Fisco, mercanti e banchieri

nel Regno di Napoli

nella prima età moderna*

di Gaetano Sabatini

Philippe Jansen, in un saggio edito alcuni anni fa, ha ricostruito con grande nettezza i caratteri degli amministratori del potere cittadino nei comuni dell'Italia centrale tra xiv e xv secolo, individuando, a partire dal caso della città di Macerata, l'ambiente socio-professionale di provenienza, le esperienze, la rete di relazioni e le funzioni dei mercanti, banchieri e notai che sovrintendevano alla vita finanziaria dei centri urbani dell'area tosco-umbro-marchigiana alla fine del Medioevo1. Analogamente, Elena Fasano Guarini ha tracciato il profilo dei camerlenghi e degli altri ufficiali municipali incaricati dell'esazione delle imposte nelle comunità del Granducato di Toscana tra Cinque e Seicento2.

Ma quando ci si allontani dall'Italia centrale, dalle sue comunità, dai suoi organismi dai caratteri ben definiti, diviene progressivamente più difficile stabilire contorni comuni per gli ufficiali municipali che in età moderna curavano, a livello locale, la riscossione dei tributi, sia che si trattasse di erari che accedevano a questa carica per sorteggio, elezione o cooptazione, secondo quanto stabilito dagli statuti cittadini, sia che invece si trattasse di appaltatori, che avevano acquisito il diritto a esercitare questa funzione partecipando a un'asta o incanto.

Questa difficoltà a stabilire dei tratti comuni quanto a tipologia del reclutamento, funzioni ed estrazione sociale degli amministratori della gestione della fiscalità locale è ben evidente nel caso del Regno di Napoli nel xvi e xvii secolo. Giovanni Muto, che ha indagato la struttura e le funzioni finanziarie delle comunità meridionali in età spagnola3 e ha altresì approfondito, per lo stesso periodo, la conoscenza del più omogeneo gruppo dei tesorieri provinciali4, ha tuttavia sottolineato come «i criteri dell'elezione alle cariche pubbliche [cittadine], ovvero se e in quale misura si distribuissero secondo precisi rapporti di rappresentanza per ordini o per classi, variavano in relazione ai rapporti di forza interni [alle municipalità]»5. Al di là dei criteri di accesso, si può certamente ritenere che la figura dell'erario fosse presente nella quasi totalità delle comunità del regno con attribuzioni distinte dalle altre cariche

Dimensioni e problemi della ricerca storica, n. 1/2004


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municipali, anche se le fisionomie e le funzioni di questi ufficiali risentono delle profonde trasformazioni socio-economiche che le comunità del Regno di Napoli vivono, tra Cinque e Seicento, al loro interno e nel rapporto con Napoli e con il potere centrale6.

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La riscossione delle imposte: la figura dell'erario

Con la sola eccezione della città capitale, che presentava una struttura fiscale, un'architettura istituzionale e delle magistrature a sé stanti7, una descrizione essenziale delle funzioni dell'erario comuni a tutti gli organismi municipali del Regno di Napoli ­ per come tali funzioni si vengono a consolidare tra xvi e xvii secolo ­ si trova nel compendio di norme per l'amministrazione delle comunità pubblicato nel 1686 da Lorenzo Cervellini8.

Seguendo le istruzioni impartite dal sindaco o dalle altre magistrature contemplate dall'organismo cittadino, l'erario assolve il compito di esigere tutte le somme alla cui riscossione deve provvedere la comunità, sia quelle destinate esclusivamente al soddisfacimento dei bisogni della municipalità, sia quelle destinate in parte o del tutto a pagare le contribuzioni da versare alla corte o al feudatario9. Analogamente l'erario effettua tutti gli esborsi ai quali la comunità è tenuta e risponde in proprio degli aggravi causati da mancati o ritardati pagamenti; della perdita del denaro destinato alla corte non versato direttamente ai funzionari reali ma affidato a intermediari; delle somme non esatte, quando non siano stati attivati tutti i mezzi per recuperare i crediti. L'erario ha l'obbligo di custodire i denari raccolti in una cassa, alla quale ha accesso anche il sindaco o un altro ufficiale deputato a ciò dalla comunità, tenendoli distinti dai propri e non utilizzandoli, neppure temporaneamente, a proprio vantaggio attraverso prestiti, compravendite ecc. Di ogni riscossione o pagamento deve essere presa nota in un apposito libro di introito o esito e, al termine del mandato, entro dieci giorni, l'erario è tenuto, oltre che a consegnare la cassa contenente il denaro, anche a presentare il conto della sua amministrazione ai razionali della comunità.

A fronte della consueta completezza e ricchezza di dettagli di cui dà prova Cervellini nel descrivere le varie fasi dell'amministrazione della comunità, stupisce la schematicità di questo autore nel trattare le funzioni di un ufficio così importante per la vita cittadina come quello dell'esattore delle imposte, per il quale non viene peraltro data alcuna indicazione circa i criteri di accesso alla carica. In realtà Cervellini si limita solo a rispecchiare l'essenzialità delle istruzioni date a questo riguardo dalle prammatiche vicereali De administratione universitatum, in particolare dalla quinta prammatica emanata sotto questo titolo dal viceré


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Pedro Afán de Rivera il 15 dicembre 155910. Tanta genericità a proposito degli erari delle comunità trova la sua spiegazione nel conflitto irrisolto che, almeno per tutta la prima età moderna, nel Regno di Napoli come in molte altre realtà europee, si consuma intorno alla figura dell'erario, conflitto che vede opporsi da una parte la volontà del potere centrale di imporre un effettivo controllo sulle finanze municipali e dall'altra la capacità di un ceto di mercanti e banchieri di conquistare spazi di autonomia, esercitando le funzioni finanziarie delle comunità, all'interno di un più ampio circuito creditizio e contribuendo, in questo modo, anche attraverso l'attività di intermediazione, alla costruzione di una identità urbana.

