Bologna 1932:
il decennale della marcia su Roma
nel «quadrivio della rivoluzione fascista»

di Fabio Calè

Se il mondo ha sogguardato con malcelato senso di ammirazione le parate spettacolari della gioventù tedesca, con non minore meraviglia dovrà assistere alle celebrazioni del Decennale fascista. Lungo le strade di Bologna sfileranno in quei giorni a migliaia i giovani allievi della nostra Rivoluzione, ma in testa alle loro formazioni sfileranno i morti gloriosi, caduti oltre dieci anni orsono.

Non processioni lente accompagneranno a Bologna i martiri della Decima Legio, non apparati di lutto e di sconforto, non funerei rintocchi di campane: il canto di giovinezza sarà il nostro canto liturgico1.

La cerimonia del 22 e 23 ottobre del 1932, con la quale si inaugurava il "Sepolcreto dei caduti della rivoluzione fascista", rappresentò il culmine delle celebrazioni bolognesi del decennale della marcia su Roma. Operazione simbolica complessa, la costruzione del sepolcreto dei martiri fascisti bolognesi giunse al termine di un percorso celebrativo denso e articolato, pochi giorni prima che il calendario del decennale nazionale trovasse il proprio epilogo trionfale nella Mostra della rivoluzione fascista a Roma2.

Nel 1932 il fascismo costruisce, attraverso una pluralità di eventi, messaggi, strumenti, la rappresentazione di un passaggio epocale, il cui significato si delinea nell'interazione tra il tempo immaginato, ovvero come il fascismo si colloca nel tempo politico3, e il tempo reale, quello in cui il fascismo opera. La crisi economica mondiale si rivela essere terreno fecondo per l'esercizio della mitografia fascista4, accentuandone i temi contigui alla concezione spengleriana del trapasso di civiltà e agli umori antimaterialistici della «cultura della crisi». La dialettica tra realtà e mito si riflette, oltre che nella costruzione di una griglia simbolica che consenta l'interpretazione del "senso" della crisi, anche negli strumenti concreti individuati come risposte ai bisogni materiali della popolazione, dalle politiche assistenziali ai lavori pubblici. Politica delle celebrazioni e politica delle realizzazioni si sviluppano in un rapporto simbiotico, mediante il quale si estendono i confini della ritualizzazione della vita pubblica. Il nesso che unisce fede e opere, nell'ambito della religione politica del fascismo, si esprime pienamente nella lunga teoria di inaugurazioni, piccole e grandi, centrali e periferiche, le quali scandiscono il ritmo dell'anno decimo.

In un contesto in cui il progetto totalitario si dispiega organicamente, imperniato sull'invasione di tutti gli spazi della socialità, sullo spostamento del confine tra sfera pubblica e sfera privata al duplice scopo di estendere il controllo sulla società e di costruire l'«Italiano di Mussolini», assume particolare rilevanza il culto dei martiri, nucleo sacrale della ritualità fascista. Il Sepolcreto della Certosa di Bologna, la cappella di S. Croce a Firenze5 e quella del Verano a Roma6, attraverso la presenza fisica delle spoglie mortali dei "martiri" e i riti legati alla traslazione delle salme, indicano un mutamento di significato nel quale si esaltano i connotati propri di un culto di fecondità, rivolto alla costruzione della società totalitaria.

Bologna è una realtà particolarmente significativa nell'Italia fascista. Ribattezzata da Mussolini «quadrivio strategico del fascismo italiano»7, la città esprime a livello nazionale una quota molto consistente della classe dirigente del regime, sia sotto il profilo quantitativo8 sia sul piano della rilevanza delle posizioni occupate, basti pensare ad Arpinati e Grandi, i più noti ma non certo gli unici. L'aspetto del fascismo bolognese9 che in questa sede ci interessa maggiormente sottolineare, però, non consiste nei "meriti" acquisiti negli anni cruciali dello squadrismo, né in una valutazione del suo peso politico negli equilibri interni del regime. Come si vedrà, la Bologna fascista rivendica un ruolo d'avanguardia propriamente legato all'attuazione del progetto totalitario, proteso a un'affermazione della centralità del partito fascista nella società che non lascia spazio a dubbi:

Cervello di queste iniziative è il Fascio di Bologna. Tutti gli aspetti della vita civile bolognese sono oggi trasportati e organizzati in sede fascista: e la vita stessa, composta purtroppo anche dagli indifferenti, dai tardivi e dai senza tessera, finirà prima o dopo per essere convogliata inavvedutamente verso una nuova ambientazione storica, subita ed accettata nello stesso tempo. Non è dunque detto che un Fascio non abbia altro compito nell'anno Decimo che quello della vigilanza degli iscritti e dell'organizzazione delle cerimonie10.

Non è dato sapere se questa sorta di velata minaccia avesse un obiettivo concreto, a livello locale o nazionale, tuttavia se ne può dedurre l'esibizione di una spiccata attitudine totalitaria: il recente slogan mussoliniano «andare decisamente verso il popolo» è accolto a Bologna più come una conferma dell'esperienza maturata nella seconda metà degli anni Venti, che come una novità.

1. Il partito nella società: la "Casa del Fascio Tipo"

La federazione fascista bolognese, guidata dal 1929 da Mario Ghinelli, fedelissimo prosecutore dell'opera di Leandro Arpinati, affronta l'anno decimo a partire dal seguente assioma: «L'assistenza è una propaganda oltre ad essere un dovere ed un beneficio: la propaganda intesa in senso chiaro e semplice, a sua volta, è spesso una delle migliori forme di assistenza sociale»11. L'attuazione di tale principio è affidata in primo luogo all'opera di radicamento del partito nel territorio, sviluppata considerevolmente proprio in occasione dell'appuntamento fatidico del decennale.

Le case del fascio, sia quella cittadina sia le varie sedi dei gruppi rionali, assumono dunque una funzione sempre più precisa nell'invasione della società: non solo sedi organizzative della struttura politica, ma strumenti vitali della socializzazione fascista. Una delle iniziative che caratterizzano maggiormente la primavera del 1932 è l'istituzione di un concorso nazionale, rivolto a tutte le scuole superiori d'architettura del Regno, intitolato "Casa del Fascio Tipo" e presto ribattezzato come "Littoriali di architettura". Promosso dal gruppo di propaganda del Fascio giovanile di combattimento, organismo molto attivo i cui membri erano già coinvolti nella redazione de "L'Assalto", il concorso12 è motivato in maniera tale da offrirci un piccolo saggio di estetica della politica applicata a Bologna e pensata in relazione al decennale:

Nell'anno x della Rivoluzione il Fascismo [] non deve permettere che dal preventivo di lavori studiato dal podestà, spesso per soddisfare unicamente esigenze di occupazione operaia, sia esclusa la Casa del Fascio. Accade oggi che la Casa del Fascio si costruisce a seconda del magro capriccio architettonico del geometra o dell'ingegnere comunale: scelgono ubicazioni inadatte, lontane dal centro della vita cittadina o paesana. [] Il lavoro degli uffici non è quindi più solamente politico, ma è di volta in volta contemporaneamente umano, disciplinatore e coordinatore. []

La Casa del Fascio deve oggi monopolizzare la vita civile del paese e della città. [] Con l'anno decimo tutte le località abitate dovrebbero disporre di una spaziosa e serena Casa del Fascio. E si desidererebbe che tutte le sedi assumessero una loro inconfondibile fisionomia architettonica tale da farle immediatamente distinguere, senza l'aiuto compiacente di scritte o emblemi. [] Orbene la Casa del Fascio deve distinguersi a distanza, allo stesso modo del campanile, del Comune, della Chiesa. []

Non più case del Fascio ibride e insignificanti. Mussolini ha ridato dignità perfino alle forme esteriori della gerarchia: perché la Casa del Fascio non deve vestirsi di forme architettoniche che siano ambasciatrici della nostra fede?13

Attraverso tale concorso il fascismo bolognese manifesta l'ambizione di svolgere una funzione nazionale, alimentata dal coinvolgimento dei «giovanissimi architetti del tempo fascista» su un tema chiaramente ispirato all'atmosfera di mutamento epocale che attraversa tutte le principali iniziative di celebrazione del regime. Ma l'enfasi posta sulla «casa del fascio tipo», come segno dell'affermazione di una nuova civiltà, interessa anche la dimensione locale, nella quale le inaugurazioni delle nuove sedi del fascio in città e nei centri della provincia costituiscono una delle attività più propagandate.

Nella relazione politica svolta in occasione dell'assemblea provinciale del 28 ottobre, Mario Ghinelli illustra il concetto con toni perentori:

E siccome è bene che nell'anno x della Rivoluzione il Fascismo incominci a considerare ogni aspetto della propria esistenza da un punto di vista storico diverso da quello che contrassegnò le epoche politiche precedenti alla nostra, abbiamo sistematicamente insistito affinché la Casa del Fascio, istituzione indispensabile ad ogni paese, avesse ubicazione centrale strategica [].

Le nostre Case del Fascio debbono mirare a sostituirsi radicalmente ai cosiddetti circoli cittadini apolitici, ai club degli oziosi, dei gaudenti e dei parassiti, ai tradizionali caffè paesani, dedicati alla maldicenza. Ed infatti le nuove Case sono tutte organicamente attrezzate per costituire nell'ambito della vita locale il centro obbligato di ogni attività14.

Sul problema dell'«ubicazione strategica» di numerose sedi dei gruppi rionali, in effetti, nel 1932 e negli anni immediatamente precedenti, il partito bolognese promuove un impegno considerevole, accorpandone alcune e spostandone altre, incalzando l'amministrazione podestarile per accorciare i tempi burocratici e calmierare le condizioni economiche alle quali determinati locali di proprietà pubblica sarebbero stati concessi in uso, affittati, venduti. Il "Gruppo Rionale Giancarlo Nannini" rappresenta un esempio significativo di tale impegno, non solo perché è intitolato al martire più importante del pantheon fascista bolognese, ma anche perché insiste su un territorio particolare, come Ghinelli spiega al podestà Berardi in questa lettera del 1930:

È il più vecchio gruppo del Fascio di Bologna e risiede nella zona più sensibile, politicamente parlando, della città. Ha una zona vastissima ed ha raggiunto nell'organizzazione politica, assistenziale e sportiva importanti affermazioni. Non può però svilupparsi come vorrebbe e dovrebbe per mancanza di sede adeguata. In contrapposto nella zona vi sono organizzazioni cattoliche (Istituto Salesiano ed altre) che monopolizzano, ed hanno buon gioco a farlo, i giovani della zona. Il Gruppo non ha debiti, anzi Della cosa ho avuto modo di parlare con S. E. Arpinati prima e col Comm. Carranti poi. Si era quindi venuto ad un accordo con lo iacp, che a tal uopo ha già stanziato la somma di L. 400.000 per la costruzione della sede nuova. Per l'attuazione di tale iniziativa è indispensabile che il Comune affretti la demolizione delle vecchie scuole di fronte alla Chiesa del Sacro Cuore nonché all'esproprio di qualche po' di terreno limitrofo15.

