Clienti del papa, ministri del re.

Le relazioni tra il cardinal nepote

e ufficiali napoletani nel primo Seicento*

di Guido Metzler

È difficile oggi definire con precisione quello che può, e deve, essere analizzato dalla storia diplomatica. Per molti decenni, o addirittura per più di un secolo, invece, ciò è sembrato facile. La storiografia, e non solo quella di indirizzo nettamente diplomatico, avrebbe dovuto occuparsi prevalentemente delle Haupt- und Staatsaktionen, cioè dei grandi avvenimenti su scala internazionale, dei rapporti formali e dei trattati fra i singoli stati in tempo di guerra e di pace, dei prìncipi e dei maggiori protagonisti della scena politico-diplomatica, nonché delle loro azioni, dei loro pensieri e delle loro strategie. In tal modo, la storia diplomatica veniva considerata in gran parte una histoire événementielle, quindi d'estrazione piuttosto positivista. Questo persistente approccio "tradizionale", sostanzialmente eredità dell'Ottocento, spiega perché le correnti più innovatrici della storiografia recente, come per esempio la storia sociale, la microstoria, l'antropologia storica e i cultural studies, riuscirono a influenzare solo marginalmente lo studio della storia diplomatica. Negli ultimi anni però, si è di fronte a un mutamento fondamentale, grazie al quale, ora, la storia diplomatica si è aperta ai nuovi impulsi storiografici, interessandosi, sempre di più, al funzionamento stesso della politica e ponendo l'accento sulle pratiche sociali e culturali che stanno alla base di ciò che al giorno d'oggi prende il nome di "politica estera"1.

Tra i nuovi approcci allo studio della storia diplomatica, possiamo anche annoverare il concetto di Verflechtung, che finora è stato applicato soprattutto allo studio dei rapporti socio-politici all'interno dei nascenti stati europei. In quest'ambito, infatti, la ricerca si è concentrata, sostanzialmente, sulla questione di come l'esistenza di reti di relazioni sociali ostacolassero o, al contrario, favorissero e accelerassero i processi di burocratizzazione, centralizzazione e razionalizzazione, sviluppi, questi, giudicati non solo decisivi per la "modernizzazione" degli apparati amministrativi, ma anche cruciali per una sempre più efficace affermazione e gestione del potere, fino a giungere a strutture e prassi politiche considerate tipiche dello stato moderno tout court2. Applicando l'approccio della Verflechtung allo studio della politica estera, riguardo

Dimensioni e problemi della ricerca storica, n. 1/2004


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l'analisi dei rapporti tra stati, emergono questioni in qualche modo differenti3. Non si tratta più di chiarire l'impatto dei meccanismi di aggregazione sociale sull'affermazione di un sistema politico, e sulla genesi di un'élite politico-amministrativa fedele e referente a un potentato, bensì di stabilire se, e in quale misura, fossero presenti rapporti di tipo informale fra persone appartenenti a differenti stati, e quindi fedeli a diversi poteri, e come questi fossero parte integrante della prassi diplomatica.

Prima di iniziare l'analisi micropolitica di queste relazioni, cioè lo studio dei comportamenti e delle azioni, sotterranee rispetto alla "grande politica", ma utili al fine di creare condizioni favorevoli alla salvaguardia d'interessi sia privati sia pubblici e, in qualche modo, collegate all'attività prettamente diplomatica, occorre definire che cosa sia la Verflechtung, ossia l'intreccio dei rapporti interpersonali. Questo concetto, d'origine sociologica e antropologica, introdotto nella storiografia soprattutto da Wolfgang Reinhard, descrive le reti di rapporti interpersonali, come fondamentali per il funzionamento delle società dell'Ancien Régime. Secondo la classificazione di Reinhard, queste reti vengono a costituirsi e si rafforzano tramite l'instaurarsi di quattro tipi di legami, inerenti la parentela, la provenienza regionale, le relazioni di patronage e i rapporti d'amicizia. L'appartenenza a una rete sociale, per niente statica ma in continua evoluzione, risulta così l'imprescindibile condizione per qualunque rapporto, politico o meno. Di conseguenza, è proprio questa analisi micropolitica che mira a comprendere il dinamismo, intrinseco a questo intreccio di relazioni sociali, ponendo al centro dell'attenzione la gamma di strumenti, grazie alla quale venivano a stabilirsi legami sociali, più o meno duraturi e fruttuosi per lo status sociale delle aggregazioni familiari e per le loro strategie4.

Questo contributo si propone quindi di esaminare in prospettiva micropolitica, cioè sotto la lente della Verflechtung, i rapporti tra la Curia romana e il Regno di Napoli durante il pontificato di Clemente viii Aldobrandini (1592-1605) e, soprattutto, quello di Paolo v Borghese (1605-1621)5. Lo stesso non pretende di fornire un panorama esaustivo delle relazioni tra Roma e Napoli, in quanto l'analisi sarà limitata ai rapporti tra le élites politiche e, in modo ancora più specifico, ai rapporti tra il cardinal nepote e alcuni personaggi presenti all'interno delle istituzioni napoletane. In questo contesto, i legami di parentela, provenienza regionale e amicizia si rivelano di minor interesse, mentre di primaria importanza risultano i rapporti di patronage. Occorre, in primo luogo, identificare i protagonisti di tali relazioni informali, stabilendo quali fossero i contatti e quali i rapporti di forza al loro interno. Mentre il fatto che il cardinal nepote fosse in regolare corrispondenza sia con il nunzio apostolico sia con il viceré di Napoli non desta stupore, poiché il primo


