Sul filo della pazzia:
produzione e malattie del lavoro
alla Viscosa di Roma
negli anni Venti e Trenta

di Alice Sotgia

M'interessava anche la bellezza del procedimento. Di fatti poche industrie sono affascinanti al pari di questa, che trasforma la pasta grezza del legno in filo serico impalpabile. Bisogna avere seguito tutto il complesso procedimento, dalla disintegrazione della cellulosa in densa soluzione giallastra, fino alla sua reintegrazione istantanea da liquido in solido, e aver visto poi le decine di migliaia di fusi rotare all'unisono sotto le immense capriate degli stabilimenti, per comprendere la bellezza, la forza, l'armonia di lavoro che emana.

R. Gualino, Frammenti di vita, Famija Piemontèisa, Roma 1966, p. 56.

Come afferma Joel Mokyr, «per quanto riguarda i materiali, si può davvero affermare che il xx secolo abbia preannunciato la fine dell'età del ferro. Mentre intorno al 1914 la maggior parte degli oggetti era ancora costruita con materiali già conosciuti nel Medioevo, anche se qualità e prezzo erano cambiati, questa situazione era destinata a mutare rapidamente. Acciaio, legno, cotone, ceramica e pelle dovettero ben presto competere con nuovi materiali di origine artificiale»1. La produzione del raion, inizialmente detto anche seta artificiale per le molte caratteristiche comuni alla seta, rappresenta infatti una vera rivoluzione sia nel campo tessile, che in quello chimico, tanto da avviare un settore industriale interamente nuovo, quello chimico tessile, che, alle iniziali fibre artificiali, affiancherà ­ e in parte sostituirà ­ dal secondo dopoguerra la produzione di fibre sintetiche. Questo prodotto entra nella vita quotidiana di intere generazioni di operai e consumatori, imponendosi come uno dei prodotti nazionali più importanti e riconosciuti.

In base ai diversi procedimenti, si distinguono quattro prodotti differenti. All'inizio della produzione industriale, la seta artificiale è fabbricata prevalentemente secondo il sistema Chardonnet (o raion alla nitrocellulosa)2. La prima fabbrica apre a Besançon nel 1884 e, successivamente, ne sorgono altre in Svizzera, in Belgio, in Inghilterra, in Ungheria e, nel 1895, a Padova. Nel 1890 è brevettato un altro processo, quello al cuprammonio, ma prima di poter essere applicato industrialmente, s'afferma sempre di più il processo alla viscosa. Il primo impianto sperimentale di viscosa sorge nei pressi di Londra, ma la prima società a produrre su scala industriale raion viscosa è la Société française de la viscose.

In Italia questa produzione ruota attorno a due grandi realtà industriali inizialmente concorrenti: la Snia di Riccardo Gualino e il gruppo societario nato, nei primi anni del Novecento, attorno al nobile piemontese Alberto Fassini come Cines di Pavia per la produzione di pellicole cinematografiche. La decisione interna alla Cines di destinare un reparto dello stabilimento alla ricerca nel campo delle fibre artificiali e l'acquisto di una fabbrica padovana (Seta artificiale di Padova), che già produceva fibre chimiche, rappresentano l'inizio di una trasformazione produttiva che porterà, nel 1907, alla nuova ragione sociale Cines-Seta artificiale. Dal 1912 negli stabilimenti di Pavia e di Padova si produce seta artificiale con il nuovo processo alla viscosa (e non più con quello precedentemente usato alla nitrocellulosa) fino a trasformare nuovamente la ragione sociale nel 1916 in Seta artificiale di Padova e nel 1923, dopo aver ceduto l'impianto originario di Pavia alla Snia, in Società generale italiana della viscosa, controllando gli stabilimenti di Rieti (la Società anonima meridionale seta artificiale nel 1927), di Napoli (la Società anonima supertessile nel 1928) e aprendone uno nuovo a Roma. Come si legge nella stampa di allora,

Il 2 maggio 1922, in località Acqua Bulicante, fuori Porta Maggiore, fu posta la prima pietra di uno dei più grandi opifici d'Italia; il 5 settembre 1923, la sirena chiamava al lavoro 2500 operai e l'opificio tutto incominciava a funzionare. Così è nato lo stabilimento di Roma della Società generale Italiana della Viscosa per la produzione di seta artificiale3.

Dal maggio 1938, gli stabilimenti di Padova, Roma, Rieti e Napoli si fondono in un'unica società, la Compagnia industriale società per azioni per la produzione di Viscosa (Cisa Viscosa). Il rapporto tra la Cisa e la Snia (passata dalla guida di Riccardo Gualino a quella di Franco Marinotti) è molto stretto. Tuttavia, viste le dimensioni delle due società, di fatto la Cisa entra a far parte del più vasto gruppo Snia.

A differenza del sistema Chardonnet che si basa su un cospicuo utilizzo di alcool ed etere, materie particolarmente costose in Italia, il nuovo procedimento alla viscosa usa solventi (solfuro di carbonio, soda caustica e sali ammoniacali) prodotti in grande quantità nella penisola e quindi non sottoposti ad alcun dazio d'entrata e disponibili a un prezzo inferiore rispetto ad altri paesi europei. Anche un'altra motivazione induce a preferire questo nuovo sistema di produzione piuttosto che quello Chardonnet: la questione igienica. Mentre in Belgio le fabbriche di seta artificiale che utilizzano il processo alla nitrocellulosa sono inserite, con decreto reale del 14 luglio 1904, tra gli stabilimenti insalubri e pericolosi, all'inizio del Novecento i casi di intossicazione da solfuro di carbonio, che ­ come vedremo ­ sono legati alla produzione di viscosa, ancora non si conoscono, benché siano ampiamente documentati casi analoghi nelle fabbriche di gomma4. L'ultimo procedimento a diventare industriale è quello all'acetato, grazie al grande impulso dato durante il periodo bellico dalla ricerca chimica in altri campi e applicato anche a quello tessile, che tuttavia non raggiungerà mai il livello produttivo della viscosa5.