Assistenza sociale, educazione dei giovani, propaganda: le sedi territoriali del fascio aspirano palesemente a giocare un ruolo paragonabile a quello della parrocchia, ma il rapporto di concorrenza più o meno latente, pur essendo ancora udibili gli echi dello scontro nazionale sull'Azione cattolica, non si trasforma in un atteggiamento di ostracismo o di indifferenza, bensì in un tentativo di assimilazione (reciproca). Le cerimonie di inaugurazione delle nuove sedi dei gruppi rionali nel 193216 seguono uno schema costante, articolato in quattro momenti: l'accoglienza del segretario preparata con lo schieramento, nel cortile della casa del fascio o direttamente sulla strada, del fascio giovanile locale e dei "simboli viventi" (labari, fiamme, stendardi); la visita dei locali, la loro benedizione impartita dal sacerdote; il discorso del segretario del gruppo rionale; il saluto del segretario federale. Il rito della benedizione religiosa dei locali officiato dal sacerdote cattolico rafforza l'efficacia della cerimonia, alimentando la forza simbolica del rito come trasfigurazione della quotidianità e confermando il carattere sacro della partecipazione politica nell'attuazione del progetto totalitario. Queste forme di commistione tra rito politico e rito religioso indicano un rapporto più intenso di quanto non appaia dalle parole, spesso convenzionali, spese ai livelli più elevati della gerarchia. Se si attribuisce pregnanza alla rappresentazione rituale, difficilmente può sfuggire la valenza legittimante espressa dalla partecipazione dei sacerdoti, non solo nei confronti del potere politico in quanto tale, ma riguardo alla propensione alla sacralità che il fascismo manifesta in ogni momento della propria attività politica.

2. "In partibus infidelium":
la festa del 21 aprile e la "redenzione" di Molinella

La rappresentazione della presenza del partito nel territorio urbano, soprattutto nelle periferie, parla di un'opera di conquista ormai compiuta. Lo stesso non si può dire di quanto accade nel mondo rurale. La festa del lavoro fascista, costantemente illustrata in contrapposizione alla celebrazione del primo maggio cui è stata sostituita17, è investita di un forte significato simbolico, dominato dal richiamo al ruralesimo18. Le condizioni specifiche delle campagne bolognesi e la vivacità del fantasma dell'eredità socialista concorrono a determinare una versione articolata, per certi aspetti fortemente contraddittoria, di questo tema della mitografia fascista. La rappresentazione del contadino come fascista "naturale" appare circoscritta alle nuove generazioni, vaccinate dal virus socialista grazie alle opere del regime e alla pedagogia politica impartita nelle scuole e nelle organizzazioni fasciste. Un membro del gruppo di propaganda riporta in un «colloquio con il camerata di campagna» un ritratto estatico del contadino ideale:

Lo saluto: mi risponde asciugandosi il sudore. [] Egli è uno di quelli che passeranno alla storia come cifra, come si direbbe anarchicamente. []

«Quando, tu, ricevi l'avviso di presentarti alla chiamata della Milizia, della Premilitare e del Fascio Giovanile, cosa pensi e cosa ti senti?». «Mi sento conosciuto da quelli là, di Bologna: sanno tutto, loro, anche il giorno quando sono nato che io non ricordo mai. Sarà anche loro interesse, non dico, ma un po' d'amore c'è, un interessamento che prima non c'era». [] Ciò che conforta massimamente è che i Giovani Fascisti contadini non chiedono alla nostra Rivoluzione teste tagliate e pubbliche esecuzioni: essi avvertono che una vera rivoluzione c'è stata e parlano del prima e del dopo come noi abbiamo imparato, a scuola, a parlare del prima e del dopo dell'Impero Romano, del Cristianesimo, della Rivoluzione Francese19.

A fronte di termini di paragone così impegnativi, la realtà di Molinella diventa un simbolo cruciale del percorso di redenzione avviato dal fascismo. In questo caso però non è sufficiente ricorrere alla purezza della gioventù riscattata dall'opera dei fasci giovanili di combattimento, bisogna spingersi a ritroso fino all'infanzia:

Alcuni giorni or sono un Balilla di Molinella è stato beneficiato di un dono del duce, dono che oltre a rendere felice il piccolo fascista ha vivamente commosso la cittadinanza tutta. Già da diverso tempo un Balilla concittadino aveva manifestato una grande passione per la musica ed una certa predisposizione nello studio del violino. Mancavano però al padre, operaio e capo di una famiglia numerosa, i mezzi per soddisfare il desiderio del suo giovane figliuolo. Questi, conscio della grande generosità del Duce del fascismo pensò di rivolgerglisi. Ed il suo desiderio è stato appagato con sua immensa gioia ed infinita riconoscenza20.

Il fascismo bolognese guarda a Molinella come al banco di prova più importante e difficile per misurare le proprie ambizioni, in particolare quella di oltrepassare i confini della normalizzazione per conseguire l'adesione convinta della popolazione locale, famosa per la strenua resistenza opposta alla repressione violenta e alla restaurazione dei rapporti di forza tra le classi risalenti al secolo precedente21. A giudicare dall'insistenza con la quale si cita il passato peccaminoso da emendare, dalle ammissioni e dalle reticenze che spuntano in mezzo all'abituale abuso di iperboli nelle cronache fasciste da Molinella, si direbbe che il ricordo di Massarenti agiti ancora i sonni dei fascisti bolognesi.

Nell'assemblea ordinaria del fascio di Molinella tenutasi il 24 giugno del 1932, con la partecipazione di Ghinelli, si afferma che «mediante un'opera di penetrazione, nutrita di iniziative benefiche e di contatti confidenziali con l'animo del popolo, il Fascismo ha tacitato la tradizione politica di questo paese e ne ha elevato ad esempio civile la concordia, la laboriosità, la disciplina consapevole»22. Il segretario del fascio molinellese Bitelli elenca metodicamente tutte le cifre nelle quali si può tradurre il senso della rinascita, da quelle delle organizzazioni giovanili fasciste al numero di vertenze per sfratti risolte, fino ai 38 bambini operati gratuitamente di adenoidi. Nulla sfugge all'elencazione, ma solo in un caso è documentata una vera esplosione di entusiasmo da parte dei partecipanti all'assemblea:

Appena si è parlato di acquedotto l'assemblea è scattata in un'entusiastica manifestazione al Duce. Infatti l'acquedotto è stato realizzato mercè la benevolenza e la risoluta volontà di Benito Mussolini: tutti i molinellesi raccontano che per dare acqua al proprio paese il Duce ha fatto approvare una legge speciale23.

Il culto della personalità del duce, che incontriamo per la seconda volta in qualità di artefice diretto di provvedimenti riguardanti Molinella, svolge probabilmente un ruolo decisivo nel tentativo di rendere in qualche modo fedele al regime un territorio nel quale è più complicato del solito accreditare il nesso tra fede e opere, dominante la retorica del decennale. Una conferma di queste difficoltà viene dallo stesso podestà Castellari:

Straordinario campo di attività, nello spirito e nella materia, trovava dunque il Fascismo a Molinella. [] Bisogna ora riconoscere, senza infingimenti, che l'opera di conquista delle idee e delle discipline nuove ha dato assai tardi in Molinella i suoi frutti, forse per la naturale disposizione delle masse dotate di particolarissimo senso critico e non propense a lasciarsi facilmente conquistare24.

Laddove i peccati sono gravi e gli animi ancora esacerbati, solo il tocco taumaturgico del duce può ristabilire il giusto corso della favola teleologica di Molinella. Le descrizioni del 21 aprile molinellese si concludono con un'excusatio non petita al limite della spudoratezza:

Il Fascismo non ha fatto di Molinella il suo cavallo di Troia; conscio del suo problema, l'ha risolto sullo stesso piano degli altri problemi nazionali. [] Di una terra che viveva di demagogia, agitando come uno spettro macabro il suo problema sociale, il Fascismo ha fatto una terra operosa, disciplinata25.

La costruzione del mito di Molinella "redenta", le descrizioni del 21 aprile e delle varie cerimonie inaugurali dei fasci della provincia esemplificano due aspetti del ruralesimo fascista tradotto nella realtà bolognese, quello della raffigurazione dell'idealtipo del giovane contadino, cervello libero da pregiudizi e animo nobilitato dalla fatica umile, e quello della fascistizzazione delle masse precedentemente soggiogate dalla «frenesia socialista». Tale contrasto di toni e di argomenti riflette la difficoltà della traduzione del mito politico in forme e contenuti idonei a far presa su una realtà che era stata la patria del socialismo rurale; denuncia la percezione di un forte senso di alterità rispetto ai temi trattati, connotati da un paternalismo a tratti benevolo a tratti autoritario, comunque distante.

3. I Littoriali del 5 maggio, «festa di giovinezza e rito di fede»

Il 5 maggio 1932 è una data importante nell'agenda del decennale bolognese: la visita ufficiale di Starace, i Littoriali, l'adunata nazionale dei rettori si aggiungono ai riti locali: la rassegna del fascismo bolognese, la cerimonia di consegna delle fiamme di combattimento da parte dei combattenti ai 75 fasci giovanili di combattimento della provincia, lo scoprimento della lapide dedicata a Giancarlo Nannini nell'atrio dell'Università bolognese. Le celebrazioni furono introdotte dal messaggio di Mussolini per i Littoriali, affisso dai fascisti bolognesi su tutti i muri della città:

Bella fresca gioventù che sboccia in questi tempi come una primavera fiammante nel cielo della Patria: io sono sicuro ­ ho questa suprema e divina certezza nell'animo ­ che se domani, per avventura, la grande campana della storia suonasse e chiamasse all'appello, tu, gioventù che hai ancora fulve le chiome, solidi i garretti, l'occhio limpido che si affaccia la prima volta alla vita, tu scenderesti al canto degli inni della Patria, popoleresti il cielo della Patria, il mare della Patria, le frontiere della Patria!26

Il culto del corpo, del benessere fisico, dell'agonismo esprime l'intento di uniformare le coscienze attraverso la disciplina, di «correggere, nel momento in cui sono più esuberanti le energie giovanili, questo squilibrio fra sviluppo delle facoltà intellettuali e quello delle qualità morali»27. La «ginnastica della volontà» prende forma concreta in un luogo, lo stadio del Littoriale di Bologna28, ormai consolidato come teatro della sanità della razza. Dall'esaltazione della «gioventù universitaria forgiata sull'incudine fascista»29 traspare un atteggiamento di diffidenza nei confronti del mondo universitario e del corpo accademico, chiamato a confermare la propria fedeltà politica in un altro contesto, l'inaugurazione del monumento al martire fascista bolognese Giancarlo Nannini.

Diverso è il luogo come diverse sono le circostanze in cui si svolge il rito: davanti ai rettori di tutte le università d'Italia, alla presenza di Starace, nell'atrio dell'Università bolognese di fronte al monumento dedicato alla memoria di Giacomo Venezian e degli studenti caduti in guerra. Non si tratta dunque di una cerimonia di massa, ma di un rito, la glorificazione del martire fascista universitario, il cui significato precipuo consiste nell'espressione pubblica della partecipazione del corpo accademico alla costruzione dell'«italiano di Mussolini».

