Voci, false notizie e dicerie
tra i soldati italiani della Grande guerra*

di Marco Cioffi

1. Genesi, motivi e meccaniche di diffusione

Quando la guerra visita un paese, recita un vecchio proverbio tedesco, le bugie divengono numerose come i granelli di sabbia1 e si fanno strada tra soldati di ogni grado. Accanto a queste forme coscienti di falsità, altre se ne creano in modo involontario:

Probabilmente nascono spesso da osservazioni individuali inesatte, o da testimonianze imprecise, ma questo accidente originario non è tutto; in realtà, da solo non spiega niente. L'errore si propaga, si amplia, vive infine a una sola condizione: trovare nella società in cui si diffonde un terreno di coltura favorevole. In esso gli uomini esprimono inconsapevolmente i propri pregiudizi, gli odi, le paure, tutte le proprie emozioni2.

L'errore, intenzionale o non, si diffonde, al fronte e nelle retrovie, in forma di voci, di false notizie, di dicerie che rappresentano, nella loro totalità, «lo specchio in cui "la coscienza collettiva" contempla i propri lineamenti»3. La Grande guerra produsse «una trasformazione antropologica e sociale»4davvero radicale. Ma per alcuni aspetti fu anche una curiosa combinazione di modernità e di tradizione, di ancestrale e di evoluto. La vita di trincea, novità assoluta per i soldati del tempo, fatta di attese e di assalti, di ripari e di appostamenti, sotto il costante pericolo del tiro nemico, in condizioni igieniche spesso drammatiche, si prestava facilmente alla proliferazione dell'errore:

È impossibile immaginare un'esistenza più isolata di quella del soldato negli avamposti, per lo meno durante la guerra di posizione. Gli individui, è vero, non vivevano soli; ma erano suddivisi in piccole frazioni molto distanti le une dalle altre. Spostarsi significava in genere rischiare la morte; d'altronde il soldato non aveva il diritto di muoversi senza ordini. La storia ha dovuto conoscere società ugualmente frammentate5.

Marc Bloch si riferiva in questo passo alle società medioevali, anzi più propriamente all'atmosfera psicologica del Medioevo, in cui i contatti tra le persone appartenenti a:

differenti cellule sociali avveniva raramente e con difficoltà ­ in diverse epoche per mezzo di vagabondi, frati questuanti, venditori ambulanti ­ più regolarmente alle fiere o alle feste religiose. Il ruolo degli ambulanti o dei vagabondi di ogni tipo, viaggiatori intermittenti il cui passaggio sfuggiva ad ogni precisione, al fronte veniva svolto dagli agenti di collegamento, dai telefonisti che riparavano le linee, dagli osservatori di artiglieria. [] i cucinieri [] in genere sapevano molto, perché avevano il raro privilegio di poter quotidianamente scambiare qualche parola con gli addetti ai rifornimenti, uomini felici che abitavano talvolta a poca distanza dai civili. Così [] si allacciavano per un istante legami precari tra gruppi profondamente diversi6.

Analogamente Agostino Gemelli aveva scritto sulla vita di trincea:

Si ha [] un lungo tempo durante il quale gruppi notevoli di uomini convivono in uno stesso luogo, avendo comunicazioni scarse e di poco momento con altri gruppi, condizioni queste sufficienti per il formarsi di abitudini, per il trasmettersi di usanze7.

Un ritorno al passato? Forse in parte. Emblema della modernità in tutta la sua essenza, in ogni suo aspetto, la guerra di trincea, rappresentò paradossalmente, al livello dei rapporti tra gli uomini, un ritorno a forme di comunicazione orali proprie di epoche passate8. E ciò anche perché tra i soldati circolavano pochi giornali che erano certamente letti con scetticismo, come ogni comunicazione ufficiale, per le cronache artefatte e le rappresentazioni distorte che davano della guerra9.

Ma ci fu anche una scoperta della scrittura da parte delle classi meno alfabetizzate, di cui specialmente erano composte le brigate di fanteria. Se si tiene conto, infatti, che ancora nel 1921 si era in presenza di una percentuale di analfabetismo pari al 27,3%, per la popolazione superiore ai 6 anni10, è senza dubbio sorprendentemente elevato il numero dei soldati che durante la guerra riuscirono a scrivere un diario, degli appunti, delle lettere. Alcuni, pur in possesso della sola licenza elementare, riuscirono a scrivere centinaia di pagine di diario con poesie, schizzi e disegni11, e il fatto è tanto più sorprendente se si tiene conto delle condizioni materiali in cui erano costretti. Allora lo spazio del privato assunse una nuova fondamentale importanza. False notizie, dicerie, voci colpivano l'immaginario, singolo e collettivo, di ogni soldato. È dunque proprio nella forma di scrittura più intima e non filtrata, nonostante gli inconsapevoli meccanismi di autocensura, che se ne possono cogliere gli echi: spesso venivano registrate con distrazione, quasi involontariamente, come un suono ripetuto in lontananza e appena percepito. Non avevano alcun peso nell'economia generale del discorso: erano considerazioni di passaggio, curiosità a margine dei fatti descritti oppure semplici malintesi.

Come un medievista che s'accinge a consultare una chronica, lo storico che s'imbatte in un diario può calarsi negli eventi passati di cui riferisce solo attraverso l'inevitabile filtro dell'autore. Come è stato giustamente osservato: «se gli storici dell'antichità ed i cronisti del medioevo non trovavano fonti primarie su cui basare la ricostruzione storica non se ne davano gran pensiero e ricorrevano a leggende, tradizioni orali, fonti derivate, buttando tutto insieme nel calderone»12. Allo stesso modo il soldato che non riusciva a ricostruire la realtà dei fatti ricorreva alle voci, alle false notizie, alle dicerie, per poter chiarire e dare una spiegazione agli eventi che non era in grado di comprendere appieno. In generale, le leggende, le congetture, le fantasticherie riportate nei diari potevano generarsi da un'infinita molteplicità di situazioni, attraverso una fitta trama di combinazioni, in un gioco continuo di rimandi. Anche un esperto di psicologia militare come Agostino Gemelli scriveva in uno dei saggi de Il nostro soldato:

Si formano tra i soldati delle convinzioni strane, assurde sulla imprendibilità di posizioni, sulla capacità di altre a resistere, sulla esistenza di batterie, di mitragliatrici. E sono vittime di questi errori anche ufficiali. Come siano nate queste leggende nessuno sa e nessuno può dire. Tutti prestano loro fede. E queste convinzioni sono così radicate che possono rendere inefficace un attacco13.