Il consolidamento della capacità di controllo sulle finanze periferiche costituisce un passaggio essenziale nel processo di formazione dello Stato moderno11: il rafforzamento del potere centrale richiede che il flusso dei pagamenti dalla periferia alla corte sia regolare e che la raccolta delle imposte avvenga senza che all'interno della comunità si producano conflitti insanabili e potenzialmente destabilizzanti12; il conseguimento di questi obiettivi sembrerebbe maggiormente garantito quando, nell'architettura istituzionale delle comunità, l'ufficio dell'erario non è venale, non può quindi essere venduto e l'accesso ad esso ­ per elezione, sorteggio o cooptazione ­ è espressione diretta dell'organismo municipale13.

Se, al contrario, l'ufficio dell'erario è venale e può quindi essere venduto ­ l'esattore delle imposte si trasforma cioè in un appaltatore delle imposte ­ il raggiungimento di entrambi gli obbiettivi, dal punto di vista del potere centrale, appare più incerto. È innanzitutto più dubbia la regolarità dei pagamenti alla corte per via della commistione della riscossione delle imposte con altre attività di intermediazione finanziaria. Gli appaltatori delle imposte, infatti, indulgevano nella pratica di ritardare il versamento del denaro raccolto per investirlo in proprio, operazione che comportava per l'erario non solo il danno certo dovuto al ritardato pagamento, ma anche la possibilità di perdite ingenti e di rovina delle comunità nel caso non infrequente di bancarotta.

Anche per quanto riguarda la pacifica raccolta delle imposte all'interno della comunità, un ufficio dell'erario espressione dell'organismo municipale costituisce un elemento di maggiore garanzia, giacché un appaltatore delle imposte è nel migliore dei casi il rappresentante di un solo ceto cittadino, quello dei banchieri e mercanti, ma, data la pratica di cumulare più uffici di questo tipo, specie se appartenenti a piccole municipalità, l'appaltatore può anche essere del tutto estraneo alla comunità e come tale costituire un cuneo disgregante degli equilibri socio-economici locali14.

Dati questi elementi, ci si dovrebbe attendere dalle prammatiche


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De administratione universitatum un'indicazione univoca affinché, almeno nei limiti consentiti dal rispetto degli statuti e dei privilegi di ciascuna comunità, l'ufficio dell'erario non fosse vendibile. In realtà, come si è detto, non è così e sussistono almeno due ragioni per cui il potere centrale non frena la pratica di rendere venale questa carica.

In primo luogo, la presenza di un appaltatore coinvolto nell'amministrazione finanziaria della comunità garantiva al potere centrale che la municipalità, ogni qualvolta si fosse trovata nell'impossibilità di pagare le sue contribuzioni al fisco, potesse avere un accesso facilitato ­ anche se pagato a caro prezzo ­ a una linea di credito; questo consentiva alla corte di disporre delle contribuzioni fiscali nei tempi previsti, ma poteva anche, alla lunga, equivalere implicitamente a spingere la comunità sulla strada di un rovinoso indebitamento senza limiti15. L'ampio ricorso che, a partire dall'ultimo quarto del Cinquecento, le comunità meridionali fecero ai prestiti, contratti frequentemente proprio con gli stessi appaltatori delle entrate municipali, spiega il contenuto delle pram-matiche decima e undicesima De administratione universitatum, emanate rispettivamente nel 1605 e nel 1606: il viceré conte di Benavente, preoccupato dalle dimensioni assunte dal feonomeno, vietò alla comunità ­ in realtà con assai poco successo ­ di accendere nuovi debiti attraverso il meccanismo dei cambi e di aggirare questa proibizione con vari sistemi16.

In secondo luogo, si deve considerare che, accettando la venalità dell'ufficio dell'erario, il potere centrale otteneva implicitamente il non secondario effetto di allargare la base del consenso alla sua azione politica e di dare impulso alla conservazione dello status quo del regno. Infatti, aumentando in questo modo il grado di coinvolgimento di banchieri e mercanti nelle sorti dell'amministrazione delle comunità, si venivano a rinsaldare i vincoli di reciproco sostegno con un ceto essenziale per la stabilità politica della monarchia, lo stesso che, a un livello più alto della vita finanziaria dello Stato, la corona già legava alle proprie scelte strategiche attraverso la partecipazione al mercato del debito pubblico17.

D'altro canto, si deve anche sottolineare che, soprattutto nella fase di crisi, sono gli stessi organismi municipali a ritenere conveniente la cessione dell'ufficio dell'erario a un appaltatore delle imposte e a spingere in questa direzione. Il vincitore dell'asta di appalto delle entrate si impegnava a versare una somma all'atto dell'accesso all'ufficio, in cambio del diritto a riscuotere per un determinato periodo, generalmente un anno, le imposte, una parte delle quali sarebbe andata a remunerare il suo investimento e un'altra parte sarebbe stata versata nelle casse municipali. Per la comunità, dunque, il ricorso all'appalto garantiva che almeno una quota delle entrate attese dal gettito fiscale fosse percepita immediatamente.