Oltretutto, se prima della guerra il prodotto è impiegato principalmente nella fabbricazione di trecce per capelli, passamanerie, merletti e nastri, con l'evento bellico la seta, prodotto di lusso, viene sostituita da quella artificiale, destinata a soddisfare le esigenze di larghe masse di consumatori con redditi sempre meno elevati. Come nota Rosario Romeo, «la scarsezza delle materie prime aveva sviluppato i procedimenti chimici per la loro sostituzione, mentre l'industria tessile veniva sviluppandosi anche in molti paesi che finora avevano solo fornito ad altri la materia prima». A questo va poi aggiunto «il bassissimo costo dei nuovi sistemi produttivi, che consentivano di portare il prodotto a strati sempre più larghi di consumatori, e che, con la varietà e insieme la standardizzazione del prodotto, permettevano di fronteggiare meglio la maggiore velocità di consumo determinata dalla diffusione e dal variare delle mode»6. Ma dietro a questo grande sviluppo industriale c'è anche la possibilità degli imprenditori di accrescere la produttività a un tasso più elevato rispetto a quello d'incremento dei salari, basando così, coscientemente, la loro fortuna su un fattore umano piuttosto che tecnologico. La manodopera è costituita per gran parte da operai e operaie di bassa cultura, provenienti dalle campagne e ampiamente disponibili a impiegarsi in fabbrica, nonostante le condizioni non certo semplici, tanto per quanto riguarda l'orario di lavoro e la retribuzione, quanto rispetto ai rischi per la salute7. Come ricorda Antonietta Quercia, impiegata alla Viscosa di Roma nel reparto torcitura dal 1935 al '39,

Lì dentro ci si ammalava molto, perché c'era l'odore del raion che proprio ti davano, proprio. In più, siccome lavorando la seta si asciugava, c'erano dei tubi sopra la volta del tetto che mandavano una sorta di nebbiolina e tante si sono ammalate di tisi, perché allora c'era la tubercolosi. Di fatti un'amica nostra si prese la tubercolosi, ai reni. Ma non solo lei, parecchie. Mi ricordo mamma che come ci sentiva tossire si prendeva tanta pena perché era proprio una malattia come l'influenza. Appena uno si ammalava, aveva un po' di febbre, subito si pensava difficilmente non era la tisi. [...] Tante ragazze non resistevano e se ne andavano perché c'era l'odore di queste cose. Bastava passare vicino alla fabbrica che già c'era l'odore di questi acidi8.

Ma le forme più gravi di malattie professionali, tipicamente legate a questo tipo di produzione, sono quelle connesse all'azione del solfuro di carbonio, sostanza particolarmente nociva per la salute, impiegata in due reazioni chimiche: nella trasformazione della cellulosa in xantogenato e nella reazione di coagulazione della viscosa9. Il primo impiego di questa sostanza avviene nel reparto baratti, grossi cilindri di capacità variabile, a fianco dei quali vi è un misuratore di solfuro di carbonio, dal quale il gas scende per gravità. Questi reparti sono dotati di ventilazione naturale e artificiale. Tuttavia, quest'ultimo sistema provoca spesso, più che una corretta aspirazione, una maggiore dispersione della sostanza tossica.

Ha spesso il difetto di aspirare dall'alto l'aria dell'ambiente, mentre i vapori di solfuro di carbonio, essendo più pesanti dell'aria, difficilmente sono richiamati in aria verso il soffitto; essi come in genere tutti i gas, vapori, polveri, si dovrebbero captare in situ, o almeno nel punto più vicino al luogo di produzione. [] Inoltre i gas aspirati, essendo spesso immessi nell'atmosfera al livello delle pareti del fabbricato, e non già in camini alti, possono facilmente rientrare nei locali stessi, o in quelli adiacenti, in modo da portare il pericolo di intossicazione anche in reparti ove si eseguono operazioni innocue; il che potrebbe spiegare certe manifestazioni nevrotiche collettive talora rilevate in altri reparti lontani, come fra le operaie del reparto torcitura, ecc10.

Va altresì considerato che le dimensioni dei baratti costringono l'operaio addetto alle pulizia a introdurvi la testa e il tronco, respirando una grande quantità di solfuro, e la sproporzione di questi nel numero rispetto ai mescolatori esige un trasporto manuale (con pale e carrelli) dello xantogenato, materiale anche molto infiammabile11. I vapori, a contatto di una fiamma, di un tubo riscaldato, o di scintille elettriche, possono esplodere, tanto che nei reparti dove si sviluppavano vapori di solfuro di carbonio è vietato portare lumi accesi12. È possibile poi che «tracce notevoli di solfuro di carbonio» si rintraccino nel reparto xantogenato (che normalmente si trova al piano inferiore rispetto a quello dei baratti), in parte provenienti proprio da quest'ultimo e in parte «dalle condutture aperte ove si fa talora scorrere la viscosa prima di incanalarsi nelle tubature chiuse, che la portano nei depositi»13. L'altro reparto dove si possono trovare tracce di solfuro di carbonio è quello della filatura, dove l'operaio, oltre al compito di sorvegliare il processo di coagulazione e avvolgimento, deve riannodare i fili rotti e cambiare e pulire le filiere, immergendo le mani negli acidi. I reparti successivi (lavaggio, torcitura, aspatura) sono del tutto privi di impianti di aspirazione, di ventilazione artificiale e di apertura verso l'esterno. Con le trasformazioni produttive introdotte alla fine degli anni Venti si intensificano i ritmi di lavoro, senza risolvere i gravi rischi per la salute. Anche il nuovo tipo di lavaggio introdotto (si passa dal sistema a pioggia a quello a vuoto) risulta più completo e rapido, ma i miglioramenti igienici sono vanificati «dalle stesse condizioni ambientali dei locali destinati al lavaggio». Gli aspiratori (tre per vasca) funzionano di rado. Ancora nel 1933 la cattiva aspirazione e dispersione delle acque residuali di lavaggio a vuoto provoca venticinque casi di intossicazione nella fabbrica di Roma14.

Oggi, e da quasi vent'anni, la reazione chimica della cellulosa con il solfuro di carbonio avviene nei simplex. Questi nuovi macchinari di metallo, che sostituiscono i vecchi baratti rotanti, sono dei grandi contenitori fermi, all'interno dei quali sono in azione delle pale. Non c'è nessun operaio che partecipa direttamente a tale processo, completamente meccanico, che viene controllato attraverso computer e monitor collegati all'interno dei macchinari. Anche il rischio di incendi si può dire sia completamente scomparso, poiché durante l'impiego di solfuro di carbonio l'ossigeno (elemento necessario alla combustione) presente nell'aria viene tolto quanto possibile e sostituito dall'azoto (elemento non infiammabile)15.

