La Milano dei lumi e la Roma dei papi.

Pietro e Alessandro Verri a confronto

di Francesco Bartolini

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Il trasferimento di Alessandro Verri a Roma

Alessandro Verri entra a Roma la mattina del 19 maggio 1767. È l'ultima tappa di un viaggio iniziato nell'ottobre precedente insieme a Cesare Beccaria. I due avevano lasciato Milano per andare a Parigi dove Beccaria, già acclamato autore di Dei delitti e delle pene (1764), era stato invitato dall'abate André Morellet. Lì avevano cominciato a frequentare i salotti dei philosophes ma, dopo meno di due mesi, Beccaria era stato colto da una profonda nostalgia per Milano e aveva deciso di tornare. Verri, invece, aveva proseguito per Londra, dove si era fermato due mesi, poi era ritornato a Parigi e infine aveva progettato di andare a Roma. Arriva così nella città papalina dopo un lungo soggiorno all'estero, nelle due più grandi e moderne capitali europee, in cui aveva potuto osservare una vita urbana assai diversa da quella di Milano. «Fanno compassione le riflessioni del milanese decoro su Parigi ­ aveva scritto poco dopo il suo arrivo nella capitale francese ­ Un uomo è un nulla in questo gurgite vastissimo. Basta esser decente, tutto il restante è ridicolo, è superfluo, nissuno ha tempo di osservare la vostra carrozza e la vostra abitazione o il vostro vestito»1. L'impatto con la modernità metropolitana era stato ancora più impressionante a Londra, dove i sobborghi iniziavano «a sei miglia dal suo centro» e dove i servizi pubblici, a cominciare dall'illuminazione, non avevano uguali in Europa. «Se Parigi è grande, Londra è immensa», aveva sentenziato pieno di ammirazione2.

Venticinquenne, reduce dalla brillante partecipazione alla redazione del "Caffè" (1764-66) che lo aveva accreditato come uno dei più promettenti intellettuali lombardi, Verri era partito da Milano per quello che doveva essere un viaggio d'istruzione e, in parte, di promozione di se stesso e della cosiddetta «école de Milan» nei più celebrati circoli intellettuali europei. Il padre, Gabriele, alto magistrato e studioso, puntava a trovargli un incarico nell'amministrazione austriaca, ma lui non aveva alcuna voglia di assecondare questo progetto. «In Milano con mio

Dimensioni e problemi della ricerca storica, n. 1/2004


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padre non si può vivere ­ aveva scritto al fratello maggiore Pietro per giustificare la sua scelta di cercarsi un lavoro lontano dalla casa paterna ­ È un'ira eterna, è un'immortale voglia di nuocere: guerra perpetua e crudele! Aspettare impieghi è anticamera lunga e poi mi sento positivamente opprimere dalla idea di una spezie di schiavitù, che mi toglie alle lettere, verso le quali mi sento rapire dalla inclinazione. Più vi penso, più vedo che la mia felicità è una tranquilla vita, [] e libri»3. Per Alessandro, dunque, il soggiorno a Roma si trasforma presto in un tentativo di trovare questa «felicità»4. Per la famiglia Verri, invece, è l'estrema appendice di un viaggio d'istruzione destinato a concludersi a breve con il ritorno a Milano e l'avvio di una carriera nella burocrazia asburgica. Anche Pietro, che ha un rapporto di straordinaria intimità emotiva e intellettuale con il fratello, considera la permanenza nella città pontificia come una breve esperienza di educazione artistica o poco più: così, mentre non gli fa mancare il suo aiuto per trovare un'accomodazione insieme ad Alfonso Longo, un altro del circolo illuministico lombardo trasferitosi nella città pontificia, lo mette in guardia sui rischi e sulle angustie della vita romana, aggiornandolo costantemente su quello che accade a Milano in vista di un atteso prossimo ritorno.

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Pietro Verri e gli stereotipi illuministi

Proprio nelle lettere di Pietro ad Alessandro, scritte alla vigilia e durante le prime settimane del nuovo soggiorno, è possibile cogliere alcuni tratti dello stereotipo di Roma che circola negli ambienti dell'illuminismo milanese. È vero che alcuni giudizi di Pietro appaiono condizionati dalla sua infelice esperienza giovanile al Collegio Nazareno di Roma5, un ricordo negativo dei cui effetti egli stesso è ben conscio, ma temi e motivi simili ricorrono anche nelle lettere di Longo a Beccaria, improntate a osservazioni e riflessioni ricalcate sulle polemiche illuministiche contro Roma, condannata sia come antica capitale imperiale sia come moderna capitale cattolica. Ecco così emergere una successione di immagini consolidate: dal senso di desolazione avvertito all'ingresso nello Stato della Chiesa («esprit de sterilité et de desolation»6, nelle parole di Longo) alla meraviglia per l'impatto con lo scenario romano e con le sue gigantesche dimensioni, al disagio per la diffusa povertà, alla diffidenza verso i ceti popolari osservati con curiosità e inquietudine, alla denuncia del privilegio e dell'ottusità clericale, al riconoscimento del valore storico-artistico della città accompagnato però dall'ironia sulla sua vita culturale. Agli occhi degli illuministi lombardi la Roma papale è, per molti aspetti, l'antitesi della Milano dei lumi, un vero e proprio altro mondo. «C'est


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un nouveau monde ­ scrive Longo a Beccaria ­ dont les ressorts sont justement contraires à nos idées, dont le mouvement est incomprehensible, dont l'économie et la politique sont appuyées sur des axiomes différents des notres. Combien de fois ne suis-je pas tenté de demander: Est-ce sérieusement que vous dites cela?»7. Anche Pietro parla al fratello del «deserto di Roma», di una città «ancor grande e magnifica ne' sassi e piccolissima nelle teste umane, che vi abitano»8, il cui unico motivo di interesse va ricercato nell'architettura, nella scultura, nelle arti. E, a suo parere, anche Alessandro si sarebbe presto accorto che «la società milanese è molto più soffribile della romana»9.

