon occhio questa iniziativa dei senatori. Secondo Schizzi, bisognava contenere i desideri del duca d'Alba di «allargarsi il capo», «come hoggi è natural desiderio della maggior parte de questi uccelli grandi»53. Già da Londra si incominciava a intravedere il talento politico del duca d'Alba che, come i suoi predecessori alla carica di governatore, si lamentò sempre dell'eccessivo potere del Senato, sebbene la brevità del suo mandato e la priorità della guida della guerra gli impedirono di intraprendere un mutamento nei rapporti di forza a Milano.

L'imminente partenza per la Spagna di Juan de Figueroa suscitava voci costanti a Londra e Bruxelles. A differenza dell'opinione comune che riteneva inevitabile la partenza, Schizzi considerava che il letrado salmantino sarebbe riuscito a guadagnare tempo e rimandare così il suo viaggio. Secondo il reggente, Figueroa riteneva temporanea la sua destinazione in Castiglia, «et tiene l'occhio diritto a Roma». Tuttavia, lo considerava vulnerabile, data la sua mancanza di appoggi alla corte di Londra ­ anche se non conosceva lo stato della sua relazione con Ruy Gómez ­ visto che «non tiene molta amicizia con questi ministri, et massime il duca d'Alva, et Gonzalo Pérez»54. Schizzi valutava che questi tre cortigiani stessero accrescendo il proprio potere e la propria influenza nella cerchia del principe e che avrebbero potuto decidere la destinazione finale di anziani ministri quali il Figueroa.

Ai primi di marzo il ritmo di lavoro del consiglio permise il diradarsi dell'atmosfera di incertezza che avvolgeva le questioni lombarde (e italiane in generale). I malumori dei potentati italiani per la paralisi decisionale cominciarono a diminuire, cosicché si poterono stringere nuovamente i legami con gli alleati della casa d'Asburgo. Il reggente Schizzi pensava che la questione di Ferrante Gonzaga fosse sul punto di concludersi e che, grazie all'attività del consiglio e alla risolutezza del sovrano, l'«Italia cominciarà a respirare un poco». Egli si aspettava che entro un paio di settimane si raggiungesse un accordo sulla gran parte delle pratiche provenienti dall'Italia. Il cremonese riteneva che la posizione del segretario Gonzalo Pérez si andasse rafforzando con la prassi quotidiana dei lavori del consiglio: egli infatti trattava le consultas con il re, mentre le questioni belliche e anche le petizioni dei cittadini di Piacenza erano riservate al duca d'Alba assieme al segretario Pérez e al sovrano55. A fronte del progetto di Ferrante Gonzaga di reintegrare il ducato di Piacenza nello Stato di Milano, Filippo metteva già in rilievo, nell'ordine dato alle questioni, che i sudditi di Piacenza non si dovessero trattare come gli altri sudditi lombardi, poiché tale questione, implicando le future relazioni con i Farnese di Parma, assumeva la natura di un affare di Stato. Lentamente il re stava già preparando il terreno per la restituzione del ducato, che sarebbe stata accordata a Gand l'anno successivo.

Nelle lettere confidenziali e parzialmente cifrate che Schizzi inviava al vescovo di Arras, a marzo, per la prima volta il reggente riconobbe la statura politica del re e il suo talento nelle questioni di governo. Il cremonese lodò la «singolar Prudenza del Re», così come il suo senso di giustizia e la sua liberalità. Il togato spiegò a Perrenot che le proprie valutazioni non seguivano lo stile adulatorio cortegiano, ma che aveva sperimentato come l'attività di governo del re e i suoi discorsi fossero degni di un principe più anziano ed esperto. Schizzi si aggiungeva, dunque, al gruppo dei consiglieri che, come disse Juan Briviesca vari mesi prima, confidavano pienamente nella capacità di Filippo di assumere la vasta eredità paterna, e gli riconoscevano una particolare vocazione ad esercitare la regalità.

A metà marzo Schizzi si mostrava soddisfatto poiché la celerità nello svolgimento delle pratiche nel consiglio avrebbe permesso alla maggior parte degli italiani coinvolti nelle negoziazioni di partire da Londra entro quattro o cinque giorni. Tra questi si trovavano i senatori Varahona e Visconti e gli ambasciatori della città meneghina. Tanto i senatori quanto i rappresentanti della città, dopo aver ottenuto gran parte di quanto richiesto, sarebbero partiti a breve per Bruxelles, per accomiatarsi dall'imperatore e dai potenti ministri che restavano al suo fianco, come il vescovo di Arras e il segretario Vargas56. Nel consiglio venivano discusse anche le possibili nomine alle cariche vacanti, da quella di senatore fino a quella di cancelliere. Schizzi comunicava a Perrenot che per un posto da senatore togato era stato fatto il nome di Ottavio Bignami. L'ottimismo che si respirava a Londra non nascondeva l'inquietudine per la sfida del compimento della successione nei mesi futuri. Inoltre, la guerra con la Francia accresceva i timori e dal nord Italia giungeva la terribile notizia della perdita di una piazza strategica come Casale, che assicurava ai francesi il controllo del Monferrato e rendeva ancora più complicata la posizione del duca di Savoia nei pochi territori sotto il suo controllo in Piemonte. La graduale avanzata dell'esercito francese lasciava presagire che le prossime campagne avrebbero potuto avere come scenario non solo il Piemonte ma anche la frontiera occidentale dello Stato di Milano.

