L'attività editoriale dei Giunti
nella Venezia del Cinquecento*

di Andrea Ottone

L'attenzione che gli storici hanno rivolto al marchio editoriale dei Giunti è stata finora piuttosto incostante: in qualità di pionieri e rappresentanti di rilievo dell'editoria italiana del xvi secolo, il nome di questa famiglia di stampatori compare molto di frequente in accenni di natura marginale all'interno di opere sulla protoeditoria europea, tuttavia studi specifici a loro dedicati sono di numero veramente esiguo. Il primo a interessarsi alle edizioni giuntine è stato Antoine Augustin Renouard pubblicando alcune notizie su questa marca tipografica e tentando una prima ricostruzione annalistica1. Nel 1957 Alberto Tenenti ha offerto al pubblico una dettagliata ricostruzione biografica della vita di Luc'Antonio il giovane, terzo dirigente della ditta veneziana2. Fra il 1962 e il 1963 vengono invece pubblicati gli annali del ramo veneziano3, frutto dei dieci anni di lavoro che Paolo Camerini ha voluto dedicarvi. Alcuni studi specifici hanno riguardato poi i rami laterali: nel 1977 escono gli annali del ramo fiorentino, supportati da una robusta ricostruzione storiografica4, mentre William Pettas ha dedicato preziosi studi al ramo fiorentino, lionese e spagnolo e, per quanto mi è dato di sapere, egli è attualmente l'unico studioso a pubblicare ricerche su questa famiglia.

Potendo disporre dei risultati conseguiti dagli studiosi precedentemente citati, ho ritenuto utile proporre un lavoro in cui l'attenzione fosse rivolta al solo ramo veneziano e la cui vicenda venisse studiata con un approccio misto che tenesse conto sia degli aspetti biografici che di quelli più strettamente attinenti alla produzione editoriale. Nell'accostarmi dialetticamente alle precedenti interpretazioni critiche delle fonti disponibili, ho voluto trovare una guida anche nello studio quantitativo e, per quanto mi è stato possibile, qualitativo della produzione libraria giuntina. Ho inteso proporre i risultati di questo ultimo aspetto della mia ricerca nella forma di prospetti statistici fruibili anche indipendentemente dalle considerazioni da me svolte e suscettibili di ulteriori interpretazioni. Lo sforzo che ho inteso compiere con questo lavoro è stato volto a presentare elementi utili a definire in qualche modo la "personalità professionale" dei Giunti e lo spirito che guidò le loro scelte in ambito editoriale. Per raggiungere tale scopo, ho voluto concentrarmi su tre aspetti: la strategia imprenditoriale, la linea editoriale e l'atteggiamento di fronte agli eventi più significativi intervenuti nell'epoca in cui operarono. Tramite questi elementi ho ritenuto possibile sondare la sensibilità con cui questi personaggi svolsero il loro particolare mestiere.

1. La nascita del marchio editoriale

Nel 1477 due giovani fiorentini, Bernardo e Luc'Antonio Giunti, approdarono nella città di Venezia per iniziare una professione, quella di libraio, che al tempo doveva apparire alquanto promettente5. Erano trascorsi appena otto anni dal fortunato incontro fra quella città e la straordinaria invenzione di Gutenberg6, ma i due giovani, provenienti da una anonima famiglia di pannaiuoli dalle entrate piuttosto modeste7, avevano saputo intuire con discreto anticipo l'eccezionale fioritura che di lì a breve avrebbe avuto l'industria editoriale veneziana e i numerosi vantaggi che potevano derivare dal cavalcare quell'onda crescente. Essi iniziarono probabilmente come aiutanti di bottega presso un libraio al momento sconosciuto8, ma è probabile che i loro progetti fossero ben più ambiziosi e almeno uno di loro non li vide frustrati: nel 1489 l'anonimo libraio Luc'Antonio, infatti, faceva la sua prima uscita pubblica nella veste di editore9. La sua iniziativa non aveva l'aria di essere uno dei tanti esperimenti occasionali privi di copertura finanziaria che costellarono di meteore il giovane panorama editoriale veneziano, ma faceva parte di un preciso disegno preparato con cura e destinato a coinvolgere altre persone nell'impresa. Non passa infatti inosservata la curiosa scelta che suo fratello Filippo portò avanti quasi contemporaneamente nella città di Firenze. Egli, restio a intraprendere la carriera di famiglia, scelse di imitare suo fratello Luc'Antonio aprendo una bottega di cartolaio10. In seguito a questa mossa Filippo, sino ad allora presumibilmente disoccupato11, diveniva titolare di un esercizio commerciale pronto a ricevere e diffondere sulla piazza fiorentina la merce che il suo intraprendente fratello gli avrebbe fornito dalla vantaggiosa posizione che occupava a Venezia. Circa un anno e mezzo dopo, il 23 agosto del 1491, i due fratelli stipulavano un patto societario dando validità legale a un progetto che doveva essere nell'aria da tempo12. Nasceva in quella data il primo anello di una catena commerciale destinata a espandersi a un livello tale da portare il marchio editoriale dei Giunti alla conoscenza di molti lettori europei.

Nel volgere di alcuni anni l'impresa decollò e i due fratelli furono in grado di accrescere sensibilmente il capitale societario13 e, cosa più importante, fu loro possibile attuare alcuni notevoli salti di qualità sul piano professionale: Filippo divenne anch'egli editore dal 149714, mentre Luc'Antonio divenne editore-stampatore, allestendo nel 1499 un proprio laboratorio tipografico15. Questo doppio ruolo fu raggiunto da Filippo solo nel 150316. I due poli commerciali potevano ora produrre e distribuire la propria merce in maniera sinergica e apparentemente lo fecero pianificando un programma editoriale che, anche grazie alla sua completezza qualitativa, permise alla ditta sia di soddisfare le esigenze del pubblico a loro geograficamente più prossimo, sia di lanciare il marchio di famiglia in buona parte del continente.

La società durò in tutto diciotto anni, terminando nel 1509 per mezzo di un arbitrato che aveva per oggetto l'equa spartizione dei realizzi pari a 19.909 fiorini relativi agli ultimi nove anni di attività17. Se è vero che il ricorso ad arbitrato testimonia l'esistenza di un passato dissidio fra i due fratelli, è tuttavia difficile ritenere che l'interruzione del rapporto societario potesse corrispondere a una definitiva separazione fra i due poli: un efficace rapporto di collaborazione fu probabilmente garantito anche per gli anni successivi, visto il reciproco vantaggio che questo poteva garantire a entrambi, e alcuni segnali in tal senso si renderanno visibili in seguito.

Il promotore delle più felici iniziative operate sino ad allora doveva certamente essere Luc'Antonio: apparentemente fu lui a voler tentare la carriera editoriale facendosi accompagnare da suo fratello maggiore nell'impresa veneziana, fu poi lui a firmare la prima edizione e probabilmente fu sempre lui a guidare Filippo nella scelta di aprire una bottega libraria, in vista della creazione di una futura società in cui Luc'Antonio fungeva evidentemente da leader: le carte societarie sono esplicite in tal senso e dimostrano che Luc'Antonio aveva diritto ai tre quarti del capitale societario non in ragione di una adeguata partecipazione finanziaria, ma in quanto «dictus Lucantonius plus operis industriae et gratie collaturus erat»18. Le scelte di cui si rese protagonista successivamente confermano la sua spiccata vocazione ai buoni affari. Il 22 gennaio 1517 creò una nuova società con suo nipote Giuntino, figlio di Biagio19. Era previsto che tale società durasse quattro anni20. Il capitale iniziale ammontava a 32.153 ducati veneti ed era composto da 27.153 ducati forniti da Luc'Antonio, contro i 5.000 versati da suo nipote21. In questo caso Luc'Antonio si garantiva una posizione dominante grazie al versamento di una quota maggioritaria pari ai tre quarti del capitale complessivo e poteva inoltre rivendicare altrettanti diritti sui futuri realizzi22. Nel fondare tale società Luc'Antonio sembrava avere delle idee precise: «detta compagnia ­ recita il documento di liquidazione ­ doveva exercitare per mano di giunta di biagio di giunta così in vinegia come in ogni altro luogo dove detta compagnia distendesse»23. Giuntino non sembrava avere la piena procura per le operazioni svolte in nome della società, egli piuttosto doveva avere il ruolo di agente per conto di suo zio24. Un elemento di notevole interesse risiede nel fatto che il raggio d'azione previsto per lo svolgimento dei traffici non fosse definito: se la società che Luc'Antonio aveva fondato con Filippo mirava alla creazione di un asse commerciale fra Venezia e Firenze, in questo caso il raggio d'azione sembra essere Venezia come «ogni altro luogo». Ecco allora che troviamo Giuntino impegnato in una compravendita circoscritta alla città di Venezia25 come nella cura di una bottega libraria con sede a Palermo26. Molto probabilmente Giuntino fungeva da agente mobile, incaricato di seguire gli affari che suo zio gli comandava volta per volta. Inoltre, diversamente da quanto era avvenuto per la precedente società, in questo caso, l'ambito commerciale coinvolto appare volutamente omesso e si preferisce usare una formula vaga: «una compagnia per exercitarsi in qualunche [] mercantia venisse approbata»27. È presumibile allora che i prodotti editoriali non fossero l'unica merce di cui si occupasse Giuntino per conto di suo zio e forse i traffici svolti riguardavano qualunque merce procurasse profitto. Se così fosse, troveremmo allora che due delle più importanti caratteristiche riscontrabili nello stile imprenditoriale dei Giunti ebbero il loro precedente in questa società. Come vedremo in seguito, lo sforzo di mantenere sempre esteso l'ambito dei contatti commerciali, insieme a una cauta strategia di diversificazione degli investimenti, saranno una costante nelle successive generazioni di questa famiglia. È probabile che queste stesse caratteristiche costituissero la forza principale dei Giunti e permettessero loro di non subire gravi contraccolpi anche quando l'editoria veneziana attraversò quel difficile momento determinato dai riflessi politico-religiosi della Controriforma.

La società ebbe un successo discreto se nel corso dei suoi sette anni di attività era stata capace di accumulare utili per circa 17.233 ducati28, incrementando per più della metà il capitale iniziale. Purtroppo il sodalizio fu prematuramente interrotto dalla morte dello stesso Giuntino, avvenuta nel 152129: la società si perse fra i conflitti che nacquero per la spartizione della quota spettante ai vari eredi di Giuntino e un arbitrato fu necessario per stabilire le spettanze relative ai suoi effettivi anni di lavoro30.

2. Il lancio sul mercato europeo

Nel frattempo però Luc'Antonio aveva messo mano a un nuovo e più importante progetto. Nel 1520, infatti, aveva fornito in accomandita a suo nipote Giacomo la somma di 2.000 fiorini «per exercitare nella città di Lione di Francia et in tutto il reame di Francia in libri a stampa et in ogni altra mercantia come parrà a decto Iacobo»31. Era previsto che il contratto avesse una durata minima di cinque anni, ma una clausola ne permetteva l'automatico rinnovo in mancanza di un'esplicita disdetta da presentarsi anticipatamente nel quinto anno dalla stipula o dall'ultimo rinnovo32. Come viene esplicitamente dichiarato, il contratto equivaleva a una piena procura: Giacomo aveva la facoltà di organizzare a sua discrezione le attività coperte da quel prestito dovendo rispondere a suo zio solamente in merito alla restituzione della somma ricevuta. Era previsto che i suoi commerci si concentrassero prevalentemente nel settore editoriale ma, come recita il contratto, potevano riguardare anche «ogni altra mercantia». Era previsto inoltre che Lione fosse il luogo centrale dei suoi commerci, ma non era escluso che questi potessero estendersi anche «a tutto il reame di Francia».