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era il rappresentante ufficiale del papa mentre il secondo rappresentava il re di Spagna6, si deve invece spiegare come mai anche membri dell'amministrazione centrale napoletana mantenessero, a loro volta, rapporti con la Curia romana. L'articolo cercherà, dunque, di rispondere alle seguenti domande: per quale motivo il papa e il cardinal nepote stabilirono rapporti con reggenti, avvocati e giudici nella capitale del Regno? Quali interessi spinsero quest'ultimi ad entrare nella clientela del papa? Fino a che punto queste relazioni furono intense, stabili e durature? I legami stabiliti con il papa interferirono in qualche modo con la lealtà degli ufficiali napoletani dovuta al re di Spagna? Quali (eventuali) ripercussioni si possono cogliere sul funzionamento delle istituzioni napoletane?

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Servizi e favori:

clienti romani nell'amministrazione napoletana

Per semplificare possiamo suddividere i clienti papali nelle istituzioni napoletane in due gruppi distinti. Del primo gruppo, del quale ci occuperemo sia in questo sia nel prossimo paragrafo, facevano parte quegli ufficiali che, al momento di entrare nella clientela del papa, stavano già ricoprendo una carica importante nella burocrazia regia e, per tale motivo, ovviamente, avevano attirato l'attenzione del cardinal nepote. Sotto Paolo v, infatti, sia il cardinale Scipione Borghese, sia i diversi nunzi apostolici residenti a Napoli, erano impegnati soprattutto a rendersi obbligato uno dei reggenti del Consiglio Collaterale, organo centrale della amministrazione regia.

Tra i primi clienti napoletani della famiglia Borghese troviamo, infatti, Giovanni Francesco de Ponte, il reggente più potente all'interno del Collaterale e, dal 1604, delegato alla regia giurisdizione. Già poco tempo dopo aver ottenuto quest'incarico, a causa di un processo per bigamia, a carico di un certo Gabriele Sodano, de Ponte incontrò serie difficoltà, che assunsero le dimensioni di un conflitto generale di competenza tra giurisdizione ecclesiastica e regia. De Ponte fu dapprima scomunicato da Clemente viii e, nel giugno del 1605, nuovamente da Paolo v. Soltanto un anno dopo, e in seguito a lunghe trattative che prevedevano però la rinuncia alla sua carica, il reggente fu assolto7. Il successivo avvicinamento tra il de Ponte e il papa venne facilitato dall'aiuto che il reggente stesso prestò al nunzio Guglielmo Bastoni in alcuni affari. Infatti, operando insieme a un suo cugino, il consigliere Marcantonio de Ponte, Giovanni Francesco difese il monopolio dalla vendita, nel Regno di Napoli, degli allumi prodotti nello Stato della


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Chiesa, entrando in conflitto con la Regia Camera della Sommaria che cercava, invece, di consentire l'importazione di allumi dall'impero ottomano8. Inoltre, quando il Collaterale e la Sommaria progettarono di costruire una nuova strada da Napoli fino alla Puglia, Giovanni Francesco de Ponte appoggiò il desiderio del papa di far seguire alla nuova strada il tracciato della vecchia, in modo da attraversare l'enclave papale di Benevento9. Nel luglio del 1606, il reggente ricevette finalmente il sospirato breve d'assoluzione e approfittò dell'occasione per ringraziare Scipione Borghese di averlo accolto tra i suoi clienti10. Alla fine dello stesso anno, de Ponte si trasferì a Roma dove partecipò perfino alla cosiddetta «guerra delle scritture» contro Venezia, componendo il trattato Juris risponsum super censura Veneta, in difesa dell'interdetto contro la Serenissima. Per riconoscenza, il cardinale Borghese gli offrì la sua protezione per assicurargli un esito positivo della visita generale del Regno di Napoli, ordinata dal re di Spagna, e appena iniziata nel 1607. A questo scopo, lo raccomandò al visitatore regio, l'arcivescovo di Salerno, Juan Beltrán de Guevara, al presidente del Consiglio d'Italia, al Duca di Lerma, al confessore del re e al nunzio di Spagna, mentre Paolo v inviò, addirittura, un breve allo stesso Lerma, valido di Filippo iii11.

Il cardinal nepote non si limitò a favorire l'ex-reggente stesso, ma protesse anche suo figlio Pietrantonio e il cugino Marcantonio. Già nel 1605, il Borghese raccomandò quest'ultimo al viceré Juan Alonso Pimentel de Errera, conte di Benavente, per il posto di reggente, benché ancora non si sapesse se Giovanni Francesco fosse davvero disposto a rinunciare al suo incarico12. Dal 1605 al 1607, numerose raccomandazioni e brevi, a favore del cugino, furono indirizzati al viceré di Napoli, al nunzio di Spagna e al duca di Lerma13. Nel 1606, il viceré Benavente propose senza successo Marcantonio per l'ufficio di presidente della Sommaria. Nel 1608 questi fu addirittura candidato al più prestigioso incarico di reggente del Consiglio d'Italia. Benché il Consiglio preferisse, per tale incarico, il presidente, Giacomo di Saluzzo, e il consigliere, Carlo Tapia, il re conferì la carica a Marcantonio de Ponte, grazie, probabilmente, a un intervento del papa14. Con minori difficoltà, il cardinale Borghese riuscì a promuovere la carriera del teatino Pietrantonio, figlio di Giovanni Francesco che, nel maggio del 1607, ricevette il vescovato di Troia, vacante dopo la morte dell'ex-nunzio Jacopo Aldobrandini15. Nel 1610, il cardinal nepote destinò Pietrantonio addirittura alla nunziatura di Graz, dove quest'ultimo rimase fino al 161316. Terminato l'incarico, Pietrantonio si trattenne prevalentemente nella sua diocesi o a Napoli, da dove inviò regolarmente regali al cardinale. Tra questi si annovera il dipinto "Il giudizio di Salomone", che oggi si trova a Roma nella Galleria Borghese17. Pietrantonio aiutò anche il nunzio Paolo Emilio Filonardi a