Allo scopo di esser vicino a Maria Tudor nel periodo finale della sua presunta gravidanza, Filippo si trasferì a Hampton Court. Alcuni cortigiani si rallegrarono di questa notizia, data la buona fama di cui godeva tale luogo nel seguito del re. Come indicava uno spagnolo in quel momento, «andremo in un'altra casa di diletto, che si trova a quattro miglia da qui, che si chiama Anton Curti, che è la più bella che vi è in questo regno e di più stanze»57. Al principio tra i consiglieri serpeggiò il dubbio se il consiglio sarebbe rimasto a Londra o avrebbe seguito il re nel palazzo di riposo. Schizzi rimase a Londra, poiché accusava violenti attacchi di gotta. Il cremonese si lamentava che Ferrante Gonzaga l'avesse scelto come consigliere, inviandogli una quantità di scritti di difesa dalle accuse dei suoi nemici. Il reggente segnalò che l'aristocratico mantovano stava facendo lo stesso con Ruy Gómez de Silva. In maniera prudente, il cremonese richiese licenza al re per poter assistere Gonzaga in quel contenzioso, anche se si mostrò poco incline a lasciarsi coinvolgere nel labirinto di lagnanze avanzate da Ferrante nei confronti dell'azione lesiva compiuta da alcuni ministri dell'imperatore. Schizzi riteneva che Gonzaga sarebbe risultato assolto dalle imputazioni, ma che non avrebbe ottenuto la soddisfazione che richiedeva per il suo onore e la sua reputazione. Riguardo al lavoro del consiglio affermò: «per hora le posso dire ch'l Re non fa un nuovo presidente al consiglio, mi temo ch'l Regente Figueroa non troverà mai borrasca in mare per lui»58. Alcune settimane dopo i reggenti si trovavano ad Hampton Court, e continuavano il lavoro affrontando diversi affari. Sorsero alcuni contrattempi come l'incarceramento da parte dei francesi, presso Calais, dei rappresentanti delle città di Cremona, Pavia, Lodi e Novara fermati al loro rientro via mare dall'Inghilterra, dopo aver finalmente risolto le questioni in sospeso59. All'inizio di giugno Schizzi pensava che uno dei principali errori di Ferrante Gonzaga durante il suo tribolato soggiorno a Bruxelles fosse stato quello di non avere seguito la corte di Filippo, dove avrebbe potuto presentare le sue richieste con maggior efficacia del proprio agente Gazino60. La situazione divenne ancora più complessa a giugno, quando il principe intervenne in una disputa occorsa a Bruxelles tra Ferrante e il senatore Varahona, originata da alcuni presunti cattivi offici dello spagnolo a Londra. Il togato alavese temeva per la sua vita in seguito all'inatteso omicidio di un suo nipote avvenuto sulla porta della sua casa. Dopo che Varahona gli ebbe chiesto protezione, Filippo scrisse una lettera all'imperatore avvisandolo che si trattava di un suo ministro e che non avrebbe tollerato «che al detto Barahona né ai suoi congiunti e alle loro cose si facesse nessun maltrattamento». Il principe chiese a suo padre che scrivesse a Gonzaga informandolo della sua decisione, «con le parole che la natura del negozio richiede», e per «liberare dal pericolo e oppressione chi è senza colpa, poiché il dottor Barahona è un uomo tanto buono e ha servito e serve così bene»61. Col passar del tempo, la fiducia di Filippo ii nel togato alavese si manifestò nella nomina di questi a reggente del Consiglio di Italia e nel concessione del posto di gran cancelliere dello Stato di Milano. La disputa con Varahona finì per rovinare le relazioni tra Filippo e Gonzaga, il quale ormai non si aspettava più nulla dalla mediazione dell'imperatore. A causa dei ripetuti affronti del principe Ferrante si ritirò in terra mantovana.

Nel maggio 1555 il re Filippo dimostrò pubblicamente il suo apprezzamento per Schizzi. Per rimediare al disordine negli affari riguardanti il raggiungimento della pace a Siena e il mantenimento di una soddisfacente alleanza con il duca di Firenze, alcuni ministri imperiali proposero che il cremonese si dirigesse nell'Italia centrale per gestire, con il pieno appoggio del re, quegli affari. Carlo v sostenne l'iniziativa, che godeva anche dell'approvazione del duca d'Alba62. Tuttavia, Filippo si dimostrò contrario, nonostante la sua vicinanza al reggente, e comunicò a suo padre, il 22 maggio da Hampton Court: «segnalerò poi la persona che deve andarvi, poiché lo Schizo non potrà esserlo per la necessità che si creerebbe qui negli affari di Milano, e perché non potrebbe arrivare con la necessaria rapidità»63. Così evitò al cremonese di dover partire dalla corte inglese addirittura prima dell'astuto Juan de Figueroa. Da parte sua, il duca d'Alba si recò a Bruxelles ad aprile, per conferire su alcune questioni con l'imperatore, prima di partire a fine maggio per Milano, dove giunse ai primi di giugno. Il reggente non vedeva di buon occhio la presenza in terra lombarda del duca d'Alba e non lo considerava adatto ad attrarre a sé il patriziato e a dissipare le inquietudini presenti nel territorio riguardo l'inclinazione dei nuovi governanti e il protagonismo degli spagnoli. A giugno il reggente esprimeva ad Hampton Court i suoi timori di un possibile scontro tra il nuovo governatore e il Senato.

L'attività del consiglio ad Hampton Court proseguì nel mese di luglio. Si affrontarono questioni quali la concessione del posto di capitano di giustizia, occupato sino ad allora da Nicolò Secco. Al duca d'Alba venne ordinato di proporre una terna di candidati lombardi64. Nel dibattito, che proseguì ad agosto, Schizzi si distinse nella difesa della nomina di un lombardo, dal momento che la designazione di un forestiero avrebbe, proprio all'inizio del regno, suscitato una cattiva impressione tra i sudditi. Il reggente cremonese considerava particolarmente grave l'incremento della pressione fiscale nello Stato di Milano. La nuova imposta dell'annata che veniva discussa ad Hampton Court implicava entrate per 300.000 scudi annui. A corte si valutava che i domini italiani avrebbero dovuto contribuire maggiormente alle spese per la propria difesa in quella congiuntura critica, essendo le terre fiamminghe in rovina. L'aumento delle imposte era anche un mezzo a medio termine per fornire risorse al duca d'Alba, che si lamentava aspramente di esser stato inviato in Piemonte senza ricevere i sussidi promessi a guidare un esercito di soldati che non ricevevano le loro paghe. Schizzi consigliava di agire con accortezza a Milano, rimandando la promulgazione dell'editto che istituiva la nuova tassa fin quando non fosse stato ottenuto il pagamento dei donativi dei feudatari. Ciononostante, il reggente cremonese si unì al coro dei ministri lombardi, i quali, scontenti per il modo d'agire del nuovo governatore, si opponevano a un incremento dei tributi.