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La tensione irrisolta tra la necessità di consolidare il controllo sulle finanze periferiche e i benefici che potevano venire alla corona dalla cessione dell'esazione delle imposte delle comunità agli appaltatori, spiega la vaghezza delle attribuzioni degli erari e l'assenza di precise indicazioni sui meccanismi di accesso a questa carica, riscontrata nelle prammatiche vicereali in materia e nella compilazione del Cervellini. Che questa vaghezza non sia casuale, ma sia anzi espressione di un'ambiguità voluta per lasciare aperta la porta a soluzioni di volta in volta diverse, elaborate per tener conto della specifica situazione della comunità o dell'evoluzione del più generale contesto economico e finanziario del regno, lo dimostra l'attenzione con la quale sono invece disciplinati gli istituti che riguardano la fase successiva alla fine del mandato dell'erario o dell'appalto per la riscossione delle imposte, tanto la revisione dei conti ad opera dei razionali della comunità quanto il sindacato, cioè la facoltà data a tutti i cittadini della comunità, entro un mese dalla fine della carica, di esporre agli stessi razionali addetti al controllo, dubbi o reclami circa l'operato degli esattori18.

Sebbene il governo spagnolo di Napoli non risolva mai, in una direzione o nell'altra, tale ambiguità circa la figura e il ruolo degli esattori municipali, nelle scelte che le comunità compiono a questo riguardo pesano molto, al contrario, le conseguenze del forte declino della vitalità commerciale e produttiva, che prende avvio nel regno a cavallo tra Cinque e Seicento, e della parallela crescita della pressione fiscale del centro sulla periferia19.

Finché dura la fase di espansione cinquecentesca, approssimativamente fino all'ultimo quarto del secolo, le comunità del regno tendono in larga misura a realizzare il prelievo attraverso forme di imposizione reale e personale, gravanti soprattutto sulla ricchezza immobiliare e, tranne alcune eccezioni, non conoscono fenomeni di grave indebitamento20. In questa situazione la carica dell'erario è prevalentemente di natura elettiva o espressione di un processo di cooptazione all'interno dell'organismo municipale.

Ma alla fine del Cinquecento, al manifestarsi dei primi segni della crisi economica e finanziaria che durerà almeno fino alla metà del secolo successivo, molte comunità, anche per far fronte alle maggiori richieste della corona che culmineranno nella fase centrale della guerra dei trent'anni21, abbandonano in parte o del tutto le forme del prelievo reale e personale per ricorrere crescentemente a imposte sui consumi e sulle produzioni. È la natura stessa delle gabelle, spesso caratterizzate da una forte incertezza del gettito, a indurre le comunità ad affidare agli appaltatori la riscossione delle imposte. Questo orientamento, rafforzato dalla sempre più generalizzata situazione di indebitamento, dura al


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meno fino agli anni Sessanta del Seicento, quando il ridursi della pressione fiscale e l'avvio di una nuova fase di espansione economica alleggerì la posizione delle comunità22.

È altresì da osservare che nella scelta di una comunità se appaltare o no l'ufficio di esattore delle imposte pesa non poco anche la natura del suo organismo municipale. Finché la formazione di quest'ultimo prevede il concorso dell'intera cittadinanza ed è in vigore un meccanismo di avvicendamento o governo parallelo dei ceti cittadini, "nobili" e "popolari", è raro che l'ufficio sia appaltato. Ma a partire dalla seconda metà del Cinquecento e nel secolo successivo è un fenomeno ben documentato quello della chiusura oligarchica degli organismi municipali delle comunità del Regno di Napoli23. Assai frequentemente la scelta del sindaco e degli altri ufficiali eletti passa allora da un consiglio generale allargato a tutta la popolazione della comunità ad un'assemblea ristretta, formata da un certo numero di eletti per ogni quartiere o borgo, e tanto la partecipazione a questa assemblea, quanto l'accesso alle magistrature cittadine, viene precluso a chi eserciti «arte meccanica o manuale». Il configurarsi di un gruppo dirigente interamente espressione dei patriziati urbani, fa venire meno una delle maggiori controindicazioni ad appaltare la riscossione delle imposte, cioè che gli uffici municipali fossero espressione dell'intera comunità; al contrario, dopo la chiusura oligarchica, gli appaltatori delle imposte saranno espressione dello stesso ceto che egemonizza politicamente e finanziariamente gli organismi municipali.

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L'Aquila: le riforme cinquecentesche

Un caso emblematico dell'intrecciarsi tra le scelte politiche del governo spagnolo di Napoli in materia di esattori locali e le esigenze di una comunità, è fornito dalle vicende vissute dalla città demaniale dell'Aquila nella seconda metà del Cinquecento. Ribellatasi all'esercito imperiale nel 1528, durante l'invasione francese del Lautrec, L'Aquila fu successivamente punita con l'annullamento di tutti i privilegi precedentemente goduti, con la perdita del controllo sull'area circostante del contado, con l'obbligo di sostenere interamente i costi di costruzione di un imponente castello, che avrebbe d'ora in avanti presidiato l'abitato24. Ma soprattutto la città fu sottoposta a una serie di interventi di riforma dell'organismo municipale, fino ad allora caratterizzato da una particolare autonomia, culminati alla metà degli anni Quaranta con un nuovo statuto cittadino che vide, tra l'altro, l'introduzione della figura dell'erario o depositario25.