L'intera vicenda legata alla creazione di questa società presenta un'anomalia: nella documentazione a essa relativa neanche una riga è dedicata alla quantificazione degli utili spettanti all'accomandante in virtù del prestito erogato. È possibile ipotizzare che gli accordi in merito a ciò fossero stati messi nero su bianco in una carta privata33. Resta tuttavia il fatto che una reticenza di questo genere non ha precedenti nei contratti sottoscritti da Luc'Antonio34. Si tratta di una circostanza tanto curiosa da insinuare il sospetto che egli, nel progettare l'intera iniziativa, non mirasse affatto agli utili derivanti nell'immediato da una mera speculazione finanziaria. Forse nelle intenzioni di Luc'Antonio vi era questa volta un elemento di novità. Esclusa a priori l'ipotesi di un disinteressato atto di generosità nei confronti di un familiare, si fa largo un'alternativa molto più credibile: probabilmente, con grande lungimiranza, egli aveva tenuto conto dei considerevoli vantaggi che gli sarebbero potuti derivare nel lungo periodo dalla collaborazione di un agente di fiducia attivo all'estero. In questa prospettiva, l'erogazione del prestito e le sue particolari condizioni acquistano un significato ben nitido: la pretesa di vedersi corrispondere dei sostanziosi interessi poteva rivelarsi addirittura nociva se la volontà del finanziatore era di veder prosperare autonomamente la nuova filiale per garantirsi in un futuro meno prossimo quei vantaggi che Luc'Antonio aveva saputo intuire. Per l'affidamento dell'accomandita la scelta di Luc'Antonio non era ricaduta su di un parente qualunque. Giacomo si era infatti trasferito da tempo a Venezia e aveva già intrapreso l'attività editoriale in quella città35. Questo fatto lascia aperto il campo a due ipotesi: o Giacomo aveva involontariamente dimostrato a suo zio il proprio spirito di iniziativa conquistandosene la fiducia, oppure la sua permanenza a Venezia e le attività ivi svolte avevano avuto la natura di un vero e proprio tirocinio voluto dallo stesso zio.

Se l'interesse primario di Luc'Antonio nel finanziare questo progetto risiedeva nella volontà di creare un nodo commerciale per guidare efficacemente i suoi traffici verso l'estero, anche la scelta della città era stata ben ponderata: Lione ospitava una delle più importanti fiere librarie europee, fortemente incoraggiata dalle autorità francesi e reale motivo dello sviluppo dell'editoria locale36. Le fiere librarie svolgevano un ruolo di primaria importanza nel settore: in queste occasioni gli editori europei avevano la possibilità di incontrarsi con regolarità per discutere di lavoro, saldare i conti in sospeso, pianificare o perfezionare il proprio programma editoriale, stringere rapporti commerciali, ma soprattutto diffondere la propria merce sul grande mercato, pubblicizzando i propri cataloghi e contrattando le vendite con i librai che si erano dati convegno. Si vede bene, allora, quanti vantaggi potesse trarre Luc'Antonio dalla disponibilità di un agente che lavorasse anche per suo conto in quella città: garantendosi un appoggio a Lione, Luc'Antonio poteva entrare in contatto diretto non solo con il mercato francese, ma anche con quello europeo. Dietro l'iniziativa in favore di suo nipote Giacomo, si nascondeva quindi una sottile mossa imprenditoriale che nel lungo periodo avrebbe portato generosi frutti.

Come testimonia una nota a margine dello stesso documento di stipula, l'accomandita fu disdetta il 16 dicembre 153537. Il contratto aveva quindi ricevuto due rinnovi automatici per una durata complessiva di quindici anni. È difficile concludere se in quella data fosse stato semplicemente estinto il debito contratto da Giacomo o si fosse effettivamente sciolta una società di profitti. Nel secondo caso risulterebbe alquanto strano che nessun genere di saldo sia stato lasciato in allegato alla disdetta. Se l'unica cosa certa è che con quell'atto Giacomo si liberava dalla tutela di suo zio, è tuttavia difficile pensare che i loro rapporti si chiudessero lì: è plausibile invece che, in mancanza di un legame contrattuale, l'interesse reciproco giocasse un ruolo anche più forte.

L'attività di Giacomo Giunti presso Lione durò fino alla sua morte avvenuta nel 1547 e si concretizzò in una serie di società a capitale misto e di breve durata38. Alla morte del titolare la ragione sociale divenne proprietà delle sue due figlie Jeanne e Jacqueline, le quali, a loro volta, incaricarono un mercante fiorentino residente a Lione, Filippo Tinghi, di amministrare la marca editoriale di famiglia. Il mandato di Tinghi durò fino al 1572, quando i rapporti con la famiglia Giunti si guastarono definitivamente39. Nel 1578 la società che riuniva le due sorelle si sciolse e Jeanne si occupò della liquidazione di tutte le merci accumulate sino ad allora durante la gestione paterna e l'amministrazione di Tinghi40.

Un ultimo fatto merita di essere segnalato. Tinghi, nel 1578, ebbe l'incauta idea di utilizzare la marca tipografica dei Giunti per firmare alcune sue edizioni41 e ciò malgrado i suoi rapporti professionali con la famiglia fossero cessati da tempo. La vicenda si concluse con una censura formale ai danni di Tinghi42. A ben vedere, questo episodio può tornare utile a definire la posizione occupata dai Giunti sul mercato francese dell'epoca. Il plagio può infatti essere letto come un implicito atto di fiducia nei confronti delle stesse vittime: Filippo Tinghi aveva scelto di correre i rischi legati a questa azione nella consapevolezza di poterne trarre adeguati vantaggi. Evidentemente la fama che i Giunti si erano saputi conquistare faceva della loro marca tipografica una garanzia di qualità e rendeva appetibili i prodotti firmati da loro.

In via conclusiva, possiamo assumere il fatto che dal 1520 al 1578 i Giunti ebbero una base stabile nella città di Lione. In quell'arco di tempo ben tre generazioni si avvicendarono alla guida della casa editrice veneziana e, quindi, altrettanti dirigenti poterono usufruire dei vantaggi derivanti dall'astuta mossa che Luc'Antonio aveva compiuto nel 1520.

La strategia messa a punto per agganciare il mercato francese non fu frutto dell'improvvisazione. Una conferma di ciò viene dal fatto che un progetto del tutto analogo ebbe luogo nell'anno appena successivo alla partenza di Giacomo. Intorno al 1521, Giovanni Giunti, figlio di Filippo, si era stabilito in Spagna dove avrebbe aperto in seguito due botteghe librarie, una a Salamanca ed un'altra a Burgos43. Da queste due sedi egli dirigeva i suoi traffici, ma è anche presumibile che mantenesse stretti contatti con i suoi parenti attivi presso Venezia, Firenze e Lione. Purtroppo, nessuna testimonianza diretta conferma che il trasferimento di Giovanni in Spagna facesse seguito a un preciso mandato di Filippo o Luc'Antonio ma, visti i precedenti, forse, non è azzardato ritenere che, anche in questo caso, la regia fosse nelle mani di quest'ultimo.

Avere un appoggio diretto in Spagna significava per i Giunti poter operare in una situazione di privilegio all'interno di un mercato estremamente fertile. L'editoria spagnola tardò molto a decollare e per lungo tempo il commercio librario si resse, in buona parte, sulle importazioni estere44 gestite in discreta misura da editori veneziani45. È da notare inoltre che Giovanni non scelse una collocazione casuale per condurre i propri traffici in Spagna: sulla direttrice che congiunge Salamanca a Burgos si trova Medina del Campo, dove aveva luogo la più importante fiera libraria della penisola iberica. Questa circostanza spinge a pensare che egli, oltre a curare i propri affari, ricoprisse un ruolo analogo a quello di Giacomo presso Lione.

L'intera famiglia poteva ora contare su una struttura complessa che, per quanto concerne il mercato italiano, aveva i suoi punti di snodo fondamentali a Venezia e Firenze, insieme a nodi periferici come Palermo46 e Roma47. Per quanto riguarda il mercato estero, i Giunti si potevano appoggiare alla filiale lionese che manteneva dei solidi contatti con il resto della Francia e con buona parte del centro Europa. In Spagna, invece, Giovanni offriva i propri servizi fra Burgos, Salamanca e Medina del Campo. Quelli appena citati erano nodi commerciali con base stabile che garantivano una solida continuità nell'erogazione dei prodotti. La rete messa in piedi dai Giunti era poi completata con il ricorso ad agenti occasionali incaricati di seguire determinate operazioni comandate volta per volta. Questa abitudine si dimostrerà più costante nelle successive generazioni, ma è parzialmente documentata anche nell'attività di Luc'Antonio i48.

3. La pianificazione editoriale

Quelle sino ad ora ricostruite sono le vicende dell'imprenditore Luc'Antonio; ma quale era l'aspetto del lavoro prettamente editoriale da lui svolto? Uno studio quantitativo della produzione libraria potrà forse aiutare. In fig. 1 è riportato l'andamento complessivo della produzione libraria nel corso della sua dirigenza. La linea ivi rappresentata risponde piuttosto fedelmente alle più significative vicende biografiche: gli anni di vita di ciascuna società corrispondono ad altrettanti salti in avanti della produzione editoriale. Si prenda, ad esempio, in considerazione il periodo di vita della società tra Filippo e Luc'Antonio (1491-1509) e lo si confronti con il periodo appena successivo: a un'evidente crescita segue una momentanea depressione, come a testimoniare una collaborazione feconda seguita da una rottura non priva di conseguenze. Internamente al periodo di sodalizio tra i due fratelli si distingue chiaramente il 1499 come anno di ulteriore crescita della produzione. Si tratta precisamente dell'anno in cui Luc'Antonio installa la propria officina tipografica, mossa che gli permetterà di abbassare sensibilmente i costi di produzione e di aprire il campo a lavori basati su commissioni esterne. Puntando poi l'attenzione sul quadriennio 1517-21, si noterà come anche la società con il nipote Giuntino fosse stata particolarmente significativa sotto il profilo dello slancio produttivo49.

Il contributo positivo delle società di collaborazione dovette concretizzarsi non tanto in termini di capitale congiunto50 quanto, piuttosto, in termini di capacità di erogazione delle merci. La prospettiva di vendere su differenti piazze ­ tale era infatti l'effettivo vantaggio garantito dalla collaborazione con Filippo e Giuntino ­ forniva evidentemente lo stimolo a produrre51. In questa prospettiva è allora difficile pensare che il lancio del marchio giuntino sul mercato europeo tramite la creazione dei due poli commerciali in Francia e Spagna non abbia lasciato tracce sulla produzione. Queste tracce sono presenti, ma coinvolgono un aspetto più qualitativo che quantitativo e per individuarle sarà necessario raffinare ulteriormente la ricerca e tentare un'analisi per categorie letterarie. A questo proposito ho riportato in tab. 3 i dati quantitativi ritenuti più rilevanti, dividendoli per categorie superiori e sottocategorie. Come traspare chiaramente, la produzione giuntina si basava prevalentemente su libri previsti per un pubblico colto di studenti, studiosi e alti professionisti e un pubblico di religiosi (difficile pensare, infatti, che una così grande quantità di testi liturgici52 non fosse destinata prevalentemente agli stessi ordini regolari). Scarsa è invece la presenza di testi di interesse umanistico e una risposta in tal senso si lega certamente al rapporto sinergico che univa il polo veneziano a quello fiorentino. La specialità dei Giunti di Firenze era appunto il libro umanistico53, e tale scelta era connessa per ovvi motivi alla peculiare fioritura culturale di cui quella città si era resa protagonista54. In una prospettiva di collaborazione più che di concorrenza, i Giunti di Venezia preferirono certamente importare tali prodotti dai loro parenti fiorentini piuttosto che produrli da sé.