In questi giudizi affiora un'antitesi tra Milano e Roma già ben definita, che alimenta una comparazione polemica tipica della retorica illuministica. La contrapposizione appare particolarmente efficace soprattutto in relazione alla progressiva trasformazione dell'immagine di Milano, avviata dalla diffusione della nuova cultura dei lumi in Lombardia. Pietro, in particolare, aveva da tempo intrapreso una riflessione sulla storia milanese, che aveva trovato una prima significativa elaborazione in un saggio sul commercio dello Stato di Milano (1761-63)10. In questa sua analisi, che parte dal Quattrocento per giungere alla metà del Settecento, il motivo ispiratore è proprio il tentativo di valorizzare i caratteri originari della società civile milanese, contraddistinta da concordia e spirito imprenditoriale, in contrapposizione alle successive evoluzioni determinate dalla degenerazione dell'amministrazione statale durante il periodo della dominazione spagnola. Molti dei temi evidenziati in questo saggio, ripresi in parte dalla storiografia precedente ma rielaborati in modo originale11, sarebbero poi divenuti parti costituenti del successivo mito ambrosiano: l'innata vocazione commerciale della città, le conseguenze devastanti della perdita dell'autonomia politica e amministrativa, la crescita delle tasse e la proliferazione delle leggi come cause di decadimento economico e civile, la riaffermazione degli antichi valori come premessa per la rinascita e lo sviluppo. Pietro lamenta il declino del «commercio» (una categoria che allora includeva tutti i settori non puramente agricoli dell'economia) come manifestazione di un processo di deterioramento della vocazione stessa della città, della sua più intima natura. «Il male sta nelle leggi ­ sentenzia ­ nella forma d'amministrarle, nelle massime ereditate, in una parola il male è intrinseco al nostro sistema». E la ragione principale di questo fenomeno consiste nello «scompaginamento arbitrario fatto a poco a poco alle antiche patrie nostre leggi, sotto la tutela delle quali fu questa Provincia delle più opulente e felici d'Europa»12. A questa immagine virtuosa di un'originaria civiltà milanese appannata dalle pesanti eredità della dominazione spagnola appaiono legate anche le successive argomentazioni presenti in


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alcuni articoli pubblicati sul "Caffè", dove il senso di isolamento culturale e gli inviti all'apertura della Lombardia alle più moderne esperienze europee non risultano in contraddizione con la consapevolezza dell'esistenza di una vocazione tradizionale della città. È un'idea di sviluppo civile che, nelle pagine della rivista, viene costruita in contrapposizione non solo alla tradizione aristocratico-feudale ma anche all'idealizzazione del sistema politico e sociale dell'antica Roma, all'esemplarità storica dell'Urbe. Del resto, se si assume il principio che «il governo puramente militare di Roma fece sempre nella sola forza fisica, non negli avvantaggi di condotta e di regolamento, consistere i principii della sua grandezza»13, il modello romano appare quanto di più lontano è immaginabile dall'ideale illuministico di convivenza e sviluppo.

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Lo scontro tra i fratelli

Uno dei più efficaci critici del mito dell'antica Roma era stato proprio Alessandro, autore tra l'altro di un importante articolo sul "Caffè" contro l'espansionismo romano14, sia del periodo repubblicano sia di quello imperiale, e di un inedito Saggio sulla storia d'Italia15 dove, pur sottolineando l'origine della civiltà italiana da quella latina e riconoscendo il ruolo politico aggregatore del papato durante il medioevo, si era a lungo soffermato sugli aspetti meno edificanti delle vicende storiche di Roma. Ed è proprio con questo elaborato bagaglio di convinzioni storiografiche, i cui riflessi condizionano inevitabilmente la sua idea di Roma, che Alessandro varca le Mura aureliane e si appresta a osservare la città dal vivo, a studiarne i caratteri in presa diretta, a sperimentare la vita in una società immaginata come un'antitesi di quella vagheggiata dagli illuministi. Le sue prime notazioni sono assimilabili ai giudizi di Longo e del fratello Pietro e non contengono rilevanti novità rispetto allo stereotipo della Roma clericale: tornano il senso di desolazione («regno desolato del pretismo»16), lo stupore per il contrasto stridente tra ricchi e poveri («è una gran pietà il vedere per le strade poveri da per tutto ed alle scale de' bellissimi palazzi torme di miseri uomini e di oziosi»17), la condanna perentoria della vita sociale e culturale («pochi sono gli uomini colti e ragionevoli e questi pochi devono tacere e vestire la maschera universale»18). Vale la pena di riportare anche il giudizio negativo sulle donne romane, tanto più che poco dopo Alessandro comincerà a intrecciare una relazione con una marchesa del luogo, Margherita Boccapaduli Sparani Gentili, che diventerà una delle ragioni principali della sua decisione di non spostarsi più da Roma: «Quí le romane poi ­ scrive una decina di giorni dopo il suo arrivo ­ hanno quel loro sguaiato


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voi ed un tono mascolino e talvolta anche impertinente; non sanno che sia delicatezza, riguardi e tutto ciò, che costituisce il detto carattere francese. Il mischiarsi ch'esse fanno di politica rovina tutta la società»19.