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Nel 1544 il viceré Pedro de Toledo inviò all'Aquila il governatore delle province d'Abruzzo Fabrizio Brancia che dichiarò decadute le magistrature in carica e formò un'amministrazione provvisoria, finché il 14 gennaio 1545 furono promulgati i nuovi capitoli vicereali sull'organismo municipale della città26. La magistratura voluta da Pedro de Toledo, in sostituzione della precedente, espressione delle corporazioni commerciali e produttive cittadine, era formata da un camerlengo, in carica per sei mesi, che col tempo divenne consuetudine scegliere tra nobili di sangue, baroni o dottori, e da un consiglio di otto cittadini scelti quadrimestralmente, in modo da formare un organismo annuale di reggenti, detto consiglio dei xxiv27. La scelta, fatta inizialmente per sorteggio e in seguito per elezione dal consiglio generale della popolazione, veniva condotta tenendo conto di una rotazione tra i quartieri, in base a una lista di idonei compilata dal viceré su proposta della città.

Il nuovo assetto municipale sancisce il completo controllo del potere centrale sulla comunità attraverso il patriziato e spinge gli strati più alti del ceto mercantile e forense verso l'assimilazione con la nobiltà in un unico gruppo sociale egemone, il patriziato appunto. In tal senso, il caso dell'Aquila rientra in un processo più generale di riforma costituzionale e amministrativa delle comunità, vissuto dal Regno di Napoli negli anni intorno alla rivolta del 1547 e caratterizzato dall'esaurirsi delle rappresentanze popolari; questo processo, più rapido nelle province dove una situazione politica meno complessa presentava minori ostacoli a una riforma oligarchica, ebbe luogo anche nella capitale, con i provvedimenti assunti dal viceré nel 1548 per emendare gli statuti cittadini28.

Per quanto riguarda più specificamente L'Aquila, il riordino delle magistrature cittadine costituì la premessa anche per un intervento di riforma della struttura fiscale della comunità, necessario sia per disciplinare la raccolta dei fondi destinati alla costruzione del castello, sia per cercare di risolvere i numerosi contenziosi sorti con le comunità dell'ex-contado dopo la separazione di quest'ultimo dalla città. A tal fine nel 1549-50 il viceré inviò a soggiornare all'Aquila il membro del Sacro regio consiglio Ettore Gesualdo che, oltre a documentarsi dettagliatamente sulla situazione cittadina, tra il gennaio e il maggio del 1550 formò un catasto di tutti i beni immobili dei cittadini aquilani29. In base al lavoro compiuto dal Gesualdo, il 28 febbraio 1551 il viceré emanò da Pozzuoli 24 nuovi capitoli sul reggimento della città dell'Aquila, contenenti soprattutto disposizioni di carattere amministrativo30.

Pedro de Toledo, nella complessiva revisione delle attribuzioni dei pubblici ufficiali della città, riservò particolare attenzione alla definizione dei ruoli degli amministratori del denaro pubblico, tra i quali vi era la figura, di nuova istituzione, dell'erario o depositario, eletto annualmen


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te dal consiglio dei xxiv, a rotazione tra i quartieri. Il depositario aveva tra i suoi compiti quello di riscuotere le entrate, soprattutto le imposte calcolate in base al catasto, disporre le uscite su istanza del consiglio dei xxiv e, con l'ausilio di un razionale, tenere in ordine i conti e compilare annualmente il bilancio della comunità. Il depositario, del quale si ribadiva la durata annuale dell'incarico e il divieto alla rielezione, al termine del proprio mandato sottoponeva i conti al razionale, che doveva ordinare al nuovo depositario di esigere tutti gli arretrati, sotto pena per il camerlengo e per il consiglio del pagamento dell'intero importo, dell'interesse e di una multa di 100 ducati. Il nuovo depositario avrebbe dovuto esigere tutti i residui passivi entro i primi due mesi del suo mandato e se non lo avesse fatto avrebbe pagato di suo, salvo i casi in cui avesse avvertito il consiglio dei xxiv dell'inesigibilità dei crediti e avesse fornito ampia documentazione di ciò.

Il depositario era anche incaricato della riscossione delle gabelle, per le quali tuttavia si lasciava alla comunità anche la facoltà dell'appalto; i provvedimenti di Pedro de Toledo misero comunque ordine in questa materia, dopo un ventennio di ricorso disordinato alle gabelle, dovuto alla necessità di far fronte ai continui pagamenti straordinari imposti dalla corte dopo la ribellione del 1528. In effetti, di tutte le gabelle istituite dall'università, gli stessi capitoli mantengono in vita e disciplinano soltanto quelle sullo zafferano venduto all'ingrosso e al minuto31.

Alla metà del Cinquecento, dunque, la riforma dell'organismo municipale dell'Aquila si caratterizza per quattro aspetti principali: il forte controllo del potere centrale, la chiusura oligarchica, la centralità dell'imposizione reale sul patrimonio immobiliare, la creazione di un ufficio di depositario scelto per cooptazione. Ben diversa sarebbe stata la situazione trovata da Margherita d'Austria nel 1572, al momento del suo ingresso all'Aquila come governatrice civile e militare della città.