Il piano editoriale, così come è stato appena definito, fu ideato da Luc'Antonio i e, tranne qualche sfumatura, si conserverà praticamente invariato nel corso delle tre generazioni che sono l'oggetto della presente ricerca (cfr. tab. 3). Per storicizzare il momento di definizione di tale piano basterà analizzarne lo sviluppo cronologico. In fig. 4 è riportato l'andamento diacronico delle principali categorie letterarie (letteratura religiosa, accademica e umanistica)55. Dallo schema si evince con buona approssimazione che dal 1516 l'andamento delle tre linee assume un aspetto destinato a mantenersi sostanzialmente costante negli anni successivi. L'elemento biografico più prossimo a questa data è senza dubbio l'inizio di quel piano imprenditoriale che porterà Luc'Antonio dal 1517 ad agganciare il mercato estero grazie alla collaborazione dei suoi nipoti Giacomo e Giovanni. In che senso i due momenti sono collegabili? Se si osserva ancora il grafico in fig. 4, si noterà come il cambiamento qualitativo più evidente consista nell'ingresso prepotente della letteratura di stampo accademico all'interno della produzione. Il prodotto in questione aveva delle caratteristiche ben precise che non mancavano di influenzare i parametri del lavoro editoriale: il formato in folio, utilizzato genericamente per questa categoria di libri56, comportava un evidente dispendio di carta, senz'altro l'elemento di maggior rilievo nel capitolo spese di ogni stampatore dell'epoca57. In secondo luogo, la fase di pre-produzione richiedeva un particolare scrupolo nella cura del testo manoscritto. Trattandosi di prodotti pensati per un pubblico di qualità, occorreva fornire un'edizione filologicamente competitiva. Un particolare altrettanto importante è quello relativo ai lunghi tempi che il mercato richiedeva per assorbire questo prodotto. Gli alti costi di produzione imponevano, infatti, un adeguamento dei prezzi e questo comportava a sua volta lentezza nelle vendite. Trattare queste pubblicazioni significava quindi bloccare per lungo tempo una quantità non indifferente di capitali. Ecco, a mio avviso, spiegato il rapporto di causa-effetto fra l'apertura delle due filiali straniere e un cambiamento qualitativo così evidente nella produzione giuntina: disponendo di un mercato più vasto, Luc'Antonio otteneva maggiori garanzie sulla vendita di articoli che altrimenti si sarebbero caratterizzati come una pesante zavorra per le sue entrate.

Bisogna ammettere che, così come appare costituita, la linea editoriale dei Giunti sembra essere definita su criteri tutt'altro che ingenui. Il genere di pubblico scelto aveva delle caratteristiche peculiari che non passano inosservate. Anzitutto, studiosi e religiosi costituivano un bacino molto vasto all'interno del panorama dei lettori dell'epoca. In secondo luogo, stabilire la concentrazione geografica e i titoli con cui soddisfare le esigenze di questo particolare pubblico doveva risultare cosa relativamente facile con evidenti vantaggi sul piano commerciale. Ciò che traspare dai criteri di definizione del programma editoriale giuntino è una ricerca efficace della vendita senza rischi. Raramente i Giunti si imbarcarono in operazioni editoriali mirate a un pubblico non particolarmente definito e capace di garantire guadagni in tempi ragionevoli. Ancora più raramente si orientarono verso una tipologia di lettore che non fosse genericamente reperibile in tutto il continente europeo58. Queste erano le linee forti del programma editoriale che sin dalla prima generazione accompagnò una robusta pianificazione imprenditoriale.

Che tale linea fosse vincente è confermato da molteplici indicatori. Dall'anno in cui Luc'Antonio si era trasferito a Venezia, la famiglia Giunti aveva compiuto una serie di evidenti progressi: da anonimi artigiani della lana erano diventati editori e mercanti di fama internazionale. Se è vero che delle felici scelte attuate da Luc'Antonio avevano potuto beneficiare praticamente tutti i membri della famiglia, è altrettanto vero, però, che fu sempre lui a trarne i vantaggi maggiori. Definire completamente la natura dei guadagni da lui realizzati è un compito reso proibitivo dall'imprecisione delle fonti disponibili. Tuttavia, un'idea approssimativa si trae dalle dichiarazioni relative alla sua condizione di decima. Un primo utile documento è quello depositato in via cumulativa da tutta la famiglia Giunti nel 153459. Grazie a questa fonte abbiamo una visione complessiva dei progressi compiuti dall'intera famiglia in un arco di tempo che va dal 1511 al 1526. Un elemento distingue questa da tutte le analoghe dichiarazioni precedentemente depositate: le proprietà catastali dichiarate non sono più per solo uso abitativo60. Al contrario, l'accumulazione di beni immobili risponde a un preciso piano di investimento degli utili realizzati, a dimostrazione del fatto che il nuovo mestiere di famiglia garantiva ai Giunti quel surplus di cui prima sembravano privi. In secondo luogo, appare chiaro come, all'interno della famiglia, fosse Luc'Antonio a capitalizzare più beni e a investire con più costanza: su sessantacinque voci costituenti la dichiarazione, ben trentacinque sono direttamente riconducibili a lui, mentre le restanti trenta riguardano quattro diverse persone61. Tuttavia, gli investimenti fondiari effettuati da Luc'Antonio non erano circoscritti alla sola città di nascita, ma erano stati effettuati anche nei domini veneziani di terraferma. In una dichiarazione resa nel 1537 ai Savi sopra la Decima, egli si dichiarava possessore di una casa da cui traeva un reddito annuale di 34 ducati62 e di un totale di cinquantasei campi da cui ricavava ulteriore reddito grazie alla coltivazione di frumento, vite e legumi63. Se pure resta difficile farsi un'idea definitiva in merito al reale valore dei possedimenti da lui accumulati sotto forma di beni immobili, rimane comunque il fatto che la sua situazione economica era nettamente migliorata da quando aveva lasciato Firenze e altrettanto poteva dirsi per il resto della sua famiglia.

4. La seconda generazione: Tommaso e Giovanni Maria

Luc'Antonio muore a Venezia il 3 aprile 153864 passando ai suoi figli la guida di un'impresa ben avviata, un capitale già formato, ma soprattutto un preciso modello imprenditoriale cui i suoi successori si sarebbero adeguati fedelmente. Egli aveva nominato suoi eredi universali i due figli maschi Tommaso e Giovanni Maria65: la guida dell'attività editoriale passava nelle loro mani come la maggior parte delle ricchezze accumulate sino al 1538, consistenti in proprietà fondiarie, merci e crediti da riscuotere66. Come esplicitamente dichiarato, ciascuno dei due figli maschi aveva diritto all'esatta metà dell'asse ereditario che sarebbe stato consegnato loro, in via definitiva, dopo la morte della madre67. Tuttavia, al fine di evitare pericolose dispersioni del capitale familiare e possibili rischi per la buona salute dell'azienda, i due eredi, seppure in mancanza di un'esplicita volontà del padre, decisero concordemente di mantenere indivisa l'eredità e a tale scelta si mantennero fedeli sino alla fine68. Se i beni dovevano rimanere indivisi era necessario che la casa editrice fosse amministrata di comune accordo e così avvenne: la ragione sociale fu registrata sotto il nome di «Eredi di Luc'Antonio Giunta»69.

Il loro ingresso nel mondo dell'editoria non coincise certamente con la morte di Luc'Antonio, al contrario, il loro ruolo dirigenziale nella ditta fu preceduto da vari anni di apprendistato al suo fianco. In un documento del 1536, infatti, Luc'Antonio non viene indicato come unico referente per la ditta Giunti, ma si fa esplicito richiamo anche ai suoi due figli70. Questi, di conseguenza, ebbero tutto il tempo di far proprie le scaltrezze commerciali dimostrate dal padre e di comprendere lo spirito cui improntare il lavoro editoriale. L'analisi complessiva della produzione giuntina ha già rivelato come la strategia editoriale seguita dai due fratelli fosse decisamente sotto il segno della continuità rispetto a quella già sperimentata con successo dal loro padre (cfr. tab. 3).

Ciò che traspare maggiormente dalla documentazione relativa a questo periodo è un'ulteriore convergenza dei loro interessi imprenditoriali verso commerci del tutto estranei al mondo dell'editoria. Come si ricorderà, anche i documenti relativi alla precedente gestione lasciano il campo aperto a questa ipotesi, tuttavia, nel caso di Tommaso e Giovanni Maria abbiamo qualcosa di più: i documenti, infatti, per la prima volta parlano esplicitamente di traffici convenzionali. Si ha l'impressione, quindi, che gli attuali dirigenti avessero accolto molto seriamente la lezione paterna. Gli indizi più preziosi a riguardo provengono dal testamento che Tommaso depositò nel 156471. Nello specificare i lasciti fatti alla moglie, egli menziona una quantità di gioielli che dichiara di possedere in parte per uso personale ed in parte «per mercanzia»72. Ma non è tutto: poco più avanti egli parla di un «cavedal de ducati doemila incirca» legati ai guadagni di «una bottega de zambellotti, sciamiti, e ormesini et altre merze»73. Oltre al commercio di gioielli, i Giunti erano quindi impegnati nel traffico di stoffe e pellami. Per lo svolgimento di tale attività, avevano addirittura fondato una società con «messer Benetto di Pichi et messer Zuanpiero Mazoleni»74 per la conduzione di una bottega «posta in spiciaria al segnal dei 3 Re»75. Nessuna di queste attività trova menzione nei documenti di loro padre76, è quindi lecito pensare che queste iniziative fossero state prese direttamente da Tommaso e da suo fratello. Queste nuove attività commerciali, lungi dal distrarre i due fratelli dal loro primario ruolo di editori, si risolsero in un sostanziale arricchimento delle entrate familiari di cui ebbe certamente a giovarsi anche l'officina tipografica77.

Nel testamento di Tommaso è contenuto un sommario resoconto di alcuni spiacevoli avvenimenti che riguardarono l'attività editoriale. La narrazione di questi fatti apre involontariamente una finestra sul modo in cui i Giunti, e forse la maggior parte degli stampatori dell'epoca, svolgessero il loro lavoro e finanziassero le loro edizioni. L'occasione viene fornita dal racconto che Tommaso fa del «fallimento per li negocij de Rialto»78, ovvero della bancarotta di cui fu protagonista la società editoriale nel 1553. Il fallimento, come tiene a specificare Tommaso, non fu causato dall'insipienza dei due dirigenti, ma, piuttosto, fu occasionato dal ritiro improvviso di una sovvenzione offerta da Giovanni Priuli79. Questo fatto, sempre nel racconto di Tommaso, mise i due fratelli nella condizione di insolvenza di fronte a numerosi creditori, per un ammontare di circa 100.000 ducati80. La particolare circostanza rivela accidentalmente che i Giunti, in passato, avevano fatto ricorso a diversi creditori e che l'ammontare dei loro debiti costituiva una cifra enorme81. Resta ora da stabilire se un indebitamento così notevole debba ritenersi un fatto circostanziale legato a difficoltà economiche passeggere o fosse piuttosto normale routine.

Un documento relativo al ramo fiorentino della stessa famiglia sembra testimoniare in favore della seconda ipotesi. Da questo emerge, infatti, l'uso di ricorrere a sovvenzioni esterne addirittura per il finanziamento di una singola edizione. Faccio riferimento a un contratto che Benedetto Giunti e Antonio Blado avevano stipulato con il cardinale Marcello Cervino per la messa a stampa di un'opera di Eustachio82. Dai patti risulta che il cardinale, nella veste di finanziatore, metteva nelle mani dei due editori la somma di 600 scudi che questi, a loro volta, si impegnavano a restituire nell'anno successivo al completamento dei lavori di stampa. Una clausola, tuttavia, prevedeva la proroga dei termini di restituzione del prestito qualora l'ultimazione della stampa avesse subito un ritardo non riconducibile alla negligenza degli editori83. La particolare clausola dimostra, a mio avviso, che questi ultimi contassero di realizzare la cifra dovuta, grazie alla vendita di una parte sufficiente della tiratura prodotta: evidentemente, lasciare che ogni singola operazione editoriale si autofinanziasse offriva migliori garanzie per tutti. È presumibile che questa stessa abitudine fosse in uso anche presso i Giunti di Venezia.