La prima normativa a regolare questa lavorazione, il R. D. del 13 maggio 1929, n. 928, riconosce come malattie professionali (con obbligo di assicurazione) soltanto quelle derivanti dalla produzione di viscosa e dalle successive operazioni di lavorazione precedenti la filatura, considerando quindi solo gli addetti al reparto baratti e a quello xantogenato viscosa16. Soltanto con la legge del 17 agosto 1935, n. 1765, le cui disposizioni decorrono dal 1° gennaio 1938, cominciano a essere assicurate tutte le lavorazioni della viscosa, «fino al primo essiccamento che viene eseguito immediatamente dopo il lavaggio»17, sebbene il lavaggio non permetta di purificare il raion dal solfuro di carbonio, come aveva già affermato Didonna nel 1934, in una relazione sulla prevenzione igienica del solfocarbonismo presentata al xi Congresso di medicina del lavoro18. Tuttavia, ancora nel 1950, su "Medicina del lavoro", due medici della Clinica del lavoro dell'Università di Milano, in seguito a una ricerca condotta sui casi da loro osservati di solfocarbonismo dal 1943 al 1947, affermano che si comincia a notare «l'insolita frequenza di questi casi» e i medici sono stati messi al corrente «della possibilità che essi potessero avere un'origine professionale»19. Soltanto a metà degli anni Cinquanta, con la legge del 19 marzo 1956, n. 303, l'assicurazione obbligatoria contro le intossicazioni da solfuro di carbonio viene estesa a tutto il processo di produzione e lavorazione della viscosa, «fino all'essiccamento del prodotto»20.

La tardiva legislazione in materia non corrisponde a una mancanza di conoscenza della forma della malattia e delle sue cause. Risalgono infatti al 1925 i primi studi italiani relativi all'uso di solfuro di carbonio nella lavorazione della viscosa21. Lo stesso anno, sempre sulla stampa medica, compare il primo caso di un operaio di Pavia morto in seguito a un'intossicazione di solfuro di carbonio22. Ancora nel 1925, sul "Bollettino del Lavoro e della Previdenza Sociale" a cura del ministero dell'Economia nazionale, Giovanni Loriga, ispettore medico capo dell'Industria e del Lavoro, pubblica il primo studio sistematico sulle condizioni igieniche nell'industria della seta artificiale, definita di «insalubrità perenne o ­ se si vuole ­ di equilibrio instabile della salute»23.

Prima dell'infail (l'Istituto nazionale fascista infortuni sul lavoro, nato nel 1933 e che dal 1936 assume l'esclusivo esercizio dell'attività assicurativa), l'assistenza sanitaria ai lavoratori delle industrie della Società generale italiana della viscosa è svolto da La Vigile, istituto assicurativo creato nel 1902 e assunto nel 1927 dalla Confederazione generale fascista dell'industria italiana quale ente assistenziale. Dal 1929, quando le visite periodiche agli operai addetti a speciali lavorazioni pericolose o tossiche diventano obbligatorie, La Vigile provvede a denunciare gli eventuali casi di intossicazione all'Ispettorato corporativo e a indicare al malato le cure da seguire, il più delle volte presso il Policlinico del lavoro. Parallelamente, La Vigile svolge un'apposita consulenza per i tecnici delle ditte associate. Gli stabilimenti che ne fanno richiesta (come quelli del gruppo Viscosa) sono ispezionati in merito all'igiene dei capannoni di lavoro, all'illuminazione, al rumore, agli impianti di ventilazione, alle camere di medicazione, ai refettori, agli spogliatoi L'istituto promuove inoltre un lavoro di ricerca scientifica sulle forme morbose individuate, pubblicando i risultati ottenuti sulla propria rivista, "La rassegna di medicina applicata al lavoro industriale", sostituita nel dopoguerra da "La rassegna di medicina industriale e di igiene del lavoro"24. Ed è su questa rivista che, nel corso degli anni 1930 e 1931, troviamo importanti contributi relativamente alle intossicazioni da solfuro di carbonio.

Il clinico torinese Audo Giannotti nel luglio del 1930 pubblica una ricerca anatomo-patologica sull'intossicazione sperimentale da solfuro di carbonio, in cui descrive alcuni esperimenti condotti sugli animali25. L'anno successivo Aristide Ranelletti, direttore della sezione di Medicina del lavoro presso il Policlinico italiano del lavoro, fornisce un'attenta e accurata spiegazione medica relativamente ai sintomi e alle forme morbose legate a tale sostanza.

Nella forma lieve si ha cefalea, ottundimento di capo e senso di ubriachezza (ebbrezza solfocarbonica, descritta da Delpech), analoga a quella alcolica, ma con odore solfocarbonico dell'aria espirata. Nella forma grave, all'ubriachezza segue narcosi, che ricorda quella del cloroformio, ma con conseguenze più durature e più gravi: pallore del viso, ipotermia, rilasciatezza delle membra, abolizione di tutti i riflessi, completa insensibilità, dilatazione pupillare, coma, talora convulsioni. Anche dopo questo quadro grave si può avere man mano la restitutio ad integrum; altre volte residua paralisi. Nei casi gravissimi si può avere la morte anche fulminea o in 24-48 ore.

La forma cronica è quella che si manifesta più spesso in campo professionale e può avvenire già dopo qualche settimana dall'inizio del lavoro o, più spesso, dopo alcuni mesi o, talora, dopo alcuni anni26. Con l'andare avanti negli anni si assiste a una mutevolezza del quadro clinico, dato dal «progressivo emergere di forme più attenuate di intossicazione, per esposizioni meno massicce, ma protratte sufficientemente nel tempo»27.

Per l'Italia degli anni Venti non sono disponibili dati sicuri per connotare in maniera quantitativa tale fenomeno. Il Casellario centrale infortuni non considera i casi di malattie professionali ma solo quelli di infortunio accidentale, e anche di questi raccoglie solo quei casi che gli vengono "inviati" dalle industrie e dalle assicurazioni. Le casistiche sono esposte soprattutto sulla stampa medica o assistenziale, come la rivista dell'infail, "Rassegna di previdenza sociale", dove, fino al 1940, l'istituto pubblica i propri dati. Sebbene quindi non sia possibile produrre statistiche che in maniera affidabile illustrino il fenomeno28, partendo dai casi descritti nella pubblicistica medica29, Ranelletti riscontra che circa l'80% dei casi considerati presenta manifestazioni cliniche prevalentemente a carico del sistema nervoso, mentre il 20% a carico di altri apparati (come l'apparato digerente o il sangue), ma accompagnati comunque da disturbi nervosi. La conclusione a cui il medico giunge è quindi che «nel solfocarbonismo l'apparato nervoso risulta leso nella generalità dei casi», come conferma anche la casistica straniera30.