«È vero che mai lo stato di Milano non fu si mal contento come hora sta, et che la nobiltà è disperata. Io lo scrivo liberamente a Vostra Signoria reverendissima perché mi confido di poterlo fare, et perché la mia natura è tale di parlar liberamente. Hoggi ne voglio dire vento parole in consiglio». Egli continuò sostenendo che avrebbe scritto al duca d'Alba per avvisarlo che i consiglieri di cui si circondava «o non fanno o fanno troppo»65. Schizzi valutò negativamente l'opera dei consulenti del governatore, tra cui figuravano i commissari Bolea e Pacheco. Il tono drammatico delle sue missive a Perrenot da Hampton Court era simile a quello utilizzato da personaggi molto influenti del patriziato milanese e degli offici lombardi, come il senatore Alessandro Visconti che due mesi dopo esprimeva il malessere dei notabili dello Stato di Milano per il rigore e la pesantezza con cui agiva il duca d'Alba.

Filippo si mostrava sensibile allo scontento dei suoi sudditi lombardi e sembrava condividere alcune delle preoccupazioni esposte da Schizzi in seno al Consiglio. Il patriziato urbano si mobilitò contro un eventuale incremento fiscale e venne inviata una delegazione alla corte inglese, guidata dai patrizi Morone e Crotta. Il giorno successivo al loro arrivo ad Hampton Court il re concesse loro una prima udienza. Invece di limitarsi a un baciamano, come previsto dal protocollo, nel corso del quale il sovrano avrebbe ricevuto le memorie e le avrebbe trasmesse al Consiglio, Filippo decise di approfittare per mostrare la propria benevolenza verso i sudditi lombardi. Schizzi così narrò la scena al suo protettore: in quella udienza «Sua Maesta Regale ha remissa, et donata tutta la predetta annata con tanta dimostratione d'animo che quassi non v'era persona presente che non piangesse di estremo consolatione et contentezza. Io son sicuro che quando questa voce di liberalità giongerà a Milano, ella non sarà men grata a quelli popoli che fu quello di Quincio quando fece publicare in Grecia la libertà de greci oppressi di servitù»66. Nelle numerose lettere scritte a Antoine Perrenot in quegli anni, Schizzi non si lasciò mai coinvolgere emotivamente nelle questioni politiche. L'esperto reggente e senatore pensava che Filippo avesse trasformato quell'udienza in un atto di concordia verso la nobiltà lombarda, che sarebbe stata opportunamente commentata nelle città dello Stato di Milano. Il primo incontro con i delegati si trasformò in un rituale propagandistico. Chi venne danneggiato da quella scena commovente fu il duca d'Alba, che vide allontanarsi la prospettiva di raccogliere nuove risorse per il mantenimento dell'esercito. Parte della durezza che veniva rimproverata al governatore era dovuta alla mancanza di appoggio alla corte del re e alla scarsità di risorse, che faceva sì che la sua azione in Piemonte fosse sempre più disperata e disonorevole. Tuttavia, i patrizi potevano contare sulla consolazione di ricorrere al re lontano contro il rigore di un Grande di Spagna a Milano. Il re vigilava affinché fossero loro riservati buona parte degli offici più alti e poteva alleggerirli fiscalmente qualora fosse politicamente opportuno.

Nelle ultime settimane di agosto la principale preoccupazione dei reggenti riguardava il trasferimento a Bruxelles e il luogo dove prendere alloggio in quella città dove finalmente si sarebbero incontrati lo stanco imperatore e il suo ambizioso figlio. Schizzi si lamentava che a Bruxelles «il mio allogiamento vecchio se trova occupato da alcuni cavalieri spagnuoli, i quali non vorrei io deslocare». Pregò, quindi, il vescovo di Arras di intercedere con la sua potente influenza «acciò io sia alloggiato in casa della Signora Candiana». Dopo sette mesi di funzionamento ad un ritmo intenso, il consiglio di Napoli e Milano cessava di operare in terra inglese. Il 29 agosto Filippo si accomiatò da Maria Tudor a Greenwich, deluso da una falsa gravidanza e dal dover partire dall'isola senza lasciarvi un erede del suo sangue. Il 4 settembre partì da Dover e l'8 incontrò suo padre a Bruxelles. I consiglieri seguirono con diversa premura i passi del re. Allora, l'urgenza non era affrontare le questioni italiane, ma contribuire nell'organizzazione del trasferimento dei poteri. Vi era, inoltre, una certa ansia riguardo ai risultati della sovrapposizione dei seguiti dell'imperatore e del re. Si desiderava contrastare le posizioni che avrebbero occupato i ministri principali una volta che le due corti avessero ceduto il posto a una sola, al momento dell'annuncio dell'imperatore di ritirarsi in Spagna. In particolare, la curiosità concerneva la suddivisione delle competenze tra i vari ministri e i cortigiani più influenti di entrambi i seguiti. Nella gestione degli affari italiani, si guardava alla suddivisione delle attribuzioni tra i segretari Gonzalo Pérez e Diego de Vargas. Nelle questioni di Stato, i dubbi riguardavano i futuri ruoli di Antoine Perrenot, Ruy Gómez de Silva e Francisco de Eraso. Solo con il lento trascorrere dei mesi, con lo strutturarsi del regno di Filippo ii, si chiarirono queste incognite. In ottobre egli venne insignito del grado di maestro del Toson d'Oro e proclamato duca di Borgogna.

Il 16 gennaio del 1556 l'imperatore gli cedette i regni spagnoli e la Sicilia, mantenendo per questioni tattiche relative alla guerra la titolarità sulla Franca contea, e nel settembre del 1556 s'imbarcò per la Spagna67.