Nonostante l'ampia casistica che caratterizza le false notizie, le voci e le dicerie che si diffusero tra i soldati italiani, se ne possono illustrare brevemente i motivi e i soggetti più ricorrenti. Alcune avevano come soggetto, inevitabilmente, il nemico. E possono classificarsi in tre ambiti principali.

Un primo ambito faceva riferimento alla disumanizzazione connessa alla guerra, e poteva comprendere notizie molto diverse: notizie sull'uso fatto da industrie tedesche di cadaveri di uomini e bestie all'interno del ciclo di fabbricazione della glicerina14, alla presenza del maresciallo Hindenburg, sulle montagne del fronte goriziano15; sul lancio di confetti avvelenati, o composti da materiale esplosivo, da parte di aeroplani degli imperi centrali sulle coste adriatiche e nell'entroterra friulano16; su improbabili vittorie nemiche (ad esempio si diffusero a più riprese false notizie che volevano Padova e Brescia conquistate dagli austro-tedeschi17). Qualunque leggenda, qualsiasi ridicola diceria, diventava vera se riferita a un nemico: il nemico, proprio in quanto tale, era capace di tutto, delle peggiori efferatezze. Probabilmente si dava adito a queste notizie per evidenziare delle differenze che in realtà non esistevano, e per rafforzare un sentimento di coesione e identità nazionale.

Un secondo ambito concerneva, almeno nelle prime fasi della guerra, l'uso dei gas da parte del nemico: «nessuna altra arma impiegata nel conflitto suscitò altrettanta paura e angoscia nelle truppe»18. I gas colpivano all'improvviso e, almeno durante i primi mesi del loro utilizzo, i soldati italiani si trovavano a subirne gli effetti senza avere la possibilità e la capacità di porvi rimedio. La paura e la tensione che tutto ciò creava formava «un terreno di coltura favorevole»19 alla proliferazione di voci su un attacco portato con i gas, che sembrava sempre in agguato20.

Un terzo ambito si ricollegava all'ossessione delle spie, un nemico nella maggior parte dei casi soltanto immaginario, ma che, proprio per questo, suscitava le congetture più fantasiose. Le spie potevano nascondersi sia tra i civili che tra i soldati, essere italiane oppure austriache. La spia, come anche il cecchino, era la rappresentazione di un avversario sfuggente, pronto a colpire in qualsiasi momento: una rappresentazione mentale che inquietava più di ogni altra, proprio per ciò che il suo oggetto aveva di inafferrabile. Una spia non ha regole di combattimento, non segue tattiche logiche. S'insinua tra le trincee e nelle retrovie per carpire segreti da vendere al nemico. Per questa sua natura colpiva l'immaginazione dei soldati creando una forma di psicosi collettiva. Le percezioni della realtà alterate da queste fantasie erano la causa scatenante, sia pur incidentale, della propagazione di storie decisamente assurde e improbabili21.

Le voci, le false notizie e le dicerie variavano a seconda delle diverse guerre che venivano combattute, in base al momento e al luogo in cui si svolgevano gli eventi. Le caratteristiche dei paesaggi condizionavano gli stati d'animo, riuscendo spesso a suggestionare i soldati. Non a caso qualcuno ha potuto notare che «sul Carso mancava [] l'aspetto sublime e poetico della guerra: aspetto che ha grande importanza sullo spirito dei combattenti»22. Il conflitto per un alpino era meno logorante e meno statico di quello che veniva combattuto sul Carso, e, cosa più importante, meno intenso, poiché a molti alpini quei luoghi erano familiari: erano i loro luoghi natii, e alcuni di essi li conoscevano molto approfonditamente. La tensione nervosa, comunque alta, era per loro certamente inferiore e generava meno fantasmi, meno paure, lasciando intatto, almeno in parte, il senso critico che permetteva di distinguere la verità dalla menzogna.

Un'analisi dei temi ricorrenti non può certo tralasciare di sottolineare l'unicità del periodo di Caporetto. La ritirata facilitò il sorgere e il diramarsi di alcune particolari false notizie, di alcune voci caratteristiche. Notizie di crolli definitivi dell'esercito italiano23, o di trionfali riscosse24; voci di un nuovo governo Giolitti25, di un tradimento da parte dei soldati semplici26, di una rivoluzione in atto a Torino27, sono solo alcune tra quelle che ebbero una pronta diffusione.

In realtà, durante tutta la guerra le battaglie erano oggetto di indiscrezioni, date in modo dubitativo, appena accennate, anche attraverso i ricorrenti telegrammi e bollettini apocrifi di Cadorna e di altri generali italiani. Poteva accadere che le informazioni fossero in un primo momento soltanto esagerate, amplificate. Spesso le cifre dei prigionieri catturati in qualche avanzata venivano aumentate fino all'inverosimile. E, d'altra parte, in molti diari si possono trovare numeri che diminuiscono col passare dei giorni.

È probabile che le notizie su fantomatiche vittorie o su spropositate cifre di prigionieri catturati dai nostri soldati o dagli alleati, fossero un modo di sperare nella buona riuscita della guerra, una sorta di autoinganno consapevole. O, forse, erano fatte circolare ad arte, per infondere coraggio e fiducia ai soldati. O, ancora, erano semplicemente il frutto di errori di percezione, errori di osservazione. Infatti un'osservazione inesatta, una supposizione personale che trovava riscontro nelle aspettative di molti, poteva mettere in moto la meccanica di diffusione. Il semplice fatto di avere avuto merluzzo a pranzo, poteva generare l'illusione che la guerra stesse per finire, perché rendeva "evidente" che non si era più in difficoltà28. Altre volte era la capacità di osservazione dei singoli a scontrarsi per arrivare a formare visioni distorte della realtà. Ad esempio, l'affastellarsi di voci che si potevano generare a seguito di una perlustrazione compiuta da più soldati separatamente, poteva generare più versioni di una medesima circostanza, e quasi mai quella più vicina alla realtà era la più creduta29.

Sterili e ripetuti tentativi di conquistare una posizione, potevano originare leggende sulla sua inespugnabilità, spesso associate alla protezione particolare di un santo o di un papa30. Quando taceva la battaglia, erano le voci sulle destinazioni future, sugli spostamenti da effettuare, a essere le più ricorrenti. La propria sopravvivenza dipendeva molto dal luogo in cui si era inviati. Così l'ansia di conoscere in anticipo la propria zona di assegnazione poteva portare a una ridda di voci in tal senso.

Il paese, "il fronte interno", era un altro soggetto abituale di false notizie. Tra i soldati in trincea circolavano con una discreta frequenza informazioni su tumulti e sommosse nelle città del regno31, su terremoti catastrofici32, sulla formazione di nuovi governi. Queste false notizie potevano anche alludere a fatti realmente accaduti, come nel caso dei disordini scoppiati a Torino nell'agosto del 1917, di cui però si esageravano gli esiti.