Starace dichiara la propria soddisfazione per la prima adunata nazionale dei rettori e passa dalla rassicurazione al monito: prima con un riferimento ai «professori di vecchio stampo, i quali mormorano il loro stupore e le loro riserve, ad esempio, verso il giuramento di fedeltà al Regime30, mentre non esitarono a giurare nei clandestini templi massonici»; poi, illustrando il significato del rito in atto:

I professori hanno quindi un grande debito di riconoscenza anche per questo verso il Regime e devono farsi dell'idea fascista continui apostoli e propagandisti. []

Il Fascismo mira a questa armonica compenetrazione e fusione fra scienza e vita, mira soprattutto a imprimere su qualsiasi insegnamento il suggello d'una fede, che dev'essere, come la luce da tramandare insieme col sapere, nel cuore e nello spirito dei giovani. Esempio mirabile di questa perfetta educazione integrale dello spirito è stato il martire bolognese Giancarlo Nannini, prode soldato della guerra, legionario fiumano, studente di questo Ateneo, scrittore acuto, vero intellettuale eroico che ha realizzato in sé il binomio mussoliniano: libro e moschetto31.

L'inaugurazione del monumento a Nannini induce a gettare uno sguardo più ampio sul rapporto tra fascismo e mondo accademico. Analizzando il discorso con cui il rettore inaugura l'anno accademico 1932-33, si può leggere una celebrazione del decennale nella quale il peso della tradizione sembra prevalere sulle pulsioni totalitarie del fascismo, ferma rimanendo un'adesione formalmente ineccepibile al suo dominio:

Eminenza, Eccellenze, Camerati,

Il decennale fascista che il popolo, vibrante di commosso entusiasmo per la parola del Capo del Governo, ha celebrato nelle città e nelle campagne d'Italia e fuori di là dalle Alpi e dall'Oceano, ovunque sono uomini di nostra gente, è l'epopea che l'Università di Bologna vuole oggi esaltare. [] Bene a ragione può e deve farlo questa Università, che ha il privilegio di trovare sempre nella sua storia, sia che ne scruti le origini lontane, sia che ne guardi il recente periodo che precede il compimento dell'unità nazionale, Maestri assertori di dottrine, che il fascismo ha posto a base della propria concezione statale, discepoli che dall'Alma Mater ebbero infusa la fede nella patria e la volontà del sacrificio per la sua elevazione32.

Dopo citazioni della Scuola bolognese di diritto romano, di una lirica del Carducci e di vari estratti del discorso di Mussolini al teatro comunale nel 1921, l'esclamazione «Il Duce mantiene sempre le sue promesse!"» introduce alla magnificazione delle «opere costruttive», a partire, naturalmente, da quelle in ambito universitario, in particolare la convenzione edilizia, che «secondo le direttive di S. E. il Capo del Governo, procede senza soste». Più tradizione che rivoluzione, più opere che fede: una variazione di toni che dà il senso di un'adesione più ragionata che spontanea33. La tensione che affiora, nonostante l'«incitamento ai giovani»34 con il quale si chiude il discorso del rettore, riguarda la funzione strategica dell'istruzione superiore nella formazione dell'italiano di Mussolini, e in particolare delle future classi dirigenti. In questo ambito, i dubbi che riguardano l'autenticità della fede fascista professata dal corpo accademico si riflettono sulla categoria degli studenti universitari, già di per sé considerata a rischio perché urbana e borghese, dunque particolarmente bisognosa di disciplina e indottrinamento:

Confortati nell'orgoglio di rappresentare sempre una aristocrazia intangibile, finiscono per privarsi anzitempo dello stimolo di adeguare la propria personalità al tono, alle caratteristiche ed alle necessità della propria epoca. [] Cerchiamo di strappare dagli atenei la nostra gioventù goliardica: v'è troppa parte di questa gioventù che ancora non crede che i tempi siano realmente cambiati35.

Il terreno più fecondo per l'affermazione del progetto totalitario è individuato nelle generazioni che devono ancora sviluppare una consapevolezza del proprio ruolo nella società, del rapporto tra pubblico e privato: infanzia e adolescenza. A loro sono rivolte le due iniziative principali dell'estate del 1932, l'edificazione della colonia marina più grande d'Italia e il secondo campeggio marino dei fasci giovanili di combattimento.

4. Agosto a Rimini: la «bonifica umana»

Nell'opuscolo intitolato Argento vivo, pubblicato a ridosso dell'agosto del 1932 e destinato in prima istanza a essere una sorta di vademecum per il giovane campeggiatore fascista, non si trovano solo le disposizioni per la vita in campeggio e in colonia, ma un ampio ventaglio di testi, sorta di catechismo del fascio bolognese. Il direttore de "L'Assalto", Ezio Balducci, conclude l'introduzione invitando ad «adoprarsi con ogni mezzo affinché la gioventù nuova senta sempre di essere nata, politicamente e civilmente, nel Fascismo ed avverta quindi la necessità di rimanere fedele a questa sua natura, come alla propria madre»36.

La colonia può ospitare più di 3.000 bambini dai 6 ai 12 anni di età, divisi in tre turni, provenienti dai 61 centri della provincia. Secondo la rivista municipale, la vita dentro la colonia scorre «gaia e ordinata», contribuendo «all'opera di bonifica umana, cui fin dalle origini si è accinto il Fascismo bolognese che vuole il vigore del corpo per la sanità della mente e del cuore, per la difesa della razza, per la sicurezza della Patria»37. La segretaria del fascio femminile si dilunga maggiormente sulla disciplina e sugli orari che scandiscono la giornata, nella quale trovano posto le cerimonie quotidiane che si svolgono sulla spiaggia, dell'alza e ammaina bandiera:

Cantano e salutano la bandiera. È uno dei momenti più belli della giornata. I ragazzi sentono tutta la poesia di questo rito quotidiano. I villeggianti ed in particolare gli stranieri, accorrono numerosi ed assistono col più vivo interesse allo svolgersi di questa semplicissima cerimonia38.

I piccoli "aquilotti" (questo il nome di una delle squadre in cui erano divisi i bambini) non sono gli unici a rappresentare il regime fascista sulle spiagge riminesi. Sull'arenile contiguo alla litoranea lungo la quale si affaccia la nuova colonia marina, affluiscono dal 10 agosto 600 giovani fascisti, riuniti per la seconda esperienza di campeggio estivo del fascio giovanile bolognese. I partecipanti sono invitati a mantenere una disciplina piuttosto stretta, soprattutto a farsi esempio di «spigliatezza fascista contenuta nei limiti del perfetto convivere sociale», vestendo «con decoro, quasi con ricercatezza», cantando spesso «le canzoni della Rivoluzione», ma «intonati e all'unisono»39. Ambasciatori dello stile fascista, dunque, e nello stesso tempo discepoli concentrati nelle discussioni di dottrina e mentalità fascista che allietano le ore serali dentro il campeggio: questo ci si aspetta dai partecipanti.

Lo scopo immediato del campeggio è quello di sviluppare un intenso cameratismo tra giovani provenienti da tutta la provincia e soprattutto di estrazione sociale, economica e culturale diversa. L'emulazione della vita militare si ispira alla volontà di confermare il senso di appartenenza a una comunità integrale. Il fine ultimo è quello di forgiare una stirpe di combattenti, che irrompa nella società civile mostrando cosa sia lo stile fascista quando venga interpretato da attori che hanno ripassato per tutta la giovinezza il medesimo copione:

Nel Campeggio di Rimini dell'anno nono, ho dormito al fianco d'ignoti camerati: un fabbro, un garzone di bottega, un secondo operaio: tutti già induriti dalla fatica e di poche parole. Sapevo alla mattina che avevamo sognato in quattro le stesse cose: il salso del mare e le bruciature del sole, un buon rancio e una rossa bocca di donna. []

Il giovane sente che alle consuetudini del passato lo legano solo leggeri vincoli di elementare rispetto. [] Questa immanenza rivoluzionaria ha le sue conseguenze, d'altra parte inevitabili. [] Nella sua attività pubblica, e cioè nel lavoro quotidiano che svolge, il giovane non è più soltanto lo strumento che macchinalmente esegue quanto gli viene imposto: ma è contemporaneamente attore e spettatore. [] L'attività privata, il giovane non la scinde da quella pubblica: in tal modo anche nelle cose che apparentemente stanno a sé (le relazioni d'affetto per es.), egli agisce coerentemente alla sua morale politica. Ed è attraverso una simile unità di pensiero e di azione, di vita privata e di vita pubblica che i fascisti si sentono degni d'imporre la loro volontà alla Patria e al mondo40.

Due eventi scandiscono la quotidianità della «bonifica umana»: il 15 agosto il fascismo bolognese si riunisce in adunata a Rimini per assistere alla rassegna dei fasci giovanili di combattimento, presente Arpinati in rappresentanza del partito nazionale, ma soprattutto giunto per riportare l'elogio del duce e incitare i suoi a proseguire «nel solco della tradizione costruttiva bolognese»41. Due giorni dopo arriva Mussolini in persona, ovviamente di sorpresa quando i giovani sono ancora al mare, secondo un copione ormai ben conosciuto, che rimanda al registro delle apparizioni miracolose piuttosto che a quello delle visite governative:

Ma ben presto appaiono irrefrenabili da una nuvola di polvere che ne annuncia la corsa. [] Allorquando ha visto i giovani uscire arrosolati nella cute per effetto del primo sole marino ha detto loro: «Bravi, occore saper affrontare con la stessa disinvoltura il sole ed il fuoco». Poi ha ascoltato il canto compatto dell'inno nuovo dei giovani fascisti, e quando il ritornello ha cadenzato l'ultima strofa ­ «Che la gran madre degli eroi ci chiamerà / verrà, quel dì verrà» ­ egli ha squadrato tutti rudemente in volto ed ha ripetuto: «Ricordatevi che quel dì verrà»42.

L'educazione della gioventù fascista, osservata in queste sperimentazioni estive, appare mirata all'attuazione di un'esperienza di socializzazione totalitaria, in forza della quale ogni forma potenziale di identità particolare, sociale, culturale, politica, sia preventivamente eliminata in favore di un'identità politica integralmente fascista. La glorificazione del sacrificio, elemento costantemente presente nei richiami mussoliniani a un futuribile battesimo del fuoco per le nuove generazioni, trova la sua piena espressione nel culto dei martiri fascisti, che domina le celebrazioni bolognesi dell'ottobre.

5. La fecondità del culto dei martiri

Annunciato solennemente da Ghinelli il 28 ottobre del 1931, il sepolcreto assunse il profilo di simbolo di condensazione dell'identità fascista bolognese: nato da un desiderio di Arpinati, la sua edificazione doveva essere finanziata «pietra su pietra» dal contributo dei soli fascisti bolognesi. Il culto dei martiri, già presente in varie forme nella vita quotidiana della società e nei riti della tradizione consolidata, come il pellegrinaggio a S. Ruffillo del 29 ottobre, doveva trovare il suo spazio sacro, «l'altare di fronte al quale ogni anno i bimbi delle scuole, i fascisti, il popolo, dovrebbero inginocchiarsi, ricordando e meditando», la meta di un rito di massa non più ristretto alla sola comunità dei militanti.