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ricuperare i manoscritti di Giovanni Francesco de Ponte, dopo la sua morte nel 1616, impresa tutt'altro che facile poiché tali manoscritti, essendo costituiti da scritture giuridiche, avevano anche suscitato l'interesse del viceré e del Collaterale18. Nonostante la sua provata lealtà alla famiglia Borghese e il suo desiderio di essere di nuovo nominato nunzio, Pietrantonio non ricevette, in seguito, alcuna carica dal cardinal nepote19, in quanto, a quest'ultimo, parvero probabilmente più utili i rapporti con Marcantonio de Ponte al quale, nel 1611, fu assegnata la presidenza del Sacro regio Consiglio e che, in questa carica, partecipò anche alle riunioni del Collaterale20. Come presidente del Sacro regio Consiglio, Marcantonio aveva il diritto di attribuzione delle cause ai singoli consiglieri e, per questo, poteva favorire il cardinale in alcuni suoi processi beneficiali che occupavano le ruote di questo tribunale. Sulla base della documentazione pervenutaci, è purtroppo impossibile valutare se, e in quale misura, la famiglia papale abbia effettivamente approfittato di questa relazione.

Quando Giovanni Francesco de Ponte rinunciò al suo incarico, venne sostituito da Fulvio di Costanzo, marchese di Corleto dal 1601, e reggente del Collaterale dal 1602. Questi si affermò, in breve tempo, come personaggio più influente all'interno del Collaterale e, nel 1606, succedette al de Ponte anche nell'ufficio di delegato alla regia giurisdizione21, funzione nella quale si trovava spesso a negoziare con il nunzio e con la Curia romana, nel momento in cui sorgevano conflitti di giurisdizione tra autorità regia ed ecclesiastica. Già nel 1606 il nunzio Bastoni si accorse dell'importanza del ruolo del di Costanzo, e consigliò al cardinal nepote di renderselo obbligato22. Il fatto che, nel 1607, Giovanni Battista di Costanzo, arcivescovo di Cosenza e fratello del marchese, ricevette il governo di Camerino, nello Stato della Chiesa, può essere interpretato come un primo tentativo da parte di Scipione Borghese di avvicinare il reggente alla sua clientela, mentre gli "Avvisi di Roma" attribuirono, invece, il favore concesso al di Costanzo a un intervento del cardinale Acquaviva, arcivescovo di Napoli, che voleva ottenere la benevolenza del reggente in occasione di un particolare conflitto di giurisdizione23. Nel 1610, il marchese di Corleto aiutò i Borghese a concludere l'acquisto del feudo di Sulmona24. A distanza di poco tempo, all'inizio del 1611, Ettore Gironda, nipote del marchese, ricevette il vescovato di Massalubrense25 e, due anni dopo, Paolo v e il cardinal nepote acconsentirono al fatto che un figlio del di Costanzo, gravemente malato, potesse rassegnare la sua abbazia a un fratello. Questa grazia, concessa su richiesta del reggente, non fu però necessaria, in quanto il moribondo, inaspettatamente, recuperò la salute26. Proprio nello stesso periodo, Fulvio di Costanzo favorì gli interessi della famiglia Borghese nelle riu


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nioni del Collaterale, facilitandola nel tentativo di acquistare Pacentro, una cittadina vicina a Sulmona, negozio che, in ogni caso, non andò a buon fine27. Comunque, sia nel 1616 sia nel 1619, Fulvio di Costanzo rappresentò il principe di Sulmona, Marcantonio Borghese, nei parlamenti convocati dai viceré Pedro Fernández de Castro, Conte di Lemos, e Pedro Tellez Girón, Duca di Osuna28. Inoltre, quando nel 1620 si ripropose la questione degli allumi, il di Costanzo promulgò un decreto che venne incontro ai desideri della Curia romana, confermando nel Regno di Napoli, la posizione di monopolio degli allumi prodotti nello Stato della Chiesa29. In cambio dei suoi servizi, il reggente sperava di ottenere un vescovato per suo figlio Geronimo, cosa che accadde un anno dopo, quando questi divenne presule di Tricarico, anche se non per intervento del papa, bensì per nomina del re di Spagna30.