Tra gli argomenti principali, tra i riferimenti continui nei pensieri e nelle parole dei soldati, sin dall'estate del '16, ci fu la pace, a testimonianza della diffusa aspirazione a terminare la guerra il prima possibile. Il desiderio di pace come semplice fine delle sofferenze, e come certezza di avere salva la vita, innanzitutto. Ma anche il desiderio di una pace giusta, che potesse ricompensare lo sforzo compiuto ed essere foriera di rinnovamenti sociali. Circolarono, tra la truppa, voci di fine del conflitto per il 25 ottobre 191733, per il capodanno ancora del 191734, per il Natale di ogni anno, per un'eventuale presa di Gorizia35, per il 26 maggio 191736 Al desiderio di pace bisogna anche attribuire la comparsa di numerose leggende su sant'Antonio37 e su Pio x38, e l'ampia credibilità che riuscivano ad avere le notizie di apparizioni miracolose di santi e della Madonna39. Questi motivi ricorrenti erano sempre fondati sulla religiosità dei soldati, o, per meglio dire, sull'uso superstizioso di elementi, pratiche, figure e tradizioni religiose, riadattati alle nuove circostanze. Dicerie, voci e false notizie sono indissolubilmente legate alla superstizione. Ogni forma di superstizione, per la credulità che sottintende, è come il riflesso di uno stato d'animo collettivo, «è un fatto collettivo, etnico, tradizionale»40, che può adattarsi a ogni nuova situazione.

La superstizione non era privilegio di qualche Arma dell'esercito, o dei soldati di certe regioni in particolar modo. Non c'era una tipologia particolare di persone che ne diventavano vittime. La superstizione influiva sulla credulità del soldato, modellandola, e contribuendo così a creare un fertile terreno ricettivo. Il soldato in trincea recava con sé tutto un bagaglio di tradizioni popolari dell'ambiente da cui proveniva, e le riadattava alle nuove situazioni attraverso il filtro fornito dalle proprie esperienze. Ed era la testimonianza di un legame con le sue origini che la guerra non era riuscita a rescindere; un legame che si manteneva saldo, anche in virtù delle comunicazioni con la propria famiglia. Ovviamente i soldati consideravano assolutamente vere tutte le informazioni che ricevevano da casa. E una lettera di parenti poteva far iniziare la circolazione di una falsa notizia, come nel caso delle apparizioni della Madonna41.

Una casualità, un elemento incidentale, spesso favoriva la diffusione di una falsa notizia, trovando sempre terreno favorevole nell'incontro tra persone che non si conoscevano. La maggior parte delle volte si credeva all'estraneo; altre, invece, si respingeva con forza ogni sua affermazione. Una notizia fornita da uno sconosciuto che, ad esempio, passasse in bicicletta a fianco di un battaglione, aveva senz'altro più possibilità di essere creduta vera di una fornita da un ufficiale del proprio reggimento. Molti sono infatti i casi di soldati che prendevano per vere, e ciò risulta dalle pagine dei loro stessi diari, informazioni assolutamente false date loro da passanti, da altri soldati, da civili, per la maggior parte vittime, anch'essi, di errori inconsapevoli.

Un discorso simile si può fare anche per le informazioni che portavano i prigionieri di guerra, e che presso la truppa godevano solitamente di un'ampia credibilità. Molte volte erano i soldati in licenza che sui treni o nei luoghi di residenza mettevano in circolazione false notizie, anche solo per far sfoggio di sé e delle esperienze vissute in trincea42. L'osteria del paese, in cui i soldati si ritrovavano a bere e a mangiare, era forse il luogo più tipico in merito alla diffusione di voci e false notizie, ma più spesso ancora di dicerie. In modo simile anche la mensa dell'accampamento era un luogo favorevole alla loro propagazione. Qui si commentavano le notizie quotidiane portate dalle staffette in motocicletta, dai telegrafisti, dai telefonisti, dagli addetti alla sussistenza. I soldati si sedevano attorno ai tavoli in comitive più o meno numerose, e parlavano della guerra, non diversamente da come i cacciatori parlano della caccia, con le stesse esagerazioni, la stessa enfasi, la stessa esaltazione: «Il vino che si beve, ha una parte di complicità nell'arricchire la nostra fantasia»43.

Non si devono dimenticare, infine, i tentativi del nemico di far circolare false notizie, ad esempio attraverso la distribuzione di volantini gettati dagli aeroplani sulle trincee italiane affollate di soldati44.

In conclusione, le voci, le false notizie e le dicerie erano solo il sintomo, che affiorava in superficie, di processi profondi che restavano celati, nascosti all'interno delle relazioni e delle corrispondenze tra gli uomini. Erano epifenomeni, che interessano per ciò che sottintendono, per le condizioni psicologiche e sociali da cui sono prodotti. L'incertezza, l'incapacità di spiegarsi la realtà, il «senso di impotente vulnerabilità»45, le rendeva prolifiche. Erano difese psichiche, che aiutavano il soldato a sopportare la guerra46.

2. Storia del plico, del soldato e dell'ufficiale traditore

Esiste un caso di falsa notizia che corse in breve tempo attraverso metà dell'Italia, lasciando le sue labili tracce in luoghi distanti tra loro anche centinaia di chilometri. La struttura di base della vicenda è la seguente: un soldato semplice riceve da parte di un alto ufficiale l'ordine di recarsi nelle trincee nemiche per consegnare una lettera. Ma il soldato s'insospettisce, apre il plico e scopre che la lettera contiene informazioni utili al nemico e l'ordine di uccidere il latore del messaggio; allora ritorna indietro e svela l'inganno.

Questa storia ebbe un'evoluzione davvero interessante, in considerazione della sua diffusione e delle differenti versioni che si succedettero nel tempo. La prima traccia di questa vicenda emerse nella provincia di Sondrio. In una raccomandata riservatissima del 30 marzo 1918 il prefetto mise al corrente il ministero dell'Interno di alcuni fatti:

Il 28 corrente fui informato essersi diffusa in alcuni comuni della Valtellina, e specie a Tirano47, l'infondata notizia di avere lo Stato Maggiore della divisione di Edolo48 affidato ad un soldato un plico contenente i piani del Tonale, per essere portati al nemico, dando ingiunzione a questo di uccidere il messaggero del plico. Ma costui lettone il contenuto, ritornava sui suoi passi e uccideva l'ufficiale mandatario.