L'avvio della sottoscrizione popolare costituisce l'inizio di una narrazione nella quale si legge l'intento di esaltare la raccolta dei fondi come un'opera a sé stante, una "realizzazione" dello spirito della comunità fascista bolognese. Il 21 maggio, dunque, "L'Assalto" pubblica l'appello ufficiale del segretario federale:

Camerati del Fascismo Bolognese, or sono tre mesi, mentre vi invitavo a pensare con orgogliosa commozione al giorno in cui i nostri Morti passeranno ancora una volta lungo le vie per ricongiungersi nel nostro cimitero sotto lo stesso segno simbolico della nostra venerazione, dissi che certamente ognuno di voi avrebbe donato con entusiasmo il proprio contributo. [] In questo Maggio, storicamente consacrato agli impeti più generosi della gioventù italiana, assume particolare significato l'inizio di questa nuova opera del Fascismo bolognese. Da oggi sono aperte le sottoscrizioni: anche a prezzo di qualche lieve sacrificio ogni fascista dovrà testimoniare tangibilmente il proprio affetto ai Caduti della "Decima Legio"43.

A partire dal numero successivo, "L'Assalto", seguito ben presto dal "Resto del Carlino", pubblica ogni settimana l'elenco dei sottoscrittori in un occhiello intitolato Il Plebiscito, spesso accompagnandolo con alcune righe di commento per dare risalto alle offerte ritenute più rappresentative della mobilitazione della Bologna fascista. L'elenco ufficiale dei sottoscrittori appare costruito come un corteo d'onore: è aperto da «Nannini dott. Sergio», seguito dagli altri familiari dei caduti fascisti; primo in lista, dopo i consanguinei, è Leandro Arpinati, cui si aggiungono le altre personalità politiche nazionali espresse dal fascismo bolognese, nell'ordine Dino Grandi, Manaresi, Luigi Federzoni. Già in questo primo resoconto, e ancora in quelli dei mesi successivi, emerge un ritratto allegorico della mobilitazione fascista, nel quale si distinguono chiaramente i caratteri della manifestazione di fede della quale si vuol dare rappresentazione mediante la descrizione del plebiscito: vecchi squadristi che accorrono, soldi alla mano, alla casa del fascio il giorno stesso della pubblicazione dell'appello del segretario, per non rischiare di trovarsi a corto di denari nel momento sbagliato; il balilla povero e perdipiù orfano, che appena può versa il suo pur modesto contributo; le squadre degli operai, che lavorano gratis, e così via44.Mentre giunge l'offerta di Mussolini, di L. 5.00045, il carattere popolare del "plebiscito" è assunto a testimonianza di una vittoria della fede:

Quelle che commuovono sono le offerte modeste degli umili: allorquando gli storici del fascismo dovranno documentare il valore spirituale della nostra epoca, nelle parole grezze di questa gente povera, ravviseranno i segni più tangibili di una fede nobilissima. Tutte le aziende bolognesi, non sollecitate, hanno ricevuto dalle proprie maestranze la proposta di devolvere pro "Sepolcreto" l'utile netto di qualche ora di lavoro46.

Il nesso tra la valenza simbolica attribuita al sepolcreto e la preminenza delle «offerte degli umili» è affermato con chiarezza dalla federazione fascista bolognese, secondo la quale non è permesso appoggiarsi a «grandi finanziamenti più o meno occulti» se si tratta di ricordare «il sacrificio compiuto per l'affermazione di un principio superiore agli uomini»47.

Insieme a quantità e qualità delle adesioni alla sottoscrizione fascista, anche i commenti presenti nei comunicati della federazione e negli articoli dei giornali fascisti aiutano a misurare la stratificazione dei significati attribuiti all'erigendo monumento e al rito che si celebrerà in ottobre. Se "Il Resto del Carlino" rimane nei confini di una generica esaltazione della sacralità dell'opera che «trascende la nostra effimera esistenza di tutti i giorni», la federazione fascista sposta l'accento sulla fecondità del culto, che troverà un «altare dedicato allo splendore della nostra epoca, nata nutrita e illuminata dal pensiero e dal sacrificio dei caduti». Ma, proprio il giorno del lancio della sottoscrizione, "L'Assalto" pubblica un editoriale particolarmente significativo:

Il periodo storico che ora volge al decimo anno di governo non è soltanto cosparso di opere e di tentativi: esso è vissuto fin qui su presupposti ideali ben fermi, intransigenti. [] L'adeguamento alle necessità economico-sociali dei tempi attuali, l'evolversi ed il perfezionarsi in questo senso della stessa dottrina fascista, non obbligano alcuno a fare rinuncia dei principi fino a ieri ritenuti fondamentali, quasi sacri. Esiste o non esiste un limite di rispetto e di osservanza alla tradizione spirituale del Fascismo, oltre il quale si diventa assolutamente antifascisti anche se si canta Giovinezza al termine di una concione filosofica? Orbene, uno di questi limiti [] è costituito dal patrimonio morale dei nostri Caduti: essi sono caduti di fronte ad un nemico che fu anche il nemico nostro. [] Con codesto nemico occorrerà tenere sempre la debita distanza, impedendogli soprattutto di riapparire all'orizzonte politico sotto forma di rinomata teoria economico-scientifica, oppure sotto pretesto di indirizzo culturale specchiatamente moderno. []

I caduti della Decima Legio torneranno dunque a Bologna, la città che combatté per il Fascismo battaglie memorabili, ribelle sempre a tutti gli scrupoli moderatori della sua risolutezza! I fascisti bolognesi sanno che i morti non tornano per ricevere onoranze e corone d'alloro nelle ricorrenze celebrative, ma per presidiare vicino al loro gagliardetto i primi e più sacramentali diritti della rivoluzione!48

La polemica, alimentata a più di due settimane di distanza dalla discussione tenutasi a Ferrara nell'ambito del convegno sul corporativismo, proseguirà con una risposta di "Critica Fascista" e una controreplica de "L'Assalto"49, ma ciò che è da rilevare ai fini del nostro discorso è la scelta simbolica operata dal settimanale fascista bolognese. Non si tratta, evidentemente, di una reazione a caldo ­ l'autore è quasi certamente il direttore Ezio Balducci ­ e l'articolo stesso sarà ripubblicato a due mesi di distanza nell'opuscolo Argento vivo. L'evocazione dell'autorità morale dei martiri fascisti per rafforzare un'accusa di tradimento, espressa quasi nei termini di una scomunica, costituisce una dimostrazione pratica di come la "religione fascista" non sia solo un insieme di tecniche propagandistiche, bensì un sistema di segni dotato di una struttura complessa.

6. «Non un sepolcro, ma un tempio»

La progettazione del Sepolcreto fu affidata all'architetto Arata50, il quale da un decennio collaborava assiduamente con il fascismo emiliano-romagnolo e aveva un rapporto piuttosto stretto con Arpinati, committente di tutte le opere pubbliche più importanti affidategli negli anni Venti. Tra la fine di febbraio e la metà di aprile, a seguito di una lettera di Ghinelli al podestà, contenente il progetto e la richiesta di accelerare l'iter burocratico, si svolge un'indagine al fine di individuare l'area più adatta, che sarà alla fine quella del chiostro vi della Certosa. La delibera podestarile tanto attesa, con la quale l'amministrazione cedeva a titolo gratuito l'area suddetta per un'«opera di riconoscimento tangibile e significativo dell'olocausto compiuto e della venerazione della città», giunse il 19 aprile51. I lavori cominciarono il 16 maggio, la consegna dell'opera essendo prevista per il 28 ottobre52.

L'intervallo di tempo occorso tra la delibera del podestà Berardi e l'inizio dei lavori fu segnato da un intenso traffico di cadaveri53: qui si manifestano i primi segnali di una competizione, tanto omessa quanto significativa, tra caduti in guerra e martiri fascisti. L'idea di dedicare ai caduti del 1915-18 un campo della Certosa risaliva al 192054, ma la delibera per la costruzione di un ossario monumentale fu approvata solo nel 1926, successivamente al fallimento di un altro progetto destinato alla lunga durata, quello di un monumento ai caduti da costruire al centro della città55. Inizialmente era prevista l'inaugurazione congiunta dei due monumenti, ma il silenzio che avvolgeva l'ossario per i militari caduti56, a fronte della magniloquente costruzione del sepolcreto dei martiri fascisti, lasciava presagire gli sviluppi successivi: i lavori per l'ossario furono indirizzati semplicemente a sgombrare l'area per consentire l'allestimento della cerimonia d'inaugurazione del sepolcreto il 22 e il 23 ottobre. Il 13 ottobre del 1932 Alberto Roversi Monaco, delegato provinciale dell'associazione famiglie caduti in guerra, scrisse una lettera nella quale ringraziava il podestà per «l'accoglienza riservata alle nobili madri» e per la promessa di poter tenere un bozzetto del futuribile ossario da mostrare alle famiglie dei caduti. Nel settembre del 1933, avviati ormai i lavori verso la sospirata conclusione, la rivista comunale dava conto delle scelte fatte dall'amministrazione:

Data l'area assegnata al Monumento e la necessità di non elevare costruzioni sul piano del cortile per non togliere la visione di assieme del Claustro e di creare un'opera in armonia col monumento ai caduti fascisti, si è sviluppata la nuova costruzione specialmente in sotterraneo. Due camere sotterranee, separate dalla rampa d'accesso al Sepolcreto Fascista ed in pari tempo collegate tra loro con ampio locale, dotato di altare destinato alle funzioni religiose, danno accesso alle due cripte circolari, ove trovano sede appropriata tutte le cassette contenenti i resti dei Caduti in guerra57.

Tornando alla costruzione del sepolcreto dei martiri fascisti, i lavori marciarono invece speditamente. Il podestà, nelle disposizioni accluse alla delibera per la concessione del chiostro vi, si preoccupava di indicare i materiali da usare per la costruzione del monumento: «Che siano esclusivamente adoperati il marmo, il granito, il bronzo, od il ferro non essendo in alcun modo permesso l'uso, anche in minima parte, di materiali soggetti a facile deperimento, come il tufo, l'arenaria, etc.»58.

L'opera di Arata si sviluppa in autonomia dal preesistente chiostro vi, in particolare dai portici di stile tardo-ottocentesco. Già cimentatosi con l'architettura funeraria in occasione del progetto del 1916-17, non realizzato, riguardante il cimitero di Piacenza, come del resto anche a Ravenna, per la sistemazione della zona dantesca, Arata adatta il suo stile a un linguaggio monumentale tipicamente novecentista, caratterizzato da un tono di solenne austerità, rafforzato dagli interventi scultorei affidati a Ercole Drei, futuro autore delle statue dei due soldati, un vecchio e un giovane, poste al di sopra delle cupole sporgenti degli ossari dei caduti della Grande guerra. Il sepolcreto sorge invece nel centro del campo, in un piazzale ribassato rispetto al livello della base del chiostro, introdotto da una scalinata che conduce all'ingresso della cripta a pianta rettangolare nelle cui pareti sono ricavati i 54 loculi destinati alle salme dei caduti fascisti. Il portale d'ingresso è sorretto da quattro colonne doriche, due per lato, che accentuano la solennità dell'"antro" dei caduti e sembrano sostenere l'epigrafe incisa sull'architrave: «caduti per il fascismo / bologna memore qui li raccoglie / e li onora in eterno». Ai lati delle colonne sono collocate le due statue del Drei, su due piedi stalli sghembi che le pongono in una posizione sovrastante lo sguardo di chi accede alla cripta. Raffiguranti rispettivamente la Fortezza e la Vittoria alata, le due statue evocano una sospensione del tempo nella quale coesistono passato e presente, fusi nel richiamo al mito della romanità che rivive nella civiltà fascista. Dall'atrio antistante il portale d'ingresso, si dipartono due scalee che conducono ai viali che circondano il Sepolcreto, i quali a loro volta sono collegati da due gradinate all'arengario, sul quale sono sistemati sul retro un altare e dall'altro lato, quello che si affaccia sull'insieme del chiostro, un podio per gli oratori.