Con il passare dei mesi, tuttavia, questo quadro di squallore e volgarità si scolorisce agli occhi di Alessandro. Così mentre i primi scambi di impressioni con Pietro sono caratterizzati dalla massima concordia, fondata soprattutto sulla perentoria condanna del governo pontificio, un anno dopo i giudizi dei due fratelli cominciano a divergere e, in alcuni casi, addirittura a scontrarsi. Esemplare, al riguardo, è la prima polemica tra Alessandro e Pietro, provocata da alcune osservazioni sul «buon umore» e sulla «fantasia» di romani e milanesi. Comincia il più giovane dei Verri che, già inebriato dalla frequentazione con la marchesa, scrive al fratello un breve elogio della vivacità di spirito della sua amante e dei romani, concluso con una severa autocritica. «Io, povero lombardo, faceva una gran figura colle buffonate in mezzo di voialtri, ma colla M. sono diventato del secondo genere, perché non v'è paragone fra la fantasia di questo puro ed arido clima colla mia di cacio parmigiano»20. A queste parole Pietro, ansioso tra l'altro di evidenziare il rinnovamento della vita milanese anche per cercare di convincere il fratello a tornare («non conosceresti Milano da che sei partito; i frati in discredito, gli ecclesiastici umiliati, i bacchettoni tacciono e gl'illuminati possono liberamente parlare»21), risponde seccato con una lunga "arringa" in difesa dei lombardi.

Sono un po' malcontento di quel tuo cacio parmigiano che ci dai per sostanza medullare del nostro cerebro lombardo: io non anderò sino a Virgilio per trovare un mezzo patriota che mi faccia onore; ti abbandonerò, se vuoi, tutti i due milioni di viventi che son nati e cresciuti in questi paduli; ma, cazzo, io né tu non abbiamo minor cervello di quello che ne abbia tutta questa dirò "razza" di Romolo, compresovi persino il maestro del Sacro Palazzo e qualche lettore della Sapienza. [] se una qualche volta terminerò il mio interminabile Democrito, vi farò vedere la lanterna magica e il mondo nuovo, nati, cresciuti e allevati in questo paese medesimo, in cui non lascia l'industria degli abitanti un palmo di terreno incolto; in questo paese, dove si sono date le prime lezioni pratiche d'idraulica, scavando canali che fecondano le terre attraverso infinite difficoltà; mentre voi altri saluberrimi inspiratori e respiratori d'aria aridissima e sublimissima, vi accontentate d'un ottimo governo; siete tutti in attività e moto, fate vegetare e vivere ogni cosa d'intorno a voi. Zitto con quel cacio parmigiano, Alessandro mio; che, paragonandoci a quello che potressimo essere, siamo ridicoli, ma paragonandoci a quello che sono i Romani d'oggidì, siamo una coltissima nazione22.

Questo impietoso paragone non esaurisce la stizza di Pietro che, irritato anche dal pessimo ricordo del giovanile soggiorno nella capitale pontifi


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cia, lascia trapelare tutte le sue idiosincrasie e i suoi pregiudizi contro Roma e i romani. A cominciare dall'avversione per il dialetto locale.

Quando ascolto parlar romano, sento il sapore delle fave verdi che mangiava, il calore cocentissimo del sole sotto il quale passeggiavo col tabarro, il muso galeottico di quei frati che avevano podestà sopra di me, la bestialità di alcuni abruzzesi e calabresi, miei onoratissimi soci, che mi ricordo avevano muscoli erculei per dar pugni; e questo fascio di cose poco aggradevoli mi fa dare il mio giudizio sulla lingua romana, contro del quale la logica fa debolmente le sue parti. Onde vorrei sapere se tu parli italiano o romano. Mi ricordo che in Roma tutto va con una lentezza mortale; le carrozze, la gente a piede, tutto si muove come le tartarughe; mi dava idea d'un popolo neghittoso e sfaccendato, quando vi era. Dove vi è anima vi è moto, e tanto più veloce quanta è più la massa dell'anima23.

Davanti all'energica "arringa" di Pietro, Alessandro sente il bisogno di svolgere una lunga e articolata difesa dei romani che appare per molti aspetti sorprendente, soprattutto se confrontata con i precedenti giudizi e con lo stereotipo illuminista della Roma clericale.

