Aspetti eterodossi della Bibbia
nuovamente tradotta dalla hebraica verità
in lingua thoscana
di Santi Marmochino: risultati di una ricerca

di Lisa Saracco

1. Introduzione

Nel 1538 veniva data alle stampe dagli eredi di Luc'Antonio Giunta la Bibbia nuovamente tradotta dalla hebraica verità in lingua thoscana del frate domenicano Santi Marmochino1. Già da tempo la casa editrice veneziana aveva intrapreso una politica volta alla pubblicazione di Bibbie in volgare, con l'intenzione di soddisfare le richieste di un pubblico sempre più vasto e le nuove istanze culturali nate dai movimenti di riforma della Chiesa e dall'umanesimo. Se a partire dalla fine del xv secolo Luc'Antonio Giunti il vecchio pubblicava più volte la traduzione in volgare di Niccolò Malerbi2,fu nel 1532, con la pubblicazione del volgarizzamento dell'Antico e del Nuovo Testamento di Antonio Brucioli, che la casa editrice operò una scelta più radicale in questo ambito a causa delle simpatie di quest'ultimo per le idee luterane3. Quattro anni dopo vide la luce il Nuovo Testamento tradotto in lingua toscana nuovamente corretto dal r. Padre frate Zaccheria da Firenze de l'ordine de predicatori4 che, a detta di molti storici, insieme alla versione del Marmochino, costituì una risposta "ortodossa" dell'ordine domenicano al testo dell'eretico Brucioli5. In realtà, gli studi più recenti sul volgarizzamento di Santi Marmochino hanno sottolineato la presenza di elementi eterodossi sia negli apparati che nella traduzione e la forte dipendenza del testo da quello latino del confratello Santi Pagnini, edito a Lione nel 15276 e molto fedele all'originale ebraico rispetto alla Vulgata7.

D'altra parte le scarse notizie biografiche sul personaggio, presentate dai compilatori di repertori e cataloghi del xvii e xviii secolo, finora non hanno reso possibile avere ulteriori conferme di questa tesi e comprendere in modo più approfondito i motivi che spinsero il frate domenicano a questa impresa8.

2. Il problema dell'assenza di dati biografici:
una semplice questione onomastica

Secondo la testimonianza di queste fonti, Santi Marmochino nacque a San Cassiano, nella diocesi di Firenze, in data indefinita, così come non è riportata quella in cui entrò a far parte dell'ordine domenicano. Dalla metà degli anni Trenta del xvi secolo insegnò ebraico a Venezia e a Padova, dove si laureò in teologia9. Nel 1542 entrò a far parte della Facoltà di teologia di Firenze, di cui l'anno seguente divenne decano. Le sue tracce scompaiono dagli atti della Facoltà dopo l'ottobre 1545, data considerata dagli storici presumibilmente quella di morte. Il documento che attesta quest'ultima fase della sua vita, dopo il ritorno a Firenze, è il Registrum seu memoriale Facultatis theologicae Florentinae, una preziosa testimonianza che permette finalmente di aprire una nuova prospettiva attraverso la quale guardare questo personaggio, quivi citato con il nome religioso di Santi da San Cassiano10. Viene così risolta la questione di un'omonimia mai notata, ma in realtà ben comprovata dalle fonti. Santi Marmochino e Santi da San Cassiano, considerato un esponente del movimento radicale savonaroliano11, sono la medesima persona. Alla teoria dell'identificazione dei due nomi in un unico soggetto viene in aiuto anche la Chronica Quadripartita Conventus S. Dominici de Fesulis12. Infatti, tra i frati entrati nella congregazione di S. Marco negli anni cruciali della predicazione savonaroliana, risulta anche Fr. Sanctes Antonini de Marmochinis de Sancto Cassiano. Le informazioni che fornisce la Chronica sono piuttosto diverse, a parte il luogo di nascita del frate, da quelle dei repertori, sia per le notizie biografiche sia per il tono con cui si parla del personaggio: «Sacerdos et filius huius conventus, simplex et bonus senex per multos annos in observantia sanctae religionis perseveravit, sed lenitate et perturbatione anime ductus extra provinciam abiit, et dum esset in Gallia factus est magister in theologia nescio quomodo licet immeritus, nam vir erat non multum in doctrina sufficiens. Tandem obiit in hospitio Ordinis nostri in Sancto Cassiano, die ix Martii mdxlviii annis peractis in religione lix. Cuis animae Deus misereatur»13.

La notizia è preceduta dalle date di vestizione (27 febbraio 1489-90) e di professione (6 marzo 1490-91). Le evidenti notazioni negative nei confronti del Marmochino potrebbero essere spiegate dall'identità dell'autore dell'opera, ovvero frate Giovanni Maria de' Tolosani14, domenicano controversista molto vicino agli ambienti più conservatori delle gerarchie ecclesiastiche del tempo ed esponente di spicco del gruppo di coloro che condannavano a chiare lettere la volontà umanistica e riformista di tradurre le Scritture rispettando con attenzione filologica gli originali.

Non è un caso che il Tolosani fosse stato chiamato di persona a controllare la produzione scritta del Marmochino nel 1525. In quella data, infatti, insieme al confratello Zanobi Pieri (anch'egli molto vicino alle posizioni della curia e a quelle dei domenicani più conservatori), fu incaricato dall'allora vicario dell'ordine, fra Vincenzo Mainardi da S. Gimignano, di esaminare un opuscolo di Santi da S. Cassiano intitolato De exacta et festis mobilibus, per vagliare se esso fosse degno o meno di pubblicazione15. Questo è il segno evidente del fatto che il Marmochino fu investito dalla censura dell'ordine domenicano, probabilmente per la sua vicinanza all'ala più radicale del savonarolismo e come frequentatore della scuola di lingue bibliche fondata da frate Girolamo a San Marco16.

Dal testo della Chronica emerge anche un altro dato importantissimo: tra i frati che vestirono l'abito e professarono la loro fede nel convento di S. Domenico di Fiesole appare anche Santi Pagnini, notissimo biblista ed ebraista del Cinquecento17.

3. Una nuova prospettiva storica: i rapporti con Santi Pagnini
 e l'appartenenza al movimento savonaroliano radicale

Il valore della Chronica come documento relativo alla vita di Santi Marmochino, in rapporto con la sua produzione letteraria è indubbiamente inestimabile. Infatti essa ci presenta dei dati che, oltre a essere totalmente nuovi, portano a ipotizzare un rapporto personale e continuativo con Santi Pagnini, sul quale gli storici finora non si erano soffermati18. L'ipotesi che ci sia stato qualcosa di più di un'involontaria influenza letteraria diventa realistica di fronte al fatto che entrambi iniziarono la loro vita ecclesiastica e la loro formazione culturale presso il medesimo convento e, dopo la morte del Savonarola, si trovarono insieme a Lucca dove il Pagnini ricoprì anche la carica di priore. Non è da tralasciare la testimonianza del Tolosani riguardo alla permanenza in Francia del Marmochino causata da «misteriosi turbamenti», dal momento che anche Pagnini soggiornò a Lione dal 1522 fino alla morte.

Questi elementi sono sufficienti per riesaminare le cause della stretta dipendenza fra le traduzioni bibliche dei due frati, nonostante le loro biografie siano molto diverse. Santi Pagnini, distintosi in qualità di grande studioso della Bibbia, era sempre stato cauto nei movimenti, rivestendo ruoli di grande prestigio all'interno dell'ordine domenicano nonostante provenisse dall'ambiente savonaroliano. Negli anni in cui la Chiesa stava facendo di tutto per mettere a tacere qualsiasi richiamo alle idee propugnate dal Savonarola e dai suoi seguaci con processi e accuse, se il Pagnini restò neutrale, non prendendo esplicitamente posizione riguardo a queste tematiche, Marmochino si distinse invece per la vicinanza alla parte più radicale del movimento nel tentativo di riformare una Chiesa considerata ormai secolarizzata e corrotta.

Egli appare all'interno di numerosi documenti conventuali toscani: in quelli riguardanti il passaggio del convento di Prato alla congregazione di S. Marco (nel momento in cui esso venne riformato)19, in alcune liste capitolari, principalmente quelle del convento di S. Romano a Lucca, dove molti savonaroliani si trasferirono in seguito al 23 maggio del 149820. In particolare, l'opera di riforma dei domenicani a Lucca si distinse per l'attenzione nei confronti dei monasteri femminili, soprattutto quello di S. Nicolao Novello dove, in qualità di confessori, espressero una forte volontà di rinnovamento volta a un ritorno alla semplicità evangelica. Fra questi Santi Marmochino ebbe un ruolo di grande responsabilità nel processo di trasformazione delle abitudini di vita del monastero, come narra la Cronaca di S. Giorgio21.

Ma il radicalismo del Marmochino si espresse anche nel campo delle posizioni politiche e nelle sue frequentazioni. Egli fu autore dell'indice degli argomenti della traduzione latina dell'opera di Luca Bettini intitolata Oracolo di rinnovatione della Chiesa22, pubblicata a Venezia nel 1536 e condannata nell'indice romano del 155923. Analizzando il testo dell'indice, emergono da una parte i temi cari all'apologetica savonaroliana, dall'altra quelli classici dell'esigenza di rinnovamento della Chiesa e della condanna della corruzione, con moltissimi riferimenti alle profezie del Savonarola e non solo24.

Il nome del Marmochino appare anche negli atti inquisitoriali del processo del monaco Teodoro, un singolare personaggio la cui predicazione aveva trovato un terreno fertile nella temperie profetica di quegli anni25. Inoltre, egli contribuì in più modi alla diffusione della memoria della santità di Girolamo Savonarola, nonostante i ripetuti divieti delle autorità ecclesiastiche: scrisse una cronaca, andata persa, citata come fonte dall'autore della Vita latina, una delle più famose biografie del Savonarola26. Si trovano le sue tracce anche in qualità di testimone oculare, nel Trattato di miracoli, un testo formato da diversi repertori in cui venivano narrati miracoli operati dal frate ferrarese, al fine di provarne la santità contro le condanne della Chiesa. Infine, il Marmochino concorse alla conservazione di alcuni oggetti personali di frate Girolamo (attività peraltro vietata più volte dalle autorità ecclesiastiche), tra cui alcuni libri e uno scapularetto27.

4. L'edizione della Bibbia del 1538: "in odore di eresia"

I dati fin qui raccolti costituiscono un nuovo punto di partenza per l'esame delle motivazioni che spinsero il frate fiorentino a intraprendere una traduzione del testo biblico, facendoci intuire la passione da lui nutrita per la diffusione e la predicazione delle Scritture, una posizione generalmente guardata con sospetto dalle gerarchie ecclesiastiche, preoccupate dal dilagare della lettura pubblica e privata delle «lettere sacre in volgar» che coinvolgeva «più assai di ignoranti et di idioti che di dotti»28 e dell'alacre opera dell'editoria veneziana in questo campo. A tale proposito bisogna osservare che con grande probabilità Santi Marmochino conobbe di persona e frequentò la famiglia degli editori Giunti durante il suo soggiorno a Venezia, quando nel 1537 trascorse un periodo presso l'Ospedaletto dei S. Giovanni e Paolo insegnando ebraico, greco e latino ai chierici preposti alla cura spirituale degli ammalati e dei poveri29.L'istituzione, che vedeva un'unione tra «l'impegno di carità cristiana in soccorso degli umili e dei derelitti e la volontà di rendere accessibili a tutti la parola di Dio»30, aveva tra i suoi più grandi sostenitori Luc'Antonio Giunti e soprattutto il figlio, Gian Maria, annoverato fra i governatori dell'ospedale insieme al pittore Lorenzo Lotto31. L'attribuzione a quest'ultimo del frontespizio dell'edizione della Bibbia del Marmochino, che ha suscitato negli ultimi anni un ampio dibattito a causa dell'iconografia eterodossa presente in esso32, fornisce un ulteriore tassello per la costruzione dell'ambiente culturale nel quale il progetto della traduzione biblica si concretizzò e propone una nuova interpretazione dell'impresa editoriale, frutto dell'incontro di personaggi a cui stava particolarmente a cuore la diffusione del testo biblico in lingua volgare.