Il ritmo della costruzione, la prevalenza di linee orizzontali in un rapporto con lo spazio caratterizzato da un sistema di percorsi e da un rapporto tra luce e ombra sapientemente articolato rafforzano la funzione liturgica cui è destinato il Sepolcreto. La trasformazione dell'originario campo dei caduti della Grande guerra produce una gerarchia del culto chiaramente definita, non solo attraverso la collocazione centrale della cripta dei caduti fascisti rispetto ai due ossari che occupano i lati del campo, ma anche grazie alla funzione specifica assunta dall'arengario, sul quale la posizione dell'oratore è tale da trasformarlo in attore protagonista della narrazione monumentale, sorretto sulla linea verticale dalla protezione dei caduti della "rivoluzione", scortato sulla linea orizzontale dalle statue di Drei raffiguranti i due militari del 1915-18.

7. L'apoteosi del rito: il ritorno dei morti

Il rito della seconda sepoltura59, dotato di una struttura piuttosto complessa e articolato in due giornate consecutive, prevedeva veglie, cortei, funzioni religiose in rapida successione, per terminare con l'atto finale della tumulazione alla Certosa, seguita dall'appello ai caduti e dalla rievocazione di Arpinati. Ogni singolo spostamento delle salme fu accompagnato da un apparato rituale ben definito nei minimi particolari. Il ruolo previsto per i vari attori e la costruzione dello spazio scenico corrispondono a uno schema narrativo in cui il tema del viaggio dei morti è rappresentato attraverso un'alternanza di toni, dall'austero al trionfale, programmati in funzione della glorificazione dei caduti fascisti60.

Il rito inizia la sera di venerdì 21 ottobre, nella dimensione intima e vagamente surreale della veglia. Ghinelli, dopo un'ultima breve visita alla Certosa per controllare che tutto sia a posto, si reca in numerose località della provincia, «a rendere omaggio alle Salme dei Caduti che gli squadristi vegliavano in attesa della traslazione»61, lasciando grandi mazzi di fiori presso le varie case del fascio. In ciascuna località, infatti, le salme erano state esumate e deposte entro la sala d'onore della casa del fascio o del comune, "prese in consegna" dai segretari politici dei rispettivi fasci la sera precedente il trasporto e vegliate nottetempo dagli squadristi del luogo.

Sabato 22 ottobre, tra mattina e pomeriggio, ben sette cortei convergono verso la basilica di San Petronio, formati da autocolonne con a bordo i segretari politici e rappresentanze di fascisti. Tutte le salme provenienti dalla provincia, in attesa della benedizione serale impartita dal cardinale arcivescovo Nasalli Rocca in S. Petronio, sono già state protagoniste di un rito locale ricalcato sullo schema di quello che avrà luogo poche ore dopo nel capoluogo62. L'edizione de "L'Assalto" del 22 ottobre titola in prima pagina Bologna madre accoglie e saluta con vecchio cuore fascista i cinquantatre caduti della Decima Legio, e aggiunge ulteriore enfasi con la pubblicazione, sotto le foto delle bare dei «21 caduti del Fascio di Bologna», di un Monito che così si conclude:

Inchiniamo le insegne, ma soprattutto abbassiamo gli orgogli: questi sono eventi, o solleciti accaparratori di glorie terrene, che rimpiccioliscono tutte le stature umane fuorché quella dell'uomo che dei morti e dei vivi rimane il duce63.

La celebrazione del De profundis avviene in una chiesa a sua volta rimodellata secondo le esigenze del rito politico fascista. L'ingresso dei partecipanti in chiesa è organizzato in tre accessi distinti, previsti rispettivamente per le famiglie dei caduti da corte Galluzzi, per le «autorità politiche, amministrative, sindacali e militari» da piazza Galvani, per la cittadinanza, «senza che sia necessario alcun biglietto», da piazza Vittorio Emanuele64. L'altare della basilica è dominato da uno stendardo che riporta l'epigrafe dettata da Mussolini per il monumento a G. Nannini all'università: «Decima Legio - Caduti per la causa fascista ammoniscono che più della nostra vale sempre e dovunque la vita della patria».

La mattina del giorno seguente, i fascisti "addetti alle salme", scelti rigorosamente tra le file degli iscritti con tessera antecedente la marcia su Roma, si incontrano alle ore 8 per provvedere al trasporto delle bare in piazza Vittorio Emanuele. Ad attenderli ci sono i carri d'artiglieria messi a disposizione dal regio esercito, sui quali saranno collocate le bare dopo l'apposito ordine di Ghinelli. Alle 9.45 il cardinale Nasalli Rocca esce sul sagrato della chiesa e impartisce la benedizione a ciascuna delle bare schierate:

La piazza è un tempio. Tutta la piazza domenica era una ampia sala parata a festa, più che un quadrato tra i muri; e le case e le persone ­ bandiere e folla ­ erano entro la sala come figure in un quadro. [] Il silenzio. Era la cosa più grande, nella visione fantastica della piazza. Come un sacro ordine passato, la massa assiepata dietro i cordoni, appiccicata ai davanzali, ai balconi, alle finestre, dovunque riempiente gli spazi vuoti, taceva. [] Escono come una squadra che si presenti all'ultimo appello, compatta e viva nella luce del sole che l'accoglie sul sagrato bianco. A uno a uno, poggiati sulle spalle vigorose dei camerati come eroi in trionfo, più che salme in funebre corteo, prendono il loro posto nell'allineamento supremo. E quando i 27 carri sono tutti colmi di gloria, e la folla non fiata e ha gli occhi fissi sulle bare, li vede marciare nel sole, schierati a battaglia.

La celebrazione continua. Il Principe della Chiesa tributa gli onori del culto ai caduti della rivoluzione. Non ha paramenti di lutto, ma broccati d'oro e colori di festa: si celebra il trionfo della gioventù sulla morte, la vittoria di chi voleva morire su chi ha ucciso65.

Terminata la funzione religiosa, si diffonde l'onda sonora delle campane fatte suonare "a gloria", tutti i gruppi musicali presenti ai lati della piazza intonano Giovinezza, mentre gli scaglioni si apprestano ad aprire il corteo, distanziati di venti passi l'uno dall'altro, procedendo schierati a manipoli paralleli di sei uomini ciascuno. Lungo il percorso del corteo si sono adunati altri reparti ­ combattenti e mutilati, avanguardisti e balilla ­ che «faranno ala» al passaggio dei carri, collocati nel quinto scaglione del corteo, nel quale, inquadrati al comando del membro del direttorio federale Bonaveri, sfilano nell'ordine:

Un plotone di 50 tamburini (Giovani fascisti); Corona di quercia e d'alloro inviata dal Duce. Le 53 salme su 27 carri di artiglieria trainati ciascuno da quattro cavalli e scortati da una squadra di fascisti in camicia nera. Famiglie dei Caduti Fascisti. Manipolo m.v.s.n. Coorte Universitaria. Autorità: Membri del Governo. Direttorio nazionale del Partito. Generale Comandante designato d'Armata. Generale Comandante il Corpo d'Armata. S. E. il Prefetto, S. E. il Primo Presidente di Corte d'Appello, S. E. il Procuratore Generale di Corte d'Appello; Senatori del Regno; Deputati al Parlamento66.

Lo precede un primo scaglione formato da fanfare e da un battaglione del regio esercito e una coorte della milizia, un secondo fittissimo di bandiere, gagliardetti, fiamme, da quello dell'Opera nazionale dopolavoro al gonfalone dell'università, passando per i gagliardetti delle federazioni provinciali fasciste dell'Emilia, «convocati a Bologna unitamente ai rispettivi Segretari Federali d'ordine di S. E. Starace»67. Chiude il corteo, lungo due chilometri su un percorso di quattro, il gruppo musicale del fascio giovanile bolognese. Percorrendo le vie D'Azeglio, Farini, Castiglione, Rizzoli, Ugo Bassi, piazza Malpighi, Andrea Costa, il corteo raggiunge l'arco Guidi, dove i primi scaglioni si fanno da parte per lasciar passare i carri dei caduti, le loro famiglie e le autorità.

Il chiostro vi si riempie molto rapidamente, lasciando fuori gran parte delle rappresentanze. Mentre prosegue la discesa delle bare nella cripta, sulla sommità del monumento trovano posto i familiari dei caduti, squadristi delle scorte d'onore, autorità. Calato il silenzio, inizia l'appello pronunciato da Ghinelli, dopodiché prende la parola Leandro Arpinati, al culmine del pathos collettivo:

Poi s'avanzò il Capo del vecchio glorioso fascismo bolognese; e con le parole del Capo, frementi, tornavano i Morti. [...] Una madre si era seduta sola su uno scalino e piangeva e baciava un ritratto. Ed era uguale a quella Madre che aveva in grembo il Figlio sul Golgota68.

Arpinati può finalmente inaugurare l'opera generata da un suo auspicio, raccolto e realizzato dal fedele Ghinelli, e i suoi primi pensieri corrono allo spazio che circonda il luogo dove riposeranno i martiri fascisti bolognesi:

Non è privo di significato che questi nostri Fratelli siano stati raccolti qui, accanto ai Caduti della grande guerra, ai piedi di quel colle sacro ai bolognesi, di fronte al Littoriale, palestra delle nuove generazioni: tutti si votarono alla medesima causa, tutti caddero per lo stesso Ideale: per l'Italia più grande, più libera, più potente69.

La glorificazione dei caduti fascisti alimenta quindi un duplice messaggio simbolico, comunicato dallo spazio scenico nel quale si celebra il rito politico: da un lato, il legame, rinsaldato dalla promiscuità della materia corporea, con i morti del passato remoto e prossimo, nel silenzio della Certosa, rotto solo dal mormorio delle fontane:

In questa terra che Giovanni d'Andrea, lettore dello Studio bolognese, donò ai seguaci di S. Brunone, e che raduna nella Certosa dal primo anno del secolo scorso i grandi e gli umili «e involve tutte cose l'oblio nella sua notte», in questa terra risorgono i Martiri Fascisti. Sono fratelli di chi in guerra combattè per la buona Vittoria; fratelli dei duecento e ottantun fucilati e decapitati dal 1849 al 1858, e qui sepolti; sono i nostri Fratelli Maggiori, gli spiriti magni, i maestri di vita a tutti noi discepoli. Se è vero che l'uomo e le sue tombe traveste il tempo, è pur vero che la memoria degli eroi per sempre ci ammaestra. No, non la «speme, ultima Dea, fugge i sepolcri»; la speranza è radicata in questa terra dove i nostri morti posano, su questa terra ove aleggiano gli spiriti dei cinquantatre martiri fascisti70.