Trovo il pubblico qui assai più ragionevole che non altrove. Degli affari correnti alla fine se ne sente opinare col senso comune. Succede un fatto nella città, subito il giorno dietro se ne discorre, dando il torto al torto e la ragione alla ragione. Laddove da voi altri è una vera disperazione. Non vi è sciocchezza che non si dica e non si sostenga freneticamente; e sempre l'uomo ragionevole dev'essere malcontento di esser in bocca del pubblico. [] Questa è una cosa che mi piace in questa città. L'altra è che il popolo vi ha un'aria di libertà per la quale appena saluta il papa; ma passino principi, duchi, ed eminentissimi, nessuno ci abbada; laddove da noi un senatore, un consigliere rende curva tutta la plebe. Non parlerò della libertà di discorrere delle cose pubbliche. Ella è veramente grande. E se nella pubblica economia v'è che dire, almeno escono canzoni, sonetti ed epistole e cento scritti ne' quali non si lasciano invendicati i disordini, né per questo si perseguita alcuno o si disturba la quiete di tutti. È vero che il romanesco è lento ed infingardo; il suo gusto è di stare con un gran cappellone e gran fibbie a fare il caso sulle cantonate. Non farebbe mai niente, e non sono buoni a niente. Difatti tutti gli operai sono forastieri: stagnari milanesi, ebanisti tedeschi, fornari tedeschi, ecc. Si cammina, è vero, lentamente e di cattiva grazia; ma il romanesco vi soccorre benissimo, se vi si rompe la carrozza, o se vi succeda il minimo guaio; e domandando le strade poi, nessuno vi risponde di cattiva grazia, e tutti vi addrizzano cordialmente. Sai perché? Perché vi è la scomunica ad insegnar male le strade ai pellegrini. Questa scomunica ha dato un senso di probità morale a tutti, cosicché non succede mai che vi s'insegni una strada falsa, o di cattiva grazia vi si ricusi. Le carrozze non vanno adagio, ma presto assai, fuorché i cardinali, ed i cocchieri sono veramente bravi, e nessuna legge raffrena i cavalli. Qui non trovi anco il sorrisino lombardo né la sua timida falsità. Vi è, è vero, un tuono meno pulito; si fanno riverenze di


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meno gallica maniera; si grida un po' più forte; v'è quel tono sguaiato che si chiama "romanesco". Ma, in generale, si tiene la furbizia per far la sua fortuna, e la non si impiega in tante minuzie. Si stima generalmente nessuno, e si dice male di tutti. Dal che ne viene che non vi sono tanti modelli di uomini di spirito e di garbo, che umiliino gli uomini di merito. Sciocchi, gravi, serii e stimati qui non ne trovo. Questo è quanto parmi veramente buono in Roma. Se poi si desidera una stima assai viva né del merito né della letteratura, non si può ottenerla, perché gli affari e gl'interessi sono la prima passione. Oltre di chè la natura del sistema deve far riguardare come pericolosa ogni filosofia. In questo articolo bisogna darsi pace. Cento pensano, nessuno parla. Vi è il suo tuono di palazzo, e si tira avanti. [] Non ho l'accento romano, e me ne guarderei. Parlo il mio buon italiano, e per esser lombardo, mi fo piuttosto onore, perché conoscono bene che sono forestiere, ma non sentono gran fatto il milanese. Datti adunque pace, che parlo con un accento niente romanesco; bensì con frasi romane, perché la lingua romana delle persone colte è molto esatta e pura, e si dice: "Lingua toscana in bocca romana". Questa pure è una cosa che mi piace in Roma; ché almeno vi è una lingua, e si può parlare il suo buon italiano e parlare come si scrive, senza esser ridicolo come da voi. E così mi sono sfogato24.

In questa accurata argomentazione Alessandro associa a Roma idee del tutto estranee all'immagine della città papale diffusa tra gli intellettuali illuministi: elogia il «pubblico», testimonia l'esistenza di un'«aria di libertà» e di una «libertà di discorrere delle cose pubbliche», sottolinea gli atteggiamenti di altruismo civico, denuncia la falsa rappresentazione di una città statica, rivendica la purezza della lingua locale. Sono osservazioni inconsuete che, oltre a contraddire la retorica anticlericale su Roma, testimoniano anche l'evoluzione di Alessandro, sempre più lontano dal circolo illuministico milanese e sempre più condizionato dagli influssi della vita culturale romana.

Di questa trasformazione del più giovane dei due Verri risente anche la polemica immediatamente successiva, nata intorno al giudizio sul dominio pontificio. Il contrasto è provocato da uno scambio di opinioni sull'Epître aux Romains di Voltaire (1768). Ad Alessandro lo scritto non è affatto piaciuto e, per nulla convinto che «i romani al tempo di Tiberio, Caligola, Domiziano, ecc., fossero più felici di adesso», critica aspramente le conclusioni dell'autore.

È egli permesso di dire ai romani attuali: "Rompete le vostre catene"; cioè: "Prendete un pugnale e andate a Monte Cavallo"? È egli questo un esatto jus delle genti e di natura? Così pure trova tirannico il modo con cui i papi divennero signori di Roma. Altri principati si sono acquistati col sangue, e questo colla opinione. Si cerca de' due mezzi qual sia più umano. Chi salvò Roma dai Longobardi, mentr'era abbandonata da' suoi principi? Chi si oppone al dispotismo degli imperatori?25.


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Pietro, naturalmente, non può condividere l'"apologia" del governo papale fatta dal fratello e lo invita a riflettere sui suoi precedenti studi storici e sulla sua particolare condizione psicologica.

Tu che sai la storia e che me l'hai insegnata, leggi la tua opera medesima, e troverai di che compatire Voltaire. I sentimenti suoi sono i sentimenti europei, e tu devi pur sapere che dello stato dei sudditi di questo governo, se ne parla con commiserazione e con poca stima certamente per l'Europa. Se sei persuaso, va bene; se non lo sei, va bene anche così; tradidit mundum disputationibus. Ma se a Roma non vi fosse la Marchesa, saresti tanto del parere di Voltaire quanto lo sono io, e te ne saresti ito dopo poche settimane. Va al Colosseo, guardalo bene, e poi va al Sant'Ufficio; e poi dammi il torto, se puoi26.