Torniamo ora al testamento di Tommaso: se al momento di stendere il documento tutte le insolvenze erano state soddisfatte e la bancarotta era solo un triste ricordo, da un altro passo dello stesso documento ricaviamo la notizia di debiti contratti anche successivamente all'episodio della bancarotta84. Tutto lascerebbe pensare che il ricorso a ingenti prestiti fosse non solo normale, ma addirittura vitale per i loro commerci e che i «negocij de Rialto» si reggessero su un complesso quanto fragile sistema di cambiali, basato per lo più sulla fiducia che ciascun finanziatore aveva nelle capacità dell'editore. L'ipotesi avanzata spiegherebbe come mai la società di Tommaso e Giovanni Maria avesse accumulato una così ingente quantità di debiti dal momento che, per il periodo immediatamente precedente, segnali di crisi non sono riscontrabili tramite gli indicatori di cui disponiamo85. Se i «negocij de Rialto» vivevano della continua fiducia che i creditori erano disposti a dare ai Giunti, dobbiamo ammettere che questa non venne mai messa in discussione. Tommaso e Giovanni Maria, infatti, anche dopo un così grave episodio di insolvenza, non faticarono a trovare nuove sovvenzioni86, segno questo che la firma dei Giunti su una cambiale aveva comunque un serio valore. Se ne può dedurre, allora, che la rilevanza dei loro commerci fungesse comunque da sicura ipoteca sulle promesse di pagamento.

La bancarotta del 1553 non fu neanche l'unica disgrazia che coinvolse l'azienda durante la dirigenza di Tommaso e suo fratello. Nel 1557 la loro officina tipografica fu distrutta da un incendio87. Quando ancora i vecchi debiti non erano stati estinti, una nuova disavventura poneva i Giunti di fronte a spese straordinarie e a perdite ingenti. Ci si aspetterebbe che il verificarsi di due episodi tanto gravi, in un lasso di tempo così breve, potesse affossare completamente gli affari della ditta. Tuttavia le cose andarono diversamente: i Giunti pervennero a nuovi accordi con i loro creditori per la restituzione dei prestiti88 e poterono contare su ulteriori finanziamenti che permisero loro di superare anche la nuova disavventura. Che una crisi momentanea avesse avuto luogo è comunque un fatto e ci si può aspettare allora che questa abbia lasciato una qualche traccia nell'andamento della produzione editoriale. Con uno sguardo ai dati quantitativi relativi a questo periodo (cfr. fig. 2), si vedrà come, successivamente al 1552, la linea relativa ai titoli prodotti per anno fletta progressivamente verso il valore 5, per poi risalire dopo appena sei anni. Un altro indice di crisi è ravvisabile per mezzo dei dati riportati in fig. 5. Nel periodo preso in considerazione, a una depressione generale degli indicatori corrisponde anche un evidente avvicendamento fra la linea rappresentativa dei testi liturgici e quella rappresentativa dei testi accademici. La momentanea crisi finanziaria costrinse i Giunti a ripiegare su un prodotto di più largo e facile smercio come il libro liturgico, a danno di un prodotto che, per i motivi esposti precedentemente, presentava caratteristiche esattamente opposte. I segnali di una momentanea difficoltà sono innegabili, ma se la ditta riuscì a mantenere una media pari o superiore ai cinque titoli annui, vuol dire che la crisi fu comunque contenuta, per essere poi completamente superata intorno agli anni Sessanta89.

Se la ditta veneziana aveva saputo rispondere così bene alla serie di sventure che l'avevano colpita, è sorprendente constatare, invece, come riflessi anche più seri di questa medesima crisi potessero aver interessato i Giunti di Firenze. Chi, come William Pettas, ne ha studiato con cura l'attività ha potuto infatti riscontrare un effettivo crollo della loro produzione libraria proprio in coincidenza con gli sfortunati eventi che colpirono Tommaso e Giovanni Maria90. Malgrado la produzione della ditta fiorentina si dimostri nel complesso piuttosto discontinua e in ogni caso più debole di quella del ramo veneziano, la coincidenza è a tal punto curiosa da spingere Pettas a non ritenerla casuale91. L'ipotesi di una relazione di causa-effetto fra la bancarotta che colpì il ramo veneziano e il crollo verificatosi nella produzione libraria del ramo fiorentino è pienamente sottoscrivibile e porta come evidente conseguenza la necessità di riconsiderare la natura dei rapporti che legavano i due rami della famiglia Giunti. Per quanto ci è dato di sapere, infatti, questi avevano vissuto sino ad allora uno sviluppo autonomo anche se presumibilmente all'insegna della collaborazione. D'altro canto, nessun documento disponibile autorizza l'ipotesi di un rapporto societario fra i due vertici della famiglia per il periodo ora trattato92. Si ammetterà, tuttavia, che le circostanze appena descritte facciano nascere il sospetto che un rapporto di vera e propria interdipendenza legasse i due rami della famiglia al di là di ogni formale atto di collaborazione.

Se il felice epilogo della crisi può in parte testimoniare la forza e la solidità dell'azienda veneziana, molto più difficile è trarre conclusioni riguardo alle sue effettive condizioni finanziarie. Anche in questo caso, infatti, le indicazioni contenute nei documenti sono di difficile lettura. Nel testamento depositato da Tommaso le stesse attività commerciali gestite dalla famiglia vengono annoverate fra le sue ricchezze, ma resta impossibile calcolarne il valore effettivo93. Sappiamo, invece, che gli investimenti in beni fondiari e catastali non si arrestarono affatto sotto la loro direzione e ne possiamo dedurre che l'azienda producesse utili a sufficienza. Purtroppo, però, nessuna ipotesi definitiva può essere avanzata riguardo all'ammontare dei beni capitalizzati sotto la direzione di Tommaso e Giovanni Maria. Difatti, fra i beni fondiari dichiarati in questa sede, non compaiono i possedimenti toscani di loro padre. È presumibile, quindi, che questi fossero stati liquidati e reinvestiti nei domini veneziani di terraferma. Una conferma quasi definitiva in tal senso ci proviene da una lettera che Giovanni Maria indirizzò nel 1546 al granduca Cosimo de Medici94. Oggetto di questa missiva era una richiesta di prestito che quest'ultimo rivolgeva ai due mercanti di origine fiorentina che avevano fatto fortuna all'estero. Interpretando la richiesta di favore più come un'esazione che come un onore, Giovanni Maria la respingeva garbatamente, affermando di non poter «sadisfare allo officio del cittadino ad un tratto, a due diverse città» aggiungendo poi che «dalle gravanze di questa [Venezia]» non si potevano sottrarre «havendoci le sustanze et le possessioni nostre»95. Nel declinare le loro responsabilità, i Giunti affermavano di non possedere alcun bene nei domini di Firenze che li impegnasse a rendere conto anche a Cosimo. Sappiamo, perciò, che in quella data i vecchi possedimenti erano stati già liquidati e questo per un motivo ben preciso: i Giunti non ritenevano opportuno pagare due volte le tasse. Se quindi i possedimenti fondiari tenuti in comune dai due fratelli erano anche il frutto dell'avvenuta liquidazione dei fondi toscani, bisogna ammettere l'impossibilità di risalire al contributo che i due fratelli avevano dato all'accrescimento del patrimonio familiare. Tuttavia, tale contributo vi era stato e, in misura a noi sconosciuta, aveva portato il patrimonio fondiario a un totale di centottanta campi circa.

Se, per un verso, i documenti in nostro possesso presentano le difficoltà appena descritte, dall'altro rendono invece possibile una stima approssimativa del patrimonio fondiario. Una clausola del testamento di Tommaso, infatti, ipotecava in maniera diretta la metà dei possedimenti fondiari indivisi per comporre la dote nuziale di sua figlia Franceschina96. Questa era prevista per un valore pari a 4.000 ducati. La formula utilizzata per redigere questa clausola rende esplicito il fatto che la dote di Franceschina esauriva virtualmente il valore dell'ipoteca97. È tuttavia lecito ritenere che ciò avvenisse con un'approssimazione in difetto. Questa serie di considerazioni ci autorizza a ritenere che il valore dei beni fondiari indivisi equivalesse a una cifra non molto superiore a 8.000 ducati. Alla luce di quest'ultimo dato, l'episodio della bancarotta, soprattutto per il suo felice esito, assume una valenza ancor più straordinaria vista l'enorme forbice che separa il valore dei beni capitalizzati e l'ammontare del debito pari, come si ricorderà, a 100.000 ducati.

Il capitale familiare, sino ad allora mantenuto in comune, verrà formalmente diviso in occasione della morte di Tommaso, come espressamente richiesto dal testatore98. Era previsto, tuttavia, che la divisione fosse solo transitoria; infatti, la quota a lui spettante sarebbe stata gestita temporaneamente da sua moglie per poi passare, in via definitiva, nelle mani di suo nipote Luc'Antonio dopo la morte di quest'ultima.

Al testamento di Tommaso è allegato un codicillo datato 16 aprile 1566 con il quale si apportavano alcune modifiche di scarso rilievo al documento precedente99. Di rilievo maggiore è, invece, la sua dichiarazione iniziale da cui traiamo notizia del suo grave stato di infermità in quella data. Questo ci autorizza a pensare che già da allora Tommaso non curasse più gli affari della ditta. È quindi probabile che dal 1566 la guida della società editoriale fosse passata nelle mani di Giovanni Maria, affiancato da suo figlio Luc'Antonio.

È lecito pensare che il patrimonio dei Giunti non sia mai stato realmente diviso. Il decesso di Francesca, moglie di Tommaso ed erede transitoria dei suoi beni, avvenne, infatti, in una data presumibilmente vicina a quella di suo marito. Francesca, gravemente malata, presentò testamento nel 1566, nominando suo nipote erede universale del patrimonio affidatole100. È presumibile, quindi, che Luc'Antonio fosse entrato in possesso dell'eredità di suo zio senza che questa avesse subito significativi ridimensionamenti.

5. La terza generazione: Luc'Antonio ii

Con la morte di Giovanni Maria nel 1569, il patrimonio dei Giunti si riuniva definitivamente nelle mani di Luc'Antonio, che diveniva anche unico dirigente della ditta editoriale101. Egli era chiamato a gestire un'attività oramai già ampiamente affermata, con uno stile imprenditoriale dalle linee ben definite. Il compito che assunse Luc'Antonio fu quello di sviluppare coerentemente queste linee, facendo tesoro delle esperienze del passato e confrontandosi con i problemi del presente, consistenti sia in un più stringente controllo delle autorità censorie, sia nei sintomi di quella crisi economica che si sarebbe poi evidenziata nel secolo successivo102 e che non avrebbe mancato di coinvolgere anche il settore editoriale.