La notizia pervenuta in Valtellina a scopo disfattista parte da militari di Edolo ed ha prodotto senso di sgomento nella popolazione civile e di sfiducia nei militari delle classi più creduli. Il 28 stesso mandai sul posto questo Commissario Cav. Wenzel, il quale stamani è ritornato dopo di avere accertato che la stessa notizia fu data nel Novembre dell'anno scorso, subito dopo Caporetto, da alcuni soldati valtellinesi ad una signora residente a Milano; una patriottica donna, che tanto benefica i militari alla fronte. Detta signora ne parlò ad un Magistrato, e questi all'Arma dei Carabinieri Reali, che indagò infruttuosamente. La cosa allora fu tenuta segreta e non se ne ebbe sentore nemmeno in questo ufficio. Il fatto di ridestarsi questa stessa notizia con tanta propalazione, fa pensare al determinato proposito dei nostri nemici di sgomentare le masse ignoranti civili e militari, e poiché in Novembre le indagini non furono approfondite, avrei in animo di farlo ora, facendo interrogare dallo stesso Commissario Wenzel, a Milano, la signora cui si accenna, tanto più che il magistrato che la conosce afferma che se quella signora è interrogata con garbatezza, potrebbe fornire preziose notizie, a causa del contatto continuo e benefico che conserva coi militari in specie di truppa49.

L'8 aprile il ministro concesse l'autorizzazione a proseguire le indagini, ma nel frattempo si ebbero nuovi sviluppi. Ancora il prefetto di Sondrio il 6 aprile informava, per mezzo di un telegramma-espresso di Stato, che

la diceria disfattista dilaga tuttora in questa Provincia tanto che già sono in corso procedimenti penali a carico di un soldato e di altri. La voce proviene da Vezza d'Oglio ­ e da altre località prossime al Tonale []. Informata Prefettura Brescia per le ulteriori indagini50.

Il 16 maggio in risposta a una lettera della prefettura di Sondrio in cui si illustravano i risultati dell'indagine condotta dal commissario Wenzel, il ministero dell'Interno fece notare, in sostanza, come la relazione fosse limitata alla raccolta delle voci mentre «il servizio disposto mirava a rintracciarne le fonti o per lo meno i propalatori»51. Quindi la ricerca dette, per il momento, esiti negativi. Tuttavia il mosaico si sarebbe arricchito nei giorni successivi di ulteriori elementi, altri tasselli che si sarebbero aggiunti a delineare una diffusione della falsa notizia decisamente insolita. Il primo, in ordine cronologico, lo fornì la regia prefettura della provincia di Pavia il 23 maggio del 1918 con una nota informativa al ministero dell'Interno:

Il giorno 11 andante i militari della stazione di S. Giulietta, di servizio nel comune di Pietra de' Giorgi52 vennero a conoscenza che il giorno 9 corrente il soldato Mazzocchi Romolo [] appartenente alla 258 Compagnia Zappatori del 1° Reggimento Genio in Zona di guerra, ed in breve licenza in detto comune, parlando con più persone circa la nostra guerra, aveva raccontato il seguente fatto:

«Un colonello [sic!] Italiano nei pressi del monte Altissimo ov'io mi trovavo, diede ad un soldato del suo reparto una lettera con l'incarico di portarla nelle trincee austriache. Il soldato invece di obbedire aprì la lettera e vi trovò scritto: "Prima di tutto uccidere il latore della presente e poi venite pure avanti che troverete la strada aperta". Il soldato allora consegnò la lettera ad altri suoi superiori e ne ebbe in premio la medaglia e sei mesi di licenza mentre il colonnello venne fucilato». [].

Il Mazzocchi a sua discolpa asserisce che quanto egli ebbe a dire l'aveva sentito qua e là, senza poter indicare da chi53.

Si possono notare alcune variazioni. È cambiato il luogo della vicenda: dal monte Tonale al monte Altissimo, decine di chilometri più a sud, in direzione di Brescia. Colui che tradisce ora è un colonnello che viene comunque ucciso, non più dal soldato stesso ma da altri suoi superiori. Si conosce, infine, il contenuto della lettera.

Il 2 giugno 1918 la prefettura di Livorno inviò al ministro dell'Interno la seguente nota infomativa:

Il 26 Maggio [] nella piazza Cavour di Portoferraio, il soldato Mannocci Giuseppe, della classe 1881, appartenente al 43° Reggimento Fanteria zona di guerra, [] narrò pubblicamente a quattro individui, come, tempo fa, un Tenente Generale ordinasse ad un soldato di portare un plico in un punto determinato al di là delle nostre linee, dove avrebbe trovato chi aveva in carico di riceverlo; che il soldato insospettitosi, decise di aprire il plico, e lesse che si pattuiva un tradimento col nemico per una somma ingente, e stabiliva che il 3 Maggio gli austriaci dovessero raggiungere Brescia. La lettera aveva il seguente proscritto: «appena letta la presente uccidete subito il porgitore».

Allora il soldato tornò indietro e consegnò immediatamente il plico ad un Comando. Il tenente Generale fu fucilato ed un maggior generale si suicidò. Il soldato ebbe in premio 6 mesi di licenza e L. 6.000. Il Mannocci commentò che, per puro caso, non era avvenuto un secondo Caporetto, per causa dei nostri generali, mentre il soldato italiano si batte bene. []. Il soldato Mannocci ha appartenuto al partito socialista e si dice di idee anarchiche54.

Ecco affiorare altri cambiamenti, altre sfumature date alla storia. Il traditore è individuato in un tenente generale. Non si conosce più il percorso del soldato, ma si sa con precisione che la lettera forniva indicazioni al nemico per giungere a una data prestabilita, il 3 maggio, a Brescia. Il contenuto della lettera è noto in ogni suo più piccolo dettaglio.

Oltre al tenente generale fucilato si ha notizia del suicidio di «un maggior generale». Il soldato che scopre l'inganno riceve una licenza premio di 6 mesi e 6.000 lire in regalo dal comando a cui consegna il plico. Ma vi è ancora un'altra versione. In una comunicazione del 14 giugno del 1918 al ministero dell'Interno, la prefettura di Bergamo riferiva che:

Il 6 Maggio un negoziante in tessuti, identificato poi per certo Fenoli Federico [] residente a Gallarate nell'osteria [] in Martinengo, teneva all'Aiutante di battaglia Parisotto Beniamino, del deposito del 79° Fanteria, [] il seguente discorso disfattista: «Intesi dire che al Tonale, un Comandante di un settore, aveva consegnato una lettera ad un soldato per portarla agli avanposti nemici; uscito dalla trincea e vedendo che gli austriaci non sparavano come il solito, s'insospettì di tale lettera e si nascose dietro un mucchio di sassi. Apertola trovava esservi scritto che il detto Comandante invitava gli austriaci ad avanzare nell'ora che lui avrebbe indicato, e di uccidere il latore del plico appena compiuta la sua missione. Il soldato non fece ritorno al proprio reparto, ma aspettando un'ora inoltrata, ritornò per altri reparti dove consegnò la lettera ad uno di quei Comandanti che provvide a togliere tutti gli ufficiali di quel settore, compresovi il Comandante traditore».