Tra i malati affetti dai sintomi di solfocarbonismo, visitati al Policlinico del Lavoro (sezione Medicina del lavoro), Ranelletti segnala due casi, ma dichiara di omettere, per brevità, «di altri casi di solfocarbonismo, più lievi, con sintomi prevalenti di disturbi gastrici o di lievi nevriti a carico specialmente degli arti inferiori, e che presentarono di rilevante il fatto che, con semplice allontanamento dal lavoro, si ottenne la guarigione dopo breve tempo (2, 3 settimane)»31.

Altri casi di intossicazione a Roma sono descritti dal dottor Stefani della Clinica neuropsichiatrica, in un articolo per la "Rivista sperimentale di freniatria, medicina legale, delle alienazioni mentali". La ricerca osservava cinque casi di operai della Viscosa ricoverati nella clinica, sebbene l'autore aggiunga in una nota che altri tre ricoverati per disturbi mentali provengano dallo stabilimento di raion, senza tuttavia poter stabilire un sicuro nesso tra la lavorazione e la malattia. In merito agli altri casi invece, Stefani dichiara «fondata l'ipotesi che tra i disturbi di nostri pazienti e la permanenza loro in dati reparti di tale stabilimento debba esservi una intercorrenza di effetto a causa non discutibile». Diversi sono i reparti da cui provengono i lavoratori e il periodo d'impiego alla Viscosa: 20 giorni per l'operaio impiegato nella filatura, un mese e 25 giorni per l'addetto ai reparti chimici, 7 mesi per il lavaggio. Stefani riporta inoltre l'unico caso romano di una donna intossicata, impiegata, non si sa da quanto tempo, al reparto delle confezioni matasse e ricoverata nella Clinica neuropsichiatrica nel 192832. Ma la stampa medica del periodo tende a non dare rilievo a casi di intossicazione tra la manodopera femminile, che sono generalmente condotti al «temperamento isteroide» tanto frequente tra le donne33. «Isterismo collettivo» è anche la diagnosi medica relativamente a una «epidemia di nevrosi» che colpisce quasi tutte le operaie del reparto torcitura di una fabbrica italiana di seta artificiale, così come riportato da Loriga34. Altri tre casi di intossicati da solfuro di carbonio sono descritti dal clinico Diego De Caro della Clinica psichiatrica dell'Università di Roma35.

Dal secondo semestre del 1934, stabilite le norme per l'attuazione dell'assicurazione sul lavoro, cominciano ad essere disponibili i dati dell'infail relativamente ai casi di malattia professionale36. Nel primo quadriennio, 1934-37, sono denunciati in Italia 1.688 casi, sebbene 221 di questi non siano riconosciuti, poiché ­ come abbiamo detto ­ fino al 1937 nelle industrie di viscosa sono assicurati solo quei casi che si verificano nei reparti chimici. Molto interessanti risultano quindi i dati relativi al 1938, che vedono un aumento del 287% delle intossicazioni da solfuro di carbonio. Se nel quadriennio 1934-37 i casi riconosciuti di solfocarbonismo erano stati 83, con una media annua di 24 casi, solo nel 1938 sono riconosciuti 93 casi, con una percentuale annua che passa dall'11 al 24%. Benché non tutti i casi di solfocarbonismo siano legati alla produzione di viscosa, negli anni 1934-37, 77 casi (il 93% del totale delle intossicazioni da solfuro di carbonio) si verificano in questo tipo d'industria. In ordine di frequenza seguono poi le altre lavorazioni che fanno uso di tale sostanza: la produzione stessa del solfuro di carbonio, l'estrazione di oli, essenze, resine mediante il solfuro di carbonio e la vulcanizzazione a freddo e soluzione del caucciù col solfuro di carbonio. Degli 83 casi riconosciuti nel quadriennio, sono poi indicati il numero di casi in relazione alle inabilità che producono: 60 casi di inabilità temporanea con indennità, 7 di inabilità temporanea senza indennità, 15 di inabilità perenne, 1 di morte. L'indennità o meno dei casi di inabilità temporanea dipende dalla percentuale di invalidità e dalla durata del periodo di malattia. Se questo è inferiore ai dieci giorni, l'indennità non viene riconosciuta, per franchigia. Simili sono i dati relativi al 1938: su 93 casi, 76 casi di inabilità temporanea, 16 di inabilità permanente, 1 caso di morte.

Nevriti, paralisi, psicopatie da solfocarbonismo rappresentano le forme morbose con maggiore frequenza, con 64 casi su 83, ovvero il 77%. Si verificano poi 19 casi, pari al 23%, di anemia da solfocarbonismo. Un interessante nesso si può inoltre stabilire ­ come notano Carnevale e Baldasseroni ­ tra il solfocarbonismo e il tasso di natalità degli operai impiegati37. L'apparato sessuale presenta importanti manifestazioni cliniche, tanto da essere considerate caratteristiche dell'intossicazione. Nell'uomo le manifestazioni sessuali iniziano frequentemente con uno stato di eccitazione che giunge poi ad uno stato di frigidità sessuale38. Casi analoghi avvengono anche nelle donne, ma i casi maschili sono considerati «molto più gravi, oltre ad essere più frequenti, perché mentre nella donna si può ottenere la fecondazione anche senza orgasmo, nell'uomo, se manca l'erezione o l'orgasmo, l'accoppiamento diventa impossibile o infecondo»39. Oltre a questo ­ come denuncia Castellino durante il vii Congresso nazionale di medicina del lavoro ­ «molte società hanno costruito, nelle immediate vicinanze delle officine, dei ricoveri e degli asili, o, addirittura (Roma) delle crèches per i figli degli operai: orbene, è nostro dovere far presente che, così, inconsciamente si avvelenano quelle creature cui si cerca di giovare: perché i camini e le ciminiere delle fabbriche, a meno che non si formino provvidenziali correnti d'aria, riversano al suolo, regolarmente, i gas pesanti che assorbono»40.