Lo sforzo che si rende maggiormente evidente nel corso di questa gestione riguarda uno sviluppo ulteriore di quel piano di diversificazione degli investimenti che era stato inaugurato dai suoi diretti predecessori. Le fonti a lui relative dimostrano un decisivo salto di qualità negli investimenti commerciali estranei al mondo dell'editoria. Dalla puntuale ricostruzione biografica operata da Alberto Tenenti103 emerge la straordinaria capacità che egli ebbe di condurre con efficacia ogni tipo di commercio potesse procurargli utili vantaggiosi. Nelle spedizioni da lui effettuate, sempre più spesso i libri vennero accompagnati da altri articoli commerciali: la frequenza degli investimenti in merci convenzionali sembra straordinariamente cresciuta e il suo coinvolgimento in questi traffici appare diretto. L'impressione che si riceve è che una energia senza precedenti venisse spesa in favore di campi speculativi estranei all'universo del libro. Proporrei l'inserimento di questo fenomeno in un quadro di più generalizzata crisi dell'editoria veneziana104: se la merce editoriale non garantiva più i guadagni di un tempo, per rimanere a galla economicamente occorreva percorrere nuove vie. Luc'Antonio, tuttavia, fece qualcosa di più che rimanere semplicemente a galla, egli realizzò guadagni senza precedenti rispetto alle passate generazioni della famiglia; bisogna, però, sottolineare la disinvoltura con la quale condusse questa operazione di parziale disimpegno dal ruolo di editore. Il suo atteggiamento mette in luce, con grande evidenza, quella che sembra una caratteristica comune anche ai suoi predecessori, ovvero un approccio totalmente disincantato alla professione di editore, del tutto privo di una qualunque affezione di carattere culturale o di ragioni che non fossero meramente pragmatiche.

Un altro tratto distintivo della sua dirigenza consiste nella maggior cautela che egli adottò nella gestione degli investimenti. Luc'Antonio, infatti, scelse spesso di legarsi in società a capitale misto, dividendo con seguentemente tanto gli utili, quanto i rischi105. Si trattava di un espediente comunemente in uso fra gli editori di piccolo calibro, che non potevano far fronte singolarmente alle spese legate alla produzione e distribuzione106. Nel caso di Luc'Antonio, tuttavia, si trattava solo di un cauto espediente che gli permetteva di condurre i propri affari con maggiori garanzie. Probabilmente, l'esperienza della bancarotta che aveva interessato la passata generazione e le difficoltà che ne erano seguite lo avevano convinto della precarietà del lavoro editoriale e dell'esigenza di condividerne i rischi.

Per l'erogazione delle proprie merci, Luc'Antonio poteva continuare ad appoggiarsi alla rete di agenti che era stata creata dai suoi predecessori. La ditta fiorentina era adesso sotto la guida mista di Iacopo, Filippo, Francesco e Raffaello, riuniti sotto la ragione sociale di «Eredi di Filippo Giunta»107. La piazza di Lione era garantita dalla collaborazione con Filippo Tinghi anche successivamente all'avvenuta rottura fra quest'ultimo e le eredi di Giacomo108. I contatti con la Spagna erano, invece, garantiti dalla collaborazione di Filippo, succeduto a Giovanni e attivo in quel mercato almeno fino al 1593109. I traffici condotti da Luc'Antonio si avvalevano anche della collaborazione di agenti temporanei non collegabili direttamente alla famiglia di provenienza, ma attivi nei punti nevralgici del mercato librario. Ad esempio, dopo la morte di Tinghi, i rapporti con Lione poterono continuare grazie alla collaborazione con numerosi librai italiani operanti nel luogo110. Per la città di Cracovia egli conservava rapporti con Melchiorre Ruricht e Riccardo Hübere111, riuscendo quindi a esportare i propri prodotti sul mercato polacco, altrettanto conveniente per gli editori stranieri come lo era quello spagnolo112. Il mercato nazionale non era poi affatto sguarnito. Per garantirsi vendite notevoli anche nella penisola Luc'Antonio ricorreva, fatta eccezione naturalmente per Firenze, a corrispondenti occasionali. Per il nord della penisola sono documentati rapporti con Verona, Milano, Parma, Vercelli, Torino e Bologna113; per le regioni centrali i contatti interessavano Pisa, Perugia e Roma114; mentre il sud era ben rappresentato da scambi con Napoli, Melfi, Bari115, Messina e Palermo116. Notevole era quindi la capacità di erogazione dei prodotti aperta all'iniziativa di Luc'Antonio ii. Una così fitta rete di distribuzione poteva assicurargli un soddisfacente ritmo di vendite e fornirlo di ogni genere di prodotti da importare e distribuire sulla piazza di Venezia o sulle vicine piazze italiane. Tanto il mestiere di editore quanto quello di semplice distributore dovevano procedere nel migliore dei modi e fruttargli notevoli guadagni.

D'altronde, il capitale da lui gestito sembra sensibilmente cresciuto nel giro di soli tredici anni di attività: i possedimenti fondiari detenuti nel 1582 ammontavano a circa 220 campi117. Occorre notare che in questa data i campi posseduti nel «paludo della Motta» risultano essere di numero inferiore rispetto a quelli dichiarati da Tommaso nel suo testamento118: da 180 sono infatti scesi a circa 125119 campi. Due ipotesi rimangono aperte: o la dichiarazione resa ai Savi è incompleta (la differente natura delle fonti citate permette questa considerazione120), oppure i fondi ricevuti da Luc'Antonio erano stati gestiti in maniera dinamica secondo logiche di profitto. Il processo di accumulazione di beni fondiari sembra ricevere un ulteriore slancio nel corso degli anni Ottanta e porterà Luc'Antonio a raddoppiare ulteriormente il patrimonio fondiario appena descritto121.

Sul piano dell'iniziativa editoriale, la continuità rispetto alle generazioni passate appare venata da alcune sfumature di novità. Se si prendono in considerazione i dati in tab. 3, si noterà un evidente avvicendamento fra i valori relativi alle categorie della letteratura umanistica e del diritto, a tutto vantaggio di quest'ultima categoria. Se storicizzato, anche questo fenomeno acquista un chiaro significato. La storia cui rivolgere la nostra attenzione è quella travagliata della repressione cui la stampa italiana venne sottoposta negli anni successivi al pontificato di Paolo iv. Dopo la momentanea e relativa apertura da parte degli organi censori in occasione della pubblicazione dell'Indice tridentino, nuovi segnali poco incoraggianti venivano dal papato di Pio v e Sisto v. Nell'intricato dibattito che si sviluppò intorno all'intenzione manifesta di modificare in senso restrittivo l'Indice del 1564, le nuvole della censura tendevano a porre in ombra nuove categorie di autori. In particolare, uno dei nuovi nodi giuridici in discussione riguardava la letteratura ritenuta "lasciva" e lesiva per la morale comune122. Con un sol colpo di spugna rischiavano di essere coinvolti interi generi letterari. In una situazione di diffusa incertezza, l'unica mossa veramente sicura per un editore poteva essere un radicale allontanamento da quelle categorie letterarie virtualmente a rischio. Ecco, allora, che al cauto editore Luc'Antonio ii la letteratura accademica dovette apparire un porto franco nel quale rifugiarsi e il diritto canonico una valida alternativa al genere umanistico reso malsicuro da una normativa poco stabile.

Tutto lascia pensare che sotto la sua direzione gli affari della ditta Giunti avessero ricevuto un incremento vertiginoso123. La marca tipografica da lui guidata doveva, quindi, occupare una posizione più che autorevole all'interno dell'universo editoriale veneziano.

Una conferma indiretta proviene dall'indiscussa fiducia che l'intera Arte dei librai concesse a Luc'Antonio. Nel 1596, infatti, dovendosi eleggere un priore dell'Arte, egli risultò vincitore in due scrutini consecutivi124. È probabile che Luc'Antonio avesse opposto alcune resistenze all'elezione. Ciò è deducibile dal fatto che, malgrado la larga maggioranza di voti favorevoli costantemente ottenuti, occorse una terza votazione affinché accettasse l'incarico125. L'ampio numero di suffragi ricevuti, come d'altronde l'insistenza dei suoi colleghi nel proporgli l'incarico, lascerebbero pensare che questi vedessero in lui un membro molto autorevole dell'Arte, degno e capace di guidarla in un momento complesso come quello allora corrente. Il nuovo assetto politico determinato dall'ascesa dei Giovani in seno al patriziato, aveva determinato un radicale cambiamento di rotta sia nella politica interna sia nella politica estera della Repubblica. La nuova dirigenza aveva portato la Serenissima ad allontanarsi da quell'atteggiamento di parziale subordinazione alla Chiesa di Roma126. Stava progressivamente montando quell'atmosfera di attrito che avrebbe portato le due potenze italiane al confronto aperto durante il periodo dell'Interdetto. La nuova congiuntura politica ebbe significativi riflessi sul piano giuridico in materia di lotta all'eresia e, conseguentemente, in materia di controllo censorio sulla stampa127. Stando così le cose, il priore dell'Arte era chiamato a rivestire un ruolo energico e a guidare un processo di riconquista degli spazi di libertà perduti durante gli anni Sessanta e Settanta. La difficoltà del ruolo non doveva sfuggire allo stesso Luc'Antonio e forse questo fattore può spiegare anche la sua iniziale riluttanza. L'elezione definitiva arrivò, tuttavia, il 6 giugno 1596 e di conseguenza fu lui a trattare in prima persona con le magistrature laiche ed ecclesiastiche per ogni questione giuridica riguardasse l'Arte. La carriera del mercante Luc'Antonio fu in definitiva coronata dal successo, come, in fondo, anche quella dell'editore. L'attestato di stima che i suoi colleghi vollero fornirgli conferma l'importante ruolo che la ditta Giunti ricopriva all'interno del mercato librario, oramai declinante in quella città.

Luc'Antonio ii morì il 6 marzo del 1602128, lasciando due eredi maschi: Tommaso ii e Giovanni Maria ii ai quali spettò la guida congiunta della ditta di famiglia. Le edizioni giuntine continuarono a uscire sino alla seconda metà del xvii secolo diradandosi progressivamente per poi interrompersi in via definitiva. La mia ricerca non intende, tuttavia, ripercorrere fino in fondo le tappe che portarono questa marca tipografica a uscire dal mercato europeo. La decadenza del marchio intreccia i suoi motivi con quelli di una più generale crisi del mercato editoriale veneziano, crisi alimentata a sua volta dall'inarrestabile declino della Serenissima come potenza commerciale e politica129. Ho scelto di chiudere la mia ricerca negli argini fittizi del xvi secolo, allo scopo di osservare un esempio paradigmatico di protoeditoria italiana sullo sfondo di un periodo storico particolarmente dinamico come il Rinascimento. Prima di giungere alla conclusione, ritengo allora utile esplorare, come ultimo aspetto, il non facile rapporto che un editore dell'epoca doveva avere con una giustizia che, specialmente nella seconda metà del secolo, volse in maniera sempre più stringente la propria attenzione verso il mondo del libro.

6. I Giunti e l'inquisitore

Le disavventure giudiziarie per questa marca tipografica iniziarono sin dalla prima generazione. Nel 1497 Luc'Antonio i, ancora all'inizio della sua carriera, ricevette una minaccia di scomunica dal patriarca Tommaso Donà, per via di alcuni nudi presenti nelle silografie che illustravano la sua recente edizione delle Metamorfosi di Ovidio130. Si tratta di una vicenda che scade quasi nell'aneddotica e che certamente non comportò gravi fastidi al giovane editore. Un episodio decisamente più serio è invece quello che vide coinvolto Tommaso nel 1555. A causa dell'inasprirsi del controllo censorio da parte del Sant'Ufficio, il 4 maggio tre autorevoli esponenti dell'arte (Marchion Sessa, Gabriele Giolito e Tommaso Giunti) comparvero davanti al tribunale e consegnarono spontaneamente alcune opere il cui possesso sarebbe risultato forse compromettente nel caso di un'eventuale perquisizione131. Evidentemente, il timore di essere coinvolti in una vicenda analoga a quella che aveva riguardato il loro collega Antonio Brucioli132 li aveva spinti a compiere questo gesto, nella speranza di evitare una perquisizione ritenuta oramai prossima. L'inventario dei libri consegnati da Tommaso comprendeva «9 Acta concilii Tridentini; 19 Modus orandi Deum Erasmi; 9 Nicolai Borbonii Vandoperani; 1 Precationes biblice; 1 Philippo Melanthon, in evangelium Ioannis; 1 Bartolomeus Vuestemeri, Collectanea»133.