Il Fenoli [] riferì di averlo [il discorso] a sua volta, sentito raccontare da altri a Baveno55. Il Parisotto, [] aggiunse che alcuni giorni dopo, trovandosi nel mercato di Cittadella (Padova ) ebbe ad udire da persone a lui sconosciute simile ragionamento56.

Anche Fenoli risultava essere iscritto al partito socialista italiano. Sono evidenti ulteriori modifiche. Si ritorna sul Tonale. L'ufficiale fedifrago è ora un comandante di un settore non ben precisato. Le azioni compiute dal soldato sono descritte ancora più minuziosamente, con dovizia di particolari. Il comandante non viene fucilato ma semplicemente rimosso assieme a tutti gli ufficiali del suo settore. Il soldato non riceve alcun premio.

È interessante notare come gli elementi di questa falsa notizia riflettano alcune caratteristiche fondamentali delle fiabe in base alla classificazione fattane da Vladimir Ja. Propp57. Delle trentuno funzioni dei personaggi individuate dallo studioso di Pietroburgo diverse possono essere associate ai protagonisti della falsa notizia che stiamo trattando:

­ l'allontanamento: il soldato si allontana dalla propria trincea essendo all'oscuro del proprio compito;

­ il divieto: al soldato viene imposto di non aprire il plico;

­ l'infrazione: il soldato apre il plico e, così facendo, infrange il divieto;

­ l'investigazione58: il soldato legge la lettera;

­ il tranello: l'ufficiale traditore fornisce nella lettera l'ordine di uccidere il soldato latore del messaggio;

­ la connivenza: il soldato si lascia convincere dall'ufficiale traditore a recarsi nella trincea nemica;

­ il ritorno: il soldato decide di contraddire l'ordine e di ritornare sui suoi passi;

­ il salvataggio: il soldato riesce a tornare nelle trincee italiane;

­ l'arrivo in incognito: il soldato non ritorna nel suo reggimento;

­ il compito difficile: il soldato deve farsi credere dagli ufficiali;

­ l'adempimento: il soldato riesce nel suo intento;

­ lo smascheramento: l'ufficiale traditore viene identificato;

­ la trasfigurazione: il soldato assume un nuovo ruolo in virtù della sua opera;

­ la punizione: l'ufficiale traditore viene punito.

Manca, in realtà, quasi totalmente l'azione dell'antagonista e quella dell'eroe esterno: la vittima, il soldato, nel nostro caso coincide con l'eroe, e l'ufficiale non interviene nella vicenda durante il suo sviluppo. È assente anche la funzione della famiglia della vittima59.

Ma in una fiaba non sono i personaggi in quanto tali a rivestire l'importanza fondamentale: «La funzione in quanto tale è grandezza costante. Per l'analisi della fiaba è quindi importante che cosa fanno i personaggi e non chi fa e come fa, problemi, questi ultimi, di carattere accessorio»60. Anche nel caso di questa falsa notizia sono importanti le funzioni, non i personaggi. Sono i loro ruoli a essere fondamentali e a dare un particolare senso agli eventi: l'analisi dei personaggi va sviluppata in base alle loro funzioni.

D'altra parte Max Lüthi nel suo La fiaba popolare europea. Natura e forma, affermava che nella fiaba era predominante l'«attributo singolo»: una città, un re, la «tecnica dell'appellativo puro e semplice» si poneva come una delle caratteristiche fondamentali delle fiabe61. L'attributo singolo è presente anche nel nostro caso e nelle false notizie in genere: un soldato, un tenente generale, un ufficiale, un colonnello, un comandante di un settore. Ciò rendeva possibile l'immedesimazione di ognuno con i protagonisti e, di conseguenza, rendeva generalizzabile la storia.

Secondo Marie-Louise von Franz «le fiabe sono l'espressione più pura e semplice dei processi psichici dell'inconscio collettivo»62.

Anche per Bruno Bettelheim le fiabe parlano all'inconscio, anzi parlano «simultaneamente a tutti i livelli della personalità umana. [...]. Certo, a livello manifesto le fiabe hanno poco da insegnare circa le specifiche condizioni della vita nella moderna società di massa; []. Ma esse possono essere più istruttive e rivelatrici circa i problemi interiori degli esseri umani e le giuste soluzioni alle loro difficoltà in qualsiasi società»63. Ciò non deve stupire. Anzi viene a spiegare perché la falsa notizia che stiamo trattando abbia assunto la forma di una fiaba. Le fiabe, come le false notizie, le voci, le dicerie, sono un'espressione della mentalità collettiva, delle tradizioni popolari, il riflesso di stati d'animo comuni diffusi, stratificatisi con l'azione del tempo:

Le fiabe sono vere [scrive Italo Calvino]. Sono, prese tutte insieme, nella loro sempre ripetuta e sempre varia casistica di vicende umane, una spiegazione generale della vita, nata in tempi remoti e serbata nel lento ruminino delle coscienze contadine fino a noi; sono il catalogo dei destini che possono darsi a un uomo e a una donna, soprattutto per la parte di vita che appunto è il farsi d'un destino64.

Le fiabe ebbero un'origine popolare, con richiami a memorie lontane, a usanze e credenze antiche che [] si sedimentarono lentamente nell'immaginario dei popoli. []. La [loro] etimologia deriva dal latino fari e quindi dal greco phèmí, ossia ha l'idea d'un "parlare" per comunicare e trasmettere, a chi sta vicino, una catena di fatti e sentimenti. Per cui il termine in sé può anche avere il significato di "sedare", "calmare", oppure "eccitare" o, meglio, "immettere in un circuito emozionale diverso dal nostro". []. Schematizzando, nella fiaba possiamo evidenziare: l'eterna voglia dell'uomo di fuggire dalla realtà d'ogni giorno; una compensazione emotiva alla mal riuscita finalizzazione di tanti desideri; l'eterna fame che ha travagliato l'uomo per il poco pane, o poco cibo in genere; un tempo, diverso dall'usuale, godibile in una regione extratemporale, al di là dei fatti sociali emergenti65.