Per il papa e il cardinal nepote non erano importanti solamente i rapporti con i reggenti del Collaterale, ma erano ugualmente ragguardevoli quelli con il luogotenente e i presidenti della Regia Camera della Sommaria, supremo organo finanziario, nonché quelli con il presidente e i consiglieri del Sacro regio Consiglio, principale tribunale del Regno. Il viceré di Napoli, nel 1606, assegnò a Juan Montoya de Cardona, presidente della Sommaria dal 159431, il compito di progettare una nuova strada per collegare Napoli alla Puglia. Il nunzio Bastoni si accorse subito dell'importanza del Montoya in questo incarico e raccomandò urgentemente al cardinal nepote di renderselo obbligato in occasione di un suo imminente viaggio a Roma32. Al suo ritorno, Montoya si dichiarò favorevole al fatto che la nuova strada attraversasse proprio l'enclave papale di Benevento, mantenendo così il tracciato della vecchia33. Nello stesso anno, il Collaterale adottò l'opinione del presidente, favorendo così gli interessi economici della Santa Sede34. Considerato dal nunzio come persona «molto confidente»35, il Montoya si rese così meritevole di ricompensa. Paolo v e il cardinale Borghese si dichiararono non solo pronti a favorire la carriera ecclesiastica di un suo figlio, ma raccomandarono, anche se invano, il presidente stesso al nunzio di Spagna, per ottenere un posto di reggente nel Consiglio d'Italia36. Nonostante il fatto che non ottenne la carica, il Montoya continuò a sostenere gli interessi della famiglia Borghese nel Napoletano37. Su richiesta della famiglia, il viceré lo nominò mandatario dell'acquisto e dell'amministrazione di Sulmona, quando il feudo fu comprato da Borghese38. Dopo il 1610, i rapporti tra Montoya e i Borghese si raffreddarono al punto che, nel 1612, il nuovo nunzio Deodato Gentile ignorava perfino che il Montoya fosse un cliente della famiglia papale e lo considerava invece «huomo difficilissimo, molto fermo nel suo parere, tardo nel negozio, e tenace per natione»39. E in seguito, lo spagnolo, come reggente del Collaterale


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da appena un anno, si oppose addirittura al progetto dei Borghese di comprare Pacentro40.

Nel 1607 e nell'anno seguente, un connazionale del Montoya, Juan Alonso Suarez, luogotenente della Sommaria dal 160241, aiutò i Borghese in non meno di tre affari, riguardanti rispettivamente le tratte di vino per il Palazzo apostolico, la liberazione di un informatore papale incarcerato nella Vicaria e la salvaguardia del monopolio papale degli allumi42. Nel 1609 Suarez si rallegrò di poter favorire i Borghese nell'acquisto del feudo di Sulmona, poiché, spettando alla Sommaria il compito di stabilirne il prezzo, il luogotenente riuscì a mantenerlo addirittura pari a quello che aveva pagato il principe di Conca quando, qualche anno prima, aveva acquistato la città43. In cambio dei suoi servizi, Suarez sperava di ottenere la protezione papale per un suo familiare, il dottor Ferrante Hidalgo, tutore del figlio Antonio44. Poco sorprende che il dottor Hidalgo non fosse eletto arcivescovo di Sorrento, come aveva desiderato il Suarez45, ma quando il tutore fu addirittura incarcerato e esiliato nel 1613, il cardinal Borghese ordinò al nunzio d'aiutarlo46.

I de Ponte, il di Costanzo, Montoya de Cardona e Suarez figuravano tra i clienti più importanti dei Borghese a Napoli e poiché, come reggenti del Collaterale, luogotenenti della Sommaria e presidenti del Sacro regio Consiglio appartenevano all'élite dell'amministrazione napoletana, avere buoni rapporti con loro poteva giovare al cardinal Borghese nella salvaguardia dei suoi interessi nel Regno di Napoli, mentre gli ufficiali speravano di ottenere, per i loro servigi, prebende e vescovati per se stessi o per la loro famiglia. Il cardinal nepote, tuttavia, non reclutò mai clienti napoletani in modo sistematico ma solo per trovare appoggio in particolari occasioni e soprattutto nei primi anni del pontificato di Paolo v, quando, come abbiamo visto, si rese necessario un aiuto durante il progetto della strada da Napoli fino alla Puglia, in difesa del monopolio degli allumi e, soprattutto, in occasione dell'acquisto del feudo di Sulmona. Dopo questa importante transazione, il cardinal nepote s'interessò molto meno ai protégés napoletani e rinunciò anche ad acquisire nuovi clienti fra gli amministratori del regno, limitandosi a ottenere una benevolenza verso gli interessi della famiglia Borghese e del papa.

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Fedeltà a più di un papa: il caso del reggente Ribera

Per quanto riguarda le vicende dei di Costanzo, Montoya e Suarez, furono probabilmente i nunzi e il cardinal nepote i primi a tentare di instaurare un legame di tipo clientelare e, solo in un secondo tempo, gli stessi ufficiali si mossero nella stessa direzione. Da ciò non si può, però,


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ricavare un modello generale, poiché sovente erano anche i reggenti a fare il primo passo, offrendo la loro collaborazione al papa. Il de Ponte, per esempio, prese presumibilmente per primo l'iniziativa.