Il contatto, anche limitato e non diretto nella lavorazione, con il solfuro di carbonio è quindi spesso all'origine di casi di intossicazione. La migliore cura è l'allontanamento dal luogo di lavoro e l'espulsione il più possibile rapida di tale sostanza dal corpo, soprattutto nelle forme acute. Tuttavia, quando l'intossicazione si presenta con «fenomeni psichici (allucinazioni, impulsività ecc.) è sempre opportuno il trasporto dell'intossicato in apposite case di cura manicomiali, ove, a maggior ragione, devono essere trasportati quegli intossicati che presentano manifestazioni demenziali a carattere permanente»41. Ogni decisione presa dal medico di fabbrica o da quello del Policlinico dove è condotto il paziente è di fatto obbligatoria, come dichiarano gli articolo 32 e 33 delle Disposizioni per l'assicurazione obbligatoria degli infortuni sul lavoro e delle malattie professionali del 193542. Qualora quindi il medico lo ritenga necessario, l'operaio che presenta disturbi nervosi, dopo un'eventuale visita al Policlinico del lavoro, viene ricoverato all'Ospedale psichiatrico43.

Relativamente a Roma, partendo dai casi di intossicazione da solfuro di carbonio pubblicati dalla stampa medica e cercando tali dati presso l'archivio dell'Ospedale psichiatrico della capitale, è stato possibile ricostruire la storia di alcuni operai della Viscosa ricoverati in manicomio44. Nei primi casi segnalati è il commissario di pubblica sicurezza di Porta Pia a chiedere il ricovero, come si legge nella cartella clinica dell'operaio D. G. A., 35 anni, nato a Napoli e residente a Roma, capo reparto lavaggio alla Viscosa, ricoverato al S. Maria della Pietà il 26 agosto 1927. Nel referto del reparto ospedaliero "sospetti alienati" del Policlinico Umberto i, dove è inizialmente portato, si dichiara:

Il paziente è stato trovato affetto da paranoia e in stato di eccitamento, malattia che rende l'infermo pericoloso a sé e agli altri. [] È quindi necessario che il malato sia d'urgenza trasportato in un manicomio od in una casa di salute.

Non vi è da parte dei medici e del personale del manicomio alcun riferimento all'origine della malattia, che si limitano a descrivere come «stato di eccitamento» e a cercare semmai qualche ragione nella storia biografica del malato e della sua famiglia. L'operaio tuttavia sembra cosciente della propria malattia.

Attribuisce il suo internamento a disturbi mentali che sarebbero stati cagionati da gas velenosi, respirati nell'officina della Viscosa. In seguito a ciò fu preso da vomito e da delirio di grandezza, come dice egli stesso. All'improvviso gli parve di essere diventato un uomo straordinario, capace di fare delle scoperte grandiose. Aveva anche delle visioni a contenuto terrificante. Impressionato per questi fatti il giorno appresso ricorse dal dottore della Viscosa che aveva portato una rinnovazione per i procedimenti tecnici di lavaggio della seta, ai quali il paz. attribuisce la sua malattia.

Ebbe un forte diverbio col detto dottore e conferma di aver alzato la voce e di aver usato frasi ingiuriose. Venne per questo portato alla clinica psichiatrica dove il delirio continuò presso a poco come prima. Qui è guarito completamente (egli dice), però di tanto in tanto quando alza la testa ha ancora delle visioni: teste di morti, serpenti, ecc...45.

Per Ranelletti in questo caso di psicosi solfocarbonica è importante notare «che esistono condizioni di predisposizione nelle tare nervose individuali; che l'intossicazione si inizia dopo soli 7 mesi di lavoro, e nel reparto lavaggio fatto con il sistema a pioggia, dapprima con disturbi gastrici e subito dopo con disturbi psichici, disturbi che, coll'allontanamento dal lavoro, si attenuarono in circa un mese».

Di «tare nervose individuali» Ranelletti parla anche a proposito di un altro caso illustrato. G. V., operaio ventenne impiegato da alcuni anni alla Viscosa e negli ultimi mesi nel reparto lavaggio col sistema a pioggia.

Da qualche settimana soffre di mal di capo e perciò è stato portato al Policlinico. Riferisce che da qualche tempo «sente delle voci», ma non sa distinguere che cosa dicono; ha visto talora «come delle ombre» davanti agli occhi.

Ma poiché il paziente dichiara di aver sofferto due anni fa di un attacco epilettico, Ranelletti diagnostica «una sindrome schizofrenica che persiste da tre anni»46.

Il primo caso del quale il medico afferma che «non esistono condizioni predisponenti né ereditarie» è quello di A. A., 24 anni, accompagnato al manicomio il 20 luglio 1929 per ordine del commissariato di Porta Pia. Nato ad Avezzano, domiciliato a Roma, era cementista, operaio alla Viscosa da due mesi, addetto al lavaggio della cellulosa. La forma morbosa primitiva indicata è di «stato confusionale (con stupore)». È la sorella a raccontare al medico l'inizio della malattia.

Fin dai primi giorni cominciò ad impallidire e ad accusare debolezza. I disturbi mentali avvennero l'11 corr. Si lamentava di essere avvelenato con acido. Aveva allucinazioni. Era preso da crisi di pianto e di tremore. Si lamentava anche di dolori addominali. La notte non riposava affatto e desiderava passeggiare all'aperto.

Nella cartella clinica il medico annota:

Il malato è molto confuso e non risponde alle domande che gli fanno; ho potuto sapere da un suo amico che lavorava alla Viscosa, e nei primissimi giorni della malattia diceva che era stato avvelenato, poi non ha più parlato; e durante il giorno non fa altro che piangere. Si nutre però bisogna imboccarlo, non è andato di corpo, e non ha orinato.

E ancora, ad una settimana dal ricovero, il 27 luglio:

Nel reparto si è mostrato sempre depresso, confuso, smarrito. Non parla spontaneamente, né risponde alle domande; spesso cambia la faccia. La notte a volte riposa, a volte è insonne e irrequieto. [] Non sa dove si trova; dice di avere la testa confusa e di sentire dolore al ventre.

Il 5 novembre 1929 l'Ospedale psichiatrico provinciale de L'Aquila chiede il trasferimento da Roma del ricoverato. Tuttavia A. A. sta già meglio, tanto che il 24 novembre il paziente è dimesso47.

Lo «stato stuporoso» è invece la diagnosi fatta a un operaio di Padova, impiegato alla Viscosa di Roma da circa due mesi e alloggiato nel convitto interno alla stabilimento, che, su richiesta del commissario di San Lorenzo, il 29 gennaio 1939 viene ricoverato in manicomio.

Arriva in lettiga, assicurato mani e piedi, non si possono dare notizie perché non risponde a nessuna domanda. Nel pomeriggio ha avuto visita dal fratello e ha detto di essere della provincia di Padova e da circa due mesi che è in Roma, lavorava alla Viscosa. Mercoledì scorso ha lavorato, giovedì mattina quando si è alzato disse al fratello che lui era con Dio, e quello che faceva era tutto per il permesso di Dio.