Negli anni successivi ai provvedimenti di Pedro de Toledo, L'Aquila si era trovata continuamente in precarie condizioni finanziarie per la difficoltà incontrate nel sostenere gli oneri connessi con il completamento del castello, ma soprattutto la città aveva esaurito le sue risorse in estenuanti cause per mantenere l'esercizio dei diritti vantati sulle comunità della zona e per ottenere dall'imperatore il ritorno del contado sotto il proprio controllo32. Tra l'altro, nel fallimento del banco napoletano dei Pinelli e Ravaschieri del 1552, L'Aquila aveva perso 64.000 ducati destinati a ricompensare i feudatari del contado, nel caso del ritorno di quest'ultimo sotto il controllo della città, mentre per lo stesso motivo erano già stati versati alla corte circa altri 50.000 ducati33.

Pertanto, al principio degli anni Settanta, non solo la città era stata costretta a reintrodurre numerose gabelle, accanto alle altre forme di


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prelievo reale e personale ancora vigenti, ma soprattutto si era progressivamente indebitata. La carica di depositario non era stata trasformata in un ufficio venale perché i capitoli di Pedro de Toledo non prevedevano questa possibilità (era stata invece data in appalto l'esazione delle gabelle), ma di fatto questo ufficio era svuotato di qualsiasi potere reale perché l'intera attività finanziaria dell'organismo municipale, sia per la riscossione delle imposte che per la concessione dei prestiti, dipendeva dal banchiere fiorentino Andrea Ardinghelli, percettore per il regio fisco nella provincia di Abruzzo Ultra sin dal 156134.

Appartenente a una delle famiglie filomedicee tradizionalmente più impegnate nella vita politica e amministrativa della repubblica, sposato con Margherita Strozzi, Andrea Ardinghelli era stato inviato ventenne dal padre all'Aquila intorno alla metà del secolo per prendere parte a società mercantili e ad attività creditizie di vario genere tra Firenze e le piazze finanziarie meridionali. In altre parole, Ardinghelli era un esponente abbastanza caratteristico di quell'intreccio tra gestione del denaro pubblico e finanza privata che nel Regno di Napoli ruotava intorno all'appalto degli uffici di esattore per le comunità o di percettore provinciale per il regio fisco.

Per capire in che cosa consistesse tale commistione è sufficiente scorrere i ben 176 capi per i quali durante la visita generale di Lope de Guzmán, avviata nel 1581, Ardinghelli fu inquisito e anche temporaneamente sospeso dalle sue funzioni35. Egli era accusato innanzitutto e principalmente di aver contravvenuto alle disposizioni che prevedevano che i percettori provinciali inviassero a Napoli mensilmente, con un convoglio scortato, il denaro raccolto dagli esattori delle comunità e lo versassero direttamente nella Tesoreria generale, senza prestarlo a interesse o depositarlo. Al contrario, il prestito del denaro raccolto, effettuato direttamente o tramite il ricorso ai banchieri della capitale, costituiva un passaggio essenziale per mobilitare il denaro pubblico per tornaconto personale e Ardinghelli era accusato non solo di utilizzare questi capitali per alimentare una sua attività di commercio di grani, tessuti ecc., ma soprattutto di intrattenere rapporti di natura finanziaria con una fitta trama di banchieri, nel cui elenco, riportato nelle carte dell'inchiesta, non manca quasi nessuno dei grandi nomi della finanza napoletana e italiana tra il settimo e l'ottavo decennio del Cinquecento: Grimaldi, Ravaschieri, Citarella, Rinaldi, Strozzi, Biffoli, Centurione, Olgiati ecc.36.

La partecipazione a questa fitta rete di relazioni finanziarie si traduceva in un danno per il regio fisco, che riceveva il denaro pagato dalle comunità con forti ritardi e sempre che non sopravvenissero crisi di liquidità dei banchi pubblici e privati, ma ciò forniva all'Ardinghelli, tra l'altro, i mezzi per poter prestare rapidamente ingenti somme di denaro


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alla città, durante le sue ricorrenti crisi di liquidità. A causa della grave situazione debitoria in cui versava, tuttavia, L'Aquila risultava completamente alla mercé del potente tesoriere, che approfittava della sua posizione di forza per costringere la comunità a corrispondere somme non dovute, ad anticipare i versamenti, a trasformare pagamenti in denaro in natura e così via37.

Dopo la presa di possesso come governatrice della città, Margherita d'Austria operò concretamente per restituire all'erario della comunità la pienezza delle sue funzioni e sciogliere la pesante ipoteca costituita dall'ingombrante presenza del percettore provinciale. A questo fine favorì la venuta all'Aquila di altri operatori finanziari del regno, come i fratelli d'Avalos, ma anche fiorentini, piacentini, fiamminghi ecc., in maniera da diversificare la posizione debitoria della città e rendere meno opprimente il vincolo con ciascun creditore38. Accanto a questo, Margherita cercò di stabilizzare la situazione di bilanci delle comunità della zona, impegnandosi affinché fosse rispettato l'accordo faticosamente raggiunto al principio degli anni Sessanta per la ripartizione degli oneri della costruzione del castello39. Non da ultimo, notevole fu l'impulso dato da Margherita alla crescita economica dell'Aquila e in particolare allo sviluppo edilizio della città, anche valorizzando alcune aree suburbane con investimenti in attività produttive40.