4.1. Gli apparati extrabiblici

Nell'analisi degli apparati extrabiblici, inseriti nel volgarizzamento di Santi Marmochino, la convinzione secondo la quale esso sia frutto di una volontà di ritorno all'ortodossia cattolica rispetto a quello di Antonio Brucioli appare indubbiamente criticabile.

Oltre al contenuto teologicamente controverso del frontespizio, vi è anche quello dei tre indici, il primo dei quali, intitolato Tavola prima del ordine di tutti i libri della Sacra Scrittura, riporta i libri contenuti all'interno della Bibbia. Per ogni libro viene fatto anche un piccolo resoconto del suo contenuto. Si tratta di una traduzione abbastanza fedele del Summarium latino che fu pubblicato la prima volta, sempre dai Giunta, nella Vulgata corretta da Alberto da Castello nel 1511 e apparso anche successivamente nella traduzione del Brucioli del 1532.

In realtà, il più interessante è il secondo indice, intitolato Tavola seconda de gli huomini illustri de luoghi et de facti memorabili de quali sparsamente la sacra Bibia commemora: si tratta di una traduzione di quello curato da Johannes Rudelius per la Bibbia pubblicata da Petrus Quentel nel 1527 a Colonia, condannata nell'indice dei libri proibiti dell'Università di Lovanio (1546, 1550)33, in quello romano (1559)34, in quello dell'inquisitore generale spagnolo Valdès (1559)35 e del Quiroga (1583)36. Nell'indice di Paolo iv è menzionata la data dell'edizione, ovvero il 1529. Si tratta infatti della ristampa della Biblia Quenteliana del 152737,che a sua volta derivava per il testo e le note a margine da quella dell'Osiander, pubblicata a Norimberga nel 1522 e nel 152338. A questa seconda edizione dette la sua approvazione il vescovo Hermann Wied, il quale fu condannato per aver favorito la predicazione di alcuni luterani nella sua diocesi nel 154339. L'utilizzo di questa Bibbia latina da parte del Marmochino non si limita unicamente alla riproduzione dell'indice: infatti da questa egli tradusse letteralmente tutto il terzo libro dei Maccabei, che compariva qui per la prima volta in italiano.

La Tavola seconda, che va dalla A di "Aharon" alla Z di "Zorobabel", è copiata così letteralmente dall'Index che vi si rispetta l'ordine alfabetico latino invece di quello italiano. Le proposizioni in essa elencate, ognuna delle quali accompagnata da una lista di brani biblici, possono essere divise in due grandi categorie: da una parte, quelle che affermano senza ombra di dubbio dottrine e posizioni teologiche proprie della Riforma40, dall'altra invece quelle che sembrano ribadire un'interpretazione cattolica, proponendo al lettore un dilemma di contenuto, dal momento che, in questo caso, i brani biblici addotti hanno spesso un significato se non ambiguo addirittura contrario a quanto la proposizione asserisce. Ad esempio, per quanto riguarda la dottrina della salvezza per grazia tramite la fede, troviamo: «Fede: è dono di Dio», «Fede vera è dalla Gratia», «La fede giustifica»41, «La Gloria nostra non è buona», «Per Gratia siamo salvati», «Peccatori siamo tutti per natura», «Del peccato la cognitione è per la legge», «La legge è ombra e non iustifica», «Il giusto vive di fede», «La iustificatione quanto il principio non è appresso di noi», «La volontà d'Iddio si ha a risguardare non l'opera o il premio» e infine «La Legge è posta pe trasgressori».

Questi assunti sono affiancati ad altri come «Fede, senza l'opera è morta», «L'opere par che promettino la mercede la giustificatione», «Il libero arbitrio» e «L'opere giustificano», accompagnati, in questo caso, dal riferimento a brani biblici alquanto contraddittori fra loro. Infatti, accanto al ben noto secondo capitolo della Lettera di Giacomo42, sono citati il nono capitolo del libro di Giobbe («come potrebbe il mortale essere giusto dinanzi a Dio?»43), Ecclesiaste 7,20 («Certo, non c'è sulla terra nessun uomo giusto che faccia il bene e non pecchi mai») e Tito 3,5 («Egli ci ha salvati non per opere giuste da noi compiute, ma per la sua misericordia, mediante il bagno della rigenerazione e del rinnovamento dello Spirito Santo»).

Un altro esempio macroscopico di questo fenomeno lo si può notare nei passi citati accanto all'enunciato «l'immagine è lassata tenere», ovvero tutti i brani del libro dell'Esodo e di Deuteronomio il cui argomento sono i dieci comandamenti, fra i quali il secondo, scomparso dai catechismi cattolici: «Non ti fare scultura alcuna né immagine alcuna delle cose che sono lassù né cieli o quaggiù sulla terra o nelle acque sotto la terra»44. Ma forse il testo più significativo è quello che narra, in 4 Re 18, dell'avvento al potere del re Ezechia il quale ordinò la distruzione di tutti gli idoli.

Nell'analizzare la Tavola Seconda, si intuisce anche l'emergere di una posizione ecclesiologica certo lontana da quella della Chiesa di Roma: riguardo all'ordinamento dei sacerdoti, la proposizione «ordine sacro è sacramento» è associata non solo ai brani dei Vangeli sinottici sulla missione dei dodici apostoli ma anche al ventiduesimo capitolo del Vangelo di Luca nel quale Gesù invita i discepoli a non preoccuparsi su chi sia il più grande fra loro, quanto ad avere uno spirito di servizio45. È percepibile la visione di una Chiesa guidata dalla libertà dello Spirito Santo e non imbrigliata nelle maglie dell'ordine gerarchico, chiaramente espressa dalla citazione di Numeri 1146, i Corinzi 14 (in cui si parla dell'importanza maggiore che hanno alcuni doni rispetto ad altri per l'edificazione della Chiesa, come quello della profezia), Atti 2 (l'episodio della discesa dello Spirito Santo a Pentecoste).

La medesima tendenza è manifesta anche nelle note di commento laterali al testo, sicuramente di mano diretta del Marmochino. Queste, presenti solo nell'Antico Testamento, hanno caratteristiche molto diverse fra loro. Alcune sono dei brevi riassunti di ciò che è narrato nel passo a cui sono riferite, in altre si favorisce l'aspetto didattico-informativo, con l'inserimento di dati cronologici, elementi di toponomastica, dati sulle parentele dei personaggi, informazioni geografiche e storico-culturali sulla civiltà ebraica. Le note forniscono anche spunti esegetici di alcuni passi controversi.

Nell'interpretazione fornita dalle note emergono le convinzioni teologiche savonaroliane del Marmochino. Grande centralità è data ai carismi dello Spirito, tornando a valorizzare la struttura della comunità primitiva descritta negli Atti degli Apostoli47. Il dono di profezia viene esaltato dal Marmochino come qualcosa di necessario, per il rinnovamento del la Chiesa e per ristabilire un rapporto corretto con Dio (i Cronache 17: «I propheti principalmente havevano sempre occhi a Christo che Iddio revelava loro», ii Cronache 15: «In ogni tempo furono i propheti nella santa chiesa, per consolare gli eletti d'Iddio & che ha creduto a propheti d'Iddio ha havuto le cose prospere il contrario a chi non ha creduto» e Isaia 35: «Tutte le cose di grande importanza le ha fatto prophetare il Signore, accioche il popolo sappia che non vengon a caso, fra le quali fu l'avvenimento del figliuol d'Iddio, del quale mette i segni de miracoli»).

La gratuità dei carismi, primo fra tutti quello della profezia, è espressa con forza maggiore nella nota a Gioele 348e in ii Cronache 3449. In questi commenti laterali il modello proposto dal Marmochino riecheggia le parole di Paolo nella lettera ai Galati50 e suggerisce una visione egualitaria della comunità cristiana nella quale Dio sceglie a chi elargire il dono della profezia, oltrepassando le distinzioni di classe sociale o di genere imposte dagli uomini.

Se l'elargizione dei doni dello Spirito avviene solo per volontà divina, ogni interferenza umana è condannata, tanto più se gli esseri umani, nella loro cecità, odiano le profezie che provengono dalla bocca degli eletti per ispirazione divina. La persecuzione dei profeti da parte delle gerarchie ecclesiastiche è una questione affrontata duramente nelle note e condannata a gran voce; il ricordo della morte di Savonarola è qui più che mai vivo51. L'incarico gravoso di essere portatori di parole profetiche è affiancato a quello della predicazione delle Sacre Scritture, che non debbono mai allontanarsi dalla bocca di chi crede, anche se ciò significasse scontrarsi inevitabilmente con la corruzione ecclesiastica e con il mondo peccaminoso52. Il Marmochino, anzi, non esita ad accusare esplicitamente i «pastori delle pecorelle», i conduttori della Chiesa53, richiamando l'attenzione sul fatto che la povertà temporale deve essere una delle loro prerogative fondamentali54.

4.2. Il radicalismo della traduzione dell'Antico Testamento

Se in passato era diffusa la convinzione che la traduzione di Marmochino dipendesse dalla versione brucioliana "castigata" nei punti critici tramite l'utilizzo della Vulgata55, da un confronto più attento sembra che essa sia in gran parte una fedele traslitterazione di quella latina del Pagnini56.

Il risultato di questa scelta è una versione caratterizzata da un linguaggio a volte duro, poco scorrevole, ricco di ebraismi mutuati dal testo latino del confratello, testimonianza della ricerca quasi estenuante di riprodurre in un'altra lingua non solo i significati ma anche le forme sintattiche e grammaticali dell'originale ebraico. Conseguentemente a ciò, nella Bibbia del Marmochino vi è un indubbio superamento della traduzione di S. Girolamo e della sua rivisitazione del testo originale al fine di salvaguardare la struttura del latino classico57.

Il Marmochino derivò dal Pagnini la ferma convinzione che il metodo di traduzione letterale fosse l'unico possibile per rispettare la sacralità insita nella lettera biblica: la lingua ebraica, la prima a essere utilizzata da Dio per comunicare con gli uomini, è la migliore fra tutte le lingue, è divina e perfetta poiché racchiude in sé la «substantia» delle cose nominate e «in verbis, dictionibus, syllabis, apisculisque literarum, maxima divinae sapientiae condita sunt mysteria»58.

A questo proposito, la prima caratteristica degna di nota delle due traduzioni è il curioso e rivoluzionario tentativo di riprodurre la "radicalità" dell'ebraico, dove la forma nominale o verbale è costruita a partire da una radice formata solitamente da tre consonanti alla quale è collegata l'espressione generale di un concetto. La conseguenza più evidente di questa modalità di traduzione è una vera e propria reinvenzione del latino, tangibile sin dal primo capitolo del libro della Genesi (vv. 11-13):

marmochino: «Et disse Iddio. Germini la terra il germine, & l'herba semificante il seme, & l'albero che faccia il frutto nella specie sua, nel quale il seme di quello sia sopra la terra. Et fu [fatto] cosi. Et produsse la terra il germine, l'herba semificante il seme nella specie sua, & l'albero che fa il frutto nel quale sia il seme di quello nella specie sua».

pagnini: «Et dixit deus. Germinet terra germem, herba semificante semen in specie sua, arborem fructifera facientem fructum in specie sua in qua semen eius sit super terram. Et fuit ita. Et protulit terra germen, herbam semificantem semen in specie sua, et arborem facientem fructum, in qua semen eius fuit in specie sua».

vulgata: «Et ait: Germinet terra herbam virentem et facientem semen, et lignum pomiferum faciens fructum iuxta genuus suum, cuius semen in semetipso sit super terram. Et factum est ita. Et protulit terra herbam virentem et adferentem semen, iuxta genus suum, lignumque faciens fructum et habens unumquodque sementem secundum speciem suam».

brucioli: «Et disse Iddio, germini la terra il germine, herba producente il seme, arbore fruttifero che faccia il frutto nella specie sua, il quale abbia il seme suo in esso sopra la terra, et fu così. Et produsse la terra il germine, herba producente il seme nella specie sua, et l'arbore che fa il frutto, il quale ha il seme suo in esso, nella specie sua».