Un colpo, quest'ultimo, che Alessandro accusa, riconoscendo che «sicuramente le ampie apologie ch'io vado facendo a questa razza bastarda di Quirino, sono da attribuirsi all'attaccamento che ho al paese, piuttosto che a persuasione di mente»27. Ma che il più giovane dei due Verri abbia ormai maturato un'idea diversa di Roma, dei romani e del governo pontificio è indubitabile. Nelle sue lettere non c'è più spazio per le invettive a senso unico contro il clericalismo e l'indolenza romana, pur continuando a riconoscere i limiti e i difetti di una vita cittadina rinchiusa entro confini angusti. È evidente soprattutto lo sforzo di osservare la Roma moderna nella sua specificità, senza instaurare indebiti confronti con il passato. «Ormai (voglio difenderci alquanto), ormai è un luogo comune il declamare sulla decadenza di Roma moderna, in paragone dell'antica. Bisogna pur ricordarsi che quest'è il destino di tutte le nazioni, di crescere e decadere, e se, attualmente, dopo duemila anni, Roma somigliasse alla antica, sarebbe un fenomeno unico in tutta la storia»28. Contemporaneamente Alessandro manifesta, con crescente frequenza, la sua avversione contro gli aspetti più deleteri della società milanese, in particolare contro quella che lui considera un'accentuata tendenza alla malignità e alla maldicenza. «Non vi è paragone tra Milano e questo paese. Finora (e sono tre anni) non ho sentito a dire per lungo tempo, e pubblicamente un assurdo; ed almeno si trova il senso comune nelle dicerie pubbliche; anzi, bene spesso, molto giudizio»29.

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Nuove riflessioni e vecchi pregiudizi

Nel carteggio con Pietro, dunque, Alessandro trasforma progressivamente il suo giudizio sulla Roma papale: non nega la povertà della vita economica e culturale, il peso opprimente del clero, il ritardo rispetto al resto dell'Europa, ma riesce anche a cogliere elementi di dinamismo e


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di libertà in un contesto raffigurato dagli illuministi esclusivamente con toni cupi. È significativa, ad esempio, la sua insistenza, condivisa tra l'altro da Pietro, sulla maggiore mobilità sociale a Roma rispetto a Milano (alla corte romana «anche senza nascita si fa fortuna colla destrezza»30) e, più in generale, sulla maggiore libertà dei romani dai vincoli e dalle consuetudini dell'ordine cetuale. La raffigurazione della capitale pontificia, dunque, assume alcuni tratti positivi, anche se non si avvicina ancora a quell'esaltazione incondizionata che inspira alcune sue opere, in particolare il romanzo storico-archeologico Le notti romane (1792-1804).

Ma non è solo Alessandro a cambiare idea su Roma. Anche Pietro è costretto a rivedere i suoi giudizi più polemici e a dare credito ad alcune ragioni del fratello.

Io credo che veramente Roma sia un ottimo asilo per uno, che s'annoi in patria. Mi seccava molto al mio tempo lo spirito di partito nazionale e quel farvi una colpa ingiustissima e dare un ridicolo, perché siete nati in un paese, dove si pronuncia coll'u francese; mi pareva che ogni romano si credesse egli medesimo un gran signore, quasi che S. Pietro fosse roba sua e che mi compatisse perché il Duomo di Milano non è così bello. Può essere che questo fosse lo spirito del Collegio e non del popolo31.

Questa revisione dell'opinione sui romani si accompagna anche a un'interessante riconsiderazione del giudizio sul governo nella Roma pontificia, non più semplicemente liquidato con una sommaria condanna, ma assunto come una sorta di modello contrapposto a quello in vigore nella Milano asburgica. «Il governo di Roma è l'estremo del non governo rapporto ai vari oggetti interni dello Stato; da noi, per lo contrario, andiamo all'estremo di compassare e organizzare tutto artificiosamente, il che è lo spirito di Vienna, dove hanno per tal modo così automaticamente regolato ogni cosa che tutto spira sterilità e freddezza»32. L'analisi politica di Pietro si allarga anche al ruolo di Roma e dello Stato pontificio nel contesto europeo ed italiano.

La pace che gode l'Europa, la buona armonia fra le due antiche rivali, Austria e Francia, son le più fatali combinazioni per Roma, di cui la sussistenza e la gloria dovrebbero però interessare ogni italiano, perché sono il solo mezzo col quale l'Italia ancora si nomina ed ha qualche influenza sull'Europa. Togli Roma e siamo considerati poco più dei greci, cioè gente ingegnosa, gloriosa un tempo, ma resa avvilita e spogliata d'ogni gloria. Anche Roma è poi il ricovero d'ogni italiano; che se per azzardo si trova male nella sua città può ivi ricoverarli e avere onori, cariche e dignità superiori a quella che potrebbe sperare dal proprio sovrano33.


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Pietro abbandona dunque invettive e risentimenti, i suoi giudizi su Roma s'innalzano a riflessioni politiche e storiche, condizionate anche da un certo senso di disillusione sull'effettivo rinnovamento della società milanese. Come la Milano asburgica conserva infatti, nonostante alcuni indubbi cambiamenti, un'apatia e una staticità ereditate dalla dominazione spagnola, così la Roma pontificia non coincide esclusivamente con la capitale del "pretismo" e del parassitismo ma, per alcuni aspetti, rappresenta anche una risorsa per gli stessi lombardi.

È un problema per noi Lombardi se l'interesse nostro nazionale ci debba portare a desiderare che si sostenga il decoro di Roma. L'utilità la sentivano alcuni pochi che abbandonando la patria e diventando Romani s'incamminavano costì negli affari e giungevano a tale elevazione che certamente non ha paragone; ma tutto il restante soffriva i danni del denaro che per ciò usciva verso Roma. I conventi e i monasteri erano un sollievo delle famiglie, come lo è il vaiuolo: ma le infelici vittime che gemevano nel carcere, i beni segregati dalla contrattazione sono un compenso34.