Quale sorte ebbero i ministri intervenuti per anni nel governo di Lombardia? Manuel Rivero ha ricostruito dettagliatamente l'assetto istituzionale del Consiglio d'Italia tra il 1556 e il 1559, così come il combattivo ruolo di Diego de Vargas e il processo di incorporazione dei reggenti siciliani68. Per due anni il reggente Schizzi continuò a prestare i suoi servigi a Filippo ii in seno al Consiglio d'Italia. La corrispondenza dell'agente della città di Milano rendeva conto dell'opera del togato cremonese a Bruxelles. L'abdicazione dell'imperatore aveva provocato un vivo interessamento in terra lombarda. Nell'ottobre 1555, lo stesso Vicario di Provvisione guidò una delegazione straordinaria presso i monarchi. Il 10 marzo 1556 i tribunali cittadini meneghini sollecitarono il reggente Schizzi a «fare opera con li ministri, o regenti di quella cancelaria in redurre la tassa della ispedizione di esso Donativo a quella minor somma che si potrà»69. Questo genere di transazioni cessarono in buona parte pochi giorni dopo, quando Filippo ii approvò, su indicazione del reggente Schizzi, la misura con cui si fissavano i diritti di sigillo della cancelleria di Milano. Nel 1556 la città di Milano inviò alla corte reale di Bruxelles il patrizio Sforza Morone. Nelle istruzioni all'ambasciatore si indicavano quali membri della corte erano più influenti in quel momento e potevano contribuire decisivamente a una risposta favorevole alle richieste. Egli doveva guadagnarsi l'appoggio di Cristina, la vedova del duca di Milano, del potente Ruy Gómez de Silva, di Antoine Perrenot, del reggente Lorenzo Polo e di altri reggenti provinciali. Significativamente, lo si avvisò che «all'Illustrissimo Signor Regente Schizo, col quale si dolerà con quelle accomodate parole saprà delle puoca stima, et cura, che ha mostrato avere delle cose concernente al utile, et honore di questa Città in questo negotio dell'estimo, et manco delle promesse fatteci al tempo della partita»70. Il cappio d'oro non era stato sufficiente a legare il giureconsulto cremonese agli interessi fiscali della metropoli lombarda. In quel periodo i contrasti tra Cremona e Milano a causa dell'estimo erano particolarmente intensi71. Tuttavia, nei conti della delegazione figuravano le gratificazioni suddivise tra i ministri e gli agenti di Filippo ii. Il segretario Gonzalo Pérez ottenne cento scudi e del panno di velluto, il suo aiutante Gabriel de Zayas sessanta scudi. Nella lista dei pagamenti dell'ambasciatore milanese figurava anche il reggente Schizzi, che ottenne cento scudi di ricompensa.

Il decadimento fisico del reggente cremonese iniziava a impedirgli di svolgere le sue funzioni alla corte di Bruxelles. Il 6 gennaio 1558 l'agente Luca Lossetto descrive la condizione del «detto signor Regente occupato della gotta». Lossetto e Schizzi conversavano assiduamente dei principali affari dello Stato di Milano, però la gotta minava la salute del togato cremonese e ritardava le decisioni. Lossetto insisteva nelle sue lettere al tribunale di provvigione di Milano: «come ho detto, il signor Regente stà sequestrato in casa dalla gotta». Nelle sue ultime settimane di vita il reggente cremonese cercò di articolare un accordo sull'estimo tra le città lombarde. «Mi dice il signor Regente che como se possa rehavere me dirà il bisogno, et dal canto suo non mancarà mostrar a Milano che desidera l'utile et quiete de quelli Cittadini, et tal indispositione è la causa che non gl'habbia risposto»72. Schizzi non si riprese dai suoi malanni e morì a Bruxelles, dove venne sepolto, il 13 febbraio del 1558. Alla sua morte, il patriziato milanese intraprese una decisa e vittoriosa campagna presso la corte di Bruxelles affinché il nuovo reggente fosse milanese.

La morte di Schizzi fu un colpo che indebolì ulteriormente il potere di Antoine Perrenot. Il vescovo di Arras era stato dal 1546 uno dei personaggi più influenti a corte nel processo decisionale riguardante lo Stato di Milano. Alla morte del padre nel 1550 venne riconosciuto come il principale consigliere dell'imperatore, con vastissime competenze di fatto nelle questioni di Stato e di governo, competenze che esercitò pienamente durante gli ultimi anni d'oro del Cesare. Dalla metà del 1552 venne coinvolto dal declino provocato dai rovesci militari e diplomatici ma, a differenza di altri ministri di Carlo v, riuscì a salvare la propria posizione. Le vicende della successione, benché non annullassero la sua influenza a Bruxelles, lo privarono della capacità d'intervento in numerosi ambiti delle vicende italiane, dei quali Filippo reclamava la gestione. Tra il dicembre 1554 e l'agosto 1555 si dovette accontentare di ricevere le note informative di Schizzi su quelle questioni che, in passato, aveva personalmente affrontato insieme al segretario Vargas e all'imperatore. I Perrenot dirigevano il governo dell'impero di Carlo v da oltre tre decadi. Avevano accumulato ricchezze, onori e potere, ricevendo le adulazioni di re e principi e proteggendo alcuni tra i più importanti artisti e uomini di lettere della Cristianità. Acquisirono il segreto talento di amministrare territori plurinazionali, nei quali favorirono la mediazione dei togati e vigilarono sull'equilibrio tra le diverse popolazioni. All'inizio del regno di Filippo ii, il rappresentante dei Perrenot era in disgrazia. Antoine si vide spiazzato dalla pressione degli spagnoli, se in questa definizione "nazionale" possiamo includere non solo castigliani quali il duca d'Alba e Gonzalo Pérez, ma anche il portoghese Ruy Gómez de Silva.

Alla metà del 1555 il vescovo di Arras cercò di riorganizzare le sue alleanze tra le diverse fazioni prima dell'imminente arrivo di Filippo ii a Bruxelles. Da un verso offrì i suoi servigi e il suo appoggio al duca d'Alba, sapendo che in Italia si trovava in una condizione di vulnerabilità, ma che poteva diventare un alleato prezioso al rientro a corte. L'aristocratico spagnolo ringraziò per l'«offerta che Vostra Signoria mi fa d'essere mio procuratore» a Corte, chiedendogli di fare pressioni per facilitare finalmente i sussidi necessari per affrontare la guerra in Piemonte73. L'avvicinamento tra Perrenot e Alba, confermatosi con il trascorrere del tempo, era un sintomo evidente della debolezza di entrambi i cortigiani, i cui interessi e indirizzi di governo, quando in passato avevano collaborato con Carlo v, erano stati in generale divergenti. Arras volle chiudere anche uno sgradevole recente episodio e cominciò a sondare l'animo di Ferrante Gonzaga. Forse provava qualche rimorso per il modo in cui si era liberato di un antico amico dei Perrenot o sperava di tornare ad avere l'occasione di utilizzare Ferrante contro i cortigiani in ascesa. Fosse per timore e debolezza o per calcolo politico, Antoine, nel settembre del 1555, ordinò a uno dei suoi agenti in terra padana, Giacomo del Pero, che facesse con discrezione un tentativo a Mantova per valutare la posizione dell'aristocratico caduto in disgrazia. Del Pero era il primo a essere interessato a una riconciliazione, dal momento che aveva approfittato dei tempi di concordia tra i Gonzaga e i Perrenot per compiere la sua ascesa al servizio dei duchi di Mantova. Giacomo ebbe un lungo incontro con Ferrante Gonzaga e poté constatare l'amaro risentimento che questi provava verso coloro i quali, in una maniera o nell'altra, avevano contribuito ad allontanarlo da Milano in modo disonorevole, permettendo che egli fosse trasformato in un burattino nelle mani delle fazioni in lotta per il potere alle corti di Londra e Bruxelles. Da Mantova, il 3 ottobre 1555 Giacomo del Pero informò il suo protettore degli esiti del colloquio con Ferrante. «Coll'Illustrissimo Sr. D. Ferrando io con l'occasione di quanto è piaciuto a V. S. R.ma di scrivermi, ho havuto longo et bon ragionamento porgerli quelli particolari punti, che V. S. R.ma mi ha locco in detta sua, et in effetto se bene si cognosce esser tanto impresso di mala satisfattione, che malamente si può desingannar, pur vedo, ch'il tempo guadagnava molto, et dice se ben non ha ne havrà piú la confidenza solita in V. S. R.ma, pur non li sará inimico si che li offendesse, se ben potesse, et quanto a certi atti d'amicizia, et demostratione, come del parlar, del salutar, et simili, secondo che lo portasse l'occasione, se V. S. R.ma farà verso di lui, che cosi Soa Ecc.a fará con lui»74. Benché una sincera riconciliazione fosse quasi impossibile, un mutuo accordo di non aggressione avrebbe liberato il campo permettendo eventuali collaborazioni specifiche in futuro, se, come poi accadde, Ferrante fosse tornato al servizio di Filippo ii.