Nelle proposizioni «Germini la terra il germine, & l'herba semificante il seme», tradotte fedelmente dalla versione del Pagnini, si nota per la prima volta la volontà di rendere visibile la presenza, sia nel verbo che nel sostantivo, della medesima radice ebraica (nel primo caso d', che significa "far crescere", mentre la seconda radice è zr', dalla quale deriva il sostantivo zera', "seme" e il verbo, tradotto radicalmente con "semificare"). Al contrario Bucioli, se nel caso di "germinare" si attiene alla versione del Pagnini (non rispettando la Vulgata dove, molto liberamente, il termine "terra" è considerato unico soggetto delle due coordinate, mentre una volta è "terra" ['ere] e l'altra è "erba" ['eeb]), in seguito preferisce l'esplicitazione operata dalla Vulgata. Allo stesso modo quest'ultimo affronta la traduzione della proposizione relativa subordinata riferita al sostantivo semen. Il medesimo fenomeno può essere constatato anche nei versetti successivi (20-22):

marmochino: «Et disse Iddio. Faccino serpire l'acque, il serpeggiante dell'anima vivente, & il volatile voli sopra la terra nella superficie del firmamento del cielo. Et creò Iddio le Balene grandi, & ogni anima vivente serpeggiante, la quale feciono serpeggiare l'acque nella specie sue, & ogni volatile aliato secondo la specie sua».

pagnini: «Et dixit deus. Repere faciant aquae reptile animae viventis, et volatile volet super terram in superficie firmamenti coeli. Et creavit deus cetos magnos, et omnem animam viventem repentem, quam repere fecerunt in specie sua, et omne volatile alatum secundum speciem suam».

vulgata: «Dixit etiam Deus: producant aquae reptile animae viventis, et volatile super terram sub firmamento caeli. Creavitque Deus cete grandia, et omnem animam viventem atque motabilem quam produxerant aquae in species suas, et omne volatile secundum genus suus».

brucioli: «Et disse Iddio, produchino l'acque il serpibile di anima vivente, & il volatile voli sopra la terra nella superficie del firmamento del cielo. Et creò Iddio gran Balene, & ogni anima vivente serpeggiante, la quale produssono l'acque secondo la specie sua, & ogni volatile alato nella specie sua».

La radice r' ("brulicare", "pullulare") anche in questo caso è riprodotta sia nel verbo che nel sostantivo senza l'inserimento di varianti o sinonimi: le acque brulicano di esseri brulicanti, "serpiscono il serpeggiante" (reso da Pagnini con "repere reptile"). I domenicani rispettano l'allitterazione che produce il ripetersi della radice, mentre Brucioli, con il suo "produchino", ne perde ancora la pregnanza.

Consideriamo poi alcuni esempi di traduzione letterale della struttura complessiva della frase. Marmochino segue Pagnini nella fedele riproduzione della struttura sintattica del periodare ebraico, spesso trasformato nella Vulgata dall'introduzione di subordinate e dall'uso di altri espedienti retorici come la variatio. In realtà, l'impalcatura della frase in ebraico si basa più sulla paratassi che sull'ipotassi, producendo l'andamento tipico della narrazione con un ritmo ripetitivo e cantilenante, in cui spesso compare come elemento caratterizzante l'anafora, come nel caso di Genesi 40,20: marmochino: «Et fu, nel terzo giorno, nel di, nel quale era nato Pharaone, fece il convito a tutti i servi suoi, & elevo il capo del principe de credentieri, & il capo del principe de fornai nel mezzo de servi suoi».

pagnini: «Et fuit, in die tertia, die qua natus fuerat Parhoh, fecit convivium omnibus servis suis, & elevavit caput principis Pincernarum et caput principis Pistorum in medio servorum suorum».

vulgata: «Exin dies tertius natalitius Pharaonis erat; qui faciens grande convivium pueris suis, recordatus est inter epulas magistri pincernarum, et pistorum principis».

In questo brano risulta chiara la questione di termini non tradotti letteralmente e reinterpretati da Girolamo alla luce della sua cultura latina, come ad esempio ebed ("servo", "schiavo"), reso con puer sulla scia della traduzione dei lxx (pais). Pagnini invece conferma la sua correttezza filologica traducendo "servis suis" e non "pueris suis". Anche il verbo della terza coordinata, che in ebraico significa "sollevare il capo" (Pagnini: "elevavit caput", Marmochino: "elevo il capo") viene interpretato nella Vulgata con "recordatus est".

Con l'introduzione di exin, congiunzione che appartiene al linguaggio ricercato della prosa storica e della poesia latina, Girolamo evita di ripetere la congiunzione "e" (waw), mentre in ebraico non esiste un suo parallelo. Anche la posizione originale del primo verbo non viene rispettata dalla Vulgata, che anticipa il soggetto della frase creando una struttura in armonia con lo stile latino. Proseguendo, c'è l'anafora del termine jom ("giorno"): Girolamo snellisce la doppia ripetizione traducendo "dies natalitius", mentre Pagnini e Marmochino rispettano invece il periodare ebraico traducendo il primo più letteralisticamente "die, [] die", il secondo "giorno, [] nel di". Girolamo opera anche delle aggiunte a suo piacimento rispetto al testo: pensiamo all'aggiunta dell'aggettivo magnus che non compare nell'originale ebraico, abbinato a convivum. Il massimo tentativo di eliminare le ripetizioni da parte della Vulgata è chiaro nella seconda parte della frase, quando si parla del capo dei mescitori e di quello dei fornai. In ebraico viene usato in tutti e due i casi il termine ro ar, che significa "principe", mentre Girolamo qui opera la traduzione servendosi della variatio: traduce una volta con magistri e una volta con principis e modifica la struttura di questa allocuzione, che in ebraico vede la semplice ripetizione, introducendo la figura retorica del chiasmo: «inter epulas magistri pincernarum et pistorum principis». Pagnini non si fa influenzare nemmeno questa volta e Marmochino lo segue fedelmente: "del principe... & del principe".

Il rispetto della lettera non coinvolgeva però solo la sfera puramente grammaticale del testo. La traduzione del Pagnini, e così anche quella del Marmochino, dimostrano di tenere in grande considerazione il testo masoretico, spesso interpolato nella traduzione greca dei lxx e nella Vulgata. La fedeltà al dettato dei masoreti (viii-ix d. C.) riguardava non solo la grafia e la vocalizzazione ma anche la presenza di elementi che avrebbero indebolito alcune dottrine della Chiesa. Ciò rappresentava un pericolo per quest'ultima che temeva, con l'abbandono dell'ufficialità della Vulgata, la nascita di posizioni non ortodosse, vicine all'esegesi rabbinica (che il Pagnini non aveva mai esitato a utilizzare, mettendo una grossa ipoteca sulla sua opera).

Una delle questioni più dibattute era quella cristologica, dal momento che l'ermeneutica cristiana fondava su traduzioni a volte scorrette di brani dell'Antico Testamento la prefigurazione della venuta di Cristo nelle Scritture di Israele. Su questo argomento è interessante il brano di Isaia 16,1:

marmochino: «Mandate [Moabiti] l'agnello del dominator della terra».

pagnini: «Mittite agnum dominatoris terrae».

pulgata: «Emitte agnum dominatorem terrae».

brucioli: «Mandate l'agnello al dominatore de la terra».

La traduzione di Girolamo, concordando il termine "agnello" con "dominatore", vede chiaramente in questo elemento la figura del Cristo sovrano, a cui invece l'originale ebraico non lascia molto spazio. Lo stesso tema è identificabile anche in Giobbe 19,25:

marmochino: «Et io ho conosciuto il mio redentore vivo, & novissimo, il quale si levera sopra la terra».

pagnini: «Et ego novi redemptorem meum vivum, & novissimum qui super terram surget».

vulgata: «Scio enim quod redemptor meus vivit, et in novissimo de terra surrecturus sum».

brucioli: «Et io so che il mio redentore è vivo, & ultimo che stara sopra la terra».

La terza persona singolare del verbo in ebraico è resa in modo errato dalla Vulgata con una prima persona singolare ("surrecturus sum"), supportando così da un punto di vista teologico la dottrina della resurrezione del credente come conseguenza della resurrezione del redentore.

Allo stesso modo, nel versetto successivo, la Vulgata traduce «et in carne mea videbo Deum meum», mentre Pagnini «& de carne mea videbo deum», versione riprodotta da Marmochino («della carne mia vedrò Iddio») e Brucioli («& da la carne mia considero Iddio»)59.

Consideriamo ancora nel brano di Isaia 12,2 la scelta di tradurre, in accordo con le versioni ebraiche, il termine yeu'ah con salus ("salute", "salvezza") e non con salvator, come invece aveva deciso di fare Girolamo, richiamando chiaramente così la figura di Gesù Cristo salvatore degli uomini:

marmochino: «Ecco Iddio salute mia confidero, & non temero, perché la mia fortezza e la mia laude [è] il Signore, & fu a me salute».

pagnini: «Ecce Deus salus mea, confidam, & non pavebo, quia fortitudo mea, & laus mea dominus, & fuit mihi salus».

vulgata: «Ecce Deus salvator meus, fiducialiter agam et non timebo, quia fortitudo mea et laus mea Dominus, et factus est mihi in salutem»60.

La traduzione del versetto 5 del Salmo 99 propone il problema dell'adorazione e dell'idolatria, uno dei temi centrali nel dibattito religioso del xvi secolo:

marmochino: «& abbassatevi allo scabello de piedi di quello, che è santo».

pagnini: «Et incurvate vos scabello pedum eius, quod sanctum est».

vulgata: «et adorate scabillum pedum ejus, quoniam sanctum est».

brucioli: «& adorate lo sgabello de suoi piedi, esso è santo».

Contrariamente alla Vulgata, che interpreta il significato primo del verbo ("incurvarsi", "piegarsi") traducendolo adorate, il Pagnini rispetta l'originale (incurvate), escludendo a priori qualsiasi forma di culto estraneo a quello di Dio. Pagnini e Marmochino eliminano con una proposizione relativa il rapporto di causa-effetto legato all'adorazione dello sgabello, presente invece nella Vulgata, usata sorprendentemente dal Brucioli come modello61.

Un altro tema molto dibattuto era l'interpretazione della figura di Maria, madre di Gesù, e il richiamo che si faceva, sulla base di alcune traduzioni cristiane, della sua figura nell'Antico Testamento come troviamo nel testo di Isaia 7,14:

marmochino: «Ecco la vergine che è gravida, & che partorisce il figliuolo, e chiamera il nome di quello Hemanuel».

pagnini: «Ecce virgo pregnans, & pariens filium, & vocabit nomen eius Himmanuel».

vulgata: «Ecce virgo concipiet et pariet filium, et vocabitis nomen eis Emmanuel».

brucioli: «Ecco una vergine, ingravidata, et partorira un figliuolo, et chiamera il nome di quello Himmanuel».