Dall'altro lato, la «perenne fecondità del sacrificio» si specchia nella mole del Littoriale, nei gagliardetti che rappresentano le sedi territoriali intitolate ai martiri stessi, nelle rappresentanze di tutti i settori della società ­ il «popolo nelle sue più vive ed operanti espressioni»71­ che hanno partecipato alla celebrazione del rito.

L'evocazione dell'epoca classica come segno di eternità, dominante il discorso simbolico del monumento di Arata e delle statue di Drei, viene attualizzata dalla parola, quasi dalla presenza fisica più che dal contenuto del discorso, di Arpinati, ispiratore del monumento, artefice dello stadio, fondatore del fascismo bolognese. Il culto riguardante la sua personalità esce dai rigidi confini ripetutamente tracciati da Starace per affermare l'esclusività della venerazione per il duce, collocandosi con essa in un rapporto gerarchico in cui Arpinati, «il maggior discepolo della Rivoluzione»72, è chiaramente il numero due, dunque il primo degli umani:

Lo storico di domani, o più modestamente il cronista minuzioso ed esatto, dovrà dimostrare che Bologna come fu all'avanguardia nelle battaglie combattute e vinte nel nome del Fascismo, così seppe più e meglio di ogni altra consorella italiana raggiungere una somma cospicua di realizzazioni nel campo politico, civile, religioso, sociale, sanitario, igienico, scolastico, sportivo, agricolo, industriale, commerciale, artistico, edilizio, stradale, ferroviario, amministrativo. E ciò per l'impulso e per l'opera del più fedele interprete dell'anima di Mussolini73.

8. Conclusioni

La celebrazione del rito politico fascista a Bologna nell'"Anno Decimo" si presenta come un favorevole punto di osservazione dell'applicazione dei principi fondamentali del totalitarismo fascista, in un contesto politico caratterizzato da una marcata tendenza a rivendicare una funzione di avanguardia. L'autorappresentazione del fascismo bolognese, osservata seguendo il percorso celebrativo del decennale, appare articolata attorno ad alcuni temi dominanti. La continuità dello spirito squadrista, inevitabilmente al centro dell'attenzione nel 1932 e manifestata dalla pervasività del culto dei martiri, si fonde con la rivendicazione della capacità realizzatrice di governo, attraverso una sorta di sintesi cultuale, nella venerazione tributata ad Arpinati. L'impegno profuso dal partito per conseguire il dominio delle coscienze, per occupare ogni spazio della vita civile, si esalta nell'ambizione di costruire in laboratorio nuove generazioni di squadristi, preparati dal culto dei martiri a correre verso il fatale appuntamento con «la gran madre degli eroi».

Il decennale bolognese si chiude dunque nel silenzio del Sepolcreto, il quale non solo sopravvive agli uomini che lo avevano immaginato e costruito, ma sancisce formalmente gli atti simbolici che segnano la loro scomparsa dalla scena politica. Il 24 giugno del 1933 si svolse il passaggio delle consegne, alla casa del fascio, tra Ghinelli e Ciro Martignoni, ex federale di Mantova designato da Roma ad assumere le redini del fascismo bolognese:

Al termine della brevissima cerimonia, durante la quale hanno pronunciato discorsi assai concisi e molto chiari Ghinelli, Martignoni e il prefetto, è stato fatto dal nuovo segretario l'appello dei 53 caduti bolognesi, quasi ad invocarne la memoria, a presidio dell'atto di consegna, ed è stato inviato il seguente telegramma al Duce: «Al nome dei martiri fascisti rievocati e sotto il presidio del loro spirito, vengono scambiate le insegne del Fascismo bolognese. Bologna, Decima Legio e quadrivio della Rivoluzione, tiene e terrà ferma la fede e diritta la volontà così da potervi mostrare qui, quando Voi verrete, la sua indefettibile ed operante fedeltà. Guadagnini, Martignoni, Ghinelli». Il nuovo ed il vecchio segretario, in comunione di spirito, hanno concluso la manifestazione delle consegne con atti di omaggio ai Caduti nella Cappella votiva ed al Sepolcreto in Certosa74.

Il nuovo segretario federale, impegnato in quei mesi a portare a termine la repressione del fascismo arpinatiano commissionatagli da Starace, non mancò di intensificare il ritmo delle sue visite al Sepolcreto: l'invocazione della protezione dei martiri sembrava essere qualcosa di più di un mero espediente retorico. Con le cerimonie dell'ottobre 1933 si realizzò l'auspicio, espresso da Arpinati l'anno precedente, sulla funzione sacrale del monumento: «non un sepolcro dove i superstiti verranno a versare lacrime e pianti, ma un tempio dove noi verremo e verranno i nostri figli, a ritemprare la fede, a trarre ispirazione e conforto»75. La cerimonia d'inaugurazione dell'anno scolastico per le scuole medie della città ebbe luogo, infatti, alla Certosa:

Il 21 tutti gli alunni dei nostri istituti sono stati guidati dai presidi e dagli insegnanti alla Certosa dove sono state deposte corone sulle tombe dei Caduti in guerra ed al Sepolcreto Fascista. Dall'alto dell'Arengario il Provveditore agli Studi prof. Rossi ha presentato al segretario federale docenti e studenti facendosi mallevadore della loro fedeltà al Duce e al Regime76.

Le giovani generazioni incontrano dunque il Sepolcreto in un rito che guarda al futuro, che sancisce, attraverso il richiamo allo spirito dei martiri, l'impegno della scuola a forgiare le nuove leve della civiltà fascista. Pochi giorni dopo il concetto è ribadito, sia pur in una cornice diversa, dal cardinale Nasalli Rocca, il quale, davanti a 12.000 bambini delle scuole elementari riuniti in San Petronio, conclude il suo discorso ricordando «che si deve al Fascismo l'aver associato il rito propiziatorio per gli studi ed il ricordo degli eroi caduti sui campi di battaglia e per la causa nazionale»77. Il Sepolcreto rimase il centro della ritualità fascista bolognese, ulteriormente arricchito negli anni successivi di altri interventi monumentali, quali la tomba di Giosuè Carducci nel 193578 e la traslazione della salma di Ugo Bassi all'interno dell'ossario dei caduti nel 194079, intesi a completare l'"area patriottica" della Certosa.

Note

1. Attendiamo il Decennale con l'ansia dei grandi eventi, in "L'Assalto", 17.10.1932, p. 1.

2. Cfr. J. T. Schnapp, Anno x. La mostra della Rivoluzione fascista del 1932, con una postfazione di C. Fogu, Istituti editoriali e poligrafici internazionali, Pisa-Roma 2003. Sull'importanza della mostra come "evento cultuale" cfr. E. Gentile, Il culto del littorio, Laterza, Roma-Bari 1996, p. 229.

3. Una concezione ciclica imperniata, come scrive B. Tobia, «sul tentativo di concretizzare il "culto del futuro" tipico del fascismo in una circolarità passato-presente-avvenire, esemplificata nel rapporto tra cicli storici dal respiro secolare, epoche di preparazione e presente politico, che svolgesse l'antica, rivoluzionaria funzione dell'avvento, trasformando il tempo cronologico in quello dell'ideologia» (B. Tobia, Dal Milite ignoto al nazionalismo monumentale fascista, 1921-1940, in Storia d'Italia, 18, Annali. Guerra e pace, a cura di W. Barberis, Einaudi, Torino 2002, p. 628).

4. Del resto il nesso tra la persistenza della crisi e un incremento mirato della produzione di simboli politici non era certo un fenomeno isolato, come dimostra l'esempio della simbologia politica del New Deal negli usa, cfr. M. Vaudagna, "Drammatizzare l'America!": i simboli politici del new deal, in M. Vaudagna (a cura di), L'estetica della politica. Europa e America negli anni '30, Laterza, Roma-Bari 1989.

5. Tobia, Dal Milite Ignoto al nazionalismo monumentale fascista, cit., pp. 639-42.

6. V. Vidotto, Palazzi e sacrari: il declino del culto del littorio, saggio in corso di pubblicazione, p. 6. Ringrazio l'autore per avermi messo a disposizione il testo.

7. Mussolini la definisce così nel discorso allo stadio del Littoriale del 31.10.1926 (cfr. B. Dalla Casa, Attentato al duce. Le molte storie del caso Zamboni, il Mulino, Bologna 2000), ma la definizione di «quadrivio della rivoluzione fascista» risale presumibilmente ai fatti di palazzo d'Accursio del 1920 e all'ondata squadrista che ne conseguì.

8. La presenza di dirigenti emiliano-romagnoli all'interno del Gran consiglio sul totale dei membri varia da un minimo del 13%, nel gennaio del 1923, al 28.5% del 1930-32, fino al 35.7% del luglio 1943, a fronte di un'incidenza della popolazione sul totale nazionale pari all'8%. Anche sulla composizione del governo si riflette questa sovrarappresentazione, pari al 18.7% dei ministri e al 17.6% dei sottosegretari, cfr. M. Palla, Il fascismo, in Storia d'Italia. Le regioni dall'unità a oggi. L'Emilia-Romagna, a cura di R. Finzi, Einaudi, Torino 1997, pp. 579-99.

9. I riferimenti bibliografici essenziali per comporre un quadro generale della vicenda bolognese da prima della Grande guerra fino al 1920 e oltre sono: R. Zangheri (a cura di), Bologna, Laterza, Roma-Bari 1986; L. Casali (a cura di), Bologna 1920. Le origini del fascismo, Cappelli, Bologna 1982; N. S. Onofri, La strage di Palazzo d'Accursio: origine e nascita del fascismo bolognese 1919-1920, Feltrinelli, Milano 1980; Id., I giornali bolognesi nel ventennio fascista, Moderna stampa, Bologna 1972; F. Cazzola, La ricchezza della terra, in Storia d'Italia. Le regioni dall'unità a oggi. L'Emilia-Romagna, cit., pp. 53-127. Sulle vicende politiche del fascismo bolognese: M. Degl'Innocenti, P. Pombeni, A. Roveri (a cura di), Il pnf in Emilia Romagna. Personale politico, quadri sindacali, cooperazione, Istituto regionale per la storia della resistenza e delle guerre di liberazione in Emilia Romagna, Annale 5, 1985-86, FrancoAngeli, Milano 1988. Si veda anche A. Berselli (a cura di), Storia dell'Emilia-Romagna, 3 voll., University press, Bologna 1980, in particolare i saggi di A. Roveri, Aspetti della lotta politica dal 1919 al 1926, pp. 609-32, e Considerazioni sul consenso al regime fascista, pp. 632-62.

10. Primavera bolognese, in "L'Assalto", 14.4.1932, p. 1.

11. Propaganda e assistenza nel pensiero di Mario Ghinelli, in "L'Assalto", 12.12.1931, p. 3.

12. L'iniziativa fu appoggiata attivamente dal ministro per l'Educazione nazionale Balbino Giuliano con una circolare a tutte le scuole superiori di architettura del Regno affinché i docenti coinvolgessero il corpo studentesco dando esercitazioni sul tema del concorso. La mostra dei progetti fu inaugurata il 24 maggio. I membri della giuria erano gli architetti Pagano, Arata, Aschieri, Legnani e il giornalista Bardi. Il concorso fu vinto dai «goliardi torinesi» (cfr. Archivio dell'Istituto Parri, Atti del pnf, 1931-32, com. nn. 593, 594, 596; "L'Assalto", 16.04.1932, p. 3).