Con l'arrivo di Filippo a Bruxelles, Antoine Perrenot comprovò con apprensione come si andassero concretizzando le peggiori previsioni. Il vescovo restò al margine nel disbrigo delle questioni italiane. Cedendo il controllo delle questioni dello Stato di Milano, non solamente perdeva in onore e reputazione, ma anche in utili. Per anni la sua influenza presso l'imperatore e la collaborazione della sua rete di creature in Lombardia gli aveva permesso non solo di ricevere centinaia di regali di differente valore, ma anche di riscuotere anticipatamente una pensione di mille scudi, confermata da Carlo v, che il duca Francesco ii Sforza aveva concesso al padre. Alla morte di Nicolas Perrenot, nell'agosto del 1550, la vedova Nicole Bonvalot, come usufruttuaria, ereditò la pensione. Con una celerità straordinaria l'economo generale dello Stato di Milano, Marc'Antonio Patanella, che agiva frequentemente al servizio di Antoine Perrenot a Milano, si mise in contatto con il magistrato delle Entrate. Il patrizio milanese Francesco Crasso manteneva una vecchia relazione epistolare con Antoine Perrenot, a cui era ricorso nel dicembre 1549 per chiedere protezione dai tentativi di farlo trasferire alla corte cesarea per spiegare all'imperatore la situazione delle finanze e specificare le spese75. Il presidente Crasso facilitò le pratiche necessarie ad Antoine per ricevere la pensione paterna e il borgognone lo ripagò della sua fruttuosa disponibilità, offrendo «con tutto il poter mio implearmi sempre in ogni occasione ch'io sappia poterle ritonar a bene»76. Era una delle poche pensioni che non solo venivano pagate regolarmente, se non in anticipo sui tempi stabiliti. Nella sua lettera al vescovo di Arras, dopo essersi lamentato delle ristrettezze finanziarie lombarde e delle numerose spese causate dalla guerra in Piemonte e a Parma, Crasso concludeva informando Perrenot che era stata versata anticipatamente, al suo procuratore Patanella, la pensione77. Antoine aveva disposto che una parte di questi mille scudi annui ricevuti attraverso la pensione fosse destinata a coprire i diversi pagamenti che Patanella realizzava per suo ordine a Milano. La parte restante veniva inviata, attraverso lettere di credito girate dal mercante Pagano D'Adda, a Giacomo Morel, il precettore dei fratelli minori di Antoine che studiavano a Padova78.

Il pagamento della pensione a Milano era la dimostrazione concreta dell'immenso potere di Perrenot alla corte imperiale. Ma quando, per le vicende legate alla successione, il suo astro cominciò a declinare, l'hacienda lombarda smise di effettuare i pagamenti anticipati. Addirittura, nel 1555, quando il seguito di Filippo ii soppiantò gli antichi ministri dell'imperatore, incominciarono a prodursi i primi ritardi. Nel settembre del 1555 Patanella comunicò a Perrenot che il pagamento della pensione veniva sospeso. È significativo che i pretendenti non sollecitassero già più il vescovo di Arras affinché questi procurasse loro un officio o una rendita, ma gli richiedessero di intercedere presso altri ministri per ottenere la mercede del re. Per anni coloro i quali desideravano giungere sino all'imperatore richiedevano la sua mediazione, conoscendo la profonda fiducia che Carlo v nutriva per il borgognone, mentre, nei mesi durante i quali, a Bruxelles, il Cesare cedeva le corone a Filippo, gli chiedevano solamente che intervenisse presso coloro i quali erano ormai ritenuti i detentori del potere decisionale a corte. Lo stesso Patanella richiese al prelato, nel settembre 1555, che mediasse con il segretario Gonzalo Pérez per ottenere una canonica nella chiesa di santa Maria della Scala a Milano79. Nel gennaio del 1556, Alessandro Spinola lo pregò da Tortona di intercedere affinché Filippo ii gli concedesse una rendita. Spinola specificò nella sua lettera a Perrenot chi avrebbe dovuto contattare per assicurare il buon esito dell'affare, «trovandosi hora il Re presente di parlarne con S. M. e col Sor. Rui Gómez, et il segretario Consalvo Pérez»80.

Dovette essere un boccone amaro per Antoine Perrenot constatare come i suoi clientes e amici, dalla Lombardia, si affidassero al favore di Ruy Gómez de Silva e Gonzalo Pérez. Il vescovo di Arras poteva rimpiangere i tempi in cui gli spagnoli che ora governavano gli scrivevano affidando il loro successo alla sua mediazione presso l'imperatore. Alla metà del 1548 dalla Spagna lo stesso Gonzalo Pérez aveva ringraziato sentitamente Antoine Perrenot per aver ottenuto con la sua intermediazione che Carlo v ordinasse al figlio di includere anche il segretario segoviano nel suo seguito durante il felicísimo viaje, periodo in cui Pérez poté affermare la propria posizione nella cerchia del principe81. Quanto era differente il potere d'influenza sullo Stato di Milano di Antoine in quei mesi del 1548, quando poteva permettersi di richiedere al tesoriere generale Gerolamo Brebbia che gli sottoponesse con celerità un elenco di feudi pronti per essere alienati, per conoscere le mercedi che poteva distribuire in Lombardia, al riparo della grazia dell'imperatore e della protezione di suo padre82. In cambio, ora Gonzalo Pérez si era trasformato in un personaggio influente della corte di Filippo ii e si vedeva costretto a richiedere la sua intermediazione per soddisfare i postulanti.