Per il vocabolo 'alemah (letteralmente "fanciulla" o "giovane") tutte le versioni cristiane, comprese quelle di Lutero e più tardi del Diodati, scelsero il significato di "vergine", con le ovvie implicazioni teologiche che questo tipo di traduzione portava con sé. Oltre a ciò, molti traducevano il participio del verbo "essere ingravidata" al futuro ("concepirà"), favorendo l'interpretazione del versetto come una profezia della nascita di Gesù. Pagnini e Marmochino, in quest'ultimo caso, non si adeguano all'errore rendendo correttamente il significato attributivo del verbo ("pariens filium / che partorisce") mentre il Brucioli segue anche questa volta la Vulgata ("pariet / partorirà").

Ma la questione mariologica si proponeva con forza soprattutto in Genesi 3,15. La Vulgata, traducendo il pronome maschile (concordato con il termine progenie che in ebraico è di genere maschile) al femminile, fece sì che questo brano fosse utilizzato dai teologi cattolici per affermare che la vittoria ultima sul male non era da attribuirsi al genere della donna, ma alla donna stessa e quindi a Maria:

marmochino: «Et porrò inimicitia intra te, & la donna, & intra il seme tuo, & intra il seme di quella, spezzeratti essa il capo, & tu gli spezzarai il calcagno».

pagnini: «Et inimicitias ponam inter te, & inter mulierem, et inter semen tuum, et inter semen eius, ipsum conteret tibi caput, et tu conteres ei calcaneum».

vulgata: «Inimicitias ponam inter te et mulierem, et semen tuum et semen illius; ipsa conteret caput tuum, et tu insidiaberis calcaneo eius».

brucioli: «Et porro inimicitie fra te & la donna, & fra il seme tuo, & il seme suo. Esso ti percoterà il capo. Et tu gli percoterai il calcagno».

Questa eccezione nella traduzione del Marmochino rispetto al Pagnini non trova delle spiegazioni plausibili, se confrontata con le scelte analizzate finora. Le ipotesi possibili sono due: o Santi Marmochino voleva proporre una traduzione ortodossa, ma allora non si spiega il perché abbia seguito le orme del confratello su passi altrettanto controversi, oppure voleva dare alla sua versione un'aria di correttezza dottrinale, in luoghi universalmente conosciuti e dibattuti. Naturalmente non è possibile definire quali fossero le sue intenzioni reali. Tentativo di dissimulazione o reale volontà di eliminare alcuni punti che rendevano scomoda la traduzione latina del Pagnini? Forse entrambi gli atteggiamenti fanno parte di una medesima strategia, che sembra caratterizzare anche l'eretico Brucioli.

4.3. Le suggestioni di Erasmo da Rotterdam e Lorenzo Valla
nella traduzione del Nuovo Testamento

L'esame della traduzione del Nuovo Testamento non risulta essere meno interessante nonostante qui le scelte dei traduttori italiani si sovrappongano con maggiore facilità. La versione del Marmochino sembra essere un rifacimento di quella di Zaccheria da Firenze pubblicata nel 1536, a sua volta molto simile a quella del Brucioli, nonostante alcune ritoccature stilistiche62.

La dipendenza indiretta dal testo del Brucioli, tramite quello dello Zaccheria, rivela un aspetto sul quale riflettere: una tale operazione poteva forse essere pianificata da persone che consideravano Brucioli un eretico, indegno di tradurre la Bibbia? E, in ogni caso, dei detentori dell'ortodossia che lanciavano accuse di luteranesimo al Brucioli avrebbero potuto riprodurre la sua traduzione così fedelmente? L'innegabile rapporto del testo di Marmochino-Zaccheria con quello del Brucioli non è che un elemento da prendere in considerazione. Come per l'Antico Testamento, l'influenza della traduzione del Pagnini si fa sentire con una certa forza. Entrambe le versioni, sia quella del Marmochino che quella del Brucioli, le sono debitrici in più punti.

Ad esempio, la traduzione della parola greca musterion63 proposta dalla Vulgata (sacramentum, termine prestato dal linguaggio del mondo militare latino che stava a indicare il giuramento del soldato) causò grandi incomprensioni del testo greco. Il caso più noto è quello di Efesini 5, 25-33, sulla cui traduzione la Chiesa cattolica fondava la dottrina del sacramento del matrimonio, suscitando le polemiche di Lorenzo Valla prima e di Erasmo poi. In particolare ciò che qui interessa è la traduzione del versetto 32, che vede le versioni in volgare italiano uniformarsi ai consigli dei due umanisti:

testo greco: «to musterion touto mega estin».

vulgata: «Sacramentum hoc magnum est».

marmochino e brucioli: «Questo è gran misterio»64.

pagnini: «Mysterium hoc magnum».

Lo stesso vale per kharisma65, vocabolo che si trova unicamente nelle lettere di Paolo ai Romani e ai Corinzi e nelle lettere pastorali; il kharisma è il dono, il beneficio di Dio, è l'effetto della kharis, ovvero della grazia. La Vulgata rende questo termine con gratia, identificando a livello semantico due concetti diversi, poiché uno causa e uno effetto e annullandone le specifiche caratteristiche teologiche con ripercussioni più profonde (si favoriva così l'eliminazione del concetto dei doni dello Spirito Santo, elargiti liberamente a tutti i membri della comunità e non privilegio di pochi). La scelta di Marmochino e Brucioli è sempre quella di tradurre con "dono" e non con "gratia", seguendo ancora Pagnini, come si può constatare nella traduzione di Romani 1,11:

testo greco: «kharisma umin pneumatikon».

vulgata: «gratiae spiritualis».

marmochino e brucioli: «dono spirituale».

pagnini: «donum nobis spirituale»66.

Anche quando vi è la presenza simultanea di entrambi i termini in un medesimo periodo, la Vulgata non si preoccupa di diversificare i concetti, traducendo con gratia sia kharisma che kharis, come nel caso di i Pietro 4,10:

testo greco: «ekastos pathos elaben kharisma, eis eautois auto diakonountes, os kaloi oikonomoi kharitos theou».

vulgata: «Unusquisque, sicut accepit gratiam, in alterutrum illam administrantes, sicut boni dispensatores multiformis gratiae Dei».

brucioli e marmochino: «Nel modo che ciascuno ha ricevuto il dono, cosi ministrando l'uno à l'altro, senza mormorii, come buoni dispensatori della varia gratia d'Iddio».

pagnini: «Ut quisque accaepit donum, ita aliys in alium illud ministrantes ut boni dispensatores variae gratiae Dei».

La versione latina del Pagnini da una parte, quella di Brucioli e dei domenicani dall'altra dovettero molto agli studi di Lorenzo Valla sul Nuovo Testamento e alle correzioni da lui proposte alla Vulgata67. Le critiche del Valla concernevano sia la sfera puramente filologica del testo, sia le derive teologiche a cui poteva portare una traduzione scorretta.

Il primo esempio di questa influenza lo si può incontrare nella traduzione di i Corinzi 11,24, il brano in cui Paolo narra l'ultima cena di Gesù: qui Valla contesta la traduzione della Vulgata del verbo eukharistesas ("gracias agens"), consigliando invece un "cum gracias egisset" al fine di mantenere il valore del participio passato greco. Valla corregge anche la traduzione del verbo eklasen (spezzare, rompere) reso male con traditur. Pagnini, Brucioli e Marmochino si attengono a questi suggerimenti:

testo greco: «Kai eukharistesas eklasen kai eipen touto mou estin to soma to uper umon touto poieite eis ten emen anamnesin».

vulgata: «Accepit panem et gracias agens fregit et dixit: accipite et manducate, hoc est corpus meum quod pro vobis tradetur».

pagnini: «Accaepit panem et postquam gratias egisset, fregit, ac dixit: Accipite, edite: Hoc meum est corpus, quo pro vobis frangitur: hoc facite in mei commemorationem».

brucioli e marmochino: «Prese il pane & avendo rendute le gratie, lo spezzò & disse. Pigliate & Mangiate, questo è il mio corpo che per voi è spezzato. Fate questo in mia commemoratione»68.

Più densa di significati teologici è la traduzione di Ebrei 12,5-969. Qui la Vulgata rende il greco paideia con disciplina, scelta che Valla rifiuta, ricordando il vero significato del termine70. La centralità della disciplina nello sviluppo della dottrina cristiana rafforzava l'idea della salvezza per opere e introduceva il concetto di un Dio che desidera dai suoi figli la disciplina per amarli. Al contrario, sia il Marmochino sia il Brucioli utilizzano nelle loro versioni il termine "corretione", aderendo ancora al modello del Pagnini (correptionem). Le critiche del Valla si erano concentrate anche sull'aggettivo nothoi, riferito ai figli, tradotto nella Vulgata con adulterini, poiché il vero significato è "illegittimi", colto sia da Marmochino che da Brucioli che utilizzano il termine "bastardi". Tommaso d'Aquino, nel commentare questo brano, sottolineava infatti il ruolo fondamentale della Chiesa nel gestire la disciplina; tutti coloro che si allontanano da essa sono i figli "adulterini" dello spirito del diavolo o del mondo: «Filius autem proprie dicitur, qui est ex legitimo patre. Mater nostra est ecclesia, cuius sponsus est ipse Deus. Os. ii, 20 Sponsabo te mihi in fide. Adulter enim est diabolus et mundus. Qui ergo nati sunt ex spiritu diaboli, vel mundi, sunt filii adulterini»71.

Ma esistono anche alcune eccezioni alla linea adottata nella traduzione, sia dal Marmochino che dal Brucioli, come nel caso del brano del Vangelo di Luca dell'annunciazione (1, 28-31) riguardo al quale si era acceso un grande dibattito dal momento che Valla, nelle Adnotationes in Novum Testamentum, aveva attaccato la versione della Vulgata del saluto dell'angelo: «Ave gratia plena». Egli confutava totalmente questa traduzione, fuorviante nei confronti dell'originale greco («Khaire kekharitomene; o Kurios meta sou») poiché letteralmente l'attributo dato a Maria dall'angelo significa "favorita dalla grazia", e non "piena di grazia". L'uso di questo aggettivo aveva portato a sostenere che Maria, essendo piena di grazia, avrebbe potuto anche dispensarla ai fedeli. Ecco come commenta il Valla le scelte di Girolamo: «Ave gratia plena. Non magis est ave graecequam salve Khaire cuius significatio est quae gaude, nec duo verba sunt graece plena gratia: sed unum quod si kekharitomene verbum transferat e verbo diceretur gratificata quae videlicet in gratiam recepta est»72. Le medesime critiche vengono da lui mosse nella Collatio Novi Testamenti73.Il latino del Pagnini conferma qui la sua aderenza con il testo originale greco, mentre sia Brucioli che Marmochino se ne allontanano, non tenendo in considerazione i suggerimenti valliani:

marmochino: «Et entrato l'angelo a quella disse. Iddio ti salvi piena di gratia, il Signore con esso teco: benedetta tu fra le donne».

brucioli: «Iddio ti salvi piena di gratia, il Signore con esso teco: benedetta tu fra le donne».

pagnini: «Ave gratia affecta, dominus tecum: benedicta tu inter mulieres».

vulgata: «Have gratia plena Dominus tecum benedicta tu inter mulieribus».

Il confronto mette in evidenza in modo sconcertante l'adesione del Brucioli a un tipo di traduzione aborrita dai riformatori e dagli umanisti in tutta Europa, così come nel caso della traduzione del brano di Galati 2,16:

marmochino: «Sapendo che l'homo non si giustifica dalle opere della legge, ma solo per la fede di Giesù Cristo».

brucioli: «Sapendo che l'homo non si giustifica dalle opere della legge, se non per la fede di Giesù Cristo».

vulgata: «Scientes autem quod non iustificatur homo ex operibus legis, nisi per fidem Iesu Christi».