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Le finanze delle comunità infeudate: lo Stato farnesiano

Durante il periodo del governatorato dell'Aquila, Margherita d'Austria intervenne anche per riformare le funzioni degli esattori locali nei suoi feudi abruzzesi. Per questi territori, organizzati intorno al ducato di Penne e riuniti nel cosiddetto Stato Farnesiano, sin dal 1571 Margherita aveva emanato gli Ordini, leggi e tavole di Madama d'Austria per tutti li suoi Stati d'Abruzzo, al fine di omogeneizzare l'amministrazione, risanare le finanze, valorizzare le risorse produttive delle comunità41. Due sezioni degli Ordini sono dedicate a disciplinare lo status e le funzioni degli erari dello Stato Farnesiano42.

Gli erari delle singole comunità, scelti dagli organismi municipali, sono addetti alla riscossione non solo delle entrate di pertinenza delle stesse comunità, ma anche di tutte le rendite spettanti al signore, sia feudali che burgensatiche. Il denaro raccolto, se non destinato a pagamenti da farsi in loco, viene inviato all'erario generale dello Stato, nominato dal signore, che per raccogliere il denaro deve costituire una tesoreria centrale e delle tesorerie distaccate sui possedimenti più lontani. A sua volta l'erario generale invia il denaro raccolto al signore ovvero alla


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tesoreria generale del Regno a Napoli, a seconda delle istruzioni ricevute; provvede al pagamento delle provvigioni ordinarie per tutti gli ufficiali dello Stato farnesiano nonché alle spese straordinarie; revisiona appalti, vendite, locazioni di beni mobili e immobili e ogni altra questione finanziaria di pertinenza dell'amministrazione dello Stato farnesiano.

Due aspetti sono particolarmente interessanti nella riforma delle attribuzioni degli esattori locali voluta da Margherita d'Austria nei suoi feudi abruzzesi. In primo luogo risalta la severa regolamentazione delle competenze degli ufficiali e una minuziosa elencazione dei loro doveri, nei confronti non solo del feudatario, ma anche dei cittadini, nell'evidente tentativo di limitare abusi e oneri ingiustificati a danno della popolazione. Intimamente legata a questa prima esigenza, appare anche la creazione della figura dell'erario generale distinta da quelle dei singoli erari, una scelta non del tutto motivata da necessità pratiche, data la relativa esiguità e continguità dei territori. L'introduzione di questi due livelli trova invece giustificazione nel tentativo di accrescere il controllo sulla struttura della raccolta e di non creare eccessive concentrazioni di potere finanziario nelle mani di una sola figura, pur riconoscendo all'erario generale una funzione preminente sulle altre, soprattutto attraverso l'esercizio della funzione di pagamento degli emolumenti di tutti gli ufficiali dello Stato Farnesiano.

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Conclusioni

L'intervento di Margherita d'Austria nella vita amministrativa dei suoi feudi abruzzesi lasciò traccia duratura e gli uffici degli erari così definiti sopravvissero nello Stato farnesiano fino alla dissoluzione della feudalità. Ben più effimeri, invece, furono gli effetti dell'intervento realizzato all'Aquila, che si tradusse solo in un temporaneo alleggerimento della posizione finanziaria della città, giacché nel 1589, appena tre anni dopo la morte di Margherita d'Austria, l'organismo municipale fu nuovamente costretto a contrarre un ingente prestito di 43.000 ducati, la cui completa estinzione, tra ritardi, dilazioni e rinegoziazioni, non si era ancora compiuta dopo quarant'anni43.

Alla fine degli anni Venti del Seicento, L'Aquila presenta una struttura del prelievo locale molto diversa da quella voluta da Pedro de Toledo44. Il 50% delle entrate della comunità è costituito dai proventi di un'imposta personale, il testatico, mentre le gabelle forniscono il 33% del totale; solo il 10% delle entrate deriva da un'imposta reale, calcolata in proporzione ai beni iscritti nel catasto cittadino, e vi è poi un 7% di entrate provenienti dai beni demaniali della comunità. Complessivamente


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le entrate ammontano a 15.000 ducati a fronte di uscite correnti per oltre 18.000 ducati, con un disavanzo corrente di 3.250,53 ducati, cui ogni anno deve essere aggiunta una spesa variabile per gli alloggiamenti militari della città, che nel solo 1619 hanno comportato un esborso di 25.000 ducati. Per quello che riguarda la composizione delle uscite, annualmente L'Aquila deve pagare 9.400 ducati alla corte, 3.000 ducati ai titolari di quote del debito pubblico accese sulle entrate della città, 4.500 ducati di interessi per debiti contratti negli anni precedenti, 1.500 ducati per stipendi e provvisioni ordinarie. A fronte di 4.500 ducati di crediti incerti o inesigibili con appaltatori di gabelle, il bilancio riporta poi pagamenti in arretrato per 1.000 ducati con la corte, per poco meno di 13.000 ducati con titolari di quote del debito pubblico, per 500 ducati di pesi e provvisioni ordinarie, per 4.400 ducati con creditori vari. E in questa situazione di bancarotta, con la comunità che, assediata da tutte le parti da creditori, ha continuamente bisogno di ricorrere a prestiti, la cessione in appalto delle gabelle resta l'unica via per assicurare una boccata d'ossigeno alle esauste casse municipali, mentre all'erario resta la competenza sulla riscossione delle imposte reali e personali e sulle entrate provenienti dai beni demaniali.