Il pagamento della pensione dei Perrenot nello Stato di Milano fu influenzato dai mutamenti nelle fazioni egemoni alla corte di Bruxelles. Patanella si disperava e chiedeva al prelato che scrivesse della questione direttamente ai governatori. Lo stesso Arras era disorientato e, nell'ottobre del 1555, confessò all'economo che non sapeva in che modo intervenire con il duca d'Alba, se «farne altri ufficij non ne sendo seguito il pagamento, o vero di ringratiare Sua Eccellenza»83. Il trascorrere del tempo sembrava giocare a sfavore dell'onore e delle risorse di Perrenot. Nell'ottobre del 1556, il duca di Parma, Ottavio Farnese, gli scrisse esprimendogli il suo desiderio che egli tornasse nelle grazie dei suoi protettori. Ma la realtà dei fatti si impose a Milano, da dove Patanella lo avvisò che vi era un assoluto diniego al pagamento della pensione. L'economo indicò al prelato che la persona che decideva dei pagamenti era Carlo Grotto, segretario del cardinal Madruzzo, allora governatore del Stato di Milano. Quindi, Patanella suggerì al prelato borgognone che intervenisse scrivendo al segretario del cardinale di Trento, «il quale è quello a chi Sua Reverendissima Signoria comette tutte le cose de importanza et dal danaro»84. Perrenot ebbe delle resistenze prima di seguire questa linea, ma, due mesi dopo, l'economo insitette che era necessaria per cercare di ottenere la pensione. Nel gennaio del 1557 Patanella avvisava da Milano che il segretario aveva ricevuto la lettera del vescovo di Arras85. L'inefficacia di buona parte di questi interventi venne a porre, in un certo qual modo, il suo sigillo alla conclusione del percorso di un ministro borgognone di brillante educazione e gusto artistico eccellente, giunto, in passato ad essere il principale consigliere di Carlo v. Antoine Perrenot dovette accettare il nuovo ruolo che Filippo ii gli assegnava nel governo delle province della monarquía di Spagna.

(Traduzione di Manfredi Merluzzi)

Abbreviazioni

ascm: Archivio Storico Civico, Milano.

asm: Archivio di Stato, Milano.

bnm: Biblioteca Nacional, Madrid.

bpr: Biblioteca del Palacio Real, Madrid.

Note

1. bpr, ii/2286, f. 319, il conte di Feria ad Antoine Perrenot, Londra, 21 dicembre 1554.

2. Ivi, f. 59, Juan Briviesca ad Antoine Perrenot, Londra, 15 ottobre 1554.

3. Ivi, f. 129, Gonzalo Pérez ad Antoine Perrenot, Londra, 27 ottobre 1554.

4. A. Muñoz, Viaje de Felipe Segundo a Inglaterra (ed. P. de Gayangos), Parteluz, Madrid 1877, p. 108.

5. bpr, ii/2286, ff. 143-4, Juan Briviesca ad Antoine Perrenot, Londra, 28 ottobre 1554.

6. D. Loades, Philip ii and the English, in J. Martínez Millán (ed.), Felipe ii (1527-1598). Europa y la Monarquía Católica, t. i, Madrid 1998, pp. 485-96; D. Loades, The Reign of Mary Tudor, Longman, London 1991.

7. bpr, ii/2286, f. 245, Gonzalo Pérez ad Antoine Perrenot, Londra, 1 dicembre 1554.

8. Ivi, ff. 327-8, il cardinale de Siguenza ad Antoine Perrenot, Napoli, 22 dicembre 1554.

9. Ivi, ff. 271, 327-8, lettere del principe di Ascoli ad Antoine Perrenot, Milano, 8 dicembre 1554 e Casale, 24 dicembre 1554.

10. P. Merlin, Emanuele Filiberto. Un principe tra il Piemonte e l'Europa, sei, Torino 1995, p. 28.

11. F. Chabod, Usi e abusi nell'amministrazione dello Stato di Milano alla metà del xvi secolo, (articolo pubblicato originariamente in Studi Storici in onore di G. Volpi, Firenze 1958, pp. 93-194), in Id. Carlo v e il suo impero, Torino 1985, tr. castigl. Carlos v y su imperio, Einaudi, Madrid 1992, pp. 501-68.

12. bpr, ii/2286, f. 212, "I Visitatori di Milano" ad Antoine Perrenot, Milano, 19 novembre 1554.

13. Ivi, f. 241, il reggente Bernardo de Bolea ad Antoine Perrenot, Milano, 30 novembre 1554.

14. In una lettera diretta a suo figlio, Carlo v sosteneva che i commissari avevano «querido dilatar» le loro verifiche, «perché essendogli stato ordinato che verificassero quanto gli veniva imputato a carico per Milano e la perdita delle piazze del Piemonte e quello di Parma e altre cose di questa natura, che è quello a cui egli tiene poiché gli tocca l'onore, non lo hanno fatto prima». L'imperatore voleva concludere sommariamente i processi convocando a Bruxelles il gran cancelliere, Juan de Luna e Francisco de Ibarra. Tuttavia, Filippo non appoggiò la proposta del padre per sanare il contenzioso riguardante Ferrante Gonzaga. Carlo v a Filippo, Bruxelles, 7 dicembre 1554, lettera pubblicata in Corpus documental de Carlos v, a cura di M. Fernández Álvarez, Universidad de Salamanca , Salamanca 1979, t. iv, pp. 144-5.

15. bpr, ii/2286, f. 317, Bernardo de Bolea ad Antoine Perrenot, Milano, 21 dicembre 1554.

16. Il duca d'Alba a Filippo ii; Napoli, 14 febbraio 1556, lettera pubblicata in Epistolario del iii Duque de Alba Don Fernando Álvarez de Toledo, t. i, Madrid 1952, p. 363.