È significativo che queste nuove riflessioni di Pietro sulla Roma pontificia, sul passato della città e sull'attuale funzione politica, si intreccino alla lunga e complessa elaborazione della sua Storia di Milano, avviata nel 1778. Quest'ultima opera, rimasta incompiuta e gratificata dal successo editoriale soltanto negli anni della Restaurazione35, contribuisce in modo significativo alla progressiva ridefinizione dell'immagine di Milano e dei suoi rapporti con Roma. Pietro, infatti, ricostruisce la storia milanese adottando strumenti "scientifici" e assumendo una prospettiva diversa rispetto alla tradizione storiografica locale: rifiuta l'automatica identificazione tra esaltazione del ceto nobiliare e memoria della città e avvalora invece l'idea di un'identità collettiva, fondata comunque sul riconoscimento di un'«élite intellettuale» che legittima la stessa preminenza milanese in Lombardia36. Nel saggio di Pietro, dunque, Milano non ha bisogno di un fondatore mitico né di un destino di grandezza preordinato, ma assume come premesse del suo successivo sviluppo la «laboriosità dei lombardi» e gli effetti benefici della dominazione romana, che «dallo stato di barbarie c'innalzò a quello di una società civile»37. L'ascesa di Milano, del resto, avviene anche grazie alle trasformazioni dell'impero romano che, con la riforma di Constantino, riconosce alla città lombarda un ruolo di capitale. «L'Italia allora in due parti venne divisa. La capitale della parte meridionale fu Roma, e della parte settentrionale fu Milano. In Roma vi pose il vicario di Roma, in Milano il vicario d'Italia. [] Il sistema adunque costituì nel quarto secolo, e nel quinto ancora, la città di Milano la prima città d'Italia sicuramente dopo Roma []»38. Fin dalle prime pagine del saggio di Pietro, dunque, Mi


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lano assume la fisionomia di «seconda Roma», o «altra Roma», avviando nella dimensione politico-statuale quel parallelismo tra le due città che, dopo il crollo dell'impero e l'ascesa della Chiesa, si instaura nelle vicende ecclesiastiche. Grazie ad Ambrogio, infatti, la città lombarda acquisisce una nuova autorevolezza spirituale, alimentata più tardi dagli arcivescovi Ansperto e Ariberto, che le consente di porsi come prima intelocutrice e oppositrice della Roma papale. Da qui nasce un inevitabile antagonismo tra le due città che, nell'analisi di Pietro, sembra assumere un ruolo fondamentale nell'autorappresentazione di Milano: quest'ultima infatti, identificandosi con il suo arcivescovo e con il rito ambrosiano, lotta a lungo contro Roma, ossia contro il pontefice, per l'autonomia ecclesiastica. In questa dura battaglia, che vede protagonista papa Gregorio vii, abile nello sfruttare divisioni e rivalità nel campo nemico, Milano soccombe «spontaneamente e quasi per stanchezza di resistere», accettando la trasformazione dell'arcivescovo nel «vicario del sommo pontefice»39. È un'avvincente ricostruzione in cui Pietro non manca di sottolineare anche le ragioni della politica pontificia, così ostile all'autonomia milanese. «Conveniva concentrare la forza d'Italia in un punto ­ scrive esaminando la strategia di Gregorio vii ­ ridurla ad uno stato unito per darle un'esistenza. Roma è la capitale; forza era adunque di assoggettare l'Italia a Roma, e così far fronte agli estranei. Il tempo era opportuno, per la debolezza di Enrico. La forza politica della Lombardia era principalmente collocata ne' vescovi: sottomessi questi, era formata la romana potenza. L'oggetto era grande»40.

Nel saggio di Pietro, dunque, la rivalità tra Milano e Roma nel periodo tra il xi e il xii secolo risalta in modo netto, apparendo quasi come una matrice della successiva contrapposizione tra autonomismo milanese e centralismo romano, un tema predominante in gran parte delle polemiche ricorrenti fino ai nostri giorni. Al di là della contesa per il primato ecclesiatico, infatti, l'autore sottolinea la perdurante volontà dei pontefici di estendere la propria egemonia su Milano come uno dei fattori più condizionanti della storia della città lombarda in età medievale.

Sembra che i papi avessero formato il progetto di stendere insensibilmente la loro sovranità anche sopra Milano e sopra la Lombardia, profittando della debolezza dell'Impero e delle civili discordie delle città. A tal fine si opponevano, destamente, bensì, ma non risparmiando mezzo alcuno, contro di ogni famiglia che alzasse il capo a primeggiare: poiché, rimanendo alle città, il solo partito del principato per dare una forma stabile e sicura al loro governo, quello che sopra d'ogni altro avvenimento più doveva spiacere a Roma, era appunto che alcuna famiglia s'innalzasse ad ottenerlo. Questa fu la base della politica de' sommi pontefici; e la storia seguente ci farà conoscere quanti ostacoli abbia sempre posti la corte di Roma all'ingrandimento, prima dei signori della Torre,


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poscia dei signori Visconti, che Roma istessa aveva da principio favoriti, per abbassare con essi il potere de' Torriani41.

Se dunque l'individuazione del nemico a Roma non lascia spazio a dubbi, risalta anche il riconoscimento dei limiti di un governo autonomo che, a giudizio di Pietro, avrebbe fallito l'occasione di trasformarsi in guida politica per l'intera penisola. Se la Repubblica ambrosiana, infatti, scrive l'autore, «avesse avuta tanta sapienza, quanto ardire e robustezza, forse la storia posteriore d'Italia sarebbe più simile alla romana»42.