La traduzione scelta dal Marmochino, attraverso l'introduzione della congiunzione avversativa, implica direttamente un richiamo alla dottrina della giustificazione per fede (questa traduzione sarebbe stata scelta anche dall'Anonimo della Speranza74, da Massimo Teofilo75 e dalle traduzioni ginevrine) mentre Brucioli si accontenta di seguire la Vulgata, secondo la quale «le opere della legge» sono in qualche modo utili per la salvezza dell'uomo76.

5. Conclusione

Come è emerso dai confronti fatti, la versione biblica di Santi Marmochino presenta molti aspetti eterodossi sia per quanto riguarda gli apparati extrabiblici, sia per quanto riguarda la traduzione del testo. Spesso la comparazione con il volgarizzamento del Brucioli ha evidenziato una maggiore fedeltà del domenicano all'originale ebraico, senza dubbio dovuta alla stretta parentela con la Bibbia latina di Santi Pagnini.

I nuovi esiti della ricerca sulle vicende biografiche del frate, affiancati ai risultati dell'analisi della traduzione biblica, hanno ampliato le prospettive attraverso le quali tentare di definire le intenzioni che portarono il domenicano a tradurre le Scritture in volgare italiano. L'appartenenza del Marmochino al movimento savonaroliano va valorizzata soprattutto per l'interesse verso lo studio, la diffusione e la predicazione del testo biblico in tempi già sospetti (le note laterali al testo biblico testimoniano fortemente delle sue convinzioni in questo campo, come in quello politico ed ecclesiologico), così come il rapporto personale con Santi Pagnini e l'appartenenza al medesimo ambiente religioso e culturale costituiscono prove per affermare la chiara volontà del frate di San Cassiano di fornire a un pubblico più vasto la traduzione latina del confratello, con tutte le conseguenze che ciò avrebbe comportato. Non è un caso, infatti, che questa versione latina fosse ampiamente utilizzata negli ambienti riformati ed eterodossi di tutta Europa per la correttezza filologica77. In fin dei conti è ciò che il Marmochino stesso afferma nella lettera dedicatoria della Bibbia indirizzata al vescovo di Rodez George d'Armagnac, ambasciatore a Venezia del re di Francia: «Non si maravigli V. S. R. se aviam trasferito in lingua materna la prima opera nostra, perché aviam previsto il primo tratto al commune desiderio di molte persone che m'hanno richiesto così, e perché la maggior parte della Italia non hanno la lingua latina, è miparso proveder prima a quelli transferendo la Bibia in lingua toscana».

Note

1. La Bibbia [in rosso] Nuovamente tradotta dalla Hebraica verita in lingua thoscana per maestro Santi Marmochino Fiorentino dell'ordine de predicatori della provincia Romana, Colle chroniche de tempi della scrittura, Coll'auttorita degli historiographi gentili, Con alcune espositioni, & punti pertinenti al testo, Co nomi hebrei posti in margine come si harebbono a pronuntiare. Co sommarij a ogni capitolo. Con tre ordeni di tavole Et molte altre cose utilissime, & degne di memoria, come nella sequente epistola vederai. Aggiuntovi il terzo libro de Machabei non piu tradotto in volgare. [lo'­ jamu sefer hattora hazzeh mippika («non s'allontani questo libro della Legge dalla bocca tua», Giosuè 1,8 N.d.A.)] Non si partira il libro di questa legge dalla bocca tua. Con privilegio dell'Inclyto Senato Veneto, che altri non possi questa traslatione stampare, ne altrove vedere stampata qui vendere per anni .x. sotto le pene in quello contenute. in vinegia mdxxxviii, Eredi di Luc'Antonio Giunta, Venezia 1538. Su questa edizione cfr. T. H. Darlow, H. F. Moule, Historical Catalogue of the printed editions of Holy Scripture of the British and Foreign Society, London 1903-11, vol. 2, pp. 804-5, n. 5579; P. Camerini, Gli Annali dei Giunti, Sansoni Antiquariato, Venezia-Firenze, 1963, p. 415; Bibbie a Bergamo. Edizioni dal xvi al xvii secolo, Centro culturale S. Bartolomeo, 15 gennaio-13 febbraio 1983, a cura di G. O. Bravi, prefazione e consulenza di C. Buzzetti, Comune di Bergamo, Bergamo 1983, p. 112, n. 103; A. J. Schutte, Printed italian vernacular books 1465-1550. A finding list, Droz, Genève 1985, p. 85; Istituto Centrale per il Catalogo Unico (iccu), Bibbia. Catalogo di edizioni a stampa 1501-1957, Roma 1983, p. 403; La Bibbia a stampa da Gutemberg a Bodoni, a cura di I. Zatelli, Centro Di, Firenze 1991, pp. 133-4.

2. Le ristampe della traduzione del Malerbi videro la luce rispettivamente nel 1490, nel 1492 e nel 1507. Sui Giunti editori di Bibbie nel xvi secolo cfr. Camerini, Annali dei Giunti, cit.; U. Rozzo, Linee per una storia dell'editoria religiosa in Italia (1465-1600), Arti grafiche friulane, Udine 1993; E. Barbieri, Le Bibbie italiane del Quattrocento e del Cinquecento. Storia e bibliografia ragionata delle edizioni in lingua italiana dal 1471 al 1600, 2 voll., Editrice bibliografica, Milano 1992.

3. La Biblia quale contiene i sacri libri del vecchio testamento tradotti nuovamente dalla ebraica verita in lingua toscana per Antonio Brucioli. Co divini libri del Nuovo testamento di Cristo Giesu Signore e salvatore nostro tradotti di Greco pel medesimo, Luc'Antonio Giunta, Venezia 1532.

4. Il Nuovo Testamento tradotto in lingua toscana nuovamente corretto dal r. Padre frate Zaccheria da Firenze de l'ordine de predicatori. Con la tavola la quale si posson trovare l'Epistole e gli Evangelii che per tutto l'anno si dicono nelle messe, Luc'Antonio Giunta, in Venetia 1536.

5. Cfr. Barbieri, Le Bibbie italiane, cit., pp. 131-2, e C. Papini, Lorenzo Lotto filo-riformato?, in appendice a S. Caponetto, La Riforma Protestante nell'Italia del Cinquecento, Claudiana, Torino 1997, pp. 487-91.

6. Veteris et Novi Testamenti nova traslatio per Sanctem Pagninum nuper edita approbante Clemente vii, Lugduni per Antonium Du Ry calcographum diligentissimum impensis Francisci Turchi et Dominici Berti civium lucensium, et Jacobi de Giuntis bibliopolae civis fiorentini. Anno Domini 1527 (28) die vero 29 Januarii.

7. La prima a formulare questa tesi è stata Anna Morisi Guerra, la quale ha presentato un'analisi particolareggiata degli apparati pubblicati all'interno della Bibbia di Marmochino, evidenziando la dipendenza di questi sussidi per la lettura (e, nello specifico, dei sommari dei singoli capitoli dei libri dell'Antico Testamento e dell'indice degli argomenti) da Bibbie sospette di eresia e condannate ripetutamente a causa di quegli stessi indici; cfr. A. Morisi Guerra, Di alcune edizioni veneziane della Bibbia nella prima metà del '500, in "Clio", 21 (1985), pp. 55-76. Anche Andrea Del Col ha ribadito la medesima posizione nel saggio Appunti per una indagine sulle traduzioni in volgare della Bibbia nel '500 italiano, in Libri, idee e sentimenti religiosi nel Cinquecento italiano, Istituto di studi rinascimentali, Panini, Ferrara-Modena 1987, p. 165-88 seguito dai recenti studi di G. Fragnito, La Bibbia al rogo. La censura ecclesiastica e i volgarizzamenti della Scrittura (1471-1605), il Mulino, Bologna 1997, pp. 33-4; Ead., Il ritorno al latino, ovvero la fine dei volgarizzamenti biblici, in L. Leonardi (a cura di), La Bibbia in Italia tra Medioevo e Rinascimento, Sismel, Edizioni del Galluzzo, Firenze 1998, pp. 395-409.

8. Michael Pocciantius, Catalogus scriptorum florentinorum omnis generis, Florentiae apud Philippum Iunctam 1589, p. 159; R. Badius, Constitutiones et decreta sacra Florentina universitatis theologorum, Florentiae apud Vincentius Vangelisti, 1589, p. 136; A. Possevino, Apparatus Sacer, Venezia 1606, iii, p. 387; Ambrogio Altamura, Bibliotheca Dominicana, incrementum ac prosecutio ad illustrissimum ac Reverendissimum fr. Io. Thomam de Roccaberti, Typis, & Sumptibus Nicolai Angeli Tinassij, Romae 1677, pp. 242, 531; J. Quetif, J. Echard, Scriptores Ordinis Praedicatorum, Ballard, Paris 1719-21, vol. ii, p. 124; G. Negri, Istoria degli scrittori fiorentini, Pomatelli, Ferrara 1722, p. 490. In questi testi il Marmochino viene presentato come grande erudito e conoscitore della Bibbia, della teologia, della matematica e della storia.

9. Atti del notaio Gasparo Ottinelli, 11-12 luglio 1535, vol. 3478, ff. 158v-160r, in E. Veronese Cesaracciu, Aggiunte agli "Acta Graduum Acadaemicorum (1501-1550)". Dagli atti del notaio Gasparo Ottinelli. Schede d'archivio, in "Quaderni per la storia dell'Università di Padova", 18, 1985.

10. Firenze, Biblioteca del Seminario maggiore, Registrum seu memoriale Facultatis theologicae Florentinae (ab. a.) 1424 ad 1559, pubblicato a cura di Celestino Piana nel suo saggio La Facoltà teologica di Firenze nel Quattro e Cinquecento, Editiones Collegii Bonaventurae, Grottaferrata 1977, pp. 283-417. Nell'atto riguardante l'anno 1542 si legge la delibera di ammissione di Santi Marmochino da S. Cassiano presso la Facoltà di teologia fiorentina: «Notificamus omnibus qui has legerint qualiter die 10 octobris 1542 fuit incorporatus in nostra alma universitate Florentina rev. p. mag. Sanctes de S. Cassiano ord. Praedicatorum S. Marci de Florentia, et acceptatus fuit ab omnibus, nemine discrepante; et fecit debitum omnibus magistris nostrae universitatis secundum consuetudinem», pp. 403-5. Sante da S. Cassiano è citato in qualità di decano della Facoltà fino al 1544, quando è sostituito da Mariotto Angeli Romei Bellevanti. Egli appare l'ultima volta il 6 ottobre del 1545, al momento dell'elezione al decanato di Liberio Bernardi de Brandolini dell'ordine domenicano. Il suo nome è presente anche all'interno di un altro documento, l'Elenchus magistrorum aulatorum et incorporatorum, nella parte riguardante i frati domenicani entrati all'interno della facoltà di teologia: "rev. mag. Sanctes a S. Cassiano incorporatus in nostra alma Universitate die 10 Octobris 1542 sub decanatu magister Raphaelis ord. Servorum", Firenze, Biblioteca nazionale centrale, cod. ii, ii, 323, Elenchus Magistrorum aulatorum et incorporatorum. In istis sex chartis signatis A scribantur nomina rev. magistrorum sacri Ordinis Praedicatorum, ff. 13r-16v, descritto in Piana, La Facoltà teologica di Firenze, cit., p. 18 e pubblicato dal medesimo alle pp. 449-74. Il riferimento al Marmochino si trova a p. 454.

11. Cfr. L. Polizzotto, The elect nation. The Savonarolan movement in Florence (1494-1545), Clarendon Press, Oxford 1994, p. 286.