17. bpr, ii/2287, f. 55, Bernardo de Bolea ad Antoine Perrenot, Milano, 28 giugno 1555.

18. Il duca d'Alba al re Filippo; Campo di Livorno, 4 agosto 1555, lettera pubblicata in Epistolario, cit., p. 281.

19. bnm, ms. 7914, Schizzi ad Antoine Perrenot, Hampton Court, 18 agosto 1555.

20. bpr, ii/2288, f. 21, "Visitatori dello Stato di Milano" ad Antoine Perrenot, Napoli, 18 marzo 1556.

21. bpr, ii/2286, f. 216, Juan Briviesca ad Antoine Perrenot, Londra, 21 novembre 1554.

22. C. J. Hernando Sánchez, Castilla y Nápoles en el siglo xvi. El virrey Pedro de Toledo. Linaje, estado y cultura (1532-1553), Junta de Castilla y León, Salamanca 1994, pp. 212, 234, 352, 417.

23. Seguo il profilo offerto da I. J. Ezquerra Revilla alla voce Rodríguez de Figueroa, Juan, in J. Martínez Millán (ed.), La Corte de Carlos v, vol. iii, Los consejos y los consejeros de Carlos v, coord. C. J. de Carlos Morales, Sociedad Estatal para la Commemoración de los Centenarios de Felipe ii y Carlos v, Madrid 2000, pp. 357-60.

24. C. J. de Carlos Morales, El poder de los secretarios reales: Francisco de Eraso, in J. Martínez Millán (ed.), La corte de Felipe ii, Alianza Editorial, Madrid 1994, pp. 124-5.

25. bpr, ii/2286, f. 194, Juan de Figueroa al vescovo di Arras, Londra, 12 novembre 1554.

26. Ivi, ff. 210, 214, lettere di Figueroa ad Antoine Perrenot, Londra, 19 e 21 novembre 1554.

27. Ivi, f. 283, Juan de Figueroa al vescovo di Arras, Londra, 12 dicembre 1554.

28. Per un'analisi dettagliata del braccio di ferro tra l'imperatore e suo figlio per il governo d'Italia in questi mesi cfr. M. J. Rodríguez Salgado, Metamorfosi di un impero. La politica asburgica da Carlo v a Filippo ii (1551-1559), Vita e pensiero, Milano 1994; tr. castigliana Un imperio en transición. Carlos v, Felipe ii y su mundo, Barcelona 1992 (ed. orig. Cambridge 1988).

29. A. González Palencia, Gonzalo Pérez, vol. i, Consejo Superior de Investigaciones cientificas, Madrid 1946, p. 171.

30. Carlo v a Filippo, Bruxelles, 7 dicembre 1554, pubblicato in Corpus documental de Carlos v, cit., t. iv, p. 144.

31. Filippo a Carlo v; Londra, 6 dicembre 1554, pubblicato in Corpus documental de Carlos v, cit., t. iv, p. 137.

32. Su Giovanni Battista Schizzi, giureconsulto cremonese, membro del senato di Milano dal 1546, cfr. A. Álvarez-Ossorio Alvariño, Moti di Italia e tumulti di Germania: la crisi del 1552 vista da Milano, in F. Cantù, M. A. Visceglia (a cura di), L'Italia di Carlo v. Guerra, religione e politica nel primo Cinquecento, Viella, Roma 2003, pp. 1-18.

33. bnm, ms. 7914, Schizzi ad Antoine Perrenot, Londra, 1 gennaio 1555.

34. Carlo v a Filippo, Bruxelles, 8 gennaio 1555, pubblicato in Corpus documental, cit., t. iv, pp. 159-60.

35. ascm, Dicasteri, cart. 134, fasc. 1, "Instrutione per rallegrarsi con Sua Maestà del felice arrivo in Inghilterra del Serenissimo Prencipe di Spagna", pubblicato da Angiolo Salomoni, Memorie storico-diplomatiche degli Ambasciatori, Incaricati d'affari, Corrispondenti, e Delegati, che la Città di Milano inviò a diversi suoi Principi dal 1500 al 1796, dalla tipografia Pulini al Bocchetto, Milano 1806, pp. 121-4.

36. Ivi, cart. 133, fasc. 10, "Gli inviati Pusterla e Visconti al vicario e ai diputati circa l'estimo di Milano", Londra, 16 gennaio 1555.

37. Queste istruzioni si possono vedere in M. Rivero, Felipe ii y el Gobierno de Italia, Sociedad Estatal para la Commemoración de los Centenarios de Felipe ii y Carlos v, Madrid 1998, pp. 235-7.

38. bpr, ii/2271, f. 185, Ferrante Gonzaga al reggente Schizzi, Bruxelles, 12 gennaio 1555.

39. Ivi, f. 189, Ferrante Gonzaga al reggente Schizzi, Bruxelles, 20 gennaio 1555.

40. bnm, ms. 7914, Schizzi ad Antoine Perrenot, Londra, 28 gennaio 1555.

41. Sull'ascesa di Ruy Gómez de Silva durante il soggiorno in Inghilterra cfr. J. M. Boyden, The courtier and the king. Ruy Gómez de Silva, Philip ii, and the court of Spain, University of California Press, Berkeley 1995, pp. 46-54.

42. bnm, ms. 7914, Schizzi ad Antoine Perrenot, Londra, 29 gennaio 1555.

43. Seguo il profilo scritto da I. J. Ezquerra Revilla, Menchaca, Francisco de, in C. J. de Carlos Morales (coord.), Los Consejos, cit., pp. 276-7.

44. M. Rivero Rodríguez, Albertino, Jerónimo, in J. Martínez Millán, C. J. de Carlos Morales (eds.), Felipe ii (1527-1598). La configuración de la monarquía hispana, Salamanca 1998, pp. 317-8.

45. C. J. Hernando Sánchez, Castilla y Nápoles, cit., pp. 214-5, 337.

46. Sull'opera di mediazione del reggente Albertino in rilevanti affari inerenti il regno di Napoli cfr. la lettera della marchesa del Vasto diretta ad Antoine Perrenot nel dicembre 1554 (bpr, ii/2286, f. 279). Da Hampton Court, il 26 giugno 1555 Girolamo Albertino sollecitò il vescovo di Arras perché intervenisse presso l'imperatore al fine di favorire con nuove mercedi approfittando della scomparsa del reggente del Collaterale Galeotto Fonseca. Albertino aveva fiducia negli interventi di Perrenot e del segretario Diego de Vargas (bpr, ii/2259, f. 298). Sempre da Hampton Court, nel luglio 1555, il reggente Schizzi raccomandò al vescovo di Arras le richieste di Albertino, commentandone i servigi e meriti (bpr, ii/2271, f. 283).