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Due modelli contrastanti

Esaminata oggi, dunque, la Storia di Milano sembra già contenere temi e modelli interpretativi che ricorrono nell'autorappresentazione della città lombarda tra Ottocento e Novecento: l'origine settentrionale della popolazione («il nostro dialetto appartiene più alla lingua di Francia che all'italiana!»43), l'assimilazione degli aspetti più positivi della civiltà latina, la capacità di svolgere un ruolo da capitale, l'intraprendenza economica, la difesa orgogliosa della propria autonomia. Nel rapporto con Roma, in particolare, Milano appare in alcune pagine come il più efficace difensore delle autonomie delle popolazioni italiane dai tentativi romani di instaurare un'egemonia centralizzatrice nella penisola. Questa osservazione, in realtà, rischia di avvalorare una lettura anacronistica, spinta ben oltre le intenzioni dell'autore, ma l'impianto interpretativo della Storia di Milano contiene alcune premesse destinate a essere sviluppate in questa direzione. Pietro, dunque, non costruisce un vero e proprio "mito milanese", poiché il suo rigore critico è troppo radicato per abbandonarsi a una ricostruzione puramente apologetica, ma contribuisce ad avvalorare alcuni caratteri della città lombarda come modelli validi per tutti.

Di segno opposto appare invece l'immagine della Roma papale offerta dal fratello Alessandro nelle Notti romane, un colloquio immaginario con gli "spettri" degli eroi dell'antica Roma guidati dall'autore a osservare la città moderna. Qui l'esaltazione del governo pontificio rafforza l'idea della continuità provvidenziale di un destino unico per Roma, incomparabile e irrepetibile. E i cui valori, quindi, circoscritti a una dimensione spirituale, non possono divenire esempio per gli altri. Ecco come Alessandro, dialogando con il fantasma di Cicerone, rivendica la superiorità della Roma pontificia su quella imperiale e su qualsiasi altro ordinamento politico:


la milano dei lumi e la roma dei papi

Sì; questa seconda Roma, quasi fenice risorta dalle ceneri sue, tentò voli più sublimi. Ella mutò con le vicessitudini del tempo e della fortuna i modi, ma non l'oggetto dell'Impero universale. Essa per voi con armi, per noi con oracoli divenne così tremenda e venerata, che non sai de' due qual più. Ma d'Imperi fondati con violenze fortunose è piena la storia più che non comporta la felicità delle nazioni. Questo invece è il solo nato dall'utilità, cresciuto dal consenso, confermato dalla persuasione. I tirannidi pallidi al suo aspetto strinsero lo scettro con mano tremante. Usciva ad atterrirli da' colli Vaticani una voce arbitra degl'Imperi, al suono della quale altri salivano il trono, altri ne scendeano umiliati44.

È una vera e propria apologia che contribuisce a consolidare quell'idea di Roma, centro dell'universo, predominante nella cultura pontificia della Restaurazione.

Note

1. Carteggio di Pietro e di Alessandro Verri, vol. 1, parte i: ottobre 1766-luglio 1767, a cura di E. Greppi e A. Giulini, Cogliati, Milano 1923, lettera di Alessandro a Pietro del 27 ottobre 1766, p. 42.

2. Ivi, lettera di Alessandro a Pietro del 9 dicembre 1766, p. 120.

3. Ivi, lettera di Alessandro a Pietro del 20 aprile 1767, pp. 345-6. Del carteggio dei fratelli Verri relativo al viaggio di Alessandro in Francia e Inghilterra esiste anche un'altra edizione critica: cfr. Viaggio a Parigi e Londra (1766-1767). Carteggio di Pietro e Alessandro Verri, a cura di G. Gaspari, Adelphi, Milano 1980.

4. Per un'analisi dell'evoluzione psicologica di Alessandro Verri durante la permanenza a Roma cfr. L. Martinelli, Alessandro Verri tra Milano e Roma, in A. De Maddalena, E. Rotelli, G. Barbarisi (a cura di), Economia, istituzioni, cultura in Lombardia nell'età di Maria Teresa, vol. 2, Cultura e società, il Mulino, Bologna 1982, pp. 169-83.

5. Pietro Verri entrò nel Collegio Nazareno di Roma, diretto dagli Scolopi, nella primavera del 1744 e vi rimase fino all'autunno del 1745.

6. C. Beccaria, Carteggio, parte i, 1758-68, a cura di C. Capra, R. Pasta, F. Pino Pongolini, vol. iv della Edizione nazionale delle opere di Cesare Beccaria, Mediobanca, Milano 1994, lettera di Alfonso Longo a Giacomo Lecchi e agli amici milanesi del 25 ottobre 1765, p. 126.

7. Ivi, lettera di Alfonso Longo a Beccaria e agli amici milanesi del 4-7 dicembre 1765, p. 163.

8. Carteggio di Pietro e di Alessandro Verri, vol. 1, parte i, cit., lettere di Pietro ad Alessandro del 24 marzo 1767 e del 18 aprile 1767, pp. 310, 333.

9. Ivi, lettera di Pietro ad Alessandro del 24 aprile 1767, p. 338.

10. Le Considerazioni sul commercio dello Stato di Milano furono scritte da Pietro Verri con lo scopo di dimostrare le proprie capacità per ottenere un incarico nell'ammnistrazione asburgica.