12. Questi documenti sono stati studiati da Armando Verde, nel tentativo di ricostruire la comunità di S. Marco dopo le predicazioni e la morte di Savonarola. Cfr. A. F. Verde O. P., La congregazione di S. Marco dell'Ordine dei Frati Predicatori, in "Memorie Domenicane", n. s., 14, 1983, pp. 151-238.

13. Fiesole, Archivio del Convento di S. Domenico, Chronica quadripartita Conventus S. Dominici de Fesulis, f. 153r, in Verde, La Congregazione di S. Marco, cit., p. 211.

14. P. Simoncelli, GiovanMaria de' Tolosani O. P.: 1530-1546. Umanesimo, Riforma e teologia controversista, in "Memorie Domenicane", n. s. 17, 1986, pp. 145-252; S. I. Camporeale, G. M. Tolosani O. P. e la teologia antiumanistica agli inizi della Riforma: l'opusculum antivalliano "De Constantini donatione", in Xenia Medii Aevi historiam illustrantia. Oblata Thomae Kaeppeli, Edizioni di Storia e letteratura, Roma 1978, pp. 807-31.

15. Roma, S. Sabina all'Aventino, Archivio Generale dell'Ordine dei Predicatori (agop), iv, 22, Registrum litterarum et actorum Procuratorum et Vicariorum Gentile O. P. 1) fr. Vincentius Maynardi a S. Geminiano 2) fr. Pauli de Butigella 3) fr. Johannis de Senario pro anni 1525-1531, f. 41v: «Fratri Zenobio Pierio priori S. Marci et fratri Iohanni Mariae de Colle committitur examinet unum quoddam opusculum compositum a fratre Sancte de Sancto Cassiano De exacta et festis mobilibus et huiusmodi, quorum conscientia oneratur et si dignum impressione iudicant conceditur facultas imprimendi dicto fratri Sancti servatis de iure servandis». Il testo del documento è stato pubblicato da A. F. Verde, Note sul movimento savonaroliano, in "Memorie Domenicane", n. s., 26, 1995, p. 445.

16. È noto l'interesse che già il Savonarola e molti dei suoi seguaci nutrivano nei confronti dello studio dell'ebraico, promosso dal frate ferrarese attraverso l'istituzione di un collegium trilingue presso il convento di S. Marco. Da notare anche la presenza presso il convento di Fiesole di testi in ebraico, come il codice biblico miniato dal Beato Angelico. Gli stessi Pico della Mirandola e Giannozzo Manetti avevano favorito la produzione di codici in lingua ebraica. Cfr. E. Garin, L'Umanesimo italiano e la cultura ebraica, in Storia d'Italia, Annali, xi, 1, Einaudi, Torino 1996, pp. 359-83; L. Mortara Ottolenghi, Figure e immagini dal secolo xiii al secolo xix, in Gli Ebrei in Italia. Storia d'Italia, Annali, xi, 2, Einaudi, Torino 1997, pp. 989-90; A. Morisi Guerra, Cultura ebraica ed esegesi biblica cristiana tra Umanesimo e Riforma, in Ebrei e cristiani nell'Italia medievale e moderna: conversioni, scambi, contrasti, Atti del vi Congresso dell'Associazione italiana per lo studio del Giudaismo, San Miniato 4-6 novembre 1986, a cura di M. Luzzati, M. Olivari, A. Veronese, Carucci, Roma 1988, pp. 209-23.

17. Chronica Quadripartita Conventus S. Dominici de Fesulis, f. 52r, in Verde, La Congregazione di S. Marco, cit., p. 210; R. Creytens, Les actes capitulaires de la congregation toscano romaine O. P. (1496-1530), in "Archivum Fratrum Praedicatorum", 40, 1970, p. 154; T. S. Centi, L'attività letteraria di Sante Pagnini (1470-1536) nel campo delle scienze bibliche, in "Archivum Fratrum Praedicatorum", xv, 1945, pp. 5-51; A. Morisi Guerra, Incontri ebraico-cristiani. Il Salterio poliglotto di Santi Pagnini, in Itinerari ebraico cristiani, Schena, Fasano 1987, pp. 11-37; Ead., Sancti Pagnini traducteur de la Bible, in I. Backus, F. Higman (éds.), Théorie et pratique de l'éxègese . Actes de troisième colloque international sur l'histoire de l'éxègese biblique au xvie siècle (Genève 31 août-2 septembre 1988), Droz, Genève 1990, pp. 190-8.

18. Edoardo Barbieri afferma che Marmochino «fu certo lontano, anche nel campo strettamente biblico, dal confratello Pagnini, alla cui traduzione latina sembra comunque rifarsi costantemente nella sua talvolta corposa revisione del testo approntato dal Brucioli». Cfr. Barbieri, Le Bibbie italiane del '400 e del '500, cit., pp. 131-2. La tesi della "lontananza" è stata riproposta da Margherita Morreale, la quale sostiene che «il Pagnini era stato l'involontario cireneo di un Brucioli, un Marmochino, un Juan de Valdés, e lo era e lo sarà di tanti traduttori d'oltralpe, che affermano di tradurre l'Antico Testamento "dall'ebraico"»; cfr. M. Morreale, La "Bibbia di Ferrara" a 450 anni dalla sua pubblicazione, Atti dell'Accademia Nazionale dei Lincei, a. cccxci, 1994, Classe di scienze morali, storiche e filologiche, Memorie, serie ix, vol. iv, fasc. 3, p. 184.

19. Firenze, Archivio di Stato, Registro di lettere della signoria, cl, x dist. i, n. 97, c. 40, cit. da A. Gherardi, Nuovi documenti e studi intorno a Girolamo Savonarola, Firenze, Sansoni 1887 pp. 75-6; Archivio del comune di Prato, Diurno del cancelliere ser Quirico Baldinucci a c. 168 t., in Gherardi, Nuovi documenti, cit., pp. 83-4.

20. Il nome del Marmochino compare fra quelli dei votanti nelle liste dei capitoli del convento lucchese del 5.ix.1498, del 18.ix.1499 (in queste due liste appare anche il Pagnini), del 29.iv.1503, del 6.ix.1503, del 10.ii.1507, del 24.iv.151, e, infine, del 30.vi.1518. Sull'argomento cfr. A. F. Verde, D. Corsi, La Cronaca del Convento di S. Romano in Lucca, in "Memorie Domenicane", n. s., 21, 1990, pp. 397, 398-9, 400, 403, 405; più in generale S. Adorni Braccesi, La Repubblica di Lucca nella crisi religiosa del '500, Olschki, Firenze 1994; Ead., S. Romano in Lucca fra Riforma e Controriforma. Una ricerca in corso in G. C. Garfagnini (a cura di), Savonarola e la politica, Sismel, Firenze 1997, pp. 187-207.

21. «Il Padre frate Sancti de Sancto Cassiano, huomo ferventissimo, ansi tutto fuoco di Dio, benigno e pieno di charità el quale cominciando a predicare et confessare, trovando la terra dei cori bene disposta a ricevere in sè l'acqua della dolcezza di Dio, avida et sitibunda come quelle le cui mente pareano essere state tanto senza cultivatore et accenditore del fuoco di Christo, tanto fructo fece, tanta mutatione che pareano le suore trasmutate in altre. [...] Sappiate carissime che il monastero di San Nicolao sembrava il paradiso terrestre et le suore angeli et non creature umane. Se andavi in chiesa la trovavi piena di oranti, se andavi in dormitorio sentivi devoti pianti, se al lavoro sancte lectioni con dolci parlar di Jesù et religiosi canti; ora vedevi quella che ogni minima cosa sua si levava per Christo onde il prefato Padre vendè molte superfluità in argenti et drappi che le suore tenevano per le celle sotto spetie di devotione et il prezzo delle qual cose egli le convertiva o in utilità del loro monasterio, o in pie elemosine. Lassavano le suore li panni buoni et pigliavano li tristi, era sommo studio tra le suore di sancte devotioni, confessione et mortificatione. Così quella Sancta quadrigesima ogni mattina celebrata la devota messa immediate seguitava la predica, nella quale tante erano le lacrime et singulti delle infervorate et devote suore che quasi impedivano lo audito della predica. Et durò tutto quello anno in ogni festività le prediche et sancti incitamenti per modo tale che non pareva più luogo di suore ma di angeli. [...] Poichè predette venerande Madre veddano esere defraudate d'ogni auxilio terreno et private etiam della gran consolatione del padre fra Sancti da S. Cassiano, el quale fu loro levato l'anno mdxviii fatta la comunione della Purificatione il dì 2 di febraio, rimasero piene di mestitia et vedendosi al tutto fuor di speranza d'avere l'ordine da loro tanto bramato duplicavano l'oratione et psalterii con le braccia in croce pregando la divina bontà che se il lor desiderio era buono, come alloro parea, che lo volessi favorire, quanto che no, che lo impedissi di nuovo, perchè le contradictioni che haveano havute pensavano che lui l'avessi tentate per vedere com'eran forte a sopportare». Lucca, Archivio Arcivescovile, ms. 2960, Cronaca di S. Georgio, ff. 15v-16r, in M. Coli, La grande et animosa impresa de Sancto Georgio. Come e perché il monastero di S. Giorgio di Lucca nacque e crebbe savonaroliano, in "Memorie Domenicane", n. s., 29, 1998, p. 375.

22. Oracolo di rinnovatione della Chiesa secondo la dotrina del R. PF. Hieronimo Savonarola de Ferrara dell'ordine dei predicatori, per lui predicata in Firenze, Pietro Nicolini da Sabbio, Venezia 1536. L'opera fu stampata nuovamente nel 1543 da Bernardino Bindoni e nel 1560, al segno del Pozzo, da Andrea Arrivabene. Sulla figura di Luca Bettini cfr. la voce curata da C. Vasoli, Luca Bettini, in Dizionario Biografico degli italiani, Istituto dell'Enciclopedia italiana, ix, Roma 1967, pp. 752-7; A. Giorgetti, Frà Luca Bettini e la sua difesa del Savonarola, in "Archivio Storico Italiano", lxxvii (1919), 2, pp. 164-231.

23. «Lucae Bettini liber inscriptus Oracolo della renovatione della chiesa», cfr. Index des livres interdits, viii, Index de Rome 1557, 1559, 1564. Les premiers index romains et l'index du Concile de Trente, par J. M. De Bujanda, Centre d'Études de la Renaissance, Éditions de l'Université de Sherbrooke, Droz, Genève 1990, pp. 575-6.

24. Venezia, Biblioteca nazionale Marciana, ms. latini 162, classe iii (3009), Lucae Bettini, Oraculum renovationis Ecclesiae iuxta doctrinam Florentiae praedicatam a fr. Hieronymo Savonarola ordinis praedicatorum a fratre Iohanne Francisco Benivienio eiusdem ordinis latine redditum. Libri quinque in collationes, hae in partes distributi. Praeit tabula librorum et collationum ac partium, ff. 1-8, nec non tabula secunda (rerum) in Oraculum renovationis ecclesiae edita a fratre Sancte De S.Cassiano, ff. 9-20, sub cuius fine epigramma legitur fratris Iohannis Benivieni de Hieronymo ferrariense.

25. Santi da San Cassiano risulta fra coloro, tutti anonimi tranne lui, che Teodoro ingannò: Processo di Don Theodoro monacho che si faceva chiamare papa angelico [Firenze 1515], ff. 2v-6v. Il testo del processo è stato pubblicato interamente a cura di A. Prosperi, Il monacoTeodoro: note su un processo fiorentino del 1515, in "Critica Storica", 1975, pp. 90-101.

26. R. Ridolfi, Le lettere di G. Savonarola. Nuovi contenuti con un'appendice sulla questione dello Pseudo Burlamacchi e sulla Vita latina, Olschki, Firenze 1936, pp. 29-30.