In mancanza di un indice ufficiale, la scelta dei titoli doveva essere stata effettuata sulla base del catalogo stilato qualche anno prima dal Monsignor Della Casa. Questo testo era stato al centro di una accesa vertenza fra librai e Sant'Uffizio e, grazie a un tempestivo intervento del Consiglio dei Dieci, il documento era stato invalidato sul piano della giurisdizione civile134. Pur non avendo effetto di legge, il catalogo conteneva indicazioni certe sui libri il cui possesso non sarebbe stato tollerato dalle autorità ecclesiastiche. I titoli che figurano nel verbale presentano due caratteristiche specifiche: nessuno di loro era uscito dai torchi giuntini e tutti provenivano da stamperie estere135. L'episodio dimostra, inequivocabilmente, che nel suo ruolo di libraio Tommaso non rinunciava al commercio di stampa eterodossa. Purtroppo non è possibile stabilire in via definitiva l'entità di questi traffici. Il documento citato è in tal senso inservibile: nulla infatti garantisce che la consegna spontanea da lui effettuata fosse stata rigorosa e completa. Egli, d'altronde, non subì mai una vera e propria perquisizione a seguito della quale sarebbe stato prodotto un verbale certamente più attendibile.

Se l'entità del commercio clandestino svolto dai Giunti non può essere al momento definito, la sua attualità è tuttavia innegabile ed è forse possibile individuare, in via ipotetica, il tramite di questi traffici nella persona di Pietro Perna, libraio lucchese fortemente implicato nel traffico clandestino di libri, tanto che la sua attività gli valse un bando ufficiale dai territori della Serenissima136. Il rapporto professionale fra il Perna e Tommaso riceve testimonianza da un documento che quest'ultimo depositò al Sant'Ufficio nel 1551. Si tratta di una petizione volta a ottenere il rilascio di un salvacondotto in favore del Perna che al tempo era già stato bandito dalla città. La richiesta veniva motivata da Tommaso con l'esigenza di effettuare «certi conti de administration fatta per esso Pietro Perna de libri che gli son stati mandati per essi messer Thomaso et fratello, li quali conti non se poleno [fare] se non presentialmente et personalmente»137. Perna era quindi uno degli agenti di Tommaso e, vista la qualità dei traffici a lui attribuiti, è possibile avanzare ipotesi sul genere di merci trattate. Bisogna tuttavia ammettere che i Giunti non si preoccuparono troppo di celare la natura dei rapporti intrattenuti con un personaggio già compromesso, ma che, al contrario, ne fecero menzione davanti al Sant'Uffizio. Tommaso doveva essere consapevole che la loro posizione non comportava seri rischi. Una conferma di ciò viene proprio per bocca delle stesse autorità: queste infatti concessero il salvacondotto e un libraio già condannato per commercio di stampa illegale poté circolare a Venezia rispettando solamente alcune restrizioni138, fra le quali, tuttavia, non era compreso il divieto di condurre i propri affari con i Giunti.

La partecipazione di Tommaso e Giovanni Maria al commercio clandestino è quindi innegabile. Si ha però l'impressione che essi fossero disposti ad accettare solo i rischi minori connessi alla distribuzione, mentre una cautela decisamente maggiore era adottata nello svolgimento del lavoro editoriale: pochi sono infatti i libri sconvenienti con impresso il loro nome139.

Per quanto riguarda Luc'Antonio ii, sarà lecito chiedersi se il suo atteggiamento in materia di commercio clandestino fosse stato influenzato in maniera significativa dai radicali cambiamenti intervenuti sul piano giuridico successivamente al pontificato di Paolo iv. Un documento del 1570 dimostrerebbe esattamente il contrario. Il 22 agosto di quell'anno, infatti, Luc'Antonio ricevette la sgradita visita di due frati inquisitori all'interno della sua bottega. Questi sequestrarono «tre casse de libri de diverse facultà così latine come greche, hebree, caldee et turche»140. Il contenuto delle casse è descritto come segue: «parte delli libri sono gli infrascritti: Theodoro Biliandro, Sabastiano Mustero, Henrico Glareano, Guglielmo Postello, Alcorano di Maumetto, Ioan Mustero, Paulo Fagio, Conrado Ghislerio, Paulo Grigio»141. Lo stesso giorno almeno altri quattro librai ricevettero la medesima visita. Altrettanti sono, infatti, i verbali di sequestro compresi nel fascicolo. Da questo momento, però, le vicende giudiziarie dei cinque librai presero strade diverse. Solo Vincenzo Valgrisi subì un processo142, mentre per gli altri, compreso Luc'Antonio, la vicenda si concluse senza strascichi giudiziari. Di questa resta, infatti, solo un verbale piuttosto approssimativo, che nella genericità usata per definire gli articoli sequestrati, denuncia lo stato di arretratezza del procedimento aperto ai suoi danni. Egli, così come gli altri due suoi colleghi, non risultò ulteriormente compromesso: una prova evidente ne è anche la sua elezione a priore dell'Arte avvenuta nel 1596. Difficile pensare, infatti, che un tale ruolo di responsabilità potesse essere affidato a una personalità compromessa dal punto di vista giuridico. Il comportamento mite degli inquisitori nei suoi confronti doveva corrispondere alla natura non straordinaria dell'infrazione commessa.

Il verbale dimostra, senza ombra di dubbio, che Luc'Antonio era anch'egli implicato nel commercio clandestino, ma dimostra anche una certa genericità nelle scelte effettuate: accanto ad alcuni grandi nomi della Riforma troviamo, infatti, il Corano e un numero imprecisato di testi in lingua ebraica143. Il suo interesse verso la letteratura proibita deve essere quindi ritenuto o curiosamente ecumenico o piuttosto riconducibile a una pura logica commerciale priva di qualunque intento apologetico: scritti coranici, testi ebraici e opere della Riforma, malgrado le proibizioni vigenti, conservavano ancora un discreto pubblico e l'assunzione di qualche piccolo rischio nel trattare questi articoli poteva comportare anche non pochi vantaggi economici. Luc'Antonio sembrò accettare entrambi. Il suo atteggiamento appare poi completamente in linea con quello di suo padre e suo zio, avendo egli scelto di limitare il rischio alle sole importazioni: la cautela era volta evidentemente a far sì che il capitolo delle possibili perdite non superasse mai quello dei guadagni. Massima cautela, quindi, nel condurre l'officina tipografica, mentre un comportamento più spregiudicato poteva riguardare la bottega libraria.

7. Conclusioni

Basandosi principalmente sulla caratteristica impronta editoriale cui si attennero i Giunti, è possibile proporre una prima considerazione: all'interno del loro catalogo, i tratti più caratteristici della cultura rinascimentale, nella forma comunemente divulgata dalla trattatistica storica, trovano una rappresentazione decisamente scarsa. Eventi culturali come la rinascita degli studi classici, riportati in auge dalla scuola umanistica, o l'imporsi delle nuove istanze di quella cultura scientifica che, inseguendo la verità per molteplici sentieri, fondò la scienza moderna, risultano essere i grandi assenti. Scarsamente rappresentato è anche il serrato dibattito religioso che vide impegnata l'intera cultura europea del tempo. Osservando il Cinquecento dalla prospettiva particolare dei Giunti si fatica quasi a riconoscerlo: il numero di edizioni riferibili in qualche maniera alle tematiche ora isolate è decisamente esiguo e la loro incidenza sul panorama complessivo della produzione è di rilievo minimo. Quei rari casi che soddisfano le aspettative lasciano pensare più a una fuga estemporanea che a un reale interessamento. A fronte di ciò, si potrebbe cedere alla tentazione di definire i Giunti come testimoni dormienti o inaffidabili cronisti della loro contemporaneità. Tuttavia, il loro stesso ruolo professionale rende impraticabile questa strada e il successo che ottennero nella loro professione è un valore aggiunto. Ogni editore rinascimentale deve essere ritenuto uno spettatore attivo del proprio tempo e bussare alla porta della sua bottega sarà sempre utile. Anche i Giunti debbono essere, quindi, interpellati come testimoni ma la testimonianza che essi possono offrire concerne un Cinquecento parallelo a quello che occupa più frequentemente le pagine della storiografia: il loro era il Cinquecento dei mercanti. Nei documenti relativi a questi personaggi, il titolo di mercante ricorre molto spesso e quasi sempre ne introduce il nome. Si tratta di un indizio già di per sé rilevante; tuttavia, una prova definitiva risiede forse nei criteri che ispirarono la loro condotta di imprenditori e lo spirito che guidò le loro scelte editoriali.

Studiosi e bibliofili hanno l'abitudine di rivolgere più frequentemente la loro attenzione verso l'affascinante figura dell'editore militante. In questa categoria vengono compresi tutti quei personaggi che vestirono i panni dell'editore per fini non solamente speculativi, ma che vissero la propria professione in maniera consapevole e operarono scelte valide in ambito culturale. Vista la giovinezza del mercato tipografico, chi scelse di avventurarsi nelle sue maglie lo fece certamente nella speranza di ottenere buoni guadagni. Tuttavia, l'impatto sociale della nuova merce era noto al tempo come lo è oggi. Era altrettanto diffusa la consapevolezza che il ruolo di editore poneva di fronte a grandi responsabilità. La scelta dei criteri su cui basare la propria attività era lasciata quindi alla sensibilità individuale. L'impronta data dai singoli editori al proprio mestiere poteva essere colta dal pubblico e determinare in alcuni casi il successo di una marca. Un editore veramente militante non si limitava semplicemente a vendere libri, ma aspirava anche a promuovere cultura. I percorsi a questo punto si diversificavano e l'editore militante si faceva promotore di quella specifica cultura da lui accolta favorevolmente. Venezia, la città su cui si è concentrata la mia ricerca, non era per nulla avara di siffatte figure. Questa, al contrario, ospitava un personaggio in tal senso paradigmatico come Aldo Manuzio, editore di gran fama e umanista di nascita. I suoi libri furono avidamente consumati dai più raffinati intellettuali europei e nella finzione letteraria approdarono addirittura all'isola di Utopia, abitata da inguaribili amanti delle belle lettere144.

Manuzio incarnava la figura dell'editore umanista e la sua militanza culturale lo spingeva a promuovere edizioni utili alla nuova scuola letteraria. Tuttavia, la militanza culturale poteva coinvolgere anche la dimensione religiosa e, in un momento di aperto dibattito come il Cinquecento, l'editore poteva farsi promotore di uno specifico messaggio religioso e volgere il proprio impegno professionale in funzione apologetica. Questi poteva muoversi in acque favorevoli oppure sfidare le gerarchie. Nella tollerante Venezia, alcuni fra librai e stampatori fecero proprio lo spirito di rinnovamento religioso che percorreva in quegli anni la cristianità e scelsero di impegnare i propri torchi in funzione propagandistica. Spesso la loro identificazione da parte degli storici è tristemente agevolata dalle azioni legali che le autorità ecclesiastiche e civili mossero ai loro danni. Alcune volte, infatti, quando il vero movente delle loro iniziative professionali veniva individuato dalle autorità, le comuni accuse di possesso e commercio di letteratura proibita erano accompagnate dall'ingiunzione ad abiurare talune proposizioni ereticali. Ad alcuni di loro, in realtà pochi, toccò anche la pena più severa, eseguita nottetempo al largo della laguna veneziana senza troppi clamori, ritenuti in ogni caso scomodi per il prestigio della Repubblica145. Le vicende di questi personaggi sono certamente meno note se paragonate a quella del già citato Manuzio, tuttavia il loro ruolo all'interno dell'universo culturale cinquecentesco fu nient'affatto secondario.