11. Nel 1747 Gabriele Verri pubblicò una premessa alla riedizione delle Constitutiones milanesi in cui sottolineò il valore della tradizione giuridico-amministrativa della città. Più tardi, tra il 1760 e il 1761, scrisse le Memorie istorico-politiche della Lombardia austriaca per l'istruzione dell'arciduca Giuseppe, futuro Giuseppe ii, dove esaltò l'«autonomia de' lombardi», lo ius municipale, le magistrature e le istituzioni ereditate dal passato. Per un'analisi di questa opera cfr. F. Venturi, Settecento riformatore, i, Da Muratori a Beccaria [1969], Einaudi, Torino 1998, pp. 655-8; C. Capra, I progressi della


francesco bartolini

ragione: vita di Pietro Verri, il Mulino, Bologna 2002, pp. 56-7.

12. P. Verri, Considerazioni sul commercio dello Stato di Milano, a cura di C. A. Vianello, Università L. Bocconi, Milano 1939, pp. 174-5.

13. L. Lambertenghi, Delle poste, in "Il Caffè" 1764-1766, a cura di G. Francioni e S. Romagnoli, Bollati Boringhieri, Torino 1993, p. 304.

14. Cfr. Discorso sulla felicità de' Romani, ivi, pp. 83-92.

15. Dell'opera, scritta nel biennio 1764-66, venne stampata solo una parte minima. Per la ricostruzione delle vicende editoriali e un'analisi dei contenuti cfr. l'introduzione di Barbara Scalvini in A. Verri, Saggio sulla storia d'Italia, a cura di B. Scalvini, Edizioni di storia e letteratura, Roma 2001.

16. Carteggio di Pietro e di Alessandro Verri, vol. 1, parte i, cit., lettera di Alessandro a Pietro del 20 maggio 1767, p. 370.

17. Ivi, lettera di Alessandro a Pietro del 29 maggio 1767, p. 376.

18. Ivi, lettera di Alessandro a Pietro del 10 giugno 1767, p. 385.

19. Ivi, p. 386.

20. Carteggio di Pietro e di Alessandro Verri, vol. 1, parte ii, luglio 1767-agosto 1768, a cura di E. Greppi e A. Giulini, Cogliati, Milano 1923, lettera di Alessandro a Pietro del 13 agosto 1768, p. 391.

21. Ivi, lettera di Pietro ad Alessandro del 10 febbraio 1768, pp. 165-166.

22. Carteggio di Pietro e di Alessandro Verri, vol. 2, agosto 1768-luglio 1769, a cura di F. Novati e E. Greppi, Cogliati, Milano 1910, lettera di Pietro ad Alessandro del 20 agosto 1768, pp. 2-3.

23. Ivi, p. 4. Citato anche in Venturi, Settecento riformatore, i, Da Muratori a Beccaria, cit. p. 659.

24. Ivi, lettera di Alessandro a Pietro del 28 agosto 1768, pp. 15-7.

25. Ivi, lettera di Alessandro a Pietro del 10 settembre 1768, p. 31.

26. Ivi, lettera di Pietro ad Alessandro del 17 settembre 1768, pp. 35-36.

27. Ivi, lettera di Alessandro a Pietro del 24 settembre 1768, p. 49.

28. Carteggio di Pietro e di Alessandro Verri, vol. 3, agosto 1769-settembre 1770, a cura di F. Novati e E. Greppi, Cogliati, Milano 1911, lettera di Alessandro a Pietro del 20 dicembre 1769, p. 136.

29. Ivi, lettera di Alessandro a Pietro del 10 febbraio 1770, p. 185.

30. Carteggio di Pietro e di Alessandro Verri, vol. 8, 1 gennaio 1776-31 marzo 1777, a cura di A. Giulini e G. Seregni, Milesi, Milano 1934, lettera di Alessandro a Pietro del 1 giugno 1776, p. 107.

31. Carteggio di Pietro e di Alessandro Verri, vol. 4, ottobre 1770-dicembre 1771, a cura di F. Novati e E. Greppi, Cogliati, Milano 1919, lettera di Pietro ad Alessandro del 13 novembre 1771, p. 284.

32. Carteggio di Pietro e di Alessandro Verri, vol. 6, gennaio 1773-giugno 1774, a cura di E. Greppi e A. Giulini, Cogliati, Milano 1928, lettera di Pietro ad Alessandro del 22 gennaio 1774, p. 172.

33. Carteggio di Pietro e di Alessandro Verri, vol. 7, luglio 1774-dicembre 1775, a cura di E. Greppi e A. Giulini, Cogliati, Milano 1931, lettera di Pietro ad Alessandro del 24 giugno 1775, pp. 188-9.

34. Carteggio di Pietro e di Alessandro Verri, vol. 12, 30 maggio 1781-25 settembre 1782, a cura di G. Seregni, Giuffrè, Milano 1942, lettera di Pietro ad Alessandro dell'11 maggio 1782, p. 290.

35. Pietro Verri scrisse il primo volume della Storia di Milano tra il 1778 e il 1780, i primi due capitoli del secondo volume tra il 1783 e il 1784, poi sospese il lavoro per riprenderlo dopo l'invasione francese. Alla sua morte, nel 1797, la ricostruzione storica era arrivata al 1524. L'opera fu continuata da Anton Francesco Frisi e, successivamente, da Pietro Custodi, che ne ristampò il primo volume nel 1824.

36. Sulla novità dell'impianto storiografico della Storia di Milano di Pietro Verri