Un caso analogo, probabilmente non atipico, anche se forse estremo, fu quello dello spagnolo Francisco Alvarez de Ribera, originario di Mérida nell'Estremadura47, il quale si impegnò in modo insistente al fine di stabilire buoni rapporti con Roma, mostrandosi generalmente incline a sostenere gli interessi dei pontefici, nell'intento di entrare nella clientela di vari papi, a iniziare da Sisto v Peretti. Ribera conobbe Felice Peretti quando questi era ancora cardinale e gli rese un servizio, sulla cui natura, purtroppo, le fonti a nostra disposizione non dicono nulla. Successivamente egli mantenne buoni rapporti con il porporato48 il quale, nel 1585, divenne papa. Nel 1587, grazie agli uffici dello spagnolo, in veste di luogotenente della Sommaria, nei cantieri di Napoli furono armate due galere per la flotta pontificia49. A riconoscimento dei suoi servizi, il Ribera, sacerdote dal 158850, poté finalmente sperare di ottenere una gratia papale51. Inizialmente fu presa in considerazione la possibilità di una prebenda a Palermo; nel 1590, invece, Sisto v gli assegnò, per un periodo di due anni, un canonicato a Salamanca, con annessa rendita annuale di 1.200 ducati52. Il Ribera, promosso alla carica di reggente nello stesso anno, chiese e ottenne dal re di Spagna il placet per poter accettare la gratia53. La morte del pontefice non interruppe affatto i buoni rapporti del Ribera con Roma, ed egli riuscì a farsi beneficiare anche da papa Gregorio xiv, il cui cardinal nepote, Paolo Emilio Sfondrato, gli assegnò una pensione mensile di 400 ducati, dei quali, all'inizio del 1592, ne aveva effettivamente ricevuti solo 10054. Durante il breve pontificato di Gregorio xiv, il Ribera tentò anche di mantenere il suo legame con il cardinale Alessandro Peretti Montalto, nipote del defunto Sisto v55, fino a cercare di favorire un accordo tra la fazione del Montalto e quella spagnola nel conclave nel quale fu eletto papa Innocenzo ix Facchinetti56. Anche il nuovo pontefice si mostrò molto bendisposto verso il reggente ma, sfortunatamente, morì già nel gennaio 1592, prima di poter concedere una gratia al Ribera57.

Per il Ribera le possibilità di ricevere una prebenda aumentarono durante il successivo pontificato di Clemente viii, che si prospettava di più lunga durata dei precedenti. Il nuovo papa si dimostrò incline a venire incontro alle aspettative del reggente58, in quanto lo stesso nunzio apostolico a Napoli gli consigliò vivamente di renderselo obbligato, considerandolo «il più amorevol' Ministro all'interesse della Sedia Apostolica che sia qua»59. Inoltre, egli avrebbe potuto prestargli il suo aiuto in diversi affari, come già accaduto nel passato, per esempio nel caso della concessione delle tratte di grano, dove il Ribera ebbe un ruolo


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determinante60. Nella speranza di ricevere una gratia, Ribera agì in favore di Clemente viii, assecondando gli interessi dell'enclave papale di Pontecorvo, procurando al papa una tratta di porci e di vacche e facendosi fermo sostenitore degli interessi romani in vari altri negozi61. Il suo comportamento non passò inosservato in Spagna, cosicché, nel 1595, il Consiglio d'Italia giudicò che «Francisco Alvarez de Ribera depende totalmente de Roma por las esperanças y pretensiones que tiene en aquella corte»62. Nonostante i favori concessi al papa, lo spagnolo non ricevette, però, per quanto sappiamo, nessuna prebenda63.

Dopo il rientro del Ribera in Spagna, nel 159764, Clemente viii concentrò la sua attenzione proprio su Fulvio di Costanzo, personaggio a noi già noto e di centrale importanza all'interno dell'amministrazione regia. Anche in questo caso, però, l'iniziativa non partì certamente dal cardinal nepote, ma dal reggente stesso, che chiese una gratia, non specificata nelle fonti, per un suo nipote. A differenza del Ribera, di Costanzo si dimostrò, comunque, molto meno compiacente65 ma, nonostante ciò, anche Paolo v e il cardinale Borghese avrebbero presto dovuto, come abbiamo visto, rivolgere la loro attenzione al reggente, figura chiave della corte napoletana e, per potere decisionale a Napoli, secondo solo al viceré.

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Al servizio del cardinal nepote al fine di promuovere la carriera: l'ascesa degli avvocati

Il cardinal nepote necessitava dei servizi di ufficiali del Regno (anche) per una costante tutela dei suoi interessi nel Regno di Napoli, e non solo per curare specifici affari. A questo scopo veniva utilizzata un'ulteriore cerchia di clienti, composta da avvocati e giudici i quali, in un primo tempo, avevano servito la famiglia papale in alcuni processi e dovettero, almeno in parte, la successiva carriera alla protezione del cardinal nepote. Nel loro caso, quindi, la gratia papale rappresentò un riconoscimento per servizi già resi o ancora da rendere. Il paragrafo si occuperà proprio di questi personaggi.

Un esempio ben documentato è quello del dottor Camillo Villani che, anche se in modo abbastanza fortuito, passò al servizio del cardinal nipote di Clemente viii, permettendoci di chiarire il modo in cui veniva instaurato un rapporto di patronage. Il Villani, in veste di avvocato dell'abbazia della Ferrara, presso Teano, aveva già difeso gli interessi del defunto abate Fabrizio Carafa, coinvolto in un lungo e complicato processo riguardante la sua commenda, quando, nel 1603, il papa conferì a suo nipote, il cardinale Pietro Aldobrandini, l'abbazia66.Il Villani pro


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seguì il suo lavoro anche sotto il nuovo abate, entrando così a far parte della clientela del cardinale67. L'impegno professionale del suo avvocato impressionò il cardinal nepote in modo tale da spingerlo, dall'autunno del 1604, a rivolgersi, in modo piuttosto insistente, al viceré per procurare al Villani la carica di presidente della Sommaria o di consigliere nel Sacro regio Consiglio. Il Villani dovette però attendere fino al 1612 per ottenere la prima delle due cariche, morendo, sfortunatamente, poco tempo dopo la nomina68.