47. bpr, ii/2271, f. 193, Schizzi ad Antoine Perrenot; Londra, 16 febbraio 1555.

48. bpr, ii/2286, f. 359, l'ambasciatore di Savoia ad Antoine Perrenot, Londra, 31 dicembre 1554.

49. Merlin, Emanuele Filiberto, cit., p. 58.

50. Carlo v a Filippo; Bruxelles, 12 marzo 1555, pubblicata in Corpus documental, cit., t. iv, pp. 190-2.

51. bpr, ii/2271, f. 193, Schizzi ad Antoine Perrenot, Londra, 16 febbraio 1555.

52. asm, Uffici Regi p. a., 60.

53. bpr, ii/2271, f. 193, Schizzi ad Antoine Perrenot, Londra, 16 febbraio 1555.

54. Ibid.

55. bpr, ii/2271, f. 216, Schizzi ad Antoine Perrenot, Londra, 9 marzo 1555.

56. Ivi, f. 220, Schizzi ad Antoine Perrenot, Londra, 14 marzo 1555.

57. "Carta segunda de lo sucedido en el viaje de S. A. a Inglaterra", in Muñoz, Viaje cit., p. 112.

58. bnm, ms. 7914, Schizzi ad Antoine Perrenot, Londra, 28 marzo 1555.

59. Filippo a Carlo v, Hampton Court, 20 aprile 1555, lettera pubblicata in Corpus documental, cit., t. iv, p. 209.

60. bpr, ii/2271, ff. 266-7, Schizzi ad Antoine Perrenot, Hampton Court, 8 giugno 1555.

61. Filippo a Carlo v, Hampton Court, 18 giugno 1555, pubblicato in Corpus documental, cit., t. iv, p. 226.

62. Il duca d'Alba a Filippo, Augsburg, 28 maggio 1555, lettera pubblicata in Epistolario del iii Duque de Alba, cit., p. 126.

63. Filippo a Carlo v, Hampton Court, 22 maggio 1555, pubblicato in Corpus documental, cit., t. iv, p. 215.

64. bpr, ii/2271, ff. 293-4, Schizzi ad Antoine Perrenot, Hampton Court, 25 luglio 1555.

65. Ivi, f. 92, Schizzi ad Antoine Perrenot, Hampton Court, 8 agosto 1555.

66. bnm, ms. 7914, Schizzi ad Antoine Perrenot, Hampton Court, 18 agosto 1555.

67. Rodríguez Salgado, Metamorfosi di un impero, cit., (ed. cast.) pp. 197-203.

68. Rivero, Felipe ii y el Gobierno de Italia, cit.

69. ascm, Dicasteri, cart. 134, fasc. 3, Milano, 10 marzo 1556.

70. Cfr. Salomoni, Memorie storico-diplomatiche degli Ambasciatori, cit., p. 130.

71. ascm, Dicasteri, cart. 134, fasc. 6.

72. ascm, Dicasteri, cart. 133, fasc. 10, Lossetto al vicario e Dodici della provvigione, Bruxelles, 6 gennaio 1558.

73. bpr, ii/2287, f. 122, il duca d'Alba ad Antoine Perrenot, 5 agosto 1555.

74. bpr, ii/2271, f. 169, Giacomo del Pero ad Antoine Perrenot, Mantova, 3 ottobre 1555.

75. Del vecchio rapporto di fiducia tra Antoine Perrenot e Crasso dà conto la lettera inviatagli da Crasso da Siena il 12 febbraio 1542, in cui scambiava informazioni galanti sulle dame (bpr, ii/2266). Crasso era senatore dal 1535 e nel 1548 fu nominato presidente del tribunale dell'Hacienda. Nel dicembre 1549 Ferrante Gonzaga decise che Crasso andasse alla corte imperiale a esporre le necessità dell'esercito rispetto ai conti delle finanze. Crasso richiese al vescovo di Arras che facesse il possibile affinché s'incaricasse qualcun'altro. Milano, 23 dicembre 1549, bpr, ii/2267, f. 341.

76. bpr, ii/2259, f. 108, Antoine Perrenot a Francesco Crasso. Sono numerose le lettere sulla questione di Marc'Antonio Patanella ad Arras. Si vedano, ad esempio, bpr, ii/2259, ff. 120, 141. Tra le lettere di Crasso a Arras relative al disbrigo dell'affare, bpr, ii/2269, f. 41.

77. «Ho fatto pagare in mano all'Economo Patanella procuratore di V. S. R.ma et Ill.ma li scudi mille per l'anticipata sua pensione, secondo il solito, non ostante che le necessità causate per la continua guerra siano sopra modo grandi, et ne smariscono vedendole ogn'hora acrescer», bpr, ii/2254, f. 147, Francesco Crasso ad Antoine Perrenot, Milano, 20 dicembre 1552.

78. bpr, ii/2269, f. 42, Marc'Antonio Patanella al vescovo di Arras, Milano, 22 marzo 1551.

79. bpr, ii/2271, ff. 125-6, Patanella a Arras, 4 settembre 1555. Perrenot rispose affermando il proprio accesso diretto al re e sostenendo che, al suo arrivo in Inghilterra, «io ho fatto subito l'ufficio a bocca».

80. bpr, ii/2272, Alessandro Spinola al vescovo di Arras, Tortona, 13 gennaio 1556.

81. bpr, ii/2281, f. 65.

82. Gerolamo Brebbia al vescovo di Arras; Milano, 3 settembre 1548, bpr, ii/2267, f. 112. Nella lista del tesoriere, che offriva tra l'altro il posto di maestro delle entrate, figuravano le fortezze di Abbiategrasso, Pizzighettone e Lecco, come Pontremoli e Borgo San Donino, questi ultimi indicati come «lochi ritornati al Stato di novo».

83. bpr, ii/2271, f. 168, Antoine Perrenot a Patanella, Bruxelles, ottobre 1555.

84. bpr, ii/2272, f. 160, Marc'Antonio Patanella ad Antoine Perrenot, Milano, 15 ottobre 1556.

85. bpr, ii/2272, Patanella ad Antoine Perrenot, Milano, 15 gennaio 1557.