27. Su questi aspetti si veda J. Benavent, El Tratado de milagros de fra Gerolamo Savonarola. El Codice de Valencia y la traduccion manuscripta, in "Memorie Domenicane", n. s., 28, 1997, pp. 5-146, e P. Villari, La storia di Girolamo Savonarola e de' suoi tempi, 2 voll., nuova edizione, Le Monnier, Firenze 1930, appendice al vol. i, documento vi, p. xxii.

28. Il nunzio pontificio Girolamo Aleandro scriveva a Roma interpretando così queste preoccupazioni sulla diffusione della pratica della lettura della Bibbia tra il popolo. Cfr. F. Gaeta (a cura di), Nunziature di Venezia, Istituto storico italiano per l'età moderna e contemporanea, Roma 1958, vol. i, p. 74.

29. Archivio di Stato di Venezia, Ospedali e luoghi pii, b. 910. Cfr. G. Ellero, Postel e Venezia, in Guillaume Postel 1581-1981. Actes du Colloque International d'Avranches 5-9 septembre 1981, Éditions de la Miasnie, Paris 1985, pp. 23-8.

30. M. Firpo, Artisti, gioiellieri, eretici. Il mondo di Lorenzo Lotto tra Riforma e Controriforma, Laterza, Roma-Bari 2001, p. 112.

31. L'Ospedale dei Derelitti, istituito nel 1528 da Girolamo Miani, futuro fondatore dei somaschi, si caratterizzava per l'impostazione fondamentalmente laica, godendo dell'immunità rispetto alla giurisdizione ecclesiastica; cfr. ancora Ellero, Postel e Venezia, cit.; Id., S. Girolamo Miani e i somaschi all'ospedale dei derelitti, in S.Girolamo Miani e Venezia. Nel v Centenario della nascita, ire, Venezia 1986, pp. 39-54.

32. Il frontespizio fu pubblicato per la prima volta dai Giunti nell'edizione del 1532 della Bibbia del Brucioli. In esso sono presenti «tutti i potenziali significati filoriformati delle immagini, affidati alla loro struttura narrativa (la caduta, Mosè e l'antico patto, Cristo e la libertà evangelica) e alcuni dettagli come l'assenza di san Pietro a fianco di san Paolo che annuncia la parola e il messaggio della grazia [...]», cfr. Firpo, Artisti, gioiellieri, eretici, cit., p. 108. Il frontespizio fu utilizzato dai Giunti anche per il Veteris et Novi Testamenti opus singolare di Giovan Maria Velmazio (1538) e per la Vulgata aeditio veteris ac novi Testamenti del frate benedettino Isidoro Chiari (1557), frutto di una revisione della Vulgata che prendeva come riferimenti la versione dell'Antico Testamento di S. Münster e del Nuovo Testamento di Erasmo. La versione del Chiari fu condannata nell'indice romano del 1559. Sul frontespizio attribuito al Lotto si veda anche U. Rozzo, Il rogo dei libri. Appunti per una iconologia, in Libri e documenti, 1, 1986, pp. 7-29; G. Romano, La Bibbia di Lotto, in "Paragone-Arte," 1976, nn. 317-9, pp. 82-91; F. Cortesi Bosco, A proposito del frontespizio di Lorenzo Lotto per la Bibbia di A. Brucioli, in "Bergomum", 70, gen.-giu. 1976; M. Calì, La religione di Lorenzo Lotto, in Lorenzo Lotto. Atti del Convegno internazionale di studi per il v centenario della nascita, Asolo, 18-21 settembre 1980, a cura di P. Zampetti, V. Sgarbi, Tipografia editrice trevigiana,Treviso 1981, pp. 243-77. Massimo Firpo, nel i capitolo del suo già citato Artisti, gioiellieri, eretici, ha accuratamente riportato il dibattito sorto sull'argomento.

33. "Index bibliorum impressus Coloniae, in aedibus Quentellianis, anno xxix», Index des livres interdits, ii, Index de l'Université de Louvain 1546, 1550, 1558, par J. M. De Bujanda, Centre d'Études de la Renaissance, Éditions de l'Université de Sherbrooke, Droz, Genève 1986, pp. 111, 295.

34. Troviamo la condanna della Bibbia del Quentel nella parte dell'indice dedicata alla Sacra Scrittura: «Bibliorum index Coloniae impressus, in aedibus Quentellianis, 1529», Index des livres interdits, viii, Index de Rome 1557, 1559, 1564, cit., p. 325. Nell'appendice speciale furono vietate anche «Biblia omnia vulgari idiomate», con un pronunciamento che per la prima volta veniva rivolto contro la stampa, il possesso e la lettura della Bibbia in volgare; cfr. Fragnito, La Bibbia al rogo, cit., pp. 75-109.

35. «Bibliorum index, impressus Coloniae in aedibus Quentellianis», in Index des livres interdits, v, Index de l'Inquisition Espagnole 1551, 1554, 1559, par J. M. De Bujanda, Centre d'Études de la Renaissance, Éditions de l'Université de Sherbrooke, Droz, Genève 1984, p. 323.

36. «Bibliorum index, impressus Coloniae in aedibus Quentellianis», in Index des livres interdits, vi, Index de l'Inquisition Espagnole 1583, 1584, par J. M. De Bujanda, Centre d'Études de la Renaissance, Éditions de l'Université de Sherbrooke, Droz, Genève 1993, pp. 223-4.

37. Biblia integra, Veteris et Novi Testamenti non solum ad hebraicam veritatem, verumetiam ad vetustissimorum ac ementatissimorum utriusuqe linguae codicum fidem multo quam antehac diligentius recognita, Coloniae (ex aedibus Quentelianis Christiano), 1529. Di questa edizione esiste un esemplare presso la Biblioteca della Facoltà Valdese di teologia di Roma, non catalogata dall'iccu.

38. Si tratta della Biblia Sacra Utriusque Testamenti, diligenter recognita, emendata, non paucis locis, quae corrupta erant, collatione hebraicorum voluminum restitutis. Item in calce libri ex Athanasio fragmentum de libris utriusque Testamenti, pubblicata dall'editore Jean Koberger a Norimberga nel 1522 dietro domanda di Andreas Osiander. Nella breve prefazione l'Osiander sottolinea che la traduzione è stata condotta più che sui manoscritti della Vulgata sull'originale ebraico.

39. Cfr. C. Eubel, Hierarchia Cattolica, Medii Aevii, Monasterii, 1900, vol. iii, p. 172.

40. Si veda ancora Morisi Guerra, Di alcune edizioni veneziane, cit., pp. 73-6.

41. Oltre a elencare i capitoli 3, 4, 5, 9 dell'Epistola ai Romani, nell'indice è citato il capitolo 3 del Vangelo di Giovanni in cui si narra dell'incontro fra Gesù e Nicodemo e soprattutto l'episodio di Galati 2 in cui Paolo riprende Pietro ad Antiochia a causa della sua condotta nei confronti dei non circoncisi («e abbiamo anche noi creduto in Cristo Gesù per essere giustificati dalla fede in Cristo e non dalle opere della legge; perché dalle opere della legge nessuno sarà giustificato», Galati 2,16b. Per le citazioni bibliche in italiano è stata utilizzata La Sacra Bibbia. Versione Nuova Riveduta, Società Biblica Britannica e Forestiera, Roma 1995).

42. «Così è della fede; se non ha opere è per sé stessa morta», Epistola di Giacomo, 2,17.

43. Giobbe 9,2.

44. Esodo 20 (i dieci comandamenti), Deuteronomio 4 (esortazione di Mosè a osservare i Dieci Comandamenti [vv. 16-20], Deuteronomio 5 (la Legge ripetuta e raccomandata), Deuteronomio 27 (le parole della Legge scritte su pietre sul monte Ebal).

45. Interessanti anche la menzione di i Corinzi 12 (la varietà dei doni spirituali nella comunità cristiana), i Pietro 2 (dove si sottolinea l'universalità del sacerdozio cristiano) ed Ebrei 5 (in cui il sacerdozio dell'antico patto è interpretato come segno del peccato, in contrapposizione con quello unico e perfetto del Cristo).

46. Si tratta dell'episodio dei Settanta Anziani, citato due volte nell'indice, che rafforza la tesi per cui è lecito profetare a tutti, anche al di fuori dei luoghi prestabiliti dall'autorità religiosa.

47. La nota a Deuteronomio 13 introduce questo pensiero: «Nove sono le gratiae gratis, cio e Sapientia, Fede, Discretione di spiriti, Interpretatione delle Scritture, le generationi delle lingue, la gratia della sanita, l'operatione della virtù. La prophetia secondo s. Paulo».

48. «Il dono della prophetia si da tanto alle donne quanto agli huomini tanto à liberi quanto à servi, & la gran copia fu mandata il di dello Spirito santo in forma di lingue di fuoco, perchè fussino abondanti di parole, & infocati».

49. «Iddio non e accettato di persona, ma da le gratie sue à maschi & alle femine onde dette il dono della prophetia ad holda ch'era donna nella casa della quale era l'arca».

50. «Non c'è qui nè Giudeo nè Greco; non c'è nè schiavo nè libero; non c'è nè maschio nè femmina; perchè voi tutti siete uno in Cristo Gesù», Galati 3,28.

51. Cfr. la nota a Geremia 26 («Il fine de propheti è il più delle volte esser ammazzati per l'amor di Dio, come vediamo in Isaiah & Ieremiah, & Hezechiel») e Amos 7 («Sempre e cattivi sacerdoti furono nimici de propheti perche hanno paura che le prebende non manchino, come fanno è porcelli intorno al trouolo, che s'urtano l'un l'altro»). Naturalmente questa interpretazione deriva dalla convinzione che i veri profeti, investiti dall'autorità di Dio, debbano condannare la corruzione della Chiesa e dei prelati a costo di essere puniti loro stessi, come troviamo nella nota ad Ezechiele 33 («Il predicatore & il propheta, & lo speculatore che sta in su la torre della contemplatione, debbe dir al popolo i suoi peccati, altrimenti sara punito»).

52. Questa posizione emerge ad esempio nella nota a iii Esdra 8: «In ogni tempo manda il re eterno predicatori & dottori significati per Esdra a riformare la sua santa chiesa che purghino i popoli dalle moglie aliene che sono l'opere vitiose & illuminino & infiammano il popolo con la sacra scrittura».

53. Cfr. la nota a Geremia 23 («I pastori della santa chiesa sono denominati dal pascere, & non dal tosare ò mangiare, ò ammazzare, & pero debbon pascere colla pastura del buono esempio della dottrina, & del sussidio temporale, delle intrate loro») e quelle poste ai capitoli 20, 23 e 24 del libro di Ezechiele («Gli eccelsi sono le dignita ecclesiastiche & secolari, nelle quali si fano i profumi delle laude humane à gl'idoli de cattivi prelati che sono sanza spirito & insensibili», «La causa delle tribulationi, & de flagelli della chiesa sono e peccati che si commettono in quella come apparisce in questo capitolo figuratamente», «I pastori sono i prelati della chiesa che debbono sporre la propria vita per la salute delle pecorelle & non cozzarle co corni dell'auttorita ma governarle con benignità»).

54. Su questi argomenti cfr. le note a Proverbi 19 («La poverta fu sempre la sposa di Christo & degli apostoli & degli huomini apostolici»), a Michea 7 («In questi tempi si ramarica Michea, cio è gli huomini santi che non si trovano buoni in terra se non pochi, desiderano i buoni le cose prematitie, cio è huomini che vivono come quegli della chiesa primitiva, & non ne trovano»).