Durante il pontificato di Paolo v si verificarono altri casi analoghi a quello del Villani, come quello dei fratelli de Morra, patrizi beneventani, e per questo, sudditi del papa69, che entrarono a far parte della clientela dei Borghese, in quanto Marcantonio de Morra aveva servito il cardinal nepote in un processo riguardante una sua abbazia. Egli aveva cominciato la sua carriera come uditore in diverse province del regno di Napoli ottenendo, in seguito, un giudicato nella Vicaria, prima di entrare, nel 1605, come consigliere, nel Sacro regio Consiglio70. Dal 1607 si adoperò come giudice in un processo riguardante l'abbazia di Santa Maria del Sagittario, nella diocesi d'Anglona, il cui abate commendatario era proprio il cardinal Borghese71.Questi, durante la visita general del Regno, svolta da Juan Beltrán de Guevara, intervenne in favore del de Morra72. Nel 1616 troviamo ancora quest'ultimo nella veste di giudice in un processo che coinvolse l'abbazia salernitana di San Benedetto, anche questa appartenente al cardinal nepote73. Un anno dopo, molto probabilmente a riconoscenza dei preziosi servizi di Marcantonio, Paolo v destinò il fratello Lucio de Morra, già arcivescovo d'Otranto dal 1606, alla nunziatura di Bruxelles74, dove rimase fino al 1619, quando dovette tornare a Napoli per occuparsi della famiglia, dopo l'improvvisa scomparsa del fratello Marcantonio75.

Quello dei fratelli del Pezzo, in cui l'ufficio ecclesiastico e l'ingresso nella clientela papale di uno dei fratelli precedette la carriera amministrativa dell'altro, rappresenta, invece, una caso inverso. Cesare del Pezzo, vescovo di Sulmona dal 1593, si dichiarò pronto ad entrare a far parte della clientela dei Borghese nel 1608, proprio nel momento in cui seppe che essi avevano l'intenzione di comprare la città76. I del Pezzo, inoltre, in quanto imparentati con la famiglia Muti, a sua volta cliente di Paolo v, erano, a maggior ragione, motivati e inclini a prestare i propri servizi ai Borghese77. Nel 1610, anche Camillo del Pezzo, fratello del vescovo, entrò formalmente al servizio della famiglia del papa, quando, come avvocato, difese gli interessi del cardinale Borghese e del principe di Sulmona78. Grazie alla protezione del suo patrono romano, Camillo sperava di ottenere un ufficio nell'amministrazione napoletana, ma soltanto undici anni dopo fu nominato avvocato fiscale della Vicaria, e nel


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1622 ricevette l'incarico di consigliere nel Sacro regio Consiglio79, benché il cardinal nepote avesse inviato, già dal 1613, molteplici e ripetute raccomandazioni in suo favore ai nunzi di Napoli e di Spagna80.Le possibilità del cardinale di favorire la carriera dei suoi clienti erano, ovviamente, assai maggiori in ambito ecclesiastico, come dimostra il fatto che, grazie al suo aiuto, nel 1618, un nipote di Camillo del Pezzo, di nome Carlo, fu eletto abate degli olivetani a Napoli, ordine del quale il Borghese era protettore81.

Più fortunato di Camillo del Pezzo fu un altro avvocato napoletano del cardinale Borghese, il dottor Cesare Alderisio il quale, molto probabilmente su richiesta del nipote del papa, già nel 1609, ricevette un posto nel Sacro regio Consiglio. Il Borghese raccomandò l'avvocato per la carica al nunzio di Spagna nel 1607, aumentando le sue già buone possibilità, poiché egli vantava una tradizione di famiglia, in quanto suo padre Francesco aveva già servito il re di Spagna nella stessa posizione dal 157582. Cesare Alderisio cercò di rendersi utile al cardinal nepote in diversi affari, come nel progetto riguardante l'acquisto di Pacentro, e in numerosi processi beneficiali83. Malgrado ripetute raccomandazioni da parte del Borghese, il consigliere non ottenne mai il sospirato incarico di reggente, neppure dopo il 1617, quando il viceré Osuna lo nominò pro-reggente ad interim84.

Un altro caso molto simile è quello del dottor Scipione Rovito che servì il cardinal Borghese e il principe di Sulmona come avvocato, prima di essere nominato consigliere del Sacro regio consiglio nel 161285. Benché il cardinal nepote non si mosse mai a promuovere la carriera del Rovito presso le autorità spagnole, quest'ultimo continuò a favorire gli interessi della casa Borghese che lo ricompensò rendendo possibile a suo figlio Orazio di ricevere un'abbazia nella diocesi di Anglona, acconsentendo alla risegna da parte di monsignor Luigi Sanseverino86.