Durante la degenza nel manicomio passa i primi giorni senza parlare, neppure con il fratello che va a trovarlo, fa solo alcuni gesti «incomprensibili» e balbetta appena qualche parola. Con il tempo la malattia si attenua e, nel maggio 1939, il fratello ottiene dal Tribunale di Roma di poter «ritirare» il paziente, «per richiesta» e sotto la sua «responsabilità»48.

La prima volta che compare la dicitura solfocarbonismo in una cartella clinica è nel 1940. Il paziente è ricoverato il 18 agosto per ordine del commissario di S. Lorenzo. La forma morbosa preventiva è il delirio, quella secondaria il dolore formicolare. Nella voce «rettificazione della diagnosi» si legge per la prima volta «stato allucinatorio-delirante tossico (solfocarbonismo)». Dalla cartella clinica si apprende che il ricoverato, di religione ebraica,

manifesta un chiaro delirio religioso, secondo il quale egli avrebbe la missione di Dio di migliorare i bambini, di servire «tutti i poveri di famiglia». Un giorno, uscendo di casa, una persona lo ha preso per mano e gli ha detto «figliolo, ti accompagno io al Ministero delle guerre!». Questa persona era sicuramente Iddio! Il delirio del malato è perfettamente lucido, sostenuto con convinzione.

Il medico Diego De Caro, della Clinica psichiatrica dell'Università di Roma, riferisce alcune notizie su questo caso in un articolo per "L'ospedale psichiatrico". L'operaio, di 24 anni, vulcanizzatore, dopo essere stato lungamente disoccupato, è stato assunto al reparto di lavorazione del fiocco da due mesi49. È lo stesso paziente a descrivere l'origine della sua malattia, come annota il medico durante la visita del 12 ottobre.

Riguardo alla malattia sofferta riferisce che lavorava alla Viscosa da un paio di mesi, a contatto quasi continuo con esalazioni di solfuro di carbonio, quando cominciò ad avvertire qualche senso di confusione alla testa. [] Poi un giorno comiciò a sentire qualche voce e gli sembrava che la persona che gli parlava volesse guidarlo. Egli si sentiva un po' esaltato. Finì il lavoro alle ore 23, andò a casa ma non dormì. Al mattino, sentendosi ancora esaltato, si recò al ministero della Guerra: voleva essere ricevuto da qualcuno per raccomandarsi perché fosse accolta una sua domanda già presentata e chiedeva di essere inviato in guerra. Gli sembrava di essere diventato qualcuno che poteva fare e voleva fare di più per la Patria. [] Al portone del Ministero evidentemente si accorsero che egli era esaltato e lo accompagnarono al Commissariato e di lì alla Clinica Psichiatrica. [] Afferma che dopo l'ingresso in Clinica non ha più sentito "voci", ma solo un senso di esaltamento. Da circa un mese si sente normale.

È dimesso il 17 ottobre 1940, dopo due mesi di reclusione50.

La forte concorrenza straniera, la diffusione delle fibre sintetiche, i gravi rischi per la salute non soltanto degli operai, ma anche degli abitanti di quella città che rapidamente si va espandendo attorno alla fabbrica, sono tra le ragioni che portano alla chiusura definitiva della Viscosa nel marzo 1955. Alla fine degli anni Novanta, dopo quarant'anni di totale abbandono, all'interno di una grande speculazione edilizia nell'area, cominciano i lavori per la costruzione di un ipermercato. A causa degli scavi per la realizzazione di parcheggi per l'edificio, che intercettavano una falda acquifera, dando origine a un piccolo lago artificiale, e per l'opposizione del comitato di quartiere Pigneto-Prenestino, che chiede spazi verdi piuttosto che attività commerciali, è impedita l'ultimazione dei lavori. Nel febbraio 1995 il comitato di quartiere, occupando parte dell'area, dà vita al centro sociale occupato autogestito ex-Snia Viscosa (tuttora attivo), riuscendo ad ottenere dal Comune di Roma, due anni dopo, che parte dell'area della Viscosa (dove negli anni Venti erano stati costruiti i dormitori della fabbrica e altri capannoni adibiti all'assistenza sociale per gli operai) sia trasformata in un parco pubblico. La parte che tuttora è abbandonata, una giungla in città51, si appresta a diventare una delle future sedi scelte dall'Università di Roma "La Sapienza" per il proprio piano di decentramento.

Note

1. J. Mokyr, Il cambiamento tecnologico, 1970-1945, in Storia d'Europa, L'età contemporanea, 5, Einaudi, Torino 1996, p. 359.

2. La cellulosa, purificata con processi chimici ordinari, è nitrificata (i prodotti ammoniacali di decomposizione degli organismi e delle loro escrezioni sono trasformati in acido nitroso e nitrico) per mezzo di un miscuglio a date proporzioni di acido solforico e di acido azotico. Si ottiene così la nitrocellulosa, la sostanza madre della seta artificiale. Questa, denitrificata, purificata, essiccata sino a non contenere più del 30% di umidità, è trasformata in collodio, per mezzo di una soluzione di alcool ed etere con agitatori rotativi automatici. Il collodio, sottoposto ad una pressione di 40-50 atmosfere in un apparecchio speciale, è compresso attraverso tubi di vetro, capillari, raffreddati esternamente da una corrente di acqua continua. Allo sbocco dei tubi, grazie al contatto con l'acqua, il collodio si solidifica, formando un filo, trasportato su un rocchetto animato da un movimento di rotazione.

3. G. Nerbini, Industrie romane. L'industria della seta artificiale, in "Capitolium", 3, 1925, p. 60.

4. Medici francesi, inglesi e tedeschi, fin dalla metà dell'Ottocento, avevano documentato casi di intossicazione nelle industrie della gomma e delle calzature (relativamente all'applicazione di suole di gomma), legati all'uso del solfuro di carbonio. Cfr. M. A. Delpech, L'industrie du caotchou soufflé, recherches sur l'intoxication que determine le sulfure de carbone, in "Annales d'hygène publique et de médicine légale", 1, 1863, pp. 104-5.