Definiti grazie a questi due esempi macroscopici i tratti più caratteristici dell'editore militante, la domanda è se i Giunti abbiano mai svolto questo ruolo. Gli elementi che ho raccolto nel corso della ricerca rendono possibile un giudizio sostanzialmente unitario che esclude, tuttavia, una qualche significativa convergenza dei Giunti verso un'editoria di stampo militante. Tale conclusione è sostanziata prevalentemente dall'osservazione del loro programma editoriale. Questo appare costantemente ispirato a una matrice nettamente pragmatica, volta a cercare l'ottimo affare economico, esente da rischi significativi. Le loro scelte letterarie sembrano costantemente rivolte verso il grande pubblico e verso i ricchi guadagni. Nessun'altra considerazione all'infuori dell'ambito strettamente pratico trova riscontro adeguato nella condotta di questi editori.

Il loro pubblico è stato individuato nelle categorie convenzionali della cultura ufficiale dell'epoca ovvero l'ambiente universitario e le istituzioni cattoliche. Alla luce di ciò è possibile comprendere la ragione di una presenza così inconsistente delle tematiche più innovatrici del Rinascimento all'interno della loro produzione: i Giunti servivano quell'élite sociale e culturale genericamente poco incline alle innovazioni scientifiche e religiose di quel secolo. Questo medesimo dato esclude, una volta di più, i Giunti dal novero degli editori militanti, a meno che non li si voglia considerare consapevoli promotori dell'ortodossia tanto religiosa quanto scientifica. Tale ipotesi, oltre a essere un'ovvia forzatura, è resa del tutto impraticabile da quei documenti che dimostrano la loro partecipazione occasionale al contrabbando di letteratura proibita.

In ultima analisi, è possibile affermare che, nello svolgere il ruolo di editori, mancava ai Giunti il coraggio di sfidare sia il favore del pubblico sia la severità delle autorità censorie. Il motivo ispiratore di tanta cautela torna a essere sempre il medesimo: la riluttanza verso i cattivi affari e verso le operazioni fallimentari sotto il profilo economico. Ecco allora individuata la figura dell'editore-mercante, l'affarista che vede nella carta stampata un veicolo per realizzare utili. Questo tratto distintivo si rende evidente sin dalla generazione di Luc'Antonio i, protagonista di scelte notevoli sul piano della logica imprenditoriale. Le carte commerciali che testimoniano della sua attività dimostrano un precoce interessamento verso ogni merce, anche se convenzionale e del tutto estranea all'universo del libro. Questo approccio, se è visibile in fase solo embrionale durante la sua direzione, acquista concretezza definitiva con Tommaso e Giovanni Maria per poi divenire una caratteristica fondamentale nell'attività di Luc'Antonio ii. Quest'ultimo sembrò trattare con grande disinvoltura ogni genere di merce, fossero libri, liquori, spezie o manufatti di qualunque tipo.

Ecco la definizione unitaria che ritengo si debba applicare ai Giunti, personaggi che, con il loro specifico bagaglio culturale, parteciparono da protagonisti alla storia dell'editoria veneziana e che oggi possono fornire un valido contributo a definire l'universo di cui fecero parte.

Note

* Il presente lavoro è un estratto della tesi di laurea che ho discusso presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell'Università degli Studi di Roma "La Sapienza" in data 13 luglio 2002 (relatore prof.ssa Laura Ronchi De Michelis, correlatore prof.ssa Anna Morisi Guerra). Vorrei cogliere l'occasione per ringraziare Carlo Alessandro Nicolau, Filippo Vignato, Francesco Ottone, Giulia Cucciardi, Juliane Kolk e Maria Luisa De Rossi per l'aiuto datomi.

1. A. A. Renouard, Notice sur la famille des Juntes, in Annales de l'Imprimérie des Aldes, Paris 1834.

2. A. Tenenti, Luc'Antonio Giunti il giovane, stampatore e mercante, in Studi in onore di Armando Sapori, vol. ii, Istituto Editoriale Cisalpino, Milano 1957.

3. P. Camerini, Annali dei Giunti, Sansoni, Firenze 1962.

4. D. Decia, I Giunti tipografi editori di Firenze 1497-1570, (a cura di R. Delfiol), Giunti Barbera, Firenze 1977.

5. P. Camerini, Il testamento di Tommaso Giunti, in "La bibliofilia", xxxi, 1929, p. 404.

6. La tecnica di stampa a caratteri mobili era stata infatti introdotta a Venezia dal tedesco Johan von Speyer nel 1469 (cfr. L. V. Gerulatis, Printing and Publishing in Fifteenth-Century Venice, American Library Association, Chicago 1976, p. 20).

7. W. Pettas, The Giunti of Florence, San Francisco 1980, pp. 24-5.

8. Ibid.

9. Camerini, Annali dei Giunti, cit., p. 59.

10. Decia, I Giunti tipografi editori di Firenze, cit., p. 19.

11. Archivio di Stato di Firenze (d'ora in poi asf), Catasto, b. 995, c. 101r (pubblicato in Camerini, Annali dei Giunti, cit., vol. i, pp. 32-3).

12. asf, Notarile antecosimiano, b. 2319, Benedetto di Paolo di Marco da Terrarossa, 1499-1503, cc. 49r-50v. (pubblicato in Camerini, Annali dei Giunti, cit., vol. i, pp. 34-7).

13. Sappiamo ad esempio che in appena sette anni questo era stato quasi triplicato (cfr. ivi, c. 49v).

14. Decia, I Giunti tipografi editori di Firenze, cit., p. 65.

15. P. Camerini, Annali dei Giunti cit., vol. i, p. 97

16. I Giunti tipografi editori di Firenze cit., p. 21.

17. asf, Notarile antecosimiano, b. 16281, Antonio di Parente, 1515-1517, cc. 286v-291v (pubblicato in Camerini, Annali dei Giunti cit., vol. i, pp. 37-43).

18. asf, Notarile antecosimiano, b. 2319, Benedetto di Paolo di Marco da Terrarossa, 1499-1503, c. 49r.

19. Ivi, b. 9906, Giuliano di Domenico da Ripa, 1533-1538, cc. 175v-180r (pubblicato in Pettas, The Giunti of Florence, cit., pp. 304-8).

20. Ivi, c. 175v.

21. Ivi, c. 176r.

22. Ibid.

23. Ibid.

24. «Commissus et procurator generalis Domini Lucantonii Giunte» (asf, Notarile antecosimiano, b. 16282, Antonio di Parente, 1517-19, cc. 139v-140r, pubblicato in Camerini, Annali dei Giunti, cit., vol. i, p. 44).

25. asf, Notarile antecosimiano, b. 1930, Bartolomeo Bartolucci, 1515-19, cc. 354r-355r (pubblicato in Camerini, Annali dei Giunti, cit., vol. i, p. 43).

26. Ivi, b. 16282, Antonio di Parente, 1517-19, c. 140r.

27. Ivi, b. 9906, Giuliano di Domenico da Ripa, 1533-38, c. 175v.

28. Ivi, c. 176v.

29. Ibid.

30. La ragione sociale ebbe infatti sette anni di durata contro i quattro di effettiva permanenza di Giuntino (cfr. ibid.).

31. asf, Mercanzia, b. 10831, c. 179r (pubb. in Pettas, The Giunti, cit., p. 298).

32. Ibid.

33. In effetti nel documento si fa breve accenno all'esistenza di una scrittura privata (cfr. ibid.).

34. Al contrario negli atti notarili da lui depositati, le questioni di denaro venivano affrontate con grande scrupolo anche quando si trattava di patti intervenuti fra i membri della sua stessa famiglia.

35. Di lui infatti si conosce un'edizione pubblicata a Venezia nel 1519 (cfr. W. Pettas, The Giunti and the Book Trade in Lyon, in Libri tipografi biblioteche. Studi storici in onore di Luigi Balsamo, Olschki, Firenze 1997, p. 171).

36. L. Febvre, H. Martin, La nascita del libro, Laterza, Roma-Bari 2000, pp. 288-9.

37. Pettas, The Giunti of Florence, cit., p. 298.

38. Id., The Giunti and the Book Trade in Lyon, cit., pp. 177-8.

39. Ivi, p. 182.

40. Ivi, p. 184.

41. L. Dorez, Les héritières de Jiacopo Giunta et Filippo Tinghi, in "Revue des Bibliotèques", v, 1895, pp. 54-5.

42. Ibid.

43. Una ricostruzione dettagliata dell'attività editoriale di Giovanni Giunti è stata condotta da William Pettas in occasione della pubblicazione dell'inventario di magazzino di Giovanni Giunti presso Burgos (cfr. W. Pettas, A Sixteenth-Century Spanish Bookstore: the Inventory of Juan de Junta, American Philosophical Society, Philadelphia 1995).

44. Febvre, Martin, La nascita del libro, cit., p. 239.

45. P. Needham, Venetian Printers and Publishers in The Fefteenth Century, in "La bibliofilia", c, 1998, p. 160.

46. asf, Notarile antecosimiano, b. 16282, Antonio di Parente, 1517-19, c. 140r.

47. Così è testimoniato in un documento del 1536 dove Benedetto Giunti viene definito «librar[o] In Roma» (cfr. Biblioteca apostolica vaticana, Vat. Lat.11173, c. 70r, pubblicato in Pettas, The Giunti of Florence, cit., pp. 300-3).

48. asf, Notarile antecosimiano, b. 16282, Antonio di Parente, 1517-19, c. 140r.

49. Di difficile spiegazione resta invece il vertiginoso calo che si riscontra intorno al 1528. Un breve episodio di sovrapproduzione o la parziale dispersione degli esemplari prodotti in quegli anni sono le uniche due strade percorribili data la reticenza delle fonti in merito ad altri motivi di crisi.

50. Come si chiarirà in seguito, ben altri erano i costi di produzione legati al lavoro editoriale rispetto all'ammontare del capitale societario messo insieme da questi personaggi.

51. Nel fare questo genere di considerazioni occorre purtroppo rinunciare a nozioni, altrimenti utilissime, relative al numero delle singole tirature. Le fonti sono reticenti in tal senso e ogni tentativo di quantificazione può essere solo a carattere ipotetico (cfr. P. F. Grendler, L'Inquisizione Romana: 1540-1605, Il Veltro, Roma 1983, pp. 26-8).

52. Breviari, messali e officiuoli abbondavano nella produzione giuntina, sia nelle forme più generiche (ad esempio Breuiarium Romanum, apud haeredes Lucae Antonij Iuntae, Venetijs 1548; o Missale Romanum, apud heredes Luceantonij Iunte, Venetijs 1541), sia nelle versioni specificamente dirette a determinati ordini religiosi (ad esempio Officia propria festorum ordinis fratrum Minorum, apud Juntas, Venetiis 1573).

53. Decia, I Giunti tipografi editori di Firenze, cit., passim.

54. Tanto la consistenza del bacino culturale cui attingere alla ricerca di autori e curatori, tanto gli interessi specifici del pubblico locale cui indirizzare in prima istanza l'offerta condizionavano necessariamente la produzione di un editore dell'epoca.

55. Ho compreso nella prima categoria, oltre alle varie edizioni della Bibbia, ogni testo di argomento religioso che potesse essere inteso o per un uso personale di edificazione spirituale (vite dei santi, fioretti della Bibbia ecc.), o di pratica liturgica (cfr. supra, nota 52); ne ho escluso invece quei testi di argomento teologico previsti presumibilmente per fini di studio. Quest'ultimo genere di libro trova posto nella categoria della letteratura accademica assieme ad altri testi a carattere scientifico previsti chiaramente per un pubblico colto. Nella definizione di quest'ultima categoria, oltre agli usuali riferimenti, quali l'autore e l'argomento dell'opera, una valida guida risulta essere data da elementi metatestuali quali il formato e il carattere tipografico, indizi che con buona approssimazione permettono di individuare il tipo di pubblico cui l'editore indirizzava l'offerta (cfr. infra nota 56). Nel genere umanistico rientrano tutte le riedizioni dei classici greci e latini e le edizioni (per la verità poche) di umanisti coevi.