I clienti che trassero il maggiore profitto, per la loro carriera, dai servigi prestati al Papa furono senz'altro i fratelli de Franchis. Nel 1607 il viceré Benavente nominò Jacomo de Franchis, consigliere del Sacro regio Consiglio dal 160187, giudice di tutti i processi beneficiali del cardinale Borghese. Anche se, allo stato attuale della ricerca storico-giuridica riguardante le materie beneficiali, non risulta del tutto chiaro quali esatte competenze spettassero a questa carica, pare, comunque, probabile che si trattasse di una sorta di commissario o "relatore" che aveva il compito di riferire le cause beneficiali al Sacro regio Consiglio e in quella sede tutelare gli interessi regi. In occasione di un suo viaggio a Roma, che Jacomo de Franchis intraprese poco tempo dopo la sua nomina, il nunzio Bastoni consigliò al cardinal nepote di rendersi obbligato non solo il consigliere stesso ma anche suo fratello Lorenzo, avvocato fiscale


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della Vicaria88. Il de Franchis, la cui famiglia apparteneva probabilmente alla clientela del cardinale Antonio Maria Sauli, nella cui casa romana infatti il consigliere alloggiò89, durante il suo soggiorno stabilì contatti con il cardinal nepote. Questo nuovo legame si consolidò nell'ottobre 1607, quando un altro fratello, Luigi de Franchis, ricevette il vescovato di Vico Equense90, presso Napoli e, nel 1610, alla morte del presule di Nardò, città nella provincia di Terra d'Otranto, Paolo v esaudì il desiderio espresso dei fratelli di trasferire Luigi da Vico a Nardò. Per dare maggiore enfasi alla loro richiesta, i de Franchis si appoggiarono al fatto che la città pugliese era situata nelle vicinanze dei loro possedimenti familiari, ma certamente vennero attirati dalla rendita di Nardò, ammontante a ben 3.000 ducati napoletani, poiché, sebbene sul vescovato pesasse una pensione di 1.000 ducati, a Luigi sarebbero rimasti ancora 1.500 ducati in più rispetto a Vico91.

La posizione di Jacomo de Franchis, contemporaneamente giudice regio e fedele cliente del suo padrone romano, non fu per niente facile. Nel 1610 fallì un primo tentativo da parte del viceré Lemos, di togliergli la procura dei processi beneficali relativi al Borghese, in ossequio di un ordine regio92. Presumibilmente per rafforzare la posizione critica del consigliere, nel 1612, il cardinal nepote tentò, senza successo, di imporlo come giudice dei processi della Fabbrica di San Pietro a Roma93. Nel 1613 Lemos cercò di rimuovere il de Franchis dal suo incarico di consigliere, coinvolgendolo in un processo sul quale ritorneremo in seguito. Quando poi, nel 1619, l'avvocato fiscale Camillo de Morra tentò di impedire che il de Franchis venisse confermato come giudice dei processi beneficiali del cardinale Borghese, quest'ultimo scrisse direttamente al nunzio di Spagna, facendo sì che il Consiglio d'Italia decidesse di mantenere lo status quo94, permettendo così al de Franchis di occuparsi dei processi beneficiali per tutto il pontificato di Paolo v. Il Borghese non si limitò a sostenere Jacomo de Franchis, ma continuò anche a favorire la carriera ecclesiastica dei fratelli del consigliere. Dopo la morte di Luigi, nel 1616, Paolo v designò Geronimo de Franchis, all'epoca cappellano alla curia di Madrid, come successore del defunto vescovo di Nardò95.

Comparando i rapporti di patronage che univano il cardinal nepote agli ufficiali regi di Napoli con quelli che lo univano ai giudici e avvocati, ora esaminati, possiamo constatare che questi ultimi furono certamente più duraturi e, in un certo senso, più stretti. Giudici e avvocati entrarono nella clientela papale all'inizio o nella prima parte della loro carriera e servirono il cardinal nepote per molti anni. Sorprende, quindi, il fatto che, rispetto al gruppo degli ufficiali di spicco, essi ricevettero relativamente poco in cambio dei loro, pur importanti, servizi, ottenendo, al massimo, prebende o incarichi ecclesiastici per i loro parenti. Nella


clienti del papa, ministri del re

maggior parte dei casi dovettero accontentarsi di raccomandazioni, più o meno efficaci, dirette alle autorità regie, per favorire la loro carriera all'interno dell'amministrazione napoletana. Fra di loro, i de Franchis e i de Morra furono senz'altro i più fortunati. Il fatto che gli altri clienti di questo gruppo non ricevettero né prebende né vescovati non significa necessariamente che il legame tra il cardinal nepote e i suoi protégés fosse più debole, ma riflette piuttosto il loro status sociale, sicuramente inferiore rispetto a quello degli ufficiali regi. In virtù del loro status non potevano, infatti, aspettarsi di meglio, e avrebbero comunque dovuto sentirsi legati e obbligati al loro padrone.

Resta da sottolineare come il cardinale Borghese reclutasse i suoi clienti partenopei soprattutto tra avvocati e giudici per poter disporre dei servizi, e fidarsi della disponibilità, di questa cerchia di persone che operava nel Regno di Napoli, e quindi in un territorio di vitale importanza per il sostentamento finanziario dei curiali romani in generale, e del cardinal nepote in particolare96. La consueta prassi amministrativo-processuale, tramite la quale avveniva l'affermazione dei singoli diritti e interessi della Curia romana, cruciale per la tutela del sistema beneficiale, poneva, quindi, in una posizione di primo piano i buoni rapporti con avvocati e giudici, per la loro funzione svolta nelle innumerevoli, complicate e interminabili cause pendenti nei tribunali partenopei.

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Il mancato appoggio: Roma e i processi contro gli ufficiali

Dalla rassegna dei casi esposti emerge chiaramente come il cardinal nepote disponesse di una clientela nel Regno di Napoli, ma si nota altresì come il grado dei singoli rapporti di patronage differisse notevolmente da caso a caso. Per questa ragione è difficile individuare, tra questi, una precisa tipologia che possa cogliere la specificità dei legami tra i napoletani e il cardinal nepote, anche se sembrano prevalere nettamente quelli caratterizzati da un grado alquanto basso di intensità e stabilità.