5. Per la storia dei processi produttivi e delle trasformazioni societarie precedentemente descritti, cfr. Osservatorio economico della Cisa Viscosa, La Cisa Viscosa nel suo xx anniversario, Danesi, Roma 1942; Snia Viscosa, Mezzo secolo di Snia Viscosa, Pan editrice, Milano 1970; C. Rodanò, G. Bavestrelli, Rayon, in Enciclopedia italiana, vol. xxviii, Istituto dell'Enciclopedia italiana, Roma 1935, pp. 882-89; F. M. Biscione, Alberto Fassini, in Dizionario biografico degli italiani, vol. 45, Istituto dell'Enciclopedia italiana, Roma 1955, pp. 279-83; Gruppo Snia Bpd, Un futuro di esperienza, A. F. Lucini, Milano; Consiglio provinciale di Roma, Per la difesa dell'industria romana e contro la smobilitazione della Cisa-Viscosa, adunanza del 17 luglio 1954, Roma; Video, Chimica del Friuli, Gruppo Snia Bpd, Torviscosa, una storia, Torviscosa 1994.

6. R. Romeo, Breve storia della grande industria in Italia, Cappelli, Bologna 1961, p. 149.

7. Per un'analisi dei tempi, degli spazi e dell'assistenzialismo alla Viscosa di Roma cfr. A. Sotgia, Una fabbrica lungo la via Prenestina: la Viscosa di Roma negli anni Venti e Trenta, in "Giornale di storia contemporanea", 1, 2003, pp. 42-53.

8. Intervista rilasciata all'autrice: A. Quercia, Roma, 18.4.2003.

9. Il procedimento produttivo (brevettato in Inghilterra da Charles Frederick Cross, Edward Johns Bevan e Clyton Bearle alla fine dell'Ottocento) avviene inserendo la cellulosa del legno, sotto forma di fogli, in un bagno di soda caustica. Viene poi pressata e quindi trasformata in un prodotto dalla viscosità più elevata, l'alcalicellulosa. La sostanza così ottenuta, dopo essere stata lavorata dai disintegratori, è lasciata in recipienti di maturazione per alcuni giorni e poi trasferita nei baratti, grossi cilindri di ferro a chiusura ermetica, dove, grazie all'azione del solfuro di carbonio, si trasforma in xantogenato di cellulosa, una pasta di colore giallo-arancio. Questa lavorazione viene mescolata nei mescolatori e lasciata maturare fino alla trasformazione in viscosa. Passando poi attraverso le filiere, la viscosa assume la forma di un filamento, che viene arrotolato su delle bobine. Il reparto successivo è quello del lavaggio, a cui segue una prima essiccazione e la torcitura, dove diversi filamenti sono lavorati assieme per formare il filo di raion. Gli ultimi procedimenti sono quelli dell'aspatura (dove il raion è raccolto in matasse), del candeggio e della scelta. Dai primi anni Trenta, alla produzione del filo è affiancata quella del fiocco, una fibra corta, che può essere quindi lavorata anche dai macchinari delle industrie tessili tradizionali. Cfr. Osservatorio economico della Cisa Viscosa, La Cisa Viscosa, cit.; Snia Viscosa, Mezzo secolo, cit.; Rodanò, Bavestrelli, Rayon, cit.; B. Bianchi, I tessili: lavoro, salute, conflitti, in "Annali della Fondazione G. G. Feltrinelli", xx, Feltrinelli, Milano 1981.

10. A. Ranelletti, Il solfocarbonismo professionale, i, in "Rassegna di medicina applicata al lavoro industriale", 5, 1930.

11. Bianchi, I tessili, cit., pp. 982-3.

12. G. Quarelli, Intossicazione da solfuro di carbonio della lavorazione di seta artificiale. 4 casi osservati nell'Ospedale Maggiore di S. Giovanni Battista e della Città di Torino, in "Il contributo dell'Italia al v Congresso medico per gli infortuni del lavoro e per le malattie professionali" di Budapest, 2-8 settembra 1928, Ed. della Cassa Nazionale Infortuni, Roma 1929, p. 10. Un caso d'incendio avviene a Roma nel febbraio 1928 nel reparto baratti. Un operaio aspira i gas prodotti dalla combustione per 5 o 6 minuti, senza dimostrare sintomi di intossicazione. Tuttavia dopo 8 mesi comincia ad avvertire deperimento, inappetenza e disturbi intestinali vari e muore due anni dopo per tubercolosi. Questo caso è portato in tribunale, in seguito alla denuncia fatta dai familiari contro la Viscosa, ma il dottor Aiello (lo stesso che riporta il caso) stabilisce che non vi sono relazioni tra l'incendio e la forma di tubercolosi. G. Aiello, Medicina del lavoro, aspetti clinici e sociali, prevenzioni, Milano 1941, pp. 208-11.

13. Ranelletti, Il solfocarbonismo professionale, i, cit.

14. Bianchi, I tessili, cit., pp. 982-3.

15. Visita effettuata dall'autrice allo stabilimento di Rieti della Società Nuova Rayon Italia, 11.2.2002.

16. Allo stesso modo sono considerate le lavorazioni delle industrie per la fabbricazione di solfuro di carbonio, l'estrazione di oli, grassi, essenze o resine, mediante il solfuro di carbonio e la vulcanizzazione della gomma. "Lex", 1929/i, pp. 1034-9.

17. "Lex", 1935, ii, p. 1244.

18. «Il lavaggio a freddo, per quanto prolungato, non è sufficiente a liberare del tutto il filato dal solfuro di carbonio. Anche nella fase di essiccamento i pericoli derivanti dal solfuro di carbonio non sono da trascurarsi». P. Didonna, Prevenzione igienica del solfocarbonismo, in "Atti del xi Congresso nazionale di medicina del lavoro" di Torino, 1934, G. Vogliotti, Torino 1935, p. 435.

19. E. C. Vigliani, C. L. Cazzullo, Alterazioni del sistema nervoso centrale di origine vascolare nel solfocarbonismo, in "Medicina del Lavoro", 2, 1950, pp. 49-59.

20. "Lex", 1956, i, p. 660.

21. A. Ceconi, Polineuriti, in "Minerva medica", 6, 1925, p. 281.

22. P. Redaelli, Sull'anatomia patologica dell'avvelenamento cronico da solfuro di carbonio, in "Bollettino Società Medica Chirurgica di Pavia", 2, 1925.

23. G. Loriga, Le condizioni igieniche nell'industria della seta artificiale, in "Bollettino del lavoro e della previdenza sociale", 5, 1925, pp. 86-95.

24. "La Vigile" e l'assistenza sanitaria ai lavoratori dell'industria, Torino 1932.

25. G. B. Audo Gianotti, Ricerche anatomo-patologiche sull'intossicazione sperimentale da solfuro di carbonio, in "Rassegna di medicina applicata al lavoro industriale", 4, 1930.