Ma le attribuzioni della fiaba sono infinite, «potremmo parlare, insomma, [] della fiaba come di una "progettazione futuribile" che i poveri, d'ogni continente, hanno continuamente ed emotivamente strutturato»66.

Si potrebbe vedere, nel nostro caso, nella parte del povero, il soldato semplice che deve riscattarsi dalle accuse mossegli dopo Caporetto. Vi è, nelle fiabe un rifiuto della tragicità della vita, un senso dell'ingiustizia sicuramente forte, ma anche ingenuo e infantile. E indubbiamente le tracce di questi stati d'animo si ritrovano interamente nella falsa notizia in questione. Il motivo della lettera con l'ordine di uccidere il latore del messaggio, inoltre, riecheggia un topos letterario che fa parte della tradizione culturale europea. Si citerà solo l'esempio più celebre. Nell'Amleto di William Shakespeare, il re impostore di Danimarca Claudio, con uno stratagemma manda Amleto in Inghilterra per portare una lettera di riscossione di tributi a Fortebraccio, re d'Inghilterra; in realtà questa lettera contiene l'ordine di uccidere il principe di Danimarca, immediatamente dopo la lettura della stessa. Ma a cercar "antenati", più o meno illustri, della storia in questione si rischierebbe di distogliere lo sguardo da ciò che nel nostro caso va analizzato: perché si è diffusa proprio questa storia e non altra? Che cosa la rende così particolare?

Il testo della prima raccomandata inviata dalla prefettura di Sondrio presenta delle ambiguità sui luoghi in cui essa risulterebbe essersi diffusa. E non è chiaro dove i soldati valtellinesi incontrino la signora residente a Milano: forse nello stesso capoluogo lombardo, ma questo lo si può solo intuire.

A ogni modo, pur tralasciando questo caso, emerge, evidente, la "dispersione" della falsa notizia su un territorio molto ampio, avvenuta con una notevole rapidità, se si considera che l'arco di tempo è ristretto a poco più di due mesi. In realtà, il fatto di non aver trovato documenti che attestino la presenza di questa falsa notizia nei mesi precedenti al marzo del 1918 non significa che essa non possa essere stata già in circolazione; infatti, «la massa documentaria superstite di una data società è il prodotto di scelte logiche ma subbiettive [] e di [] "capricciosa casualità»67.

Quella che ci è giunta, attraverso le carte del ministero dell'Interno, è solo la forma, per così dire, compiuta della storia. Le datazioni degli eventi, in questi casi, vanno prese per indicazioni non necessariamente precise, perché, evidentemente, potrebbero non coincidere con le registrazioni fattene dai prefetti. Una diffusione così ampia testimonia che questa falsa notizia interpretava delle aspettative, dei desideri, forniva delle risposte a domande che in molti si erano fatti: domande su Caporetto.

Per il prefetto di Sondrio uno dei dati sicuri, secondo gli accertamenti fatti dal commissario Wenzel, era che «la stessa notizia fu data nel Novembre dell'anno scorso». Subito dopo la rotta, dunque.

Proprio come nelle fiabe non è tanto importante il personaggio quanto il ruolo che esso ricopre, allo stesso modo è importante che il traditore sia un ufficiale e che la vittima-eroe sia un soldato semplice. Ora, non credo sia un caso che tutti coloro che furono sorpresi a raccontare tale storia fossero soldati semplici. La falsa notizia, come affermato in precedenza, forse aveva il fine di sollevare da ogni accusa per la rotta di Caporetto la truppa dei soldati, accusa che voleva scaricare la responsabilità della disfatta sulla presunta inettitudine e sull'altrettanto presunto scarso spirito patriottico dei soldati semplici. Ma l'evoluzione finale della storia, in cui il comandante traditore viene semplicemente rimosso assieme agli ufficiali del suo settore, senza essere condannato a morte, sembrerebbe evidenziare, nonostante tutto, una proiezione in essa del desiderio di unità dell'esercito. Anche il meccanismo della ricompensa che appare nelle versioni di Livorno e di Pavia potrebbe voler isolare il traditore per non generalizzare l'accusa rovesciandola su tutti gli ufficiali, dal momento che alcuni di essi riconoscono al soldato dei meriti per la sua opera.

Mi sembra molto interessante anche il nesso logico consequenziale dei prefetti: propagatore di notizie false e allarmanti, quindi socialista (e viceversa). Credo che con ciò fossero totalmente fuori strada, ma è comunque un dato importante poiché mette in evidenza quanto grande fosse il sospetto ­ ed il timore ­ dei socialisti. Il controllo sui soldati, a dispetto di quanto si possa pensare, non fu successivo alla rotta di Caporetto, ma fu abbastanza costante per tutta la durata della guerra, e in forme davvero efficaci, se venivano arrestate persone a causa di conversazioni tenute in treno settimane prima. In particolar modo, informazioni varie, attraverso i cosiddetti «fogli d'ordine» ciclostilati, ma non solo, venivano periodicamente inviate dalla sezione U del servizio informazioni del comando supremo ai prefetti delle zone di guerra, ai comandi militari e, più spesso, al ministero dell'Interno. Questa sezione aveva compiti di polizia militare e di repressione della propaganda disfattista fra le truppe nelle zone di guerra, e le notizie che forniva erano in gran parte ricavate da informazioni fiduciarie di osservatori e commissari del comando supremo.

Riconsideriamo anche i luoghi di diffusione: il treno, l'osteria, il mercato, la piazza del paese. Ebbene, sono inequivocabilmente tutti luoghi di scambio, d'incontro tra sconosciuti o, meglio, tra soldati e civili. È qui, in questi ambiti di confronto, di relazione con gli altri, che prende forma la falsa notizia, è in queste situazioni che emerge il desiderio di comunicare, di raccontare.

Che poi, in generale, l'evoluzione di questi racconti avesse tante diverse sfumature non deve sorprendere affatto: capita spesso, infatti, a chi si trova a narrare una storia ripetutamente, di arricchirla di volta in volta con nuovi particolari rispetto all'occasione precedente; pertanto, una falsa notizia poteva essere il risultato di un processo di trasformazione di una notizia che nasceva almeno con i contorni della verità ma che, con il succedersi delle diverse versioni, diventava pienamente falsa. Più facilmente questo accadeva se la storia in questione passava di bocca in bocca, e quindi aveva una diffusione orale, come nel caso appena descritto.

Note

* Questo articolo riprende in forma sintetica parte del lavoro da me svolto per la tesi di laurea discussa nall'a.a. 2001-2002 presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università di Roma "La Sapienza", relatore prof. Vittorio Vidotto, correlatore prof. Francesco Pitocco.