Per tutto il corso del Seicento, nei bilanci dell'Aquila il peso del prelievo realizzato attraverso imposte sulla produzione e sul consumo non diminuì, anzi divenne la principale componente del gettito, anche per intervento del potere centrale che, a più riprese, consentì l'introduzione di nuove gabelle o l'aumento di quelle già esistenti pur di garantire la regolarità dei pagamenti alla corte. In questo modo il peso degli appaltatori nella vita amministrativa locale aumentò enormemente, mentre, sin dal 1608, un'ulteriore riforma aveva ulteriormente accresciuto il carattere oligarchico dell'organismo municipale.

Il caso dell'Aquila può dunque considerarsi paradigmatico dello scontro che si consuma nel Regno di Napoli in età spagnola intorno alle figure degli esattori comunali, tra la volontà del potere centrale di imporre un modello astratto di gestione delle finanze locali e la necessità di trovare un compromesso con le élites urbane. Purché nel breve perio-do sia garantita facilità di accesso alle fonti di credito e conseguentemente regolarità nei pagamenti al fisco, il potere centrale accetta che gli organismi municipali diventino espressione di un solo gruppo egemone e corrano il rischio, nel medio-lungo periodo, di affogare in un mare di debiti. In questo senso l'ambiguità della natura e delle attribuzioni dell'erario, in quanto espressione elettiva dell'organismo municipale o come ufficio venale, incarna alcune delle più pregnanti contraddizioni nel processo di formazione dello Stato moderno.


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Note

* Una versione francese di questo testo uscirà in contemporanea sui "Mélanges de la Casa de Velásquez".

1. P. Jansen, L'investissement des institutions communales par les spécialistes des finances en Italie à la fin du Moyen Age, in J. Pontet (éd.), Des hommes et des pouvoirs dans la ville, xive-xxe siècles, Université Michel de Montaigne-Bordeaux 3, Bordeaux 1999, pp. 239-56.

2. E. Fasano Guarini, Camerlenghi ed esazione locale delle imposte nel Granducato di Toscana del '500 e '600, in La fiscalité et ses implications sociales en Italie et en France aux xviie et xviiie siècles, École Française de Rome, Roma 1980, pp. 29-49.

3. G. Muto, Strutture e funzioni finanziarie delle 'Università' del Mezzogiorno tra '500 e '600, in Id., Saggi sul governo dell'economia nel Mezzogiorno spagnolo, esi, Napoli 1992, pp. 12-34.

4. Id., Una struttura periferica del governo dell'economia nel Mezzogiorno spagnolo: i Percettori provinciali, in "Società e storia", 19, 1983, pp.1-36; Id. Il regno di Napoli sotto la dominazione spagnola, in Storia della società italiana, iv, vol. xi, La Controriforma e il Seicento, Teti, Milano 1989, pp. 274-5.

5. Id., Strutture e funzioni, cit., p. 13.

6. Cfr. su questo G. Galasso, La 'provincializzazione' del Regno e l'egemonia napoletana nel secolo xvi: il caso pugliese, in Id., Alla periferia dell'impero. Il Regno di Napoli nel periodo spagnolo (secoli xvi-xvii), Einaudi, Torino 1994, pp. 389-421; G. Labrot, Quand l'histore murmure. Villages et campagnes du Royaume de Naples (xvie-xviiie siècle), École Française de Rome, Roma 1995; A. Spagnoletti, Potere amministrativo ed élites nelle 'Università' del Regno di Napoli (sec. xvi-xvii), in J. Bravo Lozano (ed.), Espacios de Poder: Cortes, Ciudades y Villas (s. xvi-xviii) , Universidad Autonoma de Madrid, Madrid 2003, vol. i, pp. 69-78.

7. Sulle origini della particolare struttura fiscale della città di Napoli cfr. B. Capasso, Sulla circoscrizione civile ed ecclesiastica della città di Napoli dalla fine del secolo xiii fino al 1809, Tipografia Universitaria, Napoli 1883, pp. 100 ss.; sulla natura dell'organismo municipale napoletano, in particolare sull'origine e le funzioni dei seggi cittadini, cfr. C. Tutini, Dell'origine e fundation de' seggi di Napoli, del tempo in che furono instituiti, e della separation de' nobili dal popolo, Ottavio Beltrano, Napoli 1644, a proposito del quale cfr. anche G. Galasso, Una ipotesi di 'blocco storico' oligarchico-borghese nella Napoli del '600: i 'Seggi' di Camillo Tutini tra politica e storiografia, in "Rivista Storica Italiana", 90, 1978, pp. 507-29. Infine, sui privilegi legati allo status di cittadino napoletano, cfr. P. Ventura, Le ambiguità di un privilegio: la cittadinanza napoletana tra Cinque e Seicento, in "Quaderni Storici", 89, 1995, pp. 385-416; Id., Mercato delle risorse e identità urbana: cittadinanza e mestiere a Napoli tra xvi e xvii secolo, in M. Meriggi, A. Pastore (a cura di), Le regole dei mestieri e delle professioni. Secoli xv-xix, FrancoAngeli, Milano 2000, pp. 268-304; Id., La Regia Camera della Sommaria e il governo dei privilegi nella seconda metà del xvi secolo. Note sulle province pugliesi, in corso di stampa in M. Rizzo, J. J. Ruiz Ibañez, G. Sabatini (ed.), "Le forze del Principe". Recursos, instrumentos y limites en la practica del poder soberano en los territorios de la Monarquia Hispanica, Universidad de Murcia, Murcia 2003.