55. Il primo ad affermarlo fu J. Le Long in Bibliotheca Sacra, sumptibus Gleditschii & Weidmanni, Lipsiae 1709, ii, 128-30, seguito da I. Carini, Le versioni della Bibbia in volgare italiano, Sampierdarena 1894; H. Hurter, Nomenclator theologiae catholicae, 5 voll., Burt Franklin, New York 1903-13, ii, p. 1518; Minocchi, Italiennes (versions) de la Bible, in Dictionnaire de la Bible, publié par F. Vigoroux, iii, Letouzey et Ane, Paris, cols. 1028-29; G. Luzzi, La Bibbia, sua storia e storia d'Israele, vol. i, Edizioni Fides et Amor, Firenze 1927; K. Forster, Continental versions from c. 1600 to the present, in The Cambridge History of the Bible, iii, Cambridge University Press, Greenslade S. L. 1963, p. 111.

56. Cfr. G. Spini, Antonio Brucioli fra Rinascimento e Riforma, la Nuova Italia, Firenze 1940. Vedi anche G. Ricciotti, Bibbia. Versioni moderne italiane, in Enciclopedia Cattolica, Ente per l'Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano 1949, ii, 1558-9; A. Vaccari, Bibbia, in Enciclopedia Italiana, Roma 1949, vi, 902.

57. Le critiche alla Vulgata da parte degli umanisti partivano dalla necessità di un ritorno ad fontes; per tale motivo Erasmo da Rotterdam e Lorenzo Valla si impegnarono nella creazione di strumenti e opere di critica soprattutto neotestamentaria. La risposta della Chiesa non tardò, nelle parole di abili controversisti quali lo Steuco e lo Stunica, fino a sfociare nelle deliberazioni prese durante il Concilio di Trento secondo le quali, se non si vietava di tradurre il testo biblico nelle lingue volgari (come poi sarebbe accaduto nel 1559), la Vulgata era considerata la versione biblica corretta e autentica, accompagnata dalla tradizione ecclesiastica. Su questo tema: A. Morisi Guerra, La leggenda di San Girolamo. Temi e problemi fra Umanesimo e Controriforma, in "Clio", 23 (1987), pp. 5-33. Sulle vicende della censura nei confronti della Bibbia in Italia e in Europa cfr. Fragnito, La Bibbia al rogo, cit.

58. Lettera del Pagnini a Clemente vii pubblicata nell'edizione della Bibbia del 1528. Biblia. Habes in hoc libro, cit. Il Pagnini espresse i medesimi concetti nelle Hebraicae Istitutiones, opera pubblicata a Lione nel 1526, dove affermava l'impossibilità di tradurre vocaboli della Bibbia con termini latini, a causa degli infiniti significati della parola divina; cfr. Morisi Guerra, Santi Pagnini traducteur de la Bible, cit. ed Ead., Incontri ebraico-cristiani, cit.

59. È interessante come tutte e tre le versioni, compresa quella del Pagnini, offrano una traduzione "cristiana" del termine ebraico gho'el, che letteralmente significa "vendicatore" e non "redentore".

60. Vedi anche la traduzione di Isaia 45,8 [Marmochino: «Stillate cieli di sopra, & i cieli stillino la giustitia, aprisi la terra e fruttifichino la salute»; Pagnini: «Stillate coeli desuper, & coeli stillent iustitiam. Aperiat se terra, et fructificent salus»; Vulgata: «Rorate caeli desuper, et nubes pluant iustum; aperiatur terra, et germinet Salvatorem»] e Isaia 62,1 [Marmochino: «Per Sion non tacero, & per Ierusalem non mi riposero per infino che esca come splendore la giustitia di quello, & la salute di quello come lampada s'accenda»; Pagnini: «Propter Sion non tacebo, & propter Ierusalaim non quiescam, donec egrediatur, ut splendor iustitia eius, & salus eius, ut lampas accandat se»; Vulgata: «Propter Sion non tacebo et propter Ierusalem non quiescam, donec egrediatur ut splendor iustus eius, et salvator eius ut lampas accendatur»]. In questo caso è da notare anche la sostituzione nella Vulgata del termine iustitia con iustus (il sostantivo in ebraico è edeq). Marmochino in entrambi i casi traduce "giustizia", seguendo la scelta del Pagnini. Altri brani, tradotti secondo l'originale, non favorivano l'annunciazione della figura di Cristo nell'Antico Testamento, come il versetto 12 del Salmo 2: il Testo Masoretico riporta le parole «baciate il figlio», trasformato dalla Vulgata in «Adorate pure». Pagnini segue il Testo Masoretico («Osculamini filium») e così Marmochino e Brucioli.

61. Questo atteggiamento di Brucioli emerge anche in altri casi piuttosto rilevanti, come per la traduzione del termine ebraico eol, reso nella Vulgata con infernum. In questo caso, se Marmochino segue la più corretta versione del Pagnini ("sepulchrum / sepolcro") non avallando la teoria dell'esistenza di un luogo deputato alle pene dopo la morte assente nella concezione ebraica, Brucioli segue la Vulgata traducendo "inferno" sia al versetto 17 del Salmo 9 («Ritornino gl'impii ne lo inferno»), sia al versetto 10 del Salmo 16 («Non lascerai l'anima mia ne lo inferno»). Il secondo caso riguarda la traduzione del termine ebraico che significa "costume", utilizzato nel Salmo 110, 4. Esso era stato tradotto da Girolamo con ordinem, conferendo una sacralità e un'autorità al sacerdozio di Melchisedec. Brucioli segue questa interpretazione traducendo con "ordine" e non con "costume", come invece fa il Marmochino.

62. S. Heinimann, Oratio dominica romanice, Niemeyer, Tubingen 1988 (Beihelfe zur Zeitschrift fur Romanische Philologie, 219), pp. 149-50; Barbieri, Le Bibbie italiane, cit., vol. i, pp. 114-5; A. Del Col, Il controllo della stampa a Venezia e i processi ad Antonio Brucioli (1549-1559), in "Critica Storica," xvii, 1980, pp. 472-3, 487-9.

63. Sull'uso del termine musterion nel Nuovo Testamento in rapporto alla cultura greca ed ellenistica si veda la voce curata da G. Bornkamm, Musterion, in Grande Lessico del Nuovo Testamento, vol. vii, fasc. 3, coll. 646-715.

64. La scelta di questo tipo di traduzione è presente anche in Efesini 1,9; Efesini 3,9; Colossesi 1,27; i Timoteo 3,16; Apocalisse 17,7.

65. Cfr. Conzellmann, Kharisma, in Grande Lessico del Nuovo Testamento, cit., vol. 15, coll. 606-15.

66. Si vedano anche Romani 6,23: (testo greco: «Kharisma tou theou»; Vulgata: «gratia autem Dei»; Marmochino e Brucioli: «dono di Dio»; Pagnini: «donum autem dei») e i Corinzi 1,7: (testo greco: «Meusthereistai en medeni kharismati»; Vulgata: «Ut nihil vobis desit in ulla gratia»; Marmochino e Brucioli: «che voi non manchiate di alcuno dono»; Pagnini: «Ut non destituamini in ullo dono»). Cfr. anche i Timoteo 4,14, ii Timoteo 1,6 e Apocalisse 22,17.

67. L.Valla, In Novum Testamentum ex diversorum utriusque linguae codicum Collatione Annotationes, cum primis utiles, Corpus degli scritti valliani, Bottega d'Erasmo, Torino 1962 (edizione che riproduce quella pubblicata a Basilea nel 1540). Il testo parziale è stato riproposto da S. I. Camporeale, Lorenzo Valla. Tra Medioevo e Rinascimento. Encomion S. Thomae, in "Memorie Domenicane", n. s., 7, 1976, pp. 11-94; L. Valla, Adnotationes in Novum Testamentum, in aedibus Ascensianis, Parisiis 1505.

68. Valla mosse critiche anche al «hoc facite in meam commemoracionem», proponendo di tradurre "anamnesin" con "memoriam" o "recordacionem". L'uso di "commemoratione" da parte dei traduttori italiani è dovuto qui probabilmente non tanto a un'aderenza al dettato della Vulgata quanto alla versione del Pagnini che mantiene questo termine.

69. «Sopportate queste cose per la vostra correzione. Dio vi tratta come figli; infatti qual è il figlio che il padre non corregga? Ma se siete esclusi da quella correzione di cui tutti hanno avuto la loro parte, allora siete bastardi e non figli».

70. Camporeale, Lorenzo Valla. Tra Medioevo e Rinascimento, cit., pp. 190-1.

71. Ivi, pp. 190-4.

72. Laurentii Vallensis viri tam graece quam latine linguae peritissimi in Latinam Novi testamenti interpretationem ex collatione Graecorum exemplarium Adnotationes apprime utilies, in aedibus Ascensianis, Parisiis 1505, f. xvr. e v.

73. «Quocirca admoneor propter quosdam, aliquid dicere qui aiunt Mariam tam fuisse plenam gratia, ergo et consummatam atque perfectam, quasi nullum ulterius Spiritus Sancti donum acceperit, quandam quis queat omnibus omnium vel pervicacissimorum hominum quaestionis occurrere? Sciant ergo apud Graecos non dici gratia plena, sed, ut sic dicam, gratiata, vel gratificata, hoc est que donata est gratia», in L. Valla, Collatio Novi Testamenti, a cura di A. Perosa, Sansoni, Milano 1970, pp. 94-5.

74. Nuovo Testamento, trad. Anonimo della Speranza, Al segno della Speranza, Venezia 1545. Cfr. Barbieri, Le Bibbie italiane, cit., pp. 295-7.

75. Massimo Teofilo, Nuovo Testamento, Jean Frellon, Lione 1551.

76. Riguardo alla traduzione di questo brano e all'uso delle «parole della Riforma» nei volgarizzamenti biblici del xvi secolo, cfr. F. Pierno, Parole della Riforma. Note lessicali da una prima comparazione di volgarizzamenti biblici cinquecenteschi in lingua italiana, in "Bollettino della Società di Studi Valdesi", anno cxvii, n. 187, dicembre 2000, pp. 81-90.

77. Michele Serveto, sotto lo pseudonimo di Villanovanus, ripubblicò la traduzione della Bibbia del Pagnini per i tipi del Trechsel (Biblia sacra ex Santis Pagnini tralatione sed ad Hebraicae linguae amussim novisseime ita recognita, et scholiis illustrata, ut plane nova editio videri possit. Lugduni apud Hugonem à Porta mdxlii cum privilegios annos sex). Anche Robert Estienne se ne servì per l'edizione della Bibbia ginevrina (Biblia utriusque Testamenti. De quorum nova interpretatione et copiosissimis in eam annotationibus lege quam in limine operis habes epistolam, [Ginevra], Oliva Roberti Stephani, mdlvii). Pietro Martire Vermigli la utilizzò per commentare il libro dei Giudici e i due di Samuele (Commentaria in librum Judicum, Heidelbergae 1609 e Commentaria in libros duos Samuelis seu Regum, Tiguri 1595) e sempre a questa si richiamarono il Tremellio (nel 1579 pubblicò a Francoforte la sua traduzione dell'Antico Testamento in latino, ristampata a Londra nel 1580), Lutero, Tyndale e il Lefèvre. Benito Arias Montano la inserì nella Bibbia Poliglotta di Anversa, dove essa appare interlineata da destra a sinistra con il Testo Masoretico. Su questo tema si veda G. Luzzi, Le versioni bibliche nel secolo della Riforma. Santi Pagnini e la sua traduzione latina della Bibbia, in "Bollettino della Società di Studi Valdesi", 79 (1943), pp. 1-18, 80 (1943) pp. 1-21, 81 (1944) pp. 1-23, 82 (1944) pp. 1-11 e Morisi Guerra, Incontri ebraico-cristiani, cit., p. 14.