1. Proverbio riportato in F. von Langenhove, The Growth of a Legend. A study based upon the German Accounts of Francs-Tireurs and "Atrocities" in Belgium, Putnam, New York-London 1916, p. 4.

2. M. Bloch, La guerra e le false notizie: ricordi 1914-1915 e riflessioni 1921, Donzelli, Roma 1994, p. 84.

3. Ivi, p. 104.

4. A. Gibelli, L'officina della guerra: la grande guerra e le trasformazioni del mondo mentale, Bollati Boringhieri, Torino 1991, p. 5.

5. Bloch, La guerra e le false notizie, cit., p. 105.

6. Ivi, pp. 105-6.

7. A. Gemelli, Il nostro soldato. Saggi di psicologia militare, Fratelli Treves editori, Milano 1917, p. 141.

8. Cfr. in proposito quanto scrive Marc Bloch in La guerra e le false notizie, cit.

9. A tal riguardo Paul Fussell ne La grande guerra e la memoria moderna, Il Mulino, Bologna 1984, parla di «suprema ironia» della prima guerra mondiale, a sottolineare la contraddizione che deriva dalla compresenza, durante tutta la sua durata, di caratteristiche così opposte.

10. Un secolo di statistiche italiane nord e sud, 1861-1961, svimez, Associazione per lo sviluppo nel Mezzogiorno, Roma 1961, p. 795.

11. Emblematica in tal senso la vicenda di Otello Ferri il cui diario ­ ma è davvero riduttivo definirlo così ­ è conservato nell'archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano.

12. C. M. Cipolla, Introduzione allo studio della storia economica, Il Mulino, Bologna 1993, p. 44.

13. Gemelli, Il nostro soldato, cit., p. 85.

14. A. Agabiti, Sulla fronte Giulia (note di taccuino, 1915-1916-1917), Società editrice partenopea, Napoli s.d. (prefazione del 1917), pp. 113-5; Fussell, La grande guerra e la memoria moderna, cit., p. 148. L'opinione pubblica era particolarmente ben informata su questo argomento per l'ampio spazio dedicatogli dai principali quotidiani nell'aprile del '17.

15. A. Di Valmarana, 1915-1918. Diario di guerra di un ufficiale di complemento d'artiglieria, Venezia 1966, p. 50; S. D'Amico, La vigilia di Caporetto. Diario di guerra, Giunti, Firenze 1996, in data 2 gennaio 1917, p. 71.

16. Tra gli altri, Archivio Diaristico Nazionale (d'ora in poi adn), Chiasserini Dante dg/87, p. 11.

17. Archivio Centrale dello Stato (d'ora in poi acs), Ministero dell'Interno, Direzione generale di Pubblica sicurezza, Divisione Affari generali e riservati, cat. ­5g, Servizio informazioni del comando supremo, b. 67, fasc. 128, Notizie tendenziose e allarmanti, Propalazione di false e allarmanti notizie, sottofasc. 32, adn, Re Renzo dg/96, in data 25 marzo 1917, p. 53.

18. M. Isnenghi, G. Rochat, La grande guerra 1914-1918, La Nuova Italia, Firenze 2000, p. 207.

19. Bloch, La guerra e le false notizie, cit., p. 84.

20. Ad esempio, adn, Chiasserini Dante dg/87, p. 12; A. Monticone (a cura di), Angelo Gatti. Caporetto. Dal diario di guerra inedito (maggio-dicembre 1917), Il Mulino, Bologna 1964, pp. 197-8; adn, Della Scala Umberto, dg/95, p. 21.

21. Giuseppe Bianchi nel suo diario, custodito presso l'Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano, raccontava delle perlustrazioni che faceva col suo battaglione alla ricerca di una fantomatica spia che forniva segnalazioni notturne al nemico. Questa spia, dalle deposizioni raccolte, era descritta di volta in volta come vecchio, giovane, con la barba, senza barba, vestito bene, male e sembrava andasse in giro a tappezzare le montagne vicino alla sponda nord-orientale del lago di Garda con grandi fogli di carta colorati. Ovviamente questi fogli, e la spia stessa, non vennero mai trovati.

22. A. Lanzillo, Il soldato e l'eroe (saggio di una psicologia della guerra), in "Bilychnis", 1917, fasc. xi-xii, p. 314.

23. In alcuni diari, tra cui G. Frizzi, Cannonate e gloria! Note di guerra di un artigliere, Padova 1929, p. 81; M. Puccini, Dal Carso al Piave: la ritirata della 3 Armata nelle note d'un combattente, Bemporad, Firenze 1918, p. 92; A. Spallicci, Diario di guerra (1915-1918) estratto dalla rivista d'illustrazione romagnola "La piê", Società tipografica forlivese, Forlì 1950, pp. 108-9, si trovano trascritte, nei primi giorni di novembre, delle voci di ritirata fino alla linea del Po.

24. Per Paolo Caccia Dominioni, il generale Capello, passato al contrattacco, al 5 novembre aveva fatto 70.000 prigionieri, in Id., 1915-1919. Cronaca inedita della Prima Guerra Mondiale da documenti vari e dal diario del Tenente Sillavengo, Longanesi, Milano 1965, p. 246. Valentino Coda, a p. 136 del suo diario pubblicato con il titolo Dalla Bainsizza al Piave. All'indomani di Caporetto. Appunti di un ufficiale della ii Armata, Sonzogno, Milano s.d., il 3 novembre annotava di aver udito la voce che Udine e Cividale erano state riconquistate.

25. Ivi, p. 91, e C. De Lollis, Taccuino di guerra, Sansoni editore, Firenze 1955, p. 46, 28 ottobre 1917.

26. La voce era diffusa anche a livello politico: infatti per il ministro incaricato dei rapporti tra governo ed esercito Leonida Bissolati, Caporetto era la conseguenza di uno sciopero militare.

27. Coda, Dalla Bainsizza al Piave, cit., p. 89; R. Bardelli, Di là dal Piave. Diario di guerra e di prigionia, Montes, Torino 1934, p. 61, e anche adn, Re Renzo, dg/96, p. 63.

28. Fatto riportato in I. Pellicioli (a cura di), Tirava un forte vento. Diario della guerra Itala-Austro Ungarica di Alfredo Valenti, Il Filo d'Arianna, Bergamo 1987, p. 45, in data 29 dicembre 1916.

29. G. Frontali, La prima estate di guerra, Il Mulino, Bologna 1988, pp. 69-70.

30. In genere si trattava di Leone xiii o di Pio x.

31. acs, Presidenza del Consiglio dei Ministri (d'ora in poi pcm), fasc. 19.4.8.50, Condizioni morali e disciplinari dell'esercito.