13. Esigenze storiche, in "L'Assalto", 12.03.1932, p. 1. Sulle caratteristiche e la diffusione della tipologia edilizia della casa del fascio, cfr. F. Mangione, Le case del fascio in Italia e nelle terre d'oltremare, Pubblicazioni degli Archivi di Stato, Roma 2003. I riferimenti al concorso bolognese si trovano alle pp. 35-8.

14. La relazione di Mario Ghinelli, in "Il Comune di Bologna", n. 10, ottobre 1932-xi, p. 15.

15. Archivio storico del Comune di Bologna (d'ora in poi ascbo), ex Casa del Fascio di via Manzoni, fasc. n. 2, 1928-34.

16. Il 28.10.1932 furono inaugurate tre case di gruppi rionali cittadini e sedici case del fascio di altrettante sezioni della provincia, oltre a dieci campi sportivi.

17. «La torbida festa di un lavoro in lotta con la società e con lo Stato e tumultuante di collera e di odio» (La festa italiana del lavoro nel Natale di Roma, in "L'Assalto", 21.4.1932, ed. sp., p. 1). Per la resistenza della tradizione del 1° maggio durante il ventennio, cfr. S. Neri Serneri, Classe, partito, nazione. Alle origini della democrazia italiana. 1919-1948, Manduria, Piero Lacaita Editore 1995, pp. 213-63.

18. Proprio nel 1932 il regime estese all'intero territorio nazionale il concorso organizzato dalla Fondazione nazionale fedeli alla terra ­ ribattezzata Fondazione Arnaldo Mussolini dopo la morte del fratello del duce ­ tenutosi per la prima volta nel 1931 nella provincia di Forlì: la premiazione riguardava i coloni e i mezzadri impegnati a coltivare lo stesso podere, o dipendenti dalla stessa azienda, da più di 100 anni, e si svolgeva in occasione del 21 aprile.

19. F. Montebugnoli, Colloquio con il camerata di campagna, in Argento vivo. ii campeggio dei fasci giovanili bolognesi di combattimento. Rimini, 10-20 agosto, anno x, a cura del gruppo di propaganda, edizioni de "L'Assalto", Stabilimenti poligrafici riuniti, Bologna 1932, pp. 15-7. L'articolo era già stato pubblicato nell'edizione speciale de "L'Assalto" del 21 aprile 1932.

20. Molinella, in "L'Assalto", 28.11.1931, p. 5.

21. Cfr. Antifascismo e lotta di classe nel bolognese Comune per Comune, anpi, Bologna 1998, pp. 158-62; N. G. Frabboni (a cura di), Molinella e Massarenti nel quadro delle lotte sociali in Italia, Bologna 1980; G. Mazzoni, Un uomo, un paese: Giuseppe Massarenti e Molinella, Istituto Gramsci Emilia-Romagna, Bologna 1990.

22. Archivio dell'Istituto Parri, Atti del pnf, 1931-32, com. n. 627.

23. Ibid.

24. G. Castellari, Molinella "la rossa" redenta dal fascismo, in "L'Assalto", 21.4.1932, p. 14.

25. Ibid.

26. La mobilitazione di Bologna fascista, in "Il Comune di Bologna", n. 5, maggio 1932-x, p. 6.

27. P. De Francisci, Littoriali, in "La Scuola Fascista", bollettino dell'afs, Roma, anno i, n. 4, 28.05.1932, p. 1.

28. La costruzione del Littoriale fu la "realizzazione" grazie alla quale Arpinati conseguì la massima consacrazione possibile con la partecipazione del duce all'adunata del 31.10.1926. Lo stadio bolognese, paragonato dallo stesso Mussolini al Colosseo, ebbe una funzione importante nella fascistizzazione della vita cittadina. Oltre alle manifestazioni ospitate, dalle Esposizioni Riunite ai saggi ginnici delle organizzazioni giovanili fasciste, il completamento della costruzione dello stadio, avvenuto nell'ottobre del 1929 con la Torre di Maratona (opera dell'architetto G. U. Arata) e il monumento equestre a Mussolini (di G. Graziosi), indicano la sua funzione simbolica. Nel luogo dedicato all'inveramento del mito della sanità della razza, il Mussolini condottiero, come si presentò su un cavallo bianco all'adunata del 1926, domina le tribune, protetto da una torre in cima alla quale campeggia una statua raffigurante la vittoria alata. Per la storia della costruzione e dell'utilizzazione dello stadio, cfr. N. S. Onofri, La storia dello Stadio, di un cavallo di bronzo e del suo cavaliere perduto, in N. S. Onofri et al. (a cura di), Dal Littoriale allo Stadio, Consorzio cooperative costruzioni stampa, Bologna 1990. Onofri descrive il destino del monumento dal 1943 in poi: il 26 luglio il cavaliere fu disarcionato dal cavallo, ne fu mozzata la testa, legata a una fune e trascinata per le vie della città. Il busto fu preso dai tedeschi, e non se ne conosce la fine, come della testa, «abbandonata da qualche parte». Il cavallo rimase al suo posto fino agli anni del primo dopoguerra, quando l'anpi prese l'iniziativa, se lo fece consegnare dal Comune e utilizzò il bronzo per farne due statue di un partigiano e una partigiana, collocate nella casa del partigiano presso il padiglione della Montagnola (cfr. Onofri, La storia dello Stadio, cit., pp. 21-3). Quanto alla testa, visitando l'archivio storico della rsi di via Marconi a Bologna alla fine del 2002, mi è apparsa, notevolmente ossidata, in una delle stanze dell'istituto, con la firma di Giuseppe Graziosi incisa sul lato destro del collo. La segretaria dell'archivio, reduce ausiliaria della rsi, mi ha assicurato trattarsi dell'originale, raccolto per strada nel '43 e conservato sotto terra per circa 30 anni nel giardino di una villa di campagna. Pare che la sua conservazione in una sede del msi sia stata oggetto di polemiche all'indomani della "svolta di Fiuggi", con gli innovatori che insistevano per tenerla, temendo altrimenti di perdere consensi elettorali. Non ho potuto verificare queste informazioni, ma non ho particolari motivi per metterne in dubbio la veridicità.

29. Saluto ai Littoriali, in "L'Assalto", 5.5.1932, p. 1.

30. All'università di Bologna il solo a sottrarsi al giuramento del 1931 fu il professor Bartolo Nigrisoli, titolare della cattedra di Clinica chirurgica generale, semeiotica e medicina operatoria. Il rettore Alessandro Ghigi, nel discorso inaugurale dell'anno successivo, lo citò subito dopo coloro i quali, avendo lasciato l'università bolognese per rispondere ad altri incarichi, ne ricevevano il «memore saluto»: «ci ha lasciato pure volontariamente il Prof. Bartolo Nigrisoli» (cfr. Annuario della Regia Università di Bologna per l'anno accademico 1932-33, Tipografia Paolo Neri, Bologna 1933, p. 23). In una lettera a Starace del 26.1.1932, Ghinelli riferisce sull'«affare Nigrisoli»: «Caro Starace, la mancata prestazione del giuramento da parte del prof. Nigrisoli [] ha dato luogo recentemente a due manifestazioni, invero trascurabili, di simpatia al predetto professore da parte di un gruppo di studenti universitari che, con tutta probabilità, non hanno compreso la speculazione politica che qualcuno poteva trarre dal loro gesto, ed hanno invece voluto manifestare, con senso di assoluta inopportunità, il loro affetto al valente chirurgo. Si tratta di applausi al nome del Nigrisoli gridato da uno studente, non identificato, in un'aula di medicina». Ghinelli ne approfitta per accelerare la sostituzione di Pedrassi con Balducci alla guida del guf: «L'organizzazione politica universitaria, malgrado le mie precise istruzioni tendenti a prevenire ogni possibile incidente, ed anche a reprimerlo, ove fosse stato del caso, non ha svolto presso la massa studentesca alcuna opera in tal senso» (Cfr. acs, pnf, Direttorio Nazionale, Servizi Vari, serie i, b. 522, f. guf anno xi).

31. Annuario della Regia Università di Bologna, cit., p. 38.

32. Ivi, p. 7.

33. Sull'utilizzo delle fonti accademiche, nel quadro del ragionamento su intellettuali militanti e intellettuali funzionari, cfr. M. Isnenghi, L'Italia del fascio, Giunti, Firenze 1996, p. 186.

34. «A perseverare e a intensificare la diligenza e l'amore agli studi severi, che dovranno prepararli a quella maturità spirituale e intellettuale, che, unita alla sanità fisica, così validamente propugnata dal Regime, farà di Loro gli strumenti di una nuova rigogliosa primavera politica, il cui eterno rifiorire assicura l'incessante progresso delle fortune della Patria» (Annuario della Regia Università di Bologna, cit., p. 14).

35. E. Balducci, Motivi di stile e di pensiero fascista, in Argento vivo, cit., p. 89.

36. E. Balducci, Della libertà, in Argento vivo, cit., p. 9.

37. La colonia marina del Fascio bolognese, in "Il Comune di Bologna", n. 8, agosto 1932-x, p. 10.

38. P. Collina, Donde è nata e come funziona una colonia marina, in Argento vivo, cit., p. 27.

39. Organizzazione e programma del campeggio, in Argento vivo, cit., pp. 51-8.

40. C. Savoia, Giovinezza nuova, in Argento vivo, cit., pp. 18-23. Le vicende successive dell'autore testimoniano che non si tratta solo di retorica formale, cfr. acs, archivi privati, Carlo Savoia, b. n. 1.

41. Archivio dell'Istituto Parri, Atti del pnf, com. n. 658.

42. È venuto il Duce, in "L'Assalto", 20.8.1932, p.1.

43. Archivio dell'Istituto Parri, Atti del pnf 1931-32, com. n. 591. È da rilevare che "L'Assalto" pubblica in prima pagina, vicino al testo dell'appello di Ghinelli, un elenco numerico dei martiri in questione, pari in questo caso a 50; cfr. "L'Assalto", 21.5.1932, p. 1. Sulle numerose variazioni del numero dei martiri fascisti, cfr. N. S. Onofri, I tanti e contraddittori elenchi dei caduti bolognesi della "rivoluzione fascista", in "Resistenza oggi", n. 2, dicembre 2001, pp. 29-37. A guerra finita, 23 anni dopo, l'amministrazione cittadina non riusciva ancora a determinare con certezza un elenco nominativo preciso delle salme tumulate nel Sepolcreto.

44. Cfr. Archivio dell'Istituto Parri, Atti del pnf 1931-32, com. n. 598.

45. Ivi, com. n. 614. Quella del duce fu l'offerta più ricca; i gerarchi bolognesi, Arpinati compreso, si attestarono su L. 1.000, mentre solo il comm. Franco Ballarini, cattolico, ex presidente dell'Associazione di difesa sociale, pareggiò l'offerta di Mussolini. Starace versò L. 3.000. Il significato specifico attribuito alla campagna per le sottoscrizioni si può osservare anche nel caso della colonia marina. Nelle direttive diramate dal segretario federale al termine del 1931, la sottoscrizione è indicata come un preciso dovere civico: «I fascisti debbono particolarmente contribuire a questa realizzazione: la costumanza di sostituire in ogni indicata ricorrenza all'effimero omaggio dei fiori l'offerta equivalente di denaro per la Colonia marina, la dedica di un lettino della Colonia stessa alla memoria di un proprio congiunto scomparso od alla consacrazione di un qualsiasi memorabile avvenimento, costituiscono manifestazioni tangibili di patriottica beneficienza e debbono sempre più affermarsi e generalizzarsi» (Ivi, com. n. 273).