Questa ipotesi troverebbe conferma in un processo che, nel 1613, il viceré Lemos intentò contro alcuni ufficiali napoletani, tra cui spiccano proprio il de Costanzo ed il Suarez97. In quello stesso anno si concluse la visita general del Regno di Napoli, affidata a Juan Beltrán de Guevara, e i due ministri, come pure vari altri membri dell'amministrazione regia, per irregolarità riscontrate, erano stati condannati al pagamento di una multa. Le accuse loro rivolte possono essere riassunte sotto la sigla di arricchimento illecito nell'esercizio del proprio ufficio98 ma, nell'ambito del controllo regio della prassi amministrativa nei domìni spagnoli, sia queste imputazioni sia le relative sanzioni non possono essere giudicate eccezionali.


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Sorprende, perciò, che invece un altro processo intentato agli stessi ufficiali dal vicerè, con diverse accuse, assunse subito dimensioni notevolmente più ampie. Nel settembre 1613, il di Costanzo fu arrestato e incarcerato a Sorrento, per essere in seguito trasferito a Gaeta99. Analoga sorte toccò, un mese dopo, al Suarez, anch'egli imprigionato, prima a Sorrento e poi a Ischia100. Il processo, e il duro trattamento riservato ai due ministri, destò grande scalpore non solo perché soltanto poco tempo prima il re aveva promosso il Surarez al posto di reggente, sebbene l'avesse fatto soprattutto con l'intenzione di rimuoverlo della Sommaria101 ma, soprattutto, per lo status sociale del di Costanzo102. La frammentaria documentazione a nostra disposizione tace sui motivi che indussero il viceré a procedere contro gli ufficiali, ma ci fa ritenere che, quasi certamente, l'attività di grassiero, ulteriore carica coperta del di Costanzo103, fosse al centro della vicenda104. Un'indicazione che i veri motivi dell'azione fossero probabilmente politici e che si trattasse, dunque, di un intrigo ai danni degli ufficiali, ci viene proprio dal fatto che la visita generale si era appena conclusa e che, inoltre, il modo di procedere del viceré in questo caso fu assai insolito105.

Paragonata alle possibili gravi conseguenze per i suoi clienti, la reazione del cardinal nepote fu alquanto tiepida e cauta e, almeno inizialmente, egli considerò sufficiente essere informato dal nunzio Gentile sugli sviluppi della vicenda. Il cardinale non si interessò neanche minimamente del destino del Suarez, il quale morì durante il processo, sebbene, questi, immediatamente prima della sua incarcerazione, avesse espresso la volontà di continuare a servire la famiglia del papa106. Anche la possibilità di dover fare a meno del di Costanzo, la cui importanza, sia per gli interessi dello Stato della Chiesa, sia per quelli privati della famiglia Borghese non poteva essere certamente sottovalutata, sembrò non preoccuparlo più di tanto. Quando, nel novembre 1613, il cardinale si decise a intervenire a suo favore presso la corte spagnola, rivolgendosi al nunzio di Spagna, al duca di Lerma, alla contessa di Lemos, al confessore del re e al presidente del Consiglio d'Italia, lo fece, apparentemente, solo per fare un piacere al principe della Roccella, allo stesso tempo cognato del reggente e suocero di Diana Vittori, una nipote del papa107. Anche un mese dopo, quando Paolo v e il cardinal nepote raccomandarono il reggente a Diego de Arze, confessore del viceré, di passaggio a Roma, lo fecero, ancora, dietro espresso desiderio del principe della Roccella108. Nel 1615 il di Costanzo poté ritornare a Napoli dall'esilio e fu completamente riabilitato109 ma, come il Suarez, fu comunque condannato al pagamento di una multa110che, però, non pose fine alle sue difficoltà. Quando, nel 1617, il nuovo viceré Osuna intentò un nuovo processo contro il di Costanzo e altri ministri, il cardinale Borghese si


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astenne, addirittura per due anni, da ogni intervento a suo favore111, dichiarandosi solo nel 1619 disponibile ad appoggiarlo nel caso che egli avesse desiderato il suo aiuto112. Il di Costanzo uscì indenne anche da questa vicenda e la sua posizione di "eminenza grigia" a Napoli si consolidò a tal punto che, nel 1621, si parlò di lui, addirittura, come possibile sostituto del viceré, il cardinale Zapata, quando questi si dovette assentare da Napoli per il conclave113.

Mentre la possibile perdita dei clienti di Costanzo e Suarez non sembrò preoccupare il cardinale Borghese, egli intervenne invece più energicamente a favore del consigliere Jacomo de Franchis, giudice dei suoi processi beneficiali e direttamente coinvolto, insieme al fratello Lorenzo, nello stesso processo contro i due reggenti, raccomandandolo immediatamente al nunzio di Spagna. I due fratelli furono esiliati nel 1613 ma, già un anno dopo, li ritroviamo a Napoli a ricoprire i loro incarichi114. I buoni rapporti che legavano i de Franchis al di Costanzo furono probabilmente la causa per la quale essi condivisero le sorti del reggente, subendo così gli intrighi del viceré Osuna il quale, mediante il sopra menzionato processo del 1617, tentò di privarli dei loro incarichi per poterli assegnare ai propri clienti115. Questa volta, il cardinal nepote si astenne da ogni intervento in favore sia del di Costanzo, sia dei de Franchis. Il dottor Ald