56. Per un orientamento generale sulle differenze qualitative fra i vari prodotti editoriali cfr. A. Petrucci, Alle origini del libro moderno. Libri da banco, libri da bisaccia, libretti da mano, in A. Petrucci (a cura di), Libri, scrittura e pubblico nel Rinascimento: guida storica e critica, Laterza, Roma-Bari 1989, pp. 139-55.

57. Che esista un rapporto diretto tra il formato di un'edizione e il suo costo è cosa intuitiva, ma per uno studio in proposito rimando a Grendler, L'Inquisizione Romana, cit., p. 30.

58. I dati linguistici proposti nella tab. 2 forniranno un ulteriore indizio relativo alla forte vocazione dei Giunti verso le esportazioni.

59. Camerini, Annali dei Giunti, cit., vol. i, pp. 50-3.

60. «Per nostro abitare» (asf, Catasto, b. 688, c. 650r; b. 952, c. 68r; b. 866, c. 138r; b. 995, c. 101r).

61. asf, Decima Granducale, cit., cc. 422r-432r (scelgo di basarmi sulle singole voci, dal momento che il documento non permette quantificazioni più precise. L'estensione dei campi e delle abitazioni non è, infatti, specificata e viene usata una terminologia piuttosto imprecisa: «1 casa», «1 pezzo di terra», «Più pezzi di terra». Ogni singola voce dichiara invece l'avvenuta transazione e permette una ricostruzione cronologica delle acquisizioni).

62. Archivio di Stato di Venezia (d'ora in poi asv), Dieci Savi sopra le Decime a Rialto, Serie delle condizioni di decima 1537, b. 92, n. 153 (pubblicato in Pettas, The Giunti of Florence, cit. p. 317).

63. Ibid.

64. asv, Notarile, Testamenti, b. 210, Angelo da Canal, n. 527, (pubblicato in H. Brown, The Will of Tommaso Giunti, in "English Historical Review", vi, 1891, pp. 154-61, e in Camerini, Il testamento di Tommaso Giunti, cit., pp. 407-13).

65. asf, Notarile antecosimiano, b. 16286, Antonio di Parente, testamenti, 1508-28, cc. 409r-410v (pubblicato in Camerini, Annali dei Giunti, cit., vol. i, pp. 45-9).

66. Ivi, c. 410r.

67. Ivi, c. 410v.

68. asv, Notarile, Testamenti, b. 210, Angelo da Canal, n. 527.

69. Questa è una delle varianti che compariva sul frontespizio delle loro edizioni.

70. Biblioteca apostolica vaticana, Vat. Lat. 11173, c. 70r.

71. asv, Notarile, Testamenti, b. 210, Angelo da Canal, n. 527.

72. Ibid.

73. Ibid.

74. Ibid.

75. Ibid.

76. Neanche nel testamento di Luc'Antonio vi è traccia di questa attività, ove è invece ragionevole pensare che, se fosse esistita già al tempo, sarebbe rientrata nel novero dei lasciti.

77. Dall'analisi dei dati quantitativi risulta infatti che la media annua dei titoli prodotti cresce anziché diminuire (cfr. tab. 1).

78. asv, Notarile, Testamenti, b. 210, Angelo da Canal, n. 527.

79. Ibid.

80. Ibid.

81. Si pensi ad esempio che lo stesso Tommaso riteneva di poter garantire alla propria moglie una vita dignitosa con un lascito vitalizio pari a 300 ducati annui in aggiunta a una sistemazione abitativa stabile (cfr. ibid.).

82. asf, Carte Cerviniane, b. 51, c. 126r-v (pubblicato in Pettas, The Giunti of Florence, cit., pp. 309-16). L'opera in questione è quasi certamente: Eustathius Thessalonicensis, Parekbolai eis ten Homeron Iliada, Antonio Blado, Roma 1542).

83. Ivi, c. 126v.

84. Ibid.

85. L'acquisizione di beni fondiari non subisce battute d'arresto durante questa dirigenza e la produzione annua di libri rivela, nel periodo antecedente alla bancarotta, un incremento rispetto alla passata dirigenza (cfr. figg. 1 e 2).

86. Un passo del testamento infatti riporta la volontà di Tommaso che vengano pagati tutti i suoi più recenti debiti contratti dopo la bancarotta.

87. asv, Notarile, Testamenti, b. 210, Angelo da Canal, n. 527.

88. «Detti creditori [] avemo dipoj integralmente satisfatto [] a ducato per ducato in denari contanti, in quelli termini che alhora da essi creditori per loro gratia ne furno concessi» (cfr. ibid.).

89. D'altronde le parole d'esortazione che Tommaso rivolge al suo successore lasciano trasparire più orgoglio che rassegnazione: «exortando etiam a tegnir conto grande della stamparia, et del bello avviamento et credito che in quella avemo acquisito, la qual se luj saperà conservare, sarà honore et utile a casa sua, et non darà causa che se possi dir che Lucantonio vecchio habbia fondata et elevata casa nostra col mezzo della stamparia et Lucantonio giovane la abbia lasciata cader in terra con sua infamia, et dishonor de casa sua» (cfr. ibid.).

90. Pettas, The Giunti of Florence, cit., p. 92.

91. Ibid.

92. Sicuramente, qualora un legame contrattuale fosse effettivamente esistito, a questo si sarebbe accennato in un documento così dettagliato come il testamento di Tommaso, dove ogni minima attività trova adeguata menzione.

93. Solo nel caso della bottega «al segnal dei 3 Re» (quella che conduceva commerci di pellami e tessuti) siamo informati del fatto che il capitale posseduto dai due fratelli è pari a «ducati doimila incirca», ma nulla sappiamo degli «utili seguiti et che seguiranno», non conosciamo cioè gli effettivi guadagni che fruttavano annualmente quei commerci. Del valore dei «negocij de Rialto» invece non sappiamo nulla.

94. asf, Mediceo, b. 378, cc. 321r-322r (pubblicato in Camerini, Annali dei Giunti, cit., vol. i, pp. 303-5).

95. Ivi, c. 322r.

96. asv, Notarile, Testamenti, b. 210, Angelo da Canal, n. 527.

97. Ibid.

98. Ibid.

99. Ibid.

100. Ivi, b. 211, Angelo da Canal, c. 194r-v.

101. Ivi, cc. 176r-177r.

102. F. Braudel, La vita economica di Venezia nel xvi secolo, in V. Branca (a cura di), Storia della civiltà veneziana, vol. ii, Autunno del medioevo e Rinascimento, Sansoni, Firenze 1979, pp. 259-69.

103. Tenenti, Luc'Antonio Giunti il giovane, cit., pp. 1023-60.

104. Molteplici sono le concause di questa crisi: lo stretto giro di vite operato dalle autorità censorie, la depressione economica durante l'epidemia di peste che colpì la città nel biennio 1575-77, e il rafforzamento dei poli editoriali del nord Europa (cfr. Grendler, L'Inquisizione Romana, cit., pp. 319-28).

105. Camerini, Annali dei Giunti, cit., vol. ii, p. 18.

106. Come si ricorderà questa era infatti la strategia adottata da Giacomo Giunti nel corso della sua attività presso Lione.

107. Decia, I Giunti tipografi editori di Firenze, cit., p. 29.

108. Tenenti, Luc'Antonio Giunti il giovane, cit., p. 1031.

109. H. E. Sobrino, Historia del libro espanõl, Gredos, Madrid 1998, p. 130.

110. Tenenti, Luc'Antonio Giunti il giovane, cit., p. 1033.

111. Ibid.

112. Needham, Venetian Printers, cit., p. 160.

113. Tenenti, Luc'Antonio Giunti il giovane, cit., pp. 1038-9.

114. Ivi, p. 1038.

115. Ivi, p. 1036.

116. Ivi, p. 1037.

117. asv, Dieci Savi sopra le Decime a Rialto, Sezione ii, Serie delle condizioni di decima 1582, b. 157 bis, n. 783 (pubblicato in Camerini, Annali dei Giunti, cit., vol. ii, pp. 15-6).

118. asv, Notarile, Testamenti, b. 210, Angelo da Canal, n. 527.

119. asv, Dieci Savi sopra le Decime a Rialto, Sezione ii, Serie delle condizioni di decima 1582, b. 157 bis, n. 783.

120. Tenenti, Luc'Antonio Giunti il giovane, cit., p. 1047, nota 154.

121. Ivi, p. 1055. Un rinnovato interesse verso gli investimenti in beni fondiari fu d'altronde comune a molti mercanti veneziani a partire dalla seconda metà del xvi secolo (cfr. Braudel, La vita economica, cit., p. 266).

122. V. Frajese, La politica dell'Indice dal tridentino al clementino (1571-1596), in "Archivio italiano per la storia della pietà", xi, 1998, p. 274.

123. Gli indicatori più sensibili sono certamente la produzione annua di titoli (cfr. fig. 3 e tab. 1) e gli investimenti fondiari effettuati (cfr. Tenenti, Luc'Antonio Giunti il giovane, cit., pp. 1048-55).

124. Camerini, Annali dei Giunti, cit., vol. ii, pp. 16-7.

125. Ibid.

126. W. J. Bouwsma, Venezia e la difesa della libertà repubblicana. I valori del Rinascimento nell'età della Controriforma, il Mulino, Bologna 1977, pp. 151-3.

127. Grendler, L'Inquisizione Romana, cit., p. 333.

128. Tenenti, Luc'Antonio Giunti il giovane, cit., p. 1060.

129. Bouwsma, Venezia, cit., pp. 402-3.

130. Grendler, L'Inquisizione Romana, cit., p. 118.

131. A. Del Col, Il controllo della stampa a Venezia e i processi di Antonio Brucioli, 1548-1559, in "Critica storica", xvii, 1980, p. 478.

132. Autore e libraio operante a Venezia, coinvolto in un serio processo per eresia che si concluse proprio nel 1555 con una condanna all'abiura (cfr. ivi, pp. 457-510).

133. Ivi, p. 498.

134. Grendler, L'Inquisizione Romana, cit., pp. 131-4.

135. Del Col, Il controllo della stampa a Venezia, cit., p. 498, note 24-9.

136. A. Del Col, Il Nuovo Testamento tradotto da Massimo Teofilo e altre opere stampate nel 1551, in "Critica storica", xv, 1978, p. 155.

137. asv, Santo Uffizio, Processi, b. 158, Libro secondo, c. 19r-v.

138. Ivi, c. 19v.

139. Nella tab. 4 ho inserito l'elenco degli autori compresi in una delle tre classi all'interno degli indici ufficiali promulgati dall'autorità papale nel corso del xvi secolo. Ho scelto di comprendere comunque nella lista anche quegli autori la cui opera pubblicata dai Giunti non fosse stata proibita, al fine di lasciare alla libera interpretazione qualunque riflessione concernente l'attitudine dei Giunti rispetto alle norme censorie dell'epoca.

140. Santo Uffizio, processi, b. 14, fascicolo 1, Vincenzo Valgrisi, Contra Vincentium Valgrisium et non nullos alios venditores librorum prohibitorum, cc. 7v-8r.

141. Ibid.

142. Il verbale citato è infatti compreso negli incartamenti relativi al suo processo.

143. Avvolti da un generico sospetto anche a causa delle difficoltà che i censori, non sempre esperti ebraisti, trovavano nel definirne la natura.

144. T. Moro, L'Utopia, Laterza, Roma-Bari 1998, p. 95.

145. Grendler, L'Inquisizione Romana, cit., p. 265.