32. Ad esempio nel giugno del 1915 si diffuse la notizia, tra soldati calabresi, che un terremoto avesse colpito la Calabria provocando migliaia di vittime. Era possibile credere a una tale notizia poiché l'avvenimento in questione non sarebbe stato poi tanto insolito; infatti, il 13 gennaio del 1915 c'era stato un terremoto violentissimo, con epicentro nei pressi di Avezzano, in Abruzzo, che fece circa 33.000 morti. D'altra parte, era ovviamente difficile dimenticare quello ancor più distruttivo di Reggio Calabria e Messina del 28 dicembre del 1908 (86000 morti). Vedi acs, pcm, fasc. 19.7.1.2, False esagerate notizie in genere.

33. acs, pcm, b. 120, fasc. 19.6.5.24, Notizie allarmanti in genere.

34. Caccia Dominioni, 1915-1919, cit., p. 83.

35. D. Priore (a cura di), Giuseppe Capacci. Diario di guerra di un contadino toscano, Cultura Editrice, Firenze 1982, p. 77.

36. D'Amico, La vigilia di Caporetto, cit., p. 157.

37. A. Frescura, Diario di un imboscato, Mursia, Milano 1981, p. 70; Gemelli, Il nostro soldato, cit., p. 150.

38. Ivi, pp. 150-1; acs, a5g, Servizio informazioni del comando supremo, b. 64, fasc. 127, Notizie d'indole politica e militare, lettera anonima, 23 gennaio 1918.

39. Nei primi mesi del 1918 diverse mogli e madri di soldati scrivevano al fronte per riferire ai propri figli o ai propri mariti delle numerose presunte apparizioni della Madonna, in seguito a interrogazioni di immagini sacre da parte di bambine, che annunciavano la fine della guerra per il maggio dello stesso anno, in tale numero da far partire indagini di diverse prefetture del regno (Rimini, Catania, Pesaro, Cesena e altre ancora). Cfr., in proposito, acs, a5g, Servizio informazioni del comando supremo, b. 65, fasc. 128, Notizie false e allarmanti. Propalazione di false e allarmanti notizie, sottofasc. 2.

40. R. Corso, La rinascita della superstizione nell'ultima guerra, in "Bilychnis", febbraio 1920, fasc. ii, vol. xv.2, p. 97.

41. Ma poteva succedere anche il processo inverso. Un soldato di San Vito Romano scrisse in una lettera alla propria moglie di non mandare i figli a scuola perché nel paese ove lui si trovava si uccidevano i bambini mediante iniezione di sostanze velenose allo scopo di far diminuire i sussidi governativi ai figli dei richiamati, in acs, a5g, Servizio informazioni del comando supremo, b. 67, fasc. 128, Notizie false e allarmanti. Propalazione di false e allarmanti notizie, sottofasc. 54.

42. acs, a5g, Servizio informazioni del comando supremo, bb. 65, 66, fasc. 128, Notizie false e allarmanti. Propalazione di false e allarmanti notizie. A conferma dei timori delle autorità riguardo la diffusione di notizie da parte di soldati feriti in licenza in risposta alle curiosità dei civili cfr. i sottofascicoli 1, 11, 12 e 15.

43. Bardelli, Di là dal Piave. Diario di guerra e di prigionia, cit., p. 44. Che le dicerie trovassero un terreno fertile soprattutto nelle osterie era noto anche al servizio informazioni del capo di stato maggiore dell'esercito come risulta in acs, a5g, Servizio informazioni del comando supremo, b. 1, fasc. 7, Agitazioni contro la guerra. Affari generali, sottofasc. 1, Fronte: morale delle truppe, inserto 2.

44. Per tacere di operazioni più nascoste e sottili. Si pensi soltanto, ad esempio, agli informatori e alle spie austriache che certamente esistevano e operavano sul territorio italiano.

45. N. Ferguson, La verità taciuta. La Prima guerra mondiale: il più grande errore della storia moderna, Corbaccio, Milano 2002, p. 445.

46. Cfr. B. Bianchi, La follia e la fuga: nevrosi di guerra, diserzione e disobbedienza nell'esercito italiano 1915-1918, Bulzoni, Roma 2001.

47. Centro a circa 25 km a nord-est del capoluogo.

48. Località a circa 100 km a nord di Brescia.

49. acs, a5g, Servizio informazioni del comando supremo, b. 66, fasc. 128, Notizie tendenziose e allarmanti. Propalazione false e allarmanti notizie, sottofasc. 5.

50. Ibid.

51. Ibid.

52. Centro a circa 26 km a sud-est di Pavia.

53. acs, a5g, Servizio informazioni del comando supremo, b. 66, fasc. 128, Notizie tendenziose e allarmanti. Propalazione false e allarmanti notizie, sottofasc. 5.

54. Ibid.

55. Centro sulla riva occidentale del lago Maggiore.

56. acs, a5g, Servizio informazioni del comando supremo, b. 66, fasc. 128, Notizie tendenziose e allarmanti. Propalazione false e allarmanti notizie, sottofasc. 5.

57. V. J. Propp, Morfologia della fiaba, Einaudi, Torino 1966.

58. Secondo Propp l'investigazione era compiuta dall'antagonista oppure, ed è il nostro caso, dalla vittima, e in questa eventualità si trattava di investigazione inversa.

59. Le altre funzioni sono: delazione, danneggiamento, mancanza, inizio della reazione, partenza, prima funzione del donatore, reazione dell'eroe, fornitura, indicazione del cammino, lotta, marchiatura, vittoria, rimozione della sciagura, persecuzione, pretese infondate, nozze. Nelle nozze si può forse delineare una forma di ricompensa, ma di questo Propp non parla.

60. Propp, Morfologia della fiaba, cit., p. 26.

61. M. Lüthi, La fiaba popolare europea: forma e natura, Mursia, Milano 1992.

62. M. L. von Franz, Le fiabe interpretate, Bollati Boringhieri, Torino 1980, p. 1.

63. B. Bettelheim, Il mondo incantato. Uso, importanza e significati psicoanalitici delle fiabe, Feltrinelli, Milano 1977, p. 11.

64. Fiabe italiane, raccolte dalla tradizione popolare durante gli ultimi cento anni e trascritte in lingua dai vari dialetti da Italo Calvino, Mondadori, Milano 1993, pp. xiv-xv.

65. Favola, fiaba, fantastico, scelta e introduzione di Giuseppe Bonaviri, Istituto poligrafico e zecca dello stato, Roma 1999, p. vi, viii.

66. Ivi, p. ix.

67. Cipolla, Introduzione allo studio della storia economica, cit., p. 37.