26. A. Ranelletti, Il solfocarbonismo professionale, iii, in "Rassegna di medicina applicata al lavoro industriale", 5, 1931.

27. F. Carnevale, A. Baldasseroni, La lotta di Mussolini contro le malattie professionali (1922-1943). I lavoratori e il primato italiano nella produzione di seta artificiale, in "Epidemiologia e prevenzione", 2, 2003, p. 117.

28. F. Carnevale, A. Baldasseroni, Mal da lavoro, Laterza, Roma-Bari 1999, pp. 86-7.

29. A. Ranelletti, Il solfocarbonismo professionale, ii, in "Rassegna di medicina applicata al lavoro industriale", 2, 1931. Nel testo si fa riferimento anche a G. Bignami, Modificazioni del sangue nell'avvelenamento da solfuro di carbonio, in "Bollettino Società Medica Chirurgica di Pavia", 6, 1925; C. Chiri, Intossicazione cronica da solfuro di carbonio, in "La medicina del lavoro", 4, 1930; Tommasi, Poppi, Sette casi di psicosi tossiche nei lavoratori della seta artificiale, in "Note e rivista di psichiatria", 1927; A. Trossarelli, Tredici casi di disturbi mentali nei lavoratori di seta artificiale, in "Rassegna di studi psichiatrici", 2, 1928; Quarelli, Intossicazione da solfuro di carbonio, cit.

30. Ranelletti, Il solfocarbonismo professionale, iii, cit.

31. Ranelletti, Il solfocarbonismo professionale, ii, cit.

32. S. Stefani, Reazioni psichiche negli operai della seta artificiale, in "Rivista sperimentale di freniatria, medicina legale, delle alienazioni mentali", 6, 1929, pp. 207-34.

33. Bianchi, I tessili, cit., p. 994.

34. Loriga, Le condizioni igieniche, cit., p. 89.

35. D. De Caro, Le psicosi da solfocarbonismo, in "L'Ospedale psichiatrico", 5, 1941, pp. 217-20.

36. Tutti i dati seguenti sono forniti dall'infail e riportati da A. Ranelletti, Considerazioni sui risultati dell'applicazione dell'assicurazione obbligatoria delle malattie professionali nel primo quadriennio, 1934-1937, in Atti del xiii Congresso nazionale di medicina del lavoro di Bari, 10-12 settembre 1938, Laterza e Polo, Bari 1939; Id., Le malattie del lavoro, L. Pozzi, Roma 19403, p. 275.

37. Carnevale, Baldasseroni, Mal da lavoro, cit., pp. 89-94.

38. Quarelli, Intossicazione da solfuro di carbonio, cit.

39. L. Barbera, La denatalità delle famiglie degli operai che lavorano col solfuro di carbonio, in "Lavoro Umano", 4, 1943, p. 114. L'autore conduce anche, nei primi anni Quaranta, un'indagine in uno stabilimento di circa duemila operai di ambo i sessi a Forlì, per la produzione di seta artificiale (filo e fiocco). Per l'autore i dati ottenuti dimostrano chiaramente che «almeno nelle condizioni di lavoro esistenti nella fabbrica da me presa in esame, la natalità è seriamente alterata nel senso di una spiccata diminuzione negli operai che si erano sposati prima di lavorare col tossico; negli operai che si sono sposati durante gli anni del lavoro con il solfuro di carbonio, la natalità è stata inferiore del 50 per cento di quella presentata dalla più infeconda categoria operaia, quella cioè dei meccanici specialisti! Il solfuro di carbonio potrebbe quindi rendersi responsabile della bassa natalità degli operai lavoranti nei reparti ove questo pericolo tossico viene manipolato», pp. 113-23.

40. N. Castellino, Sulla patologia dei lavoratori della seta artificiale, in "Atti del vii Congresso nazionale di medicina del lavoro" di Parma, Modena, Carpi, 24-26 ottobre 1927, Milano 1928, p. 153.

41. Quarelli, Intossicazione da solfuro di carbonio, cit., p. 59.

42. «Art. 32, L'infortunato non può, senza giustificato motivo, rifiutare di sottoporsi alle cure mediche e chirurgiche, compresi gli atti operativi, che l'istituto assicuratore ritenga necessarie. [] Il rifiuto ingiustificato a presentarsi alle cure o la non esecuzione delle cure prescritte importano la perdita del diritto all'indennità; Art. 33, Per la esecuzione delle di cui agli articoli precedenti ed anche a scopo di accertamento l'istituto assicuratore può disporre il ricovero dell'infortunato in una clinica, ospedale od altro luogo di cura indicato dall'istituto medesimo». R. D. 17 agosto 1935, n. 1765, artt. 32 e 33, in "Lex", 1935, ii, pp. 1221-45.

43. I medici degli ospedali psichiatrici di diverse città documentano numerosi casi di pazienti ricoverati e provenienti da fabbriche di viscosa. Relativamente al Regio manicomio di Torino (case di Collegno e Torino), cfr. Trossarelli, Tredici casi, cit.; relativamente a Padova, cfr. Bianchi, I tessili, cit., pp. 985-8.

44. Il materiale documentario, prodotto dalla fabbrica negli anni della sua attività e lasciato nei capannoni al momento della chiusura, è stato in parte recuperato, raccolto e conservato da parte del centro sociale che occupa quegli spazi, prima che un incendio scoppiato nell'area ne distruggesse un'altra parte. Questa ricerca è strettamente legata a tale esperienza di recupero, benché le difficoltà a utilizzare compiutamente la documentazione esistente in loco abbiano in parte modificato il progetto originario, che, non potendosi avvalere del confronto con tale materiale, sconta una carenza di sistematicità, che avrebbe potuto essere superata solo dall'utilizzo diretto delle fonti. I casi considerati sono quindi quelli esposti da Ranelletti, Il solfocarbonismo professionale, ii, cit.; De Caro, Le psicosi da solfocarbonismo, cit.

45. Archivio Storico Ospedale provinciale S. Maria della Pietà per malattie mentali (d'ora in poi assmp), cartella clinica n. 2483/1927.

46. Ranelletti, Il solfocarbonismo professionale, ii, cit.

47. assmp, novembre dal 19 al 30/1929, cartella clinica di A. A.

48. assmp, maggio dal 1 al 9/1939, cartella clinica di F. L.

49. De Caro, Le psicosi da solfocarbonismo, cit., p. 214.

50. assmp, ottobre dal 10 al 19/1940, cartella clinica di F. M.

51. G. Scandurra, Una giungla in città, in "Diario", 8.8.2003.