8. L. Cervellini, Direzione overo guida dell'Università per la sua retta amministrazione ecc., G. F. Faci, Napoli 1686, che costituisce un compendio della normativa vigente e della prassi consolidatasi sino alla seconda metà del xvii secolo su tutti gli aspetti della vita amministrativa delle comunità meridionali. L'opera del Cervellini ebbe ampia diffusione anche nel corso del xviii secolo in successive versioni via via aggiornate: Id., Direzione overo guida dell'Università per la sua retta amministrazione [] con le annotazioni di Lionardo Ricci, dottore napoletano, Napoli 1707; Id., Direzione overo guida dell'Università per la sua retta amministrazione [] con le annotazioni di Lionardo Ricci,


gaetano sabatini

dottore napoletano, [] con una nuova appendice dello stesso Dottore Lionardo Ricci, opera postuma, Napoli 1725, ecc.; le citazioni di quest'opera fatte nel prosieguo si riferiscono all'edizione del 1725.

9. Cervellini, Direzione overo guida, cit., cap. xxii, Degli esattori dell'Università, pp. 126-7.

10. D. A. Vario, Pragmaticae, edicta, decreta, interdicta reagiaeque sanctiones Regni Neapolitani, A. Cervone, Napoli 1772, vol. ii, pp. 87-8.

11. G. Ardant, Politica finanziaria e struttura economica negli stati nazionali, in C. Tilly (a cura di), La formazione degli stati nazionali nell'Europa occidentale, il Mulino, Bologna 1984, pp. 153-226.

12. G. Ardant, Histoire de l'impôt, Fayard, Paris 1971, vol. i, pp. 298-302, 309-11, 418-38, 441-7.

13. Sulla venalità degli uffici del Regno di Napoli durante l'età spagnola cfr. R. Mantelli, Burocrazia e finanze pubbliche nel Regno di Napoli a metà del '500, Pironti, Napoli 1981; Id., Il pubblico impiego nell'economia del Regno di Napoli: retribuzioni, reclutamento e ricambio sociale nell'epoca spagnola, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Napoli 1986; J. M. García Marín, Monarquia Catolica en Italia. Burocracia imperial y privilegios constitucionales, Centro de Estudios Costitucionales, Madrid 1992, pp. 133-87, e per un parallelo con la Castiglia cfr. A. Domínguez Ortiz, La venta de cargos y oficios publicos en Castilla y sus consecuencias economicas y sociales, in Id., Instituciones y sociedad en la España de los Austrias, Ariel, Barcellona 1985, pp. 146-83; J. E. Gelabert, Trafico de oficios y gobierno de los pueblos en Castilla (1543-1643), in L. A. Ribot García, L. De Rosa (ed.), Ciudad y mundo urbano en la Epoca Moderna, El Río de Heráclito, Madrid 1997, pp. 157-86.

14. Cfr. su questo G. Sabatini, Les formes de contrôle fiscal dans le royaume de Naples dans l'âge espagnol, in corso di stampa negli atti del seminario La Monarchie hispanique, institutions, réseaux, cultures politiques, xvie-xviiie siècle (Parigi, 7-9 dicembre 2000).

15. L'indebitamento generalizzato nel quale si trovavano le comunità meridionali durante il xvii secolo è chiaramente illustrato, ad esempio, dalla situazione delle province abruzzesi: Id., Il controllo fiscale sul territorio nel Mezzogiorno spagnolo e il caso delle province abruzzesi, Istituto Italiano per gli Studi Filosofici, Napoli 1997, pp. 126-45.

16. Vario, Pragmaticae, cit., pp. 324-5.

17. Sul meccanismo di formazione del debito pubblico a Napoli in età spagnola cfr. L. Bianchini, Storia delle finanze del Regno delle Due Sicilie, esi, Napoli 1971 (ed. originale Napoli 1859); G. Muto, Le finanze pubbliche napoletane tra riforme e restaurazione (1520-1634), esi, Napoli 1980; Mantelli, Burocrazia, cit.; A. Calabria, The Cost of Empire: The Finances of the Kingdom of Naples in the Time of Spanish Rule, Cambridge University Press, Cambridge-New York 1991, in particolare le pp. 104-29; I. Zilli, Debito pubblico e imposta diretta nel regno di Napoli (1669-1737), esi, Napoli 1990; R. Mantelli, L'alienazione della rendita pubblica e i suoi acquirenti dal 1556 al 1583 nel regno di Napoli, Cacucci, Bari 1997; I. Zilli, Lo Stato e i suoi creditori. Il debito pubblico del Regno di Napoli tra '600 e '700, esi, Napoli 1997; L. De Rosa, L'azienda e le finanze, in L. De Rosa, L. M. Enciso Recio (a cura di), Spagna e Mezzogiorno d'Italia nell'età della transizione (1650-1760), esi, Napoli 1997, vol. i, pp.128-48; G. Sabatini, Il patrimonio degli ordini religiosi e l'investimento in quote del debito pubblico nel regno di Napoli in età moderna. Primi spunti per una riflessione, in corso di stampa negli atti della sessione Confiscations of the Estates of the Regular Clergy and Capitalistic Accumulation in Early Modern Europe and American Continent, xiii Congresso Internazionale di Storia Economica (Buenos Aires, 22-26 luglio 2002).

18. Cervellini, Direzione overo guida, cit., cap. iii, Delle spese e contratti dell'Università, leciti e non lecit