46. Ivi, com. n. 630.

47. Ivi, com. n. 633.

48. Tornano i Morti, in "L'Assalto", 21.5.1932, p. 1.

49. Cfr. Niente pericolo, in "L'Assalto", 11.6.1932, p. 2.

50. Notizie esaustive su vita e opere di Arata si trovano nella monografia di F. Mangone, Giulio Ulisse Arata. Opera completa, Electa, Napoli 1993. In quegli anni era impegnato anche nella costruzione dell'aula magna dell'università bolognese (1926-35), di una fontana monumentale dedicata agli operai caduti durante i lavori della direttissima (1932-34), della casa del balilla a Ravenna (1930-32), cui vanno aggiunti due progetti commissionati da Arpinati e non più realizzati dopo la sua caduta, ovvero quello della Scuola di arti e mestieri e quello dello stadio dei centomila a Roma, all'Acqua Cetosa.

51. ascbo, Ufficio v Edilità ed Arte, 1285/v 32, carpetta viii/4, i e v progetto abbandonato. I due fascicoli contenuti nella carpetta non erano inseriti in un faldone in quanto facenti parte di un complesso di documenti asportati nel 1950, in pratica tutta la documentazione dell'amministrazione municipale riguardante l'edificazione del sepolcreto e la sistemazione della relativa area della Certosa. Nei due fascicoli, intitolati "i progetto abbandonato" e "v progetto abbandonato", sono presenti 14 disegni del primo progetto e 10 disegni del quinto, nessuno dei quali è datato, a differenza dei documenti ivi contenuti tranne uno. Non è possibile, data la lacunosità della documentazione e in particolare l'assenza del progetto definitivo e della relativa approvazione, collocare con certezza tali progetti nella cronologia dell'edificazione dell'opera. Colgo l'occasione per ringraziare il personale dell'Archivio storico del Comune di Bologna, in particolare William Baietti e Marino D'Adda, per l'aiuto che mi hanno prestato.

52. La cerimonia di inaugurazione fu invece anticipata di alcuni giorni e si svolse il 22 e il 23 ottobre, sabato e domenica. Dall'esame dei documenti non è risultata alcuna giustificazione della scelta di anticipare le celebrazioni al fine settimana precedente l'anniversario della marcia su Roma. Non conoscendo eventuali elementi cogenti, si può ipotizzare che la scelta sia stata dettata dall'ambizione di ottenere una risonanza nazionale e dal timore che le celebrazioni romane del 28 la oscurassero del tutto.

53. I «lavori di esumazione dei militari sepolti nel campo del chiostro sesto» furono ultimati il 12 maggio 1932, come risulta dalla lettera del custode del cimitero all'ufficio x-Igiene del Comune (cfr. ascbo, Ufficio v Edilità ed Arte, 1285/v 32, carpetta viii/4, i progetto abbandonato). Il 22 luglio 1932 il podestà dispose che i resti dei caduti di guerra «raccolti in cassette di zinco ed ora depositati in luogo disadorno, siano di là rimossi e collocati nella sala cosidetta della Pietà» (cfr. ascbo, 1932, Elenco per materie, Ossario caduti i guerra).

54. Cfr. G. Gresleri, Architetti moderni alla Certosa. Mille solitudini profonde, in G. Pesci (a cura di), La Certosa di Bologna. Immortalità della memoria, Editrice Compositori, Bologna 1998.

55. La vicenda del monumento ai caduti è piuttosto interessante, oltre che interminabile. L'idea, suggerita dall'architetto Casanova, di fondere in un unico "armonico" complesso architettonico, attraverso il monumento in questione, il palazzo di re Enzo e il palazzo del podestà, suscitò prima vivaci proteste della cittadinanza, compresa una raccolta di firme contrarie, poi il veto ministeriale dell'8 maggio 1925 che pose di fronte alla realtà anche i più testardi sostenitori dell'idea originaria, la quale aveva certamente goduto del favore di Arpinati. A quel punto il comitato cittadino, appositamente formatosi per seguire l'andamento del concorso e della sottoscrizione popolare che era stata nel frattempo lanciata, si trovò di fronte ad un duplice problema: onorare in qualche modo la memoria dei caduti, e spendere i soldi raccolti fino a quel momento ­ non senza fatiche e difficoltà, stando a quanto risulta dalle carte della commissione. Il primo problema fu provvisoriamente affrontato con l'avvio dei lavori di completamento del Lapidarium interno alla basilica di S. Stefano, per il quale si auspicava la costruzione di un imponente portale d'ingresso e di un'appendice monumentale esterna, affinché, come disse la rappresentante dell'associazione madri e vedove dei combattenti, Ida Oviglio, «anche fuori della Chiesa, possibilmente nella piazza, si innalzi un segno votivo che parli ugualmente al cuore di tutti come simbolo di una religione che tutti accomuna, quella della patria». Il secondo problema si trascinò per tutti gli anni Trenta: nella riunione del 3 novembre 1934 si decise di destinare «al ricordo monumentale dei Bolognesi Caduti nella Grande Guerra Europea la Villa Aldini, adibendola a sede del museo del Risorgimento e del museo della Guerra 1915-1918», nonché di una casa di riposo per le madri e le vedove dei combattenti. L'unica parte del progetto che fu effettivamente realizzata prima della caduta del regime, proprio nel 1943, fu la casa di riposo per le madri e le vedove dei caduti, le cui ospiti furono però ben presto sloggiate dai tedeschi. Poi subentrarono gli Alleati, che ne fecero la sede del comando inglese. Dopo la fine della guerra venne il tempo delle occupazioni civili: prima una colonia scolastica, poi l'ospizio dei ragazzi minorati di guerra, che costrinse madri e vedove a restringersi nel piano superiore. Solo verso la fine del 1949, grazie all'interessamento del sindaco Dozza, il complesso tornò interamente alla sua funzione originaria, per quel che riguardava la casa di riposo. Nel frattempo ci si preoccupava anche di andare «verso la piena realizzazione del monumento ai caduti». (Cfr. ascbo, Commissione monumento ai caduti, i e ii; Il monumento ai caduti bolognesi. Villa Aldini e la casa di riposo per le madri e le vedove di guerra, Bologna, luglio 1951, a cura dell' Associazione nazionale famiglie caduti in guerra, comitato provinciale di Bologna).

56. Nelle cronache giornalistiche e nei comunicati della federazione che danno conto del procedere dei lavori e della sottoscrizione popolare per il Sepolcreto, non si è trovata menzione alcuna dell'ossario per i caduti della Prima guerra, fino alla conferenza stampa itinerante di Ghinelli tenuta il 15 settembre, nel corso della quale il federale bolognese disse: «Il Fascismo bolognese, preoccupato di ricordare non solo i suoi caduti, ma anche quelli della guerra, ha voluto dedicare ad essi un degno monumento che sta sorgendo appunto accanto al Sepolcreto». (cfr. Il segretario federale guida i giornalisti bolognesi in visita a tutte le principali opere del fascismo in provincia, in "Il Resto del Carlino", 16.9.1932, p. 6).

57. Consuntivi del Regime, in "Il Comune di Bologna", settembre 1933, pp. 8-9. L'ossario fu infine inaugurato il 4 novembre del 1933.

58. ascbo, 1932, Ufficio v, Edilità ed Arte, 1285/v 32.

59. Nel rituale risultano evidenti i richiami all'apparato cerimoniale elaborato per la glorificazione del milite ignoto, vero punto di svolta nella elaborazione simbolica della religione politica, cfr. B. Tobia, L'Altare della patria, il Mulino, Bologna 1998.

60. Attendiamo il Decennale con l'ansia dei grandi eventi, in "L'Assalto", 17.10.1932, p. 1.

61. Archivio dell'Istituto Parri, Atti del pnf 1931-32, com. n. 709.

62. A Imola, per fare un esempio, le salme vengono tenute nella sala del consiglio comunale, trasformata in camera ardente. La mattina del 22, nella piazza centrale, si celebra il rito dell'appello e un prete impartisce la benedizione alle salme in procinto di partire, sugli autocarri scortati, alla volta di Bologna. Ma anche quei centri che non hanno martiri propri, attraverso i quali partecipare alla celebrazione, sono coinvolti nel rito: Casalecchio e Castenaso si preparano a rendere omaggio al passaggio delle salme.

63. "L'Assalto", 22.10.1932, p. 1.

64. Archivio dell'Istituto Parri, Atti del pnf 1931-32, com. n. 707.

65. Bologna Fascista rivive le giornate della Rivoluzione, in "L'Assalto", 28.10.1932, p. 6.

66. L'elenco continua a lungo, cfr. Archivio dell'Istituto Parri, Atti del pnf 1931-32, com. n. 707.

67. Ibid.

68. Bologna Fascista rivive le giornate della Rivoluzione, cit.

69. La rievocazione di S. E. Arpinati, in "Il Comune di Bologna", n. 10, ottobre 1932, p. 6.

70. I Martiri Fascisti alla Certosa, in "Il Comune di Bologna", n. 10, ottobre 1932, pp. 5-11.

71. Celebrazione, in "L'Assalto", 22.10.1932, p. 1.

72. I Martiri Fascisti alla Certosa, cit.

73. Verso il Decennale, in "Il Comune di Bologna", n. 9, settembre 1932, p. 2.

74. Vita fascista, in "Il Comune di Bologna", giugno 1933-xi, p. 76. Nel mese successivo si svolse un'inchiesta sulla situazione finanziaria della federazione, dalla quale risulta anche il "Conto Sepolcreto Martiri Fascisti": l'importo della sottoscrizione ammonta a L. 524.425,15, cui vanno aggiunte L. 3.551,60 per interessi; le spese indicate assommano a L. 143.491,95. Della rimanenza in cassa, di L. 384.484,80, furono versate L. 300.000 all'amministrazione della casa del Fascio e «registrate a proprio debito», mentre le rimanenti L. 84.484,80 furono girate come anticipazione al Comitato Esposizione del Littoriale (acs, pnf, Direttorio Nazionale, Servizi Vari, serie i, b. 522, fasc. Ispezioni Anno xi).

75. La rievocazione di S. E. Arpinati, in "Il Comune di Bologna", n. 10, ottobre 1932, p. 7.

76. Vita scolastica, in "Il Comune di Bologna", n. 10, ottobre 1933, p. 89.

77. Ibid.

78. Cfr. La chiusura delle manifestazioni carducciane e la traslazione della salma del poeta, in "L'Assalto", 16.11.1932, p. 2.

79. U. Beseghi, Padre Ugo Bassi, in Biblioteca del Museo del Risorgimento, Archivio delle posizioni, Bassi Ugo, Fascicolo 10, cerimonia traslazione.